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mercoledì 19 febbraio 2014

Dahab e Hurria



di Monica Macchi


Dahab Abdel Hamid, una ragazza di 19 anni è stata arrestata a Shubra, quartiere tra i più poveri del Cairo (dove Yousef Chahine ha ambientato il suo ultimo film Hyya Fauda, denuncia della corruzione della polizia all’epoca di Mubarak) lo scorso 14 gennaio nei tafferugli seguiti ad alcune manifestazioni a sostegno dell’ex presidente Mohammed Morsi. Dahab è stata arrestata nonostante fosse incinta all’ottavo mese: da allora è stata incarcerata nella stazione di polizia di El Amirya, con continui rinnovi di detenzione per esigenze d’indagine (quindi senza né processo né condanna): l’accusa è “appartenenza a un gruppo terroristico”, cioè i Fratelli Musulmani che sono da mesi ufficialmente fuorilegge, e “partecipazione a protesta non autorizzata”, nonostante suo marito Ashraf Sayed abbia dichiarato che Dahab aveva appuntamento dal ginecologo per una visita di controllo e si sia così trovata per caso coinvolta per caso nelle retate. 


Due giorni fa Dahab ha partorito all’ospedale Zaitoun con un taglio cesareo ammanettata alla barella: l’attivista per i diritti umani Nermeen Yosri è andata a trovarla e ha postato in rete alcune foto che hanno scatenato un’indignazione collettiva tanto più che Dahab è stata riportata subito in cella e il marito ha denunciato al canale televisivo Al-Nahar che le viene impedito persino di allattare o tenere in braccio la figlia perché le manette le vengono tolte solo per andare in bagno. Per tutta risposta un funzionario del ministero degli interni ha dichiarato che Dahab sta ricevendo “la migliore assistenza possibile” aggiungendo che la foto di lei ammanettata “potrebbe essere stata scattata mentre veniva trasportata in ospedale”….alquanto improbabile come si può arguire dalla presenza della neonata per di più già vestita!


Il Consiglio nazionale per i diritti umani e ben sedici organizzazioni che a vario titolo sostengono e tutelano i diritti umani hanno chiesto indagini non solo sul caso di Dahab e sulle persone in stato di detenzione ma anche sull’aumento delle accuse di torture e molestie sessuali tra cui il “ritorno” dell’obbligo dei test di verginità per le ragazze arrestate. Del resto, Abdel-Fattah al-Sisi, accreditato come prossimo presidente, nell’aprile del 2012, quando era ancora un militare semisconosciuto, ha difeso e sostenuto i test di verginità come strumento “per proteggere le ragazze dallo stupro, e i soldati e gli ufficiali dalle accuse di stupro”. Secondo Mohammed Emessiry, ricercatore di Amnesty International, le varie forme di torture non sono più riservate solo ai prigionieri politici, ma sono utilizzate per far passare il messaggio di cosa potrebbe accadere a tutti coloro che si oppongono al governo. Il Ministero dell'Interno ha rifiutato di rispondere alle domande di vari giornali e siti che hanno rilanciato le accuse sul trattamento dei detenuti in custodia egiziana, ma ha rilasciato una dichiarazione negando qualsiasi abuso e dicendo che era aperto e disponibile a ricevere denunce da presunte vittime.

Oggi, sotto l’onda delle proteste, soprattutto ma non solo in rete, il quotidiano egiziano Al-Ahram on line ha dato la notizia che il Procuratore generale ha ordinato la liberazione di Dahab per “motivi di salute”.



PS Dahab ha deciso di chiamare sua figlia Hurrya, “Libertà”.




martedì 27 agosto 2013

Morsi, iconografia di un martire annunciato, di Laura Silvia Battaglia


Pubblichiamo questo articolo di Laura Silvia Battaglia (www.battgirl.info), ringraziandola tantissimo

ll ritratto di Mohamed Morsi campeggia ovunque. Sui volantini distribuiti dopo la preghiera dell'alba, sugli autobus bianchi dei Fratelli Musulmani parcheggiati all'ingresso del grande campo di Rabaa al-Adawjia, sui carretti della distribuzione di the, acqua, bevande e succo di melograno che punteggiano la via per arrivare alla roccaforte della protesta anti-generali.
Il volto del politico che Time incoronò "uomo dell'anno" nel 2012 è replicato ossessivamente, come in un videogioco a punti con una grafica splatter, sopra, sotto e di fronte alle migliaia di tende che ricoprono questa superficie di quasi quattro chilometri quadrati al Cairo brulicante di supporters dell'ex presidente egiziano dal 3 luglio 2012, data del suo arresto con l'accusa di cospirazione.
Mohamed Morsi qui è onnipresente, guarda i suoi fedeli dall'alto del suo ritratto peggiore, ingessatissimo nel fermo immagine che sancisce la sua sacralità. Così replicato ovunque appare come un cento occhi e centoteste, una creatura medievale dalla faccia presentabile che si allunga sugli esiti del colpo di stato di un mese fa. Un colpo di stato che chiunque si guarda bene, qui, a Rabaa al-Adawjia, dal definire seconda rivoluzione o contro-rivoluzione.
Mohamed Morsi, ora prigioniero a Nord del Cairo, dove si trova il ministero della Difesa, è colui nel cui nome si circoscrive la preghiera dell'alba di Eid, e che nel giorno più importante dell'anno per la Umma sunnita si manifesta al campo di Rabaa nel pomeriggio, per interposta persona: la moglie Nagla Mahmoud.
Per lui si chiede la liberazione e nel suo nome viene già giustificata la resistenza dei Fratelli musulmani verso l'apparato di potere dei generali, che ha utilizzato l'esito delle votazioni prima, il temporeggiamento dei Fratelli poi, la loro interpretazione integralista della futura costituzione, per riprendere con la forza il controllo di un Paese ormai allo sbando, economicamente piegato da una credibilità ai suoi minimi storici.
"Io amo Morsi"; "Morsi, Morsi, in te la speranza"; "Morsi Morsi sempre Morsi, mai più Al Sisi": sono alcuni degli slogan che campeggiano insieme all'immagine dell'ex presidente egiziano. Si alternano anche sulle fasce - verdi, nere, marroni - che la gioventù ihwanizzata sfoggia intorno alla testa, replicando l'iconografia jihaddista in forme moderate: "Il popolo arabo è la comunità islamica". "Siamo arabi, moriremo islamici".
L'appartenenza alla Umma sunnita, per i Fratelli musulmani, non si discute. Vale per tutti, da qualsiasi grado di vicinanza o distrazione del partito e dalle sue istanze si stia parlando. Ed è perfettamente connaturata con l'interpretazione del rispetto dei diritti umani che, per i supporters di Morsi, discende solo da Dio ed è strettamente collegata alla legge di natura che segue i dettami di Allah, secondo quanto ne rivelò Mohammed.
Lo dice senza tema Sara Hassan, ventenne di El-Adwah, la città di nascita dell'ex presidente oggi ostaggio di Al Sisi. La sua famiglia è cresciuta accanto a Morsi. In senso letterale, perchè sono sempre stati suoi vicini di casa. Hanno piantato una tenda da giorni e hanno pure affittato un appartamento in zona per stare più comodi. Ci sono tutti: padre, madre, cugini, fratelli e sorelle, zie e nipoti. Morsi per tutti, tutti per Morsi, insomma. Ma la motivazione che li spinge fin qui non è squisitamente politica. L'ideale di famiglia e l'appartenenza alla Umma sono abbastanza. Ma la conoscenza diretta del personaggio spiega ancora di più la scelta di stare dalla sua parte, costi quel che costi. Dice Sara: "Noi lo conosciamo: è un uomo buono. L'hanno esposto e ne paga il prezzo. Adesso è in carcere e siamo certi che il trattamento riservatogli non è umano".
Chiediamo che tipo di valenza ha il concetto di rispetto dei diritti umani per i Fratelli Musulmani. Risponde: "Il rispetto dell'uomo viene dal fatto che l'uomo appartiene a Dio". E chi non appartiene a quel Dio? "Non saprei. Quel che so è che l'Egitto è un Paese islamico, noi siamo islamici e Morsi è il nostro presidente. Nell'Islam il rispetto dell'uomo viene dalla sua conoscenza di Dio. Morsi è un uomo timorato di Dio, ha portato avanti la nostra causa, noi dobbiamo adesso batterci per lui".
Sara è una ragazza laureata, progressista, una giovane donna musulmana tosta, pronta per fare una buona carriera nei quadri dei Fratelli, se le fosse data la possibiità. Morsi per lei è già un mezzo martire. E lo è per tutte le persone, che, sulla strada del campo, lastricata da molte buone intenzioni, lo hanno eletto a icona della rivoluzione incompiuta o, meglio, ingiustamente ribaltata. La sua detenzione, nonostante Morsi sia inizialmente asceso al ruolo di guida dei Fratelli quasi come un ripiego necessario, ne ha già fatto un gigante morale.
Se il nuovo governo non dovesse scarcerarlo, se lo processasse o se in qualche modo se ne favorisse la morte, gli effetti saranno amplificati sugli ihwan egiziani ma anche su tutti gli arabi sunniti del Medio Oriente. Alla causa palestinese per la quale tutti i popoli arabi si sono sentiti in dovere di aderire nella lotta comune, se ne potrebbe aggiungere un'altra.
Sarebbe il primo caso in cui parrebbe possibile incitare alla resistenza - dei fedeli prima e al martirio dei combattenti poi - per difendere un leader pacioccone e perditempo, un martire in pectore che non si sarebbe davvero speso con opere o azioni degne di nota per il suo popolo di elettori e, soprattutto, per un Paese dalla storia ingombrante.
Lo scorso 29 luglio, ormai conosciuto come "il massacro di Rabaa", nella roccaforte dei pro-Morsi sono morte 127 persone e 4500 sono state ferite negli scontri con l'esercito e la polizia. Chiedevano tutte di relegittimare Mohammed Morsi come presidente dell'Egitto.



mercoledì 10 luglio 2013

Ancora vittime in Egitto, anche bambini



Nei giorni scorsi la polizia ha represso - ancora attraverso il lancio di lacrimogeni e l'uso di armi da fuoco - un'imponente manifestazione di protesta da parte dei sostenitori di Morsi che si erano radunati davanti al quartier generale delle guardie rivoluzionarie.
Negli scontri con l'esercito sono rimasti uccisi 77 islamisti. Tra le vittime: otto donne e sette bambini di cui due neonati. Secondo la TV satellitare Al Jazeera a questi si aggiungono almeno altri 500 feriti.
I militari sostengono di essere intervenuti per sventare un attacco terroristico alla sede della Guardia repubblicana mentre Gehad el-Haddad, portavoce dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato che si sia trattato di un massacro, “di un atto criminale contro i manifestanti” che si erano riuniti in un sit-in pacifico per protestare e anche per pregare.
Il premio Nobel per la pace, Mohamed El Baradei - portavoce delle opposizioni liberali e candidato come possibile vicepresidente ad interim - ha scritto su Twitter che verrà aperta un'inchiesta indipendente su quanto è successo e ha aggiunto: “La violenza genera violenza e deve essere condannata formalmente...La transizione pacifica è l'unica via”.