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martedì 27 agosto 2013

Morsi, iconografia di un martire annunciato, di Laura Silvia Battaglia


Pubblichiamo questo articolo di Laura Silvia Battaglia (www.battgirl.info), ringraziandola tantissimo

ll ritratto di Mohamed Morsi campeggia ovunque. Sui volantini distribuiti dopo la preghiera dell'alba, sugli autobus bianchi dei Fratelli Musulmani parcheggiati all'ingresso del grande campo di Rabaa al-Adawjia, sui carretti della distribuzione di the, acqua, bevande e succo di melograno che punteggiano la via per arrivare alla roccaforte della protesta anti-generali.
Il volto del politico che Time incoronò "uomo dell'anno" nel 2012 è replicato ossessivamente, come in un videogioco a punti con una grafica splatter, sopra, sotto e di fronte alle migliaia di tende che ricoprono questa superficie di quasi quattro chilometri quadrati al Cairo brulicante di supporters dell'ex presidente egiziano dal 3 luglio 2012, data del suo arresto con l'accusa di cospirazione.
Mohamed Morsi qui è onnipresente, guarda i suoi fedeli dall'alto del suo ritratto peggiore, ingessatissimo nel fermo immagine che sancisce la sua sacralità. Così replicato ovunque appare come un cento occhi e centoteste, una creatura medievale dalla faccia presentabile che si allunga sugli esiti del colpo di stato di un mese fa. Un colpo di stato che chiunque si guarda bene, qui, a Rabaa al-Adawjia, dal definire seconda rivoluzione o contro-rivoluzione.
Mohamed Morsi, ora prigioniero a Nord del Cairo, dove si trova il ministero della Difesa, è colui nel cui nome si circoscrive la preghiera dell'alba di Eid, e che nel giorno più importante dell'anno per la Umma sunnita si manifesta al campo di Rabaa nel pomeriggio, per interposta persona: la moglie Nagla Mahmoud.
Per lui si chiede la liberazione e nel suo nome viene già giustificata la resistenza dei Fratelli musulmani verso l'apparato di potere dei generali, che ha utilizzato l'esito delle votazioni prima, il temporeggiamento dei Fratelli poi, la loro interpretazione integralista della futura costituzione, per riprendere con la forza il controllo di un Paese ormai allo sbando, economicamente piegato da una credibilità ai suoi minimi storici.
"Io amo Morsi"; "Morsi, Morsi, in te la speranza"; "Morsi Morsi sempre Morsi, mai più Al Sisi": sono alcuni degli slogan che campeggiano insieme all'immagine dell'ex presidente egiziano. Si alternano anche sulle fasce - verdi, nere, marroni - che la gioventù ihwanizzata sfoggia intorno alla testa, replicando l'iconografia jihaddista in forme moderate: "Il popolo arabo è la comunità islamica". "Siamo arabi, moriremo islamici".
L'appartenenza alla Umma sunnita, per i Fratelli musulmani, non si discute. Vale per tutti, da qualsiasi grado di vicinanza o distrazione del partito e dalle sue istanze si stia parlando. Ed è perfettamente connaturata con l'interpretazione del rispetto dei diritti umani che, per i supporters di Morsi, discende solo da Dio ed è strettamente collegata alla legge di natura che segue i dettami di Allah, secondo quanto ne rivelò Mohammed.
Lo dice senza tema Sara Hassan, ventenne di El-Adwah, la città di nascita dell'ex presidente oggi ostaggio di Al Sisi. La sua famiglia è cresciuta accanto a Morsi. In senso letterale, perchè sono sempre stati suoi vicini di casa. Hanno piantato una tenda da giorni e hanno pure affittato un appartamento in zona per stare più comodi. Ci sono tutti: padre, madre, cugini, fratelli e sorelle, zie e nipoti. Morsi per tutti, tutti per Morsi, insomma. Ma la motivazione che li spinge fin qui non è squisitamente politica. L'ideale di famiglia e l'appartenenza alla Umma sono abbastanza. Ma la conoscenza diretta del personaggio spiega ancora di più la scelta di stare dalla sua parte, costi quel che costi. Dice Sara: "Noi lo conosciamo: è un uomo buono. L'hanno esposto e ne paga il prezzo. Adesso è in carcere e siamo certi che il trattamento riservatogli non è umano".
Chiediamo che tipo di valenza ha il concetto di rispetto dei diritti umani per i Fratelli Musulmani. Risponde: "Il rispetto dell'uomo viene dal fatto che l'uomo appartiene a Dio". E chi non appartiene a quel Dio? "Non saprei. Quel che so è che l'Egitto è un Paese islamico, noi siamo islamici e Morsi è il nostro presidente. Nell'Islam il rispetto dell'uomo viene dalla sua conoscenza di Dio. Morsi è un uomo timorato di Dio, ha portato avanti la nostra causa, noi dobbiamo adesso batterci per lui".
Sara è una ragazza laureata, progressista, una giovane donna musulmana tosta, pronta per fare una buona carriera nei quadri dei Fratelli, se le fosse data la possibiità. Morsi per lei è già un mezzo martire. E lo è per tutte le persone, che, sulla strada del campo, lastricata da molte buone intenzioni, lo hanno eletto a icona della rivoluzione incompiuta o, meglio, ingiustamente ribaltata. La sua detenzione, nonostante Morsi sia inizialmente asceso al ruolo di guida dei Fratelli quasi come un ripiego necessario, ne ha già fatto un gigante morale.
Se il nuovo governo non dovesse scarcerarlo, se lo processasse o se in qualche modo se ne favorisse la morte, gli effetti saranno amplificati sugli ihwan egiziani ma anche su tutti gli arabi sunniti del Medio Oriente. Alla causa palestinese per la quale tutti i popoli arabi si sono sentiti in dovere di aderire nella lotta comune, se ne potrebbe aggiungere un'altra.
Sarebbe il primo caso in cui parrebbe possibile incitare alla resistenza - dei fedeli prima e al martirio dei combattenti poi - per difendere un leader pacioccone e perditempo, un martire in pectore che non si sarebbe davvero speso con opere o azioni degne di nota per il suo popolo di elettori e, soprattutto, per un Paese dalla storia ingombrante.
Lo scorso 29 luglio, ormai conosciuto come "il massacro di Rabaa", nella roccaforte dei pro-Morsi sono morte 127 persone e 4500 sono state ferite negli scontri con l'esercito e la polizia. Chiedevano tutte di relegittimare Mohammed Morsi come presidente dell'Egitto.



mercoledì 12 giugno 2013

Then months later: cosa succede in Egitto dieci mesi dopo la rivoluzione?



Andrea Balossi Restelli, Lucrezia Botton e Matteo Vivianetti - videomakers ed esperti di mondo arabo - si sono recati in Egitto, a Il Cairo, dopo la caduta del regime di Mubarak e hanno realizzato il documentario Then months later, presentato all'ultima edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, nel concorso Extr'a.
 Le riprese vengono fatte durante le elezioni che porteranno al governo il gruppo conservatore 
dei Fratelli musulmani e la cinepresa riprende le reazioni del popolo, le aspettative e le              preoccupazioni delle persone comuni.


Per approfondire l'argomento, abbiamo rivolto alcune domande agli autori del documentario.


Il titolo del vostro documentario suggerisce il periodo in cui vi siete recati a Il Cairo per realizzare il film ? E in che situazione si trovava la città ?

Ci siamo recati al Cairo nel dicembre del 2011 dopo che Matteo e Lucrezia ci erano stati 10 mesi prima subito dopo la caduta di Mubarak, per cercare di capire il clima elettorale ma soprattutto postelettorale.
Dalla prima visita scaturì il video Shuft (Ho visto) testimonianze di persone che avevano partecipato al movimento di piazza Tharir mischiate ai materiali (foto, filmati) realizzati dai manifestanti in quei giorni.
Durante il secondo viaggio abbiamo realizzato il video Ten Months Later che racconta le emozioni, le paure e le speranze di alcuni personaggi molto eterogenei tra loro all’indomani delle elezioni parlamentari vinte con larga maggioranza dai Fratelli Musulmani e dalla coalizione salafita.
Il clima del Cairo a distanza di dieci mesi era molto cambiato, dall’euforia dei giorni della caduta del regime si era passati ad una disillusione e spesso alla rabbia di dover subire
interventi repressivi della giunta militare con morti e feriti; inoltre il clima delle elezioni parlamentari, in cui per la prima volta i cittadini Egiziani erano liberi di esprimersi senza timori, era guastato da sospetti e tensioni.
Al nostro arrivo, infatti, abbiamo trovato una città estremamente tesa, segnata dalle recenti violenze e in balia di eventi che si succedevano con una rapidità impressionante.
In questo contesto le elezioni avevano assunto un significato molto più marginale di quello che ci si sarebbe aspettati. La schiacciante vittoria dei Fratelli Musulmani, che quasi tutti davano per scontata ma non con quelle proporzioni, diveniva agli occhi degli attivisti laici come un altro tassello di una transizione post-rivoluzionaria in cui tutto andava per il verso sbagliato.
Con il nostro documentario abbiamo cercato cogliere questo particolare momento dell'Egitto registrando tra la gente opinioni e sensazioni che rendessero l'estrema dinamicità e instabilità che si viveva in quei giorni.

Potete anticiparci le storie/testimonianze dei cinque protagonisti che avete seguito durante il vostro lavoro?

Per rappresentare quella fase di transizione ci siamo affidati a cinque persone, tra cui quattro donne, diverse per età, condizioni economiche e livelli di istruzione ma accomunate da una visione critica sulla situazione politica.
Varie sono le reazioni alla vittoria dei Fratelli Musulmani: più emotive o più razionali, sono comunque sempre amare tranne quella di una donna che vive in un quartiere popolare che risalta per l'ironia e la positività con cui si relaziona a una situazione anche per lei preoccupante.
Le proteste di via Mohamed Mahmoud e gli scontri fra polizia e giovani manifestanti sono, invece, rivissute attraverso lo sguardo lucido e appassionato di un' anziana attivista politica che ci accompagna per le strade che arrivano in piazza Tahrir.
Abbiamo seguito anche Zeinab nel suo tragitto verso casa nel traffico caotico del Cairo e ci ha detto che il sistema li lascia vivere in quel caos per stancarli e non farli ragionare, ci ha detto che molta gente vorrebbe un Paese più civile con scuole e ospedali sicuri e puliti ma che l’individualismo e l’ignoranza non permettono a questi sentimenti di prevalere.
Lei lavora come addetta alle pulizie alla tv giapponese e vive in periferia in un classico palazzone non intonacato perché scrostato o perché mai finito, ma facendoci accomodare ci dice che qui non si sta tanto male…
Nama durante l’inaugurazione di una mostra sull’ iconografia dei manifesti elettorali ci dice quanto è triste, pensa che sia finita, è veramente delusa dai risultati elettorali, crede che se i salafiti hanno preso tanti voti nelle principali città allora nelle campagne, dove ancora si stava votando, faranno il pieno! Nama cura progetti culturali nelle scuole e lavora in una compagnia teatrale e, andandosene, ci dice che se dovrà scegliere tra il velo o la barba a lei andrà benissimo la seconda!
Selma, avvocatessa di diritto commerciale, crede che i Fratelli Musulmani abbiano condotto un gioco politico sporco con una campagna ”porta porta” tra i poveri promettendo mari e monti e rimprovera ai partiti progressisti e laici di aver parlato solo al loro pubblico ristretto: a quel 10% di egiziani che già avevano una consapevole coscienza politica e li avrebbero votati comunque. In ogni caso non sembra troppo preoccupata, dice di voler vedere cosa saranno capaci di fare i Fratelli Musulmani e ci assicura che ormai la gente ha imparato a scendere in piazza è questa la vera garanzia di una democrazia.
Incontriamo Marwa mentre esce dal giornale dove lavora e si reca al seggio per votare, ci dice che darà la sua preferenza ad un partito laico e liberale anche se preferirebbe una compagine più a sinistra e ci dice che in materia di economia anche i Fratelli Musulmani
sono liberali in teoria...
Laila ci dice che la giunta militare sembra non voler lasciare il potere, dice che il movimento ha fatto male ad abbandonare la piazza, vede le divisioni interne tra Fratelli musulmani e Movimento 8 aprile come ostacolo ad un nuovo corso, ci lascia molto pensierosa ma con il piglio di una vecchia combattente!
Mustafa guida il suo taxi e fuori dai finestrini scorre la vita e ci dice che è musulmano ma
che il partito dei Fratelli divide invece che unire, dice che le persone non hanno capito cos’è la democrazia, ognuno vuole qualcosa e nessuno pensa al bene comune di tutti gli Egiziani!

Quali sono, in generale, i sentimenti delle persone che stanno vivendo la “post – rivoluzione” ? Quali le aspettative del popolo egiziano?

Generalizzando possiamo dire che tutta la gente si aspetta un governo che si interessi al bene comune e porti a un miglioramento delle condizioni di vita e diffidi di forme di potere autoritarie che perseguono interessi personali e di gruppo. Di qui viene l'attuale diffusissima opposizione al governo di Morsi. Vi e' poi, soprattutto fra quelli che si sono impegnati di persona nella rivolta contro il regime, la paura di vedere vanificati l'impegno e le sofferenze patite durante e dopo la rivoluzione a causa del prevalere di forze antidemocratiche nel corso di questa drammatica fase di transizione.
Abbiamo deciso di pubblicare il video nonostante fosse stato girato più di un anno fa e fossero successe molte cose tra cui l’elezione del presidente Morsi proprio perché ci siamo accorti di quanto fossero ancora attuali i sentimenti espressi dai nostri intervistati, molti loro timori si sono avverati e molte speranze sono state deluse, ma per quel che possiamo capire, la volontà di cambiare il Paese rimane radicata in una minoranza molto eterogenea che forse si scoprirà molto più forte di quanto immaginano gli osservatori interni ed esterni.

Pensate che i mezzi di informazione italiani riportino correttamente le notizie di quello che sta accadendo in Egitto?

In generale assolutamente no. I media più diffusi si occupano dell'Egitto - e degli esteri in generale - in maniera occasionale cercando notizie spettacolari o “彷olkloristiche per suscitare attenzione nel pubblico e, nella maggior parte dei casi, dando una visione limitata e distorta del Paese, spesso con un occhio solo puntato sulla condizione della donna. In particolare, sulle rivolte arabe si tende a omologare le diverse insurrezioni sotto lo stesso appellativo di Primavera Araba, espressione che gli attivisti arabi in occasione del World Social Forum 2013 tenutosi in Tunisia, hanno rifiutato perché' la considerano una narrativa orientalistica inventata dai media occidentali, che non tiene conto delle specificità', della lunghezza e della complessità' dei processi di trasformazione dei diversi Paesi arabi.
A distanza di più di due anni si può constatare che certi mezzi d’informazione italiani hanno meglio compreso le dinamiche e le situazioni di tutto il mondo arabo e quindi i cambiamenti in atto, anche se l’attenzione si risveglia a singhiozzo solo con cadaveri e esplosioni o grazie a pochi volonterosi cronisti, ma questo è un problema generale del sistema d’informazione che vive di notizie e non di indagine della realtà. Devo però dire che proprio dall’esigenza di Lucrezia e Matteo di comunicare cosa stava succedendo nella loro città d’adozione nacque l’idea del primo video, avendo vissuto per dieci anni in Egitto si preoccupavano di come dall’Italia venisse ignorata o mal interpretata la rivoluzione di piazza Tharir.







giovedì 4 aprile 2013

Forum Sociale Mondiale: l'anno di Tunisi

Si è appena conclusa, con una grande marcia per la libertà e i diritti, l'ultima edizione del Forum Sociale Mondiale che - a due anni da Porto Alegre, nel sud del Brasile - ha visto la Tunisia come Paese ospitante.
Cinque giorni, dal 26 al 30 marzo, di intense attività in cui si sono riuniti associazioni, movimenti altermondialisti, società civili: per la prima volta in un Paese arabo, per la prima volta sulla sponda del Mediterraneo. La scelta del capoluogo tunisino non è stata casuale, ma è seguita all'assassinio del leader dell'opposizione Chokri Belaid, avvenuto nel mese di febbraio.
Raffaella Bonini, coordinatrice italiana e mondiale dell'appuntamento, ha dichiarato: “Non siamo più una novità, un fenomeno di moda, la faccia buona della contestazione no-global che i governi locali e nazionali e le più ricche Ong mondiali facevano a gara a sponsorizzare. Proprio in questi ultimi anni, mentre la crisi ha popolarizzato le tematiche e le intuizioni dei movimenti rappresentati nel Forum Sociale Mondiale, abbiamo perso sostegno e finanziamenti. Questo appuntamento di Tunisi è stato costruito con l'impegno volontario, al quale ha poi fatto seguito un appoggio da parte delle istituzioni tunisine”. 
Proprio centinaia di giovani tunisini, spesso militanti nell'associazionismo, hanno lavorato alacremente per organizzare gli incontri, le manifestazioni culturali, i seminari, gli appuntamenti musicali che hanno arricchito il programma del Forum, il quale si è tenuto, in buona parte, all'interno del campus universitario di El Manar. Si tratta di quei giovani che, da due anni, hanno dato vita alla rivoluzione democratica araba, che sono scesi nelle piazze delle principali città del Nord Africa per ribaltare regimi autoritari e violenti.
Adesso è il momento della ricostruzione, della creazione di nuove basi su cui ricominciare. E i temi, per avviare il cambiamento e discussi all'interno del Forum, sono stati, oltre alla crisi politica: una giustizia economica internazionale, il problema del cambiamento climatico nelle zone aride del Maghreb-Mashreq e le conseguenze sulle popolazioni, la piaga del land-grabbing, le istanze di uguaglianza e di libertà per tutti. A questo proposito è bene ricordare che, nei giorni che hanno preceduto l'inaugurazione del Forum, si è tenuto anche il Terzo Incontro Globale dei Media Indipendenti durante il quale, gli attivisti e i giornalisti hanno chiesto un riconoscimento formale del loro operato e la possibilità di lavorare liberamente, partendo dal presupposto che non ci può essere pluralismo politico senza pluralismo dell'informazione. 





 


lunedì 4 marzo 2013

Fine “Emergenza Nord Africa”: adesso sì che, per i profughi, è vera emergenza



Pochi giorni fa abbiamo scritto del documentario intitolato “Il rifugio” che raccoglie le storie di alcuni rifugiati, provenienti dalla Libia, parcheggiati in un albergo in alta montagna, in Italia.
Quelle persone hanno fatto parte del piano “Emergenza Nord Africa” voluto dal Ministero dell'Interno, sono stati gestite dalla Protezione Civile e sono stati alloggiati in alberghi e strutture private, da Monte Campione a Napoli, senza la possibilità di avere documenti, soldi, possibilità di movimento. Per due anni. Circa 1200 immigrati coinvolti.
A Piacenza, a metà febbraio, circa un'ottantina di profughi - fuggiti durante i disordini della primavera araba e “ospitati” presso il Ferrohotel della stazione o all'ostello di Calendasco - avevano messo in atto una protesta, chiedendo un po' di denaro per trovare altre sistemazioni oppure per far ritorno nei loro Paesi; a gennaio altri ,rinchiusi in un hotel di Pavia, avevano bloccato, per gli stessi motivi, i binari della stazione, fermando la circolazione sulla tratta Milano-Genova; e poi, ancora, i profughi che,da anni, erano ospitati negli alberghi napoletani,a ridosso di Piazza Garibaldi, rimasti senza assistenza, spesso anche con scarsità di cibo, in attesa dell'esito delle commissioni sul loro status di rifugiati.
Per tutti loro,da due giorni e con la scadenza dell' “Emergenza Nord Africa”, l'emergenza è scoppiata davvero: adesso sono di nuovo in mezzo ad una strada. Alcuni hanno ricevuto 500 euro pro capite dalla Prefettura (per chi eventualmente deciderà di tornare in patria) e altri 500 euro dalla Croce Rossa; alcuni (pochi) sono riusciti ad ottenere anche i permessi di soggiorno per asilo o di tipo umanitario, ma sicuramente non hanno né una casa e né un lavoro.
Il Ministro dell'Interno, in un'intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, ha spiegato che non tutti i profughi dovranno uscire dalle strutture che li hanno ospitati per tutti questi mesi: potranno rimanere, ad esempio, i minori, i genitori singles con i figli, le donne in gravidanza, gli anziani e i disabili, le vittime di soprusi o di torture. Il prossimo Parlamento dovrà occuparsi dell'esame delle loro domande di richiesta asilo.
La crisi economica, che grava pesantemente su tutto il sistema welfare, e la crisi politica non depongono a favore di queste persone sempre più in difficoltà.
Comunque, per leggere l'intero documento emanato dall'attuale governo italiano sulla questione, potete cliccare sul link http://www.fondazionexenagos.it/wp-content/uploads/2012/10/ena.pdf