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domenica 8 novembre 2015

Due interventi all 'UE sulla sicurezza dati personali e sulla Convenzione di Ginevra


Dichiarazione di Barbara Spinelli: "Ecco il parlamento che vogliamo"

Il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la "Risoluzione Moraes" sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell'Unione. È una risoluzione che svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l'invito – rivolto agli Stati membri dell'UE – a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi. Il suo statuto di “lanciatore di allerta” (whistleblower), e dunque di difensore internazionale di diritti fondamentali della persona, viene pienamente riconosciuto. Sostengo da sempre la necessità di difendere gli informatori e ho caldeggiato di recente, con il gruppo GUE-NGL, la candidatura di Snowden al premio Sakharov (assieme ad Antoine Deltour, whistleblower nel caso Luxleaks. e a Stephanie Gibaud, che ha rivelato pratiche di evasione e riciclaggio della banca UBS AG). È il motivo per cui l'emendamento Snowden (presentato da deputati Verdi e del GUE-NGL) era cruciale per me. È passato per pochi voti: 285 i voti a favore, 281 i contrari.

Nella risoluzione il Parlamento esprime preoccupazione per le recenti leggi approvate in alcuni Stati membri (Francia, Regno Unito, Paesi Bassi) e ribadisce l'invito a tutti gli Stati membri affinché assicurino che i loro quadri normativi e i meccanismi di controllo che disciplinano le attività delle agenzie di intelligence siano in linea con le norme della Convenzione europea sui diritti dell'uomo e con la legislazione dell'Unione.

Il Parlamento ritiene inoltre che la risposta della Commissione alla risoluzione del 12 Marzo 2014 sia stata finora "assai insufficiente", vista la portata delle rivelazioni sulla sorveglianza di massa, e invita la Commissione a dare seguito alle richieste avanzate nella presente risoluzione entro dicembre 2015 al più tardi. In caso contrario, il Parlamento si riserva il diritto di presentare un ricorso per carenza, o di iscrivere in riserva determinate risorse di bilancio destinate alla Commissione finché non verrà dato un seguito adeguato a tutte le raccomandazioni.

Il Parlamento sottolinea la necessità di una definizione comune e chiara di "sicurezza nazionale", affinché l'UE e i suoi Stati membri garantiscano la certezza del diritto, in quanto l'assenza di tale definizione consente arbitrarietà e violazioni dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto da parte degli organismi esecutivi e di intelligence nell'UE;

Pacchetto sulla protezione dei dati

La risoluzione, evidenziando l'importanza della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea dell'8 aprile 2014 – che dichiara invalida la direttiva 2006/24/CE sulla conservazione dei dati – ricorda come il regolamento e la direttiva sulla protezione dei dati attualmente in corso di negoziato debbano tutelare i diritti fondamentali delle persone.

Approdo sicuro (Safe Harbour)

Il Parlamento richiede la sospensione immediata della decisione "Approdo sicuro", dal momento che Safe Harbour non prevede un'adeguata protezione dei dati personali dei cittadini dell'Unione, e si compiace che la sentenza del 6 ottobre 2015 della Corte di giustizia dell'Unione europea abbia dichiarato invalida la decisione della Commissione 2000/520, secondo cui viene “attestato” che gli Stati Uniti garantiscono un adeguato livello di protezione dei dati personali trasferiti. È una sentenza che conferma la posizione di lunga data del Parlamento, riguardante l'assenza di un livello adeguato di protezione in virtù degli strumenti forniti dalla decisione dell'esecutivo UE.

Inoltre, un emendamento dei liberali (ALDE) esorta la Commissione a valutare l'effetto e le conseguenze sotto il profilo giuridico di questa stessa sentenza – la cosiddetta causa Schrems (C-362/14) – su eventuali altri accordi con paesi terzi che consentono il trasferimento di dati personali, come ad esempio il programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi UE-USA (TFTP), gli accordi relativi ai codici di prenotazione PNR (Passenger Name Record), l'accordo quadro UE-USA ed altri strumenti di “diritto unionale” che prevedono la raccolta e il trattamento di dati personali.

Tutela dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali dei cittadini dell'Unione / maggiore protezione degli informatori e dei giornalisti

Nella risoluzione, il Parlamento "si rammarica" per i limitati progressi registrati sul fronte della protezione degli informatori (whistleblowers) e dei giornalisti, e invita l'UE ad adottare norme per la protezione dei dipendenti che segnalano illeciti (norme valide anche per il personale dei servizi di sicurezza o d'intelligence nazionali e per quelli delle imprese private che operano in questo campo) e a concedere l'asilo ai dipendenti autori di tali segnalazioni minacciati di misure di ritorsione nei loro paesi d'origine. Sottolinea inoltre che la sorveglianza di massa minaccia gravemente il segreto professionale delle professioni regolamentate, compresi i medici, i giornalisti e gli avvocati, ed evidenzia segnatamente il diritto dei cittadini dell'UE a essere protetti legalmente da qualsiasi tipo di sorveglianza delle comunicazioni riservate, suscettibile di violare la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, e in particolare gli articoli 6, 47 e 48.

Strategia europea per una maggiore indipendenza informatica e governance democratica e neutrale di Internet

Il Parlamento ribadisce fermamente il suo invito a sviluppare, nel quadro di nuove iniziative come il mercato unico digitale, una strategia europea per una maggiore indipendenza informatica e una maggiore privacy online che promuova l'industria informatica dell'UE, e valuta positivamente l'intento della Commissione di fare dell'UE un attore di riferimento per la sua visione di un modello “multipartecipativo” di  governance di Internet.

Infine, un emendamento presentato dai liberali e adottato con 375 voti a favore e 242 contrari sottolinea il fatto che la giurisprudenza più recente, e in particolare la sentenza della Corte di giustizia europea dell'8 aprile 2014 sulla conservazione dei dati, stabiliscono l'obbligo per legge di dimostrare la necessità e la proporzionalità di eventuali misure destinate alla raccolta e all'utilizzo dei dati personali in grado di interferire potenzialmente nel diritto al rispetto della vita privata e familiare e nel diritto alla protezione dei dati. Rammaricandosi del fatto che le considerazioni politiche spesso pregiudicano il rispetto di tali principi giuridici nel processo decisionale, invita la Commissione a garantire, nel quadro del suo programma “Legiferare meglio”, che l'intera legislazione dell’UE sia di qualità elevata, conforme a tutte le norme giuridiche e alla giurisprudenza, e in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell'UE.
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Intendono abolire la Convenzione di Ginevra?


I deputati del Gue/Ngl denunciano come deplorevole e pericoloso il Progetto di conclusioni del Consiglio sul rimpatrio


I deputati del Gue/Ngl hanno ripetutamente chiesto al Consiglio dell'UE di far fronte alle proprie responsabilità individuando una risposta umanitaria all'arrivo di uomini, donne e bambini in cerca di protezione in Europa, e smettendo di consolidare la Fortezza Europa.

Il progetto di conclusioni del Consiglio, fatto trapelare da Statewatch, mostra che il Consiglio sta pianificando una serie di iniziative che violano chiaramente i diritti e gli obblighi europei e internazionali, facendo applicare le decisioni di rimpatrio con ogni mezzo, compreso un diffuso ricorso alla detenzione per chiunque non venga considerato qualificato per la protezione internazionale, e un rafforzamento dei poteri dati a FRONTEX.

Il Consiglio minaccia di ritirare aiuti, accordi commerciali e accordi sui visti a quei paesi che dovessero rifiutarsi di riprendere i propri cittadini, e dà alla Commissione sei mesi di tempo per individuare soluzioni su misura per giungere a riammissioni più efficaci con i paesi terzi.

Infine, il Consiglio promuove lo sviluppo di centri di detenzione nei paesi terzi colpiti dalla pressione migratoria "fino a quando non sia possibile il ritorno nel paese di origine". La prospettiva è utilizzare questi centri come luoghi di rapido rimpatrio per chi non sia qualificato per la protezione internazionale, o sia inammissibile in paesi terzi sicuri. La Commissione si è già mossa in questa direzione, decidendo di utilizzare i fondi dell’Unione per aprire sei centri di accoglienza per rifugiati in Turchia, che attualmente fronteggia forti tensioni nella regione circostante.


Marie-Christine Vergiat ha espresso grave preoccupazione per la richiesta del Consiglio di implementare l'articolo 13 dell'accordo di Cotonou relativo all'obbligo di riammettere i cittadini di paesi aderenti all'accordo, quando sappiamo che molti di questi paesi sono aree di guerra e di crisi dalle quali i rifugiati sono attualmente in fuga. Eritrea, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo sono tra questi paesi.


"Queste conclusioni, se adottate così come sono, costituirebbero una violazione dell'articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, poiché produrrebbero effetti giuridici nei confronti di paesi terzi", ha commentato Barbara Spinelli. "Il Parlamento potrebbe portarle alla Corte per violazione di un requisito procedurale essenziale e dei Trattati”, ha aggiunto, “in quanto il Parlamento non verrebbe coinvolto, in ambito di sua competenza, in decisioni vincolanti per terzi". A proposito degli hotspot menzionati nel progetto di conclusioni del Consiglio, ha detto che "rischiano di intrappolare chi chiede protezione e di trasformarsi in centri di detenzione per i richiedenti asilo".


"Se adottato, questo progetto di conclusioni equivarrebbe all’abolizione della Convenzione di Ginevra e, di fatto, alla fine del sistema di protezione internazionale per i rifugiati, come stabilito dopo la Seconda guerra mondiale", ha aggiunto Cornelia Ernst.

martedì 28 luglio 2015

Centro Astalli: deludente l’esito del Consiglio Europeo in tema di immigrazione





Al termine del Consiglio Europeo riunitosi ieri pomeriggio, il Centro Astalli ribadisce la propria delusione e preoccupazione che si profila rispetto alle decisioni adottate e, soprattutto, rispetto alla prospettiva europea sul tema della protezione internazionale dei migranti, particolarmente urgente in un momento di eccezionale emergenza umanitaria come questo.

In particolare pongono particolari criticità i seguenti punti:

- Il regolamento di
Dublino, uno strumento che già da tempo ha rivelato la sua inadeguatezza e inefficacia, continua a essere riproposto rigidamente come unico approccio possibile al tema dell’accoglienza dei rifugiati.

- L’insistenza sulle
procedure di identificazione, anche coatte, che Italia e Grecia sarebbero tenute a assicurare come condizione per la messa in atto delle misure di redistribuzione previste rivela che non c’è alcuna volontà di lavorare per un nuovo approccio di condivisione effettiva delle responsabilità.

- Il cosiddetto meccanismo di “
hot spot” che consiste nell’identificazione dei migranti mediante una presenza più forte, in Italia e Grecia, di funzionari di EASO, Frontex ed Europol è fonte di grandi perplessità. Difficile immaginarne il funzionamento nel caso in cui le persone si rifiutino sistematicamente di farsi foto segnalare, a meno che non si intenda fare ricorso in maniera quasi sistematica al trattenimento.

- Considerando peraltro i numeri irrisori del piano di “solidarietà” (appena 24.000 trasferimenti dall’Italia in 24 mesi), è facile prevedere, alla luce del trend degli arrivi del 2015, che se tale provvedimento fosse applicato l’Italia si troverebbe a dover far fronte a
un numero di domande più che raddoppiato rispetto alla situazione attuale.

- Un altro strumento su cui il Consiglio Europeo punta per la gestione del fenomeno è una lista dei 
Paesi “sicuri” da cui i migranti non hanno motivo di scappare e in cui possono quindi essere rimandati. Più volte l’UNHCR ha espresso riserve e preoccupazione sull’uso di tale definizione nelle Direttive Europee: designare un paese come “paese terzo sicuro” può comportare infatti che una richiesta di protezione internazionale non venga esaminata nel merito e sia dichiarata inammissibile, o sia esaminata mediante una procedura accelerata con garanzie procedurali ridotte. La compatibilità di questa misura con lo spirito della Convenzione di Ginevra è stata più volte messa in discussione.



P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, commenta così gli esiti del summit di ieri: “Riconosciamo che l’Unione Europea ha compiuto un primo passo per una gestione unitaria e programmata del fenomeno migratorio. Tuttavia ci pare si continui a ragionare su politiche di chiusura dei confini che non consentono un cambio di prospettiva rispetto alle grandi crisi umanitarie che interessano il mondo. Ancora una volta rileviamo che per l'Unione Europea la sicurezza e il controllo delle proprie frontiere sono prioritari rispetto all'accoglienza e alla protezione di chi scappa da guerre e persecuzioni".

giovedì 18 giugno 2015

Comunicato congiunto per chiedere attenzione per il problema delle morti in mare





L'Associazione per i Diritti Umani pubblica il seguente comunicato molto importante:




COMUNICATO AGLI ADERENTI




Il 15 giugno 2015 un gruppo di associazioni, tra cui il nostro Comitato, ha depositato presso il Consiglio Per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, una Dichiarazione congiunta sul problema delle morti di migranti nel Mediterraneo e nei Paesi di transito, che si trasmette qui di seguito.

Il nostro Comitato è molto grato al CELS di Buenos Aires per la possibilità che ci ha offerto e si augura che la collaborazione possa continuare in futuro.





Consejo de Derechos Humanos, 29a. Sesión

Enhanced interactive dialogue on the human rights of migrants

Ginebra, 15 de junio de 2015





Distinguidos Delegados,



Queremos llamar la atención del Consejo y poner en crisis una tendencia que se traduce en la desprotección de los derechos humanos de las personas migrantes.



En lo que va del año, más de 1500 personas murieron o desaparecieron al intentar cruzar el mar Mediterráneo para llegar a Europa. Entre 2013 y 2014, 6000 migrantes fallecieron en las mismas circunstancias. Estamos frente a una crisis humanitaria, una cuestión política urgente y parte central de la agenda de derechos humanos de nuestros días.



Los migrantes víctimas de redes de ilegalidad que organizan el cruce del mar en condiciones precarias, degradantes y extorsivas. Como respuesta, la Unión Europea fortalece el control migratorio en sus fronteras por medio de fuerzas armadas o de seguridad, implementa mecanismos de devolución al lugar de procedencia y amenaza utilizar material bélico contra barcos ubicados en puertos africanos.



A este preocupante cuadro se agrega la ampliación de las zonas de control migratorio en terceros países y la consolidación de operativos de interceptación de migrantes en el mar. Estas respuestas imprimen a las políticas migratorias un enfoque policial con consecuencias insoportables.



Prácticas similares se verifican en otras latitudes, como en la frontera entre Estados Unidos y México, donde los migrantes son forzados a cruzar por zonas desérticas, deportados por puntos distintos que los que cruzaron, detenidos largamente en la frontera, sometidos a procesos judiciales extreme line en los que el cruce de una frontera es considerado un crimen grave, o expropiados de sus pertenencias.



Es urgente una reformulación mundial de los modos en los que los actores locales e internacionales atienden la situación de los migrantes en las fronteras. En 2014, el Alto Comisionado publicó los Principios y Directrices sobre los Derechos Humanos en las Fronteras Internacionales. Estas normas señalan que los derechos humanos rigen dondequiera que los Estados ejerzan un control efectivo, aun fuera de sus territorios. Exigen también debido proceso, acceso a la Justicia para denunciar abusos y mecanismos de reparación. Sería muy relevante que estas Directrices se establezcan como reglas mínimas de actuación de los Estados, que sean a su vez traducidas en normas internas.



Urge dar prioridad al rescate de personas en peligro, pero es necesario, sobre todo, un replanteamiento de las políticas migratorias para que prevean mecanismos de entrada regulares, la única forma de prevenir otras tragedias y de desmantelar las bandas criminales a las que se ven obligados a recurrir para llegar al continente europeo.



Muchas gracias.





CAREF - Comisión de Apoyo a Refugiados y Migrantes

Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS)

Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos

Conectas Direitos Humanos

Corporación Humanas – Centro Regional de Derechos Humanos y Justicia de Género