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martedì 22 dicembre 2015

Una giornata nell'agenzia di stampa delle donne curde



Kurdistan, a Diyarbakir arrestata una giornalista curda La reporter Beritan Canozer è stata arrestata a Diyarbakir, nel corso di una manifestazione. Fa parte dell'agenzia di stampa JinHa, gestita interamente al femminile



di Martino Seniga (da www.rainews.it)






Turchia, due morti negli scontri a Diyarbakir tra curdi e polizia di Martino Seniga 17 dicembre 2015. E' stata arrestata mentre cercava di svolgere il suo lavoro, raccontare quello che stava accadendo durante la manifestazione per chiedere la fine del coprifuoco nel Sur, la città vecchia di Diyarbakir. Si chiama Beritan Canözer, la giornalista dell'agenzia di stampa JinHa, all’ultimo piano di uno degli edifici più alti di Diyarbakir. Jin in curdo vuol dire donna e qui lavorano solo donne. Le giornaliste sono una decina nella “capitale” e 5 o 6 dislocate in altre città del Kurdstan. Le notizie scritte in curdo, turco e inglese non raccontano solo la lotta quotidiana delle donne e degli uomini curdi in Turchia, Rojava (Siria), Iraq e Iran ma anche le storie di violenza contro le donne che arrivano da tutto il mondo. Qualche volta si trovano anche notizie positive, che raccontano i risultati ottenuti dalle donne nei campi del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza. Da quando, dopo le elezioni del 6 giugno, è stato interrotto il processo di pace tra il governo turco e i rappresentanti del movimento curdo, la homepage è generalmente riempita dalle notizie dei coprifuoco e degli scontri, che da alcuni mesi caratterizzano la vita quotidiana in molti distretti del Kurdistan turco. L’attenzione delle giornaliste si concentra in particolare sui casi in cui tra le vittime dei conflitti ci sono donne e bambini.




Tra una notizia e l’altra scambio qualche parola con una delle collaboratrici mentre beviamo un caffè curdo nella cucina comune affianco alla redazione. Mi racconta che i proventi del lavoro dell’agenzia vengono ridistribuiti tra tutte le redattrici secondo i loro bisogni. Se una giornalista deve mantenere uno o più bambini o un genitore malato riceve un compenso maggiore di quello che va ad una single che vive con i genitori. Anche le decisioni editoriali vengono prese in modo collegiale, non c’è un direttore anche se una delle giornaliste più anziane è considerata quella con maggiore esperienza. Finisco il caffe curdo, che è sempre lo stesso caffè che i turchi chiamano caffè turco e i greci caffe greco.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Ebdo e la bomba in Yemen: segnali di una guerra globale

I due gravissimi episodi accaduti ieri, 7 gennaio 2015, l'attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Ebdo in Francia e l'autobomba a Sana'a, capitale dello Yemen, sono legati da un filo rosso. Rosso come il sangue di una guerra di civiltà.


Abbiamo chiesto alla giornalista Laura Silvia Battaglia di commentare gli episodi per capire bene cosa sta accadendo e la ringraziamo per questo suo contributo.


I due episodi di ieri, l'attentato a Parigi contro il giornale satirico Hebdo e l'autobomba a Sanaa in Yemen, contro l'accademia di polizia, entrambi costati la morte a giornalisti, civili, militari, ci dicono con chiarezza un paio di cose. La prima: che siamo in presenza di scenari mutati e sempre più cruenti nel nuovo assetto del Medio Oriente da una parte e dell'Europa dall'altra. La seconda: che da tempo sono in atto ma sono arrivate solo oggi a piena maturazione le previsioni di conflitto globale già in atto dal 2004 e che interessano oggi i civili, le religioni, la cultura, le tradizioni e mettono fortemente in crisi qualsiasi tipologia di convivenza e cosmopolitismo. Se in Oriente si è favorito il contrasto e la lotta tra sunniti e sciiti, presentandola come una questione squisitamente religiosa, in Occidente si sta stimolando l'odio, da una parte contro i musulmani tout court e migranti provenienti da queste aree, dall'altra contro le società democratiche che tendono a favorire una laicità che e' diventata laicismo e sopportano i fenomeni migratori con leggi inadeguate e diffusi atteggiamenti ipocriti.
In entrambi casi, a farne le spese saranno le componenti sociali più a rischio: i giovani in Yemen e Medio Oriente e i migranti in Europa. Ma ciò che è più' preoccupante è il solco che si traccia in mezzo, figlio di anni di bombardamenti, droni e detenzioni eccezionali da una parte e di incitamenti all'odio confessionale e culturale verso i kuffar (gli infedeli) dall'altra. In questo clima, occorre abbandonarsi meno alle opinioni e più ai fatti. Sospendere i giudizi non richiesti e le conclusioni affrettate ma, allo stesso tempo, non avere paura ad affrontare dettami, pregiudizi o incomprensioni sulla propria identità e su quelle altrui che possano mettere in pericolo la stabilità di un Paese e la convivenza civile.

venerdì 16 maggio 2014

Protezione internazionale: modifiche, richieste e possibilità



L'Istituto della protezione internazionale è stato introdotto in Italia con decreto legislativo 251 del 19 novembre 2007. Lo status di rifugiato viene riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra (8 luglio 1951) in cui si legge che il rifugiato è colui che: “ temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tale avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

Dal mese scorso è on-line una nuova area del portale Integrazione Migranti proprio dedicata alla protezione internazionale in cui si fa particolare riferimento all'inserimento socio-lavorativo.

Il sito è www.integrazionemigranti.gov.it e la nuova area è frutto di una collaborazione tra il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali e dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L'area intende promuovere una mappatura dei servizi e dei progetti dedicati ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale o umanitaria su tutto il territorio italiano.

La salute, la tutela legale e l'integrazione sono i temi principali su cui si è lavorato: per quanto riguarda la salute, in particolare si possono ottenere informazioni utili sui servizi di assistenza psicologica e psichiatrica rivolti alle persone che hanno subito violenze e torture nel Paese d'origine o durante il viaggio. Per quanto riguarda la tutela legale, sono previsti alcuni percorsi di preparazione ai colloqui con la Commissione che dovrà decidere per il riconoscimento dello status di rifugiato. Sono, inoltre, mappati anche progetti di integrazione con l'opportunità di fare esperienza in vari settori lavorativi, culturali e sportivi.

All'indirizzo della redazione, redazioneintegrazione@lavoro.gov.it, è possibile segnalare altri servizi e progetti, notizie, eventi e iniziative.

Nell'area “protezione internazionale” un capitolo è dedicato al tema dell'accoglienza e sembra che il percorso di accompagnamento e di inclusione degli stranieri e, in particolare, dei richiedenti asilo non sia segnato da difficoltà: si parla di posti disponibili nel Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e dei Rifugiati (SPRAR), si parla di ospitalità nei CARA oppure di un contributo economico da parte delle Prefetture, per il sostentamento di vitto e alloggio in altre strutture; si fa riferimento alla tutela giuridico-amministrativa, alla formazione linguistica e anche a progetti rivolti alle persone più vulnerabili: disabili, minori non accompagnati, donne sole in stato di gravidanza.

Tutto un sogno? No, è tutto scritto...Ma dalle parole scritte (anche su un portale) bisogna passare ai fatti.



A breve parleremo anche del Rapporto “Accesso alla protezione: un diritto umano”, progetto del programma europeo per l'integrazione e la migrazione a cura del CIR, Consiglio Italiano per i Rifugiati.

martedì 12 novembre 2013

Una conversazione con Jean Claude Mbede Fouda: direttore di All TV, la televisione di tutti


L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato al convegno di lancio di All TV, primo canale televisivo italiano che promuove la cittadinanza comune (di cui potete vedere i video sul nostro sito e sul canale dedicato Youtube dell'associazione) e ora vi proponiamo l'intervista che, in seguito, abbiamo fatto al Direttore responsabile, Jean Claude Mbede Fouda, che ringraziamo molto.



Cosa intende quando parla di “cittadinanza comune”?

Quando parlo di cittadinanza, parlo di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di uguaglianza di diritti e doveri e di una società dove tutti i cittadini si frequentano, si parlano: una società senza discriminazioni.

Quali sono le carenze dei mezzi di informazione italiani?

La stampa italiana ha discriminato cinque milioni di persone. Ci sono cittadini, all'interno della società italiana, anche se non regolarmente, che vengono ignorati del tutto dalla stampa: cinque milioni sono tanti, sono troppi anche dal punto di vista economico perchè, ad esempio, non consumano il marchio italiano.
Durante il nostro convegno anche il Direttore de Il Giorno, Giancarlo Mazzuccato, ha affermato che la stampa italiana non fa alcuno sforzo per andare incontro alle comunità straniere, ma è altrettanto vero che le stesse comunità straniere in Italia - sicuramente perchè impaurite - non fanno molto per farsi conoscere. Gli stranieri vivono come cittadini di “serie B” perchè sembra che tutti i ragazzi stranieri - anche coloro che studiano, che si laureano - siano condannati a fare i “badanti”: sembra che per loro non ci sia un futuro.
Gli italiani non sono razzisti, io dico che non conoscono: non c'è una conoscenza culturale. I media parlano degli stranieri solo in termini negativi: parlano di violenza, di stupri, di rapine etc., ma non parlano degli stranieri ingegneri, medici, avvocati. In televisione ci invitano solamente per parlare della nostra storia di migranti, arrivati a Lampedusa, ma mai quando si parla di economia o di istruzione.

Lei è un giornalista, ma quando è arrivato in Italia - cinque anni fa - ha avuto qualche difficoltà ad entrare nelle redazioni...

Un amico diceva che le redazioni italiane sono come l'Italia: bianche e cattoliche.
Qual'è la percentuale di cittadini di origine straniera nelle redazioni italiane? Se andiamo a vedere, su una redazione che conta mille giornalisti, non ce ne sono due. Come può una redazione essere interessata agli “Esteri” oppure alle comunità straniere se non c'è un giornalista straniero al suo interno?
Se l'Italia vuole crescere, potrebbe fare come il Sudafrica dove praticano la “discriminazione positiva”: cioè mettono, all'interno della redazione, una persona di una comunità straniera che sappia raccontare ciò che conosce da vicino. La parola d'ordine, invece, nelle redazioni italiane è che la conoscenza delle comunità straniere “non interessa” all'italiano medio, ma questo non è vero. Se noi prepariamo un'informazione fatta bene, questa viene consumata da chiunque.
Siamo noi giornalisti che dobbiamo dare l'informazione e far sì che la società possa sentirsi multiculturale; per questo con la nostra televisione vogliamo essere l'immagine dell'Italia che vogliamo raccontare. Nella nostra redazione ci sono persone di tante nazionalità e di tutti gli orizzonti: italiani, stranieri neri, stranieri bianchi.

Questo è il motivo per cui avete chiamato il canale televisivo All TV ?

Non è una Tv per stranieri, ma una Tv che vuole far conoscere gli stranieri agli italiani e che vuole far conoscere la Storia, la cultura italiana agli stranieri. E' la Tv comune, la Tv di tutti.
Per noi l'italiano è la lingua che unisce italiani e stranieri, è il primo strumento di integrazione per gli stranieri che arrivano ed è lo strumento per far comunicare le persone che appartengono alle diverse comunità: ecco perchè tutto quello che facciamo è in lingua italiana. Questo è ancora più importante per un giornalista, per un intellettuale, perchè la lingua è per lui anche il mezzo di lavoro.

Cos'è, per lei, l'Italia?

L'Italia è tutto per me. Un immigrato vero non può far del male all'Italia: nessuno può amare l'Italia più di un rifugiato a cui l'Italia ha salvato la vita.
L'amiamo perchè è l'unico bene che abbiamo.
Sono arrivato qui a 29 anni, il mio Paese mi ha rifiutato e io, come molti altri giovani, voglio mettere tutta la mia energia a disposizione dell'Italia: aiutarla a crescere, perchè vogliamo dimostrare di avere tanto da dare.