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domenica 19 luglio 2015

Milano ricorda Paolo Borsellino

19 luglio 1992 - 19 luglio 2015
Milano ricorda Paolo Borsellino



Domenica 19 luglio 2015 Milano ricorda Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.
Al mattino alle 10.30 convegno in Sala Alessi a Palazzo Marino dalle ore 10.30 con un convegno e al pomeriggio dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino, in via Benedetto Marcello per osservare - alle 16.58 - un minuto di silenzio.


Di seguito le iniziative


Mattino: convegno dalle 10.30 alle 12.30 in Sala Alessi, Palazzo Marino

Basilio Rizzo, pres. Consiglio Comunale di Milano Saluti istituzionali

Laura Incantalupo, Scuola Caponnetto“Vivere l’antimafia nel quotidiano è possibile per tutti”

David Gentili, pres. Comm. Consiliare Antimafia Comune di Milano"L'impegno del Comune di Milano nella lotta alle mafie: dal negazionismo alla costituzione di parte civile"

Lucilla Andreucci, referente Libera Milano“Libera Milano, esperienza di antimafia sociale. Un popolo in movimento”

Giuseppe Teri,  Scuola Caponnetto, Coordinamento Scuole Milanesi"Rocco Chinnici, precursore del pool antimafia. Il magistrato che per primo intuì l'importanza di organizzare e coordinare la lotta alla mafia"

Sabrina D'Elpidio, Agende Rosse di Milano gruppo Peppino Impastato "Via D'Amelio: la difficile ricerca della verità tra depistaggi e menzogne"

Donata Costa, pubblico ministero presso la Procura di Monza "Corruzione: anticamera della mafia al nord"

Nando dalla Chiesa,  pres. Scuola Caponnetto, pre. onorario Libera "La stagione delle stragi. Significati storici e convergenze strategiche"



Pomeriggio: cittadini e Istituzioni si incontrano dalle 16.15 all'albero Falcone-Borsellino in via Benedetto Marcello, davanti al Liceo Volta

Alle h. 16.58 un minuto di silenzio e la sirena dei Vigili del Fuoco. Installazioni d’arte a cura di Jerry Bogani e di Studio Pace10 “Gli eroi non muoiono mai” e “L’agenda rossa di Paolo Borsellino

venerdì 16 gennaio 2015

Teatro, libri, legalità




Dedichiamo questo post a Paolo Borsellino, in occasione della ricorrenza del suo compleanno, il 19 gennaio e a Francesco Rosi, regista del capolavoro Le mani sulla città.






Il giorno della civetta di Sciascia, Le pagine corsare di Pasolini, i testi poetici di Buttitta: il testo letterario si intreccia a quello teatrale nello spettacolo intitolato Io vedo, Io sento...e parlo. Mafia da sud a Nord, in scena al Teatro Verdi di Milano da martedì 13 a domenica 18 gennaio.

Usare gli occhi per guardare bene in faccia la realtà anche nelle sue pieghe più nascoste, ascoltare con attenzione e capire cosa accade intorno a noi, leggere per approfondire e informarsi e poi parlare, senza paura, abbattere i muri di omertà per combattere ogni forma mafia: mentalità, comportamenti, scelte e pratiche qutidiane che vanno contro il vivere civile e la legalità.

Di tutto questo e di molto altro si parla nella proposta multidisciplinare “La diritta via” che vede coinvolti, oltre al teatro e la letteratura, anche altre forme artistiche e culturali: la musica e il giornalismo, ad esempio. Vengono raccontati sessant'anni di criminalità organizzata, da “sud a nord” perchè, purtroppo, il fenomeno riguarda tutto il BelPaese: dalla strage di portella della Ginestra, nel 1947, fino all'infiltrazione delle cosche in Brianza e oltre.

Canzoni popolari, immagini, poesie in scena con il cantastorie Tano Avanzato - regista anche dello spettacolo - Erminia Terranova, i musicisti del Gruppo Zabara, l'ex giudice Giuliano Turone. In collaborazione con l'associazione Saveria Antiochia e Centro Studi Omicron.

Nel foyer è allestito un banchetto per la vendita di saggi e libri che parlano della lotta alle mafie.






PER I NOSTRI LETTORI PROMOZIONE AD HOC: biglietti scontati a 14€ anziché 20€ (previa prenotazione: prenotazioni@teatrodelburatto.it – 02 27002476), un ulteriore sconto pari al 50% - quindi biglietti a 10€ - per un gruppo di minimo 10 persone.












lunedì 17 novembre 2014

Premio nazionale Paolo Borsellino: "Confessioni di un trafficante di uomini"




Siamo lieti di comunicarvi che il Premio nazionale “Paolo Borsellino” è stato vinto da Andrea Di Nicola, coautore insieme a Gianpaolo Musumeci del saggio Confessioni di un trafficante di uomini e, in questa occasione, l'Associazione per i Diritti Umani vuole riproporvi l'intervista che abbiamo fatto a Giampaolo Musumeci all'uscita del libro.


Confessioni di un trafficante di uomini è il titolo di un libro-inchiesta (edito da Chiarelettere) in cui gli autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina, dall’Europa dell’Est fino ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo per scoprire cosa e chi dirige i viaggi della “speranza” di tutti quei migranti che sono costretti ad abbandonare i propri luoghi d'origine: si racconta di soldi, di un network di trafficanti, di una vera e propria organizzazione criminale. La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce, nemmeno le istituzioni. O forse sì.





Abbiamo intervistato per voi Giampaolo Musimeci che ringraziamo molto.




Come siete riusciti a reperire il materiale per questo libro-inchiesta?



E' stato un lavoro di due anni e mezzo che ha fatto tesoro anche degli anni precedenti. Gli anni precedenti miei, perchè dal 2006 ho lavorato sulle rotte dei migranti come fotografo; Andrea Di Nicola, che è criminologo, studia il traffico di persone.

Ci occupiamo di snubbing che - a differenza del trafficking che rieccheggia il termine “tratta” - sarebbe il “contrabbando” di persone: lo scafista, dietro pagamento, mi consente di passare le frontiere irregolarmente. Abbiamo lavorato su due binari: quello giudiziario (studio di atti processuali e interviste in carcere ad alcuni scafisti) e poi il viaggio (in Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Libia) per incontrare trafficanti a piede libero. Ci siamo presentati come giornalisti e non è stato facile perchè non è facile far parlare un criminale; il criminale ti racconta la SUA storia, la SUA verità, ma resta valida come testimonianza. E' comunque la prima volta che si indaga in questo mondo nascosto.




Come avviene il “contatto” tra migranti e trafficanti?



E' molto semplice: noi, nel libro, utilizziamo la metafora dell'agenzia di viaggi. Un trafficante che abbiamo incontrato in Egitto ha una rete commerciale, una serie di agenti, di ragazzi “svegli, ma non troppo”, come dice lui. Devono, cioè, essere efficienti, ma non devono fare domande. Questi ragazzi intercettano la domanda di emigrazione, poi mettono in contatto le persone con il trafficante il quale le fa passare tra Egitto e Libia e li mette nelle mani dei libici che li fanno salire sui barconi. Lui è un collettore, ha la sua forza vendita sul territorio: in ogni villaggio ha un suo uomo e, quando uno di loro chiama perchè ci sono persone pronte a partire, inizia ad organizzare la macchina o il furgone. Quando ne ha 5, 10, 20 si mette d'accordo con i colleghi che stanno sulla frontiera tra Egitto e Libia, corrompe eventualmente le polizie e fa arrivare i migranti ai porti.

I trafficanti sono imprenditori senza scrupoli e con grandissime abilità. Il Mediterraneo vale centinaia di migliaia di euro per queste organizzazioni e noi dobbiamo capire questo per comprendere l'entità del problema e prendere le decisioni corrette: arrestare cento scafisti non serve a niente perchè la rete non viene smantellata. Anche il pattugliamento e la chiusura delle frontiere non serve a nulla perchè i trafficanti fatturano anche di più in quanto la rotta diventa più lunga e i migranti pagano di più.

Come fanno i trafficanti a sfuggire ai controlli? Si può parlare di una vera e propria mafia?



Il termine “mafia” è molto usato dai migranti stessi: due anni fa ero al confine tra Grecia e Turchia per fare un servizio su Frontex e i migranti mi dicevano: “Do you know mafia?, Do you know agent?”, gli agenti, la mafia per loro sono i trafficanti. In realtà non ha niente a che vedere con la mafia nostrana, nel senso che non c'è una cupola, una regia unica, ma sono tante organizzazioni transnazionali, sono tante reti.

Un grosso trafficante, a Il Cairo, ci ha detto che non c'è un leader, uno più bravo degli altri, ma che sono in tanti e che si aiutano tra di loro. Uno scafista, invece, ci ha detto che loro sono i “facebook” dei trafficanti, tanti nodi di una rete e, a volte, i rapporti sono di natura tribale, a volta di natura amicale...Il nostro tentativo è stato quello di rifare la “filiera” a ritroso, per andare alla fonte.

I trafficanti riescono sempre a sfuggire ai controlli. Quando un trafficante è di base a Karthoum, come fa un poliziotto italiano ad intercettare il suo telefono? Con quale banda armata parliamo in Libia, se vogliamo arrestare qualcuno? Sono tante reti, sono troppi e non c'è collaborazione a livello internazionale, alcuni Paesi non collaborano. Lo scafista è il pesce piccolo ed è rimpiazzabilissimo. Molti scafisti non sanno nemmeno per chi lavorano e alcuni grossi trafficanti subappaltano il viaggio dei migranti.


Cosa occorerrebbe, a livello di politica italiana e internazionale, per bloccare il traffico di persone?



Parlo anche a nome di Andrea perchè la pensiamo allo stesso modo. E' impensabile che dei richiedenti asilo si mettano nelle mani dei trafficanti. Si potrebbe pensare, per esempio, a un cordone umanitario, oppure si potrebbero usare i traghetti di linea o le navi da crociera perchè il viaggio costerebbe anche meno (questa è una proposta fatta da un vescovo...).

Abbiamo capito che la chiusura delle frontiere europee serve solo ad alimentare il traffico: potrebbe, invece, funzionare il dialogo tra Paesi per cui, se io so che c'è un grosso trafficante turco, devo poter parlare con le autorità turche...So che qualcosa in questo senso si sta muovendo perchè un magistrato con cui abbiamo parlato, era a Istanbul un paio di mesi fa e stava cercando di rafforzare la cooperazione internazionale con quel Paese.

Ricordiamoci anche che l'immigrazione è la più formidabile leva politica che ci possa essere, uno dei temi più strumentalizzati: forse l'Europa non fa abbastanza nella prima accoglienza, però la Germania, la Norvegia, l'Inghilterra accettano la maggior parte delle richieste di asilo. I migranti non rimangono da noi, quindi non si deve gridare all'emergenza perchè questa è la barzelletta italiana. Oltretutto, non esiste solo Lampedusa in Italia: la maggior parte dei migranti arriva a Fiumicino con un passaporto falso oppure passano da Trieste, dalla rotta balcanica.

Il nostro libro serve proprio a cambiare la prospettiva: quello del traffico di persone non è un affare improvvisato, ma è un'organizzazione enorme che ricicla denaro e l'Euroa sta mettendo in atto risorse che non sono adeguate.










sabato 19 luglio 2014

Il maresciallo in pericolo e le istituzioni tacciono




Vi proponiamo, cari lettori, quest'altro articolo per ricordare la strage di Via d'Amelio, nel 22° anniversario, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Cluadio Traina, Walter Eddie Cosina e Vincenzo Li Muli.

(Vi rimandiamo, se volete, anche all'intervista ad Salvo Palazzolo che abbiamo fatto in occasione dell'uscita del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto con la Signora Agnese, vedova Borsellino).             





Nemmeno la lotta alle mafie deve andare in vacanza. In tempi di inchini e genuflessioni davanti ai boss, arriva anche una minaccia vera. Ieri, 18 luglio 2014, sulle pagine palermitane di Repubblica, il giornalista Salvo Palazzolo scrive che il collaboratore di giustizia Flamia avrebbe riferito ai p.m. Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli l'intenzione della cosca siciliana di Porta Nuova di uccidere il maresciallo dei carabinieri Michele Coscia. “Due anni fa, durante un'udienza del processo 'Perseo', Giuseppe Di Giacomo mi disse che con Vincenzo Di Maria e Massimo Mulè avevano ormai deciso l'omicidio di Coscia perchè il maresciallo continuava a dare troppo fastidio con le sue indagini”, queste le parole del pentito anche se poi Giuseppe Di Giacomo è stato ammazzato da un commando in Via Eugenio l'Emiro.

Il maresciallo Coscia, di origini pugliesi, presta servizio in Sicilia da circa vent'anni e, in particolare, per tre anni è stato al commissariato di Bagheria. Fu uno dei primi ad occuparsi del delitto delle tre donne della famiglia di Francesco Marino Mannoia nel periodo in cui questi aveva deciso di collaborare con il giudice Falcone. Falcone stesso non si capacitò di come la notizia della collaborazione potesse essere uscita e fosse diventata nota ai clan.

Il maresciallo Coscia continua ad essere in pericolo e nessuno deve abbassare la guardia: né lo Stato - per non ripetere gli stessi errotri del passato, sottovalutando la situazione - né la società civile che deve imparare a denunciare e a superare l'omertà e la cultura della paura. Perchè proprio la paura, il ricatto e le minacce sono le prime armi che uccidono un Paese e una collettività.

venerdì 23 maggio 2014

Falcone, Borsellino e l'amore della signora Agnese






Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche setimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo.



Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la crminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell'onestà e della giustizia.



Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l'etica di un uomo, ma anche l'amore di una coppia e il calore di una famiglia.

 



Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l'intervista.


Perchè la signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una storia così personale?


La signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione – mi disse ancora - è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo delle stragi mafiose”.


Un romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi a quel tragico 19 luglio 1992?


Per Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992, tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di via d’Amelio.


La signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio quel momento e il senso di quella telefonata?


E’ uno dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto: “Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato. Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo tutti i protagonisti”.


Lucia, Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado, un eroe civile?

Loro portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso, sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una grande forza proprio nella sua famiglia.



Qual è l'appello che la signora Leto Borsellino ha voluto lanciare con questo libro?


Agnese ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città, storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza.




giovedì 26 dicembre 2013

Parlare di mafia e sorridere: si può


Parlare di mafia, sorridere e commuoversi: è possibile. E' riuscito a farlo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif - ex del trio de Le Iene, celebre trasmissione televisiva di Italia 1, ma anche aiuto regista di Marco Tullio Giordana in quel capolavoro de I 100 passi (sulla vicenda di Peppino Impastato) di cui La mafia uccide solo d'estate è come un fratello cinematografico.
Diliberto è cresciuto professionalmente e ha deciso di mettersi dietro la cinepresa per raccontare la mafia attraverso gli occhi di un bambino, Arturo, e con il registro della commedia che, spesso, durante la narrazione, porta al sorriso.
Nato a Palermo, Arturo è stato concepito lo stesso giorno in cui venne ucciso Michele Cavataio per mano di Riina, Provenzano, Bagarella e da due affiliati della famiglia Badalamenti, tutti travestiti da militari della Guardia di Finanza. 

Sono gli anni in cui la mafia abbatte quegli eroi contemporanei che hanno lottato fino all'ultimo per sconfiggerla, in una città omertosa, impaurita o rassegnata. E il piccolo Arturo, che cresce in questo ambiente complesso e contraddittorio dove alcuni sono gentili e altri spietati, vuole incontrare chi sta dalla parte giusta come il commissario Boris Giuliano o il Generale Dalla Chiesa. L'unico che non riesce ad incontrare è il Presidente del Consiglio, che in quegli anni era Giulio Andreotti, ma che dallo schermo televisivo gli impartisce una lezione sentimentale. Sì, perchè il nostro giovane protagonista è da sempre innamorato di Flora che vede come una principessa fin dai tempi delle elementari.
Passano gli anni, i bambini crescono e Arturo coltiva la passione per il giornalismo; non riesce ad essere molto diverso da quella comunità che non vuole ribellarsi al malaffare. Ma, nel '93, qualcosa cambia. Cambia per Arturo e Flora, cambia per Palermo, cambia per l'Italia intera: l'uccisione dei giudici Falcone e Borsellino squarcia le coscienze e riconsegna la voglia di dire “no” alla violenza e all'ingiustizia. E dal sorriso si passa alla riflessione. 
Un viaggio lucido, a tratti anche divertente, in un Paese-bambino che, forse, un po' negli anni è cresciuto: come il protagonista, infatti, anche gli italiani hanno acquisito lucidità e fermezza nell'affrancarsi dalla cultura della prevaricazione e delle minacce per desiderare riaffermare i valori dell'onestà e dell'amore, quello autentico e pulito. Pif, anche lui palermitano, guarda con disincanto la propria terra, ma le attribuisce la capacità di riscattarsi grazie al ricordo e all' esempio di tante persone cadute per lasciare a tutti noi un futuro limpido e rassicurante. Arturo legge le targhe con i nomi di quelle persone, uomini e donne, giovani e meno giovani, che hanno perso la vita in nome della libertà, della giustizia, del rispetto e della legalità. Quelle targhe che devono essere un monito quotidiano per il nostro impegno a fare altrettanto.

Il film lLa mafia uccide solo d'estate è ancora proiettato nelle sale cinematografiche italiane e presto uscirà in DVD.


  

lunedì 2 dicembre 2013

Beni confiscati alle mafie: un viaggio per il diritto alla vita e per la tutela della legalità




La villa di Tano Badalamenti a Cinisi.la reggia di "Sandokan" Schiavone a Casal di Principe, l'enclave dei Casamonica nella periferia romana, perfino una residenza principesca a Beverly Hills, proprietà di Michele Zaza, 'o Pazzo, re del contrabbando. E poi cascine di 'ndrangheta in Piemonte, tenute in Toscana, castelli, alberghi, discoteche, campi di calcio, maneggi: uscito da qualche mese per Chiarelettere, “Per il nostro bene. La nuova guerra di liberazione. Viaggio nell'Italia dei beni confiscati” - un saggio scritto da Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni - è un reportage tra le fortezze espugnate a quella mafia che ha fatto la storia, e che ancora soffoca il Paese. Questo libro racconta cos'erano e cosa sono diventate.
Tra ostacoli di ogni tipo, terreni occupati, edifici distrutti, una legislazione carente, amministratori pavidi, funzionari di banca che concedono mutui ai clan per aiutarli a "salvare" il patrimonio: un terzo delle case sottratte ai mafiosi e non assegnate è gravato da ipoteche, inutilizzabile. Per non parlare delle aziende, quasi tutte, che nel passaggio dalla criminalità organizzata allo Stato falliscono. C'è un'Agenzia nazionale che gestisce e destina i beni sequestrati e confiscati: trenta dipendenti in tutto, zero risorse, rischia lo stallo. Ma questo libro racconta anche le vicende di tante persone che, con intelligenza, determinazione e onestà, hanno tentato di far rinascere la vita sulle macerie di morte, ricatti e minacce.


Abbiamo rivolto alcune domande ad una delle autrici, l'avvocato Ilaria Ramoni, che ringraziamo di cuore per questo importante racconto che ci anticipa l'inchiesta riportata nel saggio.


Quando è partita la vostra inchiesta? E perchè avete sentito l'urgenza di raccontare questo viaggio nell'architettura che ha segnato la presenza mafiosa su tutto il territorio italiano (e non solo)?

Il lavoro sul campo è durato circa un anno e mezzo. Io da molti anni mi occupavo di beni confiscati a diverso titolo, sia come avvocato che come referente di Libera, e sentivo forte l’esigenza di raccontare cosa funziona e cosa non funziona nel procedimento di confisca e di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Strumento potentissimo di contrasto alla criminalità organizzata ma non sfruttato appieno. L’incontro con Alessandra, giornalista del Corriere della Sera, ha segnato però la svolta perché ha voluto raccogliere quella che ritengo essere una vera e propria sfida, ovvero quella di scrivere di tematiche particolarmente complicate in modo narrativo ma scientificamente corretto. L’aspetto maggiormente innovativo di questo libro è infatti proprio questo, la narrazione, il racconto del nostro viaggio. E questo è decisamente merito di Alessandra.


Potete fare alcuni esempi di edifici che hanno, finalmente, subìto una trasformazione: da edifici della criminalità a spazi pubblici, utili per il bene comune? E chi sono le persone che hanno reso possibile questo “miracolo”?

Di esempi ce ne sono diversi. Il primo però è sicuramente quello relativo all’esperienza di Libera Terra con riferimento ai terreni confiscati. Qui i ragazzi delle cooperative sono stati veramente capaci di trasformare il bene confiscato in una opportunità di lavoro e di riscatto per tutto il territorio. Ed ora, vino e pasta prodotti in Sicilia, Calabria, Puglia e non solo vengono addirittura esportati all’estero e quindi possiamo trovarli sulle tavole di tutto il mondo. Quello che per Pio La Torre era forse solo un sogno ora è realtà concreta.
Poi ci sono gli esempi di Cascina Caccia in Piemonte, bene confiscato alla ‘ndrangheta dei Belfiore e dedicato al magistrato che uccisero, dove ora si produce miele e torrone ed è diventato un vero e proprio spazio aperto alla collettività dove si coltiva la prossimità e la vicinanza tra le persone. Anche a Milano un appartamento confiscato all’ndrangheta ora è sede di un centro residenziale per anziani indigenti gestito direttamente dal Comune di Milano. Sono solo alcune delle esperienze magnifiche che il nostro Paese ha saputo mettere in campo cogliendo al massimo le opportunità offerte dalla legge Rognoni-La Torre e dalla legge 109 del 96 che permette il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma c’è ancora tantissimo da fare perché purtroppo le esperienze fallite o in qualche modo bloccate sono veramente ancora troppe.


Nel libro parlate della villa di Tano Badalamenti, a Cinisi, il paese di Peppino Impastato: Impastato, i giudici Falcone e Borsellino, il giornalista Giancarlo Siani, il generale Dalla Chiesa, Don Puglisi e, purtroppo, molti altri sono stati uccisi perchè volevano riaffermare la giustizia e la legalità, ma anche perchè sono stati lasciati soli: c'è il rischio che questo accada ancora?

Purtroppo il rischio c’è sempre così come c’è ancora il rischio che siano proprio gli amici che dovrebbero sostenerti a lasciarti solo per primi. Spesso i personalismi e le invidie fanno molto in questo processo di graduale isolamento e abbandono su cui poi le mafie trovano terreno fertile.
Credo però che rispetto a quegli anni qualcosa sia cambiato in meglio. C’è una società civile maggiormente attenta che ha meno paura di schierarsi a tutela di chi la criminalità la combatte tutti i giorni. E questo anche grazie ad antecedenti storici come quello dei lenzuoli bianchi a Palermo, dell’associazionismo anticamorra a Napoli, di studenti ed insegnanti da sempre in prima linea.

Le istituizoni che soluzioni propongono, oggi, in tema di lotta alla mafia e di confisca dei beni?

Le soluzioni proposte sono ancora di carattere troppo emergenziale e troppo poco strutturale. Abbiamo una buona legislazione antimafia a cui però dobbiamo dare gambe e risorse per essere veramente efficiente ed efficace. La cartina torna sola di tutto questo è proprio l’Agenzia nazionale per i beni confiscati. Organismo unico fortemente voluto da tutti gli operatori del settore e istituito nel marzo del 2010 ma che dopo una forte spinta politica iniziale ad oggi rischia la paralisi. Nonostante tutti sono convinti che sia una ottima esperienza da mantenere e potenziare perché potrebbe segnare la svolta nella lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese, ad oggi si avverte una preoccupante e perdurante mancanza di risorse e, forse, al di là delle parole, anche una scarsa volontà politica di farla funzionare.