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domenica 27 settembre 2015

Berlino accolga anche chi fugge per fame. La maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.

di Ian Buruma    (da La stampa)



Com’è commovente arrivare in Germania, dove i tifosi di calcio reggono striscioni di benvenuto ai rifugiati dal Medio Oriente devastato dalla guerra. La Germania è la nuova terra promessa per i disperati e gli oppressi, i sopravvissuti alla guerra e alla razzia.
Anche i tabloid tedeschi popolari, di norma non molto disponibili, stanno promuovendo la volontà di aiutare. Mentre i politici nel Regno Unito e in altri Paesi si torcono le mani e spiegano perché anche un afflusso relativamente minore di siriani, libici, iracheni, o eritrei rappresenta una minaccia letale per il tessuto sociale delle loro società, «Mama Merkel» ha promesso che la Germania non rifiuterà nessun autentico rifugiato.
Si stima che quest’anno entreranno in Germania 800 mila rifugiati, mentre il primo ministro britannico David Cameron sta sollevando un polverone per meno di 30 mila domande di asilo e lancia cupi allerta su «sciami di persone» che attraversano il Mare del Nord. E, a differenza della Merkel, Cameron è in parte responsabile per aver attizzato una delle guerre (Libia) che hanno reso la vita insopportabile per milioni di persone. Non c’è da stupirsi che la Merkel voglia che i Paesi europei prendano più rifugiati nell’ambito di un sistema di quote obbligatorie.
In realtà, nonostante la retorica ansiogena dei suoi politici, il Regno Unito ha una società etnicamente più mescolata, e per certi versi più aperta, della Germania. Londra è incomparabilmente più cosmopolita di Berlino e Francoforte. E, nel complesso, la Gran Bretagna ha ampiamente beneficiato dell’immigrazione. Infatti, il Servizio Sanitario Nazionale ha avvertito che accettare meno immigrati sarebbe catastrofico e lascerebbe gli ospedali britannici gravemente a corto di personale.
Lo stato d’animo della Germania contemporanea può essere eccezionale. Accettare rifugiati, o qualsiasi genere di immigrati, non è mai stato facile politicamente. Alla fine degli Anni 30, quando gli ebrei in Germania e in Austria erano in pericolo di vita, pochi Paesi, tra cui i ricchi Stati Uniti, erano pronti a prendere più di una manciata di rifugiati. La Gran Bretagna aprì le porte a circa 10 mila bambini ebrei nel 1939, all’ultimo minuto, e solo a condizione che avessero sponsor locali e non avessero con loro i genitori.
Dire che l’atteggiamento generoso della Germania di oggi ha molto a che fare con il comportamento omicida dei tedeschi in passato non serve a spiegarlo. Anche i giapponesi portano un carico di crimini storici, ma il loro atteggiamento verso gli stranieri in difficoltà è molto meno accogliente. Anche se pochi tedeschi hanno ricordi personali del Terzo Reich, molti sentono ancora il bisogno di dimostrare che hanno imparato dalla storia del loro Paese.
Ma l’attenzione quasi esclusiva dei politici e dei media sull’attuale crisi dei rifugiati nasconde questioni più ampie sull’immigrazione. Le immagini di misere famiglie di profughi alla deriva in mare, in balia di contrabbandieri e gangster rapaci, può facilmente ispirare sentimenti di pietà e compassione (e non solo in Germania). Ma la maggior parte delle persone che attraversano i confini europei per trovare lavoro e costruire nuove vite non sono rifugiati.
Quando i funzionari britannici hanno detto che era «chiaramente deludente» che in Gran Bretagna ci fossero 300 mila persone in più rispetto a quante ne fossero andate via nel 2014, non stavano parlando principalmente di richiedenti asilo. La maggioranza di questi nuovi arrivati provengono da altri Paesi dell’Unione europea, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria.
Alcuni entrano come studenti, e alcuni per cercare un lavoro. Non vengono per salvarsi la vita, ma per migliorarla. Accomunando i richiedenti asilo con i migranti economici, questi ultimi sono screditati come se stessero cercando di intrufolarsi con falsi pretesti.
È opinione diffusa che i migranti economici, dentro o fuori dell’Ue, siano principalmente poveri intenzionati a vivere con i soldi delle tasse pagate dai relativamente ricchi. In realtà, la maggior parte di loro non sono parassiti. Vogliono lavorare.
I vantaggi per i Paesi ospitanti sono facili da vedere: i migranti economici spesso lavorano di più per meno soldi rispetto alla gente del posto. Questo, per la verità, non è nell’interesse di tutti: ricordare i benefici della manodopera a basso costo non persuade le persone a rischio di vedersi tagliare il salario. È, in ogni caso, più facile fare appello alla compassione per i rifugiati che all’accettazione dei migranti economici. Anche in Germania.
Nel 2000, il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder voleva rilasciare visti di lavoro per circa 20.000 stranieri esperti di alta tecnologia, molti dei quali provenienti dall’India. La Germania ne aveva un grande bisogno ma Schröder incontrò una dura opposizione. Un politico coniò lo slogan «Kinder statt Inder» (bambini invece di indiani).
Ma i tedeschi, come i cittadini di molti altri Paesi ricchi, non producono abbastanza bambini. Questi Paesi hanno bisogno di immigrati con energia giovanile e competenze per riempire i posti di lavoro che i locali, per qualsiasi motivo, non sono in grado o non vogliono. Questo non significa che tutte le frontiere debbano essere aperte a tutti. L’idea della Merkel delle quote per i rifugiati dovrebbe essere applicata anche ai migranti economici.
Finora, tuttavia, l’Ue non ha saputo adottare una politica coerente sull’immigrazione. I cittadini dell’Ue possono circolare liberamente all’interno dell’Unione (la Gran Bretagna vuole fermare anche questo, ma è improbabile che possa avere successo). Ma l’immigrazione economica dai Paesi non Ue, in condizioni da organizzare in modo accurato, è indispensabile e legittima. Questo non perché i migranti meritino la simpatia degli europei, ma perché l’Europa ha bisogno di loro.
Non sarà facile. La maggior parte delle persone sembrano essere più facilmente influenzate dalle emozioni - che possono portarle all’omicidio di massa o a un’autentica compassione, a seconda delle circostanze - che dal freddo e razionale calcolo del loro interesse personale.




domenica 20 settembre 2015

Gli infetti. Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali



di Lucio Caracciolo       (da La Repubblica)




Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali.
Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo la faglia Nord-Sud, ovvero “formiche” contro “cicale”, spingendoci a evocare per la prima volta l’espulsione di un inquilino per morosità. Poi, medicata ma non curata tanta ferita, ecco lo tsunami dei migranti. Stavolta la partizione distingue, zigzagando, l’Est dall’Ovest, ossia alcuni paesi in paranoia xenofoba da altri che cercano di non farsene contagiare, aggrappandosi ai valori fondativi della moderna civiltà europea.
I muri portanti dell’architettura comunitaria si stanno sbriciolando. Al loro posto proliferano arcigni tramezzi o loro surrogati in lamiera e filo spinato. A disegnare sinistre enclave protette, che si vorrebbero impenetrabili ai migranti d’ogni sorta, profughi inclusi. Neanche fossero portatori d’infezione culturale. Forse però gli infetti siamo noi.
Come possiamo considerarci associati in una comunità di destino con un paese come l’Ungheria, che nel 1956, invasa dai carri sovietici, suscitò in Europa occidentale (Italia compresa) una gara di solidarietà con i suoi profughi, e che oggi si trincera dietro un muro, dichiara criminali coloro che vorrebbero passarlo e mobilita polizia ed esercito contro chi s’azzarda a bucarlo? Quando nel 2000 i “liberali” austriaci di Jorg Haider furono ammessi al governo dell’Austria, gli altri quattordici Stati membri (l’Ungheria e gli altri ex satelliti di Mosca erano ancora in lista d’attesa) imposero blande sanzioni politiche a Vienna. Oggi a Budapest domina, legittimato dal voto popolare, un carismatico leader xenofobo, Viktor Orbán, appetto del quale Haider si staglia campione di tolleranza. Per Orbán i migranti sono animali pericolosi e per tali vanno trattati.
Esasperati, i tedeschi minacciano di colpire l’Ungheria e gli altri paesi che equiparano i migranti ai criminali con sanzioni economiche, tagliando i fondi strutturali loro dedicati. È notevole che, nel penoso annaspare della Commissione e nella decadenza della Francia, Berlino si muova per conto del resto d’Europa, avendo constatato che persino i vertici intergovernativi non servono più a nulla, se non a riconoscersi diversi. Certo non è con le multe, per quanto onerose, che si può spaventare chi si considera in lotta per la sopravvivenza contro un’invasione nemica. L’unica coerente misura sarebbe di separarci con un taglio netto da chi viola apertamente e ripetutamente le regole di base della convivenza umana, prima che lettera e spirito dei trattati europei. Se questa è la sua Europa, se la tenga.
Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. Al Centro-Est del continente, tra Balcani e Baltico, persiste una radicata concezione etnica dello Stato: l’Ungheria è degli ungheresi (naturalmente anche di quelli in provvisoria diaspora, specie fra Slovacchia, Serbia e Ucraina), la Slovacchia degli slovacchi, la Romania dei romeni (inclusi quelli di Moldavia) eccetera. All’Ovest resiste a stento l’idea di cittadinanza, che fonda la nazione su valori e regole condivise al di là del sangue. Modello inaugurato dalla Francia rivoluzionaria, che oggi trova nella Germania multietnica l’esempio migliore. Geograficamente siamo tutti europei. Culturalmente e politicamente apparteniamo a continenti diversi. Ancora per poco, forse. Da questo sabba xenofobo potremmo essere travolti anche noi euroccidentali, italiani non esclusi. Il mito della comunità monoetnica, votata a proteggersi dalle impure razze che bussano alle porte, ha rivelato nella storia la sua potenza di fascinazione. Partita nel 1957 come Europa occidentale, avanguardia veterocontinentale dello schieramento atlantico, questa Unione Europea può scadere nel suo perfetto opposto: un caotico subbuglio di nazionalismi etnici. Arcipelago di reciproci apartheid. Ciascuno arroccato dietro le sue fortificazioni. Con le eurocrazie elitiste a salmodiare nei palazzi blu di Bruxelles e Strasburgo, mimando riti cui esse stesse hanno rinunciato a credere.
Nelle emergenze storiche le democrazie europee hanno saputo talvolta ispirarsi a leader decisi a difenderle. Vorremmo sbagliarci, ma oggi non ne vediamo traccia.

giovedì 10 settembre 2015

I rifugiati in cammino abbattono il “Muro di Dublino”. Il commento del Centro Astalli





La colonna di bambini, donne e uomini nel cuore dell’Europa sono quel canale umano che con caparbietà i siriani hanno costruito per sopperire alla mancanza di canali umanitari. La forza di questa gente dà a tutti noi una lezione di civiltà”. Così P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, commenta la decisione di Austria e Germania di aprire le frontiere e accogliere i migranti in cammino dall’Ungheria.

Oggi assistiamo alla caduta del cosiddetto”
muro di Dublino
”, grazie alla volontà e alla determinazione di un popolo in cammino per ottenere quanto viene chiesto incessantemente da anni a un’Europa sorda: pace e libertà.

L’Europa centrale in queste ore sta vivendo la medesima situazione che da anni ormai Italia, Spagna e Grecia si trovano ad affrontare riguardo agli arrivi di migranti forzati da paesi come Eritrea, Somalia, Nigeria dove conflitti atroci, terrorismo e persecuzioni, troppo spesso trascurati dal racconto mediatico, costringono le persone alla fuga.

Il Centro Astalli esorta le istituzioni nazionali ed europee a rendere strutturali e attivi sul lungo periodo 
canali umanitari sicuri
.
Chiede inoltre la
 sospensione definitiva della Convenzione di Dublino e l’istituzione al suo posto di meccanismi di quote permanenti per un'equa distribuzione dei rifugiati tra tutti gli Stati membri visti umanitari europei
.

Invita inoltre la società civile a trasformare l’emotività e la commozione di questi giorni in atteggiamenti costrutti e fattivi  per
 un’accoglienza nei territori che sia dignitosa e rispettosa dei diritti dei rifugiati.


giovedì 26 febbraio 2015

La Grecia, l'Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca




 


L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale può essere l'apporto del nuovo governo per l'Europa e, quindi, anche per l'Italia.

Ringraziamo moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.




La Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?


Le conseguenze sono state: l'impoverimento, con tagli agli stipendi e alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito, nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di lavoro e l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni e questo ha comportato l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la pressione fiscale e l'ultimo caso è stato quello della tassa sulla prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali dell'immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più alti rispetto al valore reale. C'è stato, quindi, un ribaltamento totale rispetto alla situazione pre-crisi.

La disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via dalla Grecia, in cerca di fortuna all'estero.



Ma c'è stata davvero una piccola ripresa?



E' una ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio. La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario determinato che strozza tutto il resto.
In Grecia, inoltre, non c'era una base produttiva solida di partenza: è sempre stata un'economia fatiscente, un po' di servizio, e questa è una distorsione come lo è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo voglia mettere al palo.



In che modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all'Europa? 




Il nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate sulla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione (che a un'impresa costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando, soprattutto di carbuti. Un'altra misura sarebbe quella di rendere funzionale l'apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno importante, c'è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.

Per quanto riguarda l'Europa: la Grecia, all'inzio, era veramente sola. Negli ultimi tempi c'è stata una timida apertura da parte, ad esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia nel governo greco.

Secondo me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker, conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l'errore nella gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia, senza un controllo. C'è anche una bella immagine che vorrei ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano...

Probabilmente tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si finirà per trattare con Marine Le Pen.




Quali sono i motivi dell'alleanza con gli indipendenti greci e l'apertura verso Anel?


I greci erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.

Anel è un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è la retorica, l'ideologia contro l'austerità (e lì si possono incontrare tutti).

A sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha commentato la riunione con l'eurogruppo allo stesso modo di Alba dorata, quindi c'è una chiusura totale.

In questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è vero che c'è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta muovendo e non dialoga solo con il resto dell'Europa. La posizione geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina...) e questo dovrebbe far riflettere.








mercoledì 5 novembre 2014

Una tragica testimonianza




Riceviamo questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di far circolare. Grazie.



Ho ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4 eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20 settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre, poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono 55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania, ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei sopravvissuti a questa tragica vicenda, per dare la loro testimonianza.



Fr. Mussie Zerai
Chairman of Habeshia Agency
Cooperation for Development
E-mail:
agenzia_habeshia@yahoo.it

http://habeshia.blogspot.com
Phon
+39.3384424202
Phon:
+41(0)765328448

giovedì 24 aprile 2014

The special need: l'amore è per tutti


Enea, un nome epico per un ragazzo speciale: Enea ha ventotto anni e soffre di autismo, ma ha anche il forte desiderio di sperimentare il rapporto sessuale. Due suoi cari amici, Alex e Carlo, decidono di aiutarlo e i tre partono, a bordo di uno sgangherato pulmino, per un viaggio on the road, che diventa iniziatico per Enea e istruttivo per gli spettatori.

Questa il soggetto di The special need, il film documentario del regista Carlo Zoratti, alla sua opera prima e già vincitrice del Trieste Film Festival e del Dok Leipzig.

La prima tappa del percorso è l'Austria, in una casa di appuntamenti, ma qui Alex e Carlo si rendono conto che per il loro amico è necessario un incontro con una persona sensibile e in grado di intercettare difficoltà non espresse. Il cammino, allora, riprende per giungere alla seconda tappa: a Trebel, in Germania, dove si trova la sede di un centro che si occupa di assistere disabili nella scoperta della propia sessualità.

Qui balza subito all'occhio la netta differenza nella tutela dei diritti delle persone affette da autismo (o con altri problemi) tra l'Italia e il Nord Europa, in particolare in Germania: nel nostro Paese certi argomenti sono ancora tabù e le istituzioni non se ne occupano nella maniera più adeguata perchè si pensa, anche a livello giuridico, che l'autistico rimanga un bambino che non crescerà mai.

Zoratti è un autodidatta, ma soprattutto è amico di Enea da tanti anni e l'idea del film, come i due hanno raccontato in numerose interviste anche televisive, è nata: “ ...Quattro anni fa, in piedi davanti alla fermata 11 dell'autobus di Udine. Quel giorno gli ho chiesto se aveva una ragazza: io ne avevo conosciute molte, perchè lui no? Nel 2012, quando sono iniziate le riprese, non sapevamo dove sarebbe arrivata la nostra storia, quale sarebbe stata la strada. Ogni giorno Enea cambiava la traiettoria e io dovevo seguirlo, accettando che fosse lui a guidarmi”. Ecco, forse è proprio questo il segreto quando si ha a che fare con persone speciali: lasciarsi guidare, mettendo da parte sovrastrutture e pregiudizi.

Alex e Carlo sono gli “angeli custodi” di Enea e anche Enea, in un finale del film sorprendete nella sua semplicità, dà a tutti una bella lezione, facendo emergere il nucleo fondamentale della sua ricerca che è, in fondo, una ricerca condivisa: il bisogno di amore.


lunedì 26 agosto 2013

L'uso di gas nervino in Siria




L'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede a Londra, in un primo momento, aveva parlato di decine di vittime; il coordinamento dell'opposizione locale ha parlato di più di 200 morti; 650 per la coalizione nazionale siriana e 750 per i comitati di coordinamento dei ribelli. Comunque è strage.
Centinaia di persone, tra cui donne e molti bambini, sono decedute negli ospedali siriani in cui lavora Medici senza frontiere. I rappresentanti della Ong hanno dichiarato che queste persone presentavano sintomi neurotossici: pupille dilatate, arti freddi, schiuma alla bocca. Sintomi causati dall'uso di gas nervino.
Questo attacco sarebbe stato lanciato in una roccaforte ribelle della regione di Goutha, ad est della città di Damasco, da parte delle forze del presidente Bashar al-Assad.
Nelle strutture ospedaliere di Medici senza frontiere sono state ricoverate circa 3600 persone e i sanitari hanno confermato la possibilità dell'utilizzo di armi chimiche, scrivendo: “ La sintomatologia, le caratteristiche epidemiologiche, l'afflusso di un numero così alto di pazienti in un lasso di tempo così breve, fanno pensare fortemente all'esposizione massiccia ad un agente tossico”.
La Coalizione Nazionale Siriana - la prima tra le forze di opposizione - ha sollecitato la comunità internazionale ad adottare iniziative ferme per contrastare questo genere di repressione. Ahmad Jarba, presidente della Coalizione, ha affermato: “ Di parole ne abbiamo avute abbastanza e adesso ci occorrono passi e azioni serie...per fermare la continua uccisione di siriani, con armi tanto tradizionali quanto chimiche. Finora, la risposta del mondo all'operato del regime di Bashar al-Assad è stata invece una 'vergogna', giacchè è rimasta ben lungi dal livello etico e legale che il popolo siriano si aspetta”.
A questo appello il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha affermato che, qualora si accertasse l'uso di armi chimiche, questo costituirebbe un crimine contro l'umanità e violerebbe il diritto internazionale; il Presidente americano, Barack Obama, ha fatto capire che, prima di una possibile azione - congiunta con l'Inghilterra - azione, chiederebbe l'appoggio della comunità internazionale, aggiungendo: “ Simpatizzo con la posizione del senatore McCain il quale desidera aiutare le persone ad attraversare situazioni estremamente difficili e dolorose, sia in Siria che in Egitto. Dobbiamo pensare strategicamente cosa sarà nei nostri interessi nazionali a lungo termine, anche se al tempo stesso cooperiamo a livello internazionale per fare il possibile per fare pressioni su chi è capace di uccidere civili innocenti”; dall'Europa, e in particolare dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, tramite il portavoce governativo, ha affermato di non voler seguire la strada di una soluzione militare, ma di credere nella possibilità di una soluzione politica. Infine, l'Iran: in caso di intervento americano, le autorità iraniane hanno minacciato ritorsioni.