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martedì 3 novembre 2015

America latina: i diritti negati



LA 72”



di Mayra Landaverde


Situato nel comune di Tenosique, Tabasco, "Il rifugio 72 casa per gli immigrati" dà loro uno spazio che ospita temporaneamente le difficoltà della strada. Qui ci si aspetta il treno “La Bestia” si riposa, si mangia. Si tengono anche delle visite mediche per chi ne abbia bisogno. Qui è un rifugio anche per nascondersi dalla criminalità organizzata.


Ma questo luogo, che dovrebbe essere di passaggio, per molti alla fine diventa una sorta di limbo dove si aspetta: si aspetta il denaro inviato dalle famiglie, si aspetta di trovare un lavoro, si aspetta di guadagnare forze. La vita in "La 72" prende per questa parte di migranti un'atmosfera di una calma domesticità in cui è difficile andarsene, dinamiche in cui questi uomini (la maggior parte degli ospiti sono maschi) ormai si erano abituati. Un vero rifugio dove fanno amicizia, dove mangiano insieme agli altri, dove ognuno si racconta. Ma alla fine tutti partono sempre con la speranza di riuscire ad arrivare dall’altra parte della frontiera e compiere il sogno americano.

* Questa serie di scatti fotografici di OLIVIA VIVANCO ha vinto il terzo posto nel XXXII Concorso di fotografia antropologica “Migrazioni” della Scuola Nazionale di Antropologia e Storia, l’INAH e il Ministero per la cultura e le arti.




 
 
 
 
 




Olivia Vivanco è nata a Città del Messico. Ha un diplomato alla Scuola Nazionale di Arti Plastiche e fotografia dell’UNAM e un Seminario di fotografia contemporanea 2007 svolto nel Centro de la imagen.


Ha esposto il suo lavoro in luoghi come il Museo dell'Università del Chopo, CNDH, ENAH, Centro de la imagen, Festival internazionale della della fotografia latina nel 2006 e nel 2007 a Parigi e nella Sala della fotografia documentaria per i diritti umani, l'infanzia e la gioventù in Colombia. Ha pubblicato in riviste Mexicanisimo, Picnic Bizco Magazine, Spleen Journal, Registro e Voces de Altaïr. Insegna presso l'Università del Claustro di Sor Juana. Ha ottenuto una borsa di studio nel 2010 per promuovere progetti culturali.


martedì 27 ottobre 2015

I migranti e le “Iene”



Nell'ultima puntata della trasmissione “Le iene” è andato in onda un servizio che parla dei migranti che tentano di arrivare in Europa dalla Libia. Come sempre, lo stile che caratterizza il servizio è molto forte perchè i giornalisti o conduttori della trasmissione sono giovani, rampanti e diretti per cui testimoniano la realtà in maniera cruda. In questo caso, però, la scelta è efficace.


 

Ecco il link per vedere il servizio:







martedì 20 ottobre 2015

Il Plan Frontera Sur : caccia ai migranti



di Mayra Landaverde
 
 
 


Il 7 luglio 2014 il Governo dello Stato Messicano ha annunciato l’inizio di una campagna in materia di migrazione. Il Plan Frontera Sur.

Secondo le parole del Presidente della Repubblica del Messico, Enrique Pena Nieto, il “ Programma Frontiera sud” ha due obiettivi: il primo e il più importante è di proteggere i migranti centroamericani che transitano per il nostro paese con l’intenzione di arrivare negli Stati Uniti. Il secondo obiettivo è mantenere in ordine la frontiera.


Mantenere in ordine la frontiera? Proteggere i migranti?

Tutt’altro.

Dopo soltanto un anno il PFS ha prodotto circa 107,199 deportazioni verso il Centroamerica.

Nel 2013 i deportati sono stati 77,395.

Il 54% dei migranti ha fra i 18 e i 30 anni. Il 25% restante va dai 30 ai 40 anni. Provengono maggiormente da Guatemala, Honduras e da Il Salvador.

Sono aumentati i crimini commessi contro gli immigrati da parte di criminali comuni, della criminalità organizzata e delle autorità.


La Casa dei migranti (che si chiama “ La 72”) ha documentato e accompagnato decine e decine di persone che denunciano le violenze davanti alla Fiscalía especializada en delitos contra migrantes, organo la cui principale missione è difendere i diritti umani degli immigrati.

Le denunce non sono solo verso la criminalità organizzata ma anche contro istituzioni come l’INM (Istituto Nazionale per la Migrazione).

Finora le denunce non hanno avuto nessuna risposta.


Il PFS ha significato la persecuzione, la repressione e la morte per i migranti. Sempre la Casa per migranti “La 72” ha documentato la scandalosa morte di più di 10 migranti nella regione di Tabasco durante il 2015. Morti in cui sarebbero coinvolte le stesse autorità.

Il Segretario degli Interni afferma che le azioni del governo federale saranno indirizzate a "evitare che gli immigrati mettano a rischio la loro vita utilizzando il treno merci noto come La Bestia; sviluppare strategie specifiche per garantire la sicurezza e la protezione dei migranti; combattere e sradicare i gruppi criminali che violano i loro diritti ".

Tuttavia, si è dimostrato che le azioni del governo messicano violano i diritti umani di chi usa ancora il treno per attraversare il Paese.

E’ importante vedere come nel 2014 le detenzioni sono aumentate del 47% .

27 regioni del Paese hanno avuto un incremento nel numero di detenzioni di migranti, per esempio: Chiapas 46%, nel Tabasco 102%, a Veracruz 40% e in Puebla perfino del 130%.

Il rafforzamento delle frontiere e il controllo della migrazione condotto dall'Istituto Nazionale di Migrazioni [INM] per tutto il Messico (non solo ai valichi di frontiera, ma a bordo di autobus, sulle autostrade, sui treni merci, nelle stazioni, ecc.) hanno aumentato l’insicurezza e la vulnerabilità per i migranti che, nella ricerca di nuove strade (molte a piedi), devono affrontare anche altri tipi di avversità: estorsioni da parte della polizia, detenzione illegale da parte dell'INM, il sequestro, lo stupro e, come detto, gli attacchi della criminalità organizzata che ha trovato un terreno fertile in seguito all'attuazione di tale piano.

Gli avvocati dell'immigrazione, inoltre, hanno osservato numerose violazioni in un giusto processo per i richiedenti asilo in Messico, e pochi immigrati hanno la possibilità di raccontare le loro storie alle autorità così il traffico, i rapimenti e gli stupri restano impuniti.

Miguel Angel Osorio Chong, Segretario degli interni dichiara:

"Quello che stiamo pensando, sono politiche di pubblico interesse. L'identificazione e il controllo che ci permettno di sapere esattamente cosa sta succedendo sul confine meridionale, cosicchè tutti i messicani abbiano la certezza di cosa sta accadendo all'interno del nostro territorio e di ciò che passa e questo lo dobbiamo fare tutti in modo coordinato. "

Certo, in questo ha ragione. Tutte le istituzioni per la prima volta si sono coordinate benissimo per rapire, stuprare rubare e far sparire una quantità di migranti che ogni giorno aumenta.


Congratulazioni al Governo messicano, avete copiato alla perfezione certe politiche migratorie di oltre oceano.


mercoledì 1 luglio 2015

EU013 L'ultima frontiera

 
 




Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.


Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.



Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.


 


Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.
 


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?


Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.



Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.



Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.









venerdì 27 marzo 2015

L'ultimo inganno per i migranti



di Stefano Liberti  (da internazionale.it)


L’idea di istituire in alcuni paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa “permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.


sabato 6 dicembre 2014

Per i siriani in Grecia


 


Anche l'Associazione per i Diritti Umani si unisce al seguente appello:






“SOSTENIAMO LA PROTESTA DEI CITTADINI SIRIANI A PIAZZA SYNTAGMA”




Atene 5 dicembre 2014. Prosegue ad oltranza, davanti al Parlamento greco il presidio e lo sciopero della fame di trecento siriani, in gran parte famiglie con bambini piccoli, che reclamano il diritto ad essere accolti in condizioni dignitose e chiedono di potere lasciare la Grecia per raggiungere un altro paese europeo. Una protesta che mette in evidenza tutti gli effetti negativi del Regolamento Dublino III che inchioda nel primo paese di ingresso i potenziali richiedenti asilo, al punto che molti preferiscono essere respinti in frontiera, o proseguire il viaggio affidandosi agli “scafisti” di terra alimentando di fatto il business dell’immigrazione clandestina, piuttosto che essere costretti a rilasciare le impronte digitali in un paese, come la Grecia, che non può essere definito "sicuro" per i richiedenti asilo per le carenze sistematiche dei suoi centri di accoglienza e per l'inadempimento conclamato delle Direttive e dei Regolamenti europei in materia di protezione internazionale.



http://www.balcanicaucaso.org/aree/Grecia/Centri-di-detenzione-in-Grecia-benvenuti-all-inferno-157449



Rapporti internazionali confermano da anni gli abusi delle autorità greche nei confronti dei profughi, ma non si riesce a trovare una soluzione per coloro che rimangono intrappolati in un paese che presenta una carenza sistematica del sistema di accoglienza, tanto che le Corti internazionali hanno sospeso i rinvii Dublino verso la Grecia.



Fino ad oggi i profughi siriani si sono rivolti esclusivamente alle autorità greche senza alcuno esito.

Nessuna speranza di lasciare la Grecia verso altri stati europei anche perchè l'Unione Europea continua a blindare le frontiere, anche quelle interne, per impedire i cd. movimenti secondari da uno stato all'altro, con una applicazione sempre più rigida del Regolamento Dublino III, decisa anche a livello di forze di polizia, con accordi multilaterali come le ultime intese tra Italia, Austria e Germania.



Rinnoviamo ancora una volta la richiesta per la immediata apertura di canali umanitari per i profughi di paesi terzi, oggi in prevalenza siriani, presenti in Grecia.




L'Unione Europea non può limitarsi a sospendere i rinvii Dublino verso la Grecia e poi non aprire canali legali di ingresso in altri paesi dell’Unione Europea per i profughi che rimangono intrappolati in quel paese. Chi riesce a sfuggire raggiungendo altri paesi EU subisce abusi altrettanto gravi e finisce anche per essere arrestato, come si sta verificando in Bulgaria ed in Polonia.




L’arrivo di un numero sempre più consistente di profughi siriani in Europa ha ormai tutte le caratteristiche di un "afflusso massiccio di sfollati" . Per questo l'Unione Europea deve attivare gli strumenti ed i canali della protezione temporanea previsti dalla Direttiva 2001/55/CE, per decongestionare il sistema dell'asilo e consentire una mobilità secondaria nei diversi paesi UE senza sottostare ai ricatti dei trafficanti di terra. Una volta dotati di un documento provvisorio di soggiorno legale, e dunque della libertà di circolazione, i profughi dovranno avere riconosciuto il diritto di chiedere asilo dove hanno già legami familiari o sociali ed in paesi che abbiano sistemi di accoglienza che rispettino la dignità umana ed il diritto al ricongiungimento familiare.



I nuovi Commissari Europei, il Parlamento, così come Ministri degli Esteri e degli Interni dei Paesi membri devono rispondere delle continue carneficine che avvengono nei mari di fronte all’Europa, delle condizioni disumane di assistenza, prima accoglienza e di detenzione dei profughi, dei migranti richiedenti asilo e dei migranti economici. Devono prendere atto del fallimento di dispositivi come quello di Dublino, e lavorare nell’ottica di politiche di integrazione realmente efficaci così come garantire il diritto alla libertà di circolazione.



La società civile in Italia ed in Europa chiede che si prendano azioni urgenti di monitoraggio della sicurezza ed incolumità dei cittadini siriani ora presenti in Grecia, che venga loro garantito di potersi trasferire in altri paesi EU per ricongiungimenti familiari o per richiedere la protezione internazionale.




***Per firmare contattare Gabriella Guido di lasciateCIEntrare:
ggabrielle65@yahoo.it

venerdì 3 ottobre 2014

A un anno da quei corpi nel Mare Nostrum




Mare Nostrum: non come bene comune, ma nel senso in cui ne parlava Mussolini. Un mare che serviva a colonizzare, a schiavizzare, ad assoggettare. E in quello stesso mare, esattamente un anno fa, il 3 ottobre 2013, sono morte tante, troppe persone: uomini, donne, ragazzi, bambini.


Forse pochi ricordano che la maggior parte di loro proveniva dall'Eritrea, proprio uno dei Paesi dell'Africa orientale vittima delle manie imperialiste, ma così legato all'Italia per la cultura che, per anni, ha caratterizzato le sue città: scuole, monumenti, lingua, letteratura...Quanti eritrei hanno sognato il Belpaese negli anni del Fascismo e quanti, oggi, tentano di venire qui, sognando un futuro migliore, un futuro libero da una nuova, contemporanea dittatura. Ma molti di loro, quel 3 ottobre di un anno fa, non ce l'hanno fatta: sono naufragati, anonimi, in quelle acque che dovevano significare salvezza.

Cosa è cambiato da allora? Frontex si è inasprita, militarizzando terra e mare, invece di aprire corridoi umanitari e ai funerali è stato ufficialmente invitato l'ambasciatore eritreo in Italia, probabilmente complice del dittatore Isaias Afewerki. Quindi poco è cambiato, anzi.

A proposito dei funerali: le commemorazioni delle vittime non sono state fatte a Lampedusa, come logico che fosse, ma ad Agrigento; erano stati annunciati i funerali di Stato, che non sono stati mai effettuati; ma, soprattutto, non sono stati invitati i parenti e gli amici di tutte quelle persone che erano fuggite per cercare rifugio. Nessun rifugio in vita, nessun rispetto in morte.

A loro e ai loro parenti - di cui si stanno cercando le generalità, per dare degna sepoltura ai loro cari - dedichiamo queste poche righe. Perchè almeno la Memoria serva da monito.

giovedì 4 settembre 2014

Io sto con la sposa


 

In attesa che esca anche nelle sale delle città italiane, vi riproponiamo la recensione del film IO STO CON LA SPOSA, presentato nei prossimi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. L' 'appuntamento è al Lido di Venezia per il 4 Settembre alle 14,30 in Sala Grande, con replica il 5 settembre alle 17,30 in Sala Perla. I biglietti si possono acquistare online . Per chi non può essere a Venezia, il festival mette a disposizione 400 streaming on demand su Mymovies per l'Italia, e altrettanti per l'estero su Festival Scope .





Cinque passaggi di frontiera attraverso l'Europa: Italia, Francia, Lussenburgo, Germania, Danimarca e Svezia. Un gruppo di palestinesi-siriani, di notte e clandestinamente, percorrono migliaia di chilometri “accompagnati” da una sposa. Perchè, chi avrebbe il coraggio di chiedere i documenti ad una sposa? Nasce da questa domanda il documentario Io sto con la sposa (On the bride's side) ideato e realizzato da Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, Antonio Augugliaro, videoartista e Khaled Soliman Al Nassiry, porta e critico palestinese-siriano. Siamo stanchi di dividere gli esseri umani in legali e illegali. E siamo stanchi di contare i morti in mare. Non sono vittime della burrasca, ma di leggi europee alle quali è arrivato il momento di disobbedire per riaffermare il principio della libertà di circolazione”, dichiara Gabriele Del Grande.
Quando vedi arrivare gente del tuo paese e sai che stanno scappando da una guerra... - aggiunge Khaled Soliman Al Nassiry - Senti che stai facendo una cosa giusta. Aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ti fa sentire dalla parte del giusto”.
Dal 14 al 18 novembre scorso ventritrè persone, tra ragazzi e ragazze, italiani, siriani e palestinesi prendono parte ad un corteo nuziale che parte da Milano con destinazione Stoccolma, violando le leggi sull'immigrazione. Tasneem, questo il nome della sposa, e i suoi amici sfondano la Fortezza Europa con il sorriso e il coraggio d disubbidire.
Abbiamo cercato uno sguardo nuovo - dice Antonio Augugliaro - scevro da ogni vittimismo e commiserazione. Nel film, raccontiamo prima di tutto una storia che ha il gusto dell'avventura, la dimensione del sogno e la forma di una maschera.
La storia raccontata è una finzione, ma affonda le sue radici nella realtà: per preparare il progetto i registi hanno intervistato tantissimi migranti che hanno messo le loro vite in mano ai trafficanti. Il documentario mette in scena proprio questo tipo di viaggio e di scelta e i tre autori rischiano 15 anni di carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.


lunedì 16 giugno 2014

EU013 L'ultima frontiera





Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.



Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.





Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.

 


 Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?

Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.


Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.


Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

 A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.