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sabato 11 aprile 2015

Sette paia di scarpe: un romanzo sulla Siria tra cambiamento e tradizione


Eliana Iorfida si è laureata in Archeologia nel 2007 a Firenze. Ha partecipato a importanti missioni di scavo nazionali e internazionali in Medio Oriente (Siria, Egitto e Israele) ed è l'autrice del romanzo d'esorsio intitolato Sette paia di scarpe, vincitore del secondo posto nel concorso nazionale “La Giara” (Rai Eri). 


Beirut, 2006, Imad è il padre di Aidha, Nashat e Tahir, è vedovo e ha molta paura di mettere in pericolo la vita dei suoi tre figli perché a Beirut ci si attende l’offensiva israeliana contro gli hezbollah libanesi.
Affidati i ragazzi alle cure della figlia maggiore, Imad li mette su un aereo per Aleppo e da lì continueranno il loro viaggio verso la Jaazera, l’interno desertico della terra siriana, fino ad un piccolissimo villaggio dove vivono i parenti della moglie defunta. Nel villaggio li aspettano i nonni materni insieme agli zii e ai cugini che li accolgono in una vita rigidamente organizzata sui tempi del lavoro e i ruoli di una famiglia patriarcale.
Completamente soggette al volere dei mariti e fratelli maggiori, le donne vivono nella grande casa comune nel sogno del matrimonio che dovrebbe affrancarle dalla casa paterna. Aidha è spinta da una serie di segnali rivelatori a scoprire il perché della frattura tra sua madre e la famiglia d’origine, e sarà Karima, grande amica della madre fin dall’infanzia che le svelerà il segreto della contrastata giovinezza di lei. Piano, piano Karima dipana il filo dei ricordi svelando ad Aidha un altro aspetto della madre. Innamorata con passione di un berbero, le famiglie avevano per mesi intessuto trattative matrimoniali, ma il riscatto sarà possibile.

La commissione del concorso si è così espressa: “La scrittura della Iorfida riesce a rendere con espressività l’atmosfera di un villaggio rurale della Siria vissuto attraverso gli occhi della giovane protagonista. Senza frapporre giudizi morali e politici, narra un mondo arcaico facendocelo sentire comunque molto vicino al Mediterraneo di casa nostra. Un bel ritratto di una cultura diversa, sentita come ricca di valori anche se fortemente autoritaria”.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Eliana Iorfida che ringrazia.



Come si è documentata per scrivere questo romanzo?



Questo romanzo è il frutto spontaneo di un’esperienza vissuta in prima persona da archeologa nei territori che fanno da scenario alla narrazione – i villaggi di Tell Mozan e Umm Ar-rabiah, nel Kurdistan siriano – dove ho trascorso due stagioni al seguito dell’importante missione di scavo internazionale diretta dal Prof. Giorgio Buccellati. Le mie “note di viaggio” si sono presto intrecciate alla vicenda reale e commovente di una donna del posto. Direi, quindi, che la “documentazione” è avvenuta sul campo, semplicemente vivendo a stretto contatto con le persone che ci ospitavano; trovando nella loro quotidianità, nelle tradizioni e nei racconti dei più anziani, tesori preziosi come quelli custoditi dalla sabbia.



Beirut, Aleppo e poi la campagna siriana: qual è la differenza culturale tra le città e l'entroterra?



È una differenza enorme. Gran parte dei Paesi mediorientali sono attraversati da squilibri e dualismi estremamente marcati da un punto di vista storico-culturale, politico e geografico. Uno dei più tangibili sussiste proprio tra città e campagna: le prime, soprattutto le capitali e le grandi metropoli, sono scandite da ritmi e tenori di vita del tutto simili a quelli ai quali siamo abituati “noi” occidentali – assimilando, talvolta, il peggio dai nostri cosiddetti modelli di emancipazione – viceversa, le comunità multietniche dei piccoli centri rurali patiscono ancora pesanti condizioni di miseria, vessazione e degrado sociale. È in queste diseguaglianze che affondano le radici del malcontento e, al tempo stesso, della presa di coscienza che hanno animato la stagione delle “Primavere Arabe”, almeno nel loro slancio genuino iniziale, ed è da qui che occorre ripartire per dare speranza a queste popolazioni.



Le persone anziane sono depositarie della memoria e della tradizione: come conciliare il loro vissuto e la loro mentalità con quella dei più giovani?



Nel romanzo, Aidha, la giovane protagonista, conosce se stessa e le proprie radici attraverso il filo della memoria familiare e della riscoperta del proprio passato: una ragazza di città che si scontra e s’incontra con le antiche tradizioni di una terra lontana, nel tempo e nello spazio. È un dialogo che nasce sulla base della curiosità e del rispetto reciproco, e si costruisce in punta di piedi. Al giorno d’oggi è difficile conciliare il vissuto di generazioni così distanti, e la realtà mutevole e consumistica che ci circonda non fa che distrarci, ostacolando con ogni mezzo questo prezioso “passaggio del testimone”. Tuttavia, i giovani non possono e non devono abdicare così facilmente alla conoscenza storica, personale e collettiva, perché solo l’esperienza di ciò che è stato (e che siamo stati) può prepararci a comprendere e accogliere i mutamenti che ci attendono.



Nel libro si parla anche di matrimonio combinato e di emancipazione: quali sono i diritti negati e quali, invece, quelli acquisiti da parte delle donne?



La storia che racconto è fatta di dolore e riscatto, ma anche di consapevolezza e rispetto verso tradizioni (patriarcali e matriarcali) di origini antiche, sulle quali si fondano molte comunità umane e dalle quali, spesso, dipende la sopravvivenza di interi clan familiari. Anche se la storia narrata è “al femminile”, trovo riduttivo, soprattutto in questo drammatico momento, limitare il problema dei diritti alle sole donne: non esiste una questione femminile fine a se stessa – benché la donna sia un centro cosmico e sul suo corpo si combattano guerre di ogni genere – quanto un problema di negazione o affermazione di diritti umani universali e inalienabili, a tutte le latitudini. Nei Paesi di cultura arabo-islamica la donna è declinata in mille sfaccettature, non sempre rispondenti agli stereotipi di cui siamo infarciti, e l’affermazione dei diritti, così come l’emancipazione personale e professionale, dipendono dal contesto socio-economico e culturale dal quale cui si proviene: s’incontrano spesso donne come Rima Karaki, la giornalista libanese che, di recente, ha fatto notizia per aver tenuto testa a un prepotente islamista conservatore; e poi ci sono donne che a quella prospettiva d’indipendenza non hanno alcuna possibilità d’accesso, succubi di umiliazioni e privazioni. In casa nostra le cose non sono poi così diverse, senza contare la piaga del femminicidio, che nel 2013 ha mietuto una vittima ogni due giorni.



C'è un collegamento tra la Siria da lei raccontata e le Regioni del nostro Sud?



Ho guardato il Medio Oriente con occhi da calabrese e ci ho visto le mie radici! Non è un caso che in apertura e chiusura del romanzo abbia scelto di citare l’illustre corregionale Corrado Alvaro che, per primo, negli anni ’30, colse le innumerevoli assonanze mediterranee tra i rispettivi Sud, nel bellissimo reportage “Viaggio in Turchia”. Gli arabi ci hanno insegnato a irrigare la terra, a coltivare gelso, cotone, melanzane, spezie e tanti altri alimenti tuttora alla base della nostra tradizione culinaria. Le donne velate e vestite di scuro mi hanno richiamato l’immagine delle nonne calabresi e siciliane che, non più tardi di qualche decennio fa, si coprivano i capelli con la sajia prima di uscire di casa e facevano il bucato con la cenere. È a questa radice mediterranea che dobbiamo guardare per sentirci partecipi di un destino comune.


domenica 25 gennaio 2015

Difret: il film che omaggia le donne etiopi






Dal 22 gennaio nelle sale cinematografiche italiane, Difret – Il coraggio di cambiare parla di diritti e di donne, di forza e di violenza.

Hirut è una ragazza di quattordici anni, una studentessa che vive in un villaggio alle porte di Addis Abeba ed è la seconda di tre sorelle. All'uscita da scuola, un giorno come un altro, viene aggredita da un gruppo di uomini a cavallo: uno di loro la violenta perchè ha deciso di prenderla in moglie.

Hirut, nonostante la violenza, afferra un fucile e spara, uccidendo Tadele, l'uomo che ha abusato di lei. Il destino di Hirut si sovrappone a quello della sorella maggiore rimasta vittima, in passato, di un'atroce tradizione, quella della “telefa”, il sequestro di una giovane donna come rituale per il matrimonio forzato.

Ma la sofferenza della protagonista (la parte è recitata da una ragazza del posto che ha seguito un workshop di preparazione per le riprese del film) non termina con l'uccisione del suo aggressore, anzi: verrà portata davanti a un tribunale con il rischio di essere condannata a morte per il reato compiuto.

Questa la trama del racconto filmico. Ma il racconto è tratto da una storia realmente accaduta nel 1996: il regista, Zeresenay Berhane Mehari, ha scelto di portarla sul grande schermo per porre al centro dell'interesse pubblico la questione delle tradizioni tribali, della violenza di una cultura patriarcale, della mancanza di una cultura e di una educazione sanitaria e della coscienza di sé da parte femminile in alcuni Paesi del mondo. Mehari ha studiato cinema negli Stati Uniti, ma è nato e cresciuto in Etiopia; il suo, quindi, è uno sguardo “da dentro”, non superficiale e che rende il risultato cinematografico realistico e sincero. Pensiamo, ad esempio, alla sequenza di apertura: si parla di un caso di violenza domestica, per entrare subito in argomento. Una donna, Meaza, si trova in prima linea per difendere i diritti di un'altra donna che ha deciso di sporgere denuncia contro il marito. Il regista segue la vittima fin sul luogo di lavoro del coniuge, dove lo affronta, circondata da altri uomini, con coraggio e fierezza. Interessante anche il personaggio dell'avvocatessa: Meaza Ashenafi non è solo un personaggio di finzione, ma è un legale di Addis Abeba che ha creato una rete di sostegno per donne e bambine maltrattate e che necessitano di assistenza gratuita. Con la sua associazione, ANDENET, si batte ogni giorno per difendere i diritti dei più deboli.

Il regista e l'avvocatessa realizzano un'opera genuina, attenta ai volti delle persone inquadrate, testimoni e vittime di forti ingiustizie, spesso lacerate dalla dicotomia tra rispetto per la tradizione e diritto alla vita. Ma l'epilogo regala una speranza seppur amara: Hirut, protetta fino a quel momento all'interno di un istituto per ragazzi abbandonati, scende da un'auto e fa ritorno alle proprie radici, ripresa di spalle e in mezzo alla folla, mentre una barca sta affondando...




sabato 3 gennaio 2015

Reati multiculturali: leggi italiane e tradizioni

 
 
 
 
 
 

Un uomo, originario del Panjab, passeggia per le vie di Cremona portando, alla cintura, il kirpan, un oggetto che, nella tradizione sikh, simboleggia l'onore, la libertà di spirito e la non violenza, anche se si tratta di un pugnale. La polizia italiana lo ferma e lo fa condannare per porto abusivo di arma da taglio. I Rom, invece, fanno chiedere l'elemosina ai minori e questa pratica, nella loro cultura si chiama mangel.

I casi sopra riportati sono raccontati e analizzati nel saggio intitolato Culture alla sbarra. Una riflessione sui reati multiculturali, degli avvocati penalisti Fulvio Gianaria e Alberto Mittone, edito da Einaudi. La domanda centrale è: “ La cultura d'origine di una persona migrante può essere considerata attenuante o aggravante di un reato?” e, quindi, i due giuristi torinesi si pongono anche la questione di come conciliare le tradizioni, gli usi e i costumi con la legge italiana.

Ricordiamo, così come nel libro, un fatto di cronaca nera che sconvolse l'opinione pubbblica ma che, purtroppo, non fu l'unico: l'uccisione di Hina Saleem, ammazzata dal padre e da uno zio, nel 2006 a Brescia, perchè accusata di aver tradito i valori della famiglia e della cultura pakistana con atteggiamenti troppo occidentalizzati: indossava abiti considerati succinti, beveva alcol, amava un ragazzo italiano. La vicenda di Hina è diventata oggetto di studio proprio perchè, in primo grado, il tribunale considerò quell'assassinio come un “reato culturalmente motivato”, anche se , per fortuna, le sentenze successive non considerarono il valore culturale e attribuirono all'indole aggressiva e violenta del padre la responsabiloità del crimine.

Gli autori del saggio di cui vi stiamo parlando sostengono che, nel valutare la relazione tra cultura d'origine e delitto, bisognerebbe valutare anche alcune variabili, quali ad esempio: la durata del periodo di immigrazione, le opportunità di cambiamento offerte dal Paese di accoglienza, la qualità dei percorsi di inclusione. Gianaria e Mittone, inoltre, dichiarano che sarebbe meglio non mettere mano alle norme italiane, ma affidarsi, di volta in volta, alla giurisprudenza e al buon senso dei magistrati nell'analisi dei singoli casi.

Un saggio utile per riflettere sul tema della Giustizia in società multiculturali, soprattutto in Italia dove la questione è ancora spinosa, a differenza di altri Paesi in cui è garantità una certa neutralità laica a tutti i cittadini (Francia) oppure, come in Canada, dove è stato adottato il sentencing circle, ovvero sono state istituite camere di consiglio allargate al gruppo etnico dell'imputato che interagiscono con i giudici locali.

venerdì 15 novembre 2013

Ancora un appuntamento con la carovana

Cari tutti,
vi presentiamo il prossimo appuntamento con la carovana dei diritti: si tratta della presentazione del libro di Pegas Ekamba Bessa dal titolo:

 " L'Africa che fa!!!: cultura, tradizione, sorgenti di sviluppo per l'Africa".

L'incontro si terrà mercoledì 20 novembre alle ore 19.00, presso il Bistrò del tempo Ritrovato, in Via Foppa, 4   a Milano (MM Sant'Agostino)

Sarà un incontro interessante e originale. 

Vi aspettiamo!








martedì 3 settembre 2013

Contro le mutilazioni genitali femminili, di Valentina Acava Mmaka


Ringraziamo tantissimo l'autrice per averci mandato questo suo contributo da condividere con tutti voi.



Ho da poco concluso la prima parte di un tour in Italia cominciato a marzo di quest’anno in cui ho portato in giro una performance poetico-teatrale “The Cut-Lo Strappo” che è nata da una esperienza che ho fatto in Sudafrica a Cape Town. Nel 2011 ho dato vita ad un collettivo di donne con le quali volevo lavorare ad un progetto di scrittura e diritti umani. Nel corso del periodo in cui abbiamo lavorato insieme, sono state tante le tematiche affrontate, quella che alla fine ha preso il sopravvento sulle altre è stata le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF). Il tema non mi era nuovo, avevo già scritto di MGF, avevo già avuto modo anni addietro di incontrare donne infibulate. Ma questa volta è stato diverso, perché questa volta si è presentata a me in modo inaspettato. Nel corso del lavoro una donna del collettivo mi ha confidato di essere stata vittima del “taglio”. Ad un certo punto del nostro lavoro, nel momento in cui riflettevamo sulla percezione di limiti e divieti imposti dalla società, si deve essere creato in lei un conflitto tra la sua esperienza e la possibilità di condividerla con il gruppo di lavoro. Era sorto in lei un dubbio (è possibile condividere un tabu’?), che al tempo stesso era una richiesta (come uscire dal dolore? come riappropriarsi o costruirsi una vita senza una parte di sé?). Sicuramente il potere della parola, dell’immaginario hanno sortito in lei la consapevolezza che l’arte può essere rappresentativa di una presa di posizione, di un’idea, di un cambiamento. Lei aveva percepito, anche se non completamente a livello conscio, che per cambiare si deve dire di NO a ciò che ad un certo punto della tua vita ha impedito una scelta.
Oggi sono 140 milioni circa le vittime nel mondo. Due milioni le bambine che ogni anno nel mondo vengono sottoposte alle Mutilazioni Genitali Femminili, denominazione entro cui rientrano diverse pratiche: dal taglio del clitoride, l’escissione, l’infibulazione. Sono tutte pratiche invalidanti e irreversibili, questo significa che la donna mutilata è una donna che porta sul suo corpo il dolore fisico nel quotidiano; il semplice urinare, il ciclo mestruale, la maternità, sono tutti eventi in cui la donna patisce rischiando continuamente la sua vita a causa di infezioni, setticemia, tetano, senza contare che le mutilazioni aumentano il rischio di infertilità.
Le MGF vengono praticate per diversi motivi: inibire il piacere sessuale nella donna, che deve essere esclusivo dell’uomo; controllare la fedeltà della donna (il dolore che la donna prova nel rapporto sessuale e il suo piacere inibito, scoraggiano la donna a intraprendere relazioni adulterine); rendere la donna pura asportando quella parte del corpo ritenuta imperfetta. E’ importante sottolineare che le MGF non sono una pratica prescritta da alcuna religione, né tantomeno sono un problema solamente africano. Certamente l’Africa è il continente con il maggior numero di paesi dove sono praticate, ma ricordo che l’Indonesia, l’India, il Sud America sono tra i le aree geografiche dove le MGF sono una pratica tradizionale presso alcuni popoli. Uno degli aspetti raramente condivisi e sottolineati è l’implicazione che questa pratica ha non solo a livello culturale ma anche socio economico. Le MGF praticate nei paesi di origine, non rispondo solo alla necessità di ribadire un ideale che vuole la donna facilmente controllabile dall’uomo, ma anche ad una esigenza di tipo economico. Innanzi tutto la daya che pratica le MGF vive di questo, viene pagata per farlo, è il suo lavoro. Quindi al di là del ruolo di prestigio sociale tramandato, la daya svolge una professione che è la sua fonte di guadagno. Inoltre la bambina senza il taglio è una bambina che non potrà mai accedere al mondo femminile delle sue coetanee tagliate, non potrà cioè sposarsi e questo vuol dire per la famiglia niente dote, altra implicazione di tipo economico. Un altro degli aspetti sconcertanti è che in alcune situazioni, soprattutto là dove le mutilazioni sono praticate in altissima percentuale, talvolta sono le bambine stesse a richiederla per non essere discriminate a scuola o addirittura per andare a scuola visto che chi non si sottopone al taglio, viene bandito dalla frequenza della scuola. Questo è inquietante perché significa che è una pratica talmente radicata e stigmatizzata che la mancanza di partecipazione finisce per diventare una ulteriore condanna dalla società, significa diventare ad un tratto delle “invisibili”, delle “fuori casta” con le conseguenze del caso: discriminazione, impossibilità di studiare, allontanamento della famiglia dal resto della società. In questi casi estremi sembra 0non esserci una via d’uscita. Ci sono due punti su cui mi piace riflettere: da una parte c’è l’aspetto dei diritti umani che vanno tutelati in toto, ad esempio, condannando anche qualunque tipo di rito alternativo lieve come quello proposto dal medico somalo Omar Abdulcadir. E su questo tema ci sarebbe molto da dire perché il concetto di Diritti Umani non è riconosciuto universalmente allo stesso modo ovunque. Essendo i diritti umani non riconosciuti universalmente occorre legittimarli attraverso il confronto pluralista con le culture che non li contemplano nel loro sistema sociale tradizionale. Dall’altra è il ruolo dei migranti nei paesi di immigrazione rispetto a questa pratica. La pratica delle MGF si è diffusa a livello mondiale nella nostra contemporaneità grazie ai flussi migratori di persone provenienti da paesi dove essa è parte della tradizione socio culturale. Anche in Sudafrica dove le MGF non sono precipue delle culture locali, capitolo a parte i Venda che la praticano, ho incontrato migranti provenienti dall’Africa orientale e occidentale che continuavano a “tagliare” le loro bambine. 


Credo che il cambiamento sia possibile come è già avvenuto in alcuni paesi e presso diverse comunità, soprattutto africane, nella diaspora. Cambiare significa dire di NO non solo a livello individuale, come scelta e decisione personale ma a livello familiare e collettivo dell’intera comunità di appartenenza. L’opposizione del singolo non porta all’abbandono collettivo della pratica, tuttavia alzarsi in piedi e rivendicare i propri diritti che sono i dritti fondamentali come quelli alla salute, a condurre una vita completa, è fondamentale, può offrire una occasione per altre donne di confrontarsi con la possibilità di cambiare collettivamente. Lavorare sul cambiamento è possibile grazie ad un percorso di conoscenza ed emancipazione nei paesi dove le mutilazioni sono praticate. Le donne che si oppongono alle MGF vengono emarginate e non godono più di quel sostegno economico che una famiglia può darle per sopravvivere. Ecco che sradicare la pratica del taglio deve nascere da un percorso dove la donna viene messa nella condizione di scegliere e questa condizione prevede l’accesso all’istruzione e l’acquisizione di una autonomia economica sostenibile che le permetta di non doversi più sottomettere all’autorità maschile. Il miglioramento della condizione femminile all’interno della propria società originaria porta di riflesso anche ad una diversa percezione delle tradizioni culturali e quindi ad esaminare credenze e valori optando per un cambiamento nella loro pratica.
Un ruolo determinante è quello rappresentato dalle comunità dei migranti. I migranti che provengono da aree geografiche dove le MGF sono praticate anche contro la legge, possono diventare mediatori di un cambiamento. Vivere l’altrove inevitabilmente mette la persona nella situazione di rapportarsi a nuove idee, a nuovi “modelli”, a un concetto diverso della donna e dei suoi diritti. Conoscere significa prendere coscienza. Se nell’altrove le comunità migranti riescono ad acquisire consapevolezza circa la dannosità di questa pratica e riescono, attraverso i loro figli, quindi i migranti di seconda generazione, a interrompere il supplizio, allora possono diventare gli interlocutori-fautori del cambiamento anche nei loro paesi originari. Anche in questo caso, statisticamente si evidenzia che le donne che godono di una istruzione di livello superiore e hanno comunque una autonomia economica derivante dal lavoro, non sottopongono le loro figlie alle MGF. Quindi anche nella diaspora, tali condizioni di emancipazione vanno garantite in modo da creare mediatrici efficaci di un cambiamento sostenibile in patria.
E’ un passaggio fondamentale, il cui primo scoglio da superare è proprio la condivisione. Le MGF sono un tabù, le comunità che le praticano non ne parlano, difficile immaginare una dodicenne che condivida questa esperienza con una coetanea in una scuola italiana, inglese o spagnola. Sono comprensibili anche i motivi: innanzi tutto si prova un senso di vergogna perché il proprio corpo è stato mutilato mentre il corpo delle altre bambine no, poi esiste un disagio evidente fisico, un trauma psicologico derivato dall’impossibilità di condurre una vita attiva pari a quella condotta fino al taglio. Inoltre c’è il dubbio giustificato di come si possa condividere qualcosa che altri non potrebbero capire o addirittura che potrebbero giudicare? La scuola secondo me dovrebbe essere il luogo primario da cui cominciare a riflettere sulla tematica fornendo ai ragazzi una documentazione completa sulle MGF, degli strumenti da utilizzare insieme agli educatori e alle famiglie per avvicinarli al problema con la consapevolezza che sta alla base di ogni cambiamento sostanziale. Di MGF si parla solo quando la cronaca riporta notizie drammatiche come quella della bambina egiziana Suahir morta dopo essere stata infibulata. La letteratura che ne parla in Italia è insufficiente anche perché è quasi tutta incentrata sugli aspetti antropologici della pratica, manca ad esempio una letteratura per ragazzi, a parte il libro di Silvana de Mari Il gatto dagli occhi d’oro, non ho trovato una pubblicazione per bambini/ragazzi che tratti l’argomento sotto forma di racconto-favola-fiaba. Sempre in Italia, e sempre secondo la mia esperienza, i consultori sono privi di materiale informativo sulle MGF, forse qualche eccezione saranno i consultori delle grandi città, ma realmente manca ogni possibilità di “sentire” che questo problema esiste anche qui. La legge del 2006 prevedeva uno stanziamento economico di diversi milioni di euro da destinare alla formazione del personale medico sanitario e alla realizzazione di opuscoli informativi, e sportelli di accesso per le donne vittime del taglio. Resta inteso che tali finanziamenti non sono stati investiti come previsto.
E’ per questo motivo, con uno sguardo speciale rivolto al mondo dei giovani, che io e il documentarista Lorenzo Moscia stiamo cercando di realizzare un film documentario che parli di MGF sempre però bypassando l’argomento attraverso i diversi linguaggi dell’arte che meglio di altri, sa veicolare il dolore e stimolare un pensiero creativo e sensibile. Il film documentario vuole essere uno strumento di dialogo e confronto, un’occasione per cominciare a riflettere sulla tematica coinvolgendo tutte le parti della società, e offrire anche proposte per un cambiamento sostenibile che abbatta gli stereotipi e i pregiudizi che purtroppo non aiutano le vittime ad aprirsi verso una possibilità di confronto. Il progetto di questo lavoro si chiama Breaking The Cut e per poterlo realizzare si avvale anche di un sistema di sottoscrizione popolare attraverso cui le persone diventano co-produttori del documentario. Una formula che oltre a permettere la realizzazione dello stesso, pone in essere un interesse nella gente che partecipando al progetto sostiene questa causa di impegno civile. Stiamo anche coinvolgendo artisti in giro per l’Italia che vogliono sostenerci con delle serate di poesia, musica, teatro, danza, una sorta di staffetta “Artisti contro le MGF” .



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