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sabato 3 gennaio 2015

Reati multiculturali: leggi italiane e tradizioni

 
 
 
 
 
 

Un uomo, originario del Panjab, passeggia per le vie di Cremona portando, alla cintura, il kirpan, un oggetto che, nella tradizione sikh, simboleggia l'onore, la libertà di spirito e la non violenza, anche se si tratta di un pugnale. La polizia italiana lo ferma e lo fa condannare per porto abusivo di arma da taglio. I Rom, invece, fanno chiedere l'elemosina ai minori e questa pratica, nella loro cultura si chiama mangel.

I casi sopra riportati sono raccontati e analizzati nel saggio intitolato Culture alla sbarra. Una riflessione sui reati multiculturali, degli avvocati penalisti Fulvio Gianaria e Alberto Mittone, edito da Einaudi. La domanda centrale è: “ La cultura d'origine di una persona migrante può essere considerata attenuante o aggravante di un reato?” e, quindi, i due giuristi torinesi si pongono anche la questione di come conciliare le tradizioni, gli usi e i costumi con la legge italiana.

Ricordiamo, così come nel libro, un fatto di cronaca nera che sconvolse l'opinione pubbblica ma che, purtroppo, non fu l'unico: l'uccisione di Hina Saleem, ammazzata dal padre e da uno zio, nel 2006 a Brescia, perchè accusata di aver tradito i valori della famiglia e della cultura pakistana con atteggiamenti troppo occidentalizzati: indossava abiti considerati succinti, beveva alcol, amava un ragazzo italiano. La vicenda di Hina è diventata oggetto di studio proprio perchè, in primo grado, il tribunale considerò quell'assassinio come un “reato culturalmente motivato”, anche se , per fortuna, le sentenze successive non considerarono il valore culturale e attribuirono all'indole aggressiva e violenta del padre la responsabiloità del crimine.

Gli autori del saggio di cui vi stiamo parlando sostengono che, nel valutare la relazione tra cultura d'origine e delitto, bisognerebbe valutare anche alcune variabili, quali ad esempio: la durata del periodo di immigrazione, le opportunità di cambiamento offerte dal Paese di accoglienza, la qualità dei percorsi di inclusione. Gianaria e Mittone, inoltre, dichiarano che sarebbe meglio non mettere mano alle norme italiane, ma affidarsi, di volta in volta, alla giurisprudenza e al buon senso dei magistrati nell'analisi dei singoli casi.

Un saggio utile per riflettere sul tema della Giustizia in società multiculturali, soprattutto in Italia dove la questione è ancora spinosa, a differenza di altri Paesi in cui è garantità una certa neutralità laica a tutti i cittadini (Francia) oppure, come in Canada, dove è stato adottato il sentencing circle, ovvero sono state istituite camere di consiglio allargate al gruppo etnico dell'imputato che interagiscono con i giudici locali.

sabato 1 febbraio 2014

Le donne in piazza per il diritto all'aborto




YO DECIDO - DECIDO IO”: LE DONNE DI MILANO IN PIAZZA SABATO 1° FEBBRAIO AL CONSOLATO SPAGNOLO. APPUNTAMENTO ALLE 14,30 IN PIAZZA CAVOUR.

Oggi,1° febbraio 2014, in molte città europee si manifesterà sotto le ambasciate e i consolati di Spagna in solidarietà con le donne che in quel paese si oppongono al progetto di riforma della legge sull’aborto, che smantella la legge Zapatero, autorizzandolo solo in caso di stupro o di grave rischio per la salute fisica o psichica della donna certificato da due medici.

Le associazioni di donne manifestano anche contro il Parlamento Europeo che ha respinto la mozione Estrela in difesa dei diritti sessuali e riproduttivi. Ma la manifestazione avrà anche un contenuto più legato alla realtà italiana, dove di giorno in giorno viene messa in discussione dall’obiezione di coscienza (per lo più strumentale), la legge che permette un aborto sicuro e gratuito.

La mobilitazione, organizzata dalla rete WOMENAREUROPE, a Milano è stata promossa da un ampio cartello di associazioni: UsciamodalSilenzio, Libera Università delle Donne, Consultori Privati Laici, Giulia-giornaliste unite libere autonome, La città delle donne di Z3xMi, Tavolo consultori, Casa delle donne Milano, Donne nella crisi, Donne laboratorio dei beni comun, Gruppo Donne comitato zona 3 Milano, DonneInQuota, Donne in rete, Donne della CGIL, Consulta milanese per la Laicità delle Istituzioni, Amici della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni, Soggettività lesbica, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Tra le prime adesioni Monica Chittò, Sindaco, e la Giunta comunale di Sesto S. Giovanni, Sara Valmaggi Vice Presidente Consiglio Regione Lombardia, Adalucia De Cesaris, Vicesindaco, con le Assessore della Giunta del Comune di Milano, Francesca Zajczyk, Delegata alle Pari Opportunità del Comune di Milano, Anita Sonego, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano.




Yo decido. E’ questo lo slogan che le spagnole hanno scelto per affermare la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Alla fine del 2013, infatti, il governo Rajoy ha presentato una legge che, se venisse approvata, limiterebbe la possibilità di interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo per la salute della madre. Un balzo indietro enorme se si pensa alla legge Zapatero del 2010 all’avanguardia in Europa sulla salute e i diritti riproduttivi delle donne.
In Italia abbiamo assistito alla modifica della legge 194 con la pratica dell’obiezione di coscienza: il controllo del corpo e della vita delle donne è da sempre stato utilizzato da governi laici e confessionali di tutto il mondo, come strumento di controllo sociale. Ma è la libertà delle donne la misura della modernità: non a caso le nuove Costituzioni dei paesi del Magreb vengono lette anche dai costituzionalisti in questa chiave ed è bene ricordare anche che la libertà di essere madri alimenta la democrazia.



Qui di seguito pubblichiamo un'intervista che, alcuni mesi, fa abbiamo fatto alla Dott.ssa Marilisa D'Amico sul suo saggio che affronta, tra tanti, anche questo tema importante.



La laicità è donna: per una rinascita culturale declinata al femminile







E' da poco stato pubblicato, per le edizioni L'asino d'oro, un piccolo, ma importante saggio dal titolo La laicità è donna di Marilisa D'Amico.

Marilisa D'Amico è Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, avvocato cassazionista, direttore della Sezione di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale e, dal 2011, è membro del Consiglio comunale e presidente della Commissione affari istituzionali del Comune di Milano. Con questo volume ha voluto analizzare i nodi che intralciano il percorso della piena realizzazione dei diritti delle donne, con particolare riferimento alla mancata applicazione del principio di laicità costituzionale.

Il testo presenta un linguaggio chiaro, approfondimenti interessanti e densi di riferimenti alle esperienze professionali dell'autrice da cui si evince la passione e l'onestà con cui Marilisa D'amico ha voluto esprimere la sua fiducia nelle risorse e nelle energie di tutte quelle donne, giovani e meno giovani, che oggi, come nel passato, si impegnano per una società più equilibrata e giusta.




Perché ha scelto di citare, in apertura del saggio, Teresa Mattei?



La scelta di citare in apertura questo estratto da un intervento in Assemblea costituente di Teresa Mattei è legato in modo profondo alla mia volontà di dedicare questo scritto alle donne della mia vita, quelle che mi hanno aiutato a crescere.

Il brano di Teresa Mattei vuole essere un tributo alle energie e alle capacità femminili, troppo spesso, ancora nascoste e inutilizzate.

Serve a ricordarci l’importanza della partecipazione delle donne alla vita del nostro Paese e quanto ancora lunga sia la strada verso una democrazia, che si dimostri a tutti gli effetti e livelli paritaria.

Teresa Mattei parla di “un cammino liberatore” ed è qui che mi rivolgo alle giovani donne, perché sappiano farsi portavoce della convinzione che la parità, in ogni settore della vita di un Paese, è condizione imprescindibile per la costruzione di una società nuova e più giusta.

Questo brano di Teresa Mattei unisce tutte le donne in un percorso comune, ricordandoci da dove veniamo e dove vogliamo arrivare.


 

Qual è la differenza tra “laicità” e “metodo laico”?

 

La laicità è un principio costituzionale “supremo”, non espressamente scritto nella Costituzione, che la nostra Corte costituzionale ha ricavato da alcuni principi costituzionali in una fondamentale sentenza del 1989.

Il principio di laicità all’”italiana” è un principio di laicità c.d. “positivo”, che non significa indifferenza dello Stato nei confronti del fenomeno religioso, ma, viceversa, garanzia per la salvaguardia della libertà di religione, in un regime di pluralismo confessionale e culturale.

E’ sulla base di queste affermazione che nel mio scritto descrivo la laicità come “una casa comune”. Una casa comune dove tutti i cittadini siano liberi di scegliere la propria visione della vita, senza prevaricazioni degli uni sugli altri.



Dal principio di laicità discende, allora, quello che io definisco il “metodo laico”.

La laicità costituzionale non è, infatti, da intendersi solo come separazione dell’ordine statale e religioso, ma anche come un metodo che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto e che porta all’apertura alle differenti realtà sociali, nel senso della loro inclusione.

Il metodo laico è quel metodo, che dovrebbe essere adottato dalle istituzioni e che garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali e la tenuta dell’ordinamento democratico nella difesa della nostra libertà.



Quale può essere il legame tra legislatore, giudice e cittadino?


In uno Stato costituzionale come il nostro, i diritti fondamentali, quelli che toccano più da vicino la vita delle persone, ricevono tutela in spazi e in luoghi diversi.

Gli attori di questa tutela, che spesso assume i caratteri di una contesa, sono il legislatore, i giudici, comuni e costituzionale, i cittadini.

All’interno del nostro ordinamento, infatti, i diritti fondamentali possono ricevere una consistenza diversa a seconda che vengano fatti oggetto della disciplina del legislatore o delle decisioni dei giudici.

Un’ipotesi ancora diversa è quella che si verifica quando siano gli stessi cittadini, attraverso lo strumento del referendum abrogativo, a intervenire a tutela dei propri diritti.

Esiste, dunque, certamente un legame tra i diversi attori dell’ordinamento che porta, però, spesso a situazioni conflittuali in cui i giudici contraddicono o anticipano le scelte del legislatore e, talvolta, sembrano i soggetti migliori per decidere le questioni più controverse


Nel libro sono approfonditi alcuni temi a lei cari, quali: l'interruzione di gravidanza, la fecondazione assistita, i diritti delle donne straniere. Può raccontarci una sua esperienza come avvocato costituzionalista?



Nella mia esperienza come avvocato, credo che uno dei momenti di maggiore soddisfazione sia stata la vittoria ottenuta nel giudizio davanti alla Corte costituzionale, in tema di fecondazione medicalmente assistita.



Nel 2009, insieme ad altri avvocati, sono infatti riuscita a fare dichiarare incostituzionale uno dei limiti più irragionevoli della legge n. 40/2004.

In particolare, era stato chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi su quella norma della legge n. 40/2004, che limitava a tre il numero massimo di embrioni destinati all’impianto, nell’ambito delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita di tipo omologo.

Si trattava di un limite rigido che aveva ripercussioni notevoli sulla salute psico-fisica della donna e che rendeva molto difficile per le coppie sterili e infertili, a cui pure la legge si rivolgeva, ottenere una gravidanza.

Il limite rigido dei tre embrioni costituiva, inoltre, l’espressione più tangibile dell’approccio ideologico del legislatore del 2004 al tema della procreazione artificiale. Un embrione che, stando alla lettera della legge, avrebbe dovuto ricevere la tutela più forte, in quanto soggetto più debole, rispetto ai diritti di tutti gli altri soggetti coinvolti.



In quell’occasione, la Corte costituzionale ci ha dato ragione, dichiarando incostituzionale quel limite e ridando speranza e consistenza al diritto di tante coppie di poter avere un bambino, avvalendosi delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.



La soddisfazione è stata enorme e, tuttavia, il percorso per arrivare alla Corte è stato lungo, complesso e non privo di difficoltà.

In un sistema come il nostro che non consente al cittadino di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale, la principale difficoltà che mi trovo quotidianamente ad affrontare, come avvocato, riguarda proprio l’accesso al giudizio davanti alla Corte costituzionale.

Di fronte a scelte legislative ideologiche, come nel caso della legge sulla fecondazione medicalmente assistita, l’unica strada per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini è, infatti, quella giudiziaria nel tentativo di giungere dinanzi alla Corte costituzionale.

Da qui le difficoltà per noi avvocati, ma anche le soddisfazioni quando, come è accaduto con la decisione n. 151/2009 della Corte costituzionale, riusciamo a portare le istanze dei cittadini davanti alla Corte e ad ottenere la tutela di quei diritti fondamentali di cui il legislatore, sbagliando, si sia disinteressato.



A che punto è il nostro Paese riguardo al rapporto tra laicità e libertà?



Nel libro ho descritto tutta una serie di vicende dalle quali è possibile trarre alcune conclusioni su questo punto.

Lo smarrimento del principio di laicità costituzionale determina conseguenze negative, in primo luogo, sulla libertà dei cittadini, che la Costituzione tutela al suo articolo 2.

Il significato più profondo della laicità si collega, infatti, al termine libertà, espressione del diritto di autodeterminazione dell’individuo, intesa come fiducia nel cittadino di scegliere in base ai propri convincimenti.

Le soluzioni normative di cui si dà ampio conto nello scritto non fanno che evidenziare l’atteggiamento moralizzatore e ideologico di un legislatore, che invece che bilanciare diritti, li gioca gli uni contro gli altri. In luogo dell’individuazione di un punto di equilibrio, di uno spazio comune in cui i diritti fondamentali di tutti possano ricevere tutela, si assiste a soluzioni non laiche, calate dell’alto, che privilegiano i diritti di alcuno contro quelli di altri.

Si pensi alla legge n. 40/2004, in materia di fecondazione assistita, emblematica di come il legislatore scelga di assegnare un’indubbia prevalenza ai diritti dell’embrione a discapito di quelli delle coppie.



Ritengo, in estrema sintesi, che sul tema dei diritti fondamentali dei cittadini il nostro Paese si trovi in una posizione di pericolosa arretratezza, a cui la politica, sinora, non ha saputo fornire risposte adeguate.


Infine, può spiegare il significato del titolo del suo lavoro: La laicità è donna


La scelta del titolo si lega fortemente alla convinzione per la quale ritengo che la perdita della tenuta laica del nostro Stato, che vede sempre più spesso i diritti fondamentali oggetto di una lotta, di una tensione tra visioni diverse e contrastanti, si ripercuota negativamente, in modo particolare, sui diritti delle donne.

Da qui, la scelta di ripercorrere alcune delle principali questioni che sorgono a fronte della confusa e spesso insufficiente applicazione del principio di laicità costituzionale.


Gli effetti di questo smarrimento del principio di laicità sono, infatti, molto chiari se si guarda ad alcuni episodi degli ultimi anni, che hanno visto le donne, loro malgrado, protagoniste.

Mi riferisco alla vicenda della legge sulla procreazione medicalmente assistita, ai tentativi di paralizzare la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, all’assenza delle donne nelle istituzioni.

Esempi dai quali emerge come la crisi del principio di laicità tocchi prima di tutto il ruolo e la posizione delle donne nella società. Donne assenti nelle istituzioni e negli organi decisionali, donne costrette a una visione della maternità come supremo sacrificio, donne private del diritto fondamentale di decidere se portare avanti o meno una gravidanza.

Donne che non possono scegliere, emarginate e, spesso, sole.


Ho scelto di dedicare questo mio lavoro alle donne della mia vita, sentendo in modo molto forte il compito di un mio impegno civile e politico, nella speranza che siano le giovani donne ad accettare e, finalmente, a vincere la grande sfida di costruire una democrazia veramente paritaria.






   


martedì 26 novembre 2013

Sistema carceri


A pochi giorni dal messaggio del capo dello Stato,Giorgio Napolitano,rivolto ai Presidenti delle Camere in cui chiedeva di risolvere l'emergenza del sovraffollamento delle carceri, un giovane di ventinove anni si è tolto la vita nell'istituto di pena di Benevento, impiccandosi ad una finestra della cella. L' associazione Stretti Orizzonti riferisce che, con questo ultimo episodio, salgono a 46 i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno e a 141 il totale dei decessi in carcere.
Torna, quindi, al centro del dibattito, anche politico, la questione del sovraffollamento e del miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Il Guardiasigilli, Annamaria Cancellieri, durante il congresso dei Radicali Italiani a Chianciano, ha sottolineato il fatto che: “ Non è più un problema di sovraffollamento delle carceri” ma che “Il problema è più ampio, diverso e coinvolge non soltanto le condizioni dei detenuti nelle acrceri, ma anche il modo in cui si trovano a lavorare gli agenti della polizia penitenziaria e i magistrati di sorveglianza”.
Il Ministro ha anticipato anche alcuni provvedimenti proposti durante l'incintro,a Strasburgo, con il segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland. Il cosiddetto “piano carceri” prevede: l'approvazione di un decreto legge che riduca i flussi d'ingresso in carcere e che renda più fluido l'accesso alle misure alternative: in tal senso, si propone di adottatre un provvedimento che preveda minori sanzioni per i tossicodipendenti e percosri facilitati di rimpatrio per gli stranieri, in linea con le direttive dell'Unione Europea.
Un secondo obiettivo riguarda l'ampliamento del modello di detenzione “aperta” che riguarda la permanenza fuori dalle camere di pernottamento per 8 ore al giorno e la creazione, all'interno degli istituti, di spazi per attuare attività ricreative e laboratori rivolti al reinserimento del detenuto nel mondo del lavoro e nella società.
Infine, è previsto un potenziamento delle strutture penitenziarie che porterà, entro la fine dell'anno, ad altri 2000 posti in edifici nuovi e all'aumento di 4.500 posti in quelli già esistenti.

Riproponiamo, per voi, il video di un incontro organizzato, prima dell'estate, dall'Associazione per i Diritti Umani in collaborazione con Spazio Tadini




Ma il dibattito continua. Vi segnaliamo, inoltre, un'iniziativa che verrà presentata oggi, martedì 26 novembre, 2013 presso l'Urban Center, alle ore 18.00 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Consigli di lettura su carcere e dintorni



Quante sono le persone detenute negli istituti penitenziari di Milano? Come si fa a sopravvivere in sei persone in una cella di 3 metri per 4? Come si passa la giornata chiusi in un "locale/loculo"? Qual è la condizione di chi vive in un regime carcerario "duro"? Cosa significa per una donna e per una mamma essere detenuta? Come funziona il sistema della giustizia minorile e perché è diverso da quello degli adulti?Per rispondere a queste e a tante altre domande simili, l'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale propone un ciclo di incontri e di presentazione di libri per conoscere e appronfondire le varie sfacettature del mondo del carcere e della penalità.
OSPITI: DAVIDE DUTTO, fotografo e GIORGIA GAY, antropologa-giornalista
Come si fa a sopravvivere per mesi o per anni in una cella di pochi metri quadri, chiusi fino a ventun'ore al giorno in compagnia di altre tre, o quattro, o cinque persone? Come si fa a far trascorrere intere giornate senza avere assolutamente mai niente da fare? Come si fa a difendere la propria identità all'interno di un sistema che tende ad annullare la personalità di chi sta chiuso al suo interno?
Davide Dutto è fotografo,coautore con Michele Marziani del libro "Il gambero nero" (Edizioni Cibele) e promotore dell'associazione "Sapori reclusi" che, partendo dal comune bisogno dell'uomo di nutrirsi, vuole riunire uomini e donne che vivono nascosti agli occhi dei più, con il resto della società.
Giorgia Gay è antropologa, giornalista ed autrice dell'e-book "... e per casa una cella - I detenuti e lo spazio: tattiche di reazione e domesticazione", una ricerca sulla percezione e l'utilizzo dello spazio in una comunità ristretta.
Al dibattito interverranno Emilio Caravatti e Lorenzo Consales, docenti a contratto del Politecnico di Milano, per raccontare un'esperienza di interazione tra studenti di architettura e persone detenute sulla riprogettazione degli spazi del carcere.
Un ricettario "galeotto" nel quale confluiscono piatti, sapori e metodi di preparazione provenienti da tutto il mondo, perché la globalizzazione è arrivata anche in carcere. Un libro fotografico (un racconto in immagini, realizzato assieme al direttore, alle educatrici, alle assistenti sociali e al comandante della polizia penitenziaria) per illustrare la vita quotidiana dei detenuti del carcere piemontese di Fossano. Un ricettario nel quale per un detenuto il cibo diventa un momento in cui affermare i propri gusti e il proprio saper fare, e un modo per ricordare gli affetti e condividere un momento di piacere.
Una cella di tre metri per due, un corridoio di circa 30 passi, un cortile (definito "passeggio"), per stare all'aria aperta; in questi spazi, circondati da muri, cancelli e porte blindate, si svolge la vita di una comunità molto numerosa ma nascosta, relegata ai margini: la comunità dei detenuti. Si tratta di migliaia di persone in tutta Italia che vivono, mangiano, respirano in un mondo quasi fuori dal tempo e dallo spazio, una sorta di non-luogo impenetrabile. E' una comunità che ha un proprio ordine, regole e dinamiche interne assolutamente originali. Ma soprattutto è una comunità "ristretta" nella libertà ma anche negli spazi, che abita un mondo che si esaurisce in pochi metri quadri.





venerdì 1 novembre 2013

Omofobia e suicidi


L'Italia è un Paese libero, ma esiste l'omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza...Nel 2013 c'è ancora l'omofobia, sono stanco”: queste le parole scritte su un biglietto da un ragazzo di 21 anni che, nei giorni scorsi, si è tolto la vita lanciandosi dall'undicesimo piano di un palazzo di Roma. Ed è il terzo caso di suicidio, a causa dell'omofobia, nella capitale nell'arco di un anno: lo scorso novembre, infatti, uno studente di un liceo scientifico si è impiccato con una sciarpa e, in agosto, un altro adolescente si è buttato dal terrazzo di casa.
Il mese scorso è stata approvata alla Camera la legge che inasprisce le pene per chi commette reati a carattere omofobo, ma il provvedimento ha fatto scattare le proteste di Sel, M5S e delle organizzazioni gay per un emendamento che salva dalle aggravanti. Il testo, ora, deve essere approvato in Senato. (rimandiamo ad un articolo precedente sull'argomento).
L'ultimo suicidio di una persona giovane ha rimesso al centro del dibattito il tema. Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ha affermato: “ I suicidi o i tentativi di suicidio di giovani omosessuali sono un dato allarmante. Dai dati in nostro possesso risulta che un omosessuale su dieci, nella sua vita, ha pensato al suicidio. Le istituzioni diano una risposta urgente nella lotta all'omofobia e nell'allargare la sfera dei diritti gay”. A queste parole si sono aggiunte quelle di Franco Grillini, presidente di Gaynet: “ Quel poco che è trapelato ci consente di dire, ancora una volta, che in Italia la politica è sorda e cieca e non riesce a promuovere con rapidità e decisione quei cambiamenti legislativi che sono essenziali per imprimere una svolta alla vita di milioni di persone Lgbt”.
Da parte delle istituzioni, una prima risposta è arrivata da Maria Cecilia Guerra, Viceministro del lavoro e delle Politiche sociali con delega alle Pari opportunità: “Provo un dolore profondo per lui che ha deciso di rinunciare a vivere perchè si sentiva “sbagliato” e sono vicina alla famiglia”, ha detto il Viceministro, per poi continuare: “ Tutti abbiamo responsabilità, ciascuno a suo modo: le istituzioni, la scuola, la famiglia, i mass-media, e non voglio certo sottrarmi alle mie. Sono ben consapevole che è necessario fare molto di più. Le prime iniziative che ho preso, da quando mi sono state conferite le deleghe relative alla lotta contro le discriminazioni in base all'orientamento sessuale e all'identità di genere, in collaborazione con il Dipartimento Pari opportunità e con il Ministero della Pubblica istruzione, vanno proprio nella direzione di agire subito dentro e con la scuola, e di lavorare insieme alle famiglie”.
Intanto alcuni cittadini, mercoledì scorso, sono scesi in piazza, nella Gay street di Roma, in Via San Giovanni in Laterano, per chiedere una nuova legge contro l'omofobia che tuteli davvero i trans e gli omosessuali anche in nome di tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per i diritti civili e contro ogni forma di violenza.



Manifestazione durante la Giornata Mondiale contro l'omofobia, maggio 2013


mercoledì 16 ottobre 2013

La legge contro il femminicidio



Dodici storie differenti, stessa tragica conclusione. Ha debuttato, il 7 ottobre, al teatro Lo Spazio di Roma, lo spettacolo ‘Storie di donne morte ammazzate‘, testi di Betta Cianchini, per la regia di Alessandro Machìa, una maratona teatrale per raccontare la violenza domestica “subita dalla donne, perpetrata dagli uomini e assistita dai minori”. Sette giorni di spettacoli che si sono conclusi il 13 ottobre, con la prima Notte rossa italiana contro il femminicidio ideata insieme all'associazione Punto D, impegnata nel contrasto alla violenza di genere.
Una enorme campagna di sensibilizzazione messa in atto in tutta Italia e che ha contribuito a far approvare, dalla Camera dei deputati, il decreto contro il femminicidio che è diventato legge, passando in Senato con 143 voti favorevoli, 3 contrari e nessun astenuto.
Il decreto n.93 su violenza di genere e sicurezza contiene 5 articoli, su 11, rivolti proprio al contrasto del femminicidio. Queste alcune disposizioni: l'allontanemento urgente, di chi è colto in flagranza, dalla casa familiare o dai luoghi abitulamente frequentati dalla persona vittima di stalking; gli stalker potranno essere intercettati e sottoposti all'uso del braccialetto elettronico; i dati, forniti dalle donne alle forze dell'ordine, nella prima fase del procedimento, saranno coperti per evitare ritorsioni; viene introdotto anche un permesso di soggiorno speciale per le donne straniere, vittime di violenza domestica.

Nel testo di legge, inoltre, vengono introdotte tre nuove tipologie di aggravanti: quando la violenza è rivolta ai danni del coniuge, anche se separato o divorziato, e anche nei confronti dei patner non conviventi; quando la violenza è commessa nei confronti di donne in stato di gravidanza; e, infine, quando è commessa di fronte a minori di 18 anni.
Per contrastare le intimidazioni è previsto che la denuncia sia irrevocabile per le minacce gravi e reiterate, revocabile in caso di reati meno gravi.
Per quanto riguarda la prevenzione, gli stalker, in alcuni casi, potranno essere presi in cura dai consultori familiari, dai servizi di salute mentale e dai servizi per le dipendenze (Sert).
Queste le novità e le disposizioni: bisognerà capire come e quando poterle applicare e vederne i risultati. Una legge, in ogni caso, necessaria.


Altre iniziative a Milano 15 - 20 ottobre

Femminile al Plurale

MARTEDI’ 15
Palazzo Isimbardi - Sala Affreschi - Corso Monforte 35
Ore 11.00 - Femminile al Plurale – presentazione della “open platform always on” e dell’iniziativa culturale e di solidarietà

A SEGUIRE
Maura Savini  “
Il segno della bellezza” Guida lungo la parola chiave dell’edizione 2013 di Femminile al Plurale con l’artista Maura Savini
AFOL MODA Bauer presentazione del “
Progetto Malawi | Road to Malawi”
Ore 15.00 - Proiezione del documentario Se potessimo cambiare il finale (2006 - 48’) di Alessandra Speciale e Minnie Ferrara, prodotto da Provincia di Milano (2006)
Ore 16.00 - TALK SHOW:Io non ho paura - Strategie e diritti per prevenire e contrastare la violenza di generea cura di Provincia di Milano, SOS Stalking, alfemminile.com, UILTuCS, HwNews.it | webstreaming
In apertura proiezione del cortometraggio “Forbici (2013- 3’22’’) di Maria Di RazzaMODERA: Laura Costa, Giornalista


INTERVENGONO:
Cristina Stancari – Ass. alle Politiche giovanili e Pari Opportunità della Provincia di MilanoProf.ssa Farina – Università Bicocca – Progetto Osservatorio Permanente sulla violenza di genere della Provincia di MilanoAvv. Lorenzo Puglisi – SOS Stalking | alfemminile.comIvana Veronese - Segretaria Nazionale UILTUCS, Resp. Politiche di GenereDr.ssa Carolina Pellegrini - Consigliera Regionale di ParitàPaolo Giovanni Del Nero - Ass. allo Sviluppo economico, Formazione e Lavoro della Provincia di Milano


MERCOLEDI' 16
Palazzo Isimbardi - Sala Consiglio – Corso Monforte 35
ore 17.00 - CONVEGNO Voglio un figlio – PMA: Specialisti a confronto


Il desiderio di un figlio, tra età materna in aumento e leggi che cambiano: specialisti ed esperti si confrontano sul tema dell'infertilita e delle sue cure.
A cura di SOS Infertilità/Consultorio Web, Provincia di Milano, in collaborazione con Portale della Salute | webstreaming
GIOVEDI’ 17
Auditorium Corridoni - SALA LATERALE – Via Corridoni 16
ore 18.00 - “Donne, diritti e cittadinanza - Per uno sguardo interdisciplinare - Laboratorio a cura di Gina Annunziata

Gogol’Ostello – Via Chieti 1
ore 19.30 - Femminile al Plurale: presentazione del progetto e della “open platform always on

A SEGUIRE
Il coraggio di svelarsi – Storytelling sul laboratorio di maschere tenuto con le detenute di San Vittore da Liliana Oliveri Ass. Diamo voce a chi non ha voce
VENERDI’ 18
Auditorium GALDUS – Via Pompeo Leoni 2
ore 11.30 – 12.30 - “Story lines”, incontro con Roberto R. Franchi
Auditorium Corridoni - SALA LATERALE – Via Corridoni 16
ore 18.30 TALK SHOW “Coppia in salute ? Territori di incontro - scontro - crescita nella dimensione intima di donna e uomo.
CONDUCE Laura Costa, Giornalista
SABATO 19
IKEA STORE – Carugate e Corsico
Corsico dalle 11 alle 15 e dalle 15 alle 19
Carugate dalle 11 alle 15 e dalle 15 alle 19Punto informativo interattivo a cura di Femminile al Plurale e Provincia di Milano. Il progetto, il Digital Engagement Event e la piattaforma partecipativa; i servizi e la presenza sul territorio di Provincia di Milano a favore delle donne.
DOMENICA 20
Gogol’Ostello – Via Chieti 1
ore 12 - BRUNCH con Femminile al PluraleFotografando “L’azzurro del cielo – con l’autore Roberto R. Franchi

A SEGUIRE
ore 15 - Storytelling sulle donne “cantastorie” del Bengala Occidentale, le Singing Women del West Bengal, a cura di Urmila Chakraborty
IKEA STORE – Carugate e Corsico
Corsico dalle 15 alle 19
Carugate dalle 15 alle 19Punto informativo interattivo a cura di Femminile al Plurale e Provincia di Milano. Il progetto, il Digital Engagement Event e la piattaforma partecipativa; i servizi e la presenza sul territorio di Provincia di Milano a favore delle donne.


mercoledì 3 luglio 2013

Passi avanti per i diritti degli omosessuali: dagli USA alla Casa dei diritti di Milano



Lacrime, balli, brindisi e bandiere arcobaleno: centinaia di attivisti e di cittadini comuni si sono riversate nelle strade di Los Angeles, Washington, San Francisco per festeggiare la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato anticostituzionale il Defence of Marriage Act (DOMA), firmato nel 1996, da Bill Clinton: anticostituzionale perchè viola il quinto emendamento della Carta, emendamento che difende le libertà civili e il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini.
L'amore è amore. La sentenza di oggi sul Doma è un passo storico verso la parità nei matrimoni”, con queste parole il Presidente Barak Obama ha commentato la sentenza. D' ora in avanti, infatti, le coppie dello stesso sesso, sposate legalmente, avranno gli stessi diritti riconosciuti alle coppie etero: potranno godere della copertura sanitaria, di detrazioni fiscali per il compgano o la compagna a carico e del diritto all'eredità.
Contrari a questa decisione si sono dichiarati i vescovi statunitensi che - attraverso il loro portavoce, Timothy Dolan, hanno dichiarato: “Un giorno tragico per la Nazione e per il matrimonio perchè la Corte Suprema ha sbagliato” - e un esiguo gruppo di repubblicani, ma cinque giudici (contro quattro) hanno stabilito che, negando i diritti agli omosessuali sposati il governo federale “li tratta in modo meno rispettoso rispetto agli eterosessuali”.
Un'importante vittoria è stata anche ottenuta dalla “Proposition 8”, il referendum che, nel 2008, vietò i matrimoni gay in California: fatto rielvante perchè l'importanza economica della California si riflette anche sulla sua possibilità di influenzare i cambiamenti sociali americani.
E in Italia cosa succede?
Accade che sabato scorso, 29 giugno, anche Milano si è colorata con le tinte dell'arcobaleno. Il capoluogo lombardo ha, infatti, ospitato il Gay Pride, organizzato dal Coordinamento Arcobaleno delle associazioni Lgbt di Milano con il patrocinio dell'Amministrazione comunale che ha voluto gemellare il Milano Pride 2013 con il Minsk Pride - che si terrà in ottobre nella capitale bielorussa - per sostenere le comunità omosessuali anche in quei Paesi dove subiscono ancora gravi discriminazioni.
Pierfrancesco Majorino
In occasione della parata, l'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, ha annunciato la nascita della “Casa dei diritti”.
Dopo l'istituzione del registro delle unioni civili (che conta più di 1300 iscritti) e l'apertura della casella di posta elettronica antidiscriminazioni@comune.milano.it, la Casa dei diritti sarà un luogo che, dall'autunno, ospiterà associazioni e che metterà in atto attività di prevenzione e contrasto alla discriminazione di identità di genere e orientamento sessuale.

martedì 2 luglio 2013

La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D'onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

Abbiamo intervistato Alexandra D'Onofrio

 La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

 Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

 In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

 Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.




sabato 22 giugno 2013

Il dibattito sulla cittadinanza




In occasione di un incontro con gli studenti dei licei di Padova, il Ministro per l'integrazione, Cècile Kyenge, ha parlato dello Ius soli. “E' il Paese che deve dare delle risposte alla nuova fotografia. L'Italia è oggi un Paese meticcio dove convivono persone che vengono da tanti paesi. La forma di ius soli che si troverà darà una risposta a questa nuova fotografia dell'Italia”, ha affermato il Ministro e, a proposito delle scritte ingiuriose nei suoi confronti, ha dichiarato: “ ...Credo si debba cambiare l'ottica di come vengono percepite queste offese, questi insulti. Non sono indirizzati soltanto alla sottoscritta, ma a ogni persona. I giovani ce lo stanno dimostrando, mostrandoci la faccia dell'Italia migliore”.
Intanto il politologo e professore universitario, Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera scrive un editoriale - che, però, viene pubblicato sulla destra della pagina - dal titolo: “Ius soli, integrazione e una catena di equivoci” in cui si legge, in riferimento a Cècile Kyenge e al suo ministero: “ Nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica. Cosa ne sa di integrazione, ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Il professore ha, poi, continuato, dicendo: “ La brava ministra ha scoperto che il nostro Paese è meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi, compri pure un dizionarietto e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio, il Brasile è un Paese molto meticcio, ma l'Italia proprio no”.
La “ministra”, come viene spesso chiamata Cècile Kyenge, risponderà a breve a queste affermazioni.
L' associazione nazionale universitaria degli antropolgi culturali (Anuac) ha, invece, espresso solidarietà e sostegno al progetto di integrazione dei cittadini migranti e della loro prole, sostenenedo che, dai processi migratori e dallo scambio planetario delle merci, scaturiscono forme nuove di moltiplicazione della diversità che arricchisce tutti, dal punto di vista culturale. Ma gli antropologi ricordano che possono scaturire anche pratiche di esclusione e di discriminazione. E' necessario, quindi - oltre a una modifica delle norme vigenti per l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei figli dei migranti - accompagnare il cambiamento con una lotta continua al pregiudizio, al razzismo e alla disuguaglianza sociale.

venerdì 17 maggio 2013

Assistenza sanitaria ai conviventi dello stesso sesso



Per cinque anni, nella scorsa legislatura, Anna Paola Concia aveva provato a far passare il provvedimento per la concessione dell'assistenza sanitaria ai conviventi dei deputati dello stesso genere: ma non ci era riuscita.
Ora, invece, l'Ufficio di presidenza della Camera ha stabilito come, con il pagamento di una somma pattuita, l'assistenza sanitaria integrativa debbe essere riconosciuta anche ai parlamentari che convivono con persone del medesimo sesso: tale disposizione è già vigente per i deputati e i senatori eterosessuali che convivono o che sono legati dal vincolo del matrimonio, ma il fatto che sia stato esteso anche alle coppie omosessuali è un piccolo, ma importante passo avanti nel riconoscimento delle coppie di fatto.
Ivan Scalfarotto, esponente del Pd, ha affermato: “ Può sembrare un semplice atto amministrativo e invece ha una valenza universale, ora è giusto riconoscere gli stessi diritti a tutti i cittadini, che non vanno riconosciuti solo ai parlamentari, ma a tutti gli italiani. Se si riconosce una famiglia more uxorio questa deve essere sia omosessuale che eterosessuale, come riconosciuto anche da sentenza della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale”. A fronte di queste parole, la Lega ha votato contro il provvedimento e il Movimento 5 Stelle si è astenuto.
Il dibattito sulle coppie omosessuali, in italia, è ancora lungo e sarà, sicuramente, ancora faticoso, ma la decisione dell'Ufficio presidenza della Camera segna un goal a favore della lotta alla discriminazione.





lunedì 6 maggio 2013

Aborto in caso di malattia grave: un dibattito sempre aperto


Si chiama Isabel, ha 22 anni ed è gia madre, ma è incinta di un altro figlio. Isabel vive a El Salvador - un piccolo Stato di un milione di persone, in Centro america - ed è molto malata: è affetta da Lupus eritematoso sistemico, una malattia del sistema immunitario, e da insufficienza renale. La gravidanza peggiora le sue condizioni di salute, tanto da mettere in pericolo la sua vita.
I medici, inoltre, sostengono che il figlio che porta in grembo nascerà morto in quanto è anencefalico - ovvero privo di cervello - per cui Isabel avrebbe deciso di abortire. Ma nel suo Paese l'interruzione di gravidanza è severamente vietata e la pena prevista sarebbe di otto anni di detenzione.
L'opinione pubblica di El Salvador è divisa in due: da una parte i rigidi sostenitori della legge e, dall'altra, i cittadini che vorrebbero vedere salva la vita di Isabel.
Il rappresentante dell'Onu a El salvador, Roberto Valent e il Ministro della salute, Marìa Isabel Rodrìguez, appoggiano la disperata richiesta della ragazza, mentre il Vescovo, Josè Luis Escobar, ha affermato che: “Sembra uno stratagemma per conseguire la legalizzazione dell'aborto. Chiedo all'Alta Corte di ricordare che, per la Costituzione, una persona umana è tale dal concepimento”. E Isabel si è rivolta proprio al Tribunale Supremo che sta valutando il suo caso mentre Amnesty International parla di “norme crudeli e disumane” e di “omicidio di Stato”.
Il dibattito è aperto anche in Cile, nella Repubblica Dominicana, in Honduras e Nicaragua. Ma la storia di Isabel riguarda uomini e donne di tutte le nazionalità,perchè pone al centro della riflessione un dibattito etico e morale di carattere universale. 



lunedì 15 aprile 2013

Nozze e adozioni alle coppie omosessuali: in Francia, è legge



Le proteste - che hanno portato nelle piazze parigine migliaia di persone di tutte le età - contro la legge che prevede i matrimoni gay e la possibilità di adozione per le coppie omosessuali non hanno ottenuto l'effetto sperato dai manifestanti.
La proposta di legge era stata consegnata il 31 ottobre scorso al Consiglio dei ministri francese e, da quel momento, è partito l'iter per l'approvazione: matrimonio e adozione per tutti. L'assemblea aveva adottato il testo il 12 febbraio e, nei giorni scorsi, il Senato lo ha definitivamente sancito come provvedimento legislativo, senza apportare modifiche significative a quello presentato all'origine del percorso.
Le legge sulle nozze e sulle adozioni per le coppie omosessuali è stata il cavallo di battaglia del Presidente François Hollande, sostenuto, in questa battaglia, anche dal ministro della Giustizia, Christiane Taubira; il provvedimento è stato votato da tutti i gruppi della sinistra in Senato anche se alcune defezioni hanno reso incerto l'esito finale che è stato, comunque, favorevole grazie al consenso di alcuni senatori di destra e del centro. E, se anche le parole sono importanti, le enciclopedie e i dizionari francesi, da oggi in poi, alla voce “matrimonio” riporteranno la seguente definizione: “ Atto solenne con il quale due persone di sesso differente o dello stesso sesso stabiliscono tra loro un'unione”.
In Italia, intanto, Franco Gallo - Presidente della Corte Costituzionale – ha sollecitato alla politica un intervento in materia, facendo riferimento alla sentenza n. 138 del 2010 e denunciando il mancato riconoscimento, nel nostro ordinamento giuridico, dei diritti delle coppie formate da persone dello stesso genere. Gallo ha spiegato che: “In tale pronuncia, la Corte ha escluso l'illegittimità costituzionale delle norme che limitano l'applicazione dell'istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna, ma nel contempo ha affermato che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere il riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione. Ha perciò affidato al Parlamento la regolamentazione della materia nei modi e nei limiti opportuni”.

mercoledì 6 febbraio 2013

Il digiuno di Don Virginio Colmegna. Sui temi del diritto, delle carceri e della dignità

Anna - ma è il suo nome di fantasia - è una ragazza rom di 27 anni, madre di tre figli che, nel 2006, era finita a chiedere l' elemosina nelle metropolitane di Milano ed era stata denunciata per accattonaggio. Si era rivolta alla Casa della carità - presieduta da Don Virginio Colmegna - dove aveva preso dimora fino al 2010 quando era riuscita a trovare una casa per sè e per i propri bambini. Aveva anche iniziato un percorso di inclusione nella società con il proprio domicilio, un lavoro presso una persona molto nota della città e con la possibilità d mandare i figli a scuola.
Ma, dopo sette anni, è stata arrestata. E' accaduto poci giorni fa e Anna non sapeva neanche della condanna perchè l'avvocato d'ufficio non l'aveva messa al corrente del processo a suo carico. La giovane donna deve scontare sei mesi nel carcere di Como con l'accusa di "accattonaggio con minore". Il reato di accattonaggio è stato abrogato nel 1995 dalla Corte Costituzionale; oggi rimane quello di "accattonaggio con minore" che prevede una pena fino a tre anni.
Don Virginio Colmegna ha iniziato il digiuno a oltranza e dichiara che: " Non è una protesta solo per Anna, ma contro le carceri in generale. Altro che balle: il sovraffollamento è dovuto al fatto che in galera ci sono centinaia di persone che non dovrebbero starci. Come questa ragazza di 27 anni rumena.  Tutta gente che dovrebbe intraprendere percorsi di riabilitazione. Oggi il carcere serve solo a rompere e rovinare belle storie di recupero. Digiunerò fino a quando (Anna) non verrà scarcerata".
Casa della carità - insieme all'associazione Antigone, Camera penale di Milano, Centro Ambrosiano di solidarietà, Osservatorio carcere e territorio di Milano - ha presentato , a Palazzo Marino, un appello dal titolo:  Carcere, diritti e dignità perchè, come sostiene Corrado Mandreoli dell'Osservatorio: " Sovraffollamento, carenze igieniche, mancanza di risorse per progetti di reinserimento, sono solo alcuni dei problemi. E tutti devono farsene carico". Nell'appello di chiedono: la depenalizzazione dei reati minori, più pene alternative alla detenzione e la cancellazione di tre leggi: la Fini-Giovanardi sull'uso di alcune sostanze stupefacenti; la Bossi-Fini sull'immigrazione; e la ex-Cirielli sulla recidiva.