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sabato 11 aprile 2015

Sette paia di scarpe: un romanzo sulla Siria tra cambiamento e tradizione


Eliana Iorfida si è laureata in Archeologia nel 2007 a Firenze. Ha partecipato a importanti missioni di scavo nazionali e internazionali in Medio Oriente (Siria, Egitto e Israele) ed è l'autrice del romanzo d'esorsio intitolato Sette paia di scarpe, vincitore del secondo posto nel concorso nazionale “La Giara” (Rai Eri). 


Beirut, 2006, Imad è il padre di Aidha, Nashat e Tahir, è vedovo e ha molta paura di mettere in pericolo la vita dei suoi tre figli perché a Beirut ci si attende l’offensiva israeliana contro gli hezbollah libanesi.
Affidati i ragazzi alle cure della figlia maggiore, Imad li mette su un aereo per Aleppo e da lì continueranno il loro viaggio verso la Jaazera, l’interno desertico della terra siriana, fino ad un piccolissimo villaggio dove vivono i parenti della moglie defunta. Nel villaggio li aspettano i nonni materni insieme agli zii e ai cugini che li accolgono in una vita rigidamente organizzata sui tempi del lavoro e i ruoli di una famiglia patriarcale.
Completamente soggette al volere dei mariti e fratelli maggiori, le donne vivono nella grande casa comune nel sogno del matrimonio che dovrebbe affrancarle dalla casa paterna. Aidha è spinta da una serie di segnali rivelatori a scoprire il perché della frattura tra sua madre e la famiglia d’origine, e sarà Karima, grande amica della madre fin dall’infanzia che le svelerà il segreto della contrastata giovinezza di lei. Piano, piano Karima dipana il filo dei ricordi svelando ad Aidha un altro aspetto della madre. Innamorata con passione di un berbero, le famiglie avevano per mesi intessuto trattative matrimoniali, ma il riscatto sarà possibile.

La commissione del concorso si è così espressa: “La scrittura della Iorfida riesce a rendere con espressività l’atmosfera di un villaggio rurale della Siria vissuto attraverso gli occhi della giovane protagonista. Senza frapporre giudizi morali e politici, narra un mondo arcaico facendocelo sentire comunque molto vicino al Mediterraneo di casa nostra. Un bel ritratto di una cultura diversa, sentita come ricca di valori anche se fortemente autoritaria”.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Eliana Iorfida che ringrazia.



Come si è documentata per scrivere questo romanzo?



Questo romanzo è il frutto spontaneo di un’esperienza vissuta in prima persona da archeologa nei territori che fanno da scenario alla narrazione – i villaggi di Tell Mozan e Umm Ar-rabiah, nel Kurdistan siriano – dove ho trascorso due stagioni al seguito dell’importante missione di scavo internazionale diretta dal Prof. Giorgio Buccellati. Le mie “note di viaggio” si sono presto intrecciate alla vicenda reale e commovente di una donna del posto. Direi, quindi, che la “documentazione” è avvenuta sul campo, semplicemente vivendo a stretto contatto con le persone che ci ospitavano; trovando nella loro quotidianità, nelle tradizioni e nei racconti dei più anziani, tesori preziosi come quelli custoditi dalla sabbia.



Beirut, Aleppo e poi la campagna siriana: qual è la differenza culturale tra le città e l'entroterra?



È una differenza enorme. Gran parte dei Paesi mediorientali sono attraversati da squilibri e dualismi estremamente marcati da un punto di vista storico-culturale, politico e geografico. Uno dei più tangibili sussiste proprio tra città e campagna: le prime, soprattutto le capitali e le grandi metropoli, sono scandite da ritmi e tenori di vita del tutto simili a quelli ai quali siamo abituati “noi” occidentali – assimilando, talvolta, il peggio dai nostri cosiddetti modelli di emancipazione – viceversa, le comunità multietniche dei piccoli centri rurali patiscono ancora pesanti condizioni di miseria, vessazione e degrado sociale. È in queste diseguaglianze che affondano le radici del malcontento e, al tempo stesso, della presa di coscienza che hanno animato la stagione delle “Primavere Arabe”, almeno nel loro slancio genuino iniziale, ed è da qui che occorre ripartire per dare speranza a queste popolazioni.



Le persone anziane sono depositarie della memoria e della tradizione: come conciliare il loro vissuto e la loro mentalità con quella dei più giovani?



Nel romanzo, Aidha, la giovane protagonista, conosce se stessa e le proprie radici attraverso il filo della memoria familiare e della riscoperta del proprio passato: una ragazza di città che si scontra e s’incontra con le antiche tradizioni di una terra lontana, nel tempo e nello spazio. È un dialogo che nasce sulla base della curiosità e del rispetto reciproco, e si costruisce in punta di piedi. Al giorno d’oggi è difficile conciliare il vissuto di generazioni così distanti, e la realtà mutevole e consumistica che ci circonda non fa che distrarci, ostacolando con ogni mezzo questo prezioso “passaggio del testimone”. Tuttavia, i giovani non possono e non devono abdicare così facilmente alla conoscenza storica, personale e collettiva, perché solo l’esperienza di ciò che è stato (e che siamo stati) può prepararci a comprendere e accogliere i mutamenti che ci attendono.



Nel libro si parla anche di matrimonio combinato e di emancipazione: quali sono i diritti negati e quali, invece, quelli acquisiti da parte delle donne?



La storia che racconto è fatta di dolore e riscatto, ma anche di consapevolezza e rispetto verso tradizioni (patriarcali e matriarcali) di origini antiche, sulle quali si fondano molte comunità umane e dalle quali, spesso, dipende la sopravvivenza di interi clan familiari. Anche se la storia narrata è “al femminile”, trovo riduttivo, soprattutto in questo drammatico momento, limitare il problema dei diritti alle sole donne: non esiste una questione femminile fine a se stessa – benché la donna sia un centro cosmico e sul suo corpo si combattano guerre di ogni genere – quanto un problema di negazione o affermazione di diritti umani universali e inalienabili, a tutte le latitudini. Nei Paesi di cultura arabo-islamica la donna è declinata in mille sfaccettature, non sempre rispondenti agli stereotipi di cui siamo infarciti, e l’affermazione dei diritti, così come l’emancipazione personale e professionale, dipendono dal contesto socio-economico e culturale dal quale cui si proviene: s’incontrano spesso donne come Rima Karaki, la giornalista libanese che, di recente, ha fatto notizia per aver tenuto testa a un prepotente islamista conservatore; e poi ci sono donne che a quella prospettiva d’indipendenza non hanno alcuna possibilità d’accesso, succubi di umiliazioni e privazioni. In casa nostra le cose non sono poi così diverse, senza contare la piaga del femminicidio, che nel 2013 ha mietuto una vittima ogni due giorni.



C'è un collegamento tra la Siria da lei raccontata e le Regioni del nostro Sud?



Ho guardato il Medio Oriente con occhi da calabrese e ci ho visto le mie radici! Non è un caso che in apertura e chiusura del romanzo abbia scelto di citare l’illustre corregionale Corrado Alvaro che, per primo, negli anni ’30, colse le innumerevoli assonanze mediterranee tra i rispettivi Sud, nel bellissimo reportage “Viaggio in Turchia”. Gli arabi ci hanno insegnato a irrigare la terra, a coltivare gelso, cotone, melanzane, spezie e tanti altri alimenti tuttora alla base della nostra tradizione culinaria. Le donne velate e vestite di scuro mi hanno richiamato l’immagine delle nonne calabresi e siciliane che, non più tardi di qualche decennio fa, si coprivano i capelli con la sajia prima di uscire di casa e facevano il bucato con la cenere. È a questa radice mediterranea che dobbiamo guardare per sentirci partecipi di un destino comune.


martedì 6 gennaio 2015

Confronti mediterranei di donne



di Ivana Trevisani



Quando uno sguardo di donna scruta il mondo, sempre si posa sulla vita, anche se la realtà a cui guardare è quella belligerante dei conflitti armati e degli scontri esplosivi tra diversità rese irriducibili.

E' quanto ancora una volta si è realizzato a Milano lo scorso novembre, all'incontro “Sguardi di donne sui fondamentalismi e i conflitti in medio-oriente”, nello scambio di riflessioni tra le donne al tavolo di relazione: la cooperante italiana Irene Viola, l'operatrice sociale libanese Tamara Keldani, la Tunisina Ouejdane Mejiri da anni in Italia, insegnante al Politecnico di Milano e la Siriana Souheir Katkhouda, da vent'anni in Italia presidente delle donne musulmane d'Italia.

Ognuna di loro, nonostante il titolo, ha scelto di parlarci delle pratiche di vita che le donne stanno comunque agendo nei luoghi associati ormai soltanto, nei media e nell'immaginario collettivo occidentali, ad azioni di morte.

Certo queste donne, da sempre attive nel politico sociale dei loro Paesi e in Italia, non hanno ingenuamente rimosso la questione della violenza dilagante, ma l'hanno riletta nel registro dell'articolazione piuttosto che in quello del giudizio sbrigativo.

Così Viola, con il video dell'agricoltrice libanese Elham, che mostra fiera i frutti della sua attività agraria di cui sottolinea la rilevanza per una possibile ripresa di vita di una società, un'economia e un ambiente devastati dalle guerre infinite che hanno attraversato il Libano, ci ha riportate alla straordinaria potenza delle donne per l'amore e la cura della terra, che genera vita ed è amore per il mondo. Ma Elham ha voluto anche non scivolare sul valore di rela zione tra donne che sanno comprendersi e camminare insieme, confermandone anzi energicamente la straordinaria rilevanza nel ribadire la portata, per lei vitale, dell'incontro con il lavoro della cooperante Viola, di quella cooperante, che le ha consentito di pensare, progettare e realizzare il suo proposito di nuova vita dopo le lacerazioni patite da lei e dalla gente nel suo Paese.

Keldani da parte sua, attraverso la restituzione di senso del lavoro sulla differenza sessuale, soprattutto nelle zone rurali del Libano, con la sua associazione Les Amis des Marionettes, ci ha rivelato come agendo attraverso il simbolico di giochi di ruolo, sia stato possibile radicare nei vissuti di ragazzi e ragazze partecipanti ai laboratori, il senso e il valore di tale differenza e la potenza dell'essere donna.
Keldani ha voluto inoltre sottolineare come, muovendo dalla consapevolezza guadagnata grazie al progetto dai dalle adolescenti coinvolti, abbiano potuto di rimbalzo consolidarsi anche nel quotidiano delle comunità, il riconoscimento concreto e non di semplice adesione convenzionale alla consuetudine, la convinta certezza che la donna è il pilastro della famiglia e che reggendo l'equilibrio della famiglia può contribuire all'equilibrio dell'intera società. Restando a tema, quanto alla piaga dei matrimoni precoci, indistintamente tutte tutti gli allievi delle scuole coinvolte dai laboratori, hanno saputo con grande lucidità e maturità indiividuare e indicare il danno sociale di una pratica che, non permettendo alla madre troppo precoce di sviluppare appieno il senso di sè, non le consente di educare con pienezza i figli, non potendo trasmettere loro il sentimento della propria identità. E poichè la questione dell'identità è un problema di non poco conto nel tessuto frammentato, lacerato, interrotto dell'attuale società libanese, ne consegue l'enorme portata del guadagno trasmesso per genealogia femminile di quel senso di identità e radicamento a sé che consente di eludere le spinte a derive identitarie rigidamente arroccate a qualsivoglia ideologia totalitaria.

A seguire, Katkhouda ci ha partecipato il suo impegno non solo nel “soccorso” e nell'accoglienza dei suoi, delle sue connazionali in fuga dalla Siria, ma anche e forse soprattutto, stante il sistema informativo del nostro Paese, nel persevante, instancabile lavoro di presenza-testimonianza in ogni occasione possibile, per ricordare a un pubblico disattento e male informato, la tragedia che nel suo paese d'origine sta continuando a consumarsi e a consumare le vite di un intero popolo. Kathouda, presidente delle donne musulmane in Italia, non ha dissertato su veli, arroccamenti o strumentalizzazioni religiose, ma ha detto di sé, di come sta nel mondo, ci ha testimoniato del suo infaticabile impegno ad aprire sempre più fessure nel silenzio che uccide, anche più delle armi, quello che continua a sentire come il suo popolo e ci ha restituito intera la sua potente autorevolezza.

Per concludere, Mejri nel suo intervento ha con forza sottolineato la realtà, pressochè ignorata dal sistema mediatico italiano, dell'agire positivo delle donne al centro del ritrovato protagonismo dell'intera società civile tunisina. E' stato soprattutto il protagonismo delle donne, ha voluto ribadire Mejri, a sostenere il processo di partecipazione sociale alle ultime tornate elettorali, le parlamentari prima e le presidenziali successivamente. Un impegno che ha consentito l'evoluzione politica di avvicendamento, da Ennhada, il precedente governo di cifra religiosa, al nuovo governo non religiosamente orientato. Non solo la presenza attiva delle donne, ma l'intero processo di alternanza che hanno saputo sostenere, sono stati solo sfiorati dal nostro sistema mediatico, forse troppo allineato alla “dittatura del pensiero occidentale”, parole di Mejri, senza troppi dubbi condivisibili.

Che la positività sia la cifra dell'agire delle donne non è certo sogno, ma costituente del reale, è tuttavia possibile riconoscerla solo se si apre lo sguardo, se oltre l’evidenza si accetta di entrare nel profondo delle vicende dove le donne si giocano, scoprendo da dove nascono e verso dove procedono.

Cogliere la forza e l'eccellenza femminile è possibile a patto di affinare la capacità di ascolto necessario e prepararsi a uno sguardo più attento, di aprire la disponibilità autentica “a guardarci l’una con l’altra, a restituirci vicendevolmente l’immagine della nostra eccellenza, a riconoscere la loro e la nostra”, per dirlo con le parole della filosofa Diana Sartori. E “saper fare da specchio all’altra, lì in quel che sta facendo lei, come noi” pur nelle diversità di eccellenza di donna, consente di riconoscere lei e noi stesse.

Per scostarsi dai luoghi comuni e dai pre-giudizi che le vogliono e vedono unicamente oscure donne schiacciate da guerre maschili e da veli inflitti, e che le rendono di fatto evanescenti, le donne dell'altra sponda del Mediterraneo in questo incontro, per dirsi e dirci di sè hanno scelto di eludere la contrapposizione e preferito offrirci la proposta di esperienze e pratiche concrete di vita. I frammenti di storie, vissute in proprio o incontrate in altre donne, dispiegati all'attenzione delle persone presenti, erano tutti con forza orientati a ribadire che, come già la filosofa Hanna Arendt sosteneva, non si è libere da una condizione data, ma si è libere nell'apertura di senso di quella condizione.

Le considerazioni esposte dalle relatrici, accompagnandone le narrazioni, hanno voluto ricordare come le potenti storie di donne offerte al nostro ascolto, più comuni di quanto si voglia o possa credere in Occidente, ci possono insegnare a spostare la prospettiva di lettura, a non concentrarsi sul dolore ma a proiettare uno sguardo diverso sulla tragedia, per trovarvi comunque la vita.
Coniugando le testimonianze dipanate dalle donne nel corso dell'incontro con le parole della riflessione di Sartori è plausibile concludere che in questa urgenza presente, quando la misura maschile mostra la sua incapacità a fare ordine, e quella femminile in questo passaggio si pone come ordinatrice di realtà e finalmente si pone la questione di quale è la misura in un mondo davvero comune”, si può ri-trovare la vita: nella parola, nello sguardo, nelle pratiche, nella misura di donna.

Ciascuna a partire da sé e tutte indistintamente, sempre usando le sue parole, hanno voluto e potuto ancora una volta ricordarci che “se noi donne non sapremo esporci al mondo come misura, il mondo non avrà misura”.


lunedì 5 gennaio 2015

Oltre la democrazia. Temi e problemi del pensiero politico islamico



 


Il pensiero politico islamico è stato messo alla prova dalle rivolte o rivoluzioni che hanno coinvolto il mondo arabo negli ultimi anni. Il ruolo dei movimenti e dei partiti islamisti prefigura un percorso che può andare "oltre la democrazia" alla ricerca di nuove forme di organizzazione politica. Il volume Oltre la democrazia. Temi e problemi del pensiero politico islamico, di Massimo Campanini edito da Mimesis, raccoglie un certo numero di saggi e articoli precedentemente pubblicati e si prefigge di analizzare i presupposti teorici di siffatta progettualità politica indagando i caratteri e le forme del pensiero politico islamico classico e contemporaneo.


L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande al Prof. Campanini e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.






Quali potrebbero essere le nuove forme di organizzazione politica che porti i Paesi islamici dall'autoritarismo a governi più democratici?



Le forme di autoritarismo o di governo francamente dittatoriale che hanno caratterizzato soprattutto i paesi arabo-islamici negli ultimi decenni sono state un effetto dell’affermarsi e poi dell’evolversi di regimi militari o comunque verticistici che hanno bensì gestito la transizione dal sistema coloniale a quello post-coloniale (tra gli anni Cinquanta e Settanta), ma che hanno riprodotto anche le sperequazioni sociali, il saccheggio delle risorse, l’elitarismo dei precedenti sistemi cosiddetti “liberali”. Ciò significa che non è stato l’Islam in quanto religione a imprimere un marchio di controllo autoritario allo stato e alla società. Anzi, per lungo tempo l’Islam e le organizzazioni islamiche hanno svolto una funzione contro-egemonica di contestazione dei regimi laici sortiti dalla decolonizzazione, sia pure non senza ombre e compromessi. Le cosiddette “primavere arabe” sembravano agli inizi promettere nuovi percorsi verso la democrazia e le conquiste dei diritti, anche con l’emergere sul proscenio di forze islamiste moderate come i Fratelli Musulmani che hanno, disordinatamente, cercato di imprimere un carattere appunto “islamizzante” alle transizioni. Ma le “primavere arabe” si sono involute: gli islamisti moderati sono stati emarginati o repressi, i militari sono tornati al potere, in alcuni paesi sono scoppiate guerre civili. È dunque difficile prevedere quali “nuove” forme di organizzazione politica potrebbero condurre i paesi arabo-islamici “oltre la democrazia”. Il pensiero politico islamista oscilla tra la rivendicazione di un’applicazione modernizzata della shari’a e il movimentismo jihadista che talvolta sconfina col terrorismo. I monarchi e i nuovi presidenti che si sono consolidati al potere (e peggio ancora per quelli che sono travolti dalla guerra civile) non hanno interesse ad allentare una presa autoritaria sullo stato e la società civile, anche per timore di una recrudescenza della contestazione interna. Certamente, appare sempre più chiaro che una automatica applicazione della (presunta) “democrazia” occidentale alle realtà arabo-islamiche è problematica, anche perché una eventuale affermazione islamica cercherebbe vie proprie di governo e di formulazione dei diritti, non necessariamente omologabili a quelle occidentali.




Si può parlare, nel Mediterraneo, di scontro di civiltà? E come, invece, porre le basi per un incontro?



Lo “scontro di civiltà” è, in certo senso, un dato di fatto, provocato, da un lato, dalla demonizzazione dell’Islam da parte di personaggi come Huntington o Pipes o Fukuyama (senza dimenticare gli islamofobi nostrani che pescano nei pregiudizi dell’opinione pubblica), e, dall’altro, dalla parallela demonizzazione dell’occidente da parte delle organizzazioni jihadiste più estreme. Il dialogo non si costruisce, comunque, sulla base di una “tolleranza”, termine ambiguo che sottintende un sentimento di superiorità da parte di un soggetto che, dall’alto della sua “verità”, “tollera” (cioè “sopporta”) il diverso. Si costruisce piuttosto, come ha sostenuto il filosofo egiziano Hasan Hanafi, sulla base di un reciproco riconoscimento di “soggettività” che interloquiscono nel confronto delle opinioni e nel rispetto della reciproca diversità, considerando l’interlocutore, appunto, come un altro “soggetto” e non come un potenziale avversario o un essere inferiore. Le religioni hanno ovviamente un ruolo importante da svolgere, soprattutto se riconoscessero la comune radice abramitica. Il problema dei diritti si presenta centrale, ed è forse significativo riflettere sul fatto che il suddetto Hanafi, intellettuale molto prestigioso e ascoltato nel mondo arabo, ha sostenuto che l’occidente impone i “suoi” diritti spacciandoli come “universali”. È vero che la formulazione dei diritti da parte di alcuni ‘ulema musulmani sembra legittimare la subordinazione della donna o l’emarginazione delle minoranze, ma l’aggiornamento deve avvenire dall’interno, come hanno sostenuto intellettuali come Abdullahi al-Na’im.




Come conciliare il pensiero politica islamico classico con la modernità?



Nella sua formulazione classica, il pensiero politico islamico contiene numerosi princìpi compatibili con la modernità e potenzialmente con la democrazia. Il principio della consultazione (shura), per esempio, implica quello della rappresentatività (il governante decide “consultandosi” con i rappresentanti liberamente scelti della comunità); il principio del consenso (ijma’) implica che il governante sia eletto dai sudditi e debba godere della loro approvazione (e possa essere rimosso nel caso di malgoverno); il principio del bene pubblico (maslaha) corrisponde esattamente all’intenzione “occidentale” di garantire l’equa distribuzione delle risorse e la protezione dei deboli. Certo, nella prospettiva islamica, il detentore della sovranità rimane Dio; ma la maggior parte dei teorici, anche islamisti, riconosce che la sovranità di Dio va esercitata attraverso la mediazione umana, cosicché il popolo sia il detentore del potere. Dunque non esistono ostacoli di principio a una modernizzazione del pensiero politico islamico. Il punto nodale più complicato è piuttosto la tendenza, diffusa nel pensiero politico ma in genere nella mentalità musulmana, di idealizzare l’epoca del profeta e dei suoi compagni, la prima generazione dei musulmani (i salaf), il cui esempio deve essere imitato, secondo i più rigidi e radicali (i salafiti appunto), alla lettera con una evidente distorsione del tempo storico.




Come si rapportano, oggi, i giovani all'Islam religioso e politico?



Innanzi tutto, bisogna considerare che un processo di secolarizzazione è comunque in atto nelle società musulmane, e la secolarizzazione è per antonomasia occidentale. Anche a Mecca ci sono i McDonald’s e i Kentucky Fried Chicken! Ciò incide sull’atteggiamento dei giovani che imparano ad andare al cinema e in discoteca. Per quanto sia poco noto, esistono diverse band rap e pop di giovani musulmani. Inoltre, vi sono molti tele-predicatori, come il carismatico Amr Khaled, che incitano i giovani a dedicarsi a quello che è stato definito (da Patrick Haenni), “Islam di mercato”, il cui motto è “Arricchitevi!” (sia pure in nome della religione). Perciò si è parlato (Oliver Roy) di un post-islamismo, cioè di un atteggiamento mentale, soprattutto giovanile, per il quale la religione diviene un fatto privato e le sirene dell’islamismo politico hanno perso il loro appeal. Naturalmente, non bisogna né generalizzare né banalizzare i fenomeni. L’Islam conserva tuttora la sua importanza come elemento di identità culturale, prima ancora che religiosa. L’Islam può essere vissuto liberamente come un’ideologia aperta e di giustizia, o come pretesto per un integralismo dottrinale e del comportamento sociale. Dipende dai contesti (sociali) e dall’inclinazione individuale. Del resto, il richiamo dell’Islam estremista e terrorista è stato (finora) relativamente limitato dal punto di vista numerico, e personalmente non credo che possa attecchire più di tanto.




Quanto è importante il ruolo delle donne nel processo culturale per una transizione verso una democrazia?



Naturalmente, è fondamentale. Soprattutto per quanto le donne stanno di fatto (anche se ciò raramente viene considerato dai mass-media occidentali) ritagliandosi sempre più spazio nelle professioni e nella società civile. Il processo è comunque ancora lungo e difficile. Nelle società patriarcali mediterranee, la donna è considerata (spesso ancora) lo scrigno dell’onore della famiglia e del clan, per cui deve essere protetta o addirittura isolata. Non è un caso che, dal punto di vista della giurisprudenza, le ultime vestigia del diritto musulmano classico (in presenza di una decisa occidentalizzazione dei codici e delle procedure) si conservino proprio nel diritto di famiglia: matrimonio, divorzio, eredità, cura dei figli. La notevole diffusione (poco nota, ma reale) del cosiddetto femminismo islamico (alcuni nomi: Amina Wadud, Asma Barlas, Asma Lamrabet, eccetera) non sempre è ben vista nelle società tradizionali: per esempio le stesse donne del Marocco rurale e profondo hanno reagito negativamente alla riforma del diritto di famiglia del re Muhammad VI, che pure migliorava notevolmente le loro condizioni e i loro diritti, temendo una dissoluzione dei vincoli familiari e di appartenenza. Anche qui bisogna evitare le banalizzazioni e le semplificazioni, poiché la realtà è complessa e in movimento, e le condanne pregiudiziali dell’Islam non portano da nessuna parte, se non a irrigidire ancor di più i fondamentalisti.

martedì 25 novembre 2014

Terre d'Islam: storia delle rivolte arabe






Un documentario, quello di Italo Spinelli e Alberto Negri, che indaga una storia complessa che vede coinvolte un milardo e trecento milioni di persone: Terre d'Islam – Storia delle rivolte arabe dà voce ai diretti interessati per parlare dell'Islam politico che noi occidentali iniziamo a conoscere, forse, solo adesso.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Negri che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.                       






Tunisia, Egitto, Libia e Iran: qual è lo scenario politico attuale in questi Paesi?



La Libia è un Paese che sta attraversando una situazione molto difficile: è un Paese spaccato in due tra Cirenaica e Tripolitania con due governi, due parlamenti e addirittura due agenzie-stampa ufficiali, quindi la spaccatura non può essere più profonda di così e sarà difficile, per la comunità internazionale, trovare un punto di equilibrio.

In Tunisia ci sono state, recentemente, le elezioni generali politiche e il 26 novembre ci saranno le presidenziali: questa volta ha vinto il fronte laico, superando il partito islamico, e questo è un aspetto importante perchè è l'unica transizione araba che si è svolta pacificamente, nonostante le difficoltà attraversate dal Paese in questi ultimi anni in quanto gli jihadisti e i salafiti hanno più volte messo in pericolo questa transizione con due assassinii politici. Inoltre, c'è una crisi economica molto forte con una disoccupazione al 40%. La situazione è tale per cui anche il partito che ha vinto le elezioni, probabilmente, continuerà una politica di unità nazionale.

L'Egitto, dopo il colpo di Stato dell'anno scorso, sta attraversando una fase ancora complicata perchè in Sinai vediamo che i gruppi jihadisti contrastano il governo e hanno fatto fuori i Fratelli Musulmani. L'Egitto ha grandi problemi: con 90 milioni di abitanti, le risorse della Banca Centrale sono ¾ volte inferiori rispetto a quelle del Libano che ha 6 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda l'Iran bisogna vedere se si troverà un accordo sul tema del nucleare, se ci sarà o se si arriverà a un ennesimo compromesso, ovvero a un altro rinvio. 




Parliamo, in particolare, dell'Iran: quale può essere la sua influenza nella situazione presnete e può essere determinante per una soluzione che vada in direzione di un nuovo assetto geopolitico?



L'Iran è un Paese fondamentale per gli equilibri del Medioriente: per l'Iraq, per la Siria fino alle sponde del Mediterraneo. L'Occidente deve trovare un accordo con l'Iran per pensare di ottenere una stabilizazione in quest'area. Ma nonostante questo dato incontrovertibile, sappiamo bene che la rivalità nel Golfo tra Iran e Arabia Saudita continua a condizionare tutta la politica di quella parte di mondo e anche la politica estera di Washington che si ostina ad appoggiare l'Iraq.




Quali potranno essere, invece, gli sviluppi futuri nel rapporto tra Occidente e Paesi arabi?

Saranno determinanti gli sviluppi che ci sono sul terreno, soprattutto il conflitto che si è aperto adesso con il califfato. Questa è una guerra molto complicata e anche assai ambigua perchè è un conflitto a bassa intensità che viene condotto da una coalizione guidata dagli Stati Uniti senza troppa convinzione. Non è escluso che tra Siria e Iraq possa nascere uno Stato sunnita con risorse petrolifere presenti in tutta la Siria.

Mi sembra evidente che si stiano rifacendo le frontiere del Medioriente e questo determinerà in gran parte anche tutte le altre questioni tra l'Occidente e il mondo arabo.



Nel docufilm sono stati intervistati esponenti politici, funzionari e persone comuni. Sono tutti arabi e non c'è il commento di un mediatore occidentale. Ci spiega il motivo di questa scelta?



Volevamo delle voci senza filtro, senza mediazioni che, in qualche modo, le condizionassero. E questa è proprio la caratteristica principale del nostro lavoro.








mercoledì 17 settembre 2014

Everyday Rebellion: cambiamento e non-violenza




E' nelle sale italiane dall' 11 settembre (una data significativa...) e distribuito da Officine Ubu: si tratta del film Everyday Rebellion dei fratelli iraniani Arash e Arman Riahi.

Un documentario che pone al centro la comunicazione come azione di protesta, efficace e, soprattutto, non violenta.

Da Occupy Wall Street, alle rivoluzioni arabe iniziali; dal Movimento spagnolo 15M alle Femen e ancora Otpor! Il movimento studentesco che portò alla caduta di Milošević e il Popolo Viola...Tutte forme di protesta e di ribellione organizzate, sentite, volute e vissute sulla propria pelle dai protagonisti.

A proposito delle Femen ucraine, Arash Rahi ha affermato: “ Come tutti gli altri movimenti non violenti da noi mostrati, anche le Femen partono da bisogni personali, in questo caso il bisogno di un gruppo di studentesse ucraine nate negli anni '80 che si erano smarrite nella propria esistenza. Le Femen hanno avuto un tale impatto sull'opinione pubblica di tutto il mondo perchè hanno usato il corpo come campo di battaglia in una maniera completamente nuova rispetto a quella dei kamikaze alle altre forme di protesta fisica: che cosa c'è di più non violento di un corpo nudo?”.

La tesi alla base del lavoro è che rispondere alla violenza con altra violenza è distruttivo e basta: se, invece, si risponde con la creatività, allora si riescono ad ottenere attenzione e solidarietà e questo risulta ancora più importante se si vive in un regime non democratico. E allora via libera a corpi dipinti, palline da ping pong con scritte che rotolano per le vie della città, palloncini colorati e fermagli per capelli per distribuire volantini e documenti, slogan cantati e cartelloni vivaci...Anche questo vuol dire fare “cittadinanza attiva” e dissentire.

Il documentario fa parte di un progetto più ampio crossmediale, composto da varie piattaforme (sito web, app per smartphone) con le quali è possibile condividere contenuti, informazioni e iniziative. E in occasione della distribuzione del film in Italia, Officine Ubu lancia l'hashtag #iomiribello che invita gli utenti a raccontare il proprio gesto di ribellione quotidiana.

giovedì 12 giugno 2014

I dolori della pace: per parlare di Mediterraneo e molto altro



Qual è lo scontro di civiltà che ha caratterizzato la Storia recente, a partire dall' 11 settembre 2001? Quali sono i motivi scatenanti e le cosnseguenze delle rivoluzioni arabe? Quali i sentimenti di chi è costretto a lasiare il proprio Paese d'origine per diventare profugo, rifugiato o apolide?

Questo e molto altro nell'interessantissimo incontro con il Prof. Giuseppe Goffredo, autore del saggio I dolori della pace (Poiesis editrice) e Mohammad Amin Wahidi, poeta e attivista per i diritti umani.







lunedì 2 giugno 2014

L'Algeria di ieri e di oggi

Lemhanouer Ahmine vive in Italia dal '94 e nel suo nuovo documentario, dal titolo Ouine Algeria?(Dove va l'Algeria) traccia la Storia del suo Paese d'origine, una storia strettamente intrecciata alle vicende della sua famiglia. Per celebrare i 50 anni dell'Indipendenza e anche per capire il Presente.

Il film è stato presentato in prima mondiale al Festival del cinema africano, d'Asia e America latina di Milano.



Abbiamo rivolto alcune domande al regista e lo ringraziamo per questa intervista che è stata realizzata pochi giorni prima delle elezioni in Algeria.



Come nasce questo nuovo progetto?


Nel luglio 2012 sono stato in Algeria per il 50° anniversario dell'Indipedenza. Ho preparato il documentario con Luca Cusani e siamo partiti dalla domanda: “ Perchè in Algeria non c'è stata una primavera araba?”. Per rispondere a questa domanda bisogna attraversare una serie di passaggi fondamentali della storia algerina e l'ho fatto attraverso la mia famiglia.
In realtà avevo in mente il progetto già nel 2011: con Luca abbiamo scritto il trattamento e la struttura. Per la sceneggiatura volevo coinvolgere anche alcuni miei fratelli: uno che vive in Nicaragua e faceva parte dei sandinisti e un altro che vive in Francia, la cui moglie è stata la prima donna araba a diventare assessore al Comune di Lione, nel 2001.
Dato che volevo realizzare un trailer da presentare ai produttori e alle televisioni, sono partito per l'Algeria con la mia cinepresa, ma era troppo grande ed è stata sequestrata all'aeroporto. Per fortuna sono riuscito a utilizzarne un'altra più piccola che mi hanno dato in prestito. Quando, poi, sono tornato in Algeria l'anno successivo mi sono portato dietro una cinepresa compatta e più discreta, ma ho avuto difficoltà per l'audio in post-produzione. Ma la cosa più difficile è stata tagliare alcune parti perchè ero troppo coinvolto da quello che raccontavano i miei familiari e mi dispiaceva togliere alcuni interventi dei miei fratelli. Ma, in questo, mi ha aiutato molto Luca.



E,quindi, quali sono le tappe della tua famiglia che si collegano alla Storia del Paese?


Prima di tutto la guerra di liberazione contro il colonialismo francese. Tre dei miei fratelli sono morti durante la guerra di indipendenza. Mio padre ha perso due dei suoi fratelli che hanno combattuto nella rivoluzione algerina e si è trovato a dover mantenere la famiglia.
Dopo il 1988, durante quella che è stata definita “la rivoluzione del pane”, l'Algeria si è aperta al multipartitismo che ha portato gli integralisti del Partito Islamico di Salvezza al potere con la conseguenza dello scontro con lo Stato e la minaccia di perdere la Repubblica. Sono stati, infatti, dieci anni di terrorismo e di guerra civile.
I miei fratelli sono una copia fedele della società algerina: uno di loro è un professore ecomomista e consulente del governo e del sindacato con formazione di sinistra; un altro è un islamista che ha votato il Partito Islamico ma, con il tempo, ha capito che il vero Islam non ha niente a che fare con la politica e, quindi, fa autocritica pur rimanendo convinto che il progetto islamista sia la soluzione non solo per l'Algeria, ma per tutta l'umanità; e poi c'è un altro ancora che è un po' un “figlio del potere” perchè ha goduto dei privilegi di un politico in quanto è stato senatore per un mandato.
In tutto questo, mio padre rappresenta la memoria storica: conserva il ricordo del colonialismo e quello del prezzo pagato per l'indipendenza.


C'è armonia all'interno di questa numerosa famiglia, con persone che hanno opinione tanto diverse?

Sì, questo è l'altro aspetto del documentario. C'è molto rispetto perchè ci possono essere opinioni diverse, ma la madrepatria, casa nostra non la possiamo distruggere per nessun motivo e nessuna ideologia. Il valore di questa appartenenza è superiore alle nostre divergenze politiche.



I fratelli che hai intervistato vivono in Algeria. Tu, al contrario, perchè hai deciso di partire?


Sono andato via nel '94. Erano anni difficili, erano gli anni del terrorismo e dovevo fare il servizio militare, ma non volevo prendere una posizione netta, non volevo mettermi da una parte contro l'altra. All'epoca c'era uno scontro tra gruppi armati e lo Stato e io non ho voluto mettermi né con gli uni né con gli altri. Inoltre volevo studiare e fare Cinema.



E' rimasta traccia del colonialismo in Algeria?


Dal punto di vista urbanistico tutti i centri delle grandi città algerine sono di stampo europeo. E questa è la traccia più evidente.
Quella nascosta è, per esempio, il fatto che si continui ad usare la lingua francese e, secondo me, questa è una forma di dipendenza culturale.
Nell'immaginario comune algerino si continua a pensare che tutto ciò che viene dall'Europa o dalla Francia sia migliore; manca la fiducia nelle nostre capacità.



Cosa vi aspettate dalle prossime elezioni?


Sia le persone che vivono in Algeria sia le persone che, come me, vivono fuori vogliono semplicemente costruire un Paese che sia degno di rappresentarci. Purtroppo, però, credo che vincerà sempre il candidato che è al potere perchè, come ogni volta, chi sta al potere ha messo tutto il suo peso in queste elezioni attraverso la propaganda e, anche se non posso confermarlo, anche con i brogli.


Ritorniamo alla domanda iniziale: perchè non è scoppiata la rivoluzione?


Per due motivi. Primo: gli algerini hanno passato dieci anni di scontri armati con tantissimi morti e questa è una lezione che il popolo ha ben chiara. Secondo: vedendo ciò che sta accadendo nei Paesi in cui ci sono state le “primavere”, osservando l'anarchia in cui sono caduti, la guerra civile in Siria etc. gli algerini hanno detto: “ Non ci conviene”. Ciò non toglie che ci sia il desiderio di un cambiamento, anche graduale.





Sarà possibile dialogare con Lamhanouer Ahmine martedì 3 giugno, alle ore 20.30, presso il Centro Asteria di Milano (Piazza Carrara 7, ang. Via G. da Cermenate, 2) in occasione di un altro suo documentario intitolato La curt de l'America. I temi affrontati saranno: immigrazione, convivenza tra italiani e migranti, cittadinanza per i nuovi italiani, appartenenza a due culture e molto altro ancora.

sabato 31 maggio 2014

24° Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina


di Ivana Trevisani

Ringraziamo tantissimo Ivana Trevisani per questo suo contributo.




Ancora una volta, anche quest'anno, la qualità della filmografia proposta dal 24° Festival Africano d'Asia e America Latina (che si è svolto a Milano dal 6 al 12 maggio 2014) ha potuto offrirci il dono di avvicinamento al vero.

Il vero della vita che il linguaggio cinematografico, se di qualità, nella sua libertà di restituzione è in grado di dire più di ogni analisi, dissertazione, speculazione, oltre ogni dilagante opinionismo.

I film proposti, sia nella cifra della fiction che del documentario, sono riusciti a dar conto del vero del vivere, proponendoci il quotidiano semplice di persone semplici, che senza eroismi ma eroicamente riescono a superare difficoltà piccole o grandi, intoppi o tragedie.

La quotidianità è il registro adottato dal siriano Mohamed Malas per restituire il dramma della guerra fratricida che sta dilaniando il suo Paese. Non è l' enfasi dell'abituale voyerismo occidentale centrato sul sangue, le ferite, i corpi morti e gli scheletri dei palazzi bombardati a renderci il dolore della guerra. A restituircelo è piuttosto ciò che ogni singola persona vive, palesato con misura, senza facile retorica dai volti e dalle lacrime dei ragazzi di una casa- cortile. La casa e il cortile dove si svolge il quotidiano dei dodici ragazzi e della padrona di casa, a cui l'eco della tragedia che si sta consumando e della sua progressiva recrudescenza giunge, giorno dopo giorno, evocata e mai espressa a reportage, dai suoni del fuori, fragore di bombe ed esplosioni, e dalle parole di chi da fuori ritorna o chiama al cellulare. Un fuori non lontano, il centro stesso di Damasco in cui è situata la casa cortile di “Ladder to Damascus”(“Scala per Damasco”) girato clandestinamente dal regista nel suo Paese.

La quotidianità tuttavia non sempre e non necessariamente deve essere segnata dal negativo, anche in situazioni di vita difficili, è il messaggio affidato dagli autori al collettivo “Stripelife – Gaza in a Day” (“Stripelife-Gaza in un giorno”). La scelta di mostrare una giornata di vita a Gaza nelle sue sfaccettature di “normalità”: giochi di ragazzi, lavoro, relazioni, ha consentito agli autori di aggirare le consuete restituzioni dell'area in cifra esclusivamente tragica, per dar conto di una capacità del vivere che permane e riesce a portare una popolazione e ogni suo singolo, oltre una situazione che pure resta drammatica, senza lasciarsene sopraffare.

Ma il quotidiano torna a farsi duro nella vita dell'interprete di “Om Amira” (“La mamma di Amira”), dell'egiziano Naji Esmail, l'infaticabile venditrice di patate fritte in una viuzza del Cairo, nei pressi della più famosa piazza Tahir. La sopportazione della durezza, della fatica, del rischio di donna sola nella notte cairota dietro il suo fornello di friggitrice, è resa possibile solo dal desiderio di salvezza della propria figlia. Ogni goccia di sudore, ogni piccolo guadagno della madre, destinati all'operazione della figlia cardiopatica, al di là di ogni esito possibile.

La forza di donna è messa al centro anche da Mario Rizzi nel suo documentario “Al intithar” (“L'attesa”), storia di ordinaria quotidianità di Eklas, vedova, madre di quattro figli, confinata nel campo per profughi siriani di Zaatari nel deserto giordano. Anche qui, mettendosi alle spalle di una vita difficile e dall'orizzonte chiuso, la protagonista riesce, giorno dopo giorno, ad affrontare e superare le difficoltà economiche e psicologiche della condizione di attesa sospesa del campo, per sé e i figli e mantenendoli in una relazione di reciproco sostegno, per proteggere il nucleo residuo di una famiglia distrutta.

La potenza femminile ancestrale è celebrata dal corto “Margelle” (“Il bordo del pozzo”) del marocchino Omar Mouldoira, dipanata dalla trasmissione del mito alle relazioni dell'oggi. nella breve ma intensa storia di un comune triangolo familiare, madre figlio padre. Ma il film, come dichiarato dallo stesso regista. vuole anche coraggiosamente proiettare un cono di luce sulla paura, pure ancestrale, che di tale potenza ha l'uomo arabo.

Anche i due cortometraggi tunisini “Les soulières de l'Aid” (“Le scarpe della festa”) di Anis Lassoued e “Zakaria”, di Leila Bouzid, ugualmente trattano delle difficoltà, delle reciproche incomprensioni nei rapporti genitori figli figlie, ad ogni latitudine, nella Tunisia d'origine come nella Francia dell'approdo migratorio.

Ma se per la figlia dell'immigrato “Zakaria”, il gruppo dei coetanei riesce a condizionarne la libertà di scelta e allontanarla, senza una motivazione realmente maturata in sé, dalla famiglia, in un altro cortometraggio firmato da Carine May e Hakim Zouhani, “La virée à Paname” (“Un giro in centro”) le difficoltà nelle relazioni familiari e con i compagni di quartiere, non fermano il giovane aspirante scrittore. Le pressioni non arrestano il cammino dell'adolescente che cerca il riscatto all'emarginazione, in una ricerca di sé che si rivela non corrispondergli, ma che ha voluto comunque tentare di esplorare.

Ancora la possibilità di lettura semplice ed immediata della realtà algerina a cinquant'anni dall'indipendenza si può trovare in “Ouine Algeria” (“Dov'è l'Algeria?”), documentario dell'algerino Lemnaouer Ahmine, e più precisamente negli incontri, qua e là nel Paese, dell'autore con pochi “esperti” e più persone comuni e familiari ritrovati. Lo stesso regista nell'incontro con il pubblico del Festival ha dichiarato come nessun analista politico o intellettuale sarebbe riuscito a spiegare in un fulmineo lucido flash, esposto da un familiare intervistato, un Algerino qualsiasi, la questione “islamismo di stato o secolarismo”, che pare inquietare più l'occidente che l'Algeria. Un cittadino comune, ma certo credente e di fervente pratica segnalata dal vistoso “callo della preghiera” in mezzo alla fronte, che dichiara la convinzione argomentata della necessaria separazione tra Stato e religione.

Ouandiè e Sosa, uniche concessioni a figure emblematiche, servono agli autori di “Une feuille dans le vent” (“Una foglia nel vento”) del camerunese Jean-Marie Teno e “Mercedes Sosa, la voz de Latinoamérica” (“Mercedes Sosa, la voce dell'America Latina”) dell'argentino Rodrigo H. Vila, per riaffermare la necessità di mantenere viva la memoria. Ernestine, figlia dell'attivista politico camerunese Ernest Ouandiè, assassinato in circostanze poco chiare e mai conosciuto da Ernestine, nell'intensa lunga intervista confessione afferma “La prima morte è quella vera, la seconda è il silenzio”, alludendo all'oblio calato sulla storia del padre e momenti oscuri archiviati della storia del Paese.

L'invito a non dimenticare è pure rinnovato ad ogni passaggio della biografia di Mercedes Sosa, non solo voce, ma presenza forte e significativa nella vita politica latinoamericana, restituita in un commovente inreccio di vita pubblica e familiare, a ricordo della storia di Mercedes e di quella dell'Argentina anche nei giorni più bui della dittatura.

Restare nel presente senza cancellare il passato e non facendosi soverchiare dal futuro, è il messaggio del visionario “Bastardo” del tunisino Nejib Belkadhi, vincitore del festival. Nessuna antenna GSM, che forse porta ricchezza economica, può rendere piena la vita, l'unica antenna che consente il vero ancoraggio a se' è la consapevolezza piena di dove siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, sapere chi vogliamo diventare.

venerdì 25 ottobre 2013

La libraia di Marrakech: la lettura come strumento di libertà




Jamila Hassoune: un’infanzia trascorsa tra le mura di casa, immersa tra i libri e poi l’idea della Carovana itinerante per portare libri e autori in giro per i villaggi. Un inserto fotografico documenta ampiamente le giornate della carovana, fitte di incontri con i giovani e con le comunità locali. La voce di Jamila commenta le vicende del suo Paese, il Marocco: il ruolo delle donne, la riforma del codice di famiglia, gli esiti degli «anni di piombo», l’islamismo, la condizione dei giovani, l’analfabetismo, fino ad arrivare alle piazze delle rivoluzioni.


Abbiamo rivolto alcune domande a Jamila Hassoune e pubblichiamo l'intervista anche in inglese per attenerci fedelmente alle sue risposte (Traduzione italiana a cura di EsseBi). Ringraziamo molto l'autrice e la traduttrice.

Could you tell us the path that led you to become "The librarian of Marrakech"? Ci può parlare del percorso che l’ha portata a diventare La libraia di Marrakech? 

The librarian or better bookseller of Marrakech was a dream like a reader to do something with books and like this journalist said when I explained what I can with books she said am intime dating books for me. I can only breath though books, I can understand more and analyse only through them; of course when my father was running a bookstore working for somebody was imagining that is the work I can do, but for me it's not only selling books I want people to read and to be informed when the city doesn't answer to my attempt, I went to the rural and in Marrakech I am the first woman bookseller opened the spaces for debat with books everywhere, seminars in cafés, in hotels, at the bookstore for many years I built first this bridge between rural and city and I created rural book projetcs and start the book caravan till today and only rest a traveller bookseller I respond to demand and organize meetings between peoples discussing different subjects debating. 


La libraia, o meglio, la venditrice di libri di Marrakech è stato un sogno, come per un lettore fare qualcosa con i libri o come ha detto quella giornalista che, quando ho spiegato cosa sono per me i libri ha detto che io ho un rapporto speciale con loro. Io respiro solo attraverso i libri, comprendo meglio e analizzo attraverso i libri. Certamente, quando mio padre gestiva un negozio di libri per conto di altri, io potevo già immaginare come sarebbe stato il mio lavoro, ma per me non è solo una questione di vendere i libri; voglio che le persone leggano e siano informate. Quando la città non risponde alle mie sollecitazioni, mi rivolgo alla campagna e a Marrakech sono stata la prima libraia donna ad aver creato spazi per discussioni e dibattiti attraverso i libri dovunque, nei caffè, negli alberghi, in libreria. Sono stata la prima a costruire un ponte ideale tra le campagne e la città e a creare progetti di libri per le campagne e ad iniziare la carovana dei libri, tuttora esistente; e sono una venditrice di libri itinerante, che soddisfa la domanda ed organizza incontri e dibattiti su molteplici argomenti.

 How important is spreading the culture in disadvantaged areas, in particular in rural areas? Quant’ è importante diffondere la cultura nelle aree disagiate, in particolare nelle zone rurali? 

My choose was rural area because there was need and still have needs there they don’t have a lot of things so they are virgin to work with them so for books and culture they love and they are curious and if they represent 50 percent of Morocco and this is the future those people are very open and with my work very open and important to built bridge with them between city and rural but to go to see them there and work with them. 

Ho scelto di rivolgermi alle popolazioni rurali, in quanto là c’era e ancora c’è il bisogno vero. Queste popolazioni sono povere e vergini nei confronti della cultura. Lavorare con loro, per i libri e per la cultura che amano e nei confronti della quale provano curiosità, pensando che rappresentano il 50% della popolazione del Marocco, vuol dire lavorare per costruire un ponte ideale tra le campagne e la città. 

A book can also be a weapon of power? And how important is education for women in Morocco and in other arab countries? Un libro può anche essere considerato uno strumento, un’arma di potere? Quanto importante è l’istruzione delle donne in Marocco e in altri Paesi arabi? 

A book and education on general are power , to be informed to have ideas to have knowledge could open for you many paths, you can analyse , you can critisize things and compare you can discuss also with different people could be the road for good citizenship, a woman is half of society like we say, children and young people on arabic world spend more time with their mothers who could transfer knowledge, information and education how we can have citizen to run a country if the mothers couldn’t participate really on that women educated knows very well their rights and could defend themselves they could have access to a good job to share the material responsibility with men and also to help for high education for children.

 I libri e l’istruzione in generale sono strumenti di potere, forniscono informazioni, idee, conoscenza, possono aprire molte strade. Sono strumenti di analisi, di critica, di paragone, tramite i quali si può instaurare un dialogo con gente diversa. Possono aiutare a diventare buoni cittadini. Le donne rappresentano il 50% della società, bambini e giovani, nel mondo arabo, ora trascorrono più tempo con le loro madri, che trasferiscono loro cultura, conoscenza, informazioni e istruzione. Come possiamo pensare di avere cittadini che governano un Paese, se le madri non hanno gli strumenti per partecipare alla vita sociale. Le donne istruite conoscono molto bene i loro diritti e possono difendersi. Possono ottenere un buon lavoro, assumersi le responsabilità e condividerle con gli uomini, nonché contribuire all’istruzione dei figli. 

 Could you mention the new family-code, introduced in Morocco in 2004, and comment on it ? Ci può parlare del nuovo codice di comportamento della famiglia, introdotto in Marocco nel 2004, e commentarlo? 

A good success and realization was the code of the new family comes like revolution to change but also it initiates debat and discussion between who are not with or who trust on it the battle was to go on the field and explain to the people what is this now with the new constitution is another revolution, another success, because it appuys this innovation the code comes for the family and the men and women and the children and for women there are many good things a big work starts many years ago by men and women and finally was established law an texts are here now we have to change mentality to accept and to practice that that is why culture and education are very important and my work is necessary here. 

La realizzazione del nuovo codice di comportamento della famiglia è stato un grande successo, una specie di rivoluzione, tramite il quale sono anche iniziati dibattiti e discussioni tra favorevoli e contrari. È stato necessario scendere in campo e spiegare alla gente che, con questo nuovo codice, è iniziata un’altra rivoluzione, che porterà altri successi, perché esso appoggia il rinnovamento. Il codice è a favore della famiglia, di uomini e donne, dei figli. E per le donne prevede molte cose positive. È stato fatto un gran lavoro, intrapreso molti anni fa da uomini e donne e che finalmente ora è divenuto legge, il cui testo è ora qui, davanti a noi. Adesso, dobbiamo cambiare la mentalità delle persone. Ecco perché cultura ed istruzione sono importanti, ed ecco perché il mio lavoro è così necessario qui.

mercoledì 23 ottobre 2013

Continua la "carovana dei diritti"

Il nostro viaggio continua con voi e grazie a voi.
Mercoledì prossimo, 30 ottobre, alle 20.30 presso la Casa per la pace di Milano, in Via M. D'Agrate 11,  l'Associazione per i Diritti Umani continua la CAROVANA dei DIRITTI con la presentazione del libro:

FERITE di PAROLE. LE DONNE ARABE in RIVOLUZIONE. MILLE FUOCHI di VOCI, di GESTI e di STORIE di VITA.     di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani.

Alla presenza di Ivana Trevisani, psicologa, antropologa
Noah Hassaan, traduttrice
Monica Macchi, esperta di mondo arabo e redattrice per formacinema.it


Un'altra occasione importante per approfondire temi di stretta attualità