Visualizzazione post con etichetta emergenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emergenza. Mostra tutti i post

martedì 8 aprile 2014

43ma Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti


 

In occasione della 43ma Giornata Internazionale contro le discriminazioni nei confronti dei Rom e dei Sinti proponiamo alcune considerazioni tratte dal rapporto redatto, lo scorso dicembre, dall'Associazione 21 luglio dal titolo Figli dei “campi”. Libro bianco sulla condizione dell'infanzia rom in emergenza abitativa (Per scaricare il documento completo potete andare sul sito www.21luglio.org).                             

La sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2011 aveva dichiarato illegittima la cosiddetta “emergenza nomadi”, in vigore dal maggio 2008. L'attuazione delle misure emergenziali, infatti, era iniziata con un censimento delle comunità rom e sinte negli insediamenti formali e informali di diverse città italiane, un censimento che aveva assunto le fattezze di una schedatura su base etnica.

Come evidenziato da molte organizzazioni internazionali e dalle ONG (Amnesty International, tra le tante) l'”emergenza nomadi” in vigore nel periodo 2008-2012 ha aggravato la discriminazione delle comunità rom e sinte perchè si è continuato a concentrare queste comunità in spazi chiusi e spesso caratterizzati da condizioni di vita incompatibili con gli standard internazionali sul diritto ad un alloggio adeguato e con il godimento effettivo di altri diritti di base, quali: il diritto alla salute, all'istruzione e al gioco, nel caso dei minori.

Nel rapporto stilato dall'Associazione 21 luglio vengono descritte le condizioni di vita dei bambini e dei giovani - e delle loro famiglie – all'interno degli insediamenti formali e informali, utilizzando come fonte di rifermento ad esempio La Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e la Carta Sociale Europea (riveduta).

Secondo l'indagine, le soluzioni abitative proposte ai rom e ai sinti si basano su un presupposto erroneo, ovvero che ci si stia rivolgendo a popolazioni nomadi: questo comporta che gli alloggi siano ubicati in spazi isolati e sovraffollati, che non offrono nessuna seria prospettiva di inclusione sociale e in cui le persone vivono in una situazione di segregazione. A questo si aggiungono gli sgomberi forzati che consistono nella rimozione degli individui dalle loro abitazioni contro la loro volontà, senza il rispetto di garanzie come, ad esempio, la predisposizione di alloggi alternativi e un giusto preavviso.

Questa precarietà abitativa comporta ripercussioni gravi sullo stato di salute dei rom e dei sinti e sui diritti dei minori. La collocazione degli insediamenti in aree insalubri e spesso lontane dai servizi sanitari espone le persone che vi abitano a situazioni nocive per la loro salute, situazioni causate anche dalla mancanza di servizi igienici, impianti fognari, connessione all'acqua potabile e all'elettricità. Le patologie più frequenti, soprattutto nei più giovani, sono denominate “patologie da ghetto” e sono: malattie infettive, patologie da stress, disturbi del sonno. Per quanto riguarda il tema della salute, inoltre, è emersa anche la difficoltà di accesso al Servizio Sanitario Nazionale legata alla mancanza della residenza anagrafica e ai motivi economici e questo comporta l'impossibilità, per i bambini rom e sinti, di usufruire delle cure necessarie in caso di malattia.

Altro argomento importante, preso in esame nel rapporto, riguarda il diritto all'istruzione. L' istruzione costituisce un diritto fondamentale anche in relazione ad altri, primo fra tutti il diritto al lavoro. Il rapporto ha evidenziato che l'abbandono scolastico e la discontinuità scolastica sono frequenti in tutte le città italiane e le ragioni sono molteplici: la condizione di precarietà abitativa che costringe le famiglie a spostarsi da un'area all'altra, ma anche l'esistenza di stereotipi e pregiudizi negativi radicati nell'immaginario collettivo.

Anche il diritto al gioco è importante: l'esiguità degli spazi vitali nelle unità abitative rende molto difficile le attività di gioco al chiuso. I bambini e i ragazzi, quindi, si ritrovano a svolgere le attività ludiche all'aperto e, come detto, spesso in zone insalubri e insicure. E questo impedisce la possibilità di svolgere attività ricreative, artistiche e culturali, utili allo sviluppo educativo, cognitivo e relazionale dei minori.

L'ultima parte del libro bianco prende in considerazione un altro aspetto delicato: il diritto alla famiglia e, in particolare, il diritto di non essere separati dai propri genitori se non nel caso in cui l'autorità competente decida che sia strettamente necessario nell'esclusivo interesse del minore. Secondo la normativa internazionale, infatti, la separazione dei figli dai propri genitori (e la loro collocazione in strutture socio-sanitarie assistenziali o in altri nuclei familiari) dovrebbe costituire un rimedio estremo e non dovrebbe essere deciso solamente in base alle condizioni socio-economiche dei genitori. Invece, il trend inquietante che emerge dalla ricerca è che in Italia i minori rom sono dichiarati adottabili molto più spesso rispetto ai loro coetanei non rom: questo per il pregiudizio, ancora diffuso, secondo il quale i rom, in quanto tali, sarebbero incapaci di prendersi cura dei propri figli. Ma solo la conoscenza diretta e approfondita di persone, popoli e culture può scardinare, almeno in parte, stereotipi e pregiudizi. E tutte le indagini e le attività culturali che vanno in questa direzione possono essere d'aiuto.
 
 

mercoledì 10 aprile 2013

L'emergenza Nord Africa continua...nel Villaggio olimpico di Torino


Dapprima 150 profughi e rifugiati, tra cui molte donne con figli e minori non accompagnati. Poi sono diventati 400 e aumenteranno. Si tratta delle persone che – con la fine del piano “Emergenza Nord Africa, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo, finanziato dal Ministero dell'Interno e arrivato allo scorso dicembre con la fine dei fondi e la chiusura dei centri di accoglienza – si sono ritrovate in mezzo a una strada, con soli 500 euro per rimpatriare oppure rimanere in Italia, senza lavoro, senza assistenza, senza dimora.
Molti di questi richiedenti asilo hanno, allora, cercato rifugio nei locali dell'ex Villaggio Olimpico di Torino: si tratta di tre palazzine rimaste invendute dopo le Olimpiadi del 2006.
La percentuale dei profughi e dei migranti che hanno occupato questi spazi è bassa rispetto alle mille e cinquecento persone che sono arrivate in Piemonte, dal 2011 ad oggi, in seguito soprattutto alla crisi in Libia e che sono in attesa di una risposta alla loro domanda di asilo politico. Con la fine del piano predisposto dal Ministero, ora la competenza degli interventi appartiene, non più alla Protezione civile, ma alle prefetture e alle amministrazioni locali. Il questore del capoluogo piemontese, Antonino Cufalo, ha dichiarato che: “ E' una questione che non si risolve in termini di ordine pubblico, ma è una situazione complessa, oggetto di approfondimento ed è in via prioritaria una questione umanitaria”. E l'assessore alle Politiche sociali, Elide Tisi, ha aggiunto: “ Alcune strutture hanno gestito bene l'accoglienza, altre meno: non è stato fatto alcun controllo” e ha promesso che la sua attenzione sarà rivolta a tutti, ma in particolare alle persone più vulnerabili: donne, bambini, anziani, famiglie e persone con problemi psichici o fisici.
Nessuno, per adesso, ha chiesto lo sgombero delle palazzine: né la proprietà, né la prefettura, né la città.
I profughi chiedono, innanzitutto, la regolarizzazione della loro posizione, la residenza e la possibilità di avere una casa. E, mentre i politici cercano soluzioni, la società civile dà un segnale positivo. Molti cittadini, infatti, hanno portato aiuti: borse con indumenti, materassi, cibo e due televisori.
Il prossimo 19 aprile, infine, il Movimento rifugiati e profughi ha organizzato, sempre a Torino, un'assemblea per continuare ad esprimere solidarietà ai migranti e per attirare l'attenzione sui problemi dell'accoglienza di chi è costretto a lasciare il proprio Paese a causa di guerre e di violenze.




lunedì 4 marzo 2013

Fine “Emergenza Nord Africa”: adesso sì che, per i profughi, è vera emergenza



Pochi giorni fa abbiamo scritto del documentario intitolato “Il rifugio” che raccoglie le storie di alcuni rifugiati, provenienti dalla Libia, parcheggiati in un albergo in alta montagna, in Italia.
Quelle persone hanno fatto parte del piano “Emergenza Nord Africa” voluto dal Ministero dell'Interno, sono stati gestite dalla Protezione Civile e sono stati alloggiati in alberghi e strutture private, da Monte Campione a Napoli, senza la possibilità di avere documenti, soldi, possibilità di movimento. Per due anni. Circa 1200 immigrati coinvolti.
A Piacenza, a metà febbraio, circa un'ottantina di profughi - fuggiti durante i disordini della primavera araba e “ospitati” presso il Ferrohotel della stazione o all'ostello di Calendasco - avevano messo in atto una protesta, chiedendo un po' di denaro per trovare altre sistemazioni oppure per far ritorno nei loro Paesi; a gennaio altri ,rinchiusi in un hotel di Pavia, avevano bloccato, per gli stessi motivi, i binari della stazione, fermando la circolazione sulla tratta Milano-Genova; e poi, ancora, i profughi che,da anni, erano ospitati negli alberghi napoletani,a ridosso di Piazza Garibaldi, rimasti senza assistenza, spesso anche con scarsità di cibo, in attesa dell'esito delle commissioni sul loro status di rifugiati.
Per tutti loro,da due giorni e con la scadenza dell' “Emergenza Nord Africa”, l'emergenza è scoppiata davvero: adesso sono di nuovo in mezzo ad una strada. Alcuni hanno ricevuto 500 euro pro capite dalla Prefettura (per chi eventualmente deciderà di tornare in patria) e altri 500 euro dalla Croce Rossa; alcuni (pochi) sono riusciti ad ottenere anche i permessi di soggiorno per asilo o di tipo umanitario, ma sicuramente non hanno né una casa e né un lavoro.
Il Ministro dell'Interno, in un'intervista rilasciata al quotidiano Avvenire, ha spiegato che non tutti i profughi dovranno uscire dalle strutture che li hanno ospitati per tutti questi mesi: potranno rimanere, ad esempio, i minori, i genitori singles con i figli, le donne in gravidanza, gli anziani e i disabili, le vittime di soprusi o di torture. Il prossimo Parlamento dovrà occuparsi dell'esame delle loro domande di richiesta asilo.
La crisi economica, che grava pesantemente su tutto il sistema welfare, e la crisi politica non depongono a favore di queste persone sempre più in difficoltà.
Comunque, per leggere l'intero documento emanato dall'attuale governo italiano sulla questione, potete cliccare sul link http://www.fondazionexenagos.it/wp-content/uploads/2012/10/ena.pdf

venerdì 18 gennaio 2013

Emergenza Haiti: tutto come o peggio di prima

Sono trascorsi tre anni da quel 2010 in cui un sisma ha devastato Haiti. Ma non se ne parla quasi più. Eppure l'organo di informazione haitiano Alterpresse fa sapere alla comunità internazionale che “ la realtà non è cambiata per migliaia di giovani,donne, uomini, madri, neonati, anziani”. Ricordiamo che il sisma, all'epoca, aveva causato tantissimi morti e anche un milione e mezzo di sfollati.
Anche il coordinatore degli affari umanitari dell'ONU, Nigel Fisher, ha sostenuto che: “ Non è cambiato davvero nulla nelle condizioni di vita della gente nei campi...Il problema degli alloggi, a cui si aggiungono un sistema sanitario devastato e un'agricoltura in crisi dopo alluvioni alternatesi a periodi di siccità a causa delle tempeste tropicali, Isaac e Sandy”.
L'isola caraibica è anche colpita da una grave epidemia di colera, peggiorata dopo le alluvioni dello scorso autunno che hanno causato lo straripamento delle fogne a cielo aperto, provocando una diffusione maggiore dei batteri.
Le istituzioni del luogo sono deboli, i donatori non hanno mantenuto le loro promesse e i governi della comunità internazionale non sono stati in grado di stabilire le giuste priorità per far fronte a questa situazione complessa e drammatica.
Una delle pochissime organizzazioni attive sul posto è quella di Medici Senza Frontiere (MSF) che continua a gestire un ospedale a Port-au-Prince e due centri di trattamento del colera a Delmas e a Carrefour; mentre gli altri centri presenti sul territorio sono stati chiusi a causa della mancanza di fondi. Le strutture di MSF offrono assistenza sanitaria gratuita, assistenza chirurgica, assistenza materno-infantile 24 ore su 24, ma il lavoro da svolgere è immenso e le forze di aiuto impiegate sono insufficienti.