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giovedì 19 febbraio 2015

Giovani profughi si raccontano con la fotografia: “Between – In sospeso”



Parla di giovani profughi in cerca di un futuro, la mostra dal titolo Between – In sospeso della fotografa Nanni Schiffl-Deiler, allestita nel foyer del Goethe Institut Rom, a Roma dal 9 febbario al 9 aprile 2015.                          


“Questa mostra evidenzia lo stato dei profughi come esseri umani che si sforzano di esprimere, malgrado tutta la delusione e la disperazione, il loro destino difficilmente sopportabile. Le fotografie di questi giovani rifugiati comunicano come si svolge la loro vita quotidiana: molto vuoto, molto disordine, pochi esseri umani, talvolta solo ombre, sempre nuove strade...”: queste alcune parole con cui Lothar Krappmann – membro del Comitato ONU sui diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza 2003/2011 – commenta il lavoro della fotografa tedesca.

I ragazzi e le ragazze non sono solo i soggetti delle immagini, illuminati da una luce caravaggesca e spirituale su fondo buio, ma sono anche coloro che hanno usato il mezzo fotografico per esprimere raccontarsi. Un racconto che unisce foto e parole: “ A tutt'oggi non mi è dato sapere se posso rimanere qui in Germania o meno. Così, ogni mia giornata è priva di un futuro perchè non mi è concesso concepirlo” dice Hossein dall'Afghanistan; “ ...Al momento non sto per niente bene perchè non sono soddisfatto del modo in cui sono costretto a vivere. Mi auguro che rpesto cambi qualcosa”, afferma Michel dalla Nigeria; “ Felicità significa per me essere spiritualmente liberi. Se sono libera, anche il mio cuore si affranca”, questa è l'opinione di Eva dall'Uganda.

Nanni Schiffl-Dieler, per questo progetto, è partita dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo e ha voluto lavorare per e con i giovani profughi.



Eccovi la breve intervista che l'Associazione per i Diritti Umani ha fatto alla fotografa. (Ringraziamo anche la traduttrice Claudia Giusto)



Perchè la scelta di parlare dei profughi e dei rifugiati giovani?

Con questa mostra ho voluto richiamare l’attenzione sulla situazione dei profughi minorenni non accompagnati e adolescenti, perché sono proprio loro ad avere bisogno di maggiore protezione. Spesso purtroppo anche qui in Europa al loro arrivo non viene rispettata la convenzione ONU sui i diritti dell’infanzia, sottoscritta dagli stati membri dell’Unione Europea.

Come si è sviluppato il progetto fotografico?

Una fotocamera digitale compatta con il compito di fotografare semplicemente la loro quotidianità. In modo spontaneo, senza un vero tema. Abbiamo parlato dei muri, visibili e invisibili, di fronte ai quali costantemente si ritrovano. Per molto tempo durante i nostri incontri periodici abbiamo osservato le immagini e ne abbiamo discusso. Poi ho fatto loro delle domande e li ho ritratti.

Quali sono le aspettative e le difficoltà di queste persone (considerando anche le differenti aree di provenienza)?

Questi ragazzi desiderano una vita in libertà e sicurezza, un’istruzione, vogliono potersi costruire una famiglia. Tutte cose che fanno parte della dignità umana. Dopo una fuga spesso pericolosa e traumatica, le difficoltà hanno inizio con l’arrivo nella “Fortezza Europa”. Spesso questi ragazzi vengono sistemati in Centri di primo soccorso e accoglienza insieme agli adulti, devono studiare in condizioni molto difficili. L’obbligo di residenza non gli permette di muoversi liberamente. Solitamente devono vivere a lungo nella condizione di sospensione temporanea del provvedimento di espulsione (Duldung), il che comporta un grave peso psicologico. Particolarmente difficile è la situazione dei giovani africani, sempre più svantaggiati rispetto agli altri a causa del colore della loro pelle.

Qual è il loro rapporto con il Paese d'origine e i loro familiari?

La maggior parte di loro non ha più alcun contatto con famiglia, parenti e amici. È un argomento molto delicato, del quale per molto tempo non riescono neppure a parlare. Sentono la mancanza della loro terra di origine e delle persone che hanno lasciato. Alcuni di loro sono stati mandati via proprio dalla famiglia nella speranza di una vita migliore per loro.

Fotografie e parole: due modi diversi di esprimere emozioni...

È la mia prima mostra fotografica nella quale coniugo fotografia e testo. L’argomento è molto complesso e volevo esprimere insieme emozioni e fatti mettendoli sullo stesso piano. In particolare per me era importante far notare la discrepanza tra i Diritti dell’Uomo sanciti dall’ONU, che spettano ad ogni persona indifferentemente dalla razza, e le condizioni di vita nei paesi di origine. E volevo dare visibilità a questi ragazzi attraverso le loro immagini e le loro citazioni, mostrando come ogni profugo, anonimo nella massa, sia sempre una persona.




domenica 26 gennaio 2014

In memoria di Nelson Mandela



 
Nella storia dell'umanità, sono tanti i fatti e le persone da ricordare e da onorare perchè - in situazioni difficili, di guerra, di discriminazione - hanno cercato la pace, la riconciliazione, il rispetto di tutti. E noi, nel nostro piccolo, in questi giorni della memoria, vogliamo onorare Nelson Mandela, a poche settimane dalla sua scomparsa: un uomo che ha lasciato un esempio e un testamento morale importantissimi.

Vogliamo ricordare Madiba con la galleria di immagini di Cinzia Quadrati, una nostra lettrice che ce le ha mandate e che ringraziamo. Le fotografie sono state scattate, lo scorso dicembre, davanti all'abitazione di Mandela a Johannesburg e, nel tragitto  tra le città di Johannesburg, Durban e Cape Town, come testimonianza dell'affetto e della riconoscenza del popolo sudafricano per il suo leader.

 (Se volete, potete cercare su questo sito gli altri articoli correlati a questo argomento)










venerdì 10 gennaio 2014

L'inferno degli stagionali



Grazia Bucca

Un reportage importante, quello di Grazia Bucca, che ritorna sul problema, ancora irrisolto, dell'accoglienza dei migranti, delle loro precarie condizioni di vita e di lavoro, spesso chiamati a prestare le loro braccia e le loro schiene “ a cottimo” , per pochissimi euro e tante ore di fatica, nei nostri terreni agricoli. Le fotografie sono di Grazia Bucca - fotoreporter, redattrice della newsletter ArcireportSicilia, collaboratrice de Il Manifesto e dell'agenzia Studio Camera di Palermo - e, come spesso accade, le sue immagini parlano più di mille parole, colpiscono gli occhi e dovrebbero mettere in moto il pensiero critico, soprattutto di chi si occupa delle politiche migratorie, sempre più contingenti ed emergenziali.



Il reportage, dal titolo L'inferno degli stagionali, è stato trasmesso durante la trasmissione Mediterraneo, in onda su Rai3, nella puntata n.12 del 22 dicembre 2013.   

Grazia Bucca



Abbiamo intervistato la fotografa Grazia Bucca che ringraziamo tantissimo per averci dedicato tempo e per gli scatti che ci ha permesso di pubblicare.



Come si è preparata per entrare nel campo di Campobello di Mazara? E ha incontrato difficoltà burocratiche per poter realizzare il reportage?


L'idea del reportage è nata per documentare le condizioni del campo dei migranti stagionali, impegnati nella raccolta delle olive nel territorio di Campobello di Mazara (TP).

Non conoscevo questa tragica realtà finché non ho avuto la notizia della morte di Diallo Ousmani, ragazzo senegalese di 26 anni, arrivato in Sicilia in cerca di lavoro, e che proprio in quel campo ha trovato la sua tragica fine. Rimasto gravemente ustionato nell'incendio della baracca nella quale alloggiava, è morto all'ospedale civico di Palermo, domenica 20 ottobre 2013 dopo quasi 10 giorni di agonia. 
Grazia Bucca

Per la realizzazione del reportage non ho riscontrato alcuna difficoltà burocratica. Il campo sorgeva alla periferia del centro abitato, ai bordi di una trafficata contrada comunale, quindi un luogo facilmente raggiungibile.


Il titolo del lavoro contiene la parola "inferno": perchè?

Inferno perché, vedere esseri umani vivere in quelle condizioni, senz'acqua corrente, né luce elettrica, né servizi igienici, in ripari di fortuna, costituiti da piccole tende da campeggio, baracche improvvisate, costruite con blocchi di cemento, assi di legno, lastre di eternit, cartoni e teli di plastica messi insieme alla meno peggio, mi ha dato la sensazione di un vero e proprio inferno, di qualcosa di orribile, di disumano.

Cosa ha voluto denunciare precisamente con questo suo lavoro fotografico? E di cosa necessitano i lavoratori migranti?

Ho voluto denunciare, non solo le condizioni di vita alle quali sono costretti molti migranti che approdano in questo paese nella speranza di una vita diversa, ma anche le condizioni di sfruttamento che vivono i lavoratori, stretti nella morsa del caporalato, del lavoro nero, del ricatto, della violenza, della miseria, senza tutela alcuna. I terreni di Campobello ricadono nel territorio controllato dal boss mafioso Matteo Messina Denaro. Non è quindi inverosimile ipotizzare che queste condizioni, passatemi l'espressione anche di schiavitù, vengono determinate dalla mafia, che impone turni massacranti e l'irrisorio pagamento di 3-3,50€, per cassetta di prodotto raccolto.

Qual è stata la reazione degli stagionali davanti all'obiettivo della macchina fotografica ? Le hanno raccontato le loro storie?

Ovviamente non tutti i lavoratori hanno voluto essere ritratti. Non erano felici delle loro condizioni. Molti provavano un forte senso di vergogna ed imbarazzo per come stessero vivendo e grande era la paura che le foto in qualche modo potessero arrivare nei loro paesi di origine, agli occhi dei propri familiari.

Dopo un primo momento di imbarazzo altri invece hanno voluto farsi ritrarre senza alcun problema, ma tutti sono stati disposti a raccontare la loro storia.
 
Grazia Bucca


Grazia Bucca

mercoledì 8 gennaio 2014

Routine is fantastic. Donne


 

dols.it


Albania, Siria, Afghanistan, Pakistan, Myanmar, Libano, Iraq, Somalia: questi sono i Paesi e gli scenari in cui vivono le donne la cui vita è stata segnata dai conflitti, dalla violenza, dalla brutalità. Ma queste donne sono ancora capaci di portare, nella loro esistenza quotidiana, la luce della speranza e la tenacia di chi vuole andare avanti, nonostante tutto.

Sono riprese dallo sguardo, attento e sensibile, di Franco Pagetti in un'interessante mostra ancora in corso presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta, 61 a Milano. Una mostra, ad ingresso libero, visitabile fino al 12 gennaio e ad ingresso libero.

dols.it
Il titolo è: Routine is fantastic. Donne: “fantastic” nel senso di sorprendente perchè, come scrive il fotografo nella presentazione del lavoro: “ La straordinarietà di queste donne è il saper sempre anteporre le necessità altrui alle proprie. Sono donne che cercano il cibo e lo preparano, che portano l'acqua a casa e la sera, dopo le fatiche, riescono ancora a sorridere e trasmettere serenità”. L'obiettivo riesce a cogliere segni di amicizia, intimità, atmosfere di quieta normalità anche quando - nella maggior parte dei casi - si tratta di persone che trascorrono le giornate nei campi profughi e negli alloggi di fortuna per gli sfollati.

L'esposizione contribuisce alla campagna di raccolta fondi per l'UNHCR a sostegno delle donne rifugiate (per informazioni: liperni@unhcr.org, Giovanna Liperni): l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati protegge, infatti, i rifugiati, garantendo loro che non vengano rimandati in Paesi in cui la loro incolumità sarebbe in pericolo e fornendo l'assistenza necessaria affinché possano integrarsi nei Paesi d'asilo. Ogni passaggio della fuga verso un luogo più sicuro è particolarmente pericoloso per le donne e i bambini perchè - in condizioni di deficit economico, sanitario e scolastico - per loro è facile rimanere vittime di pratiche tradizionali primitive quali, ad esempio, le mutilazioni genitali o i matrimoni in giovanissima età. Se rientrano nel Paese d'origine, inoltre, le donne sono sempre escluse dai processi di ricostruzione post-bellica e incontrano difficoltà a rientrare anche nelle abitazioni o a tornare in possesso delle terre e dei propri beni.

pianetadonna.it
Come recita la Convenzione di Ginevra del 1951 è una rifugiato o una rifugiata: “Colui o colei che temendo, a ragione, di essere perseguitato/a per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino/a e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

E' bene ricordare che queste persone sono fuggite dal proprio Paese perchè perseguitate e sono costrette a vivere lontano dalle proprie radici, in condizioni di indigenza e sotto la continua minaccia di aggressioni e ricatti.

sabato 18 maggio 2013

Uno sguardo sull'apartheid: le fotografie di Pino Ninfa

Dal 2 al 15 maggio è stata allestita, nel foyer dello Spazio Oberdan a Milano, la mostra Round about township del fotografo Pino Ninfa, promossa dalla Provincia. Luoghi storici e periferie urbane delle due grandi città del Sudafrica: Città del Capo e Johannesburg. Qui esiste ancora l'apartheid, ma si possono trovare anche segni di grande solidarietà e di dignità profonda.
Pino Ninfa ha tenuto anche un workshop con i ragazzi che vivono nelle township e le immagini sono state raccolte in pannelli che hanno arricchito l'esposizione milanese.


Riportamo le parole del fotografo e alcune sue immagini

 
 In che forme è ancora presente l'apartheid in Sudafrica?

L’apatheid è presente in molte forme.
In quelle zone bianche del Sudafrica che non hanno accettato la fine dell’apartheid e anche una apartheid al contrario dove i neri, che hanno una posizione di un certo rilievo (nella polizia per esempio), la esercitano con una certa discriminazione verso i bianchi.
Io ho vissuto un esperienza di questo genere: sono stato fermato con tentativo di arresto solo perchè fotografavo un cartello in prossimità di una stazione.
Non c'era nessun divieto,ma anche se vi fosse stato i modi e i metodo usati erano quelli di chi vuol fare pagare a qualcuno per i torti subiti in passato o per il colore della pelle.Per fortuna non tutti la pensano così.


Com'è stata la sua esperienza con i ragazzi che vivono nelle township? Ci può raccontare la storia di qualcuno di loro?

Nascono tutti in condizioni di estrema povertà.
Cercano di fare tanti piccoli lavoretti per vivere, un po' come dappertutto: scaricano, portano in giro volantini, e in rari casi, fanno i commessi. Pochi vanno a scuola.
Edward, però, che ha frequentato il corso che ho tenuto con loro, ha cercato col tempo di di mettere via i soldi per acquistare una macchina fotografica e per cercare di realizzare il suo sogno: quello di diventare fotografo. Adesso inizia a girare e a proporsi.

Quali interventi sarebbero necessari per migliorare le condizioni della loro vita?

Innanzitutto una ridistribuzione delle ricchezze.
Inoltre, bisogna avere senso civile per dare un aiuto concreto, cercando di capire bene con chi si ha che fare (le persone da aiutare),studiandone le abitudini, i bisogni, e i motivi della loro emarginazione.
Di solito le township sono abitate da persone che arrivano da fuori, senza reddito,senza nulla,quindi per migliorare le loro condizioni di vita basta qualsiasi cosa, a cominciare dalle priorità: il cibo e il lavoro. Bisogna, in questo caso, anche insegnare loro il modo di potersi proporre quando si va alla ricerca di lavoro o si vuole mostrare la propria competenza.

La fotografia, oggi, riesce a coniugare l'aspetto poetico con la documentazione della realtà?

Secondo me sì. Per quanto mi riguarda una fotografia che non riesce a toccare anche i ritmi del cuore e della poesia, manca di una parte importante.
Documentare la realtà è anche raccontarla e un racconto senza poesia molto spesso perde subito di interesse.

Quanto, il suo lavoro, è ispirato all'arte pittorica?

Sono un appassionato di arte in genere. La pittura per me è stato uno strumento importante per avvicinarmi in profondità alle cose della vita. Che sia la luce, il ritratto,la forma in genere. Con l’arte si incontra spesso il lato nascosto delle cose e lo si esplora.
La pittura mi ha fornito questa possibilità.