Visualizzazione post con etichetta campo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta campo. Mostra tutti i post

domenica 13 dicembre 2015

CHIUDE il campo Rom di Via Idro a Milano


NON MANCATE, come si dice. Anche se la coloratissima locandina prosegue proclamando E’ L’ULTIMA OCCASIONE PER VISITARE IL CAMPO ROM DI VIA IDRO.

Anche questo si dice, pur di richiamare l’attenzione e (mi raccomando!) la presenza.

O forse si tratta di scaramanzia: dirlo per allontanare la possibilità che succeda.

Invece, per quanto ci risulta, il campo comunale di via Idro, uno dei più antichi di Milano; il più bello, con le sue casette immerse nel verde; il più attrezzato, con il suo centro sociale, ormai in rovina per eccesso di manutenzione; quello con più speranze, avendo una volta una cooperativa interna che gestiva serre di piantine e fiori per il Comune di Milano; l’unico difeso dal suo Consiglio di Zona; ma, soprattutto e comunque il più ‘integrato’: non solo scuola, lavori, amicizie, ma parte della festa di via Padova, con mostre, installazioni d’arte, spettacoli, proiezioni, musica…be’, il Comune di Milano lo chiude.


Ci sarà un motivo, direte voi. Noi non lo abbiamo scoperto. Ad ogni buon conto, si ricorre al TAR.

Un risultato c’è: le persone che lì sono cresciute, donne uomini bambini, insieme alle loro case, andando nelle scuole del quartiere, stringendo amicizie, trovando qualche lavoro, finiranno in un CES (l’acronimo è municipale): in container con altre famiglie, separate da tende, con qualche doccia, qualche cucina più o meno funzionante, sradicati da tutto, in condizioni emergenziali e provvisorie. Non c’è altro da aggiungere.
 

mercoledì 7 ottobre 2015

Dichiarazioni delle Europarlamentari Barbara Spinelli e Eleonora Forenza contro lo sgombero del campo rom a Pisa




Apprendiamo con preoccupazione le notizie relative all’imminente sgombero del campo rom della Bigattiera, nel Comune di Pisa. Il Sindaco della città ha firmato in queste ore l’ordinanza DD-08 / 12 del 25/09/2015, Codice identificativo 1190162, con la quale ordina «l’allontanamento di tutte le persone presenti e/o dimoranti abusivamente nell’area entro tre giorni». L’ordinanza non dispone alcuna alternativa per gli abitanti del campo – tra i quali vi sono numerose famiglie con bambini anche molto piccoli – e in pratica si limita a buttare in mezzo a una strada centinaia di persone.
Si tratta dell’esito ultimo di una politica del Comune di Pisa volta a ridurre le presenze rom nel territorio, come dichiarato esplicitamente dall’amministrazione nel Dicembre 2014. Più volte la Giunta municipale ha parlato di un “carico eccessivo” di persone rom, la cui presenza andava diminuita con drastiche politiche di contenimento numerico: evidentemente un intero gruppo etnico, in quanto tale, rappresenta agli occhi del Comune un “problema”.

Come parlamentari europee, vorremmo ricordare che queste politiche sono in evidente contrasto con tutte le normative dell’Unione. Già nel 2011, infatti, la Commissione – con la propria Comunicazione n. 173, recepita anche dal Governo italiano – aveva richiamato gli Stati Membri a promuovere politiche di inclusione nei confronti delle popolazioni rom e sinte, superando la pratica illegale degli sgomberi forzati.

Ricordiamo inoltre che gli sgomberi forzati sono vietati dalle Nazioni Unite (risoluzione n. 1993/77) e dalla Carta Sociale Europea: gli strumenti di diritto internazionale obbligano le autorità a fornire un congruo preavviso, a predisporre soprattutto soluzioni abitative per tutte le persone e le famiglie coinvolte, e in generale a garantire un’ampia partecipazione degli interessati ai programmi di superamento dei campi: queste regole valgono anche per gli insediamenti cosiddetti “abusivi”, e a prescindere dallo status giuridico delle persone (dalla regolarità del loro soggiorno).

Il Comune di Pisa sta agendo in aperta violazione di tali norme: cosa che appare tanto più grave in quanto il Consiglio comunale stesso, due anni fa, aveva indicato una strada diversa per superare l’insediamento della Bigattiera, e per garantire alle famiglie un alloggio dignitoso.

Oggi invece l’amministrazione sceglie di violare le normative europee e internazionali, adducendo come motivazione problemi igienico-sanitari che sono stati creati dalla stessa azione amministrativa. In tal modo il Sindaco di Pisa si assume una responsabilità gravida di conseguenze. Come parlamentari europee, ci rivolgeremo alla Commissione per chiedere che siano presi immediati provvedimenti ed eventuali sanzioni, affinché siano rispettati e garantiti i diritti umani e civili delle persone che abitano alla Bigattiera.



giovedì 6 agosto 2015

Porajmos, l'olocausto dei rom


Porajmos, l'olocausto dei rom



di Giovanni Princigalli (da il nuovomanifesto.it)



71 anni fa, il 2 agosto 1944, tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori. Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato unarisoluzione, che ricordando i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi» adotta il 2 agostocome «giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom».Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come«giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «I 500.000rom sterminati dai nazisti e da altri regimi e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, princip-almente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi».Si ricorda altresì che in alcuni paesi fu eliminata oltre l'80% della popolazione rom. Secondo le stimedi Grattan Pruxon, morirono 15.000 dei 20.000 zingari tedeschi, in Croazia ne sono uccisi 28.000 (nesopravvivono solo in 500), in Belgio 500 su 600, ed in Lituania, Lussemburgo, Olanda e Belgio losterminio è totale, il 100% dei rom.La studiosa Mirella Karpati riporta che la maggior parte dei rom polacchi fu trucidata sul posto dalla Gestapo e dalle milizie fasciste ucraine, le quali, in molti casi, uccidevano i bambini fracassando leloro teste contro gli alberi. Le testimonianze raccolte dalla Karpati sui crimini dei fascisti croati (gli ustascia) sono altrettanto aggancianti: donne incinta sventrate o a cui venivano tagliati i seni, neonati infilzati con le baionette, decapitazioni, ed altri orrori ancora. Per tali motivi i rom slovenie croati oltrepassavano clandestinamente il confine con l'Italia, ma finivano in uno dei 23 campi diprigionia loro riservati e sparpagliati sull'intera penisola.La risoluzione del Parlamento europeo prima citata considera l'«antiziganismo» come «un'ideologia basata sulla superiorità razziale, una forma di disumanizzazione e razzismo istituzionale nutrita dadiscriminazioni storiche». Il rom funge da sempre il capro espiatorio, a cui negare il suo carattereeuropeo, per farne una sorta di straniero interno (nonostante le loro comunità, e gli stessi terminirom e zingaro, si siano formati in Europa tra il 1300 ed il 1400).I nazisti-fascisti hanno perfezionato le politiche europee anti-rom dei secoli XVI e XIX. Come ricorda l'antropologo Leonardo Piasere, il maggior numero degli editti anti-rom dell'epoca moderna furonoemanati dagli stati preunitari tedeschi ed italiani. Forse non è un caso, ma saranno proprio Germ-ania ed Italia, secoli dopo, a pianificare l'olocausto rom, oltre che quello ebraico. Secondo StefaniaPontrandolfo, in Italia, tra il 500 e il 700, ad applicare con più zelo tali editti furono gli Stati del Nord,contro una certa tolleranza del Meridione.

«Puri o impuri, comunque asociali»

I nazisti, ossessionati com'erano dalla presunta razza ariana, si erano interessati ai rom a causa dellaloro origine indiana. Li classificarono in quattro categorie, secondo il loro grado di «purezza» o«incrocio» con i non rom. Alla fine ritennero che tutti rom, puri o impuri che fossero, erano«asociali». Da qui la decisione della loro eliminazione. I bimbi rom (ed ebrei) deportati nei campi disterminio erano vittime di esperimenti sadici: iniezione d'inchiostro negli occhi; fratture delle ginocchia, per poi iniettare nelle ferite ancora fresche i virus della malaria, del vaiolo e d'altro ancora.Anche in Italia, come riporta Giovanna Boursier, con “Il manifesto della razza” del 1940, l'antropologo fascista Guido Landra, inveiva contro «il pericolo dell'incrocio con gli zingari» che defi-niva randagi e anti-sociali. Ma già nel 1927 il Ministero dell'interno, ricorda sempre la Boursier,emanava direttive ai prefetti per «epurare il territorio nazionale» dagli zingari e «colpire nel suo ful-cro l'organismo zingaresco».Gli studiosi Luca Bravi, Matteo Bassoli e Rosa Corbelletto, suddividono in quattro fasi le politiche fasciste anti-rom e sinti (popolazioni di origine rom, ma che si autodefiniscono sinti e che vivono trasud della Francia, nord Italia, Austria e Germania): tra il 1922 e il 1938 vengono respinti ed espulsirom e sinti stranieri, o anche italiani ma privi di documenti; dal 1938 al 1940 si ordina la puliziaetnica di tutti i sinti e rom (anche italiani con regolari documenti), presenti nelle regioni di frontieraed il loro confino a Perdasdefogu in Sardegna; dal 1940 al 1943 i rom e sinti, anche italiani sono rin-chiusi in 23 campi di concentramento; dal 1943 al 1945 vengono rom e sinti sono deportati neicampi di sterminio nazisti.La prima fase è segnata da una politica al tempo stesso xenofoba e rom-fobica, per cui si colpisconoquei rom, colpevoli di essere sia zingari che stranieri. In seguito si passa a reprime anche i rom ita-liani. Inoltre, dalla prigioniera nel campo si passa all'eliminazione fisica. Grazie alle ricerche della Karpati, sappiamo che nei 23 campi in Italia le condizioni di vita eranomolto dure. Racconta una donna: «Eravamo in un campo di concentramento a Perdasdefogu. Un giorno, non so come, una gallina si è infiltrata nel campo. Mi sono gettata sopra come una volpe, l'ho ammazzata e mangiata dalla fame che avevo. Mi hanno picchiata e mi son presa sei mesi di galera per furto».Giuseppe Goman a 14 anni fu rinchiuso nel campo nei pressi di Agnone e i fascisti lo vollero fucilare per aver rubato del cibo in cucina, ma all'ultimo momento la pena fu commutata in «bastonature e segregazione». Nel campo di Teramo invece, un tenente dei carabinieri ebbe cosi pietà di quei«rom chiusi in condizioni miserevoli, che dormivano per terra con mangiare poco e razionato che permise alle donne di andare ad elemosinare in paese. Nel campo di Campobasso, Zlato Levak ricorda: «Cosa davano da mangiare? Quasi niente. Il mio figlio più grande è morto nel campo. Era unbravo pittore e molto intelligente».Per i rom italiani, l'essere rinchiusi nei campi di prigionia, non per aver commesso un reato, ma perla loro identità, fu uno shock. E pensare, che a causa della leva obbligatoria, gli uomini avevano servito nell'esercito durante la grande guerra o nelle colonie. Sarà forse per questo trauma, che molti diloro hanno una certa reticenza ad affermare in pubblico la propria identità, ed infatti l'opinione pub-blica italiana ignora che dei circa 150.000 rom e sinti presenti in Italia, ben il 60 -70% sono italianida secoli e sono per lo più sedentari. Ignoriamo anche le vicende di molti rom, che fuggiti dai campi,si unirono alle formazioni partigiane e che alcuni di essi furono fucilati dai fascisti. Luca Bravi e Matteo Bassoli fanno notare che il Parlamento italiano ha approvato nel 1999 la legge sulle minoranze storiche linguistiche (riconoscendone 12) «solo dopo aver stralciato l'inserimento delle comunità rom e sinti» (tra le più antiche d'Italia, dove sono presenti dal XIV secolo).
 
La nostra rimozione
 
La rimozione del nostro contributo ideologico e pratico all'olocausto dei rom, s'inserisce in un'operazione di oblio ben più ampia, che tocca anche i nostri crimini di guerra sotto il fascismo in Africa ed ex Jugoslavia. Come ben spiegato nel documentario Fascist Legacy della BBC, tali crimini non furono compiuti non solo dalle camicie nere, ma anche da soldati e carabinieri, tanto che lostesso Badoglio era nella lista dei primi 10 criminali di guerra italiani da processare. Il processo nonsi è mai svolto, grazie al cambio di alleanza nel 1943 e al nostro contributo di sangue alla lotta nazi-fascista.Ma il paradosso resta: Badoglio il primo capo di governo dell'Italia anti-fascista era stato un criminale di guerra agli ordini di Mussolini. La Legge 20 luglio 2000 sulla «memoria», parla si di olocausto ma non di rom. Su iniziativa dell'on. Maria Letizia De Torre le persecuzioni fasciste contro i romsono finalmente ricordate dalla Camera dei Deputati in un ordine del giorno nel 2009. E pensare cheil parlamento tedesco aveva riconosciuto l'olocausto rom già nel 1979, e nel 2013 una poesia del romitaliano Santino Spinelli (il cui padre fu internato dai fascisti) è incisa sul monumento erettoa Berlino. Molti studiosi ed associazioni, per definire l'Olocausto rom, hanno adottato il termine porajmos, chein romanes significa «divoramento». Fu introdotto nel 1993 dal professore rom Ian Hancock dell'università del Texas, che lo sentì da un sopravvissuto ai campi di sterminio. Il linguista Marcel Courthiade, esperto di romanes, ha proposto in alternativa samudaripen (tutti morti). Per amore del vero, va precisato, che il rom comune, che spesso non s'identifica nelle tante associazioni nazionalio internazionali rom e di non rom, e che resta lontano dai dibattitti accademici, non utilizza alcuno di questi termini.



Il ricordo di Pietro Terracina

Eppure quando pensiamo al 2 agosto 1944, quando tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori, ecco che sia «divoramento» che «tutti morti», ci appaiono così adatti ed evocativi. Ma perché ucciderli tutti in una sola notte? Forse sitrattò di una punizione, poiché pochi mesi primi, armati di mazze e pietre, i rom si ribellarono, mettendo in fuga i nazisti.Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l'ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontatoa Roberto Olia : «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C'erano tante famiglie e bambini,di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pens-avano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritor-nare liberi. Ma quella notte sentii all'improvviso l'arrivo e le urla delle SS e l'abbaiare dei loro cani.I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si per-deva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all'improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall'altra parte del filo spinato. Non c'era più nessuno. Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c'era sempre tanto vento. C'era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall'altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzioera una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un'occhiata alle ciminiere dei fornicrematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeuner-lager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944».

giovedì 9 luglio 2015

L'Autorità anticorruzione apre istruttoria sul Best House ROM


  
L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale Inopera della gestione del centro di raccolta denominato “Best House Rom”.
L’intervento dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone giunge come risposta a un esposto presentato alla stessa Autorità il 3 febbraio 2015 dall’Associazione 21 luglio, che ha denunciato sia le condizioni strutturali del centro sia la mancanza di trasparenza nelle modalità di affidamento diretto dal Comune alla cooperativa Inopera.
Il Best House Rom, situato in via Visso 12/14, nella periferia orientale della Capitale, è un capannone industriale classificato, secondo la visura dell'Agenzia del Territorio, nella categoria C/2, la stessa riservata ai locali utilizzati per il deposito delle merci. Non potrebbe, dunque, ospitare delle persone. Vi vivono, in condizioni precarie, alcune centinaia di rom all’interno di spazi angusti, in veri e propri «loculi» – come denunciato dal presidente della Commissione Diritti Umani del Senato Luigi Manconi lo scorso gennaio, in occasione di una visita alla struttura organizzata dall’Associazione 21 luglio - privi di finestre e punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale.
La struttura è stata inaugurata a luglio 2012 quando, con determinazione dirigenziale n. 3233 del 9 luglio 2012, firmata dall’allora Direttore del Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma Angelo Scozzafava, arrestato in seguito all’inchiesta su Mafia Capitale, il Comune ha affidato in maniera diretta alla cooperativa Inopera il servizio di accoglienza di circa 300 rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di altri rom provenienti dal campo di Castel Romano.
La gestione del centro, nato con carattere temporaneo, è stata prolungata fino ad oggi mediante una serie di determinazioni dirigenziali che hanno confermato i ripetuti affidamenti diretti, di durata breve, alla stessa cooperativa Inopera. A dicembre 2013, nella struttura sono stati spostati anche i 137 rom provenienti dal “villaggio attrezzato” di via della Cesarina e altre persone vittime di sgomberi forzati.
Nel solo 2014, il Best House Rom è costato circa 2,8 milioni di euro, pari a una spesa di 650 euro al mese per ogni ospite, mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il Comune ha speso oltre 150 mila euro. Il 93% delle risorse, inoltre, è usato per la sola gestione della struttura mentre nulla è destinato all’inclusione sociale di uomini, donne e bambini.
Nell’avviare l’istruttoria, l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto al Comune di Roma una giustificazione circa i reiterati affidamenti diretti di breve durata alla cooperativa Inopera nonché circa la mancanza di una opportuna pubblicazione a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo così al principio di trasparenza.
L’Autorità ha quindi domandato al Comune di fornire informazioni dettagliate sui requisiti richiesti alla cooperativa Inopera per la gestione del servizio di accoglienza e sulle autorizzazioni in materia urbanistica, edilizia, di igiene, sicurezza e prevenzione incendi. Infine, ha richiesto un elenco delle verifiche della corretta esecuzione della prestazione da parte della cooperativa.
«L’apertura del fascicolo da parte dell’Autorità Anticorruzione rappresenta l’ennesima scure su un luogo, privo dei requisiti strutturali, dove si violano sistematicamente i diritti umani di uomini, donne e bambini», afferma l’Associazione 21 luglio che auspica l’immediata chiusura e superamento del Best House Rom.
A gennaio 2015 l’Assessore alle Politiche Sociali Francesca Danese aveva definito la struttura «un mostro», promettendone la chiusura entro due mesi. Qualche mese dopo, lo scorso maggio, lo stesso Assessore aveva pubblicamente annunciato che, con la fine della scuola, sarebbe stata individuata una soluzione alternativa per almeno cinque famiglie residenti nel centro di raccolta. A nulla di tutto ciò, ad oggi, è seguito un riscontro nella realtà.
Nel frattempo, il 29 maggio 2015, nell’Ordinanza di applicazione di misure cautelari, che aveva scandito l’inizio dell’azione denominata “Mafia Capitale 2”, la cooperativa Inopera emergeva nelle intercettazioni e nei dialoghi con altre realtà ora indagate nell’inchiesta.
«Il mostro è ancora lì e continua, imperterrito, a nutrirsi dei milioni di euro che vi confluiscono in maniera poco trasparente. Sulla pelle dei rom – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio -. Non riusciamo a capacitarci del perché, nonostante i proclami dell’Amministrazione, sul Best House Rom non sia ancora stata messa la parola fine. A fronte dell’immobilismo istituzionale non ci resta che confidare nella scure dell’Ufficio guidato da Raffaele Cantone e nell’assestamento del colpo decisivo a questa vergogna capitale».

 
 
 
 
 
 
 

 

  

mercoledì 2 luglio 2014

L'Arte come ponte culturale e sociale




Campo Rom di Castel Romano, Via Pontina km 24, Roma.

Stiamo parlando di un progetto artistico - promosso da Qwatz-residenza per artisti a Roma e dal Centro per la Giustizia minorile del Lazio, e realizzato con il patrocinio del Municipio di Roma EUR e il sostegno di Arci Solidarietà - rivolto in particolare ai minori del campo rom di Castel Romano in continuità con il percorso intitolato “Fuori campo” che, da anni, vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire i bambini e i ragazzi rom residenti nel campo e sottoposti a misure penali.

Il progetto è organizzato in forma laboratoriale: gli esperti - Rosa Ciacci, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia - prima di tutto hanno cercato codici linguistici comuni tra loro (che sono i formatori) e i partecipanti (i rom). Durante le lezioni, poi, si è venuto a creare un vero e proprio scambio di strumenti e di mezzi che hanno portato alla realizzazione di opere artistiche, all'interno del campo, con l'obiettivo di suscitare la curisosità dei cittadini nei confronti di chi abita proprio lì dentro.

A partire dallo scorso marzo, il progetto ha visto anche la preziosa collaborazione di Giuseppe Stampone che ha realizzato un suo intervento. Il lavoro si intitola “Saluti da Castel Romano” ed è a cura di Benedetta di Loreto. All'interno del campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune per i rom, ma anche uno spazio di collegamento tra il campo e il resto della città perchè il piccolo edificio è ben visibile dalla strada: ecco, proprio quella casetta è stata scelta per la realizzazione dell'opera di Spampone, l'artista che da tempo collabora anche con Solstizio.it, un gruppo molto attento ai temi dell'ambiente, della sostenibilità e dei conflitti sociali.

Stampone è l'autore di altri due progetti, “Saluti dall'Aquila” e “Greetings from New Orleans”, in cui denunciava, con la propria creatività, l'assenza delle istituzioni nella ricerca di soluzioni per le città e i cittadini colpiti da gravi calamità naturali, ma in questo suo ultimo lavoro nel campo rom di Roma si spinge oltre: afferma una “teoria del fallimento” sul ruolo dell'arte e chiede ad artisti e curatori, italiani e internazionali, di fare “rete” per creare insieme opere utili davvero nell'affrontare i problemi relativi a situazioni sociali complesse. Non un lavoro autoreferenziale, quindi, ma un lavoro artistico davvero importante per la riflessione e per il bene comune.



Abbiamo chiesto un contributo a Benedetta di Loreto, che ringraziamo tantissimo, che così ci ha scritto:



Il progetto "Saluti da Castel Romano" è stato portato avanti dalla fine di Novembre fino ad aprile scorso. Abbiamo realizzato un laboratorio di arte, che ha poi portato alla produzione di un lavoro dell'artista Giuseppe Stampone, presentato pubblicamente lo scorso 26 giugno.
Durante i mesi di laboratorio tre formatori (Rosa Ciacci di qwatz, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia) hanno lavorato con alcuni minori che vivono nel campo. Il progetto è stato promosso dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, in continuità con il percorso progettuale “Fuori campo”, che ormai da alcuni anni vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire le minori Rom residenti nel campo, sottoposte  a misure penali. Lo scopo di questo progetto è di continuare il dialogo con i Rom attraverso la condivisione di presupposti culturali.
Nel corso del laboratorio, Rosa Ciro e Fabio sono riusciti a creare un bello scambio con i ragazzi, con cui hanno condiviso strumenti e mezzi, e hanno impostato i presupposti per costruire qualcosa insieme. Nel tempo si è formata una “classe” composta da circa 10 ragazzini, principalmente maschi tra i 6 e i 15 anni. Di questi, ovviamente non tutti sono stati sempre presenti; spesso si sono uniti bambini di 3-4 anni incuriositi e desiderosi di fare qualcosa di diverso, e delle ragazze. Durante le lezioni sono state presentate alcune tecniche artistiche come la lavorazione del gesso, la scultura, il collage, la fotografia; sono stati approcciati temi quali lo studio dello spazio e la sua identità, l’autoritratto, l'analisi di immagini mediatiche legate alla moda e allo sport. Tutto questo ha prodotto dei disegni e dei collage realizzati collettivamente, e varie fotografie tra autoscatti, ritratti, e i risultati di prove di utilizzo del mezzo. I ragazzi sembrano molto sensibili all’auto-rappresentazione e amano farsi ritrarre assumendo pose compiaciute e autoironiche. In particolare, si sono divertiti moltissimo a lavorare sulle immagini, costruendole e modificandole per creare un immaginario fantastico che potesse rappresentarli.
Per i ragazzi, il laboratorio è stato uno stimolo importante: le loro giornate sono spesso uguali le une alle altre, e a parte per chi va a scuola, non fanno attività particolari. Durante il lavoro, i ragazzi hanno partecipato ad un esempio di collaborazione tra di loro e con persone esterne al campo. Hanno rispettato i formatori e hanno accolto i loro presupposti; i formatori hanno insistito nel cercare di trasmettere loro il senso della condivisione.

L'associazione qwatz sviluppa progetti di arte contemporanea, e il nostro obiettivo in questo caso era quello di usare l'arte come possibile strumento di comunicazione e mezzo per attirare l'attenzione sulle condizioni di vita di 1500 persone. Per questo è stato coinvolto Giuseppe Stampone il quale, essendo un artista piuttosto seguito, ha usato la propria visibilità per mettere l'attenzione sulla situazione dei Rom di Castel Romano. Nel campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune, che rappresenta un link tra il campo stesso e la città, perché visibile dalla strada. La casetta è quindi stata scelta come luogo su cui Stampone  - in collaborazione con il network Solstizio.org - ha realizzato una sua opera, considerandola un possibile schermo di dialogo tra il campo e chi ci passa di fronte. Sul tetto della casetta è stata posizionata una scritta che dice "I AM HERE", io sono qui, con accanto il simbolo usato sulle mappe di google (la goccia rovesciata color arancione) per indicare luoghi specifici. Passando quindi sulla via Pontina, dove si trova il campo, è possibile vedere la scritta. Il senso della frase è di sottolineare il fatto che in quel luogo, anonimo, simile ad una discarica e decisamente poco vivibile, vivono delle persone, tante persone. E queste persone ci sono, esistono, hanno dei diritti e vivono una condizione di esclusione e difficoltà che sembra non suscitare l'attenzione che meriterebbero.





domenica 16 marzo 2014

Container 158 e la "questione rom"

L'Associazione per i Diritti Umani presenterà il documentario Container 158 di Stefano Liberti e Enrico Parenti nell'ambito del fimfestival Sguardialtrove a Milano.
l'appuntamento è per mercoledì 19 marzo, alle ore 20.30, presso il cineteatro S. Maria Beltrade, Via Nino Oxilia, 10.
Un'occasione per approfondire la conoscenza dei popoli rom e sinti, troppo spesso vittime di discriminazioni fomentate anche da politiche di esclusione basate sulla paura del "diverso".
Il cinema documentario permette di entrare, in questo caso, nel campo rom di Via Salone, alle porte di Roma, il campo più grande d'Europa, e di trascorrere del tempo insieme ai suoi abitanti, condividendo la loro quotidianità: Miriana aspetta di partorire due gemelle in casa vera dove poter allevare anche gli altri suoi quattro figli; suo marito, Giuseppe, ogni mattina prende il suo furgoncino per andare a cercare ferro da riciclare; Remo è un meccanico, lavora in nero e i suoi clienti gli vogliono bene perché è economico e gentile. E poi ci sono i più giovani: Brenda è maggiorenne, vorrebbe fare la dottoressa, ma si è resa conto di quanto sia difficile, per lei, realizzare quel sogno; Marta, Cruis, Diego e Sasha frequentano le elementari e vengono rimproverati regolarmente per i loro frequenti ritardi.
Ma, quella che viene raccontata, è vita ed è vita "normale", se c'è una normalità.
Più di mille persone, provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia, sopravvivono in questo enorme ghetto recintato da fil di ferro e sorvegliato da telecamere, come se fossero tutti accertati criminali e delinquenti: ammassati in camper di 22 metri, distanziati l'uno dall'altro soltanto due, lontano dal centro (dagli ospedali, ad esempio).  E tanti di loro non hanno lavoro - più per la diffidenza degli altri, che per la loro mancanza di volontà - e non hanno un'identità riconosciuta dallo Stato anche quando sono nati e cresciuti in Italia.
Le voci narranti di questo film sono, soprattutto, quelle dei bambini perché non hanno sovrastrutture: raccontano semplicemente e sinceramente la loro esistenza, mettendo in luce, in maniera inconsapevole, le contraddizioni delle politiche istituzionali che, da una parte, parlano di inclusione, ma dall'altra, non creano le condizioni concrete per attuarla.

lunedì 13 gennaio 2014

La morte del "leone di Dio"




Si è spento, ad 86 anni, Ariel Sharon, in coma dal 2006 a causa di un'emorragia cerebrale e dopo una lunga esistenza come leader politico e militare. 


Ministro dell'Agricoltura, svolge un ruolo di primo piano nel programma di costruzione degli settlements a Gaza e in Cisgiordania; come Ministro della Difesa è stato l'artefice dell'invasione del Libano, nel 1982. Nel 2000, come capo dell'opposizione al Parlamento, compie un gesto dimostrativo: entra, accompagnato da una scorta armata, nella spianata delle moschee a Gerusalemme per rendere chiaro che anche quella parte della città deve sottostare alla sovranità israeliana. L'episodio dà inizio alla Seconda Intifada. Nel 2004, però, decide per il ritiro dei soldati dalla striscia di Gaza – decisione con la quale vuole dimostrare, alla comunità internazionale, la buona volontà di Israele nel volere la pace – ma tale decisione viene vissuta come un tradimento da parte della destra religiosa. Un anno dopo lascia il partito Likud, nazionalista e liberale, per fondare il partito Kadima, centrista, a cui prende parte anche Shimon Peres, Nobel per la Pace.

Difficile riassumere in poche righe una vita intensa, complessa e controversa come quella dello statista israeliano il cui nome, Ariel, significa “il leone di Dio”. E proprio il suo nome rimane legato ad uno degli avvenimenti più tragici della Storia del '900: il massacro di Sabra e Shatila, i campi di rifugiati in cui persero la vita più di tremila arabi palestinesi. Il massacro, che durò dal 16 al 18 settembre 1982, fu perpetrato dalle milizie cristiane libanesi in un'area direttamente controllata dall'esercito israeliano e causò i terribili fatti di sangue, noti come la “guerra dei campi”, tra il 1985 e il 1987. Questi fatti si inseriscono nel contesto della guerra civile libanese: Israele, infatti, sostenne con le armi, la comunità cristiana dei maroniti e l'Esercito del Sud del Libano (cristiano-maronita) contro l'OLP e le forze armate cristiane.

Ma questa è una maniera astratta per parlare di guerra e di Storia, Per capire davvero quali siano le conseguenze di un conflitto, di qualsiasi conflitto, vi consigliamo di leggere un romanzo che si intitola: Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa edito da Feltrinelli.


Amal, la nipotina del patriarca della famiglia Abuleja, è la voce narrante di quattro generazioni di palestinesi costretti ad abbandonare la propria terra, dopo la nascita dello Stato di Israele. La deportazione, nel 1948, nel campo profughi di Jenin; i due fratelli che si trovano a combattere su fronti opposti; la maternità e i numerosi lutti. Amal, alter-ego dell'autrice, intreccia le storie individuali alla grande Storia di un Paese martoriato, con crudo realismo e vibrante poesia. Più di sessant'anni di storia, tra il 1941 e il 2002: gli anni del conflitto israelo-palestinese e delle devastazioni che si sono riversate su donne, uomini, bambini che hanno distrutto rapporti familiari e generazioni. Eppure qualcosa, almeno nella finzione letteraria, riesce a salvarsi.

La scrittrice è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la “Guerra dei sei giorni”, ha vissuto in un orfanotrofio a Gerusalemme per poi trasferirsi negli Stati Uniti e, con questo suo lavoro, non ha voluto attribuire colpe, ma ha voluto raccontare la verità, la verità di chi troppo spesso non viene ascoltato, in particolare dei profughi “sospesi” nei campi, ma che riescono ad andare avanti nonostante tutto e grazie all'amore.


mercoledì 8 gennaio 2014

Routine is fantastic. Donne


 

dols.it


Albania, Siria, Afghanistan, Pakistan, Myanmar, Libano, Iraq, Somalia: questi sono i Paesi e gli scenari in cui vivono le donne la cui vita è stata segnata dai conflitti, dalla violenza, dalla brutalità. Ma queste donne sono ancora capaci di portare, nella loro esistenza quotidiana, la luce della speranza e la tenacia di chi vuole andare avanti, nonostante tutto.

Sono riprese dallo sguardo, attento e sensibile, di Franco Pagetti in un'interessante mostra ancora in corso presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta, 61 a Milano. Una mostra, ad ingresso libero, visitabile fino al 12 gennaio e ad ingresso libero.

dols.it
Il titolo è: Routine is fantastic. Donne: “fantastic” nel senso di sorprendente perchè, come scrive il fotografo nella presentazione del lavoro: “ La straordinarietà di queste donne è il saper sempre anteporre le necessità altrui alle proprie. Sono donne che cercano il cibo e lo preparano, che portano l'acqua a casa e la sera, dopo le fatiche, riescono ancora a sorridere e trasmettere serenità”. L'obiettivo riesce a cogliere segni di amicizia, intimità, atmosfere di quieta normalità anche quando - nella maggior parte dei casi - si tratta di persone che trascorrono le giornate nei campi profughi e negli alloggi di fortuna per gli sfollati.

L'esposizione contribuisce alla campagna di raccolta fondi per l'UNHCR a sostegno delle donne rifugiate (per informazioni: liperni@unhcr.org, Giovanna Liperni): l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati protegge, infatti, i rifugiati, garantendo loro che non vengano rimandati in Paesi in cui la loro incolumità sarebbe in pericolo e fornendo l'assistenza necessaria affinché possano integrarsi nei Paesi d'asilo. Ogni passaggio della fuga verso un luogo più sicuro è particolarmente pericoloso per le donne e i bambini perchè - in condizioni di deficit economico, sanitario e scolastico - per loro è facile rimanere vittime di pratiche tradizionali primitive quali, ad esempio, le mutilazioni genitali o i matrimoni in giovanissima età. Se rientrano nel Paese d'origine, inoltre, le donne sono sempre escluse dai processi di ricostruzione post-bellica e incontrano difficoltà a rientrare anche nelle abitazioni o a tornare in possesso delle terre e dei propri beni.

pianetadonna.it
Come recita la Convenzione di Ginevra del 1951 è una rifugiato o una rifugiata: “Colui o colei che temendo, a ragione, di essere perseguitato/a per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino/a e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

E' bene ricordare che queste persone sono fuggite dal proprio Paese perchè perseguitate e sono costrette a vivere lontano dalle proprie radici, in condizioni di indigenza e sotto la continua minaccia di aggressioni e ricatti.

lunedì 9 settembre 2013

Laboratorio Taivè: un progetto di sartoria per donne rom

  Foto di Lara Pischedda DS Visual School

Otto donne provenienti da Romania, Macedonia, Kosovo e Serbia ( e una decine di volontarie) danno vita, ogni giorno, al Laboratorio Taivè. “Taivè”, in lingua romanì, vuol dire “filo”: infatti il laboratorio offre, a prezzi concorrenziali rispetto al mercato, servizi di stireria e piccola sartoria: orli, cambio cerniere, accorciamento maniche. Tutti quei piccoli lavori domestici che molte donne non sanno più fare o a cui non riescono a dedicare il proprio tempo. Le lavoratrici del Taivè producono, inoltre, oggetti per la cucina (strofinacci, guanti, grembiuli), vestiti e borse.
Il laboratorio si trova nel cuore del quartiere di Lambrate, a Milano, all'angolo tra via Carpi e via Wildt e nasce da un progetto volto allo scopo di offrire un'occasione formativa e lavorativa alle donne che abitavano nei campi rom di via Novara e di via Triboniano.
Il percorso è partito dalla Caritas Ambrosiana e dalla Cooperativa Ies-Impresa Etica Sociale e ha ottenuto il sostegno di vari enti e istituzioni: il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (che ha finanziato la prima annualità del 2009-2010), coordinato dalla Fondazione ISMU; la Caritas Italiana; e Fondazione Cariplo. 
  Foto di Lara Pischedda DS Visual School
Le otto signore, e le loro aiutanti, lavorano in un piccolo, accogliente spazio e - dato importante - si alternano ad un unico tavolo, proprio a sottolineare il lavoro di squadra e senza gerarchie. Un lavoro sì, perchè sono assunte regolarmente e vantano una discreta clientela.
Questo è l'epilogo positivo di un'esperienza di inclusione e di emancipazione femminile all'interno della comunità; un'opportunità professionale che si è venuta a creare grazie al fatto che queste persone abbiano seguito corsi di formazione con lezioni di italiano e lezioni pratiche di sartoria per poi mettere in pratica le conoscenze e le abilità acquisite.
Foto di Lara Pischedda DS Visual School
E non è finita qui: il laboratorio Taivè oggi è in grado di offrire un nuovo servizio: “Et voilà!”, questo è il suo nome, gioioso e ironico, per proporre i lavori di sartoria, ma anche la possibilità di stirare...a domicilio.

Per chi fosse interessato:

Laboratorio Taivè
Via E. Carpi angolo via A. Wildt (M2 Lambrate, Bus 55)
tel: 02 26822423
Aperto dal martedì al venerdì 10-13 / 14-18 e il sabato 10-13/ 14-17