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venerdì 18 dicembre 2015

Umanità in transito verso il nulla

 di Sarantis Thanopulos   (da Il Manifesto)
 
Il dramma del migrante non sta nel suo essere in «mezzo al guado»: non più nella terra che lascia, non ancora nella terra che vuole raggiungere. Sta nel fatto che nelle migrazioni, anche quelle dall’esito più felice, si deve sempre attraversare una terra di nessuno, in cui non si profila altro all’orizzonte che cielo e deserto o acqua. In questa terra più si mette alle spalle ciò che si è lasciato, più appare lontana, irraggiungibile la meta del proprio cammino.
C’è nella migrazione una dimensione ineliminabile che rappresenta il «negativo» del viaggio di Ulisse. L’Itaca che ti dà l’avventura del viaggio (Kavafis), la meta di ritorno che più l’avvicini più si allontana –allargando definitivamente l’orizzonte della tua esperienza– non fa parte dell’esilio quando esso appare definitivo, un andarsene per sempre, una volta tolti gli ormeggi. Il viandante perde la condizione prima del viaggio –il punto di partenza come meta di un ritorno da rimandare il più a lungo possibile– e cerca di ritrovarla da un’altra parte. Andando avanti nello spazio, viaggia a ritroso nel tempo. L’opposto di Ulisse, che, tornando indietro nello spazio, viaggia avanti nel tempo.
La migrazione dei nostri tempi è evento particolarmente traumatico, sradicamento totale che può portare a un ritiro catastrofico del proprio desiderio dal mondo.
Il «cittadino del mondo» non dimora qui, neppure l’esploratore alla ricerca di terre nuove (per necessità o spirito di avventura). La scena è abitata da naufraghi che la deriva può portare a una spiaggia accogliente o a sbattere sugli scogli.
Le spiagge e le scogliere nella nostra civiltà iper-tecnologica e sovraffollata sono fatte di materia umana.
Sulle sponde dell’Occidente siamo noi in carne e ossa a tendere la mano ai senza terra o a restare a braccia conserte facendo cadere l’acrobata di turno nel vuoto. Sennonché, noi privilegiati, con la presunzione di potere scegliere tra accoglienza, ostilità e indifferenza, siamo ugualmente naufraghi, perduti e senza approdo visibile nel luogo in cui viviamo. Orfani dell’altro, di colui che vive dall’altra parte del confine (della strada, dello steccato) o in un altrove oltre la sottile linea di un orizzonte lontano, diffidiamo di noi stessi e abbiamo bisogno di «infiltrati» con cui prendersela, per non impazzire.
Si nasce per sradicamento e se l’esperienza, di per sé lacerante, della separazione dal sentimento di appartenenza, non esita in rovina, è perché l’altro si costituisce come sponda necessaria per la scoperta del mondo e il radicamento in esso. Questo radicamento non è quello di un albero: è fondato, al tempo stesso, sul senso di appartenenza a un posto e sul viaggio. Se tutto va bene, alloggiamo nel mondo in modo eccentrico, isterico: ben radicati e in transito, cittadini e apolidi.
Il sentimento di appartenenza è da sempre frainteso come patto tribale difensivo, che divide il familiare dall’estraneo. In realtà il legame con le proprie origini è sentimento di auto-appartenenza, presenza in sé che presente l’alterità. Le nostre radici sono la vita nel suo spontaneo fluire, l’essere tutt’uno con le cose vive del mondo che sono parte di noi, sentono e respirano con noi. L’appartenenza a se stessi uniti alla materia prima della vita, è alla base del sentire comune. Questo sentire non è chiuso in un posto: l’affinità è presentimento di ciò che è diverso.
Dove l’appartenenza perde il suo legame con l’alterità — il principio della differenza che plasma la materia umana– si perde il senso stesso del viaggio. L’umanità è in transito verso il nulla, mentre l’indifferenza danza con la paranoia.

lunedì 16 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia



 
 


mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.



Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.




Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





venerdì 13 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia





mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.







Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.





Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





mercoledì 15 luglio 2015

Macerie: l'impegno dei pacifisti israeliani per la causa palestinese





Intrecciando cronaca e letteratura, Miriam Marino racconta l’impotenza dei pacifisti israeliani, sullo sfondo delle due Intifade, il cui impegno si assottiglia e s’infrange contro il muro dell’odio e dei grandi interessi. Nessuno spazio di vita è esente dal dolore. Tikva, la protagonista, però, ha scelto il suo campo. E un “dolore diverso” da quello che l’attanaglia da mesi la raggiunge a Hebron. La bellezza di Jamal la colpisce “come un pugno allo stomaco”, portando per un attimo l’illusione di poter chiudere la porta all’angoscia. Ma la parola “Tajush”, che in arabo vuol dire “insieme”, non sarà per domani. E nell’epilogo del romanzo, lucido e intenso come l’impegno dell’autrice per la causa palestinese, emerge una “dolorosa consapevolezza” : il genocidio dei palestinesi continua, “avvolto nella menzogna e nel silenzio” di quel discorso mediatico che dipinge i conflitti a misura dei potenti. Dalla Prefazione di Geraldina Colotti Giornalista de "Il Manifesto"





L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Myriam Marino e la ringrazia molto.




Un romanzo che parla di attualità: Tikva, la protagonista, cosa rappresenta all'interno di uno scenario e di una guerra tra due popoli che continua da decenni?


Tikva è come un ponte tra due realtà, due culture, due punti di vista. E’ cresciuta credendo di essere ebrea, per di più ha un temperamento mistico e assorbe, come una linfa vitale per la sua spiritualità, gli insegnamenti della religione che crede essere la sua. Ma la sincerità di tale adesione, l’onestà di intenti di Tikva esigono la coerenza del comportamento rispetto all’interiorità, e la giustizia per lei non è una prostituta che può vendersi a chiunque possa pagarla, per questo scopre presto dietro alle chiacchiere vane la vera natura e gli intenti del paese in cui vive, non solo per quanto riguarda i politici e le loro scelte, ma anche la popolazione a partire dai suoi parenti. Quando nella sua vita irromperà la rivelazione sconvolgente che la inscriverà nella storia palestinese, dopo un trauma iniziale Tikva assumerà su di se anche il carico di questa appartenenza e lo farà con la stessa passione e con la stessa sincerità. Il suo è un percorso di coscienza che la porterà al disvelamento di tutte le menzogne, al guardare negli occhi le vittime, a riconoscere la meschinità e la feroce violenza dell’occupazione israeliana che uccide tortura imprigiona rende la vita impossibile a un popolo intero piangendo e dichiarandosi vittima mentre distrugge, a capire che non c’è una guerra in corso ma un’aggressione sistematica rinnovata ogni giorno e a fare alla fine una scelta di campo. In tutti i momenti della storia Tikva non è mai estranea nè al mondo ebraico nè a quello palestinese, conosce bene entrambe le anime perciò la sua scelta ha un profondo significato. Ma racchiuso nel suo nome c’è anche un pensiero di speranza, speranza è infatti il significato di Tikva in ebraico.


Uno dei temi principali del libro è quello dell'identità: vuole anticipare una riflessione?


Noi umani, in genere, abbiamo bisogno di qualcosa di solido che ci dia sicurezza, che ci racconti chi siamo qual’è la nostra storia, i nostri miti, le leggi interiori a cui ci dobbiamo attenere, e anche le nostre forme d’arte, la nostra cucina, la lingua, insomma qualcosa di certo che ci identifichi, questo accade quando si assume un’identità. In Terra Santa la faccenda dell’identità è profonda e radicata per questo non ne potevo prescindere scrivendo questa storia, ma l’identità forte di Tikva come ebrea renderà forte anche la sua scelta e l’identità forte dei giovani palestinesi che vogliono la libertà nella loro terra renderà ancora più eroiche le loro lotte.
Personalmente riconosco una sola identità: quella di umano appartenente al mondo umano, per me è anche troppo, anche se la mia storia personale non mi permette di liberarmi in un colpo solo di appartenenze che comunque mi hanno formato. Questo superamento dell’identità, che a volte può diventare una gabbia, è accennato nel libro a pag 123, quando Avi consola Tikva in preda allo smarrimento, all’indomani della morte del suo amico Shadi. “Se tu fossi soltanto te stessa?” le dice.


Qual è la situazione dei giovani palestinesi oggi? Quali i loro sogni e quali le loro possibilità...

I giovani palestinesi vivono la tragica situazione dell’occupazione militare israeliana con tutto ciò che questo comporta di sospensione della vita, di checkpoint, di arresti, detenzione amministrativa e quant’altro. Israele si accanisce in modo particolare sui giovani e sui bambini per spezzare la resistenza e il futuro. I genitori dei bambini arrestati subiscono un trauma terribile e i bambini del tutto indifesi nelle mani dei carcerieri subiscono un trauma ancora più grande che condizionerà tutta la loro vita, questo serve a stroncare la resistenza al suo nascere. I loro sogni sono quelli di tutti i giovani, essere liberi, studiare e circolare liberamente, poter viaggiare, non dover chiedere un permesso per ogni sciocchezza, vivere da uomini liberi. I giovani palestinesi sono molto creativi, li troviamo attivi in ogni forma d’arte, a Ramallah ho assistito a uno spettacolo di danza da mozzare il fiato e i danzatori erano bambini e adolescenti, i bambini di Gaza si costruiscono da soli meravigliosi acquiloni con i quali riempiono letteralmente il cielo di colori. Sono bravissimi anche nello sport e sappiamo che cosa fa Israele per stroncare la vita e la carriera dei giovani calciatori. Le loro possibilità ovviamente sono legate alla fine dell’occupazione che spezza qualsiasi iniziativa ogni volta che vuole e blocca qualsiasi manifestazione culturale anche se a carattere internazionale con la partecipazione di artisti e scrittori da tutto il mondo.



Interessante il rapporto tra Tikva e il padre israeliano: come si sviluppa questa relazione? E che ruolo ha la madre?

Il padre di Tikva è un progressista israeliano, laico e abbastanza razionale per capire dove sono le ragioni e dove i torti, ma manca di empatia, come la maggior parte degli israeliani la sua percezione dei palestinesi è negativa. La paura gioca anche per lui un ruolo fondamentale che si esprime nei vani tentativi di tenere separate madre e figlia. Ha però un alibi: il matrimonio fallito con la madre di Tikva e l’abbandono di costei. Il rapporto tra padre e figlia è sereno fino a che la figlia non scopre la sua seconda identità, nascerà una crisi che si risolverà solo verso la fine della storia quando quest’uomo deciderà di esprimere la parte migliore di se e lasciando vecchi rancori e rimpianti di cui si era nutrito sceglie di avere una nuova relazione con un’attivista pro-Palestina. Il suo rapporto con Tikva è sempre stato superprotettivo in quanto non doveva proteggere solo l’incolumità fisica e psicologica di sua figlia, ma anche il suo equilibrio, la sua interiorità di fronte ai possibili assalti dall’esterno che infatti puntualmente ci saranno. Quando le scelte di Tikva saranno conclamate non avrà più bisogno di mantenere questo controllo. La madre avrà il ruolo di portarla per mano all’interno del suo nuovo mondo e della sua nuova famiglia, di farle scoprire il calore e la dolcezza degli affetti familiari, di mostrarle il lato allegro e tenero della sua nuova vita.




Ci spiega il significato profondo del titolo ?

Non avrei voluto dare a questo libro un titolo così drammatico, ma per quanto ci abbia pensato non ne ho trovato uno più adatto. Le macerie ovviamente non sono solo quelle dei palazzi sventrati di Nablus, dei muri delle case crollati del campo profughi di Jenin, della distruzione dell’areoporto e del porto di Gaza, le macerie sono anche quelle che un’intera popolazione si porterà nel cuore, le macerie sono anche quelle delle persone che hanno perso il loro equilibrio psicologico, sono anche le macerie dell’anima di chi sarà stato distrutto nella propria interiorità dal veleno corrosivo della violenza israeliana e risponderà al suo livello, le macerie sono quelle del futuro che sarà sempre più difficile visualizzare.


Da dove nasce questo suo lavoro?

Questo è il terzo libro in cui scrivo dell’Intifada, ma in questo più che nei precedenti, i quali erano raccolte di racconti in cui scrivevo anche di altri argomenti affini. In questo libro, che essendo un romanzo mi ha dato la possibilità di dispiegare di più nel tempo la storia, racconto anche della prima Intifada che è importante non solo per la lotta esemplare che è stata, ma anche perchè serve per capire lo scoppio della seconda Intifada. Nella seconda Intifada la lotta era diventata disperata e la repressione inenarrabile, inconcepibile disumana. Ne avevo sentite di tutti i colori, ma la seconda Intifada che seguii giorno per giorno, con un carico di morte e distruzione che non sembrava mai finire, mi sconvolse in modo particolare e mi riempì di tristezza, di dolore e di rabbia come non era mai successo prima. Il romanzo nasce dal bisogno di raccontare, di esprimere, di lenire questi forti sentimenti, ma anche dal bisogno di spiegare attraverso una storia che cosa è successo realmente, e che cosa significa occupazione militare israeliana.
  
   


domenica 21 giugno 2015

Migranti, la grande mistificazione




di Ignazio Masulli (da Il Manifesto, 12/6/2015)





Da set­ti­mane si agita lo spet­tro delle per­sone sbar­cate in Ita­lia per cer­care rifu­gio nel nostro o negli altri paesi euro­pei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di que­sto trend è cal­co­la­bile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giu­sti­fi­cano, allora, le posi­zioni estreme e i toni, talora quasi para­noici, rag­giunti nel dibat­tito su que­sto feno­meno in Ita­lia e in Europa? Dav­vero si vuol far cre­dere che l’arrivo di alcune cen­ti­naia di migliaia di per­sone costi­tui­sca una minac­cia per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo?

In realtà, stiamo assi­stendo a una gros­so­lana mistificazione.

Intanto, sem­bra smar­rito ogni senso delle pro­por­zioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto signi­fi­ca­tivi. I paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, con­ta­vano un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie assom­manti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. Que­sti immi­grati, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, con­cor­rono diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi. E non si vede pro­prio come nuovi flussi che si aggiun­gono a quelli regi­stra­tisi negli anni pre­ce­denti non pos­sono essere assor­biti con van­taggi demo­gra­fici, eco­no­mici e socio-culturali, solo che si adot­tino poli­ti­che appro­priate e posi­tive d’inclusione sociale.

In secondo luogo, invece di con­tra­stare sen­ti­menti xeno­fobi, che pure alli­gnano in parti della popo­la­zione, li si stru­men­ta­lizza e inco­rag­gia pur di gua­da­gnare con­sensi elet­to­rali nel modo più spre­giu­di­cato. L’esempio più vicino di tale irre­spon­sa­bile com­por­ta­mento viene dalle dichia­ra­zioni dei gover­na­tori di alcune delle regioni più ric­che del paese. Il loro lepe­ni­smo sem­bra igno­rare che pro­prio la van­tata ric­chezza di quelle regioni è dovuta anche al mas­sic­cio sfrut­ta­mento del lavoro degli immi­grati. Sfrut­ta­mento tanto più facile e pesante con i clan­de­stini. E que­sto ci porta dritto alla seconda misti­fi­ca­zione cui stiamo assi­stendo in Ita­lia e in Europa.

Indi­care gli immi­grati come una minac­cia serve a moti­vare misure di con­tra­sto e leggi restrit­tive che in realtà ser­vono a sfrut­tare al mas­simo il loro lavoro, indu­cen­doli a lavo­rare in nero, in impie­ghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chia­mata e simili. Infatti, sono pro­prio le soglie di sbar­ra­mento all’integrazione, poste sem­pre più in basso, e il man­cato o dif­fi­col­toso rico­no­sci­mento dei diritti ai lavo­ra­tori immi­grati che per­met­tono ai gruppi diri­genti eco­no­mici e ai loro alleati poli­tici di sfrut­tare anche l’immigrazione per spin­gere verso la con­cor­renza al ribasso delle con­di­zioni di lavoro. In tal modo, si ren­dono più age­voli le poli­ti­che di restri­zione dei diritti dei lavo­ra­tori e di sman­tel­la­mento dello Stato sociale.

In terzo luogo, agi­tare lo spet­tro del peri­colo immi­gra­zione occulta altre respon­sa­bi­lità. Il fatto, cioè, che i mag­giori paesi euro­pei, Gran Bre­ta­gna e Fran­cia in testa, ma seguiti anche da Ger­ma­nia e Ita­lia si sono fatti pro­mo­tori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti inter­venti politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può comin­ciare dall’interminabile guerra in Afgha­ni­stan. Si può pro­se­guire con il sup­porto dato alla ribel­lione con­tro il regime siriano, rin­fo­co­lando con­flitti civili e reli­giosi che ora sfug­gono ad ogni con­trollo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risul­tato di una situa­zione, se pos­si­bile, ancor più con­fusa e ingo­ver­na­bile. Si è sof­fiato sul fuoco di vec­chi con­flitti tra le popo­la­zioni in Africa Centro-orientale per­se­guendo obiet­tivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli inter­venti in Mali e altri paesi.

Nel 2013, il numero di pro­fu­ghi che hanno cer­cato di fug­gire da zone di guerra, con­flitti civili, per­se­cu­zioni e vio­la­zioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a con­si­de­rare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di per­sone che, in quell’anno, si tro­va­vano sotto il diretto man­dato dell’Alto com­mis­sa­riato per i rifu­giati delle nazioni unite e per i quali dispo­niamo di dati certi, vediamo che più della metà era costi­tuito da per­sone che fug­gi­vano dalla guerra in Afgha­ni­stan (2,5 milioni), dall’improvvisa defla­gra­zione del con­flitto in Siria (2,4 milioni), dalla recru­de­scenza degli scon­tri da tempo in atto in Soma­lia (1,1 milione). Ad essi segui­vano i pro­fu­ghi pro­ve­nienti dal Sudan, dalla Repub­blica demo­cra­tica del Congo, dal Myan­mar, dall’Iraq, dalla Colom­bia, dal Viet­nam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sem­pre nel solo 2013. Altri richie­denti asilo cer­ca­vano di scam­pare dai «nuovi» con­flitti in Mali e nella Repub­blica Centrafricana.

La grande mag­gio­ranza di que­ste e altri milioni di per­sone fug­gite da situa­zioni di peri­colo e sof­fe­renza, sem­pre nel 2013, non hanno cer­cato e tro­vato acco­glienza nei paesi più ric­chi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno. Infatti, fin dallo scop­pio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha tro­vato rifu­gio in Paki­stan. Il Kenya ha accolto la mag­gio­ranza dei somali. Il Ciad molti suda­nesi. Men­tre altri somali e suda­nesi hanno tro­vato rifu­gio in Etio­pia, insieme a pro­fu­ghi eri­trei. I siriani si sono river­sati in mas­sima parte in Libano, Gior­da­nia e Tur­chia. Di fronte all’entità di que­sti flussi, il numero delle per­sone che, sem­pre nel 2013, hanno cer­cato pro­te­zione inter­na­zio­nale in 8 dei paesi più ric­chi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dol­lari, assom­mava a 360mila (pari all’83% dei rifu­giati in tutta l’Ue).

Que­sti dati di fatto dimo­strano l’assoluta man­canza di fon­da­mento e la totale stru­men­ta­lità che carat­te­rizza la discus­sione in atto tra i paesi mem­bri e le stesse isti­tu­zioni dell’Ue. Si discute di pat­tu­glia­menti navali, bom­bar­da­menti di bar­coni, per con­clu­dere con quello che viene defi­nito un «salto di qua­lità» nel dibat­tito e che con­si­ste­rebbe nella pro­po­sta di acco­gliere nei 28 paesi mem­bri dell’Ue un totale di 40.000 rifu­giati in due anni. Men­tre, nel 2013, Paki­stan, Iran, Libano, Gior­da­nia, Tur­chia, Kenya, Ciad, Etio­pia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che signi­fica che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immi­grati e rifu­giati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono dispo­sti ad acco­gliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma per­fino que­sta misera pro­po­sta viene ora messa in discus­sione, dato anche l’atteggiamento nega­tivo di paesi come la Gran Bre­ta­gna e la Fran­cia, che pure si auto­de­fi­ni­scono grandi e civili. Lo spet­ta­colo di tanta pochezza poli­tica e morale induce a chie­dersi se i nostri gover­nanti e i diri­genti di Bru­xel­les si ren­dono conto che stanno asse­stando un altro colpo alla cre­di­bi­lità dell’Unione europea.

venerdì 10 gennaio 2014

L'inferno degli stagionali



Grazia Bucca

Un reportage importante, quello di Grazia Bucca, che ritorna sul problema, ancora irrisolto, dell'accoglienza dei migranti, delle loro precarie condizioni di vita e di lavoro, spesso chiamati a prestare le loro braccia e le loro schiene “ a cottimo” , per pochissimi euro e tante ore di fatica, nei nostri terreni agricoli. Le fotografie sono di Grazia Bucca - fotoreporter, redattrice della newsletter ArcireportSicilia, collaboratrice de Il Manifesto e dell'agenzia Studio Camera di Palermo - e, come spesso accade, le sue immagini parlano più di mille parole, colpiscono gli occhi e dovrebbero mettere in moto il pensiero critico, soprattutto di chi si occupa delle politiche migratorie, sempre più contingenti ed emergenziali.



Il reportage, dal titolo L'inferno degli stagionali, è stato trasmesso durante la trasmissione Mediterraneo, in onda su Rai3, nella puntata n.12 del 22 dicembre 2013.   

Grazia Bucca



Abbiamo intervistato la fotografa Grazia Bucca che ringraziamo tantissimo per averci dedicato tempo e per gli scatti che ci ha permesso di pubblicare.



Come si è preparata per entrare nel campo di Campobello di Mazara? E ha incontrato difficoltà burocratiche per poter realizzare il reportage?


L'idea del reportage è nata per documentare le condizioni del campo dei migranti stagionali, impegnati nella raccolta delle olive nel territorio di Campobello di Mazara (TP).

Non conoscevo questa tragica realtà finché non ho avuto la notizia della morte di Diallo Ousmani, ragazzo senegalese di 26 anni, arrivato in Sicilia in cerca di lavoro, e che proprio in quel campo ha trovato la sua tragica fine. Rimasto gravemente ustionato nell'incendio della baracca nella quale alloggiava, è morto all'ospedale civico di Palermo, domenica 20 ottobre 2013 dopo quasi 10 giorni di agonia. 
Grazia Bucca

Per la realizzazione del reportage non ho riscontrato alcuna difficoltà burocratica. Il campo sorgeva alla periferia del centro abitato, ai bordi di una trafficata contrada comunale, quindi un luogo facilmente raggiungibile.


Il titolo del lavoro contiene la parola "inferno": perchè?

Inferno perché, vedere esseri umani vivere in quelle condizioni, senz'acqua corrente, né luce elettrica, né servizi igienici, in ripari di fortuna, costituiti da piccole tende da campeggio, baracche improvvisate, costruite con blocchi di cemento, assi di legno, lastre di eternit, cartoni e teli di plastica messi insieme alla meno peggio, mi ha dato la sensazione di un vero e proprio inferno, di qualcosa di orribile, di disumano.

Cosa ha voluto denunciare precisamente con questo suo lavoro fotografico? E di cosa necessitano i lavoratori migranti?

Ho voluto denunciare, non solo le condizioni di vita alle quali sono costretti molti migranti che approdano in questo paese nella speranza di una vita diversa, ma anche le condizioni di sfruttamento che vivono i lavoratori, stretti nella morsa del caporalato, del lavoro nero, del ricatto, della violenza, della miseria, senza tutela alcuna. I terreni di Campobello ricadono nel territorio controllato dal boss mafioso Matteo Messina Denaro. Non è quindi inverosimile ipotizzare che queste condizioni, passatemi l'espressione anche di schiavitù, vengono determinate dalla mafia, che impone turni massacranti e l'irrisorio pagamento di 3-3,50€, per cassetta di prodotto raccolto.

Qual è stata la reazione degli stagionali davanti all'obiettivo della macchina fotografica ? Le hanno raccontato le loro storie?

Ovviamente non tutti i lavoratori hanno voluto essere ritratti. Non erano felici delle loro condizioni. Molti provavano un forte senso di vergogna ed imbarazzo per come stessero vivendo e grande era la paura che le foto in qualche modo potessero arrivare nei loro paesi di origine, agli occhi dei propri familiari.

Dopo un primo momento di imbarazzo altri invece hanno voluto farsi ritrarre senza alcun problema, ma tutti sono stati disposti a raccontare la loro storia.
 
Grazia Bucca


Grazia Bucca