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lunedì 16 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia



 
 


mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.



Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.




Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





venerdì 13 novembre 2015


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI



Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “Egitto, democrazia militare”

di Giuseppe Acconcia





mercoledì 18 NOVEMBRE, ore 19

presso



BISTROT DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio il saggio “Egitto, democrazia militare” di Giuseppe Acconcia, Exòrma edizioni.







Il saggio:

L'incoronazione dell'ex generale Abdel Fattah al-Sisi come nuovo presidente egiziano ha chiuso tre anni rivoluzionari che hanno cambiato il Paese. Il racconto dal basso delle rivolte di piazza descrive un Egitto straordinario, diviso tra modernità e tradizione, dalla repressione di migranti e minoranze, alla punizione collettiva delle tribù del Sinai, dagli operai delle fabbriche di Suez al massacro di Rabaa al-Adaweya.





Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani





lunedì 19 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione



Associazione per i Diritti Umani
PRESENTA

 
il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 

giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso

 
CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano
 

L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.
 

Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.
 

Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani

venerdì 16 ottobre 2015

Donne arabe e prostituzione: il film MUCH LOVED rompe il tabù








Noha, Soukaina, Randa e Halima: nomi di donne, di donne marocchine. Cala la notte e loro iniziano a lavorare: nell'oscurità possono confondersi con le ombre di una vita clandestina, quella delle prostitute. Le quattro giovani donne, infatti – belle e spregiudicate – hanno scelto di fare il mestiere più antico del mondo per essere o sentirsi libere. Forse.

Una scelta che, in fondo, non è mai una vera decisione libera, neanche per le donne occidentali. E' una scelta, purtroppo, spesso obbligata, accettata con la violenza o per disperazione. Nel caso delle protagoniste del film Much loved – film del regista di origini tunisine Nabil Ayouch, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes e nelle sale italiane in questo periodola scelta è apparentemente libera: i moralisti potrebbero dire: “Sì, ma potevano decidere di fare un altro mestiere” e potrebbe essere vero; ma esasperate da una società patriarcale e maschilista, spesso molestate verbalmente e fisicamente, soggette alle prese di posizione, culturali o religiose, da parte di persone altre, queste ragazze passano alla provocazione più grande: vendere il proprio corpo. Quel corpo spesso maltrattato, usato, imprigionato, qui diventa di “proprietà” solo dell'individuo, della donna. E qui sta l'originalità di questa storia, perchè si tratta di un racconto di una forma di emancipazione (i temi hanno già fatto del back ground culturale e sociale dell'Occidente) in un Paese magrebino. E' l'occasione per mostrare il comportamento abbietto degli uomini: viscidi clienti o poliziotti corrotti, da cui emerge un tratto dell'intera società poco edificante. “Mentono tutte, puttane e sante. Le nostre sono come la carne sui questi piatti. Morte”, afferma un cliente saudita e questa frase fa intuire anche quanto il linguaggio, femminile e maschile, sia crudo e diretto: gesti e parole non fanno sconti nel denunciare un aspetto nascosto e misero dietro alle luci sfavillanti della bellissima Marrakesh. La città, infatti, si mostra come le sue prostitute: affascinate, profumata e capace di regalare sogni e piacere, ma dietro al bel vestito si cela la malinconia.      


Sulla carta il Marocco ha una Costitituzione che vieta, nel nuovo diritto di famiglia, le nozze forzate , la poligamia e impedisce il matrimonio fino al compimento dei 18 anni: sulla carta, perchè nelle zone rurali e nei villaggi, la situazione culturale è ancora molto arretrata e vigono le leggi della tradizione, che penalizzano le donne, le ragazze e le bambine.

Noha, Soukaina, Randa e Halima sono costrette anche a strisciare per raccogliere il denaro gettato per terra dai clienti; sono state ripudiate dalle famiglie; vivono la solitudine e l'impotenza di chi è entrato in un circolo chiuso da cui è impossibile uscire. Solo loro quattro e, unite, finiranno per costituire una piccola famiglia perchè condividono la mancanza di amore.

Il film è stato censurato in Marocco, ma ha diviso ugualmente l'opinione pubblica. Il regista, per un certo periodo, ha dovuto vivere sotto scorta. Noi non vogliamo condizionare gli spettatori per cui ci limitiamo a consigliarne la visione per continuare il dibattito sul tema.
 
 
 
 

giovedì 15 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 




giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano





L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma



Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani



martedì 30 giugno 2015

I muri di Tunisi: quando anche le pietre parlano di cambiamento





Pubblicato grazie ad un'operazione riuscita di crowfunding, I muri di Tunisi. Segni di rivolta (per Exòrma Edizioni con la prefazione di Laura Guazzone) rappresenta una lettura originale del complesso periodo di “transizione” della Tunisia tra la rivoluzione del 2011 e le elezioni del 2014.
L’autrice, Luce Lacquaniti, traduce e commenta le scritte e le immagini nelle piazze e nelle strade della città di Tunisi i cui contenuti sono gli stessi che vengono discussi nelle case, a scuola, nell’assemblea costituente, sui giornali, nei negozi e nei caffè.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato Luce Lacquaniti e la ringrazia molto per la sua disponibilità.




Perché la scelta di parlare della Tunisia di oggi attraverso le scritte e le immagini sui muri?



La scelta deriva in parte dalla mia formazione e in parte dalla straordinarietà del materiale stesso in questione. Mi spiego. Sono laureata in Lingue e civiltà orientali e sto per prendere una seconda laurea in Interpretariato e traduzione. Quindi, di base, sono un'arabista, con un percorso di studi soprattutto linguistico. Però sono anche appassionata di fumetto, illustrazione e arti visive in generale (sono diplomata alla Scuola romana dei fumetti) e, da diversi anni, ho il pallino di leggere e fotografare le scritte sui muri di qualsiasi città, a partire dalla mia, Roma. Infine, mi interessa la politica in quanto cittadina del mondo, e mi interessa la politica del mondo arabo in quanto l'ho studiato e ci ho vissuto.

In Tunisia, in particolare, ho vissuto stabilmente nel 2012-2013 per approfondire lo studio dell'arabo. Ma ci ero già stata nel 2010, prima della rivoluzione (che è avvenuta tra dicembre 2010 e gennaio 2011), e ci sono tornata un'infinità di volte dal 2013 a oggi. È stato un periodo di particolare fermento, che si è esplicato anche sui muri – prima della rivoluzione, essenzialmente bianchi. Il nuovo mezzo d'espressione, quindi, ha attirato la mia attenzione sotto più punti di vista: linguistico, artistico, politico. In particolare, una volta tornata in Italia, riesaminando il materiale fotografato a Tunisi, mi sono resa conto di come vi si rintracciassero tutte le tappe della travagliata vita politica tunisina di questi ultimi anni. Eventi, fazioni, problemi sollevati, contraddizioni. Sono convinta che il periodo 2011-2014 in Tunisia interessi il mondo intero, perché si tratta della cosiddetta “transizione” dopo una rivoluzione che ha scatenato trasformazioni in un'intera area del mondo e perché, allo stesso tempo, vi sono istanze, rappresentate in quei segni, che sono universali. Per di più, quella che avevo tra le mani era una documentazione dal basso, anti-istituzionale e anti-mediatica, cosa che la rendeva, a mio parere, ancora più preziosa. Specie in un periodo in cui sul mondo arabo-islamico si chiacchiera tanto, senza preoccuparsi di ascoltare la voce dei diretti interessati. Tantomeno nella loro lingua. È così che ho pensato di corredare le foto di traduzioni e commenti e di raccogliere tutto in un libro.  
 





Ci può illustrare i temi principali che vengono espressi da quei muri? E cosa indicano le scritte a proposito delle aspettative della società civile?



Il libro si struttura proprio secondo i diversi temi discussi sui muri. Il primo capitolo, ad esempio, affronta il concetto di rivoluzione e la sua evoluzione nel discorso pubblico dei tunisini: dall'esultanza, agli scontri ideologici, alla disillusione, alla chiamata a una nuova rivoluzione. Una foto del 2012 che cattura scritte di diverse mani, ad esempio, è particolarmente emblematica: a qualcuno che esclama “Viva la Tunisia libera e democratica”, qualcun altro risponde “I rivoluzionari dicono: non potete prenderci in giro”, mentre un terzo chiosa “Non c'è altro dio all'infuori di Dio e Maometto è il suo profeta”. In una sola immagine troviamo l'entusiasta, lo scettico-antagonista e l'islamista, che inizia ad affermare la propria presenza sulla scena politica. Altri capitoli passano in rassegna i principali slogan del periodo e le dichiarazioni di affiliazione politica. Un capitolo è dedicato alla questione femminile e un altro all'islamismo, con i suoi fautori e i suoi oppositori – e qui va ricordato che la maggior parte del periodo di transizione del paese ha visto la guida del partito islamista moderato Ennahdha. Altri capitoli ancora trattano i rapporti tra la Tunisia e il resto del mondo arabo (e non arabo), e i diversi volti della repressione: dall'odiata polizia, alla censura, al cyberattivismo, al ruolo degli ultras nelle rivolte, alla legge-paravento che criminalizza il consumo di marijuana per colpire i dissidenti. Infine, i capitoli finali presentano alcuni collettivi di writer che hanno segnato i muri di Tunisi, ciascuno dandosi uno scopo e uno statuto ben preciso. C'è perfino chi ha scritto un manifesto artistico, come il gruppo Ahl al-Kahf. La nascita di questi movimenti mi sembrava qualcosa da indagare in maniera specifica.  


Da tutto questo emerge, nel complesso, una grande vitalità culturale e la voglia di dire la propria, da parte di tutte le componenti della società civile, nessuna esclusa. I tunisini chiedono a gran voce la fine dell'odiosa repressione – si va dalla scritta che denuncia il tale episodio di violenza durante una manifestazione, a quella che chiede la verità sugli omicidi politici di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi del 2013; denunciano la mancanza di trasparenza delle istituzioni – e qui si apre il discorso sulla scrittura della nuova costituzione, nonché sulla cosiddetta “giustizia di transizione”, legata ai processi dei martiri e feriti della rivoluzione e tema ricorrente del gruppo di writer Molotov; infine, i tunisini chiedono anche e soprattutto giustizia sociale, lavoro e lotta alla povertà: il gruppo che si firma Zwewla (“i poveri, i miserabili”), ha fatto di quest'ultimo punto la sua bandiera. Il quadro che ne esce è quello di una rivoluzione incompiuta, ben sintetizzato dal tormentone degli stessi Zwewla “Il povero è arrivato alla fonte ma non ha potuto bere”. Un quadro che, in parte, si discosta dal mito a cui ci hanno abituato, quello per cui la Tunisia sarebbe “l'unico paese in cui la primavera araba è riuscita”.



Quali sono i segni e le parole ricorrenti e quali sono quelle che l'hanno colpita di più?



Tra le parole più frequenti c'è sicuramente “il popolo”: “il popolo vuole questo, il popolo vuole quest'altro”. Il famoso slogan “Il popolo vuole...”, poi rimbalzato negli altri paesi arabi, richiama un verso del poeta nazionale tunisino Aboul Qacem Echebbi. Ma la cosa magnifica è che, sui muri di Tunisi, chiunque può scrivere “Il popolo vuole” seguito da qualsiasi cosa e il suo contrario. Sintomo di sano confronto: l'importante è che il popolo continui a volere qualcosa, e soprattutto che lo dica.

A colpire a prima vista è l'uso ricorrente di sofisticati giochi di parole, ironia tagliente, metafore, citazioni poetiche e veri e propri punti di riferimento estetici e filosofici, a volte esplicitati, a volte no. Spesso scritte e disegni sono tutt'altro che improvvisati e stupiscono per ricerca stilistica e concettuale. Tra le frasi che mi hanno più colpito ce n'è una, scritta evidentemente da un cittadino elettore e rivolta ai parlamentari scalatori di poltrone: “Noi non siamo ponti da attraversare”. Indimenticabile anche la domanda “Ci avete visti?” posta, attraverso un fumetto, da una sagoma di manifestante in rivolta con la benda sull'occhio, proprio sulla sede del sindacato. Si riferisce al giorno in cui la polizia sparò sulle teste dei manifestanti inermi della città di Siliana con munizioni da caccia, togliendo la vista per sempre a decine di persone. Ma, in una metafora che ribalta il concetto di cecità, qui i veri ciechi, messi sotto accusa, sono i vertici dello Stato. E poi uno stencil del gruppo Ahl al-Kahf riferito all'attuale, ottantottenne, presidente della Repubblica tunisino, Béji Caïd Essebsi, seppure realizzato profeticamente nel 2011: “Non posso sognare con mio nonno”.



Cosa è cambiato nel Paese tra il 2011 e il 2014?



Come viene anche riflesso sui muri, la Tunisia nel 2011 e nel 2012 è stata un'esplosione di voci, un luogo di dibattiti tra fazioni opposte, spesso trasformatisi in accesi scontri, una fucina di associazioni, progetti autogestiti, gruppi artistici, iniziative culturali. Un inno alla libertà d'espressione che sarebbe stato impensabile prima della rivoluzione, quando vigevano il partito unico e il controllo statale su qualsiasi spazio d'azione, fisico o virtuale. Da fine 2012 – inizio 2013 ho visto farsi strada la frustrazione e la disillusione. Il 2013 è stato l'anno della crisi, l'anno che ha visto, tra le altre cose, l'ascesa del terrorismo islamico, due omicidi politici con le conseguenti crisi di governo, e la crescente stanchezza dei tunisini nei confronti di un governo sempre più incapace di far fronte ai problemi socioeconomici del paese – che, nel frattempo, aveva contratto un debito miliardario col FMI. Il 2014 è proseguito su una scia di depressione generale e progressiva stagnazione del dibattito pubblico. Alla paura del fanatismo religioso e dei gruppi armati a esso connessi si è affiancata la paura che lo stato rispondesse con la logica della sicurezza o addirittura con una nuova svolta autoritaria. Le elezioni del dicembre 2014 sono state boicottate dai giovani, e hanno visto confrontarsi gli islamisti di Ennahdha con il “nuovo” partito Nidaa Tounes, che raggruppa anche membri dell'ex-regime, e che è attualmente al governo. Il fermento culturale degli inizi è andato scemando. Perfino i muri stanno tornando bianchi. Come se non bastasse, l'attentato del Bardo del marzo 2015 ha inferto un duro colpo all'economia tunisina, che tentava timidamente di riprendersi, contando sul ritorno della stabilità politica. I problemi che avevano scatenato la rivoluzione, ovvero la povertà, la disparità di trattamento delle regioni interne della Tunisia (ricche di risorse ma escluse dagli investimenti dello Stato, e non a caso teatro della rivoluzione), la disoccupazione e la corruzione generalizzata, non sono stati superati, anzi si sono, se possibile, aggravati, complice la crisi finanziaria globale. In compenso, si è acquisito un grado di libertà d'espressione mai visto prima (pur con tutte le riserve del caso). La mia speranza è che di questo periodo di apertura e di fermento possano fare tesoro i tunisini, per portare avanti un cambiamento all'interno della società dal basso, a lungo termine, e forse al di fuori delle istituzioni.

sabato 11 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani




in collaborazione con LIBRERIA LES MOTS

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


La Tunisia oggi. Dalla rivoluzione all'attentato. La democrazia e le donne



Presentazione del saggio “FERITE DI PAROLE. Donne arabe in rivoluzione”

Alla presenza di una delle autrici, IVANA TREVISANI e di MONICA MACCHI; esperta di mondo arabo



MERCOLEDI 15 APRILE



ORE 18.30

presso

LIBRERIA LES MOTS

Via Carmagnola angolo via Pepe (MM 2, GARIBALDI) Milano
 




L’Associazione per i Diritti Umani presenta il secondo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vice presidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.

Con questo incontro si parlerà di Tunisia, tema, purtroppo, di stretta attualità dopo l'ultimo attentao ISIS: un Paese in fase di trasfromazione, con una Costituzione, che sta andando in direzione della laicità. Parleremo ancora delle donne, della rivolzione che ha dato vita al cambiamento e di cosa chiede la popolazione.


IL LIBRO:


La Tunisia è certamente il paese più presente nelle testimonianze raccolte dalle due autrici. Anzitutto perché patria di Mohamed Bouazizi, l’ambulante che si diede fuoco dopo l’ennesima multa subita per il suo carretto di frutta e verdura. L’importanza che il suo gesto ha avuto per la deflagrazione delle rivolte in Nord Africa (e poi in Medio Oriente) emerge anche dalle parole di sua madre, che ritirando la denuncia nei confronti dell’agente municipale accusata di aver schiaffeggiato Bouazizi, «si è riconosciuta l’autorevolezza necessaria di una decisione in proprio e scivolando alle spalle di un sistema giudiziario, che sentiva improntato più alla vendetta che alla giustizia, ha spiazzato l’intero sistema opinionistico e di informazione mondiale»: «Rivedo Mohamed ogni giorno, negli occhi di tutti i tunisini che incontro. La loro e la mia libertà sono più importanti di ogni altra cosa. Questo è il vero riscatto per la vita di mio figlio!». Sempre in Tunisia, sono ancora ben impresse nella memoria le immagini delle donne e degli uomini in coda ai seggi per le prime elezioni libere dopo Ben Ali. L’assemblea costituente eletta ha provato in due occasioni a inserire nel nuovo testo costituzionale limitazioni alla libertà delle donne, ma in entrambi i casi le proteste, ad esempio il 13 agosto 2012, in quello che in Tunisia è il giorno della donna (in ricordo dell’approvazione, nel 1956, della Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne), hanno ottenuto il loro obiettivo: «Le donne non hanno detto la loro ultima parola – scriveva in quei giorni Nadia Chaabane, attivista e componente dell’assemblea costituente – e se qualcuno pensa il contrario si sbaglia di grosso».



LE AUTRICI:

Leila Ben Salah e Ivana Trevisani: la prima è una giornalista italo-tunisina, collaboratrice dell’agenzia Ansa, la seconda è psicologa e antropologa e svolte attività di formazione all’estero per progetti psico-sociali, principalmente con le donne.










venerdì 3 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con il Centro Asteria

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
MILANO, CROCEVIA D'EUROPA



Alla presenza di: MONICA MACCHI (esperta di mondo arabo), CHIARASTELLA CAMPANELLI (editrice Il Sirente – direttrice collana Altriarabi/migranti), MARTA MANTEGAZZA, ANNA PASOTTI, ALESSANDRA PEZZA, ANNA RUGGIERI (autrici del progetto “Siriani in transito)

(E con una sorpresa in video)



DOMENICA 12 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Milano, crocevia d'Europa” si parlerà dei profughi siriani (e non solo) che arrivano nella città di Milano per poi cercare di recarsi in Nord Europa (Svezia, Germania) per ricongiungersi ad altri familiari, per avviare un nuovo percorso di vita dopo aver vissuto la guerra e le sue tragiche conseguenze. Si parlerà del romanzo “Il silenzio e il tumulto” dello scrittore siriano Nihhad Sirees e verrà presentata la mostra fotografica “Siriani in transito”.



IL LIBRO:

Fathi, scrittore osteggiato dal regime e dal Leader della nazione (Sirees non dirà mai il nome del Paese nel quale si svolge la vicenda, a causa degli ovvi rischi – censura e arresto), uscendo di casa si trova coinvolto nelle celebrazioni dei vent’anni dalla presa del potere del Presidente. Una folla oceanica, chiassosa, imperversa per le strade della città alzando al cielo migliaia di ritratti del Leader, quasi fosse un Dio in terra.  






L' AUTORE

Nihad Sirees, scrittore siriano, fuggito dalla Siria nel 2012, racconta nel suo libro, “Il silenzio e il tumulto” – pubblicato dalla casa editrice Il Sirente e tradotto da Federica Pistono (traduttrice di un altro libro fondamentale per comprendere la Siria contemporanea, “La conchiglia” di Mustafa Khalifa, ed Castelvecchi) –, la storia di Fathi Shin, alter ego di Nihad.


LA MOSTRA FOTOGRAFICA

Tre mediatrici interculturali frequentando i centri di accoglienza per i siriani a Milano come operatrici e volontarie, sono diventate testimoni dirette dell’assurdo viaggio a cui l’UE costringe i siriani in fuga dalla guerra, già provati da anni di conflitto e di esilio nei paesi limitrofi. Di fronte a storie simili e uniche al contempo, unite tutte dal non avere eco, è emersa l’esigenza di dar voce a queste persone per portare informazione sul viaggio da loro compiuto.

giovedì 22 gennaio 2015

Egitto la rivoluzione tradita e la fine delle ideologie islamiche





Il libro di Vincenzo Mattei, Egitto, la rivoluzione tradita e la fine delle ideologie islamiche (per Poiesis edizioni), è un’interessante e documentata analisi del contesto egiziano dal giugno 2012 fino ad oggi ed esamina le linee politico-strategiche dei Fratelli Musulmani e soprattutto le inadeguatezze e gli errori di Mursi: dalle azioni imperniate sull’esclusione dell’opposizione alla concezione di una democrazia solo formale, dal tradimento della rivoluzione alla dichiarazione costituzionale del novembre 2012 in cui si arroga tutti i poteri fino alla sottovalutazione del regime che per decenni li ha perseguitati. Un intero capitolo è infatti dedicato ai “Fuloul” (cioè gli appartenenti al vecchio regime) il cui potere nelle strutture dell’apparato statale era rimasto inalterato e che continuavano a costituire l’asse portante dell’economia. La tesi fondamentale e per certi versi innovativa di questo testo è la strumentalizzazione proprio da parte dei Fuloul del movimento dei Tamarrud che ha portato in piazza più di 30 milioni di egiziani per chiedere le dimissioni di Mursi, strumentalizzazione di cui ha approfittato il generale Sisi che è riuscito a farsi passare come il garante del processo democratico e della volontà del popolo sceso in piazza. Ha preso così avvio una campagna denigratoria contro i Fratelli Musulmani definiti “terroristi” con moltissimi morti ed arresti più volte denunciati sia da Amnesty International che da Human Right Watch ma anche contro giornalisti e gli stessi Shebab i ragazzi di Piazza Tahrir a cui una legge liberticida ha tolto la possibilità di riunirsi in luoghi pubblici. E come ha sottolineato la giornalista Sara Carr la (ri)appropriazione dello spazio pubblico è stata forse la conquista più importante della rivoluzione e ridurne l’accesso significa ridurre l’area dell’azione anti-governativa e quindi riportare indietro l’intero processo democratico. Sembrerebbe che l’esercito “salvatore della patria” abbia schiacciato e fiaccato lo “spirito di Tahrir” ma secondo l’autore non è così perché “la rivoluzione ha messo in atto un movimento per il rispetto dei diritti umani e più in generale una spinta sotterranea che attraverso la letteratura, il cinema, la fotografia, i graffiti continuerà a parlare e denunciare i potenti di turno”.






Abbiamo rivolto alcune domande a Vincenzo Mattei e lo ringraziamo per la sua disponibilità.


Dal 25 gennaio 2011 ad oggi quali sono i problemi che permangono nel Paese, soprattutto riguardo i diritti umani e civili?



Con l’avvento di Al Sisi i diritti umani e civili sono quasi completamente soppressi. Le libertà di stampa e di opinione sono a loro volta ristrette per i fini del nuovo regime. I continui attentati terroristici che avvengono nel paese e soprattutto nel Sinai vengono usati dal regime per reprimere ogni dissenso. L’ancien régime, o meglio, la nomenclatura del vecchio regime di Mubarak è tornata a governare il paese come e più di prima. Inoltre la legge sul Terrorismo approvata a dicembre del 2014 include tutti quei casi che possono “attentare all’unità nazionale del paese”, tale definizione è molto vaga e lascia piena discrezione all’autorità giurisdizionale di stabilire di volta in volta i casi rientranti nei dettami di questa legge ... un’autorità giurisdizionale laché di quella governativa. La legge sulle Proteste del novembre del 2013 inibisce qualsiasi manifestazione pubblica.



Che tipo di politica è quella di Al Sisi e in cosa si differenzia da quella di Morsi?



La politica di Al Sisi rispecchia la visione della vecchia nomenclatura, a differenza di Morsi che doveva battersi in ogni campo per mettere i suoi uomini nei posti chiave dell’amministrazione, per Al Sisi il problema non sussiste, perché fa parte dell’istituzione dell’esercito che è quella che effettivamente governa il paese dal 1952.



L'Islam politico. Anche in Egitto, come in altri Paesi arabo-musulmani, l'ideologia religiosa è strettamente collegata alla politica: con quali conseguenze?

Non conosco perfettamente tutti i casi del panorama arabo-musulmano, credo che in Marocco e in Giordania l’ideologia religiosa non entra in politica così profondamente come in altri stati, anche in Tunisia sotto molti aspetti è così. Il problema è già spiegato nella domanda, cioè, se si parla di qualsiasi ideologia, quindi estremizzazione della teoria, il dialogo con le altri parti o partiti è quasi nullo, perché esiste una sola visione che diventa unica e infallibile. La sfida dell’islam politico è quella di divenire forza in grado di discutere e dialogare con le altre componenti politiche. Sono gli stessi errori che hanno commeso i Fratelli Musulmani in Egitto e che analizzo bene nel mio libro (La fine delle ideologie islamiche, ed. Poiesis), confinarsi sulla proprie posizioni e non preferire il dialogo con il Fronte (laico) Nazionale di Salvezza ha compromesso la loro permanenza al governo alienandosi le già poche simpatie che la popolazione nutriva per loro.

Fintanto che questa visione non cambia, ogni partito islamico, o d’ispirazione islamista, penserà sempre che vincere le elezioni significa poter fare e disfare lo Stato a proprio piacimento, come se veramente tutta la nazione avesse votato per il partito (come è stato il caso dei FM in Egitto). La democrazia prevede il rispetto delle minoranze e dell’opposizione politica, prevede un confronto con gli altri partiti che non sono al governo, altrimenti derive dittatoriali di stampo islamista saranno sempre dietro l’angolo.



Quali sono gli aspetti all'avanguardia della nuova Costituzione (sancita dai militari nel gennaio 2014) e quali, invece, gli aspetti reazionari?



Secondo un’intervista al pittore Mohamed Abla (uscita su Alias de Il Manifesto, 1 feb 2014, http://vincenzomattei.com/2014/02/03/la-nuova-costituzione-egiziana-alias-1-feb-2014/#more-3162) ci sono molti punti che avvicinano la Costituzione egiziana a quelle di altre democrazie mature. È previsto l’impeachment contro il Presidente della Repubblica, la garanzia del salario minimo, percentuali altissime del Pil dedicate all’educazione, alla sanità … la parità di genere, la rappresentanza rosa garantita in parlamento, la protezione della donna da qualsiasi discriminazione e violenza … la religione non è fonte del diritto statale come invece era il testo che avrebbero voluto i FM nel novembre del 2012. Ci sono moltissimi punti interessanti e all’avanguardia nel panorama arabo-musulmano, ma il problema rimane indissolubilmente uno: metterli in pratica e non lasciarli solo sulla carta. Fino ad ora tutte le libertà contemplate dalla nuova Costituzione egiziana sono state più represse che garantite, soprattutto dopo l’approvazione della legge sulla manifestazioni (novembre 2013) che prevede pene detentive e pecunarie pesantissie e che può essere usata a discrezione dal governo per mettere in carcere persone “scomode” come gli attivisti, i giornalisti o qualsiasi dissidente politico.



In che modo i giovani lottano per una “vera” democrazia?

I giovani attivisti hanno lottato dall’inizio della rivoluzione (25 gennaio 2011) fino all’approvazione della legge sulle manifestazioni, da allora molti sono in prigione, come a loro volta molti giornalisti. Dal massacro dei FM a Rabaa Al Adawayya (agosto del 2013), si calcola che in Egitto ci sono dai 20000 ai 30000 prigionieri politici, per l’80% FM. Il processo democratico al momento è bloccato, la popolazione ha voluto il ritorno alla stabilità politica ed economica (ancora da raggiungere) e ha visto in Al Sisi l’uomo giusto per ritornare alla normalità dopo la disastrosa parentesi di Morsi e dei FM. Momentaneamente sembra che la maggioranza della popolazione non abbia interesse a continuare manifestazioni e proteste (a parte il bacino del Delta del Nilo dove i sindacati sono più forti) che hanno portato negli ultimi tre anni a tumulti e disordini in tutto il paese. La popolazione sembra stanca di continuare con agitazioni che hanno portato solo ad instabilità politica, inasprimento della crisi economica, a disordini di carattere pubblico con intere città e province sottoposte a coprifuoco per diversi mesi del 2012-3 (Suez, Ismailiyya, Port Said). In questo contesto l’attuale lotta dei giovani per una “vera” democrazia si è spostata di nuovo nell’ambito pre-rivoluzionario: nel web, mentre le piazze, le agorà della rivoluzione (in primis Tahrir), sono state di nuovo interdette all’assembramento di gruppi o di proteste, perché la conquista dello spazio pubblico è il primo passo per il sovvertimento dell’ordine dittatoriale od autoritario.

lunedì 20 ottobre 2014

Ferite di parole: la Tunisia della rivoluzione e quella di oggi


L’Associazione per i Diritti Umani presenta il libro

Ferite di Parole. Le donne arabe in rivoluzione” di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani



22 OTTOBRE 2014 ore 19.00

Bistrò del tempo ritrovato, via Foppa 4 (MM2 Sant’Agostino), Milano

 
 
 


Alla presenza dell’autrice Ivana Trevisani, di Gihen ben Mahmoud, artista tunisina e di Monica Macchi, arabista e redattrice di Formacinema



La tesi centrale del libro è lo spostamento del materno dalla dimensione privata ad una dimensione pubblica: inizialmente le donne sono entrate nella rivoluzione come “madri di” o “mogli di” nella duplice funzione di prendersi cura di qualcuno o protestare contro le ingiustizie. Ben presto però sono passate ad essere donne in prima persona con molteplici sfaccettature: uno dei personaggi-simbolo è Umm Khaled, la madre di Khaled Said, il giovane massacrato dalla polizia ad Alessandria (una delle scintille che hanno portato allo scoppio della rivolta del 25 gennaio in Egitto) e che è stata presente a tutte le manifestazioni ed ai concerti per dar forza e sostegno ai manifestanti. Un altro è la madre di Mohamed Bouazizi, il giovane morto per essersi dato fuoco dopo l'ennesima multa-sopruso per irregolarità del suo lavoro di venditore ambulante, (una delle scintille della rivolta tunisina), che non si è costituita parte civile nel processo contro l'agente di polizia municipale che aveva multato il figlio, ritenendola capro espiatorio del regime.

Le donne sono così entrate nel dibattito sul concetto di identità e gli artisti hanno dato il loro contributo ricordando sia l’identità storica che le tante diverse componenti (copta, ebraica, greca, italiana nella Alessandria cosmopolita di Yusef Chahine) come dimostrano i murales del Cairo. Una rivoluzione non “di genere” intesa solo come questione femminile ma sostenuta e accompagnata dagli uomini. La reazione del regime ha utilizzato lo stesso strumento di sempre: la paura attraverso le molestie sessuali con la precisa funzione politico-strategica di ricacciare le donne nel privato. Un ritorno al passato che non c’è stato e non ci sarà, né in Egitto né in Tunisia. Due segnali su tutti: le manifestazioni del 13 agosto 2012 in Tunisia, contro l’articolo della Costituzione che sanciva la “complementarietà” della donna rispetto all’uomo e Samira la ragazza che ha denunciato i test di verginità in Egitto, supportata dal padre.




 

martedì 7 ottobre 2014

Mille farfalle nel sole: spiegare l'esilio ai bambini




"Sono cresciuta in una famiglia di origini per metà curde e per l'altra metà persiane, ad Abadan, in Iran, la città del fiume lento e delle palme svettanti. Era il posto dove tutta la mia famiglia aveva riso, ballato, pianto, fatto l'amore. Lì era sepolto mio nonno Abbas ed erano nati i miei zii, le zie, io e mia sorella. Era un altro Iran, quello degli scià, denso di ingiustizie e ombre inquietanti, ma abbastanza moderno e forte da tollerare la bellezza e la libertà delle donne. Mia madre Sedigheh era una giovane di ampie vedute e aveva potuto educare noi figlie all'occidentale. La sua cucina, con gli aromi di zafferano, riso ed erbe appena mondate, la tavola che cede sotto una cornucopia di frutta, era allora ed è oggi il mio rifugio. Con la Rivoluzione khomeinista tutto finì. Niente più capelli al vento, niente più vestiti, solo oscurantismo e violenza. Mio padre Bagher decise di portarci in salvo nel paese in cui aveva studiato, l'Inghilterra. Come migliaia di altri, scappammo per salvarci la vita. A ogni passo che la allontanava, mia madre avvertì un dolore mai provato prima, lo avevo nove anni e da allora ho ignorato le mie radici. Poi un giorno la voce dei ricordi mi ha chiamato e ho trovato la strada di casa."
Questo è un brano tratto dal romanzo Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi, edito da Piemme: un racconto accorato e lucido di un Paese e di una famiglia; un racconto di formazione e di consapevolezza.


Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice che ringraziamo molto.





Come si può spiegare a una bambina di nove anni che deve lasciare il proprio Paese (la scuola, gli amici, i parenti) a causa di un guerra o di una rivoluzione?



Non posso davvero rispondere a questa domanda. Nessuno me lo ha spiegato, ce ne siamo solo andati via. Forse sarebbe stato meglio capire cosa stesse accadendo, ma in una situazione del genere gli adulti stessi sono cosi’ impotenti ed indifesi che non si puo’ pretendere che siano in grado di spiegare le cose in modo sensato ad un bambino. Penso che deve essere estremamente difficile.




Quali sono i ricordo più vividi, degli anni prima e post rivoluzione, che le hanno raccontato i suoi genitori?



Sono tutti nel libro. I miei genitori non hanno storie dell’Iran pre-rivoluzione perché io ho vissuto li e avevo i miei ricordi, ma mia madre spesso mi raccontava storie della sua infanzia in Abadan e i dispetti che i suoi fratelli facevano.




Adesso vive in Italia da cinque anni dopo aver vissuto a lungo anche a Londra: nota delle differenze – nei confronti degli stranieri, dei rifugiati – da parte delle persone oppure nelle politiche di inclusione?



Vorrei chiarire che divido il mio tempo tra Londra e l’Italia. Purtroppo per una Londinese, che è profondamente multiculturale e parte di una società molto aperta, tollerante e individualista, l’Italia e’ un po’ vecchio stile e provinciale nel suo approccio ai rifugiati ed immigranti. La Gran Bretagna aveva un impero grande e quindi si e’ abituata all’immigrazione dalle ex-colonie gia’ nei lontani anni 1950 quando c'erano scontri razziali e molti problemi con il razzismo istituzionalizzato. L’Italia ha solo vissuto l’immigrazione negli ultimi 10-20 anni, quindi e’ ancora una societa’ molto mono-culturale ed ha un lungo cammino da percorrere per eliminare il razzismo dalla sua cultura e trovare una forma di integrare i rifugiati nella sua societa’. E’ necessaria piu’ educazione.



D’altro canto, gli italiani sono naturalmente piu’ caldi ed accoglienti con gli sconociuti – sono padroni di casa meravigliosi per noi che siamo ospiti. Credo che il problema a volte sia quando uno straniero non e’ piu’ solo un ospite e cerca di divenire parte della societa’ italiana. Penso che sembra quasi impossibile, a Londra ho incontrato molte persone del nord Africa che, dopo alcuni anni di vita in Italia come immigranti, se ne vanno per venire al Nord Europa perche’ capiscono che qui resteranno sempre immigranti, senza la possibilita’ di integrarsi veramente nella societa’ o un giorno chiamarsi italiani.



Quando sono in Italia vivo a Firenze, e a parte i turisti che non contano perche’ solo sono di passaggio e non contribuiscono positivamente alla cultura locale, non ci sono praticamente persone nere o di pelle scura che facciano lavori comuni, non ne ho mai visto neanche una lavorare in un bar. Certo, a Milano o Roma e’ diverso ma queste citta’ sono l’eccezione alla regola. Questo ancora mi sorprende, che in una citta’ cosi’ importante e sofisticata come Firenze ci siano cosi’ poche persone di altri ‘colori’ e culture che costituiscano parte della societa’ normale. Penso che questo sia un problema, specialmente in un paese che ha il piu’ basso tasso di natalita’ d’Europa e con la popolazione che piu’ rapidamente invecchia…




Cosa porta, dentro di sé, della doppia appartenenza, all'etnia curda e a quella persiana?



Non sono cosi’ distinte per noi. Dovete cercare di immaginare che queste due etnie sono entrambe parte della stessa principale – l’essere iraniani. Le diverse etnie d’Iran sono tutte parte delle definizione ‘essere iraniani’, e sebbene celebriamo la differenza – per esempio i piatti curdi, il costume tradizionale curdo e le danze – non sento molte diversita’ reale tra le due. Sono entrambe parti della mia stessa identita’ iraniana.




Qual è la differenza tra l'Iran contemporaneo e quello di suo nonno Abbas?


Questa e’ un’altra domanda che e’ davvero difficile da spiegare! Iran ha cambiato moltissimo da quei tempi – cosi’ come l’Italia e la Gran Bretagna! Vi consiglio di leggere il mio libro – tutte le risposte sono li’! E’ stato davvero il mio obiettivo mostrare l’enorme cambio che l’Iran ha attraversato negli ultimi 100 anni – nel paese di mio nonno Abbas la gente comune non aveva cognomi… – quindi e’ stato uno sviluppo alla modernita’ incredibilmente veloce, e penso che le tensioni di questo cambiamento accelerato siano esplose nella rivoluzione.


martedì 29 luglio 2014

Un romanzo al femminile, tra Italia e Tunisia





La casa editrice Asino d'oro è una delle nostre preferite perchè pubblica, la maggior parte delle volte, libri di qualità: romanzi avvincenti, profondi, ambientati in varie zone del mondo che fanno riflettere sull'attualità.

E' il caso del testo che vi consigliamo oggi, intitolato Sul corno del rinoceronte, vincitore del premio Costadamalfi 2014, di Francesca Bellino.

Ambientato tra Italia e Tunisia, il racconto narra di due donne, Mary e Meriem, stessa radice del loro nome...Sullo sfondo della vicenda che lega le due amiche, un Paese in trasformazione, prima e dopo la cacciata di Ben Ali; le speranze del post-rivoluzione; la ricerca di una nuova identità. E poi ancora: il tema delle migrazioni e quello, universale, dell'amore.



Abbiamo rivolto alcune domande a Francesca Bellino che ringraziamo.



Come e quando è nata la trama del romanzo?

 

L’idea di scrivere un romanzo è nata 5 anni durante due mesi trascorsi Tunisia. Ho cominciato a sentire dentro di me il formarsi di due voci che poi sono diventate le voci delle protagoniste, Mary e Meriem. Avevano tante cose da dire e questo è stato il mio punto di partenza. Poi nel 2011 si è aggiunto il contesto storico della rivoluzione che ha portato alla cacciata del dittatore Ben Ali, che si è poggiato benissimo sotto parte della storia che racconta due grandi “rivoluzioni” interiori. Per me sono le rivoluzioni personali a cambiare la Storia e a portare all’esplosione di quelle collettive, di piazza, a cui abbiamo assistito anche in Tunisia.



Mary e Meriem: due nomi con la stessa radice...


Ho scelto lo stesso nome per le protagoniste per evocare la sensazione che proviamo spesso quando incontriamo l’Altro e ci specchiamo in esso: l’essere diversi ma uguali allo stesso tempo. L’italiana si chiama Maria, ma – in linea con il suo carattere esterofilo - si fa chiamare Mary (ed emerge spesso nel racconto quanto anche questa scelta la porti lontano da sé). Si chiamano, dunque, entrambe Maria ed entrambe sono portatrici del peso di questo nome biblico che, tra le tante accezioni, contiene la sensazione di essere una donna speciale, diversa dalle altre, con compiti da compiere per l’intera umanità.

 

In che modo le protagoniste cercano la propria identità?

 

Meriem, dopo essersi “italianizzata”, decide di tornare a casa, a Kairouan, la città dove è nata e cresciuta e da cui è scappata. Anche Mary, dopo un continuo andare a zonzo per il mondo e un lunghissimo travaglio interiore, torna alle radici, alla famiglia, alle memorie dell’infanzia. Nel suo percorso Mary, da ragazza arrogante e insofferente, sicura di se sé e convinta di aiutare le fasce deboli della società tra cui gli immigrati, si trasforma, così come Meriem riesce, a modo suo, a vincere la sua battaglia per la libertà, la vita e l’amore.

Le due donne si stimolano a vicenda nelle loro trasformazioni personali. Il loro è un vero incontro, un incontro che cambia.



Quali sono le aspettative per le donne, dopo la rivoluzione?



Tante. La rivoluzione ha tirato fuori il loro coraggio e la loro forza. Le donne tunisine sono battagliere come Meriem e anche di piu’ e poi sono protette da un Codice di Statuto personale datato 1956 che da loro molti piu’ diritti di tutte le altre donne del mondo arabo. La maggior parte di loro conduce una vita normale, come la nostra, se pur con meno opportunità e con piu’ condizionamenti causati da contesti spesso troppo tradizionalisti. Certo, le battaglie da fare sono ancora tante, in primis quella sull’eredità, ma se guardiamo alle discriminazioni di genere che ci sono anche in Occidente, ci rendiamo conto che le donne di tutto il mondo vivono in continua lotta per la difesa dei loro diritti.

 

Quanto sono importanti i ricordi personali e la memoria collettiva per dare senso al Presente?



La vita invita le due protagoniste a sedersi sul presente. Mary e Meriem sono troppo tese, ognuna a suo modo, verso il futuro. Un futuro che, inoltre, si rivela inesistente e che le conduce verso la disgregazione dei loro mondi. Dunque il presente e la propria storia personale incastonata in quella del proprio Paese di appartenenza, sono centrali per ripartire, per acquistare nuova consapevolezza e per costruire una vita piu’ autentica e coerente con se stesse.








venerdì 18 luglio 2014

Il sole splende tutto l'anno a Zarzis: l'emigrazione vista dai più giovani




Un romanzo, o meglio un reportage-narrativo, che attinge dall'attualità per riflettere sui temi legati all'emigrazione, al cambiamento, all'identità. Questo e molto altro nel nuovo lavoro di Marta Bellingreri intitolato Il sole splende tutto l'anno a Zarzis (per Navarra Editore), con la prefazione di Gabriele Del Grande.



Pubblichiamo l'intervista che abbiamo fatto all'autrice, ringraziandola.



Il testo è composto da tante storie: sono storie, in fondo, reali, storie di ragazzi che ha incontrato di persona?



Tutte le storie narrate in questo libro sono storie vere. Ogni nome proprio, sia dei ragazzi che delle madri o sorelle o familiari, sono i nomi reali dei ragazzi e personaggi. Quindi sì, sono persone che ho incontrato di persona. I primi li ho incontrati a Palermo nel febbraio e marzo 2011 insegnando italiano con la mia associazione Di.A.Ri.A. Tutti gli altri li ho conosciuti a Lampedusa tra giugno e settembre dello stesso anno. Infine, un solo personaggio, l'ho incontrato a Roma e con lui altri ragazzi di cui parlo nella parte ambientata, o meglio vissuta, per l'appunto a Roma. Tutti questi ragazzi sono diventati amici col tempo, è nata una relazione che prescindeva dal fatto che io fossi stata loro insegnante, loro traduttrice, loro mediatrice. Ed è così che è partita l'avventura : conoscere le famiglie e poi ritrovare loro in Italia e in Francia negli anni a seguire. L'incipit e il primo capitolo del libro parlano invece degli unici due ragazzi conosciuti in Tunisia in procinto di... bé non vi svelo.



Quali sono i sentimenti e le aspettative dei ragazzi che lasciano il proprio Paese d'origine e quali quelle delle famiglie che restano in Tunisia?



I sentimenti sono … infiniti. Paura, gioia, insoddisfazione, desiderio d'avventura, senso di responsabilità che scatena rabbia e frustrazione, oppure forza e coraggio. Le aspettative sono tutte positive ma spesso deluse: sono quelle di poter viaggiare in Europa e poi stabilirsi e lavorare. Spesso invece per entrambi gli aspetti ci sono difficoltà e ostacoli.


I loro sogni, però, si infrangono contro la crisi dell'Europa...

 

Non è la crisi ad infrangere i loro sogni. Sono le leggi ingiuste che continuano a tappar loro le ali nonostante abbiano rischiato la vita per guardare al sogno, non volendosi mai accontentare di quello che hanno tra le mani. Ebbene, non si accontentano. Ma ad un certo punto si scontrano con l'asimmetria della loro posizione di straniero senza poter materialmente reagire.



Perché il sistema di accoglienza, in Italia, non funziona ? E quali sono le falle dell”operazione Mare Nostrum”?

 

Il problema è sempre lo stesso: non funziona la legge che impedisce la libertà di viaggiare, sia dai paesi non europei della sponda sud o est del Mediterraneo, sia da un paese europeo all'altro, impedendo la libertà di scegliere in che paese fare domanda id asilo politico. Finché non cambia questo, risolvere un sistema di accoglienza spesso inefficiente sarà secondario. E pecca perché dietro c'è un business, perché la disorganizzazione e la mancanza di figure professionali, la lentezza della burocrazia, l'impreparazione delle regioni che si confrontano con emergenza piuttosto che di fronte alla regolarità di un fenomeno che tocca la nostra terra.... Mare Nostrum che falle può avere? Sì, mentre una nave militare porta le persone tratte in salvo in mezzo al mare verso un porto che spesso non è il più vicino e il più sicuro (vedi Taranto o Palermo rispetto a Lampedusa e Pozzallo), magari non può trarre in salvo altre persone che stanno arrivando dalla Libia perché percorrono distanze che necessitano giorni di viaggio. Ma oltre ia problemi pratici, Mare Nostrum ha portato a terra 70.000 e più persone in nove mesi. Ma almeno trecento ne sono morte comunque. Mare Nostrum è comunque un'operazione militare anche se compie un'azione militare. È la militarizzazione e il controllo del Canale di Sicilia che mi spaventa, senza che vari la libertà di movimento. Consiglio vivamente l'articolo della ricercatrice Martina Tazzioli: Fare spazio e non frontiere. Mare Nostrum e il confine umano-militare. http://www.euronomade.info/?p=2804.



Qual è la situazione della Tunisia post-rivoluzione, soprattutto in relazione ai diritti delle donne e dei minori?



Più che di rivoluzioni parlo di rivolte che hanno portato sì alla caduta di un regime e ad una fase di transizione con le elezioni politiche, l'assemblea costituente che a gennaio 2014 ha terminato il testo della Costituzione dove sì formalmente trovano spazio i diritti delle donne e dei minori, che già in Tunisia godevano di ampio spazio grazie al Codice di Statuto Personale del 1956. Semplicemente dalla forma alla sostanza e alla pratica a causa delle ambiguità politiche e della cultura e del sentire del paese spesso non avviene il passaggio. Rispetto ad altri paesi arabi, la situazione è positiva, nonostante i due terribili omicidi politici del 2013, diversi episodi violenti e cosiddeetti “terroristici” dal 2012 a pochi mesi fa. Ma guardando ai miei ragazzi giovani, agli amici e alle amiche...sì, si sono aperte tante possibilità in più, spesso di progetti e apertura verso il mondo. Ma spesso la maggior parte restano nel proprio quartiere a fumare e sognare al di là del mare...