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venerdì 18 dicembre 2015

Umanità in transito verso il nulla

 di Sarantis Thanopulos   (da Il Manifesto)
 
Il dramma del migrante non sta nel suo essere in «mezzo al guado»: non più nella terra che lascia, non ancora nella terra che vuole raggiungere. Sta nel fatto che nelle migrazioni, anche quelle dall’esito più felice, si deve sempre attraversare una terra di nessuno, in cui non si profila altro all’orizzonte che cielo e deserto o acqua. In questa terra più si mette alle spalle ciò che si è lasciato, più appare lontana, irraggiungibile la meta del proprio cammino.
C’è nella migrazione una dimensione ineliminabile che rappresenta il «negativo» del viaggio di Ulisse. L’Itaca che ti dà l’avventura del viaggio (Kavafis), la meta di ritorno che più l’avvicini più si allontana –allargando definitivamente l’orizzonte della tua esperienza– non fa parte dell’esilio quando esso appare definitivo, un andarsene per sempre, una volta tolti gli ormeggi. Il viandante perde la condizione prima del viaggio –il punto di partenza come meta di un ritorno da rimandare il più a lungo possibile– e cerca di ritrovarla da un’altra parte. Andando avanti nello spazio, viaggia a ritroso nel tempo. L’opposto di Ulisse, che, tornando indietro nello spazio, viaggia avanti nel tempo.
La migrazione dei nostri tempi è evento particolarmente traumatico, sradicamento totale che può portare a un ritiro catastrofico del proprio desiderio dal mondo.
Il «cittadino del mondo» non dimora qui, neppure l’esploratore alla ricerca di terre nuove (per necessità o spirito di avventura). La scena è abitata da naufraghi che la deriva può portare a una spiaggia accogliente o a sbattere sugli scogli.
Le spiagge e le scogliere nella nostra civiltà iper-tecnologica e sovraffollata sono fatte di materia umana.
Sulle sponde dell’Occidente siamo noi in carne e ossa a tendere la mano ai senza terra o a restare a braccia conserte facendo cadere l’acrobata di turno nel vuoto. Sennonché, noi privilegiati, con la presunzione di potere scegliere tra accoglienza, ostilità e indifferenza, siamo ugualmente naufraghi, perduti e senza approdo visibile nel luogo in cui viviamo. Orfani dell’altro, di colui che vive dall’altra parte del confine (della strada, dello steccato) o in un altrove oltre la sottile linea di un orizzonte lontano, diffidiamo di noi stessi e abbiamo bisogno di «infiltrati» con cui prendersela, per non impazzire.
Si nasce per sradicamento e se l’esperienza, di per sé lacerante, della separazione dal sentimento di appartenenza, non esita in rovina, è perché l’altro si costituisce come sponda necessaria per la scoperta del mondo e il radicamento in esso. Questo radicamento non è quello di un albero: è fondato, al tempo stesso, sul senso di appartenenza a un posto e sul viaggio. Se tutto va bene, alloggiamo nel mondo in modo eccentrico, isterico: ben radicati e in transito, cittadini e apolidi.
Il sentimento di appartenenza è da sempre frainteso come patto tribale difensivo, che divide il familiare dall’estraneo. In realtà il legame con le proprie origini è sentimento di auto-appartenenza, presenza in sé che presente l’alterità. Le nostre radici sono la vita nel suo spontaneo fluire, l’essere tutt’uno con le cose vive del mondo che sono parte di noi, sentono e respirano con noi. L’appartenenza a se stessi uniti alla materia prima della vita, è alla base del sentire comune. Questo sentire non è chiuso in un posto: l’affinità è presentimento di ciò che è diverso.
Dove l’appartenenza perde il suo legame con l’alterità — il principio della differenza che plasma la materia umana– si perde il senso stesso del viaggio. L’umanità è in transito verso il nulla, mentre l’indifferenza danza con la paranoia.

martedì 21 aprile 2015

La rimozione forzata della memoria



di Angelo D'Orsi (da Il Manifesto)




«Ad Auschwitz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto "Memo­riale Ita­liano"».Vogliono spostarlo da quel luogo. . Perchè no.

Ad Ausch­witz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto «Memo­riale Ita­liano». Un paio di anni or sono le auto­rità polac­che deci­sero di chiu­derlo al pub­blico, nel silen­zio del governo ita­liano, e dell’Aned, in teo­ria pro­prie­ta­ria dell’opera. Pochi mesi fa la sovrin­ten­denza del campo, ormai museo, ha deciso di pro­ce­dere alla rimo­zione del Memo­riale. La sua colpa? Quella di ricor­dare che nei lager non furono sol­tanto depor­tati e ster­mi­nati gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comu­ni­sti insieme a social­de­mo­cra­tici e cat­to­lici, gli omo­ses­suali, i disa­bili. Quel Memo­riale opera egre­gia, alla cui idea­zione, su pro­getto dello stu­dio BBPR (Banfi Bel­gio­joso Perus­sutti Rogers, il pre­sti­gioso col­let­tivo mila­nese di cui faceva parte Ludo­vico Bel­gio­joso, già inter­nato a Buche­n­wald) col­la­bo­ra­rono Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiun­tivi, come l’accogliere fra le sue tante deco­ra­zioni e sim­bo­lo­gie anche una falce e mar­tello, e una immagine di Anto­nio Gram­sci, icona di tutte le vit­time del fasci­smo.
Ora, ai gover­nanti polac­chi, desi­de­rosi di rimuo­vere il pas­sato, distur­bano quei richiami, agli ebrei il fatto che il monu­mento metta in crisi «l’esclusiva» ebraica rela­tiva ad Ausch­witz. Ed è grave che una città ita­liana, Firenze, si sia detta pronta ad acco­glierlo. Con­tro que­sta scel­le­rata ini­zia­tiva si sta ten­tando da tempo una mobi­li­ta­zione cul­tu­rale, che si spera possa avere un riscon­tro poli­tico forte e oggi su que­sto si svol­gerà nel Senato ita­liano una ini­zia­tiva di denun­cia pro­mossa da Ghe­rush 92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spo­stare quel monu­mento dalla sua sede natu­rale, equi­vale a tra­sfor­marlo in mero oggetto deco­ra­tivo, men­tre esso deve stare dove è nato, per il sito per il quale fu pen­sato, a ricor­dare, pro­prio là, die­tro i can­celli del campo di ster­mi­nio, cosa fu il nazi­smo e il suo lucido pro­getto di annien­ta­mento, che, appunto, non con­cer­neva solo gli ebrei, col­lo­cati in fondo alla gerar­chia umana, ma anche tutti gli altri popoli, giu­di­cati essere «razze infe­riori» come gli slavi, o i nemici del Reich, comu­ni­sti in testa, o ancora gli «scarti» di uma­nità, secondo le oscene teo­rie degli «scien­ziati» di Hitler.

Insomma, la rimo­zione del Memo­riale, è una rimo­zione della memo­ria e un’offesa alla sto­ria. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comu­nità israe­li­ti­che ita­liane, che o hanno taciuto, o hanno appro­vato la rimo­zione del Memo­riale (in attesa della sua sosti­tu­zione con un bel manu­fatto poli­ti­ca­mente adat­tato ai tempi nuovi), appare grave.

E in qual­che modo richiama le pole­mi­che di que­sti giorni rela­tive alla mani­fe­sta­zione romana del 25 aprile.

Pre­messo che la cosa «si svol­gerà di sabato», e dun­que, come ha pre­te­stuo­sa­mente pre­ci­sato il pre­si­dente della Comu­nità israe­li­tica romana, gli ebrei non avreb­bero comun­que par­te­ci­pato, la denun­cia che «non si vogliono gli ebrei», è un rove­scia­mento della verità: non si vogliono i pale­sti­nesi. Ed è grave l’assenza annun­ciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la bagarre si è sca­te­nata sull’assenza della «Bri­gata Ebraica». La quale ha le sue ori­gini remote niente meno in Vla­di­mir Jabo­tin­sky, sio­ni­sta estre­mi­sta di destra con legami negli anni ’30 mai smen­titi con Mus­so­lini, che con­vinse le auto­rità bri­tan­ni­che, nella I guerra mon­diale, a dar vita a una Legione ebraica. Nel II con­flitto mon­diale, fu Chur­chill a lasciarsi con­vin­cere a orga­niz­zare un Jewish Bri­gade Group, inqua­drato nell’esercito bri­tan­nico: 5000 uomini che ope­ra­rono in par­ti­co­lare nell’Italia cen­trale, con­tri­buendo alla libe­ra­zione di Ravenna e di altri bor­ghi. Ebbe i suoi morti, e le sue glo­rie. Bene dun­que cele­brarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo emi­nente, come sem­bre­rebbe a leg­gere certe dichia­ra­zioni. Ma il fuoco media­tico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come sto­rico ho il dovere di ricor­darlo. Quei sol­dati diven­nero il nucleo ini­ziale delle mili­zie dell’Irgun e del Haga­nah — quelle che cac­cia­rono i pale­sti­nesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neo­nato Stato di Israele, al quale offri­rono anche la ban­diera.

Si capi­sce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il mar­tello. Ma quando leggo che il suo pre­si­dente afferma che «i pale­sti­nesi non c’entrano con lo spi­rito della mani­fe­sta­zione», mi vien voglia di chie­der­gli se gli amici di Neta­nyahu c’entrino di più. Altri hanno dichia­rato in que­sti giorni che biso­gna lasciar par­lare solo chi ha fatto la guerra di libe­ra­zione; ma se così intanto andreb­bero cac­ciati dai pal­chi tanti trom­boni in cerca di applausi; e soprat­tutto se si adotta que­sta logica è evi­dente che tra poco non ci sarà più modo di festeg­giare il 25 aprile, per­ché, ahimè, i par­ti­giani saranno tutti scom­parsi.



E allora — visto l’articolo 2 dello Sta­tuto dell’Anpi che riven­dica un pro­fondo legame con i movi­menti di libe­ra­zione nel mondo — come non dare spa­zio a chi oggi lotta per libe­rarsi da un regime oppres­sivo, discri­mi­na­to­rio come quello israe­liano, rap­pre­sen­tato ora dal governo di destra di Neta­nyahu? Chi più dei pale­sti­nesi ha diritto oggi a recla­mare la «libe­ra­zione»? E invece temo si vada verso que­sto (addi­rit­tura in que­ste ore in forse a Roma) e i pros­simi 25 Aprile inges­sati e reistituzionalizzati.









venerdì 27 marzo 2015

Rogo di libri? E' inaccettabile !



Domani 28 marzo alle 15 Forza Nuova intende allestire un banchetto in Piazza Oberdan, a Milano, sul quale distribuirà una lista di libri che a loro giudizio diffondono la cosiddetta "ideologia gender" tra i bambini, con esplicito invito ai genitori di bruciarli.
Si tratta di un gesto gravissimo che ricorda fin troppo da vicino le azioni dei nazisti:
gli antifascisti e antirazzisti milanesi non possono tollerare che nella nostra città vengano organizzati o suggeriti roghi di libri. Invitiamo, quindi, tutte e tutti a mobilitarsi con la presenza domani in Porta Venezia e dando la massima diffusione alla notizia attraverso tutti i canali disponibili (mailing list, facebook e twitter, contatto diretto).

Portate e dite di portare un libro dedicato ai temi della lotta al fascismo, al razzismo, all'omotransfobia.
In allegato l'articolo del "Giorno" sul banchetto di domani.



sabato 17 gennaio 2015

Io non mi dissocio da niente




di Karim Metref           (https://collettivoalma.wordpress.com/)



In risposta all’articolo dell’amica Igiaba Scego su Internazionale. “Non in mio nome”


Cara Igiaba,
Capisco le tue paure. In questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra pelle. I xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto.
Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà.
Ebbene anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente. Altrettanto non possono dire quelli che domani dichiareranno guerra a qualcuno in nome di questo crimine.
Tu dici: “Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.”
Io con questa gente sono in guerra da 30 anni. Li affrontavo con i pugni all’epoca dell’università e con la parola e con gli atti da allora e fino a oggi. Sono 30 anni che li combatto e sono 30 anni che il sistemi della Nato e i suoi alleati li sostengono regolarmente ogni 10 anni per fomentare una guerra di qua o di là.
Anche io sono come dici Afroeuropeo, sono originario da un paese a maggioranza musulmana ma non mi considero musulmano non sono praticante, non sono credente. Ma anche io non ci sto. Non ci sto con questi folli, non ci sto quando lo fanno a Parigi ma non ci sto nemmeno quando lo fanno a Tripoli, Malula o a Qaraqush. Non ci sto con loro e non ci sto con chi li arma un giorno e poi li bombarda il giorno dopo. Non ci sto in questa storia nel suo insieme e non solo quando colpisce il cuore di questa Europa costruita su “valori di convivenza e pace”. Perché dico che questa Europa deve essere costruita su valori di pace e convivenza anche altrove, non solo internamente (ammesso che internamente lo sia).
Tu dici che questo non è Islam. Io dico che anche questo è Islam. L’Islam é di tutti. Buoni o cattivi che siano e come di ogni religione ognuno ne fa un po’ quello che vuole. La adatta alle proprie convinzioni, paure, speranze e interessi. Nelle prossime ore, i comunicati di moschee e centri islamici arriveranno in massa, non ti preoccupare. Tutti (o quasi) giustamente si dissoceranno da questo atto criminale. Qualche altro Abu Omar sparirà dalla circolazione per non creare imbarazzo a nessuno. La lega e altri avvoltoi ci mangeranno sopra questa storia per mesi, forse per anni. E noi ci faremo di nuovo piccoli piccoli, in attesa della fine della tempesta. Come abbiamo fatto dopo quelli attentati (forse) commessi da quella rete che la Nato aveva creato per combattere una loro sporca guerra.
Loro (i potenti) creano mostri poi quando li si ritornano contro, noi dobbiamo chiedere scuse e dissociarci e farci piccoli. A me questo giochino non interessa più. Non chiedo scusa a nessuno e non mi dissocio da niente. Io devo pretendere scuse. Io devo chiedere a questi signori di dissociarsi, definitivamente, non ad alternanza, da questa gente: loro amici in Afghanistan poi nemici, amici in Algeria poi nemici, amici in Libia poi non ancora nemici lì ma nemici nel vicino Mali, amici in Siria poi ora per metà amici e per metà nemici… Io non ho più pazienza per questi macabri giochini. Mando allo stesso inferno sia questi mostri sia gli stregoni della nato e dei paesi del golfo che li hanno creati e li tengono in vita da decenni. Mando tutti in inferno e vado a farmi una passeggiata in questa notte invernale che sa di primavera… speriamo non araba.
Un fraterno abbraccio


domenica 11 gennaio 2015

#JesuisCharlieEbdo: al consolato francese per Stare ancora Insieme


#JesuisCharlieHebdo: al consolato francese di Milano...Per continuare a stare insieme





Domenica 11 gennaio, a Milano: davanti al consolato francese, per stare ancora insieme.
IL VIDEO:







Ci sono raggruppamenti in tutto il mondo: Charlie è diventato l'altro modo per dire “Libertà”.



Le parole del console francese, Olivier Brochet:




Cari amici italiani,

noi siamo in lutto e quindi dobbiamo ritrovarci tutti insieme per far fronte al dramma...Grazie per questa importante testimonianza di solidarietà e di sostegno al nostro Paese e alla democrazia.

Siamo qui riuniti, per prima cosa, come fratelli europei, per rendere omaggio alle 17 vittime della barbarie terrorista senza dimenticare i numerosi feriti, le famiglie delle vittime nei confronti dei quali vanno i nostri pensieri. E i quattro ostaggi vittime di odioso atto antisemita: una parte della famiglia di una di queste persone vive a Milano e le siamo particolarmente vicini.

... Nello scendere oggi nelle strade a Parigi, in Francia e nel mondo intero, manifestiamo con forza la condanna a questo attentato e il nostro rifiuto della paura che i terroristi ci vogliono imporre. Manifestiamo l'attaccamento ai valori universali che questi assassini vogliono negare: la libertà, l'uguaglianza e la fraternità. Questi valori fondamentali che noi sentiamo che possono essere ancora più attaccati oggi. Quei valori fondamentali di cui la Francia è portatrice con l'Italia, con l'Unione europea, con i Paesi del mondo democratico e con milioni di uomini e donne del mondo intero che si battono ogni giorno per difenderli o per conquistarli.

Pensiamo anche a quei giornalisti e vignettisti che sono uccisi in tutto il mondo ogni anno, a tutte le vittime di Boko Haram in Nigeria. Proclamando “JesuisCharlie” noi non diciamo che aderiamo a tutto quello che ha scritto e che speriamo continui a scrivere, ma diciamo con forza che tutti “Charlie” del mondo intero, chiunque essi siano, possano esistere, si possano creare liberamente, ci facciano ridere, ci sciockino, ci critichino, ci provochino perchè senza la libertà di espressione c'è la minaccia della tirannia. #JesuisCharlie...Sono libero e voglio vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, le nostre convinzioni religiose, le nostre scelte poltiche. Vogliamo manifestare la nostra unità, la nostra fierezza di essere francesi ed europei, portatori di questi valori universali per cui 17 di noi sono stati uccisi. Noi dichiariamo la nostra volontà di vivere insieme, in pace, in questa repubblica, democratica, laica che garantisce a ciascuno la libertà. Oggi ci riuniamo a milioni per manifestare il nostro attaccamento alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero, e alla libertà di credere. Oggi, riunendoci a milioni, manifestiamo anche il nostro rifiuto del razzismo e dell'antisemitismo...

mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Ebdo: un massacro contro uomini, libertà e stampa


 
 
Parigi è il cuore europeo, occidentale dei Diritti Umani. Per questo, dopo l'attacco al giornale satirico Charlie Hebdo, lavoreremo con maggiore alacrità e sempre più convinti di ciò che stiamo facendo.

Vogliamo ribadire che la comunità musulmana ha condannato severamente l'accaduto.

L'associazione per i Diritti Umani ringrazia la sua collaboratrice, Monica Macchi, per il seguente articolo.



CHARLIE HEBDO: JOURNAL BÊTE ET MÉCHANT

(cioè stupido e cattivo come si è autodefinito sin dai suoi esordi negli anni Sessanta)



E’ un settimanale satirico francese libertario, caustico e irriverente, più volte sospeso sia dalla magistratura sia dal Ministero degli Interni quando la morte di De Gaulle è stata salutata dalla copertina “Bal tragique à Colombey - un mort” (“Tragico ballo a Colombey -che era la residenza di De Gaulle- un morto) facendo riferimento all’incendio che dieci giorni prima aveva causato 146 morti in una discoteca. 


Diventa conosciuta internazionalmente nel 2006 quando pubblica una serie di caricature danesi sul profeta Maometto che hanno scatenato incidenti e polemiche e anche la richiesta da parte del Consiglio Francese del culto musulmano di messa al bando del giornale: richiesta respinta e serata-tributo in omaggio ai vignettisti e alla libertà di stampa e di satira organizzata dal ministero della Cultura. Pochi anni dopo la sede viene distrutta da un incendio poco prima dell’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria di El-Nahda in Tunisia dal titolo “Charia Hebdo”, con un gioco di parole tra il nome del giornale e “Sharia” e Maometto che dice “100 frustate se non muori dalle risate”.

Il 7 gennaio era un giorno particolare nelle relazioni tra Francia e Islam: è infatti uscito il romanzo fantapolitico “Sottomissione” di Michel Houellebecq (in Italia uscirà per Bompiani il 15 gennaio) che ipotizza la Francia del 2022 governata da un presidente musulmano, dove vige la poligamia e le donne sono chiuse in casa a occuparsi di mariti e figli in omaggio alla religione che ha definitivamente trionfato sull’Illuminismo. Ebbene questa è la copertina di Charlie Hebdo della scorsa settimana che irride platealmente alle tesi del libro

Vorrei qui riportare le parole del direttore di Charlie Hebdo, Charb, ucciso nell’attentato che ha più volte ripetuto che le vignette “sconvolgeranno solo quelli che vorranno essere sconvolti” e ripetendo che la satira, sinonimo di democrazia e libertà, non deve avere limiti perché “se iniziamo a porci la domanda se abbiamo o meno il diritto di disegnare Maometto, se sia pericoloso o meno farlo, la domanda successiva sarà, possiamo rappresentare dei musulmani nel giornale? E poi sarà se possiamo rappresentare degli esseri umani nel giornale, e alla fine non rappresenteremo più nulla e il gruppo di estremisti che si agitano nel mondo e in Francia avrà vinto”. E ogni volta che lo ripeteva mostrava questa vignetta “Maometto sopraffatto: è duro essere amato da coglioni”.  
 

sabato 25 ottobre 2014

La Birianza dice NO all'omofobia





Come gather ’round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
Yoùll be drenched to the bone.
If your time to you
Is worth savin’
Then you better start swimmin’
Or yoùll sink like a stone
For the times they are a-changin’.
[BOB DYLAN]




Si intitola “NoStrano Festival” ed è la prima manifestazione culturale gay-friendly che si svolge in Brianza. Due giorni, il 24 e il 25 ottobre 2014, per sensibilizzare la cittadinanza e le istituzioni sul tema dei diritti LGBT.

Presentazioni, film, dibattiti e anche laboratori per bambini animeranno le giornate. Segnaliamo la proiezione del film Lei disse sì, la storia di due giovani donne, Ingrid e Lorenza, il loro amore e il loro matrimonio in Svezia; l'incontro con Francesca Vecchioni sul tema famiglie e religione; l'approfondimento sull'omosessaulità in Medioriente. E poi anche la musica con l'Indie Pride che vede molti artisti riuniti per dire NO all'omofobia e la presentazione del progetto “Le cose cambiano” che, sul sito degli ideatori, viene anticpato così: “Crescere non è semplice. Molti adolescenti affrontano quotidianamente episodi di bullismo e discriminazione. In particolare gli adolescenti gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, che spesso nascondono la propria sessualità per paura di essere isolati. Senza confrontarsi con adulti apertamente gay, non possono immaginare come sarà il loro futuro. Il progetto Le Cose Cambiano ha lo scopo di ricordare ai teenager LGBT che non sono soli, e che le cose per loro cambieranno, in positivo.

Siamo convinti che lo strumento più potente di comprensione ed educazione, nonché il migliore antidoto contro l’isolamento, sia la narrazione; che
le storie possano fare bene sia a chi le racconta, sia a chi le ascolta. Il nostro sito raccoglie le testimonianze di chiunque voglia condividere il proprio vissuto per metterlo a disposizione di chi si sta confrontando con la scoperta di sé, per contribuire a creare un'enciclopedia di desideri e speranze, un contenitore di proposte, un posto dove raccontare la propria esperienza in prima persona, anche per dimostrare che metterci la faccia è possibile.
Ti invitiamo perciò a raccontarti in un video: come sono cambiate le cose per te? Sei sempre stato felice e orgoglioso di essere gay, lesbica, bisessuale o transessuale, o c'è stato un momento in cui hai avuto paura e ti sei sentito solo, incompreso, discriminato? Condividi la tua esperienza, racconta a tutte le persone che stanno attraversando un momento difficile che le cose cambiano, e che esiste un lieto fine per la loro storia!

Se anche tu hai vissuto un periodo difficile, se hai sperimentato la solitudine e l'isolamento, se hai subito manifestazioni di bullismo, prova a spiegare cosa ti ha aiutato a superare le difficoltà, come le cose sono cambiate e migliorate per te. Se la tua esperienza è positiva – se oggi sei un adulto omosessuale felice e sereno – condividerla è ancora più importante.
Raccontaci come speri che le cose cambino in Italia per le persone e le coppie gay, e cosa pensi sia necessario fare per cambiarle”
.



Saranno presenti le associazioni del territorio.



Per il programma completo del festival, potete andare sul sito: www.meladailabrianza.blogspot.in

L'appuntamento è al Bloom, Via Curiel 39, Mezzago (MB). Tel. 039-623853

martedì 25 marzo 2014

Hai dato soldi agli zingari !




Il lavoro delle associazioni, degli organi di stampa, degli insegnanti e di tanti altri è importante soprattutto per abbattere i pregiudizi; è un lavoro necessario se, nel 2014 e in una città grande e cosmopolita come Milano, un ragazzo si rivolge al Sindaco e lo apostrofa con queste parole: “Hai dato i soldi agli zingari e ai rom, sei una merda”.

Certo, si può dissentire dalle scelte politiche e istituzionali che riguardano i cittadini, ma bisogna vedere i modi e le motivazioni.

Nel corso della prima Giornata della legalità, che si è tenuta il 21 marzo presso il Teatro Dal Verme, il sindaco, Giuliano Pisapia, è stato contestato da Alessandro, uno degli studenti in platea. Più volte il ragazzo ha urlato la suddetta frase al primo cittadino che lo ha invitato ad un confronto diretto e più pacato e, una volta impugnato il microfono, Alessandro ha criticato la scelta di aumentare i costi dell'Imu, dell'Irpef e dei biglietti dei trasporti pubblici, aggiungendo che invece siano stati regalati dei soldi agli zingari “mentre vedo nel mio quartiere gente che non arriva a fine mese. Io mi informo”.

Ecco, è un bene che i giovani si informino, ma la responsabilità è degli adulti che si occupano di informazione, che costruiscono le notizie, che formano - con le loro parole - l'opinione pubblica. Mescolare, in maniera superficiale, il tema della crisi economica, con i tagli ai servizi e con gli “zingari” è frutto di malainformazione, di stereotipi e di diffidenza generati dalla mancanza di approfondimento.

Non vogliamo prendere posizione sull'operato di Pisapia, né questa è una difesa d'ufficio, ma siamo d'accordo con lui quando dice, come ha ricordato anche allo studente: “ ...Non bisogna mettere tutti sullo stesso piano, ma bisogna giudicare persone per persona, per l'impegno che ci mette, se fa le cose per se stesso o per gli altri”. Se i soldi non ci sono, non ci sono né per gli italiani, né per gli stranieri. Tutti dobbiamo rimboccarci le maniche e, magari, smettere di alimentare le barriere mentali verso altre persone di diversa nazionalità e di fomentare una guerra tra poveri. Anche di spirito.

venerdì 31 gennaio 2014

Il carteggio tra il Patriarca e il governatore sul tema dell'accoglienza



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il 22 gennaio scorso, il Patriarca di Venezia, Monsignor Francesco Moraglia, scrive una lettera aperta sul Corriere del Veneto in cui chiede alle istituzioni una risposta valida e concreta all'accoglienza dei profughi e dei richiedenti asilo politico.

Comprendo le difficoltà e anche le obiezioni sollevate da parecchi sindaci del nostro territorio. So bene che certe zone e popolazioni sono già da tempo sotto pressione o hanno vissuto esperienze non sempre positive, anche in un recente passato. Problemi o complicazioni di carattere finanziario e normativo non sono di poco conto e non vanno sottovalutati. Siamo, però, di fronte a persone in grave difficoltà che chiedono d'essere accolte e aiutate a risollevarsi. E sappiamo, d'altronde, che nessuno lascia il proprio Paese volentieri; me lo ha ricordato, con tutta la forza della sua testimonianza, una giovane donna incontrata all’inizio dell'anno nel carcere della Giudecca.

"Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell'umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano o sono costretti ad abbandonare le loro case”, scrive Monsignor Moraglia e aggiunge: “ Ma soprattutto la politica, nelle sue diverse articolazioni, è chiamata a farsi carico dei problemi, senza sfuggirli, soprattutto per quello che riguarda il tempo del «dopo accoglienza» che richiede serie politiche europee e nazionali per una vera integrazione e l’inserimento reale nel tessuto sociale del nostro continente. L’immigrazione non deve più essere considerata solamente un problema italiano. Come dicevo proprio ai giornalisti qualche giorno fa, a Cavallino, sono fiducioso che la cultura e la tradizione delle genti venete - le cui radici, cristiane, sono intessute di accoglienza e di solidarietà vere e concrete - saprà affrontare con animo grande, nel rispetto di tutti, questa nuova emergenza che, sappiamo, non è facile da fronteggiare. Auspico perciò che essa si trasformi in opportunità; è una sfida da vincere insieme, nel rispetto della coesione sociale. Come è vero che nessuno deve tirarsi indietro, è anche vero che ognuno deve fare la sua parte e nessuno, alla fine, deve essere lasciato solo; in questo, capisco le difficoltà e i timori delle amministrazioni interpellate. Domenica a Mestre, nell’omelia, ricordavo che «l’accoglienza è la risposta alla globalizzazione dell’indifferenza. E proprio tale dimensione culturale-politica diventa necessaria per costruire una società che sia realmente a misura d’uomo».
Non tarda ad arrivare la risposta - sempre informa di lettera aperta e pubblicata il 24 gennaio sullo stesso quotidiano - del governatore della Regione Veneto, Luca Zaia, di cui riportiamo di seguito alcuni brani.
...Questa regione ha ridato prospettive di vita a 510 mila immigrati (il 10,2 per cento della popolazione, di cui 255 mila occupati), di questi ben 39 mila hanno avviato una attività imprenditoriale. Il peso dell'immigrazione sul Pil, cioè sulla ricchezza prodotta è del 14,2 per cento. I figli di questi immigrati vanno a scuola e giocano con i nostri figli, e spesso parlano il dialetto meglio di noi. Il Veneto è la prima regione d’Italia per immigrazione legale. Il Veneto non ha dunque paura del diverso, dell’immigrato: smettiamola con questo luogo comune, e sfatiamolo una volta per tutte.
Quale veneto resta indifferente di fronte a un bambino sofferente e in evidente stato di denutrizione? Il sottoscritto, quando era presidente della Provincia di Treviso, ha aperto in Veneto il primo sportello per l’assistenza agli immigrati. Il Veneto è e resta quindi uno dei modelli meglio riusciti di integrazione. Integrazione con chi e per chi viene qui a lavorare, a dare una prospettiva diversa alla propria famiglia e ai propri figli, a cercare una via d'uscita a una vita che nelle terre d’origine è spesso convivenza con guerre e quotidiane violenze. Cos’è dunque accaduto da rendere la materia così incandescente fino al punto da trasformarla in elemento di forte contrapposizione? Cos’è accaduto da suscitare tanta paura e riluttanza nei cittadini? È accaduto che, scambiando integrazione con buonismo, diritto con pacca sulle spalle, si sono aperte le frontiere anche a chi non aveva alcuna intenzione di integrarsi, a chi non voleva fuggire da fame e stragi e povertà ma semplicemente da un pessimo rapporto con la giustizia. Il buonismo ha fatto sì che si confondesse il giusto diritto a integrarsi in una nuova società o a fuggire da una realtà orrenda, con il diritto a venire in Italia e ad arrangiarsi con condotte criminali. Col risultato che gli stessi immigrati che altro non chiedono che di lavorare onestamente e onestamente vivere, pagano oggi un conto salatissimo a questo lassismo sconosciuto in tutti gli altri paesi europei che applicano leggi assai severe contro chi trasgredisce o chiede ingresso senza validi motivi.

Dobbiamo dunque avviare una serie riflessione sull’immigrazione. Possiamo e dobbiamo compiere scelte razionali, evitando demagogia, scorciatoie e fronteggiando una dei problemi più seri che le società occidentali si trovano a dover affrontare. Prima scelta. Dividere i richiedenti asilo dai migranti per motivi economici. Il somalo, il libico, il siriano, chiunque fugga da zone calde del mondo sa che difficilmente tornerà mai più nel suo Paese. Il marocchino, il tunisino, l’egiziano che vengono qui per lavorare e trasferire la famiglia e i parenti non appena hanno consolidato un minimo di benessere, tornano spesso e volentieri nella propria patria. Guardiamo le cose per quello che sono, senza far finta di nulla: forse non a caso è proprio in questa seconda fascia di migranti che si concentra il più elevato tasso di delinquenza e di popolazione ospitata nelle carceri. È sotto gli occhi di tutti l’immagine di barche da cui scendono non disperati, non rifugiati, non persone desiderose di lavorare ma giovani con pantaloni, magliette, occhiali alla moda e telefonino. Seconda scelta. Se è vero quanto affermato in precedenza, occorre tornare a pensare a flussi d’ingresso regolati sulla base delle richieste del mondo del lavoro. Non credo sia discriminazione affermare che di fronte a un Veneto con 170 mila disoccupati, aziende in crisi, riduzione del Pil e un giovane su quattro senza lavoro (di cui due precari), non si debba e non si possa prima pensare alla nostra gente, a risollevare prima una economia in cui non c’è più spazio lavorativo neppure per gli immigrati.

... È un caso se il governo inglese sta facendo profonde riflessioni, spaventato dall’apertura delle frontiere romene e bulgare, e se ragionamento molto simile stanno facendo il Presidente Hollande, in Francia, e il Cancelliere Angela Merkel, in Germania? Lei, Patriarca, guarda alla politica, ma giustamente anche alla Ue. L’ho detto più volte e lo ripeto perché credo che questo sia il vero spartiacque su cui corre la questione: dobbiamo cambiare radicalmente prospettiva. Lampedusa, e tutte le località del nostro Mezzogiorno dove avvengono gli sbarchi, non possono più essere considerati soltanto il confine sud dell’Italia ma devono diventare - non soltanto geografica mente ma anche politicamente - il confine sud di tutta l’Unione Europea.

Il tema dell'accoglienza e delle frontiere è dunque una problematica che deve investire e riguardare tutta la Ue, quell’Europa che ha lasciato sempre sole Lampedusa e l’Italia a gestire il problema di flussi crescenti di immigrazione, quell’ Europa di Schengen che ha visto nazioni leader (quelle sempre pronte a chiedere agli altri il rigoroso rispetto delle regole) chiudere dal giorno alla notte le frontiere senza alcuna condivisione con i partner, facendo strame del diritto e lasciando il nostro Paese - con i suoi 7 mila 456 chilometri di coste - a gestire la disperazione di chi arriva con ogni mezzo dal Sud del Mondo. La Chiesa fa tanto per gli immigrati, in alcune realtà spesso soltanto la Caritas e le organizzazione cattoliche riescono a garantire la sopravvivenza a masse di disperati. Giusto quindi il richiamo alla politica. Mala politica ha il dovere di decidere con razionalità ed equilibrio, e soprattutto con buon senso...”

Ancora acceso, quindi, il dibattito in Italia sul tema dell'accoglienza e sulle politiche riguardanti l'immigrazione. Ed è bene fare sempre il punto della situazione e capire in che direzione si sta andando.

giovedì 2 gennaio 2014

Si ricomincia !



Cari lettori,
è trascorso quasi un anno da quando, nel febbraio 2013, è stata costituita l' Associazione per i Diritti Umani e, in pochi mesi, abbiamo già avuto tante soddisfazioni: prima fra tutte quella di aver visto crescere il vostro interesse nei confronti di questo " giornale on line". Ogni giorno ci impegniamo per aggiornarlo con articoli nuovi, notizie di attualità, interviste importanti, recensioni di arte e cultura e, ogni giorno, constatiamo che - pur essendo purtroppo, quello dei diritti umani, un argomento di nicchia - ci seguite e trovate anche solo cinque minuti da dedicarci.
Un' altra grande gioia è stata quella di avervi offerto la " Carovana dei diritti" : una serie di appuntamenti con i quali abbiamo presentato saggi, documentari e durante i quali abbiamo avuto l' onore di dialogare con gli autori e, anche in quelle occasioni, la vostra presenza è stata importantissima, sia " dal vivo" sia virtuale, ovvero quando ci avete seguito sul sito o sul nostro canale Youtube. Per questo motivo stiamo organizzando la Carovana dei diritti, parte seconda! Come sempre vi daremo comunicazione, di volta in volta, degli incontri che saranno organizzati a Milano, ma anche in altre cittá della Lombardia e questo dimostra che il nostro lavoro è apprezzato e ci dá la spinta motivazionale a continuare con entusiasmo.
Lavoreremo anche con gli studenti delle scuole, in particolare medie e superiori e speriamo anche con le università, perché il nostro principale obiettivo è quello di far riflettere, attraverso ogni strumento culturale, sui temi legati ai diritti umani, sociali e civili, a partire dalle nuove generazioni perché loro hanno in mano il futuro. Un futuro che deve essere sempre più luminoso.
Vi ringraziamo, quindi, di cuore e speriamo di essere sempre più numerosi in questo viaggio, in questa avventura, in questa carovana che fa un passettino in più giorno dopo giorno.

giovedì 4 luglio 2013

I diritti non vanno in vacanza

L'Associazione culturale per i Diritti Umani propone, ai lettori della piattaforma www.peridirittiumani.com, al pubblico intervenuto ai nostri incontri e a quello che verrà e a tutti coloro che hanno a cuore il tema dei diritti umani, sociali e civili, di raccogliere, durante i mesi di luglio e agosto, storie e testimonianze da segnalarci e delle quali parleremo oppure di inviarci articoli già scritti o reportages audiovisivi e fotografici.
Valuteremo il materiale inviatoci e pubblicheremo le idee, le notizie, i pezzi, le foto e i video più interessanti e in linea con gli argomenti di cui vogliamo continuare ad occuparci.
In città o nei luoghi di villeggiatura, on the road o leggendo un giornale...tutti potrete aiutarci, con i vostri contributi, a monitorare, ad approfondire e a tutelare i diritti. Dando sempre voce a chi non ce l'ha.

Potete inviare il materiale all'indirizzo mail: peridirittiumani@gmail.com e le pubblicazioni riporteranno il vostro nome e cognome.

Il nostro viaggio continua...
Grazie anche a voi.

venerdì 11 gennaio 2013

Peppino Impastato vive


Peppino Impastato avrebbe 65 anni.
Il 5 gennaio scorso è stato il suo compleanno: le istituzioni non si sono ricordate, pochissimi ne hanno scritto o parlato.
Peppino aveva il diritto di continuare a vivere, Peppino ha il diritto alla memoria. E' stato ucciso dalla mafia sì, ma anche dall'omertà, dalla politica e da una certa mentalità, quella mentalità che accetta i ricatti e i compromessi, la pratica clientelare e la minaccia, il silenzio e la violenza, la faccenderia e il menefreghismo.  
A tutto questo Peppino si è ribellato con la sola forza del pensiero critico e con l'arma della parola scriita, parlata, urlata, sussurrata.
Tante sono state le fiction televisive dedicate a lui, spesso banali e retoriche. Belli il film di Marco Tullio Giordana , intitolato I 100 Passi e la canzone dei Modena City Ramblers: non solo un film o una canzone, ma un omaggio a un giovane uomo che amava l'Arte, la musica, le belle ragazze e la vita. Perchè Peppino amava la vita. 


Fiore di campo nasce
dal grembo della terra nera
Fiore di campo cresce
odoroso di fresca rugiada
Fiore di campo muore
sciogliendo sulla terra gli  umori segreti 

(Peppino Impastato)

Questa poesia è pubblicata sul sito di Radio 100 passi    http://www.radio100passi.net/radio/  che propone, a tutti gli ascoltatori e lettori sensibili, un altro regalo: è nato da poco, infatti, il giornale on line 100 passi che fa parte di un progetto più ampio - Global Syndacation - in cui testate e grandi firme del giornalismo scelgono di mettere insieme risorse e idee per costruire un modello di informazione aperto e partecipativo.
Con "100 firme per un solo punto di vista, il tuo" il Direttore del progetto, Gianni Cipriani, insieme a molti altri giornalisti si impagna a difendere la libertà della rete, la sua autonomia e neutralità.