Visualizzazione post con etichetta umani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta umani. Mostra tutti i post

mercoledì 15 luglio 2015

Macerie: l'impegno dei pacifisti israeliani per la causa palestinese





Intrecciando cronaca e letteratura, Miriam Marino racconta l’impotenza dei pacifisti israeliani, sullo sfondo delle due Intifade, il cui impegno si assottiglia e s’infrange contro il muro dell’odio e dei grandi interessi. Nessuno spazio di vita è esente dal dolore. Tikva, la protagonista, però, ha scelto il suo campo. E un “dolore diverso” da quello che l’attanaglia da mesi la raggiunge a Hebron. La bellezza di Jamal la colpisce “come un pugno allo stomaco”, portando per un attimo l’illusione di poter chiudere la porta all’angoscia. Ma la parola “Tajush”, che in arabo vuol dire “insieme”, non sarà per domani. E nell’epilogo del romanzo, lucido e intenso come l’impegno dell’autrice per la causa palestinese, emerge una “dolorosa consapevolezza” : il genocidio dei palestinesi continua, “avvolto nella menzogna e nel silenzio” di quel discorso mediatico che dipinge i conflitti a misura dei potenti. Dalla Prefazione di Geraldina Colotti Giornalista de "Il Manifesto"





L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Myriam Marino e la ringrazia molto.




Un romanzo che parla di attualità: Tikva, la protagonista, cosa rappresenta all'interno di uno scenario e di una guerra tra due popoli che continua da decenni?


Tikva è come un ponte tra due realtà, due culture, due punti di vista. E’ cresciuta credendo di essere ebrea, per di più ha un temperamento mistico e assorbe, come una linfa vitale per la sua spiritualità, gli insegnamenti della religione che crede essere la sua. Ma la sincerità di tale adesione, l’onestà di intenti di Tikva esigono la coerenza del comportamento rispetto all’interiorità, e la giustizia per lei non è una prostituta che può vendersi a chiunque possa pagarla, per questo scopre presto dietro alle chiacchiere vane la vera natura e gli intenti del paese in cui vive, non solo per quanto riguarda i politici e le loro scelte, ma anche la popolazione a partire dai suoi parenti. Quando nella sua vita irromperà la rivelazione sconvolgente che la inscriverà nella storia palestinese, dopo un trauma iniziale Tikva assumerà su di se anche il carico di questa appartenenza e lo farà con la stessa passione e con la stessa sincerità. Il suo è un percorso di coscienza che la porterà al disvelamento di tutte le menzogne, al guardare negli occhi le vittime, a riconoscere la meschinità e la feroce violenza dell’occupazione israeliana che uccide tortura imprigiona rende la vita impossibile a un popolo intero piangendo e dichiarandosi vittima mentre distrugge, a capire che non c’è una guerra in corso ma un’aggressione sistematica rinnovata ogni giorno e a fare alla fine una scelta di campo. In tutti i momenti della storia Tikva non è mai estranea nè al mondo ebraico nè a quello palestinese, conosce bene entrambe le anime perciò la sua scelta ha un profondo significato. Ma racchiuso nel suo nome c’è anche un pensiero di speranza, speranza è infatti il significato di Tikva in ebraico.


Uno dei temi principali del libro è quello dell'identità: vuole anticipare una riflessione?


Noi umani, in genere, abbiamo bisogno di qualcosa di solido che ci dia sicurezza, che ci racconti chi siamo qual’è la nostra storia, i nostri miti, le leggi interiori a cui ci dobbiamo attenere, e anche le nostre forme d’arte, la nostra cucina, la lingua, insomma qualcosa di certo che ci identifichi, questo accade quando si assume un’identità. In Terra Santa la faccenda dell’identità è profonda e radicata per questo non ne potevo prescindere scrivendo questa storia, ma l’identità forte di Tikva come ebrea renderà forte anche la sua scelta e l’identità forte dei giovani palestinesi che vogliono la libertà nella loro terra renderà ancora più eroiche le loro lotte.
Personalmente riconosco una sola identità: quella di umano appartenente al mondo umano, per me è anche troppo, anche se la mia storia personale non mi permette di liberarmi in un colpo solo di appartenenze che comunque mi hanno formato. Questo superamento dell’identità, che a volte può diventare una gabbia, è accennato nel libro a pag 123, quando Avi consola Tikva in preda allo smarrimento, all’indomani della morte del suo amico Shadi. “Se tu fossi soltanto te stessa?” le dice.


Qual è la situazione dei giovani palestinesi oggi? Quali i loro sogni e quali le loro possibilità...

I giovani palestinesi vivono la tragica situazione dell’occupazione militare israeliana con tutto ciò che questo comporta di sospensione della vita, di checkpoint, di arresti, detenzione amministrativa e quant’altro. Israele si accanisce in modo particolare sui giovani e sui bambini per spezzare la resistenza e il futuro. I genitori dei bambini arrestati subiscono un trauma terribile e i bambini del tutto indifesi nelle mani dei carcerieri subiscono un trauma ancora più grande che condizionerà tutta la loro vita, questo serve a stroncare la resistenza al suo nascere. I loro sogni sono quelli di tutti i giovani, essere liberi, studiare e circolare liberamente, poter viaggiare, non dover chiedere un permesso per ogni sciocchezza, vivere da uomini liberi. I giovani palestinesi sono molto creativi, li troviamo attivi in ogni forma d’arte, a Ramallah ho assistito a uno spettacolo di danza da mozzare il fiato e i danzatori erano bambini e adolescenti, i bambini di Gaza si costruiscono da soli meravigliosi acquiloni con i quali riempiono letteralmente il cielo di colori. Sono bravissimi anche nello sport e sappiamo che cosa fa Israele per stroncare la vita e la carriera dei giovani calciatori. Le loro possibilità ovviamente sono legate alla fine dell’occupazione che spezza qualsiasi iniziativa ogni volta che vuole e blocca qualsiasi manifestazione culturale anche se a carattere internazionale con la partecipazione di artisti e scrittori da tutto il mondo.



Interessante il rapporto tra Tikva e il padre israeliano: come si sviluppa questa relazione? E che ruolo ha la madre?

Il padre di Tikva è un progressista israeliano, laico e abbastanza razionale per capire dove sono le ragioni e dove i torti, ma manca di empatia, come la maggior parte degli israeliani la sua percezione dei palestinesi è negativa. La paura gioca anche per lui un ruolo fondamentale che si esprime nei vani tentativi di tenere separate madre e figlia. Ha però un alibi: il matrimonio fallito con la madre di Tikva e l’abbandono di costei. Il rapporto tra padre e figlia è sereno fino a che la figlia non scopre la sua seconda identità, nascerà una crisi che si risolverà solo verso la fine della storia quando quest’uomo deciderà di esprimere la parte migliore di se e lasciando vecchi rancori e rimpianti di cui si era nutrito sceglie di avere una nuova relazione con un’attivista pro-Palestina. Il suo rapporto con Tikva è sempre stato superprotettivo in quanto non doveva proteggere solo l’incolumità fisica e psicologica di sua figlia, ma anche il suo equilibrio, la sua interiorità di fronte ai possibili assalti dall’esterno che infatti puntualmente ci saranno. Quando le scelte di Tikva saranno conclamate non avrà più bisogno di mantenere questo controllo. La madre avrà il ruolo di portarla per mano all’interno del suo nuovo mondo e della sua nuova famiglia, di farle scoprire il calore e la dolcezza degli affetti familiari, di mostrarle il lato allegro e tenero della sua nuova vita.




Ci spiega il significato profondo del titolo ?

Non avrei voluto dare a questo libro un titolo così drammatico, ma per quanto ci abbia pensato non ne ho trovato uno più adatto. Le macerie ovviamente non sono solo quelle dei palazzi sventrati di Nablus, dei muri delle case crollati del campo profughi di Jenin, della distruzione dell’areoporto e del porto di Gaza, le macerie sono anche quelle che un’intera popolazione si porterà nel cuore, le macerie sono anche quelle delle persone che hanno perso il loro equilibrio psicologico, sono anche le macerie dell’anima di chi sarà stato distrutto nella propria interiorità dal veleno corrosivo della violenza israeliana e risponderà al suo livello, le macerie sono quelle del futuro che sarà sempre più difficile visualizzare.


Da dove nasce questo suo lavoro?

Questo è il terzo libro in cui scrivo dell’Intifada, ma in questo più che nei precedenti, i quali erano raccolte di racconti in cui scrivevo anche di altri argomenti affini. In questo libro, che essendo un romanzo mi ha dato la possibilità di dispiegare di più nel tempo la storia, racconto anche della prima Intifada che è importante non solo per la lotta esemplare che è stata, ma anche perchè serve per capire lo scoppio della seconda Intifada. Nella seconda Intifada la lotta era diventata disperata e la repressione inenarrabile, inconcepibile disumana. Ne avevo sentite di tutti i colori, ma la seconda Intifada che seguii giorno per giorno, con un carico di morte e distruzione che non sembrava mai finire, mi sconvolse in modo particolare e mi riempì di tristezza, di dolore e di rabbia come non era mai successo prima. Il romanzo nasce dal bisogno di raccontare, di esprimere, di lenire questi forti sentimenti, ma anche dal bisogno di spiegare attraverso una storia che cosa è successo realmente, e che cosa significa occupazione militare israeliana.
  
   


martedì 14 luglio 2015

Consigli di lettura per l'estate (e non solo)


Cari lettori,

siamo contenti di comunicarvi che abbiamo una piccola “libreria” per voi. Di seguito trovate un elenco di libri che potete acquistare direttamente dal sito www.peridirittiumani.com con Paypall (carta di credito o bonifico). Una volta effettuato il pagamento, inviateci una mail a: peridirittiumani@gmail.com con il vostro indirizzo e vi sarà recapitata subito per posta.




Eccovi i libri:



Mosaikoun - Voci e immagini per i Diritti Umani a cura di Alessandra Montesanto Euro 12,50
 


Il silenzio e il tumulto, di Nihad Sirees Euro 15,00



L'autunno, qui, è magico e immenso, di Golan Haji Euro 10,00


Ferite di parole – le donne rabe in rivoluzione, di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani Euro 16,00



La vita ti sia lieve – Storie di migranti e di altri esclusi, di Alessandra Ballerini Euro 15,00



Milano, come Lampedusa? Dossier sull'emergenza siriana, Pierfrancesco Majorino e Caterina Sarfatti Euro 5,00
 
 

venerdì 10 luglio 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?


Cari amici,

l'Associazione per i Diritti Umani pubblica, oggi, il video dell'incontro che ha organizzato – nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!” - con la giornalista Laura Silvia Battaglia.

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Tanti gli argomenti trattati: le basi del terrorismo dell'Isis, la situazione in Iraq e Yemen, il ruolo dell'Iran, la religione strumentalizzata, la condizione e il ruolo delle donne, la stampa nazionale e internazionale.

Ringraziamo ancora molto Laura Silvia Battaglia per la sua presenza e generosità.





martedì 7 luglio 2015

I diritti civili LGBT in Italia e all'estero


 


Gay Pride”: molti pensano a parate chiassose e volgari. Invece sono manifestazioni gioiose e colorate che hanno un senso politico e sociale molto preciso: garantire i diritti fondamentali anche alle coppie omosessuali, spezzare una mentalità chiusa che spesso porta a comportamenti irrispettosi se non violenti, lasciare libertà di amare senza pregiudizi.

Lo scorso 27 giugno molte persone che fanno parte della grandissima comunità LGBT sono scese in piazza e hanno avuto modo anche di festeggiare: sì perchè in Irlanda – Paese a maggioranza cattolica – è stata approvata una legge che equipara il matrimonio omosessuale a quello etero e negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha emesso una sentenza che fa Storia, rendendo legale l'unione tra gay.

La scelta di manifestare a fine giugno risale al 28 del mese del 1969, quando a New York, allo Stonewall Hill, un bar frequentato da persone omosessuali, fece irruzione la Polizia per identificare i presenti perchè, allora, compiere atti omosex era considerato un reato. La violenza delle forze dell'ordine scatenò una rivolta. Ieri come oggi: in Turchia, proprio in occasione della marcia, i manifestanti sono stati attaccati con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma: le persone, riunitesi in Piazza Istiklal, hanno dovuto ripararsi in negozi e altri esercizi pubblici.

Per l'Italia – Paese ancora indietro sui temi dei diritti LGBT – vogliamo prendere ad esempio la città di Milano dove ha troneggiato uno striscione con la scritta “I diritti nutrono il pianeta” (per riprendere lo slogan di Expo). tantissimi i partecipanti e le associazioni presenti: Arcigay, Amnesty, Uaar. Riportiamo, infine, la dichiarazione dell'Assessore ai Lavori pubblici, Carmela Rozza: “ Nessuno di noi può imporre all'altro scelte diverse dalle sue. Secondo me, Milano è all'avanguardia rispetto ai diritti ma se non abbiamo una legge nazionale sui diritti delle coppie gay, questo non può che essere un Paese arretrato da questo punto di vista. Ma io sono convinta che la società italiana sia molto più avanti della classe politica”.

mercoledì 27 maggio 2015

La vita non facile dei diritti riscoperti dalle sentenze



di Luigi Ferrarella (da “Corriere della sera” 15 maggio 2015)





Quanti diritti ci possiamo permettere?


Quanti diritti ci possiamo permettere? Quale dose di giustizia può tollerare il nostro assetto sociale ed economico? Fino a pochi anni fa una domanda simile sarebbe suonata bestemmia. Ora, invece, viene implicitamente declinata ogni volta che dalle Corti (Corte costituzionale, Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, Corte di cassazione) arriva una sentenza all’incrocio di un dilemma: adesso tra rivalutazione delle pensioni e vincoli di bilancio, ma già in passato tra danni dell’inquinamento Ilva alla salute di Taranto e destino degli operai e dell’acciaio italiano, e prima tra ritmi giudiziari delle inchieste anticorruzione e invece esigenze extragiudiziarie di far aprire in tempo Expo 2015, o prima ancora tra impopolarità del tema carceri e condizioni inumane di vita di chi sta in prigione. E si può già scommettere riaccadrà nelle prossime sentenze che scioglieranno nodi sulle questioni di bioetica, o che metteranno il dito nel contrasto tra irrazionalità fiscali e esigenze dell’erario, o che incroceranno assetto degli statali e nuove regole per i dipendenti pubblici.
Sotto sotto, è come se ogni volta ribollisse questo non detto: quanti diritti ci possiamo permettere? Un retropensiero talmente sdoganato da nutrire reazioni sempre più insofferenti alle conseguenze di sentenze ripristinatorie di diritti, che sino a poco tempo fa sarebbero state percepite come ovvie riaffermazioni (di eguaglianza, dignità, equità sociale), e che invece adesso vengono vissute quasi come invasioni di Corti debordanti nel campo della politica, tapina perché commissariata dallo scippo giudiziario della sua facoltà di decidere tra più alternative possibili e di imporre questa scelta senza lacci e lacciuoli.
È un’insofferenza che trasuda già dalle parole usate da governo e parlamentari per definire la sentenza della Consulta sulle pensioni: «danno alla credibilità del Paese», verdetto che «scardina», decisione che (se applicata in toto) causerebbe conseguenze «immorali». Così, dopo ciascuna di queste sentenze, sempre più palese scatta il riflesso automatico di non applicarle, oppure — se proprio non è possibile disattenderle completamente — almeno di contenerle, di arginarne la portata, di neutralizzarne gli effetti, di mitridatizzarne le conseguenze. Plastico l’esempio delle condanne inflitte dalla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo all’Italia per le condizioni inumane e degradanti della detenzione nelle carceri: sentenze alle quali in questi mesi il governo ha ritenuto di adeguarsi con una legge su piccoli «rimedi compensativi» (8 euro al giorno per il passato, oppure lo scomputo di un giorno ogni dieci sulla pena ancora da scontare) dalle maglie normative però talmente strette che l’85 per cento delle domande avanzate a fine 2014 era stata dichiarata inammissibile, e soltanto l’1,2 per cento di richieste di risarcimento era stato accolto. E qualcosa del genere, in attesa che accada per le pensioni, sta avvenendo già in parte con la legge sulla tortura, in teoria introdotta sull’onda di un’altra condanna dell’Italia da parte di Strasburgo (stavolta per il G8 di Genova), ma in realtà parcheggiata (dopo approvazione in prima lettura) in un ramo del Parlamento con un testo di compromesso al ribasso.
Cambiano infatti i casi, ma il denominatore comune resta che la giurisdizione è sottoposta a una pressione sociale molto più insidiosa di passate grossolane ingerenze politiche: il mordere della crisi economica, la coperta corta dei bilanci statali, l’urgenza della disoccupazione, la disabitudine alla ricerca di soluzioni che non siano vendibili in pochi slogan, il fastidio per ciò che inevitabilmente complesso non sia tagliabile con l’accetta, tutto congiura a domandare alle Corti superiori (come in fondo già ai magistrati nei gradi inferiori) di subordinare le proprie decisioni a
«compatibilità» con equilibri di volta in volta politici-sociali-economici e di assumere come parametro la «sostenibilità» dei propri atti. Con la conseguenza che non sembra più strano dare esecuzione a queste sentenze soltanto se e nella misura in cui esse siano compatibili con i bilanci statali, o appaiano socialmente accettabili, o risultino «digeribili» dalle esigenze delle imprese, o siano in linea con il momento politico, o siano empatiche con le emozioni dei cittadini.
Il che illumina due sottovalutazioni. La prima, nel presente, è che il ritardo con il quale il Parlamento sta mancando di eleggere i due giudici costituzionali di propria competenza influisce e di fatto altera la vita della Consulta, dove indiscrezioni attribuiscono ad esempio la contestata sentenza sulle pensioni al voto con valore doppio del presidente tra 6 favorevoli e 6 contrari. La seconda sottovalutazione, in prospettiva, è di quanto la combinazione tra nuova legge elettorale e nuovo Senato possa sbilanciare, a favore delle artificiosamente rafforzate maggioranze politiche di turno, le quote di giudici costituzionali e di componenti laici che spetta al Parlamento eleggere rispettivamente alla Consulta e al Consiglio superiore della magistratura.



giovedì 9 aprile 2015

Libertà di espressione e molto altro: Cecilia Dalla Negra ci parla del World Social Forum



Cecilia Dalla Negra, di Osservatorio Iraq, ci ha parlato del Forum Sociale mondiale che si è tenuto a Tunisi e, in particolare dei settori da lei seguiti : libertà di espressione in Iraq e in altri Paesi, di democrazia e del popolo tunisino dopo l'attentato al museo del Bardo.



Ringraziamo la giornalista per questo intervento.



Come sempre ho partecipato al Forum di Tunisi come Osservatorio Iraq, insieme alla delegazione organizzata da “Un ponte per”: con noi c'era una vastissima rappresentanza della società civile irachena, con cui lavoriamo da tanti anni, che ha portato al Forum il suo punto di vista sulla situazione del Paese oltre a illustrare le tante campagne che porta avanti da anni per la protezione dell'ambiente, del patrimonio culturale, per la libertà di espressione e per i diritti delle donne. In particolare, ho seguito i lavori che riguardano la libertà di stampa e di espressione e anche le inziative della società civile davanti all'avanzata del terrorismo che è stato un tema molto presente nel Forum, anche perchè da pochi giorni Tunisi era stata colpita dall'attentato.

Ci sarebbe dovuta essere un'assemblea di convergenza per redigere la Carta dei movimenti sociali contro il terrorismo, ma su questo non si è trovato un vasto consenso: la presa di posizione dei movimenti sociali che si sono riuniti a Tunisi ha avuto, come momento di denuncia di quanto è accaduto, la manifestazione di apertura del 24 marzo che come slogan aveva: “ Popoli del mondo uniti contro il terrorismo”. Quel corteo ha espresso anche molti altri contenuti perchè c'era la volontà, da parte del popolo tunisino, di ribadire il proprio percorso per la costruzione della democrazia e, quindi, la volontà di non far diventare questo attacco terroristico uno strumento nelle mani del governo per restringere gli spazi di democrazia per gli attivisti; molti attivisti lo temono perchè il governo tunisino sta discutendo l'approvazione della nuova legge antiterrorismo.

Per quanto riguarda il Forum c'è stata una vastissima partecipazione: si parla di circa 50.000 persone e oltre 4.000 organizzazioni internazionali da tutto il mondo che non hanno fatto un passo indietro rispetto al timore di nuovi attacchi. Il clima era molto sereno e non c'è stata la militarizzazione che ci aspettavamo. Moltissimo spazio, quest'anno, è stato dato ai temi del “climate change” e, quindi, alla protezione dell'ambiente e lo slogan era: “Cambiare il sistema, non cambiare il clima”, un tema declinato a seconda di quelle che sono le priorità dell'area del Medioriente e del Nord Africa.

Si è parlato tantissimo di libertà civili, diritti e autodeterminazione e non sono mancate alcune contraddizioni, nel senso che la classica apertura a tutti i movimenti del Forum sociale ha portato frizioni, ad esempio per quanto riguarda l'attuale assetto della crisi siriana, tra giovani rivoluzionari e sostenitori del regime, così come non sono mancati accesi dibattiti tra islamisti e forze laiche.

Il Forum si conferma, ancora una volta, un laboratorio sociale importantissimo e un'occasione di incontro preziosissima: è stato estremamente interessante vedere seduti attorno a un tavolo attivisti iracheni, egiziani, tunisini che si confrontavano, dal loro punto di vista, su come contrastare il fenomeno del terrorismo di matrice islamica e l'avanzata di Daesh, non con risposte militari, ma attraverso proposte di dialogo e di convivenza. Pur sostenendo e condividendo la lotta della popolazione curda di di Kobane e comprendendo il suo diritto a chiedere l'aiuto militare, la società civile irachena vorrebbe affrontare alla radice le cause dell'adesione all'estremismo islamico e, cioè: la mancanza di un sistema di welfare, la scarsità di sistemi di educazione, il problema dello stato sociale. La proposta è quella di lavorare sul lungo periodo, sulla cultura, sull'accessibilità alle risorse, costruendo piccoli tasselli di convivenza. In particolare, la società civile chiede di smettere di credere alle rappresentazioni mediatiche, soprattutto occidentali, che dipingono quello iracheno come un conflitto settario o confessionale perchè l'Iraq è sempre stato un mosaico di civilità, di religioni e di culture che hanno convissuto in pace: le divisioni settarie, in realtà, sono state importate dall'Occidente.

Ritornando alla manifestazione del 24 marzo. La partecipazione internazionale è stata molto in secondo piano, invece mi ha colpito come la piazza fosse assolutamente tunisina e ci fosse un popolo molto determinato nel tenere la testa alta e dire: “Noi non abbiamo paura”. Si sfilava fino al Museo del Bardo, sotto una pioggia battente, ma la gente diceva che non aveva paura perchè aveva abbattuto il muro della paura nel 2011, facendo cadere la dittatura.

lunedì 30 marzo 2015

Oltre i tre metri quadri: il nuovo rapporto di Antigone relativo alle carceri


 


Colpisce subito un numero: il 100,8%, che si riferisce al tasso di affollamento delle carceri italiane. Si tratta di uno dei tanti numeri che fanno parte delle ricerche svolte per l'annuale rapporto di Antigone sullo stato degli istituti di pena, quest'anno intitolato "Oltre i tre metri quadri".

Nel testo si legge che i detenuti presenti al 28 febbraio 2015 erano 53.982, di cui il 32% stranieri. Al 31 dicembre 2013 erano invece 62.536. Ad oggi sono dunque 8.554 in meno rispetto a fine 2013. Antigone sottolinea che questo cambiamento "non è tuttavia servito a risolvere completamente il problema del sovraffollamento: i posti regolamentari in tutte le carceri del Paese sono infatti 49.943 secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). "Se si tiene conto delle detenzioni transitorie - si legge nel documento - il tasso di sovraffollamento potrebbe salire al 118%". Sono poi circa 4.200 i posti inutilizzabili per manutenzione. I reati L’Italia è tra i Paesi più sicuri al mondo con un tasso di 0,9 omicidi ogni 100mila abitanti, addirittura al di sotto della media Ue.

Dall'inizio dell'anno sono stati regitrati 9 suicidi e 44 i detenuti si sono tolti la vita nel corso del 2014. Numeri, superiori alla media europea. Nelle nostre carceri sono inoltre detenuti 14 combattenti jihadisti.

Il rapporto parla anche dei braccialetti elettronici: sono duemila circa quelli in uso oggi e il loro noleggio costa 2,4 milioni di euro.

La ricerca ha riguardato anche il 41 bis, il carcere duro che viene commentato con i seguenti dati: "Nelle carceri italiane, il numero complessivo di detenuto sottoposti al regime duro del 41 bis è pari a 725 e, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione penitenziaria, sarebbero 14 i detenuti accusati o condannati per terrorismo internazionale jihadista".


Giovanni Torrente, di Antigone, ha così risposto alle nostre domande:


Come avete condotto l'indagine e quali i risultati significativi che emergono per quanto riguarda il sovraffollamento?



L’osservatorio di Antigone opera attraverso diversi strumenti, fra i quali uno dei più importanti è la visita all’interno degli istituti penitenziari. Antigone dispone infatti di un’autorizzazione ministeriale in base alla quale i suoi osservatori hanno la possibilità di visitare le carceri italiane e, attraverso una griglia di raccolta dati, verificarne le maggiori criticità.

Accanto a tale strumento, gli osservatori si avvalgono di informazioni raccolte tramite testimoni privilegiati, cronache giornalistiche e confronti con operatori del settore.

Tale attività quest’anno ha osservato la quotidianità detentiva a seguito dei provvvedimenti emanati per incidere sul sovraffollamento penitenziario. Il quadro che ne emerge mostra come, a fronte della diminuzione del numero di detenuti, non sia significativamente mutato il clima di tensione all’interno degli istituti. Ciò si deve anche al fatto che i provvedimenti adottati, pur incidendo significativamente sul numero di persone recluse, non ha invece toccato la composizione sociale della popolazione detenuta, che ancora oggi appartiene in larga parte a gruppi sociali fortemente marginali.




Un tema a noi caro: cosa scrive Patrizio Gonnella a proposito degli stranieri detenuti? E della possibilità, per loro, di professare la religione?



Chiaramente l’esercizio della propria religione costituisce un problema. Ciò si deve sia alla mancanza di spazi, sia alle limitate possibilità di accesso per i ministri del culto di alcune religioni – soprattutto islamica – sia infine per i pregiudizi culturali che ancora oggi accompagnano molti operatori della giustizia penale.



Nel report sono inserite infografiche che permettono di fare un confronto con la situazione carcaeraria di due anni fa: c'è stato un miglioramento? In che modo si dovrebbe intervenire per garantire i diritti di base ai detenuti?



Come dicevo, un miglioramento chiaramente c’è stato. Tuttavia non è riuscito ad incidere su quei fattori che ancora oggi incidono pesantemente sulla dignità della pena: dalla fatiscenza dei luoghi alla inadeguatezza del carcere nell’affrontare le situazioni di disagio in cui versano molti condannati (tossicodipendenza, malattia mentale, percorsi migratori irregolari ecc.).

Gli interventi necessari sarebbero naturalmente numerosi. La madre di tutte le riforme dovrebbe essere l’approvazione di un nuovo codice penale attraverso l’introduzione di un sistema di diritto penale minimo consono ai principi del garantismo penale. Ciò si tradurrebbe, tra l’altro, in una differenziazione delle pene, con la perdita della centralità del carcere a favore di altri strumenti puntivi (risarcitori, riparativi, interdittivi ecc.) A ciò si potrebbe accompagnare una riforma dell’ordinamento penitenziario in senso più favorevole alla tutela dei diritti fondamentali del condannato e che limiti i meccanismi più infantilizzanti delle procedure penitenziarie. Infine, occorrerebbe intervenire anche a livello organizzativo e strutturale. Il luogo di espiazione della pena dovrebbe infatti mutare radicalmente nelle sue pratiche e nei suoi luoghi, in modo da divenire qualcosa che ricordi sempre meno la prigione così come oggi noi la conosciamo.



Cosa recita l'Art. 35 e qual è il bilancio a sei mesi dalla sua entrata in vigore?



Il biliancio, allo stato attuale, è purtroppo piuttosto deludente. Come noto, la norma prevede un rimedio risarcitorio per quei detenuti che siano stati reclusi in condizioni ritenute dalla CEDU come inumane e degradanti. Tale rimedio si concretizza in un risarcimento pecuniario di 8 Euro per ogni giorno di detenzione in condizioni inumane e degradanti per quei detenuti che attualmente sono in libertà, e di uno sconto di pena di 1 giorno ogni 10 trascorsi nelle medesime condizioni per chi attualmente è ancora detenuto. Purtroppo tali rimedi si stanno attualmente scontrando con una giurisprudenza della magistratura di sorveglianza (che è l’organo preposto a riconoscere i risarcimenti) piuttosto altalenante e in alcuni casi eccessivamente restrittiva. Ne deriva quindi, in diverse situazioni, una scarsa effettività della norma nel porre rimedio alle violazioni commesse.
 
 

venerdì 27 marzo 2015

L'ultimo inganno per i migranti



di Stefano Liberti  (da internazionale.it)


L’idea di istituire in alcuni paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa “permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.


martedì 24 marzo 2015

Aggiornamento unioni omosessuali





La scorsa settimana è arrivato un segnale chiaro dall'Europarlamento in tema di unioni civili fra persone dello stesso genere. Con 390 voti favorevoli, 151 contrari e 97 astensioni è, infatti, passato il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone omosessuali. Per la nostra associazione è importante sottolineare che tale riconoscimento sia stato affermato come un “diritto dell'uomo”. Il passaggio si trova al punto 162 della relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo.

Pier Antonio Panzeri, firmatario della relazione, scrive: “Il Parlamento europeo prende atto della legalizzazione del matrimonio e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di Paesi nel mondo, attualmente diciassette, incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell'Ue a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili”.

Secondo Daniele Viotti, co-presidente dell'Intergruppo LGBT al Parlamento europeo:

l'Europa ha fatto importanti passi in avanti sul fronte dei diritti LGBT e la parità di genere” anche se non mancano le polemiche da parte dei gruppi cattolici (come avvenuto anche durante la commissione in tema di interruzione di gravidanza) e da parte del Presidente di Arcigay, Flavio Romani, il quale ha affermato: “Ben vengano tutti gli inviti e le raccomandazioni, peccato però che non siano in nessun modo obbligatori per gli Stati membri dell'Unione europea. Anche ciò che è stato approvato va a finire nel cassetto delle belle intenzioni. Se poi gli Stati non vogliono mettere in atto questi inviti, sono liberi di farlo”.

Ricordiamo che l'Italia, rispetto ai 28 paesi membri dell'Unione, si trova tra i nove che ancora non prevedono alcun tipo di tutela dei diritti delle coppie omosessuali anche se, come detto, nella relazione di Panzeri, i governi e le istituzioni vengono incoraggiate a contribuire ulteriormente alla riflessione sul tema.

sabato 14 marzo 2015

CORSO DI SPECIALIZZAZIONE sui DIRITTI UMANI


 
 
CORSO DI SPECIALIZZAZIONE
SULLA CONVENZIONE EUROPEA
DEI DIRITTI UMANI
Moduli monotematici

 
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) è venuta assumendo negli anni un ruolo sempre più significativo nel contesto di 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa, soprattutto in ragione dell’effettività della tutela dei diritti fondamentali apprestata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, organo giurisdizionale permanente con sede a Strasburgo, che vigila sul rispetto da parte degli Stati membri degli obblighi previsti dalla CEDU.
Elemento cardine del sistema di protezione dei diritti umani approntato dalla CEDU è il principio di sussidiarietà, in base al quale gli Stati membri devono assicurare il rispetto degli obblighi sanciti nella Convezione: spetta, quindi, in primo luogo al giudice interno adoperarsi affinché le violazioni dei diritti umani trovino un’adeguata riparazione a livello nazionale. Solo nella misura in cui i rimedi interni siano stati intrapresi ed esauriti infruttuosamente, la Corte di Strasburgo può essere adita e intervenire per dichiarare la violazione patita del singolo individuo.
Da ciò si ricava il rilievo che assume il giudice interno quale primo garante della Convenzione, nonché l’importanza della giurisprudenza della Corte EDU in Italia, che non a caso viene sempre più richiamata nelle sentenze dei giudici nazionali nelle diverse materie di ogni grado. Correlativamente emerge il ruolo fondamentale assunto dall’avvocato che ha l’opportunità di utilizzare uno strumento straordinario per la tutela dei diritti fondamentali dei propri assistiti. Considerazioni che evidenziano l’importanza di approfondire la conoscenza di alcuni temi maggiormente trattati nella giurisprudenza della Corte EDU e di conoscere il funzionamento e la struttura di questo giudice sovranazionale.
Nasce da qui l’idea di un Corso di specializzazione sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo organizzato in moduli monotematici. Il corso sarà articolato in una serie di 6 distinti moduli della durata di sei ore (9:00 – 16:00). È prevista la possibilità di seguire ciascun modulo anche singolarmente.
Il costo per la partecipazione al singolo modulo è di € 50,00. È previsto il prezzo agevolato di € 250,00 per chi voglia partecipare a tutti e sei i moduli previsti.
Le lezioni si terranno presso la Sala Seminari della Cassa Forense (Via Ennio Quirino Visconti, 8) nei seguenti venerdì del corrente anno: 20 marzo, 24 aprile, 15 maggio, 22 maggio, 19 giugno, 3 luglio per un massimo di 70 partecipanti.




Avv. Anton Giulio Lana
Segretario Generale UFTDU

I MODULO – Il ricorso individuale

  • Evoluzione del ricorso individuale
  • La legittimazione ad agire
  • La legittimazione passiva
  • Qualità di vittima
  • Regola del previo esaurimento
  • Termine dei sei mesi
  • Non manifesta infondatezza
  • Altre condizioni


II MODULO – Il processo dinanzi alla Corte europea

  • Istituzione e competenze della Corte
  • Composizione e organizzazione interna
  • La procedura di esame dei ricorsi
  • Le misure provvisorie e trattazione prioritaria
  • La procedura delle sentenze pilota
  • Il componimento amichevole
  • L’esecuzione delle sentenze


III MODULO – Diritto alla vita e divieto di tortura

  • La protezione della vita
  • Obblighi positivi e obblighi negativi
  • Obblighi di natura procedurale
  • La nozione di tortura e di trattamenti inumani o degradanti
  • Il trattamento dei detenuti e la questione del sovraffollamento carcerario
  • Garanzie in materia di estradizione ed espulsione degli stranieri

IV MODULO – Le garanzie in materia penale

  • Ambito di applicazione delle garanzie in materia penale (artt. 6 e 7 CEDU)
  • Il principio di legalità dei delitti e delle pene
  • Il principio del contraddittorio
  • L’effettività dell’assistenza difensiva
  • Il diritto ad essere presenti
  • Il diritto di esaminare i testimoni a carico
  • Il diritto ad un’informazione precisa sui motivi dell’accusa
  • La presunzione d’innocenza


V MODULO – Vita privata e familiare

  • La nozione di vita privata
  • La nozione di ingerenza
  • Legalità e proporzionalità
  • La nozione di vita familiare
  • La tutela dei minori
  • La tutela dell’orientamento sessuale
  • La tutela dell’autodeterminazione in rapporto alle decisioni sul fine vita
  • I diritti delle coppie dello stesso sesso


VI MODULO – La tutela della proprietà

  • La nozione di bene
  • Le misure espropriative: requisiti di legalità e proporzionalità
  • Le misure di regolamentazione dell’uso dei beni
  • Il problema della confisca per lottizzazione abusiva
  • La tutela della legittima aspettativa
  • Il problema delle norme di interpretazione autentica con effetto retroattivo
  • La tutela del salario e delle pensioni e l’incidenza della crisi economica


Docenti: Paolo Cancemi; Enzo Cannizzaro; Francesco Crisafulli; Maurizio de Stefano; Fabio Gullotta; Anton Giulio Lana; Vittorio Manes; Cesare Pitea; Nicola Napoletano; Andrea Saccucci; Lucia Tria

Tutor: Micol Barnabò; Laura Cotroneo; Giulia Borgna; Alessio Sangiorgi

Segreteria organizzativa: Gioia Silvagni



Sono stati richiesti crediti formativi al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.


Per info: tutela@unionedirittiumani.it
UNIONE FORENSE PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI
Via Emilio de’ Cavalieri 11 – 00198 Roma
Tel. +39 06 8412940
 
 

giovedì 26 febbraio 2015

La Grecia, l'Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca




 


L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale può essere l'apporto del nuovo governo per l'Europa e, quindi, anche per l'Italia.

Ringraziamo moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.




La Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?


Le conseguenze sono state: l'impoverimento, con tagli agli stipendi e alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito, nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di lavoro e l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni e questo ha comportato l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la pressione fiscale e l'ultimo caso è stato quello della tassa sulla prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali dell'immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più alti rispetto al valore reale. C'è stato, quindi, un ribaltamento totale rispetto alla situazione pre-crisi.

La disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via dalla Grecia, in cerca di fortuna all'estero.



Ma c'è stata davvero una piccola ripresa?



E' una ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio. La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario determinato che strozza tutto il resto.
In Grecia, inoltre, non c'era una base produttiva solida di partenza: è sempre stata un'economia fatiscente, un po' di servizio, e questa è una distorsione come lo è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo voglia mettere al palo.



In che modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all'Europa? 




Il nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate sulla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione (che a un'impresa costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando, soprattutto di carbuti. Un'altra misura sarebbe quella di rendere funzionale l'apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno importante, c'è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.

Per quanto riguarda l'Europa: la Grecia, all'inzio, era veramente sola. Negli ultimi tempi c'è stata una timida apertura da parte, ad esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia nel governo greco.

Secondo me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker, conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l'errore nella gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia, senza un controllo. C'è anche una bella immagine che vorrei ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano...

Probabilmente tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si finirà per trattare con Marine Le Pen.




Quali sono i motivi dell'alleanza con gli indipendenti greci e l'apertura verso Anel?


I greci erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.

Anel è un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è la retorica, l'ideologia contro l'austerità (e lì si possono incontrare tutti).

A sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha commentato la riunione con l'eurogruppo allo stesso modo di Alba dorata, quindi c'è una chiusura totale.

In questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è vero che c'è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta muovendo e non dialoga solo con il resto dell'Europa. La posizione geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina...) e questo dovrebbe far riflettere.








mercoledì 25 febbraio 2015

Convenzione del Consiglio d'Europa contro la violenza sulle donne



Il Ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero, alla presenza del Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni, ha firmato a Strasburgo la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. La firma segue la mozione unitaria del Senato su questo tema votata il 20 settembre ed è accompagnata da una nota verbale in cui si specifica che la firma avviene nel rispetto dei principi della Costituzione italiana.

Nel loro incontro a Strasburgo, al quale ha preso parte anche il Sottosegretario agli Esteri Marta Dassù, il Ministro Elsa Fornero e il Vice Segretario Generale del Consiglio d’Europa Gabriella Battaini-Dragoni hanno sottolineato che la firma della Convenzione da parte dell'Italia è un passo fondamentale per proseguire l’azione del Paese contro queste forme di violenza che colpiscono le donne e le bambine.

La Convenzione di Istanbul, aperta alla firma l’11 maggio del 2011, costituisce oggi il trattato internazionale di più ampia portata per affrontare questo orribile fenomeno e tra i suoi principali obiettivi ha la prevenzione della violenza contro le donne, la protezione delle vittime e la perseguibilità penale degli aggressori. La Convenzione mira inoltre a promuovere l’eliminazione delle discriminazioni per raggiungere una maggiore uguaglianza tra donne e uomini. Ma l’aspetto più innovativo del testo è senz’altro rappresentato dal fatto che la Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione.

All’indomani dell’approvazione in Senato del DDL di ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale, il via libera alla firma della Convenzione di Istanbul ha rappresentato l’ulteriore segnale di una piena “consapevolezza che è di conforto al Governo” - afferma il Ministro Fornero - “e gli dà la forza per continuare in questa azione di diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e la sanzioni, ma soprattutto che faccia crescere in ciascuno di noi qualcosa di positivo proprio nell’accettazione del prossimo”. E proprio sulla scia della recente approvazione del disegno di legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’auspicio è che il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, di prossima presentazione, possa ricevere la stessa condivisione in sede parlamentare e venga approvato in tempi rapidi.

“Desidero sottolineare l'aspetto innovativo della Convenzione del Consiglio d'Europa alla cui elaborazione l'Italia ha molto contribuito - afferma il vice-Segretario Generale Gabriella Battaini-Dragoni; la Convenzione di Istanbul è una delle ultime preparate a Strasburgo e può essere ratificata anche da paesi non europei come quelli della politica di vicinato”.



giovedì 19 febbraio 2015

Giovani profughi si raccontano con la fotografia: “Between – In sospeso”



Parla di giovani profughi in cerca di un futuro, la mostra dal titolo Between – In sospeso della fotografa Nanni Schiffl-Deiler, allestita nel foyer del Goethe Institut Rom, a Roma dal 9 febbario al 9 aprile 2015.                          


Questa mostra evidenzia lo stato dei profughi come esseri umani che si sforzano di esprimere, malgrado tutta la delusione e la disperazione, il loro destino difficilmente sopportabile. Le fotografie di questi giovani rifugiati comunicano come si svolge la loro vita quotidiana: molto vuoto, molto disordine, pochi esseri umani, talvolta solo ombre, sempre nuove strade...”: queste alcune parole con cui Lothar Krappmann – membro del Comitato ONU sui diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza 2003/2011 – commenta il lavoro della fotografa tedesca.

I ragazzi e le ragazze non sono solo i soggetti delle immagini, illuminati da una luce caravaggesca e spirituale su fondo buio, ma sono anche coloro che hanno usato il mezzo fotografico per esprimere raccontarsi. Un racconto che unisce foto e parole: “ A tutt'oggi non mi è dato sapere se posso rimanere qui in Germania o meno. Così, ogni mia giornata è priva di un futuro perchè non mi è concesso concepirlo” dice Hossein dall'Afghanistan; “ ...Al momento non sto per niente bene perchè non sono soddisfatto del modo in cui sono costretto a vivere. Mi auguro che rpesto cambi qualcosa”, afferma Michel dalla Nigeria; “ Felicità significa per me essere spiritualmente liberi. Se sono libera, anche il mio cuore si affranca”, questa è l'opinione di Eva dall'Uganda.

Nanni Schiffl-Dieler, per questo progetto, è partita dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo e ha voluto lavorare per e con i giovani profughi.



Eccovi la breve intervista che l'Associazione per i Diritti Umani ha fatto alla fotografa. (Ringraziamo anche la traduttrice Claudia Giusto)



Perchè la scelta di parlare dei profughi e dei rifugiati giovani?

Con questa mostra ho voluto richiamare l’attenzione sulla situazione dei profughi minorenni non accompagnati e adolescenti, perché sono proprio loro ad avere bisogno di maggiore protezione. Spesso purtroppo anche qui in Europa al loro arrivo non viene rispettata la convenzione ONU sui i diritti dell’infanzia, sottoscritta dagli stati membri dell’Unione Europea.

Come si è sviluppato il progetto fotografico?

Una fotocamera digitale compatta con il compito di fotografare semplicemente la loro quotidianità. In modo spontaneo, senza un vero tema. Abbiamo parlato dei muri, visibili e invisibili, di fronte ai quali costantemente si ritrovano. Per molto tempo durante i nostri incontri periodici abbiamo osservato le immagini e ne abbiamo discusso. Poi ho fatto loro delle domande e li ho ritratti.

Quali sono le aspettative e le difficoltà di queste persone (considerando anche le differenti aree di provenienza)?

Questi ragazzi desiderano una vita in libertà e sicurezza, un’istruzione, vogliono potersi costruire una famiglia. Tutte cose che fanno parte della dignità umana. Dopo una fuga spesso pericolosa e traumatica, le difficoltà hanno inizio con l’arrivo nella “Fortezza Europa”. Spesso questi ragazzi vengono sistemati in Centri di primo soccorso e accoglienza insieme agli adulti, devono studiare in condizioni molto difficili. L’obbligo di residenza non gli permette di muoversi liberamente. Solitamente devono vivere a lungo nella condizione di sospensione temporanea del provvedimento di espulsione (Duldung), il che comporta un grave peso psicologico. Particolarmente difficile è la situazione dei giovani africani, sempre più svantaggiati rispetto agli altri a causa del colore della loro pelle.

Qual è il loro rapporto con il Paese d'origine e i loro familiari?

La maggior parte di loro non ha più alcun contatto con famiglia, parenti e amici. È un argomento molto delicato, del quale per molto tempo non riescono neppure a parlare. Sentono la mancanza della loro terra di origine e delle persone che hanno lasciato. Alcuni di loro sono stati mandati via proprio dalla famiglia nella speranza di una vita migliore per loro.

Fotografie e parole: due modi diversi di esprimere emozioni...

È la mia prima mostra fotografica nella quale coniugo fotografia e testo. L’argomento è molto complesso e volevo esprimere insieme emozioni e fatti mettendoli sullo stesso piano. In particolare per me era importante far notare la discrepanza tra i Diritti dell’Uomo sanciti dall’ONU, che spettano ad ogni persona indifferentemente dalla razza, e le condizioni di vita nei paesi di origine. E volevo dare visibilità a questi ragazzi attraverso le loro immagini e le loro citazioni, mostrando come ogni profugo, anonimo nella massa, sia sempre una persona.




martedì 25 novembre 2014

Carovana per i diritti dei migranti per la dignità e la giustizia

Riceviamo questo comunicato e lo facciamo girare perché anche l'Associazione per i Diritti Umani aderirà a questa iniziativa.

Soleterre ha aderito come soggetto promotore alla Carovana Italiana per i diritti dei Migranti per la dignità e la giustizia che attraverserà l’Italia partendo da Lampedusa il 23 novembre per arrivare a Torino il 6 dicembre. Sta inoltre lavorando con altre realtà milanesi all’organizzazione di due momenti di approfondimento e confronto in occasione della tappa di Milano il prossimo 4 dicembre
La Carovana è la prima iniziativa per i diritti dei migranti realizzata in collaborazione e in simultanea alla Carovana delle Madri centroamericane in cerca dei parenti scomparsi, che per il decimo anno, percorrerà le strade che dal Centroamerica arrivano fino agli Stati Uniti attraversando il Messico, sulla rotta dei nuovi schiavi: ogni anno 400.000 migranti irregolari, senza autorizzazione o documenti, attraversano la frontiera tra Messico e Guatemala. La maggior parte di loro - uomini, donne e sempre più bambini e adolescenti - sono centroamericani che lungo le rutas verso gli Stati Uniti subiscono abusi, rapine, violenze e sequestri da parte della criminalità organizzata e dai funzionari, militari e agenti della migrazione con essa collusi. Solo il 20% riesce a raggiungere gli Stati Uniti. Ogni anno migliaia di persone scompaiono senza lasciare traccia mentre la tratta di esseri umani, dopo droga e armi, è diventata la terza fonte di guadagno della criminalità organizzata con introiti tra i 7 e i 10 miliardi di dollari l’anno. Scarica da qui il rapporto di Soleterre sulla situazione dei migranti in Messico.
In collaborazione con Amnesty International, Soleterre ha organizzato gli eventi della tappa di Milano di giovedì 4 dicembre. Siete invitati ad unirvi a noi in un doppio appuntamento:
Migrazione e criminalità organizzata in Messico 
h.15:00 presso l'Università degli studi di Milano, via Conservatorio, 7 - Milano
Realizzato con l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano, l'incontro vuole far luce sulla realtà del processo migratorio che porta centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini centroamericani verso gli Stati Uniti attraverso il Messico - primo corridoio migratorio del mondo - e sui meccanismi che trasformano i migranti in vittime di abusi e violenze, traffico e tratta da parte della criminalità organizzata. Il tutto nell’indifferenza, che troppo spesso si trasforma in connivenza, delle istituzioni statali. Ma anche sul ruolo fondamentale della società civile per denunciare quanto accade, proteggere le vittime e sostenere i difensori dei diritti umani.
Leggi il programma
Frontiere. In Messico come nel Mediterraneo: esseri umani, non numeri 
h.19:00 presso la casa dei Diritti, via De Amicis, 10 - Milano
Una serata di approfondimento e riflessione per avvicinare la società all’esperienza che vivono le persone che lasciano il proprio Paese e vengono spesso disumanizzate nella loro condizione di migranti. Un’occasione per ascoltare le testimonianze dirette di attivisti e difensori dei diritti umani provenienti da Messico, Centroamerica e Tunisia, persone che ogni giorno rischiano la vita per denunciare quanto accade e proteggerle. Seguendo un filo che unisce il Messico al Mediterraneo, luoghi dove ogni giorno si consuma il dramma di migliaia di uomini, donne e bambini che, cercando di scappare da violenza, povertà e guerra, troppo spesso trovano solo altro dolore e morte. Il confronto sarà preceduto da una performance teatrale sul tema della migrazione "Sogno, libertà, disobbedienza"presentato da Fandema - Teatro sociale.
Leggi il programma
 

Volontà della Carovana è di richiamare l’attenzione sulla crudeltà e l’iniquità di politiche migratorie che a livello globale, in Italia come in Messico, sono caratterizzate dal disprezzo per i diritti umani di centinaia di migliaia di persone, che scappano da guerre, violenza e fame.
Politiche che invece di accogliere, sono pensate per respingere e criminalizzare e che hanno come effetto quello di lasciare campo libero alla criminalità organizzata, che del traffico e della tratta di persone ha fatto ormai una delle sue attività più lucrative.
Vogliamo, oggi più che mai, esprimere la nostra vicinanza e solidarietà a centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini migranti che subiscono abusi, violenze e muoiono ovunque nel mondo. Morti che con leggi diverse si potrebbero evitare.
Faranno parte della Carovana italiana un gruppo di ospiti in rappresentanza delle esperienze solidali e di lotta dei migranti mesoamericani. Testimoni straordinari, che rischiano quotidianamente la vita per opporsi al potere delle bande criminali e dei settori corrotti dello stato: ci racconteranno di come agiscono i mercanti di esseri umani in Centro America e Messico, di come le autorità e gli Stati non abbiano saputo e voluto contrastarli. Clicca qui per i loro nomi e le loro biografie.
 
INVITIAMO ANCHE VOI A SOSTENERE, PROMUOVERE ED ADERIRE ALLA CAROVANA E A PARTECIPARE ALLA RACCOLTA FONDI CHE CONSENTIRÀ DI COPRIRNE LE SPESE, DAL MOMENTO CHE NON RICEVE ALCUN FINANZIAMENTO PUBBLICO.

Clicca qui per conoscere tutte le tappe della Carovana Italiana.
 
PER MAGGIORI INFORMAZIONI E PER ADERIRE ALLA CAROVANA
Web: www.carovanemigranti.org
Facebook: https://www.facebook.com/carovanemigranti
Twitter: https://twitter.com/Cmigranti