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venerdì 16 ottobre 2015

La crisi dell'attività agricola nelle opere di Moira Ricci



Un progetto intitolato “Capitale terreno” racchiude due mostre interessanti dell'artista Moira Ricci, nata nella campagna maremmana e da sempre fedele alla cultura della (sua) terra. Moira Ricci è presente a Milano – presso lo Spazio Oberdan, fino al 18 ottobre 2015 – con due lavori: Da buio a buio e Dove il cielo è più vicino in cui, attraverso fotografie, video, installazioni, raccoglie narrazioni, racconti popolari, testimonianze di un mondo, quello contadino, in via di estinzione. La sua arte fa riflettere sulle nuove forme di economia, sulla fine della tradizione, sulla crisi contemporanea, attraverso metafore e suggestioni che affondano le radici nel Passato e nell'attualità.



Abbiamo rivolto alcune domande a Moira Ricci e la ringraziamo.






Qual è il filo conduttore tra la civiltà contadina e la contemporaneità?



Ogni civiltà nasce contadina. Mi sembra che l'economia mondiale, basata su un capitalismo che pensa solo ai consumi, non sia più in grado di preservare non solo la libertà degli individui e il loro benessere, ma anche la salute del pianeta stesso. Sarebbe prezioso recuperare un po' della consapevolezza contadina per ritrovare un equilibrio tra gli uomini e il mondo che abitano.



Quanto è importante il recupero della Memoria per porre le basi di un futuro di uguaglianza e di giustizia (anche nella redistribuzione dei prodotti della terra)?



Penso che sia fondamentale tener conto della memoria. Se si conoscesse bene la storia, non si continuerebbe a sbagliare.



Quale sarà il futuro dell'attività agricola in Italia?



Purtroppo io ho una visione pessimistica per l'imminente futuro. Adesso siamo dentro al passaggio da un'era all'altra e l'impatto con il cambiamento è stato forte. Credo che sarà un periodo lunghissimo e molto doloroso. Anche l'agricoltura in questo momento è in piena crisi grazie alle leggi sempre più stupide da parte dei governi e delle multinazionali e grazie al quasi totale disinteresse sull'argomento da parte dei mezzi d'informazione.




Ci può anticipare una leggenda che ha raccolto durante le ricerche che ha effettuato per il suo lavoro?

 

Quelle che ho conosciuto durante le ricerche sono “l'uomo-cavallo” che aveva una metà del corpo somigliante ad un equino e “la donna col foco al culo” (scusate il termine ma la chiamavano così), una signora che, a seguito dell'incendio alla sua casa nella collina vicino a casa mia, è scesa di corsa giù verso il mare tutta infuocata. Era diventata un personaggio pauroso per i bambini della zona degli anni '50-'60 perchè gli adulti usavano questa storia per intimorirli. Le storie di cui parlo invece in mostra sono le uniche quattro che conoscevo fin da piccola.

giovedì 17 settembre 2015

Non è tempo di annunci: le proposte #possibili sul caporalato




di Marco Omizzolo          (anche su www.possibile.it)







Tutti ora hanno scoperto che nelle nostre campagne esiste il caporalato. E tutti avanzano proposte risolutive del problema con una disinvoltura che lascia esterrefatti. Eppure il problema è noto da anni. La Flai-CGIL da tempo pubblica un dossier dal titolo Agromafie e caporalato con il quale fotografa il fenomeno dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli, soprattutto migranti, denuncia il ricatto sessuale praticato in alcune aree del paese, in particolare in Sicilia, e raccoglie testimonianze anche nel Nord Italia dove ugualmente vige la regola della prevaricazione del più forte sul più debole. Il Nord Italia non è infatti esente dal fenomeno. Area dove la Lega è particolarmente forte, sostenuta anche da quei padroni che la sera urlano contro gli immigrati, ansiosi di accendere ruspe e falò, mentre la mattina raccolgono, coi loro furgoni, braccianti indiani, africani e italiani per farli lavorare nel loro campo a tre euro l’ora.
La pubblicistica in materia ha ormai raggiunto un livello di analisi senza dubbio rilevante. I dossier di Medici senza Frontiere, di Amnesty, della cooperativa In Migrazione, di Medu o di Filierasporca e non solo, hanno denunciato le condizioni di lavoro e di salute di migliaia di braccianti in Italia e le responsabilità di un sistema che comprende molti attori (Migranti e territori, Ediesse editore). Si consideri che il primo dossier di Medici senza frontiere è del 2005 e certo all’epoca la politica non è intervenuta nel merito del problema come poteva e doveva fare. I servizi di Fabrizio Gatti in Puglia già nel 2006 raccontavano l’inferno delle nostre campagne, dove si vive per lavorare e a volte si muore nel silenzio generale. Accade ancora oggi. Appena qualche giorno fa la notizia di un lavoratore migrante morto nelle campagne pugliesi di Rignano Garganico, caduto in uno dei 57 cassoni di pomodori che aveva raccolto durante il giorno. La vittima, originaria del Mali, aveva circa trent’anni e del cadavere per ora non c’è traccia, forse occultato dai caporali o dai padroni. Recentemente la sociologa Fiammetta Fanizza su La Gazzetta del Mezzogiorno si è correttamente domandata dove siano l’Inps, la Guardia di Finanza e gli ispettori del lavoro. Ha ragione Fanizza quando afferma che esiste una catena di caporalato che ha completamente occupato uno spazio di mercato. Ed è per questo che il complesso delle responsabilità e complicità va molto oltre i soli padroni, sfruttatori e trafficanti di uomini e di donne ma coinvolge esponenti politici, impiegati e funzionari pubblici, liberi professionisti, in particolare avvocati, consulenti del lavoro, ragionieri e commercialisti, insieme alla Grande Distribuzione Organizzata, troppo poco chiamata in causa.   

 

Le norme avanzate da tutti i governi nel corso degli anni hanno avvantaggiato il sistema dello sfruttamento, sino a renderlo vincente sul mercato locale e internazionale. Si sono continuati a dare finanziamenti pubblici ad aziende amministrate da truffatori, mafiosi e sfruttatori, si è eluso il problema del caporalato nonostante la relativa legge, impedendo che essa incidesse sui patrimoni dei padroni e delle aziende, si è agevolata la Grande Distribuzione Organizzata nascondendone la centralità, sinonimo di responsabilità diretta, nel sistema di produzione agricolo e di sfruttamento della relativa manodopera. I governi hanno attentamente evitato di attaccare padroni e caporali, e con le loro riforme hanno reso più difficile l’accesso alla giustizia da parte dei lavoratori vittime di questo sistema, delle associazioni e sindacati. La giustizia spesso non funziona e a farne le spese, ancora una volta, sono i più deboli e i più fragili. In provincia di Latina la coop. In Migrazione, ad esempio, ha aiutato un bracciante indiano a presentare denuncia nei confronti del suo datore di lavoro che per ben tre anni gli riconosceva appena 300 euro al mese per dieci ore di lavoro al giorno, sabato e domenica compresi. Sono trascorsi due anni e ancora si deve tenere la prima udienza. E nel frattempo quel lavoratore si è trasferito in altra regione, peraltro insieme ai due testimoni che faticosamente aveva cercato e trovato. È un caso banale ma eloquente. È quello che capita quando lo Stato abdica ai suoi doveri ed è attento solo a difendere imprenditori a prescindere dalle modalità della loro condotta imprenditoriale (etica ed economica) e dal funzionamento delle proprie strutture, soprattutto di quelle periferiche. Ora si apprende che il governo avrebbe dichiarato guerra al caporalato. Non può che essere un bene se ai proclami seguiranno atti concreti.
È tempo dunque di agire ma bisogna farlo con cognizione di causa, evitando scivoloni clamorosi come quello di chi avanza, come recentemente proposto da Roberto Saviano, modelli impresentabili e improponibili come quello californiano, in realtà fondato sullo sfruttamento dei migranti, soprattutto messicani, e sul caporalato. Un sistema figlio della ristrutturazione post-fordista dei sistemi produttivi, come afferma la sociologa Alessandra Corrado, e della trasformazione dei rapporti sociali. Nel modello californiano, solo per informare Saviano, il ricorso al lavoro immigrato si configura come una “necessità strutturale”, come afferma lo studioso Berlan sin dal 2002, in cui i lavoratori devono essere disponibili quando richiesto dalle esigenze della produzione, che non sono programmabili in quanto mutevoli nel tempo e soggetti a variabili non determinabili. Insomma si lavora secondo le necessità proprie della produzione con salari che variano di conseguenza. Una produzione flessibile che rende precario e sfruttato il lavoratore. Un modello da tenere lontano da questo paese.
Esistono però alcune proposte dalle quali partire per un ragionamento nel merito e qualificato. Proposte già avanzate e pubblicate, per esempio nel volume Expo della dignità di Catone e Boschini (Novecento editore).
La prima è di natura politica e prevede di stare al fianco dei lavoratori, di chi vive ogni giorno sul proprio corpo lo sfruttamento, ovunque esso si manifesti, e reagire contro i responsabili (non solo i padroni e i caporali ma anche i molti consulenti del capitale) con una determinazione nuova, ad oggi ancora solo annunciata.
Secondo poi, sebbene il reato penale di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” del 2011 sia una vittoria storica fondamentale, esso colpisce i “caporali” e non i datori di lavoro responsabili dello sfruttamento. Il “caporalato” è solo una delle forme dello sfruttamento lavorativo; questo strumento normativo deve essere migliorato. Senza questo cambio di prospettiva, si rischia di arrestare un caporale (italiano o straniero) per sostituirlo con uno nuovo, a vantaggio di imprese che violano i diritti umani insieme a quelli dei lavoratori. Questa proposta forse vedrebbe la netta opposizione di molte categorie datoriali, attente a difendere il made in Italy nelle nostre piazze ma meno i diritti dei lavoratori alle loro dipendenze, ma qualcuno in questa battaglia bisognerà pure con determinazione convincere o scontentare. E ancora, il Decreto legislativo n.109 del 16 luglio 2012 ha introdotto alcune aggravanti al crimine di impiego di lavoratori migranti irregolari, tra cui il caso di “condizioni lavorative di particolare sfruttamento”, e la sanzione accessoria del pagamento del costo di rimpatrio. In realtà, la Legge ha omesso di adottare alcune misure non penali contro i datori di lavoro raccomandate dall’Unione Europea, tra cui l’esclusione dai sussidi pubblici, inclusi i finanziamenti europei, l’esclusione dalla partecipazione ad appalti pubblici, la chiusura degli stabilimenti o ritiro delle licenze e l’imposizione dell’obbligo del pagamento delle retribuzioni arretrate ai lavoratori migranti irregolari. Tali mancanze mettono in discussione il reale effetto protettivo della Legge italiana sui diritti dei lavoratori migranti irregolari, e oggi ne paghiamo le conseguenze.
Un’altra proposta potrebbe riguardare la promozione di un DDL sul mercato del lavoro agricolo, affinché possa essere gestito in modo pubblico e trasparente, e mediante il coinvolgimento dell’Inps fare incontrare in tempi brevi e in modo efficace domanda e offerta. Una proposta di buon senso che il Ministro Poletti potrebbe fare sua.
Sarebbe utile anche il pieno ed effettivo recepimento nella legislazione nazionale delle disposizioni in materia di parità di trattamento sia relativamente all’accesso alle prestazioni assistenziali che a quelle alla sicurezza sociale e la cancellazione definitiva della Bossi-Fini è poi di fondamentale importanza.
Infine, importante sarebbe la riconduzione del reato di caporalato nel 416bis. L’associazione mafiosa è evidente nel momento in cui le modalità di reclutamento e sfruttamento dei lavoratori ne comportano la subordinazione attraverso atti violenti, minacce, percosse continue, reiterate e non contrastate. La politica deve rispondere presto a questa sfida assumendosi una responsabilità storica senza precedenti. Sarà ora la volta buona? L’eventuale fallimento dell’occasione che in queste ore pare aprirsi può comportare una grande reazione civile del mondo del lavoro; una mobilitazione che manifesti tutta l’indignazione di chi ogni giorno è costretto a trascinare sui campi agricoli le catene di questa nuova forma di schiavitù. Proposte insomma che un governo attento dovrebbe cogliere, come dice di voler fare, e sulle quali si potrebbe avviare una riflessione qualificata e ampia. Perché si liberi questo paese dal giogo della schiavitù, dello sfruttamento e delle mafie, e sia resa giustizia a quei lavoratori e lavoratrici morte nei campi agricoli per aver obbedito al loro caporale o padrone. Per loro dovremmo agire quanto prima, andando ben oltre i proclami e gli annunci.


martedì 8 settembre 2015

La cooperativa “Giovani in vita” ottiene l'attenzione delle istituzioni





In merito alla notizia sulle minacce da parte della mafia nei confronti della Cooperativa “Giovani in vita” (leggi precedente nostro post), pubblichiamo il seguente comunicato:



Il Vice Presidente della Regione Calabria Antonio Viscomi, insieme all’Assessore alle Politiche Sociali Federica Roccisano, oggi 31/08/2015 a Sinopoli a manifestare solidarietà alla Coop. Soc. Giovani in Vita



Ad attirare l’attenzione delle Istituzioni sono state le ultime vicende che hanno interessato la Cooperativa Sociale Giovani in Vita diretta da Domenico Luppino:

  • in data 11 agosto presso i terreni sequestrati alla Famiglia Oliveri e ricadenti in agro del comune di Anoia, la Cooperativa ha subito il furto di un mezzo agricolo depositato all’interno di un capannone;
  • il 19 agosto incendiati alcuni alberi di ulivo di proprietà del direttore generale Domenico Luppino;
  • in data 25 agosto, di nuovo presso i terreni di Anoia, ennesimo atto intimidatorio con esplicita minaccia di morte nei confronti del direttore generale Domenico Luppino.

L’incontro di oggi, presso la sede della Cooperativa, ha posto in evidenza le difficoltà oggettive della Cooperativa nell’operare in un contesto non facile. Ricordiamo, infatti, che la cooperativa opera su territori confiscati alla ‘ndrangheta.

I rappresentanti istituzionali Viscomi e Roccisano hanno espresso la loro vicinanza al direttore e ad alcuni dei collaboratori presenti riconoscendo il valore etico e sociale dell’operato di Giovani in Vita; hanno inoltre mostrato interesse e disponibilità a valutare le possibili iniziative volte a tutelare chi opera su terreni confiscati alla ‘ndrangheta.

Finalmente una risposta da parte delle Istituzioni che hanno il Dovere di sostenere attivamente, e non solo formalmente, tutte quelle realtà tanto positive quanto fragili che affondano le proprie radici in un contesto che da sempre tende ad isolarle.

sabato 29 agosto 2015

Storia di una cooperativa sociale minacciata dalla mafia






27 agosto 2015: l'ennesima intimidazione. questa volta una minaccia di morte rivolta al direttore generare della Cooperativa Giovani in Vita, Domenico Luppino. 


 
 




La Cooperativa Sociale Giovani in Vita conta oggi 26 soci ed è nata nel nell'ambito del PON Sicurezza e Sviluppo nel Mezzogiorno d'Italia 2002-2006 come risultato di un progetto del Consorzio di nove comuni della Piana di Gioia Tauro denominato "Impegno Giovani" di cui faceva parte il comune di Sinopoli, allora amministrato da Domenico Luppino (oggi Direttore Generale della Cooperativa) e da questi fortemente voluta anche per dare una risposta concreta alle diverse intimidazioni subite da parte della criminalità organizzata.



La Cooperativa aveva ed ha come principale finalità il recupero di soggetti svantaggiati attraverso l'offerta di un'opportunità di lavoro sia nel settore agricolo, con la coltivazione e produzione sui terreni confiscati alla 'ndrangheta, sia nel campo dei servizi offerti anche e soprattutto ad altri imprenditori agricoli vittime della mafia che hanno difficoltà a reperire le maestranze disposte a lavorare sui loro terreni.   





La cooperativa opera su un totale di circa 700 ettari di terreni coltivati a uliveto, agrumeto e seminativo divisi tra confiscati, sequestrati o di proprietà di altre aziende agricole private. Risale al 2008 l’assegnazione dei primi terreni (circa trenta ettari) confiscati ad alcune famiglie malavitose dei comuni di Oppido Mamertina e Varapodio, entrambi in prov. di Reggio Calabria, e Limbadi (provincia di Vibo Valentia) e di Sinopoli stesso. La nostra scelta di offrire un'opportunità LEGALE di lavoro a uomini e donne del posto, ha da sempre riscontrato l'opposizione da parte di molte persone e talvolta anche da parte di taluni che, in maniera nemmeno tanto velata e seppur lontani dalla 'ndrangheta, ci hanno "suggerito" di "lasciar perdere" perché "contro certe realtà è una battaglia persa" (cit. testuale). Per non parlare poi dei vari attentati, furti, incendi e quant'altro, che la Cooperativa, e ancor più il direttore Luppino, hanno subito sistematicamente in oltre dieci anni di attività. 



L'idea che ci spinge, però, ad andare avanti sulla nostra strada, e anzi a cercare sempre nuove opportunità di crescita e miglioramento per il nostro territorio, è la convinzione che solo attraverso la creazione di occasioni di lavoro, alternative al profitto "facile" proposto dalle organizzazioni criminali, riusciremo ad essere uomini e donne veramente liberi, anzi, come ci piace dire...



uomini e donne ‘NDRANGHETA FREE



Ecco perché da alcuni anni, ormai, abbiamo intrapreso un nuovo impegno confezionando la marmellata prodotta con le arance, i limoni, le clementine e gli altri frutti dei terreni confiscati e l'imbottigliamento dell'olio, fino a poco tempo fa venduto sfuso all'ingrosso, realizzato con le olive raccolte nei terreni di Sinopoli, Oppido Mamertina e Limbadi.



Nonostante gli svariati tentativi di impedirci o quantomeno ostacolarci nel nostro lavoro, stiamo proseguendo con fermezza sulla nostra strada e stiamo portando avanti il nostro progetto. Anzi, il nostro impegno nella ricerca di nuove opportunità di lavoro per la crescita della Cooperativa stessa e quindi degli uomini e delle donne che la compongono, è sempre maggiore. Ecco perché da meno di un anno abbiamo aperto un nostro punto vendita a Firenze ed un altro è in fase di apertura a Messina; abbiamo anche avviato un laboratorio di pasticceria e prodotti da forno sempre a Firenze e stiamo collaborando con Associazioni, Cooperative e altre realtà pubbliche e private di rilevanza anche nazionale e internazionale.



Giovani in Vita, solo per parlare degli ultimi anni, si è resa promotrice di alcune importanti iniziative sociali quali la costituzione di una Rete di Imprese denominata Calabria Solidale (un progetto di Chico Mendes Coop. Scarl di Milano) – rete di produttori calabresi che promuovono i principi di legalità, trasparenza, solidarietà, rispetto del lavoro, tutela dell’ambiente e del territorio e che mette in relazione piccoli agricoltori di una delle regioni italiane con maggiori difficoltà di sviluppo con i consumatori solidali – e di una Cooperativa di Comunità (TENORCA Terre Normanne di Calabria) finalizzata al recupero dal rischio di estinzione di un intero Comune, quello di Arena in provincia di VV, e al recupero di una specie di legume, il fagiolo Zicca Janca, coltura che sta scomparendo; la sottoscrizione di un Patto di Collaborazione con la "Misericordia di Firenze" per la fornitura a titolo gratuito delle eccedenze alimentari e dei prodotti in scadenza per la redistribuzione alle persone in difficoltà; un accordo di collaborazione con Emergency, finalizzata alla fornitura di prodotti alimentari e al riconoscimento di una parte del ricavato delle vendite alla stessa Associazione; una collaborazione con l’Associazione "SOS Rosarno" finalizzata all'impiego di migranti africani ospiti della tendopoli di San Ferdinando.


La Cooperativa ha anche avviato rilevanti rapporti commerciali con realtà quali SIAF, importante azienda pubblico-privata specializzata nelle forniture per le mense scolastiche e ospedaliere, e CTM Altromercato, la principale organizzazione di fair trade presente in Italia (con circa 300 Botteghe del Mondo) e tra le principali a livello internazionale.




https://www.facebook.com/pages/Cooperativa-Giovani-In-Vita-RC/344764342204778?ref=aymt_homepage_panel

mercoledì 19 agosto 2015

La comunità sikh nell'agropontino e il lavoro di braccianti



L'associazione Inmigrazione ha denunciato, recentemente, in un dossier le allucinanti condizioni di lavoro dei sikh che vivono nell'agropontino. L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Marco Omizzolo che ringrazia tantissimo per la disponibilità. 

 
Da quanto tempo gli indiani sikh vivono nell'agro pontino e com'è il loro processo di inserimento nella società italiana?   

 

La comunità punjabi si è costituita a partire dalla metà circa degli anni Ottanta. Prima poche decine persone, tutti giovani uomini impegnati nelle campagne pontine in attività di puro bracciantato agricolo e in parte nella zootecnia e nel florovivaismo, oggi è arrivata a contare circa 30mila persone. Una comunità organizzata, etnicamente connotata, prevalentemente ancora impegnata nel bracciantato agricolo e con forti legami con le altre comunità punjabi in Italia e nel resto del mondo. Purtroppo l'assenza di una adeguata comprensione delle dinamiche relazioni, del network transnazionale della comunità punjabi pontina, del sistema occupazionale pontino e gli scarsi servizi sociali dedicati a questo tema impediscono una relazione costruttiva tra la comunità punjabi e quella di accoglienza. La segregazione sociale, l'assenza di processi di crescita sociale ed emancipazione sono la conseguenza diretta dei processi di tratta internazionale, sfruttamento occupazionale, caporalato e violazione dei diritti umani che caratterizzano le attività lavorative dei punjabi pontini.


Molti lavorano nel settore agricolo come braccianti, ma le condizioni negano alcuni diritti di base...


Con la coop. In Migrazione (www.inmigrazione.it) abbiamo denunciato con alcuni dossier assai documentati i sistemi di reclutamento e impiego dei braccianti indiani. Caporalato, clientelismo, rincorsa all'assunzione dei lavoratori più socialmente fragile perché più esposti al ricatto occupazionale determinano, come anche Medu (Medici per i Diritti Umani) e Amnesty International hanno messo in luce e denunciato, la violazione sistematica dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. La violenza che spesso queste persone subiscono, e con loro le loro famiglie, è tale da costringerli alla resa, ad accondiscendere il ricatto e la prepotenza. Abbiamo registrato numerosi casi di lavoratori punjabi che non hanno percepito lo stipendio per vari mesi nonostante abbiano lavorato tutti i giorni, anche per 14 ore al giorno, sabato e domenica compresi, come anche violenze fisiche, aggressioni e rapine nei loro confronti e minacce. Alcuni lavoratori vengono pagati 3-4 euro l'ora per 12-14 ore di lavoro quotidiano. Il contratto provinciale prevede circa 9 euro lorde l'ora ma è un miraggio se non per pochi fortunati. Per non parlare degli infortuni sul lavoro, degli incidenti stradali che li vedono vittime certe, delle malattie derivanti dalla loro attività bracciantile e dai relativi ritmi e condizioni di lavoro. Siamo dinnanzi alla violazione sistematica, organizzata e rodata dei loro diritti umani a scopo di sfruttamento lavorativo. Un business redditizio che piega la schiena ai braccianti indiani e contribuisce a generare milioni di euro di cui si appropriano sfruttatori e mafiosi.                                     


 

Ci può confermare che alcuni ricorrono all'oppio (o altre droghe) per sostenere i ritmi di lavoro nei campi?


Con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi” è stato denunciato esattamente questo problema. L'assunzione, variamente tollerata e indotta da alcuni datori di lavoro (che per inciso spesso pretendono di farsi chiamare padrone dal lavoratore), di sostanze dopanti come oppio, metanfetamine e antispastici per reggere le fatiche fisiche e psicologiche derivanti dal sistema di sfruttamento pontino. Ciò vale in particolare per i lavoratori più anziani (per evidenti limiti fisici) e per coloro che hanno un'anzianità migratoria e lavorativa nel bracciantato piuttosto breve. Purtroppo il fenomeno rischia però di allargarsi anche ad altre ambiti e di diventare la scala sociale attraverso la quale generare business economici illegali ma anche importanti per uscire dal bracciantato e dallo sfruttamento. Per questo, insieme alla repressione del fenomeno, è importante prevedere servizi sociali e formativi adeguati, insieme alla ferma condanna e conseguente superamento dello sfruttamento lavorativo, sempre più organico al modello d'impresa agricola nazionale e non solo, e delle varie forme e sistemi di reclutamento internazionali. Abbiamo per esempio proposto, dopo essere stati auditi dalla Commissione parlamentare antimafia, di adeguare la legge italiana contro il caporalato, di escludere le imprese agricole condannate per reati gravi come la riduzione in schiavitù, dal sistema dei finanziamenti pubblici, soprattutto europei, e di introdurre infine ancora il reato di caporalato nel 416bis, ossia nel reato di associazione mafiosa. Il caso pontino e con esso i casi più noti di Rosarno, Castel Volturno, Ragusa, Asti consentono di ritenere questa una proposta sensata, fondata e urgente.


Nel dossier, denunciate che il traffico – di droga e di persone – è in mano a italiani...


Si tratta di una sorta di associazione a delinquere composta sia da italiani che da indiani, ognuno con un proprio ruolo e una sua informale ma chiara gerarchia. La criminalità è fondata ancora sull'appartenenza etnica o clanica ma è altresì capace di includere soggetti diversi, compresi gli stranieri, con lo scopo di rendere possibile il business, che in questo caso riguarda la tratta internazionale di esseri umani, che abbiamo definito grigio-nera, lo sfruttamento lavorativo e un corollario di altre speculazioni non meno importanti (il business dei permessi di soggiorno, dei rinnovi dei documenti, delle eredità transnazionali e non solo). Si tratta di un'alleanza da studiare con molta attenzione e monitorare con altrettanta preparazione metodologica. In questo senso la rinnovata sensibilità e impegno della Questura di Latina su questo tema può aiutare nella direzione del contrasto al fenomeno. Senza però la riformulazione del sistema formale-informale del mercato del lavoro rischiamo di fallire drammaticamente.

 
Qual è il vostro operato come associazione?

Operiamo in varie direzioni. In primis studiando il fenomeno in modo estremamente professionale, tanto da essere andati più volte in Punjab per approfondire gli studi, indagare il contesto di origine, discuterne con i soggetti responsabili a partire dalle istituzioni locali e docenti universitari. Poi organizzando iniziative territoriali a partire dal progetto Bella Farnia, organizzato insieme alla Regione Lazio e conclusosi purtroppo nel mese di luglio 2015, avente lo scopo di organizzare lezioni di italiano e consulenza legale gratuita ai punjabi interessati. Infine ci siamo costituti parte civile nel processo in corso a Latina, insieme alla Flai-CGIL, contro un imprenditore agricolo del sud pontino accusato di falsità documentali. Quest'ultimo, infatti, riceveva da ogni suo lavoratore punjabi circa 1000 euro in cambio di documenti falsi necessari per il rinnovo del permesso di soggiorno. Una pratica diffusa che rientra nel complesso di speculazioni organizzate sulle spalle dei braccianti indiani pontini.


venerdì 7 agosto 2015

Per non dimenticare le terre dei fuochi

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con il Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.

Eccovi il video
 
 
 

domenica 2 agosto 2015

TERRAinGIUSTA, le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in agricoltura








TERRAinGIUSTA, le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in agricoltura, è il titolo del rapportopresentato nel corso di una conferenza stampa indetta presso la “Sala Magno” della Camera del Lavoro di Foggia, mercoledì 8 luglio.
Nel corso dell’incontro la Flai Cgil di Capitanata ha presentato alcuni dati elaborati sulla base degli elenchi anagrafici dell’Inps relativi alle giornate lavorate in agricoltura, dietro i quali si celano lavoro nero, evasione contributiva, mercato delle giornate.
TERRAinGIUSTA è stato curato da MEDU – Medici per i diritti umani, ed è frutto di testimonianze e dati raccolti nel corso di undici mesi in cinque territori dell’Italia centrale e meridionale – tra queste la provincia di Foggia – che denunciano la drammatica attualità delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura: lavoro nero o segnato da gravi irregolarità, sottosalario, caporalato, orari eccessivi di lavoro, mancata tutela della sicurezza e della salute, difficoltà nell’accesso alle cure, situazioni abitative ed igienico-sanitarie disastrose.
Con l’approssimarsi della stagione delle grandi raccolte, a fronte delle emergenze persistenti sul versante dello sfruttamento e delle condizioni di accoglienza indegne cui sono costretti i lavoratori migranti, caratterizzate prevalentemente da soluzioni di fortuna e ghetti malsani, l’analisi dei dati raccolto sarà l’occasione per spronare le istituzioni locali, a partire dal nuovo governo regionale, affinché si proceda con soluzioni e interventi concreti, a partire dalle esperienze messe in campo anche dal sindacato e dalle associazioni negli anni precedenti. Perché la Puglia e la Capitanata diventino terra d’accoglienza e della dignità del lavoro.



Leggi il RAPPORTO INTEGRALE
Leggi la SINTESI
Vedi i video, le foto e le testimonianze del progetto TERRAGIUSTA


domenica 17 maggio 2015

Non dimentichiamo le terre dei fuochi



L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, nell'ambito della manifestazione “D(i)ritti al centro!” un incontro con  Thomas Turolo, regista del documentario Ogni singolo giorno in cui ha dato voce agli abitanti delle terre dei fuochi infestate dai rifiuti e dagli sversamenti tossici. Il diritto alla salute e alla vita, i racconti dei malati, l'agricoltura in crisi: questi sono solo alcuni degli argomenti di cui si è parlato. Ringraziamo l'autore, il Centro Asteria che ha ospitato la manifestazione e tutte quelle persone (donne, uomini, bambini, giovani e meno giovani) che hanno prestato anche il loro volto per dire NO alla mafia e alle collusioni disoneste.





Ecco, per voi, il video dell'incontro con Thomas Turolo






Ricordiamo che l'Associazione per i Diritti Umani organizza e conduce questi incontri anche nelle scuole medie inferiori e superiori e per le università. Per informazioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com



Come strumento didattico, il libro “Mosaikon – Voci e immagini per i diritti umani”, che potete acquistare con Paypall, al costo di 12,50 euro: tutte le interviste realizzate da noi a scrittori, registi, giornalisti, operatori, etc. con una ricca bibliografia e sitografia e tante notizie e approfondimenti.

venerdì 1 maggio 2015

L'eredità di Expo: la Carta di Milano





Oggi si apre l'Esposizione Universale, a Milano, tra le polemiche per i padiglioni non ancora terminati, per gli sponsor che poco hanno a che fare con la qualità del cibo e altro ancora di cui si sta parlando già da mesi.

Ma con Expo si è anche promessa la redazione della Carta di Milano, un documento, presentato nei giorni scorsi presso l'Università Statale del capoluogo lombardo, alla presenza del ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, e di Salvatore Veca, che ha coordinato con la Fondazione Feltrinelli il lavoro sulla Carta, il quale ha spiegato "che un mondo senza fame sia possibile" e che le questioni alla base della Carta siano "questioni di giustizia globale: è un'utopia, ma realistica e misurata".
La Carta presenta un programma che dovrebbe garantire diritto al cibo e all'energia con i temi relativi al: rispetto della terra e del mare, della biodiversità, della ricerca e dell' innovazione, del riconoscimento del lavoro regolare e del ruolo delle donne, della lotta al lavoro minorile nei campi. Azioni demandate ai governi e azioni quotidiane anti spreco: comprare la quantità di cibo necessaria per evitare di gettare l'eccesso, insegnare anche ai bambini la raccolta differenziata.

Durante la presentazione ufficiale della testo non sono mancate le contestazioni, ma vogliamo credere nelle parole del ministro e che queste diventino realtà. Eccole: “«I popoli, al pari degli individui, possono quello che sanno». Con questa ispirazione, a pochi giorni dall’apertura ufficiale di Expo, presentiamo oggi la «Carta di Milano» l’atto d’impegno che farà da guida ai sei mesi straordinari che abbiamo di fronte. Sentiamo forte la responsabilità di animare un dibattito profondo sui contenuti dirompenti che questa Esposizione ci propone. Perché «Nutrire il pianeta, energia per la vita» è un titolo importante e la sfida alimentare globale, con le sue contraddizioni e i suoi paradossi, è la madre di tutte le questioni geopolitiche cruciali del nostro tempo. E’ una sfida di equità e giustizia. Di sovranità.


Ce lo dicono drammaticamente, ancora una volta, i fatti di queste ore nel Mediterraneo e in Africa. La catastrofe umanitaria cui assistiamo quotidianamente ci impone l’obbligo della verità; nessuno Stato, per grande e potente che sia, sarà mai in grado di affrontare da solo un fenomeno di portata epocale come quello delle odierne migrazioni.

E le cause di questi flussi migratori affondano le proprie radici in Paesi sconvolti dal micidiale connubio di povertà, violenze e guerre, dittature, carestie e malattie. Una demografia esplosiva caratterizza l’Africa sub sahariana le cui sofferenze spingono centinaia di migliaia di giovani a lanciarsi in viaggi della speranza che presto si trasformano in disperazione.

È allora sulla costruzione di alternative possibili che bisogna investire tutte le nostre risorse e il nostro impegno. Il 2015 è l’anno europeo per lo Sviluppo, ma anche quello in cui le Nazioni Unite aggiornano gli Obiettivi del Millennio con l’elaborazione dei Sustainable Development Goals. E’ nostro dovere mobilitarci perché questi atti si traducano in decisioni praticabili e strumenti operativi da parte delle istituzioni internazionali.

È questo il contesto nel quale, ospitando Expo, promuoviamo la «Carta di Milano», non come documento intergovernativo fra addetti ai lavori, ma come vero e proprio strumento di cittadinanza globale. Per la prima volta nella sua storia una Esposizione universale promuove un atto d’impegno verso i governi, che tutti i cittadini potranno sottoscrivere contribuendo alla definizione di precise responsabilità dei singoli, delle imprese e delle associazioni.

Il fondamento della Carta è tanto ambizioso quanto urgente: il diritto al cibo deve essere considerato diritto umano fondamentale e occorre, oggi più che mai, una mobilitazione diffusa per garantire l’equo accesso al cibo per tutti. Gli impegni proposti altrettanto cruciali: lotta allo spreco e alle perdite alimentari, difesa del suolo agricolo e della biodiversità, tutela del reddito di contadini, allevatori e pescatori, investimento in educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia, riconoscimento e valorizzazione, più di quanto non sia stato fatto sino a qui, del contributo essenziale delle donne nella produzione agricola e nella nutrizione.

E ancora: investire nella ricerca e in tecnologie con un rapporto nuovo tra pubblico e privato, favorire l’accesso all’energia pulita e lavorare per una sempre più corretta gestione delle cruciali risorse idriche, promuovere il riciclo e il riutilizzo, adottare azioni per la salvaguardia dell’ecosistema marino, proteggere con legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi e contrastare il lavoro minorile e irregolare ancora drammaticamente diffuso.

La Carta potrà essere sottoscritta dal 1° Maggio e rimarrà un atto aperto che si arricchirà ancora nei sei mesi espositivi per arrivare alla consegna ufficiale del testo nell’ottobre prossimo, quando il segretario generale dell’Onu farà tappa a Milano. Ci siamo mossi nel solco di quanto detto da Papa Francesco quando, proprio in occasione della prima tappa dell’Expo delle Idee, ha richiamato la comunità internazionale a passare ora «dalle emergenze alle priorità».

La sfida da vincere sull’alimentazione così intesa può unire anche chi si è trovato spesso su fronti opposti nello scacchiere internazionale: la «diplomazia» di Expo offre opportunità inedite per lanciare nuove alleanze in favore di progetti di sviluppo improntati alla sostenibilità.

Continuando a guardare il futuro dalle nostre coste, se ci poniamo la domanda su come riuscire a sfamare miliardi di persone in modo sostenibile per la sopravvivenza stessa della Terra, nella Carta troveremo indicazioni centrali, articolate e certamente non esaustive, ma sicuramente coraggiose. In questo lavoro ci hanno aiutato molto anche le riflessioni mai scontate di una personalità straordinaria come Ermanno Olmi, instancabile difensore della sacralità del cibo.

Interpretando anche così Expo l’Italia può diventare protagonista nella sfida per la tutela del pianeta, non solo per il destino che la geografia ci ha assegnato, ma per una precisa scelta strategica, morale, culturale e politica.



* Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali con delega all’Expo”.



Qui il link di Repubblica per leggere il testo completo della Carta di Milano: http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/04/28/news/expo_la_carta_di_milano-113054303/

venerdì 10 gennaio 2014

L'inferno degli stagionali



Grazia Bucca

Un reportage importante, quello di Grazia Bucca, che ritorna sul problema, ancora irrisolto, dell'accoglienza dei migranti, delle loro precarie condizioni di vita e di lavoro, spesso chiamati a prestare le loro braccia e le loro schiene “ a cottimo” , per pochissimi euro e tante ore di fatica, nei nostri terreni agricoli. Le fotografie sono di Grazia Bucca - fotoreporter, redattrice della newsletter ArcireportSicilia, collaboratrice de Il Manifesto e dell'agenzia Studio Camera di Palermo - e, come spesso accade, le sue immagini parlano più di mille parole, colpiscono gli occhi e dovrebbero mettere in moto il pensiero critico, soprattutto di chi si occupa delle politiche migratorie, sempre più contingenti ed emergenziali.



Il reportage, dal titolo L'inferno degli stagionali, è stato trasmesso durante la trasmissione Mediterraneo, in onda su Rai3, nella puntata n.12 del 22 dicembre 2013.   

Grazia Bucca



Abbiamo intervistato la fotografa Grazia Bucca che ringraziamo tantissimo per averci dedicato tempo e per gli scatti che ci ha permesso di pubblicare.



Come si è preparata per entrare nel campo di Campobello di Mazara? E ha incontrato difficoltà burocratiche per poter realizzare il reportage?


L'idea del reportage è nata per documentare le condizioni del campo dei migranti stagionali, impegnati nella raccolta delle olive nel territorio di Campobello di Mazara (TP).

Non conoscevo questa tragica realtà finché non ho avuto la notizia della morte di Diallo Ousmani, ragazzo senegalese di 26 anni, arrivato in Sicilia in cerca di lavoro, e che proprio in quel campo ha trovato la sua tragica fine. Rimasto gravemente ustionato nell'incendio della baracca nella quale alloggiava, è morto all'ospedale civico di Palermo, domenica 20 ottobre 2013 dopo quasi 10 giorni di agonia. 
Grazia Bucca

Per la realizzazione del reportage non ho riscontrato alcuna difficoltà burocratica. Il campo sorgeva alla periferia del centro abitato, ai bordi di una trafficata contrada comunale, quindi un luogo facilmente raggiungibile.


Il titolo del lavoro contiene la parola "inferno": perchè?

Inferno perché, vedere esseri umani vivere in quelle condizioni, senz'acqua corrente, né luce elettrica, né servizi igienici, in ripari di fortuna, costituiti da piccole tende da campeggio, baracche improvvisate, costruite con blocchi di cemento, assi di legno, lastre di eternit, cartoni e teli di plastica messi insieme alla meno peggio, mi ha dato la sensazione di un vero e proprio inferno, di qualcosa di orribile, di disumano.

Cosa ha voluto denunciare precisamente con questo suo lavoro fotografico? E di cosa necessitano i lavoratori migranti?

Ho voluto denunciare, non solo le condizioni di vita alle quali sono costretti molti migranti che approdano in questo paese nella speranza di una vita diversa, ma anche le condizioni di sfruttamento che vivono i lavoratori, stretti nella morsa del caporalato, del lavoro nero, del ricatto, della violenza, della miseria, senza tutela alcuna. I terreni di Campobello ricadono nel territorio controllato dal boss mafioso Matteo Messina Denaro. Non è quindi inverosimile ipotizzare che queste condizioni, passatemi l'espressione anche di schiavitù, vengono determinate dalla mafia, che impone turni massacranti e l'irrisorio pagamento di 3-3,50€, per cassetta di prodotto raccolto.

Qual è stata la reazione degli stagionali davanti all'obiettivo della macchina fotografica ? Le hanno raccontato le loro storie?

Ovviamente non tutti i lavoratori hanno voluto essere ritratti. Non erano felici delle loro condizioni. Molti provavano un forte senso di vergogna ed imbarazzo per come stessero vivendo e grande era la paura che le foto in qualche modo potessero arrivare nei loro paesi di origine, agli occhi dei propri familiari.

Dopo un primo momento di imbarazzo altri invece hanno voluto farsi ritrarre senza alcun problema, ma tutti sono stati disposti a raccontare la loro storia.
 
Grazia Bucca


Grazia Bucca

sabato 21 dicembre 2013

Se ci piacciono i gamberetti...



La globalizzazione fa viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell'acquisto, guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione.
La Thailandia è il Paese leader mondiale nell'esportazione dei gamberi perchè ne produce una grandissima quantità e perchè i gamberi Thai sono più convenienti di quelli di altri Paesi. Ma per questo c'è una spiegazione.
Un documentario trasmesso dal servizio pubblico statunitense - a cui ha fatto seguito una serie di indagini - dimostra che l'industria del gambero sfrutta il lavoro migrante minorile.
Secondo i dati ufficiali solo 150 su 700 operatori di pesce primari sono registrati presso il Ministero e le grandi fabbriche basano il loro guadagno sulle centinaia di capannoni in cui lavorano bambini che provengono dal Myanmar. Perchè proprio loro? Perchè vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale, diventando, per questo, vittime di un pregiudizio etnico.
Le statistiche rilevate dal Labour Rights Promotion Network (e riportate anche da Altroconsumo, dicembre 2013), dicono che il 19% dei minori sfruttati ha meno di 15 anni e il 22% ha tra i 15 e i 22 anni. Sono costretti a sgusciare gamberi per dodici ore al giorno, chiusi nei capannoni sporchi e soggetti a sostanze chimiche dannose; spesso subiscono maltrattamenti fisici da parte dei caporali e la confisca dei documenti; sono stati, inoltre, riscontrati anche casi di estorsione da parte dei poliziotti. Questa situazione non riguarda solo il settore della pesca, ma anche quello dell'edilizia, dell'agricoltura e dell'abbigliamento dove sono impiegate, come moderni schiavi, migliaia di persone, tra giovani e adulti.
Ancora più serio il problema quando si tratta di bambini e adolescenti che, anche secondo la legge thailandese, dovrebbero vedersi assicurato il diritto ad un'istruzione gratuita e obbligatoria e che, invece, si ritrovano a sopravvivere in condizioni terribili.
Il problema è ora monitorato dal governo degli Stati Uniti che ha trasformato il “Rapporto sul traffico di persone” in uno strumento diplomatico per avvertire Bangkok che questo traffico deve terminare e, se la Thailandia non dovesse dimostrare la volontà di cambiamento, le conseguenze a livello diplomatico ed economico sarebbero importanti anche perchè verrebbe equiparata, in termini di violazione dei diritti umani, alla Corea del Nord e all'Iran.

venerdì 18 gennaio 2013

Emergenza Haiti: tutto come o peggio di prima

Sono trascorsi tre anni da quel 2010 in cui un sisma ha devastato Haiti. Ma non se ne parla quasi più. Eppure l'organo di informazione haitiano Alterpresse fa sapere alla comunità internazionale che “ la realtà non è cambiata per migliaia di giovani,donne, uomini, madri, neonati, anziani”. Ricordiamo che il sisma, all'epoca, aveva causato tantissimi morti e anche un milione e mezzo di sfollati.
Anche il coordinatore degli affari umanitari dell'ONU, Nigel Fisher, ha sostenuto che: “ Non è cambiato davvero nulla nelle condizioni di vita della gente nei campi...Il problema degli alloggi, a cui si aggiungono un sistema sanitario devastato e un'agricoltura in crisi dopo alluvioni alternatesi a periodi di siccità a causa delle tempeste tropicali, Isaac e Sandy”.
L'isola caraibica è anche colpita da una grave epidemia di colera, peggiorata dopo le alluvioni dello scorso autunno che hanno causato lo straripamento delle fogne a cielo aperto, provocando una diffusione maggiore dei batteri.
Le istituzioni del luogo sono deboli, i donatori non hanno mantenuto le loro promesse e i governi della comunità internazionale non sono stati in grado di stabilire le giuste priorità per far fronte a questa situazione complessa e drammatica.
Una delle pochissime organizzazioni attive sul posto è quella di Medici Senza Frontiere (MSF) che continua a gestire un ospedale a Port-au-Prince e due centri di trattamento del colera a Delmas e a Carrefour; mentre gli altri centri presenti sul territorio sono stati chiusi a causa della mancanza di fondi. Le strutture di MSF offrono assistenza sanitaria gratuita, assistenza chirurgica, assistenza materno-infantile 24 ore su 24, ma il lavoro da svolgere è immenso e le forze di aiuto impiegate sono insufficienti.