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giovedì 19 marzo 2015

Perchè l'Isis ha attaccato la Tunisia



Dalla scorsa primavera la Tunisia ha una Costituzione. E' un Paese che sta cambiando e sta andando in direzione della laicità: probabilmente questi sono i motivi per cui i fanatici dell'Isis l'hanno colpito.

Le vittime dell'attacco terroristico al Museo del Bardo di Tunisi sono, fino al momento in cui scriviamo, 22 e 50 i feriti, tra questi anche alcuni italiani. Le altre vittime sono di nazionalità polacca, tedesca e spagnola, in un bilancio che include due jihadisti e un agente delle forze di sicurezza morti nel blitz che ha portato alla liberazione degli ostaggi.
Il premier tunisino ha affermato che il commando era composto da cinque persone, ancora non identificate. Habib Essid ha inoltre annunciato di aver preso "provvedimenti urgenti", in particolare "misure preventive per tutelare la stagione turistica". Colpire turisti occidentali è un messaggio chiaro verso l'Occidente intero.

L'Associazione per i Diritti Umani si è occupata più volte delle trasformazioni in atto in Tunisia e di mondo arabo, per cui vi ripropone il video dell'incontro con Monica Macchi e Ivana Trevisani, autrice del saggio “Ferite di parole”, edito da Poiesis.



Vi anticipiamo che, a brevissimo, l'associazione vi proporrà un altro incontro pubblico di aggiornamento su questi temi. Con le nostre ospiti e una sorpresa video.


martedì 9 settembre 2014

18 +: un film sui nuovi italiani



Abbiamo rivolto alcune domande a Kazi Tipu, regista del film 18 +, che sta ottenendo molto successo in vari festival cinematografici, tra cui l' International Short Film Froum Festival, Dhaka Bangladesh. Un documentario sui temi di attualità che riguardano i giovani, figli di immigrati, la cittadinanza, il loro futuro e quello della nostra società.
 
 
 
 
 

Ringraziamo molto Kazi Tipu per questo racconto.

   
 

Cosa significa essere ragazzi di "seconda generazione"?

 

Seconda generazione vuol dire, secondo me, tante cose e riguarda tante situazioni diverse ma essenzialmente sono il nostro prossimo futuro, il nuovo mondo. Per il momento sono in mezzo tra la storia vecchia ed il futuro ed hanno sulle spalle il peso di questa incertezza rispetto alle loro speranze ed alle loro difficoltà di vivere in una situazione stabile, sicura. Sono i ricercatori che sperimentano la possibilità di creare una vero mondo più aperto e pacifico.


Quali sono i problemi della legge italiana riguardo la cittadinanza?

 

C'è tanta difficoltà . Molti ragazzi vivono in Italia, studiano in Italia, fanno il tifo e si innamorano ma non sono a tutti gli effetti italiani. Ritrovano tante difficoltà per legge perché la legge dà loro la possibilità di chiedere la cittadinanza solo a 18 anni ed il percorso é molto lungo . Discutono, studiano la storia dell'Italia, la amano, sono educati per essere cittadini ma non possono esprimere i loro diritti di cittadinanza.


La quotidianità, a Milano, di un ragazzo di origini straniere è uguale a quella di un italiano: ma qual è il rapporto con la cultura dei genitori?

 

Credo di no. Sono situazioni molto diverse. Le comunità spesso hanno una cultura che si chiude in sé per difendere le proprie tradizioni e la propria identità. E i ragazzi sono divisi, a scuola, in giro condividono la cultura ed i modi dei loro compagni italiani o di altre comunità, quando tornano a casa ritrovano la famiglia con i suoi valori tradizionali che spesso non capisce la loro situazione . Quindi questi ragazzi devono affrontare molte difficoltà anche perché devono confrontarsi con tradizioni e metodi diversi, ma li vedo molto attivi, molto pieni di energia positiva e arrivare anche tra i primi nelle graduatorie scolastiche. Le difficoltà li faranno diventare più forti e speriamo che cresca anche la capacità di convivere e di condividere.



Quali sono i sogni e le aspettative per il futuro? E quali sono le paure?



Quelli di tutti i giovani: avere una famiglia, sistemarsi. La maggior parte vuol restare in Italia e quindi sperano in un lavoro qualificato e stabile. Altri vogliono tornare nei loro paesi e praticare quello che hanno imparato. Tutto è molto fluido. Altri si trasferiscono in altre nazioni dove le comunità sono più organizzate e ci sono più prospettive. La paura è l'incertezza , dover tornare indietro, non avere delle radici solide, non essere in nessun luogo.



Come e quando è stato realizzato il film?

 

Quando ho finito il mio studio all' Accademia del Cinema a Bologna poi mi sono spostato a Venezia Mestre. Era la fine del 2012 . Dove io abitavo ho trovato una ragazzo bengalese di 18 anni che si chiama Imran. Ho passato quasi 7 mesi con lui per capire bene chi sono loro, quale rapporto aveva con la sua famiglia , che cosa faceva, che cosa stava pensando del suo futuro. Nel 2013 a maggio uno dei responsabili della comunità di Milano mi ha proposto di girare un film a Milano. Così é cominciata l'avventura. Ho trovato molta collaborazione nella comunità, nel Comune di Milano, la Scuola del Cinema, nell 'Arci , Film Commission Lombardia, Centro Internazionale di Drammaturgia contemporanea Outis e tante altre. Ho conosciuto tanti giovani Bengalesi, Dell'Est Europa, Sudamericani, Africani. Un mondo ricco e variegato di storie e di emozioni che mi hanno fatto capire l'importanza del nostro tempo e di raccontarlo con ottimismo. Così sono riuscito a fare un piccolo film che mi ha aiutato a capire tante cose, ad entrare in un nuovo mondo. Il film era partito da un progetto di 120 minuti ora é di 52 per dargli maggior ritmo ed intensità. Ora il film dopo essere stato presentato alle Comunità di Milano, di Venezia, di Bolzano, di Monza, sarà presentato a Venezia il 3 settembre nel Venice Film Meeting multisala Astra. Al Lido . Il futuro. Insh Aallah






sabato 14 dicembre 2013

Lontano da Mogadiscio: partire dal Passato per capire meglio il Presente





Shirin Fazel Ramzanali è nata a Mogadiscio; ha studiato nelle scuole italiane della Somalia, agli inizi degli anni '70, e poi si è trasferita in Italia, con la sua famiglia, per fuggire dal regime dittatoriale di Siad Barre. Nel 1994 ha scritto un libro, diventato un testo fondamentale per parlare di colonialismo e primo vero esempio di letteratura italiana della migrazione.
Un testo che narra la Storia attraverso uno stile "meticcio": spunti, considerazioni, note biografiche, riflessioni politiche. Un libro diviso in sei parti: la prima incentrata sulla Somalia un Paese che, come scrive l'autrice: "Un tempo era il Paese delle favole"; nella seconda parte predomina l'aspetto autobiografico con la diffidenza, da aprte degli italiani, nei confronti di chi aveva il colore della pelle più scuro; poi la scrittrice racconta i viaggi all'estero a fianco del marito e, nella quarta parte, riporta la brutalità della guerra civile in Somalia per riprendere l'argomento nella sezione successiva in cui spiega come il suo Paese d'origine sia stato sfruttato dalle superpotenze occidentali. La scrittrice, infine, racconta l'inserimento nella società italiana.
Lontano da Mogadiscio torna in versione e-book e in edizione bilingue (italiano e inglese) ed è arricchito da una postfazione di Simone Brioni.


Abbiamo intervistato per voi Shirin Fazel Ramzanali che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità    





Shirin Fazel Ramzanali




Perchè la decisione di far uscire di nuovo il libro, apparso nel 1994, come primo testo di letteratura post-coloniale?

Lontano da Mogadiscio, a distanza di vent’anni è un libro vivo, fa discutere su temi importanti. E’stato usato e lo usano tuttora nella sezione di Italianistica in molte università. Purtroppo il cartaceo, dopo un numero di anni, va fuori stampa e diventa introvabile. La nuova versione è bilingue, italiano-inglese; ed il fatto che è in formato e-book lo rende reperibile ad un’ampia cerchia di lettori internazionali.
E’ una opportunità per i giovani (italiani e somali) che vorranno leggerlo, scoprire che Mogadiscio un tempo poteva sembrare una città di provincia italiana. Si tende a guardare il presente senza riflettere sul passato, dimenticando molto spesso che il fenomeno dell’immigrazione è in parte anche legato ad un passato coloniale di molte nazioni europee.
La versione inglese è tradotta da me. Alcuni brani li ho riscritti, per cercare di trasmettere le emozioni del momento. Questa riscrittura sicuramente darà una nuova chiave di lettura al testo.
Nei capitoli inediti parlo delle mie esperienze degli ultimi decenni maturate durante le mie permanenze in paesi diversi, racconto di luoghi come la città inglese di Birmingham dove risiede una folta comunità di somali. Sono a contatto con la diaspora e consapevole di tutte le problematiche e difficoltà che si trascina dietro. Inoltre, osservo e racconto con distacco questa Italia che sta cambiando volto, ma ahimè attuando anche nuove sottili forme di discriminazione.





Che cosa è cambiato, a distanza di vent'anni, nel suo Paese d'origine?


Purtroppo in questi ultimi vent’anni la Somalia è stata violentata, sfruttata, calpestata senza avere una voce in capitolo a livello mondiale come stato sovrano. Milioni di rifugiati sparsi nei quattro continenti, hanno faticato per rifarsi una nuova vita. Anche se fisicamente lontani, hanno sempre sostenuto, con le loro rimesse ai parenti, l’economia del paese. Abbiamo una generazione che ha conosciuto solo guerra e continua a cercare all’estero una vita migliore. Sono ancora fresche nella memoria le immagini delle centinaia di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo. I giovani che rappresentano il futuro della nazione purtroppo non hanno prospettive. Penso che la Somalia ha sofferto abbastanza, e ha vissuto sulla propria pelle gli orrori di una guerra civile. Certamente c’è chi ha beneficiato di questa situazione, ma non voglio innescare una polemica. Voglio essere positiva anche perché finalmente per la Somalia si è aperto un nuovo orizzonte. Anche se ci sono elementi che mirano a destabilizzare il paese, si ha la palpabile sensazione di una luce in fondo al tunnel. Oggi c’è un governo stabile, e riconosciuto. A Mogadiscio si stanno riaprendo le ambasciate. Il paese cerca una rinascita in tutti i settori. Questa energia positiva ha innescato nei somali che vivono all’estero la voglia di ritornare in patria e di portare il loro know-how acquisito in questi lunghi anni di forzato esilio.



Ci può raccontare quali sono state le difficoltà durante il suo inserimento nella società italiana?

Io sono arrivata in Italia nei primi anni settanta già come cittadina italiana. Avendo frequentato le scuole italiane, ed essendo bilingue sin da bambina, non ho avuto barriere a livello linguistico. Venendo però da una città multiculturale, mi sono dovuta adattare ad una città provinciale italiana che prima di allora non aveva avuto contatti con persone di provenienza africana. Ho subìto sguardi di gente curiosa, che mi rivolgeva domande imbarazzanti. Non è bello sentirsi osservata come un fenomeno di baraccone.



Qual è il suo rapporto con l'Italia e con gli italiani, oggi?

L’Italia è il mio paese, ho vissuto i cambiamenti politici e sociali degli ultimi quaranta anni. I miei genitori sono sepolti qui. I miei figli e nipoti sono nati in questa terra . Mi sento inserita, vivo e partecipo i problemi che tutti i cittadini affrontano. Il mio rapporto con l’Italia di oggi è quello che vivono un po’ tutti. Anche se vivo all’estero, grazie alla tv satellitare e le varie risorse che la tecnologia ci offre, sono quotidianamente in contatto con la realtà italiana. Sono estremamente delusa da una classe politica che ha portato il paese allo sfascio, nonostante gli enormi sacrifici imposti alle famiglie italiane, nonostante le continue vessazioni subite dai piccoli imprenditori che sono la linfa vitale dell’economia italiana e malgrado il lavoro umile degli immigrati che con i loro sacrifici tengono a galla numerosi settori e contribuiscono fattivamente alla formazione del Pil. Vorrei finalmente al governo delle persone veramente capaci, in sintonia con il popolo e che avessero come priorità il benessere dell’Italia. In altre parole io, tutti noi vogliamo assistere ad un cambiamento positivo nella gestione della cosa pubblica.
Come italiana di origine somala, sono delusa del fatto che il governo italiano ha fatto troppo poco per accogliere i rifugiati somali. Come persona migrante sono indignata che
gli immigrati vengano penalizzati da leggi che non tutelano la loro dignità di persona o di cittadini.
Il mio rapporto vis-à-vis con gli italiani è di vecchia data, gli ho avuti come compagni dai tempi dell’asilo. “Ragazzi” con cui sono a contatto ancora oggi. Tra gli italiani ho amici, conoscenti e persone che stimo moltissimo. Conosco e scambio quattro chiacchiere con le persone che abitano nel mio quartiere. Ho un rapporto di confidenza con i miei vicini, ci beviamo un tè insieme. Io non mi creo barriere mentali.



Secondo lei, gli italiani hanno cambiato mentalità o permangono pregiudizi consolidati nei confronti degli stranieri?

Non mi piace generalizzare. Sparsi come formiche, per tutto il territorio italiano c’e il lavoro di migliaia di persone che ogni giorno si danno da fare per costruire una società sana e priva di pregiudizi.
Purtroppo sui media vanno a finire soltanto gli episodi di intolleranza e razzismo più eclatanti, ma riportati in una prospettiva che invece di condannarli senza possibilità di appello innescano piuttosto sterili polemiche che si trascinano inutilmente per settimane. Ci sono i politici che usano questo tipo di propaganda per fini elettorali. Di conseguenza l’uomo comune si lascia trascinare in questo vortice che non fa altro che alzare il livello di scontro e aumentare le paure per “l’altro”. Quello che secondo me deve cambiare nella nostra società è di dare spazio alla meritocrazia. Leggi che tutelano gli immigrati facendoli sentire anche politicamente parte del territorio in cui vivono. Non ghettizzarli. Riconoscere come cittadini italiani i ragazzi nati e cresciuti nel nostro paese, che in effetti sono italiani.
Che senso ha dire ad un giovane di pelle scura, nato e cresciuto in Italia di tornare al suo paese?
Solo quando una società dà pari opportunità ai propri cittadini allora cambia il modo di pensare, il modo di percepire l’altro.
Non si può credere di avere dei privilegi solo perché si è bianchi.
Non scordiamoci che la ricchezza dell’ Europa è costruita dallo sfruttamento di risorse primarie che provengono da paesi etichettati “poveri”.

venerdì 17 maggio 2013

Assistenza sanitaria ai conviventi dello stesso sesso



Per cinque anni, nella scorsa legislatura, Anna Paola Concia aveva provato a far passare il provvedimento per la concessione dell'assistenza sanitaria ai conviventi dei deputati dello stesso genere: ma non ci era riuscita.
Ora, invece, l'Ufficio di presidenza della Camera ha stabilito come, con il pagamento di una somma pattuita, l'assistenza sanitaria integrativa debbe essere riconosciuta anche ai parlamentari che convivono con persone del medesimo sesso: tale disposizione è già vigente per i deputati e i senatori eterosessuali che convivono o che sono legati dal vincolo del matrimonio, ma il fatto che sia stato esteso anche alle coppie omosessuali è un piccolo, ma importante passo avanti nel riconoscimento delle coppie di fatto.
Ivan Scalfarotto, esponente del Pd, ha affermato: “ Può sembrare un semplice atto amministrativo e invece ha una valenza universale, ora è giusto riconoscere gli stessi diritti a tutti i cittadini, che non vanno riconosciuti solo ai parlamentari, ma a tutti gli italiani. Se si riconosce una famiglia more uxorio questa deve essere sia omosessuale che eterosessuale, come riconosciuto anche da sentenza della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale”. A fronte di queste parole, la Lega ha votato contro il provvedimento e il Movimento 5 Stelle si è astenuto.
Il dibattito sulle coppie omosessuali, in italia, è ancora lungo e sarà, sicuramente, ancora faticoso, ma la decisione dell'Ufficio presidenza della Camera segna un goal a favore della lotta alla discriminazione.