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venerdì 27 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso di Meisy


Il caso di Meisy

di Cinzia D'Ambrosi




Meisy e' carina, esile, ha un sorriso affettuoso e a vederla e' difficile immaginare che combatte una forte depressione clinica. Meisy abita ad Atene, ha aperto un bar con suo marito greco, hanno un figlio e tutto sembra perfetto. In realta' dovrebbe esserlo se non che Meisy viene dall'Etiopia e questo sembra essere un ostacolo per una vita felice.

Meisy e' quotidianamente alle prese con un razzismo palese, confessa che ci sono dei giorni in cui non riesce ad uscire di casa ma altri dove cerca di combattere, anche se queste giornate diminuiscono col tempo.

La depressione e' subentrata a seguito di un'episodio in cui Meisy è stata per essere picchiata da alcuni membri della Golden Dawn, partito d'estrema destra. Era appena scesa da un treno - alle prese con la sua quotidianita' - quando una donna la ferma, le blocca il passo. Meisy, sprovveduta, pensa che la donna abbia bisogno di qualcosa e le offre assistenza, ma la donna diventa sempre piu' aggressiva, la tiene per un braccio e non la lascia andare ne' le spiega la ragione di quella presa.

Solo quando la donna prende il suo cellulare e dice di aver preso una persona di colore e di venire alla stazione al piu' presto per picchiarla, Meisy intende la natura di cio' che le stava accadendo. La donna aveva chiamato dei membri della Golden Dawn. Meisy chiama la polizia, ma questa non arriva. Chiama suo marito che corre subito alla stazione della polizia e chiede ai poliziotti di andare con lui alla stazione con urgenza. Quando arriva, trova Meisy sconvolta, ma la donna era gia' scappata. La polizia trovera' la donna, ma non e' stata condannata.

Meisy subisce abusi verbali quasi tutti i giorni, ma da quando ha aperto il caffe' il razzismo e' diventato qualcosa del collettivo. Il caffe' e' in una zona dove vivono molte persone di origine africana e il luogo e' stato il soggetto di petizioni da residenti per farlo chiudere. La polizia invade il caffe' frequentemente per motivi diversi: dal controllo dei registri, al fermo addirittura per i clienti. Il giorno di apertura del bar, è addirittura passato il controllo comunale per il cibo anche se non aveva nemmeno iniziato ad operare. Le accuse dei residenti sono state continue ed infondate: ad esempio, per la musica fantasma, un mercato nascosto di droghe oppure con il pretesto che i gruppi che si formano fuori o dentro il locale fosse un problema di sicurezza! La stessa persona che ha abusato verbalmente Meisy in piu' di una occasione ha creato questa petizione.

Il caso di Meisy non e' unico.


 
Meisy nel suo locale in Ameriki Square, Atene. Foto di Cinzia D'Ambrosi



The case of Meisy




Meisy is pretty, slightly-built, an infectious smile and looking at her it is hardly possible to imagine that she is fighting a clinical depression. Meisy lives in Athens, has opened a coffee shop with her Greek husband, with whom she has a child and all seems perfect. Yet, Meisy is from Ethiopia and this is an obstacle for any happiness in her life.

Meisy is on a daily basis fighting against racism in many forms, verbal or discriminatory. There are days in which Meisy finds it hard to leave her home when bouts of depression take her over. These days seem to become more frequent with time.

She became clinically depressed following a pretty bad incident in which she risked being beaten up by members of the Golden Dawn. Meisy had just got off from a train when a woman approached her and held her tightly shouting at her to stay put. At first, Meisy thought that the woman was looking for some assistance, but Meisy was soon able to understand from the woman's conversation on her mobile asking that she was held so that members of the Golden Dawn could come to beat her up. The woman call was about her holding a black woman at the station and to come over quickly. Meisy called her husband on her phone after her repeated attempts with the police that never arrived. Her husband frantically went to the police station and demanded that they would go with him to help Meisy. When they finally arrived Meisy was left in shock whilst the woman had run away. She was later found by the police but but never charged.

Meisy is subjected to verbal abuse almost everyday, however since she opened her coffee shop racism has become more collective. The coffee shop is in an area where many people foreign nationals are of African origins and thus has served a lot this communities. Thus, it has been the subject for many police incursions, stop and searches even to customers, fines for loud music (although Meisy does not even have a music system in the coffee shop). They have been disparate requests to look at their audits, and the food certificates for hygiene (even before they even opened the kitchen). The levels of abuse that Meisy has had to go through is hard to believe. She has fought back in many ways including talking to media about her situation. Unfortunately it has not received as much attention as she wished. Recently and this has hit her hard, residents in the buildings around the coffee shop have signed a petition for it to close naming the congregation of people in the coffee shop being an issue of security! The person that has started this petition is a woman who has verbally abused Meisy in more than one occasion.

The case of Meisy is not unique.




 

giovedì 12 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso della morte di Pavlos Fyssas

di Cinzia D'ambrosi


Il caso della morte di Pavlos Fyssas

Questo breve articolo presenta il caso della morte di Pavlos Fyssas avvenuta il 17 Settembre 2013 e le ragioni per cui il suo processo attuale e' importante non solo per la Grecia, ma per l'intera Europa. La morte di Pavlos Fyssas, a causa di un fatto di razzismo, ha dell' implicazioni molto profonde perche' tocca le fondamenta del sistema giudiziario a cui noi, in quanto cittadini ed individui, facciamo riferimento.

Pavlos Fyssas, 34enne attivista della sinistra e musicista hip-hop, e' stato accoltellato a morte da alcuni membri della Golden Dawn (partito dell'estrema destra) nel distretto di Keratsini ad Atene. Era con degli amici in un caffe' a guardare una partita di calcio, quando uno di questi ha fatto un' osservazione contro il Golden Dawn che purtroppo fu sentita da un membro proprio di quel partito che sedeva al tavolo accanto. Costui si è subito messo in contatto tramite cellulare con dei membri della Golden Dawn che in breve tempo, numerosi e con la polizia DIAS in motocicletta hanno circondato il caffe'. Pavlos stava cercando di aiutare i suoi amici a lasciare la scena quando è stato attaccato.

Per la prima volta e' in corso un processo d'omicidio contro i membri della Golden Dawn. Sin dal suo inizio ci sono state molte controversie, tra cui il fatto che il processo si stia svolgendo nella piu' grande prigione della nazione, Korydallos, in periferia d' Atene ed in una zona che ha molte affiliazioni di destra. Tutti i testimoni, inclusi il padre di Pavlos Fyssas ed i suoi avvocati, sono stati intimiditi ed anche attaccati. Ottenere un giudizio giusto e quindi ottenere una vittoria contro il razzismo e' d'importanza notevole cosi' come poter incoraggiare altre vittime a farsi venire avanti e denuniciare. Perdere il processo vorrebbe dire ristabilire il potere delle destre sul sistema giudiziario.




Didascalia:

Il processo e' controversialmente in corso nel Korydallos, la piu' grande prigione della Grecia. Foto di Cinzia D'Ambrosi.






The Case of Pavlos Fyssas death

This brief article is an introduction to the case of Pavlos Fyssas death on the 17th Septmber 2013 and why its current trial is very important not just for Greece but for Europe. Pavlos Fyssas death following a racist incidence has profound implications because it touches the foundations of the Justice System which we, as individuals and societies, rely on. It is also an example of courage.

Pavlos Fyssas, a 34-year-old left-wing activist and hip-hop artist, was stabbed to death by Golden Dawn supporters in the Keratsini district of Athens. He was with friends in a coffee shop and one of his friends made a remark against the Golden Dawn. It was overheard by someone on a nearby table, who called by cell phone members of the Golden Dawn and DIAS motorbike police. Soon the coffee shop was surrounded by numerous Golden Dawn members. Pavlos was trying to help his friends to escape when he was knifed and died at the scene. The trial against the perpetrators, members of the Golden Dawn is the first of the kind. The trial is being controversially held in the country's biggest jail, Korydallos prison and in an area known for far right affiliation. All the witnesses, including the father of Pavlos Fyssas, the boy who was killed have been intimidated at the start of the trial. Reaching a just verdict is a victory over racism and an encouragement for the many victims to come forward. Losing will only re-initiate the discourse of government and far right affiliations, and overall a defeat on our Justice System.




lunedì 16 marzo 2015

Democrazia Reale e Rappresentatività Politica

di Roberto Pravesi

La partecipazione delle persone alle scelte politiche e sociali dove si vive porta a riflettere su due condizioni. Una sono le leggi e le Istituzioni, e queste oggi vanno nella direzione del totalitarismo.

Si avverte che la partecipazione alla vita democratica e alle scelte sociali da parte delle persone, non viene considerato, e .....non solo per i Migranti, oggi la democrazia è solo una parola agitata per coprire un potere Mafioso sia economico che politico.
 

Le persone che arrivano da altri paesi, è evidente che non sono considerate “degne” di diritti……E trovano barriere che sono il risultato di un potere corrotto e ignorante, dove l’Essere Umano è un oggetto utilizzabile o meno, ma oggetto.

Prendo in prestito TOLSTOJ che disse:

“Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena."

La seconda condizione sono le abitudini di tutti noi, si percepisce l'individualismo e il pregiudizio, credenze che portano le persone a pensare solo a se stessi, e questa condizione non aiuta ad andare verso il cambiamento positivo necessario.

Siamo noi il motore del cambiamento e tocca ad ognuno di noi fare cambiare il sistema,
il Sistema attuale, sia economico che politico è FALLITO, e si agitano oscurantismi in tutte le fazioni.

Oggi non sono in grado di proseguire la costruzione, non sono in grado di immaginare un progresso Umano, sanno solo fare violenza, economica, sociale, religiosa e politica, non rappresentano l’evoluzione, e sono pericolosi.

Cancellare la Bossi/Fini, dare opportunità di partecipare alle scelte politiche. Nei Comuni, chi ha la residenza ha diritto di voto, in consiglio comunale devono sedere rappresentanti di tutte le provenienze.

Un Sogno, una Aspirazione, tempo fa, un “tizio” fece un discorso dove diceva che aveva un sogno, Martin Luther King, anche oggi bisogna avere un sogno, e muoversi per realizzarlo, la Partecipazione, prima di tutto è la partecipazione a costruire una società più Umana, se aspetto che qualcuno la realizzi, non funziona.

La Partecipazione è uscire dall’individualismo del proprio orticello, i Pensieri producono Azioni, i pensieri forti producono Azioni forti.

Per chiudere e chiarire questa riflessione, prendo le parole di Silo, Fondatore del Movimento Umanista:

In una Democrazia reale deve essere data alle minoranze la garanzia di una rappresentatività adeguata ma, oltre a questo, si devono prendere tutte le misure che ne favoriscano nella pratica l’inserimento e lo sviluppo. Oggi le minoranze assediate dalla xenofobia e dalla discriminazione chiedono disperatamente di essere riconosciute e, in questo senso, è responsabilità degli umanisti elevare questo tema a livello di discussione prioritaria, capeggiando ovunque la lotta contro i neo-fascismi, o mascherati che siano. In definitiva, lottare per i diritti delle minoranze significa lottare per i diritti di tutti gli esseri umani.





 


Intervento tenutosi durante la manifestazione a Milano in occasione del Primo Marzo: una Giornata senza di noi. L'Associazione per i Diritti Umani ha deciso di pubblicarlo perché, anche se associazione laica e apartitica, ha trovato in questo discorso un terreno comune su alcune riflessioni.

venerdì 27 febbraio 2015

Mai con Salvini, per contrastare il progetto funesto dei fascio-leghisti


di Annamaria Rivera (da Cronache di ordinario razzismo)



Il 28 febbraio le strade di Roma saranno percorse da un corteo della Lega Nord, con CasaPound e altri gruppi neofascisti, capeggiato da Matteo Salvini, prevedibilmente accompagnato dalla consueta appendice di provocazioni.
Non saranno i soli a manifestare. Da piazza Vittorio fino a Sant’Andrea della Valle, sfilerà il corteo promosso da #MaiconSalvini, ampio cartello di movimenti, centri sociali, associazioni antirazziste e Lgbt, circoli Anpi e altre realtà associative. L’appuntamento è stato lanciato sui social network con una campagna antirazzista cui ha partecipato un buon numero di artisti.
Il corteo, che auspichiamo sia pacifico e di massa, nasce dalla consapevolezza dell’importanza della posta in gioco. Infatti, #MaiconSalvini intende essere una tappa per contrastare l’ambizioso disegno della Lega Nord: porsi alla guida dell’opposizione al governo Renzi, grazie al consolidamento di un polo antieuropeista e razzista che ingloba l’estrema destra, da CasaPound a Fratelli d’Italia. E che aspira a essere parte importante dell’internazionale nera che dilaga in Europa.
Abbandonato il mito della Padania oppressa e sfruttata dal colonialismo terrone e da “Roma ladrona”, in favore del discorso nazionalista, la Lega cerca di guadagnare consensi e voti anche nelle regioni dei disprezzati colonizzatori-sfruttatori. Artefice di questa (apparente) metamorfosi è quello stesso Matteo Salvini che in tempi non remoti, pur parlamentare della Repubblica, intonava nelle feste di Pontida canzoncine graziose quali: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani”. http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/politica/salvini-a-pontida/salvini-a-pontida/salvini-a-pontida.html
Nonostante l’innovazione (più che metamorfosi) che la ha risollevata dal baratro degli scandali e delle lotte intestine, la Lega salvinizzata rimane fedele alle proprie origini quanto a razzismo, omofobia, islamofobia. In realtà, essa ha recuperato i suoi più vecchi temi d’impianto razzista-biologista (si pensi alla campagna martellante contro l’allora ministra Cécile Kyenge) e perfino d’ispirazione nazionalsocialista. E’ proprio l’ideologia völkish (il völk inteso come comunità di sangue e suolo) che le ha permesso di passare con disinvoltura dall’etno-nazionalismo padano al nazionalismo völkish, per l’appunto.
Ugualmente in continuità col passato sono la tendenza a tradurre le questioni sociali in questioni identitarie e sicuritarie, e la propensione a sfruttare, organizzare, dirigere verso capri espiatori (anzitutto migranti, rifugiati e rom) la rabbia e il rancore di strati popolari duramente colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerità. In tal modo essa si propone come artefice di un’uscita reazionaria dalla crisi, che, ribadiamo, non è solo economica, sociale e culturale, ma riguarda anche la democrazia parlamentare.
Troppe volte, a sinistra, si è minimizzato il ruolo della Lega Nord, riducendola talvolta a null’altro che fenomeno folclorico o considerandola addirittura “costola della sinistra” stessa. Non è cosa archiviata nel registro del passato. Assai recentemente, è per i voti decisivi di membri del Pd che la Giunta per le immunità del Senato ha negato ai Pm di Bergamo l’autorizzazione a procedere contro Roberto Calderoli per istigazione all’odio ‘razziale’: per aver egli, a luglio del 2013, assimilato a un orango la ministra Kyenge. Un senatore del Pd, Claudio Moscardelli, membro della Giunta, è arrivato a negare il carattere razzista della Lega. E con un’argomentazione (si fa per dire) grezza e risibile: la Lega non è razzista, ha affermato, perché “nel suo ambito operano anche diverse persone di colore”. http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/02/09/annamaria-rivera-il-pd-si-schiera-con-calderoli-contro-kyenge-a/
Oggi che essa si propone come punto di coagulo dell’estrema destra, il suo ruolo diviene ancor più pericoloso, in un paese devastato -socialmente, culturalmente, politicamente- dagli effetti della crisi e delle politiche di austerità, dalle “riforme” del governo Renzi, dalla stessa crisi della democrazia rappresentativa.
Non sarà un solo corteo a ostacolare un tale progetto e a spegnere le risonanze funeste che esso evoca. Nondimeno, quello del 28 febbraio, se pacifico e di massa –ribadiamo– può essere tappa importante per il rilancio di un movimento che lo contrasti sistematicamente, quel progetto, soprattutto incrementando le vertenze sociali e moltiplicando i presidi democratici nei quartieri popolari.


venerdì 28 febbraio 2014

Agnese Moro e il senso del perdono



Lunedì 17 febbraio si è svolto un incontro importante presso il Conservatorio di Milano: il Centro Asteria ha invitato Agnese Moro - sociopsicologa e figlia dello statista Aldo Moro - per un approfondimento e per un dibattito con gli studenti di alcune scuole superiori: un'iniziativa utile, importante e anche ricca di emozioni per parlare di giustizia e di perdono.

L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato all'incontro e ha realizzato per voi il video pubblicato di seguito. Lasciamo la parola ad Agnese Moro che ringraziamo di cuore per le sue parole e per la sua testimonianza e ringraziamo anche il Centro Asteria per questa opportunità.





In questi giorni e fino al 2 marzo, inoltre, sono in scena due spettacoli teatrali. Presso il Teatro Elfo-Puccini di Milano lo spettacolo intitolato: Aldo Morto -Tragedia di e con Daniele Timpano. Un attore, nato negli anni'70 e che di quegli anni non ha alcuna memoria, partendo dalla tragica vicenda del rapimento di Aldo Moro, si confronta con l'impatto che questo evento ha avuto nell'immaginario collettivo.

Lo spettacolo ha vinto il Premio “Rete critica 2012” e ha ottenuto una segnalazione speciale per il Premio In-box e Premio Ubu come “migliore novità italiana”.

Enigma Moro” di scena, invece, alla Sala AcomeA del Parenti. L’attore e regista Roberto Trifirò alla prova con Leonardo Sciascia, uno dei più grandi scrittori e coscienze civili del nostro Paese., spettacolo liberamente ispirato a “L’Affaire Moro” del celebre scrittore siciliano. Sul palco con Alessandro Tedeschi, Trifirò si addentrerà tra le lettere che Moro scrisse prima di essere assassinato dalle BR e che Sciascia era il solo a considerare autentiche, non annebbiate dall’angoscia o dalle pressioni psicologiche in cui l’uomo Moro si trovava (Info: 02 59995206).


lunedì 3 febbraio 2014

Come difendersi dal razzismo







Parla di cronaca, parla di razzismo, parla di una società intollerante e maleducata: questo e molto altro nel libro dal titolo I giorni della vergogna. Gli insulti a Cécile Kyenge, di Stranieri in Italia, curato dall'editore Gianluca Luciano e dal giornalista Eugenio Balsamo.

Parolacce, insulti, scritte sui muri, minacce, soprattutto rivolte al Ministro Kyenge, ma che colpiscono troppo spesso anche altre persone comuni: forse l'Italia è un Paese razzista, o forse no, ma i segnali non sono positivi.



Per approfondire questo argomento abbiamo rivolto alcune domande a Eugenio Balsamo che ringraziamo per la sua disponibilità.



Partiamo dai due punti cardine del libro: dove affondano le radici del razzismo, in Italia? Ed è possibile difendersi dalle sue forme, più o meno evidenti?



Io sono tra quelli che ritengono il nostro un Paese non razzista. Muovo le mie riflessioni dalla storia che, in ogni sua fase, presenta numerose occasioni di “intreccio” tra culture diverse. Contaminazioni, in sostanza, che hanno portato alla costruzione del dna dell'italiano moderno. Le più varie iniziative di integrazione e sensibilizzazione che partono dal basso (cioè da quella società civile svincolata da partiti e sindacati) dimostrano che, in fondo, siamo un Paese in grado di comprendere e apprezzare le diversità. Con l'importante conferma che, anche in un momento economicamente difficile come quello attuale, siamo meno interessati da atti di accusa verso il “diverso che ruba il lavoro” rispetto a tanti altri Paesi europei.

Credo, ciononostante, che a essere meno preparato a questa sfida postmoderna figlia di una globalizzazione rapida sia l'apparato pubblico, ancora ingabbiato nella difesa di un'identità nazionale che – questo è il vero dato da accettare – non è la stessa degli anni Settanta e Ottanta. È sufficiente il ricorso a un esempio banale come quello dei pasti nelle mense o alla regolazione dei diversi spazi e momenti di preghiera.

Come ci si difende? Non sono un fan della repressione, che è comunque importante in alcune circostanze. Insegnare che il corpus sociale è necessariamente multiculturale e multietnico è il principale impegno degli educatori: le scuole, la Chiesa, le caserme, le società sportive dilettantistiche prima ancora di quelle animate da professionisti e i consessi rappresentativi. Probabilmente sono questi ultimi, se ci atteniamo alla cronaca, ad avere bisogno di uno scossone e di cartellini rossi. Perché un idiota di una curva di stadio ha un peso, un parlamentare ne ha un altro: il primo urla e convince se stesso, il secondo riesce a trascinare migliaia di elettori e militanti.



In cosa consiste la "guida all'autodifesa"?

Semplicemente, e utilmente, un riepilogo del concetto di razzismo e delle norme che l'ordinamento pone a tutela del discriminato. E, sia chiaro, a tutela di se stesso giacché un Paese che non difende le proprie basi giuridiche e sociali è un Paese che si arrende all'arroganza e all'ignoranza. Un modo, dunque, per ricordare che il razzismo non è e non può essere un'opinione perché era e resta un reato.

 

Ci può fare alcuni esempi di cronaca che hanno riguardato il ministro Kyenge, ma anche persone comuni?


Il governo Monti ha avuto il suo ministro per l'Integrazione. Era bianco, romano e cristiano e quindi, mi viene da dire, non meritevole di attenzioni particolari. Cécile Kyenge, al contrario, ha un profilo diverso, etnicamente diverso. Il “tornatene in Congo” avanzato da diversi ambienti di destra, spiega il rifiuto a questo tocco di modernità azzardato da un governo italiano con notevole ritardo rispetto alle scelte di altri Paesi occidentali che, già diversi anni addietro, avevano puntato su esponenti politici di origine straniera perché ormai ben inseriti nel contesto socio-politico. È difficile credere che le critiche mosse a Kyenge – come fa notare senza successo qualche punta di diamante della Lega nord – siano unicamente relative alle sue proposte. Ricordiamo che è lo stesso partito delle panchine da sottrarre agli extracomunitari e delle ordinanze anti kebab. Che i militanti leghisti si incontrino con quelli di Forza nuova per contestare il ministro è una conferma, come l'idea del segretario federale del Carroccio di inaugurare una parentesi di collaborazione con il Front national.

Allora il “tornatene in Congo” ha lo stesso valore di “venite a delinquere” che l'italiano medio “offre” quotidianamente all'asiatico, africano o romeno. Il limite è quello di pensare che una donna nata in Africa, ancorché laureata e specializzata in Italia e “dotata” di cittadinanza italiana, possa arrivare a occupare un posto che, nella logica del “protezionismo etnico”, andrebbe riservato a un italiano.


Qual è, in generale, il punto di vista dei nuovi italiani su questo Paese?


Questo è, secondo me, il punto più interessante di ogni indagine, scientifica o giornalistica che sia, che voglia misurare il grado di razzismo della nostra società. Il lavoro “I giorni della vergogna” include il punto di vista di giornalisti stranieri che vivono e operano in Italia, nessuno dei quali nasconde le difficoltà iniziali di inserimento nel contesto italiano, sociale e professionale. Sottolineano, tuttavia, quei limiti spesso evidenti nascosti nelle norme più varie, che talvolta penalizzano chi il nostro Paese lo vive al pari di chi vi è nato e cresciuto. Non è certo razzismo, ma evidente impreparazione dell'apparato pubblico (decisori compresi) ad approcciarsi a quella nuova linfa che giunge da oltre confine. Considero “nuovi italiani” non solo le seconde e terze generazioni di immigrati, ma anche colore che stabilmente, da anni, vivono in Italia sebbene sprovvisti di cittadinanza. Chiedono l'opportunità di fare la propria parte, di essere messi in condizione di dimostrare.

Quello che i nuovi italiani lamentano è lo scarso coraggio del legislatore. L'esempio principale è lo ius soli: proposto da più parti (anche da Cécile Kyenge) incontra il muro apparentemente insormontabile dell'identità, del paventato rischio che tra i bimbi e gli italiani di domani ci siano troppi Ahmed. Mentre, al tempo stesso, l'Italia si pregia di aver dato a New York un sindaco “campano”. Credo, tuttavia, che lo scenario di base stia cambiando, almeno a livello di percezione. Conforta, per esempio, il parere dei bambini delle elementari che oggi hanno compagni di banco figli di cinesi, nigeriani, balcanici: è la loro curiosità a superare le differenze. Ecco perché, ripeto, c'è bisogno di un lavoro “dal basso”, abituando gli italiani di domani a sentirsi protagonisti della stessa scena di vita.