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domenica 29 novembre 2015

Il voto sulla radicalizzazione e i rischi della politica della paura

 

Strasburgo, 26 novembre 2015

Ieri il Parlamento europeo riunito in sessione plenaria ha votato la Relazione sulla prevenzione della radicalizzazione, relatrice Rachida Dati (PPE).
In qualità di relatore ombra per il GUE-NGL, Barbara Spinelli ha dato indicazione di voto contrario. «Non è stata una decisione semplice. Dopo mesi di discussione tra la relatrice e i rappresentanti “ombra” degli altri gruppi politici, ho deciso di dare al mio gruppo un'indicazione di voto contrario. Nonostante i negoziati si siano svolti nel rispetto delle reciproche posizioni, e una serie di nostri emendamenti molto importanti sia stata accolta nella Commissione Libertà pubbliche e nell'Assemblea plenaria (sul commercio d’armi, sul legame tra l’estendersi dell’islamofobia e le prolungate guerre anti-terrore dell’Occidente, ecc), il risultato finale ha risentito in maniera a mio parere affrettata degli attentati parigini del 13 novembre: il PPE ha accentuato negli ultimi giorni la natura repressiva del rapporto e ulteriori misure anti-terrorismo sono state adottate, senza che ancora siano valutate la necessaria proporzionalità nonché la necessità legale. La politica della paura, sotto molti aspetti, ha prevalso nella maggioranza dei gruppi, pur creando importanti divisioni nel gruppo socialista, in quello dei Verdi, e perfino nel GUE-NGL». 
«Il GUE-NGL è contrario da tempo all'introduzione della Direttiva PNR, soprattutto se estesa ai voli interni all'Unione, come richiesto nella risoluzione: si tratta di una misura che il Garante europeo per la protezione dei dati e altre importanti autorità hanno definito non necessaria né proporzionata. Allo stesso modo, concordiamo con l'analisi effettuata da European Digital Rights (EDRI) secondo cui gli standard di crittografia non dovrebbero essere arbitrariamente indeboliti, come di fatto lo sono nel rapporto approvato dal Parlamento, perché ciò rischia di avere effetti negativi sulla privacy di persone innocenti». 
«Riteniamo inoltre che la risoluzione criminalizzi le compagnie internet, obbligandole a una sistematica cooperazione con gli Stati e mettendole praticamente sotto la loro tutela. É un messaggio assai pericoloso che per questa via viene trasmesso ai regimi autoritari nel mondo, tanto più che di tale misura si chiede l’applicazione perfino per quanto concerne materiale considerato legale».
«Anche se di per sé non sono affatto contraria ai controlli alle frontiere, ritengo tuttavia – come si affermava in un emendamento presentato dal gruppo S&D sfortunatamente rigettato – che gli Stati Membri “debbano astenersi dal ricorrere a misure di controllo alle frontiere finalizzate alla lotta contro il terrorismo e all'arresto di individui sospettati di terrorismo con lo scopo di esercitare un controllo dell'immigrazione”».
«Al pari dell'European Network Against Racism (ENAR), quel che temo è che una serie di proposte contenute nella relazione possa mettere a repentaglio alcuni diritti fondamentali nell'UE, soprattutto nei confronti dei rifugiati e dei musulmani, esplicitamente confusi gli uni con gli altri».
 «Particolarmente grave mi è parso il rifiuto di un nostro emendamento specifico contro la vendita di armi a paesi della Lega Araba come Arabia Saudita, Egitto e Marocco, e contro la collusione politica con Paesi terzi a guida dittatoriale. Per finire, è stato rigettato uno dei nostri emendamenti che consideravamo fondamentali: il rifiuto della “falsa dicotomia tra sicurezza e libertà”. In ogni democrazia il rifiuto di tale dicotomia dovrebbe essere un concetto ovvio. Non lo è più di questi tempi, dominati più dalla paura e dalla collera che dalla ragione e dalla rule of law».

sabato 8 agosto 2015

Elezioni non credibili




di Veronica Tedeschi



Il 21 luglio il Burundi ha, finalmente, votato per le elezioni presidenziali.
Il risultato non è diverso da quanto ci si aspettava:
Pierre Nkurunziza è stato rieletto per un terzo mandato con il 69% delle preferenze. L’affluenza maggiore è stata rilevata a Ngozi, paese originario di Nkurunziza che ha registrato il 91,99% dei votanti e dove il presidente ha preso il 79% dei voti.

La missione delle Nazioni Unite di osservazione del voto ha monitorato le elezioni. Ha rilevato un’atmosfera di tensione creata dall’opposizione, che ritiene anticostituzionale il terzo mandato di Nkurunziza, e ha affermato che lo scrutinio, segnato dalla violenza, non è stato “né libero, né credibile, né inclusivo”. Molte persone si sono tolte l’inchiostro dalle dita (l’impronta digitale sancisce l’avvenuto voto) per votare nuovamente, altri si sono impossessati del documento elettorale di qualcun altro e hanno votato due volte.
Nella notte tra il 20 e 21 luglio un poliziotto e un civile sono stati uccisi nella capitale Bujumbura, che sta vivendo giorni di forte tensione che non accennano a diminuire.

Questo governo in 10 anni non ha fatto nulla per la popolazione. Si è riempito le tasche, ci ha fatto regredire economicamente e ha fatto perdere la speranza ai giovani. Non so quale miracolo abbia in mente Nkurunziza, ma mi appello alla sua saggezza e gli chiedo di lasciare il governo. Perché non ritirarsi ora e ricandidarsi per il prossimo mandato? Se è così amato come dice, sicuramente non avrà problemi.” Questa l’opinione del leader dell’opposizione che vive a Kiriri, il quartiere-bene della capitale Bujumbura. “Il regime ha fatto di tutto per ostacolarci. Non ci hanno lasciato fare la campagna elettorale e ci hanno minacciati. È chiaro che pensavano di perdere. Sono state elezioni incostituzionali e il mancato rispetto della volontà popolare è un problema serio.”

La reazione della comunità internazionale a tutto questo è stata minacciare di chiudere i finanziamenti.
Il 6 luglio si è tenuto in Tanzania il vertice della Comunità dell’Africa orientale sulla crisi in Burundi. I presidenti degli altri Stati fanno il loro gioco e certamente non pensano alle sorti della popolazione burundese; basti considerare che
Rwanda e Uganda si trovano nella stessa situazione: i loro presidenti sono intenzionati a ricandidarsi per la terza volta, nonostante le loro Costituzioni lo vietino, come accade in Burundi.

Inoltre, non bisogna dimenticare che, a causa dei disordini provocati dalle elezioni, 140 mila burundesi sono fuggiti e i paesi di accoglienza, Congo e Rwanda, iniziano a subire negativamente questa migrazione forzata. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, continua a vivere in un clima particolarmente instabile che vede nelle province orientali la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, che effettuano incursioni e razzie con conseguenti massacri di civili mentre il Rwanda presenta una popolazione di ben 12 miliardi di abitanti che, per la sua superficie, è già numerosa.

Infine, scrive il Daily Maverick, Nkurunziza, ha un asso nella manica che gli permette di ignorare le richieste della comunità internazionale: i soldati burundesi formano il secondo contingente più numeroso della missione dell’Unione Africana in Somalia. Di recente hanno subito un duro attacco e sono morti in sessanta; se Nkurunziza decidesse di ritirarli, creerebbe un grosso problema alla missione.

Alcuni studiosi delle vicende burundesi azzardano le loro previsioni, avvertendo che la conclusione di questa vicenda si avrà solo dopo anni di guerra e miseria, e forse non hanno tutti i torti; del resto “la guerra è la maledizione del Burundi”.
 
 
 
 

domenica 12 aprile 2015

La RESISTENZA al femminile




Si sta avvicinando il 25 aprile e quest'anno ricorrono i 70 anni dalla liberazione dell'Italia dal nazifascismo, ma molte altre resistenze sono ancora in corso. Anche le donne hanno partecipato ( e partecipano oggi) alla Resistenza di allora: sono le storie, le vicende delle nostre mamme, nonne, bisnonne e di tutte coloro che hanno fatto parte, ad esempio, dell'UDI – Unione Donne Italiane – e che hanno contribuito, come partigiane, alla fruizione della libertà e dei diritti che sono anche nostri, grazie al loro coraggio e al loro impegno.
Si celebrano, queste grandi donne, allo Spazio WOW Fumetto di Milano con una mostra intitolata proprio “Donne resistenti”, un'esposizione di graphic-novel che sarà aperta al pubblico fino al 26 aprile 2015.
Le artiste Giuliana Maldini, Elena Terrin, Mariagrazia Quaranta, Marilena Nardi narrano le storie importanti, e forse poco conosciute ancora, di Onorina Brambilla Pesce, Iride Imperioli e poi di Tina Anselmi. Il fumettista Reno Ammendolea, in collaborazione con Marsia Modola, presenta il lavoro intitolato “ Bruna e Adele 70 anni dopo” in cui si ricordano i Gruppi di Difesa della Donna attraverso gli occhi di una ragazzina di diciassette anni che, grazie ai ricordi della nonna, scopre le conquiste e le lotte della resistenza al femminile. E ancora: il percorso che portò, a poco tempo di distanza da quelle battaglie, al diritto di voto.


 


Per il giorno di chiusura del percorso è prevista la proiezione del documentario “La donna nella Resistenza” di Liliana Cavani.
Un modo originale e nuovo di raccontare la Storia, anche quella che non si studia molto sui libri; un percorso utile per i giovani e i meno giovani che, insieme, possono raccontarsi e conoscersi meglio attraverso la condivisione di ideali e di valori positivi.








WOW Spazio Fumetto



Viale Campania 12, Milano



Ingresso libero



ma-ve: 15-19 e sab-dom:15-20

martedì 7 aprile 2015

Palestina, il voto italiano e le due letture dalla Terrasanta. Saeb Erekat e Yael Dayan: bene il riconoscimento. Ma Israele plaude per il contrario




di Umberto De Giovannangeli, L'Huffington Post

 


La “limatura” dei verbi, l’edulcorazione di alcuni passaggi, le due mozioni che sembrano eludersi a vicenda, tutto questo relativizza ma non cancella la sostanza politica dell’evento consumatosi oggi a Montecitorio: dopo Francia, Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, Portogallo, Irlanda, Belgio, Svezia, Lussemburgo, anche il Parlamento italiano si è espresso per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Decisione sofferta, ritardata, con contraddizioni interne, ma la cui valenza politica, oltre che simbolica, non sfugge al Governo israeliano che puntava molto sull’ "amico Matteo” perché l’Italia non si unisse, neanche con qualche distinguo filoisraeliano, al coro dei “filopalestinesi”.
Così non è stato. O almeno questa è la lettura di chi vede il bicchiere mezzo pieno (sul fronte palestinese) rispetto al voto di Montecitorio. Quel voto intenderebbe rappresentare anche un sostegno a “Lady Pesc”, Federica Mogherini, che non ha mai nascosto la sua speranza di veder nascere uno Stato palestinese, a fianco d’Israele, durante gli anni del suo mandato di Alto Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea.
Il voto porta con sé strascichi di politica interna, di letture “retrosceniste” sulle dinamiche interne alle varie anime del Partito Democratico, sulla spaccatura nella maggioranza poi ricomposta, almeno all’apparenza, con il parere favorevole del governo a due mozioni: quella Pd, sostenuta anche da Sel, che ha ottenuto 300 voti favorevoli e 45 contrari; e quella stilata da Nce e Ap-Sc, approvata con 237 voti favorevoli e 84 contrari, e che ha già aperto discussioni sul “messaggio” che la fronda di sinistra pieddina ha inteso lanciare al premier “decisionista”.
Strascichi, per l’appunto. Perché la sostanza è ben altra e investe il senso di marcia della nostra politica estera, soprattutto nell’area per noi più nevralgica, sul piano geopolitico e per la difesa degli interessi nazionali: il Vicino Oriente. Un Vicino Oriente in fiamme: dalla Libia alla Siria, dall’Iraq alla Palestina. Ad affermarsi, nel mondo arabo, sono “Generali” o “Califfi”, mentre in difficoltà, se non in rotta, sono le leadership moderate. Come quella del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). L’ "intifada diplomatica” da lui voluta era ed è anche una risposta alle spinte militariste che prendono corpo dall’azione dei “lupi solitari” palestinesi e, soprattutto, dall’affermarsi anche in Cisgiordania e a Gaza dei gruppi salafiti vicini allo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.
"C’è il diritto dei palestinesi a un loro Stato e il diritto dello stato di Israele a vivere in sicurezza di fronte a chi per statuto vorrebbe cancellarne l’esistenza. La soluzione è quella dei due Stati, per la quale la comunità internazionale si pronuncia da tempo, il che vuol dire il diritto dei palestinesi a un loro Stato e il diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza, di fronte a chi vorrebbe addirittura per statuto cancellarne la stessa esistenza", ha rimarcato il titolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, nel suo intervento in Aula.
Il testo presentato dai democratici impegna il governo "a continuare a sostenere in ogni sede l'obiettivo della Costituzione di uno Stato palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo Stato d'Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo". C'è quindi l'impegno per il governo a "promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, tenendo pienamente in considerazione le preoccupazioni e gli interessi legittimi dello Stato di Israele".
Un messaggio, quest’ultimo che intendeva essere rassicurante per il governo israeliano. E in parte c’è riuscito, vista la prima reazione a caldo dell’Ambasciata d’Israele:
Accogliamo positivamente – recita una nota dell’Ambasciata - la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi, sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace. Così come scritto all'inizio della mozione: "La soluzione potrà essere raggiunta soltanto attraverso i negoziati". Tutti i governi d'Israele, a partire dagli accordi di Oslo, hanno accettato e fatto propria l'idea di due Stati per due popoli. Dopo le elezioni e la formazione di un nuovo governo in Israele a marzo , è necessario che i palestinesi decidano di tornare al tavolo delle trattative senza precondizioni, per portare avanti la pace e la sicurezza fra i due popoli”.
Resta il fatto che la nota dell’Ambasciata israeliana glissa sul fatto che, nella mozione Pd, si fa esplicito riferimento a uno Stato palestinese “con Gerusalemme quale capitale condivisa” e a uno Stato “sovrano entro i confini del 1967”: due punti su cui il governo israeliano in carica si è detto sempre contrario.
Di segno opposto a quella della sede diplomatica dello Stato ebraico a Roma, sono le reazioni, e le letture, date a caldo dai palestinesi e dagli israeliani aperti sostenitori del dialogo. “Il voto del Parlamento italiano è un atto politico importante, che può dare un nuovo impulso al negoziato e far capire ai governanti israeliani che l’Europa intende giocare un ruolo da protagonista nello scenario mediorientale”, dice all’Hp il capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat. “Il problema - aggiunge Erekat – non è dichiararsi a parole favorevoli al negoziato, ma esserlo con i fatti. E ogni atto compiuto dai governanti israeliani è andato nella direzione opposta: dalla colonizzazione dei Territori all’assedio di Gaza”.
Sulla stessa lunghezza d’onda è Yael Dayan, scrittrice israeliana, più volte parlamentare laburista, una delle 800 personalità israeliane firmatarie di un appello rivolto all’Europa perché riconoscesse lo Stato di Palestina. “Apprezzo la scelta del Parlamento italiano – dice la figlia dell’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan, raggiunta telefonicamente a Tel Aviv dall’Hp – e da israeliana che ha combattuto per la sicurezza del proprio Paese, non la considero un atto di ostilità, ma al contrario di amicizia verso Israele. Penso questo perché sono convinta che la nascita di uno Stato palestinese non rappresenti un cedimento al “nemico” ma un investimento sul futuro per Israele. Un futuro che le destre mettono a repentaglio, riproponendo una politica fondata su una cultura militarista, cavalcando l’insicurezza e vendendo una illusione: quella di una pace a costo zero”.
È terribile odiare ed essere odiati per così tanto tempo. È estenuante occupare ed essere occupati per così tanto tempo. Questa liberazione riguarda anche noi israeliani”, le fa eco David Grossman, tra i più affermati scrittori israeliani, anche lui, come Yael Dayan, tra i promotori dell’appello all’Europa.
Resta la rabbia dei falchi. Il pronunciamento del Parlamento italiano interviene nel vivo della campagna elettorale in Israele – si vota il 17 marzo – e a pochi giorni dal viaggio negli Stati Uniti di Benjamin Netanyahu – parlerà al Congresso ma non sarà ricevuto dal presidente Barack Obama – e stride con quanto sostenuto dai leader delle destre dello Stato ebraico, decisamente ostili, per ragioni ideologiche o di sicurezza, alla nascita di uno Stato palestinese, con o senza negoziati diretti. Un tema, questo, che è parte della campagna elettorale in corso, nella quale le destre sottolineano che non c’è differenza fra Hamas e l’Isis, e che Abu Mazen ha scelto di “governare con i terroristi (Hamas, ndr) sacrificando la pace”.
Sul versante opposto, il leader dei Laburisti, Yitzhak Herzog, mette in evidenza come “le chiusure di Netanyahu hanno rafforzato gli estremisti nel campo palestinese e incrinato le relazioni tra Israele e l’Amministrazione Obama”. Herzog ha anche annunciato che, se diventerà primo ministro, si farà promotore di un “piano Marshall” per la smilitarizzazione e la ricostruzione di Gaza.
In proposito, a sei mesi dal cessate il fuoco che ha messo fine all’operazione “Protective Edge”, Oxfam ha lanciato l’allarme sulla disperata situazione in cui ancora versano gli 1,8 milioni di persone che vivono nella Striscia, a causa delle carenze e progressive riduzioni delle quantità di materiali da costruzione in entrata a Gaza. A farne le spese sono le circa 100.000 persone, di cui la metà bambini, che ancora sono costrette a vivere in rifugi e sistemazioni temporanee, mentre decine di migliaia di famiglie vivono in abitazioni gravemente danneggiate dai bombardamenti della scorsa estate. Senza la fine del blocco israeliano a Gaza - avverte l’Ong con sede centrale a Londra - ci vorrà oltre un secolo per completare la ricostruzione di case, scuole e ospedali.
Herzog – un dei leader del “Blocco sionista” di centrosinistra - ha anche sottolineato che “pace e sviluppo degli insediamenti sono tra loro inconciliabili”. L’esatto opposto di ciò che pensano, e fanno, le destre israeliane. Secondo uno studio dell’associazione israeliana Peace Now, i bandi per le nuove costruzioni sono triplicati dal 2013 rispetto al precedente governo, sempre guidato da Netanyahu. Sono state fatte 4.485 gare d’appalto nel 2014 e 3.710 nel 2013 (2007 erano state meno di 900). L’incremento demografico annuale dei coloni è di circa il 5,5%, contro l’1,7% degli altri israeliani.
Le considerazioni avanzate dal leader laburista israeliano sullo stato (pessimo) dei rapporti tra Netanyahu e Obama trovano conferma nelle parole della la consigliera per la sicurezza nazionale del presidente Obama, Susan Rice, secondo cui la visita che il premier israeliano farà a Washington il 3 marzo sarà "distruttiva". E a Netanyahu, che rilancia la linea “interventista” contro l’Iran, il segretario di Stato Usa, John Kerry, risponde seccamente: ci ha spinto a invadere l’Iraq, visto com’è finita?
Per il riconoscimento dello Stato di Palestina si batte da tempo Mairead Corrigan Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976: “Se i governi europei avessero un sussulto d’orgoglio, se credessero davvero a quei principi universali di cui si fanno vanto – afferma Maguire – allora non dovrebbero perdere un attimo in più e seguire l’esempio svedese, compiendo un atto riparatorio che sarebbe dovuto accadere già da tempo: riconoscere lo Stato palestinese. Per farlo non c’è bisogno del “permesso” d’Israele”.


martedì 24 marzo 2015

Aggiornamento unioni omosessuali





La scorsa settimana è arrivato un segnale chiaro dall'Europarlamento in tema di unioni civili fra persone dello stesso genere. Con 390 voti favorevoli, 151 contrari e 97 astensioni è, infatti, passato il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone omosessuali. Per la nostra associazione è importante sottolineare che tale riconoscimento sia stato affermato come un “diritto dell'uomo”. Il passaggio si trova al punto 162 della relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo.

Pier Antonio Panzeri, firmatario della relazione, scrive: “Il Parlamento europeo prende atto della legalizzazione del matrimonio e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di Paesi nel mondo, attualmente diciassette, incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell'Ue a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili”.

Secondo Daniele Viotti, co-presidente dell'Intergruppo LGBT al Parlamento europeo:

l'Europa ha fatto importanti passi in avanti sul fronte dei diritti LGBT e la parità di genere” anche se non mancano le polemiche da parte dei gruppi cattolici (come avvenuto anche durante la commissione in tema di interruzione di gravidanza) e da parte del Presidente di Arcigay, Flavio Romani, il quale ha affermato: “Ben vengano tutti gli inviti e le raccomandazioni, peccato però che non siano in nessun modo obbligatori per gli Stati membri dell'Unione europea. Anche ciò che è stato approvato va a finire nel cassetto delle belle intenzioni. Se poi gli Stati non vogliono mettere in atto questi inviti, sono liberi di farlo”.

Ricordiamo che l'Italia, rispetto ai 28 paesi membri dell'Unione, si trova tra i nove che ancora non prevedono alcun tipo di tutela dei diritti delle coppie omosessuali anche se, come detto, nella relazione di Panzeri, i governi e le istituzioni vengono incoraggiate a contribuire ulteriormente alla riflessione sul tema.

lunedì 16 marzo 2015

Democrazia Reale e Rappresentatività Politica

di Roberto Pravesi

La partecipazione delle persone alle scelte politiche e sociali dove si vive porta a riflettere su due condizioni. Una sono le leggi e le Istituzioni, e queste oggi vanno nella direzione del totalitarismo.

Si avverte che la partecipazione alla vita democratica e alle scelte sociali da parte delle persone, non viene considerato, e .....non solo per i Migranti, oggi la democrazia è solo una parola agitata per coprire un potere Mafioso sia economico che politico.
 

Le persone che arrivano da altri paesi, è evidente che non sono considerate “degne” di diritti……E trovano barriere che sono il risultato di un potere corrotto e ignorante, dove l’Essere Umano è un oggetto utilizzabile o meno, ma oggetto.

Prendo in prestito TOLSTOJ che disse:

“Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena."

La seconda condizione sono le abitudini di tutti noi, si percepisce l'individualismo e il pregiudizio, credenze che portano le persone a pensare solo a se stessi, e questa condizione non aiuta ad andare verso il cambiamento positivo necessario.

Siamo noi il motore del cambiamento e tocca ad ognuno di noi fare cambiare il sistema,
il Sistema attuale, sia economico che politico è FALLITO, e si agitano oscurantismi in tutte le fazioni.

Oggi non sono in grado di proseguire la costruzione, non sono in grado di immaginare un progresso Umano, sanno solo fare violenza, economica, sociale, religiosa e politica, non rappresentano l’evoluzione, e sono pericolosi.

Cancellare la Bossi/Fini, dare opportunità di partecipare alle scelte politiche. Nei Comuni, chi ha la residenza ha diritto di voto, in consiglio comunale devono sedere rappresentanti di tutte le provenienze.

Un Sogno, una Aspirazione, tempo fa, un “tizio” fece un discorso dove diceva che aveva un sogno, Martin Luther King, anche oggi bisogna avere un sogno, e muoversi per realizzarlo, la Partecipazione, prima di tutto è la partecipazione a costruire una società più Umana, se aspetto che qualcuno la realizzi, non funziona.

La Partecipazione è uscire dall’individualismo del proprio orticello, i Pensieri producono Azioni, i pensieri forti producono Azioni forti.

Per chiudere e chiarire questa riflessione, prendo le parole di Silo, Fondatore del Movimento Umanista:

In una Democrazia reale deve essere data alle minoranze la garanzia di una rappresentatività adeguata ma, oltre a questo, si devono prendere tutte le misure che ne favoriscano nella pratica l’inserimento e lo sviluppo. Oggi le minoranze assediate dalla xenofobia e dalla discriminazione chiedono disperatamente di essere riconosciute e, in questo senso, è responsabilità degli umanisti elevare questo tema a livello di discussione prioritaria, capeggiando ovunque la lotta contro i neo-fascismi, o mascherati che siano. In definitiva, lottare per i diritti delle minoranze significa lottare per i diritti di tutti gli esseri umani.





 


Intervento tenutosi durante la manifestazione a Milano in occasione del Primo Marzo: una Giornata senza di noi. L'Associazione per i Diritti Umani ha deciso di pubblicarlo perché, anche se associazione laica e apartitica, ha trovato in questo discorso un terreno comune su alcune riflessioni.

lunedì 2 febbraio 2015

Costituzione e democrazia: ricordando Calamandrei




Mentre in Italia viene eletto il nuovo Presidende della Repubblica, tra polemiche e inciuci più o meno segreti, a noi piace ricordare il discorso di Piero Calamandrei: il 26 gennaio 1955, a Milano nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria, Piero Calamandrei partecipò ad un ciclo di conferenze sulla Costituzione rivolte agli studenti. Ecco il suo intervento:



La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo.

«La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi.
In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…

E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell’art. 8: «
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’art. 5: «
La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!
O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «
l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell’art. 27:
«Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.


venerdì 2 maggio 2014

Il documento è violento e illegale



Il documento è violento e illegale”: questa la dichiarazione di un funzionario di polizia francese quando si è visto arrivare una nota interna del commissariato in cui era scritto che, secondo le direttive della sede centrale, bisognasse localizzare le famiglie Rom che vivono in strada, identificarle ed espellerle sistematicamente.

Questo è accaduto qualche giorno fa a Parigi, nel VI arrondissement, il quartiere di San Germein des Pres, uno dei più ricchi della città. La notizia è uscita sul quotidiano Le parisien, per poi essere riportata su molte testate nazionali e internazionali, e ha contribuito a scatenare un'ulteriore bufera sul Ministro dell'Interno francese, il socialista Manuel Valls. La Francia non si conferma come la patria dei diritti dell'uomo e del cittadino e, infatti, la Commissione europea minaccia sanzioni, ricordando che: “...I Rom sono cittadini europei e che, come tali, hanno il diritto di circolare liberamente in tutti gli Stati membri”.

Intanto, in Italia, all'inizio del mese di aprile si è tenuto, a Roma, un convegno dal titolo: “Italiaromanì. L'inclusione dei rom e dei sinti in Italia. Quale strategia?”, organizzato dall'Associazione 21 luglio.

In apertura dei lavori, la Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, ha dichiarato che: “ I diritti dei Rom e dei Sinti non sono in contraddizione con i diritti di altri cittadini italiani, come vogliono far credere coloro che soffiano sul fuoco della divisione, puntando a trarne benefici elettorali”. La Presidente non ha potuto partecipare al convegno a causa di un infortunio, ma nel suo messaggio, ha continuato dicendo: “ I diritti sono indivisibili e chi calpesta i diritti dei rom e Sinti - una minoranza che ha contribuito enormemente al patrimonio culturale europeo - ha in mente una società in cui i diritti di tutti, inclusi i suoi, siano meno tutelati.

Quali i diritti da tutelare, in particolare per Rom e Sinti? “Il diritto ad una vita dignitosa, reso difficile da politiche basate sul presupposto - molto spesso errato - che i Rom siano tuttora un popolo nomade e che, dunque, debbano vivere in strutture transitorie, precarie,inadeguate. Il diritto all'istruzione e al lavoro, ostacolati dalla lontananza dei campi dalle scuole e dai luoghi di impiego, dalla repentina chiusura degli insediamenti come dagli sgomberi forzati. Il diritto ad una vita libera dalle discriminazioni, leso dai discorsi d'odio che trovano nei rom uno dei bersagli prediletti, on e off-line, di cui sono un esempio recente le frasi pubblicate sulla pagina Facebook promossa da alcuni abitanti di un quartiere centrale di Roma, nonché i cartelli che vietano l'ingresso ai rom negli esercizi pubblici o in determinate zone della città, che vengono affissi al Nord come nel Sud d'Italia”.

Il Presidente dell'Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla, ha affermato che il 2020 – anno entro cui si muoveranno le azioni delle Strategie Nazionali sarà un anno importantissimo, anzi “epocale” perchè entro quella data saranno superati tutti gli insediamenti formali, non ci saranno più sgomberi forzati e, finalmente, ai Rom apolidi verrà riconosciuto uno status giuridico: un sogno, forse, che però potrebbe diventare realtà se tutti contribuissimo ad abbattere i pregiudizi: gli amministratori locali e nazionali, i cittadini comuni, le associazioni, le comunità rom e sinti.

mercoledì 30 aprile 2014

Il Cielo sopra Baghdad




Viaggio nell’angoscia della guerra, ma anche nella grazia di occhi, di mani, di liuti da costruire, di ragazzi che si sposano, si costruiscono una casa...Scrivere e fotografare Baghdad e la sua gente diventa così l’unico modo per dare forma al dolore e alla disperazione davanti all’orrore della guerra; l’unico modo per ricostruire nella soggettività della poesia le ragioni umane del vivere in pace”. Si legge così nell'ultimo libro di Giuseppe Goffredo, poeta e scrittore, intitolato Il Cielo sopra Baghdad. Diario di un viaggio in Iraq, PoiesisEditrice.

Un libro, in realtà scritto a più mani, insieme ad alcuni artisti italiani e al fotografo Michele Stallo che arricchisce il testo con le sue immagini.

Vogliamo parlarvi di questo libro perchè oggi, 30 aprile 2014, è una giornata importante per l'Iraq: si svolgono, infatti, le elezioni politiche come annunciato dal vicepresidente che governa ad interim il Paese in quanto il Presidente, Jalal Talabani, si trova in Germania in seguito ad un attacco cardiaco.

Ma noi, come sempre, vogliamo dare spazio e voce alla società civile, a quegli uomini, a quelle donne e,soprattutto a quei bambini che, da anni, subiscono le conseguenze di una guerra interna ed esterna. Sono padri e madri, sono figli e sono orfani, ma sono anche persone mosse da una vitalità senza pari, che combattono la paura con la forza della speranza.

Gli autori accompagnano il lettore tra le strade, gli ospedali, i rifugi bombardati e parlano con gli abitanti di Baghdad: parlano di gioia e di dolore, di ombre e di bellezza.

Nella culla della civiltà mesopotamica, le donne dirigono cantieri, gli artigiani riempiono i suq, i giovani si sposano e i bambini sorridono. Questa è oggi Baghdad, una vecchia signora che porta su di sé i segni di una vita durissima, ma da cui non si è fatta devastare.

Il rifugio di al-Ameria, nel '91, 486 morti. Leggiamo: “ Per bombardare hanno utilizzato bombe speciali, ma non sappiamo cosa contenevano. Dopo quattro giorni gli americani dichiararono ai giornali che si era trattato di un errore, l'operazione aveva obiettivi militari secondo loro e non civili. Ma questi non sono posti dove si può bombardare per caso. Intorno non ci sono caserme militari. Siamo dentro un quartiere popolare...Tra le persone uccise c'erano siriani, egiziani, giordani e molte famiglie cristiane”. Ma a questa immagine se ne accosta un'altra: “Tahar ci porta al primo negozio di tamburelli. Il proprietario per darci il benvenuto tira fuori una tromba e si mette a suonare. Beppe e Salvatore lo accompagnano con dei tamburi a cornice. A questo punto la piccola carovana diventa una folla incontenibile. Ragazzi, bambini, adulti. Dei negozianti lasciano la loro bottega e si avvicinano. Ci accompagnano da un negozio all'altro danzando...La baraonda si scalda, cresce, si sparge all'intorno. Altri bambini, altri ragazzi arrivano, attraversano la strada, fanno baldoria. Poi qualcuno porta un pallone e la partita si accende...un soldato si avvicina, chiede di essere fotografato. Poi mi scrive il suo nome sul quaderno. Tutto il quartiere è in festa con noi. Resto immobile a guardare irrigidito dalla dolcezza. Da tempo non sentivo una gioia così chiara. Zineb con la mano stretta ai suoi fratellini non si muove dal mio fianco. Nel frastuono assordante si aggrappa al mio braccio. Io la guardo. Lei alza gli occhi e mi sorride”.

Questa è la vittoria della vita sulla morte.

Alla fine del diario il libro propone anche il testo dell'opera scritta e diretta dal Prof. Goffredo intitolata BaghdadBaghdad, rappresentata per la prima volta ad Algeri, il 19 febbraio del 2005, per chiedere la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, in quei giorni rapita in Iraq.

martedì 15 aprile 2014

Carceri. I confini della dignità




 
La reclusione in carcere come pena regolamentata nello spazio e nel tempo è l'esito di una grande rivoluzione prodotta dal movimento utilitarista e da quello illuminista. Il carcere come pena è un'invenzione della modernità connessa a grandi questioni che lo trascendono e a volte lo rimuovono: dal modello di produzione economica alla ideologia del lavoro, dai più generici obiettivi di giustizia al più specifico tema del rito del processo penale.
Il carcere come pena ha a che fare con il sistema sociale e con quello fiscale, con le scelte urbanistiche e con quelle architettoniche, con i diritti umani e con il residuo di giustiziabilità degli stessi, con la dignità dei corpi e con la salvezza delle anime, con l'etica e con la religione. Il carcere come pena è dentro il sistema del diritto, ma è storicamente poco incline a farsi ingabbiare dal diritto. E' il risultato di un giudizio che si trasforma in pregiudizio. Il carcere, per non ridursi a descrizione storica, va letto anche attraverso una indagine epistemologica che usi le categorie classiche dello spazio e del tempo e ne sveli le aporie”.
Questo un brano dell'introduzione al testo Carceri. I confini della dignità, di Patrizio Gonnella.

Un’opera profonda e coraggiosa, frutto di una straordinaria esperienza da parte del presidente dell’associazione Antigone che da anni lavora e lotta per i diritti dei carcerati detenuti e per il miglioramento della loro esistenza all'interno degli istituti penitenziari: una tematica, quella della riforma delle carceri, in prima pagina nell’agenda sociale e politica dell’Italia di oggi.
Dopo lunghi decenni dedicati e in parte persi inseguendo la retorica rieducativa, in questo libro si propone un cambio di paradigma. Si ridisegnano i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti, avvalendosi di standard internazionali. Diritto alla vita, diritto alla salute, diritto agli affetti, diritto alla libertà di conoscenza e di coscienza, diritto di voto, diritto al lavoro, diritto di difesa non sono nella disponibilità di chi detiene il potere di punire: per riaffermare questi diritti è necessario, appunto, un cambio di prospettiva. (Vedi anche l'articolo in cui si fa riferimento al saggio di Gherardo Colombo
Il perdono responsabile, pubblicato su questo sito).
La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti. Lo svelamento delle violazioni sistematiche dei diritti che avvengono nelle carceri serve a chiarire a noi stessi che lo stato sociale costituzionale di diritto si difende con il lavoro giuridico affiancato a un lavoro politico, ma soprattutto culturale: la direzione potrebbe essere quella di predisporre percorsi rieducativi e riabilitativi per il detenuto, ricominciando dalla tutela della sua dignità in quanto “essere umano”: un percorso non facile, un percorso che non può essere rivolto a tutti, ma che per alcuni può funzionare per restituire la vita, la consapevolezza e il senso di responsabilità, individuale e sociale.



Il volume sarà presentato in anteprima a Milano alla libreria Jaca Book mercoledì 16 aprile alle ore 18.30, in Via Frua, 11 (ingresso da Via Stelline), Milano. Intervengono con l'autore, Adolfo Ceretti Professore Ordinario in Medicina Legale all'Università di Milano Bicocca, Mirko Mazzali Presidente Commissione Sicurezza del Comune di Milano, Alessandra Naldi Garante Detenuti del Comune di Milano


giovedì 18 luglio 2013

USA: un passo indietro per i diritti civili



Cinque giudici conservatori contro quattro progressisti: la Corte Suprema americana ha abolito la sezione del “Voting rights Act” secondo la quale nove Stati del sud - Alabama, Alaska, Arizona, Georgia, Louisiana, Mississipi, South Carolina, Texas e Virginia, con un passato di discriminazioni accertate - sono obbligati a chiedere un'autorizzazione per modificare i propri sistemi elettorali.
Il “Voting rights Act” - la storica legge promossa da Martin Luther King Jr. e approvata nel 1965 dopo lunghe battaglie anche sanguinose - ha permesso, da allora, il diritto di voto a molte generazioni di cittadini neri ed anche ai rappresentanti di altre minoranze, quali: i nativi americani, gli asiatici e gli ispanici.
I giudici conservatori hanno affermato che, rispetto al 1965, la società è cambiata e così sono cambiate anche le condizioni di valutazione usate per determinare quali Stati abbiano bisogno del controllo, da parte del governo centrale, sulle modifiche riguardanti il diritto di voto, controllo inserito nella sezione 5 del “Voting rights Act” proprio per impedire pratiche discriminatorie e razziste nei confronti di alcune categorie di cittadini.
John G. Roberts, Presidente della Corte suprema, ha scritto: “ Nel 1965, gli Stati potevano essere divisi in due gruppi. Quelli con una storia recente di bassa registrazione e affluenza al voto e quelli senza queste caratteristiche...Oggi la nazione non è più divisa su quei criteri, eppure il “Voting rights Act” continua a sopravvivere”. Ruth Bader Ginsburg, esponente dei progressisti, ha replicato: “ La Corte,oggi, abolisce una norma che si è dimostrata adatta a bloccare le discriminazioni di un tempo”.
E' bene ricordare,inoltre, che prima delle elezioni presidenziali del 2012, in diversi Stati “repubblicani” sono state introdotte norme per limitare o rendere più arduo l'accesso alle urne per le persone più svantaggiate, come ad esempio: limitazioni degli orari di apertura dei seggi, l'obbligo di munirsi del documento di identità o l'impossibilità di registrarsi nelle liste elettorali il giorno stesso delle votazioni.
Il Presidente, Barak Obama, dopo aver espresso la sua profonda delusione per il passo indietro nei diritti civili, ha parlato di “un brutto colpo per la democrazia” e ha chiesto al Congresso “di varare una legislazione che assicuri che ogni americano abbia un accesso uguale alle urne”.