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giovedì 12 novembre 2015

Hate crimes in Europe: il caso della morte di Pavlos Fyssas

di Cinzia D'ambrosi


Il caso della morte di Pavlos Fyssas

Questo breve articolo presenta il caso della morte di Pavlos Fyssas avvenuta il 17 Settembre 2013 e le ragioni per cui il suo processo attuale e' importante non solo per la Grecia, ma per l'intera Europa. La morte di Pavlos Fyssas, a causa di un fatto di razzismo, ha dell' implicazioni molto profonde perche' tocca le fondamenta del sistema giudiziario a cui noi, in quanto cittadini ed individui, facciamo riferimento.

Pavlos Fyssas, 34enne attivista della sinistra e musicista hip-hop, e' stato accoltellato a morte da alcuni membri della Golden Dawn (partito dell'estrema destra) nel distretto di Keratsini ad Atene. Era con degli amici in un caffe' a guardare una partita di calcio, quando uno di questi ha fatto un' osservazione contro il Golden Dawn che purtroppo fu sentita da un membro proprio di quel partito che sedeva al tavolo accanto. Costui si è subito messo in contatto tramite cellulare con dei membri della Golden Dawn che in breve tempo, numerosi e con la polizia DIAS in motocicletta hanno circondato il caffe'. Pavlos stava cercando di aiutare i suoi amici a lasciare la scena quando è stato attaccato.

Per la prima volta e' in corso un processo d'omicidio contro i membri della Golden Dawn. Sin dal suo inizio ci sono state molte controversie, tra cui il fatto che il processo si stia svolgendo nella piu' grande prigione della nazione, Korydallos, in periferia d' Atene ed in una zona che ha molte affiliazioni di destra. Tutti i testimoni, inclusi il padre di Pavlos Fyssas ed i suoi avvocati, sono stati intimiditi ed anche attaccati. Ottenere un giudizio giusto e quindi ottenere una vittoria contro il razzismo e' d'importanza notevole cosi' come poter incoraggiare altre vittime a farsi venire avanti e denuniciare. Perdere il processo vorrebbe dire ristabilire il potere delle destre sul sistema giudiziario.




Didascalia:

Il processo e' controversialmente in corso nel Korydallos, la piu' grande prigione della Grecia. Foto di Cinzia D'Ambrosi.






The Case of Pavlos Fyssas death

This brief article is an introduction to the case of Pavlos Fyssas death on the 17th Septmber 2013 and why its current trial is very important not just for Greece but for Europe. Pavlos Fyssas death following a racist incidence has profound implications because it touches the foundations of the Justice System which we, as individuals and societies, rely on. It is also an example of courage.

Pavlos Fyssas, a 34-year-old left-wing activist and hip-hop artist, was stabbed to death by Golden Dawn supporters in the Keratsini district of Athens. He was with friends in a coffee shop and one of his friends made a remark against the Golden Dawn. It was overheard by someone on a nearby table, who called by cell phone members of the Golden Dawn and DIAS motorbike police. Soon the coffee shop was surrounded by numerous Golden Dawn members. Pavlos was trying to help his friends to escape when he was knifed and died at the scene. The trial against the perpetrators, members of the Golden Dawn is the first of the kind. The trial is being controversially held in the country's biggest jail, Korydallos prison and in an area known for far right affiliation. All the witnesses, including the father of Pavlos Fyssas, the boy who was killed have been intimidated at the start of the trial. Reaching a just verdict is a victory over racism and an encouragement for the many victims to come forward. Losing will only re-initiate the discourse of government and far right affiliations, and overall a defeat on our Justice System.




giovedì 16 luglio 2015

In Italia il presidente dell'Azerbaigian. Amnesty International chiede al presidente del Consiglio di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani


Il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi, chiedendogli di affrontare il tema delle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian durante il suo incontro, previsto il 9 luglio, col presidente Ilham Aliyev.

Alla lettera è allegato un rapporto, intitolato "
Azerbaigian: i Giochi della repressione", nel quale Amnesty International denuncia la soppressione del dissenso, la detenzione di oltre 20 prigionieri di coscienza e ulteriori violazioni dei diritti umani che hanno preceduto, accompagnato e seguito i primi Giochi europei, terminati alla fine di giugno.

"Dietro l'immagine ostentata dal governo di una lungimirante, moderna nazione c'è uno stato in cui regolarmente e sempre più le critiche incontrano la repressione governativa. Giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani che osano sfidare il governo vanno infatti incontro ad accuse inventate, processi iniqui e lunghe pene detentive" - scrive il direttore Rufini.

Negli ultimi anni, le autorità azere hanno messo in atto un giro di vite senza precedenti nei confronti delle voci indipendenti all'interno del paese.

Molti attivisti per i diritti umani e critici del governo sono stati arrestati, altri hanno lasciato il paese e altri ancora tacciono per paura di essere arrestati o perseguitati. Gli uffici delle organizzazioni non governative più critiche nei confronti del governo sono stati chiusi, mentre le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono state costrette a lasciare il paese. Anche i media sono stati oggetto di repressione. La maggior parte dei mezzi di comunicazione, infatti, è di proprietà dello Stato o filogovernativa e le autorità hanno usato il loro virtuale controllo monopolistico sulla stampa e sulla televisione per screditare i loro oppositori.

"Almeno 20 tra giornalisti, avvocati, attivisti dei movimenti giovanili e oppositori sono stati arrestati e condannati nei 12 mesi che hanno preceduto l'inizio dei Giochi europei. Alla vigilia della cerimonia inaugurale, ci è stato impedito di entrare nel paese. Lo stesso è accaduto a giornalisti del Guardian, di Radio France International e della tedesca Ard" - prosegue Rufini.

Nella lettera al presidente del Consiglio, Amnesty International Italia segnala alcuni casi di prigionieri di coscienza di cui continua a sollecitare l'immediata e incondizionata scarcerazione.

Rasul Jafarov, fondatore della ong Human Rights Club, è stato arrestato nell'agosto 2014. Intendeva lanciare la campagna "Sport per la democrazia", per attirare l'attenzione internazionale sul deterioramento della situazione dei diritti umani nel paese. Nell'aprile 2015, è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per false accuse di evasione fiscale e rapporti d'affari illegali.

Leyla Yunus, un'attivista per i diritti umani di 60 anni, premiata e fra gli oppositori più espliciti e di alto profilo, è stata arrestata nel luglio 2014, pochi giorni dopo aver invocato il boicottaggio dei Giochi europei a causa della terribile situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Da allora, è rimasta in detenzione preventiva, essendo stati estesi i termini a tutta la durata dei Giochi: in questo modo, Leyla avrà trascorso oltre un anno in carcere senza processo. Suo marito Arif Yunus è stato arrestato cinque giorni dopo. Entrambi sono detenuti con false accuse di tradimento, conduzione di affari illeciti, evasione fiscale, abuso di potere, frode e contraffazione. Leyla e suo marito soffrono di gravi problemi di salute ed è stato loro vietato di parlare tra di loro e con i familiari.

Intigam Aliyev, un noto avvocato dei diritti umani, che ha portato con successo un certo numero di casi contro l'Azerbaigian alla Corte europea dei diritti umani, è stato arrestato nel luglio 2014 sulla base di false accuse di evasione fiscale e di rapporti d'affari illegali. È stato detenuto fino al processo nel mese di aprile 2015, quando è stato condannato a sette anni e mezzo di reclusione.

Khadija Ismayilova, una giornalista di Radio Free Europe, stava indagando sulle denunce di legami tra la famiglia del presidente Ilham Aliyev e un redditizio progetto di costruzione a Baku, quando è stata arrestata, nel dicembre 2014.

E' stata accusata di "aver istigato un collega a suicidarsi" e ha ricevuto altre accuse motivate politicamente. La persona in questione in seguito ha ammesso di essere stata costretta a presentare una denuncia contro di lei e che il suo tentativo di suicidio non aveva nulla a che fare con la collega. Khadija Ismayilova subisce da anni continue molestie da parte delle autorità e ora rischia 12 anni di carcere se risulterà colpevole di tutti reati che le sono stati imputati.

Esponenti del movimento giovanile NIDA che usavano Facebook per criticare e mettere in discussione le autorità o organizzare assemblee pacifiche, sono stati arrestati con l'accusa di possesso di esplosivi e di essere intenzionati a causare disordini. Amnesty International ritiene che tali accuse siano state fabbricate ad arte. Altri attivisti di NIDA sono stati picchiati e torturati per estorcere false confessioni. Shahin Novruzlu, 17 anni, ha perso quattro denti anteriori durante un interrogatorio.




 



martedì 13 gennaio 2015

Violenza domestica: la paura di denunciare



L'Associazione per i Diritti Umani di Milano
 
presenta




D(i)RITTI AL CENTRO”

VIOLENZA DOMESTICA, LA DIFFICOLTA’ DI DENUNCIARE

Alla presenza di DIANA BATTAGGIA (curatrice dello spettacolo teatrale tratto dal libro) e di ILEANA ZACCHETTI (una delle autrici e testimone diretta)


 
 

MERCOLEDI' 21 GENNAIO

ore 19.00

presso

BISTRO' DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) MILANO

Milano 12/01/2015 - L’Associazione per i Diritti Umani presentala seconda edizione della manifestazione “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, disabilità.

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani - attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice - vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Violenza domestica, la difficoltà di denunciare” si affronta il tema della violenza contro le donne attraverso il libro QUESTO NON E' AMORE. Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne, edito da Marsilio, a cura delle giornaliste de La 27ORA e l’intervista/scambio/dibattito con DIANA BATTAGGIA, curatrice dello spettacolo teatrale tratto dal libro e di ILEANA ZACCHETTI, una delle autrici e testimone diretta.



IL LIBRO:

Perchè le donne maltrattate da uomini a loro molto vicini (mariti, compagni, conviventi) non denunciano? In che modo i figli di queste donne vengono coinvolti da tali situazioni? E' importante avviare percorsi di recupero? Queste e molte altre sono le riflessioni proposte dal testo. Ogni storia ha una sua “chiave” che trattiene o libera la donna che la racconta.



LE AUTRICI:

La 27ma Ora è un blog curato da giornaliste del Corriere delle sera che si occupano di tematiche sociali attraverso le proprie esperienze personali e professionali, esperienze diverse e ricche di idee, ma sempre nell'ottica di un' “inchiesta condivisa”.







lunedì 23 dicembre 2013

Le novità del decreto carceri



Martedì 17 dicembre, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della Giustizia, Mariagrazia Cancellieri, ha approvato il decreto legge riguardante le carceri e il disegno di legge sul processo civile.
Il Presidente, Giorgio Napolitano, la Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell'Uomo avevano più volte sollecitato il governo italiano a rafforzare misure, anche alternative al carcere, per risolvere il problema del sovraffollamento negli istituti penitenziari, nel rispetto della sicurezza sociale.  
Mauro Scrobogna La Presse
Il decreto sulle carceri, innanzitutto, prevede la nascita del “Garante nazionale dei diritti dei detenuti”, senza alcun onere per la finanza pubblica.
Viene, poi, incentivata la scarcerazione anticipata. In questo caso, ha affermato il Ministro Cancellieri, resta ferma e fondamentale la decisione del giudice: non si tratta di una scarcerazione “di massa” e automatica, ma viene spalmata nel tempo e comunque è sottoposta alla valutazione del giudice che deve verificare il corretto comportamento dei detenuti. La Cancellieri ha, inoltre, voluto sottolineare che non si parla di “indulti o indultini perchè non c'è nulla di automatico e tutto viene affidato al giudice il quale prevede, se lo ritiene, l'uscita agevolata”. La riforma della custodia cautelare è, invece, al vaglio del Parlamento.
Nasce il reato di spaccio lieve e viene inserita un'altra nuova misura: l'uso del braccialetto elettronico per i piccoli spacciatori di sostanze stupefacenti. I soggetti tossicodipendenti potranno essere affidati a comunità di recupero e agli organismi di assistenza sociale per ottenere le cure di cui necessitano. L'uso del braccialetto elettronico riguarda i casi di detenzione domiciliare e garantisce, secondo le parole dei ministri, “ il mantenimento di adeguati standard di controllo istituzionale sui detenuti”. 


In tema di detenzione ed espulsione degli stranieri il Guardiasigilli ha dichiarato: “Sarà più facile l'espulsione dei detenuti stranieri”: il ddl prevede , infatti, l'anticipazione delle procedure di identificazione al momento dell'arresto. Tale anticipazione dovrebbe avvenire grazie ad un'amministrazioone congiunta tra Ministero dell'Interno, Ministero di Giustizia e consolati e questo eviterebbe il transito degli stranieri verso i CIE. Una volta espiata la pena, i detenuti stranieri dovrebbero essere espulsi anche se le espulsioni saranno disposte in base alle risorse disponibili e secondo la decisione di un magistrato di sorveglianza.
Per quanto riguarda, infine, la giustizia civile, le procedure saranno più veloci. In caso di cause semplici, il giudice potrà passare a una riduzione del processo da tre a un anno, avvalendosi anche delle consulenze tecniche: questo può risultare utile, ad esempio, nei contenziosi per gli incidenti stradali.
Il Premier Letta, al termine della lettura del testo, ha voluto ribadire che dalle misure sulle carceri “non ci sono in nessun modo elementi di pericolosità per i cittadini”.



mercoledì 6 marzo 2013

La storia di Samer Issawi: un altro detenuto palestinese nelle carceri israeliane



Trentaquattro anni, Samer Issawi era stato arrestato nel 2002 per partecipazione alle attività di un gruppo militare palestinese ed era, poi, stato rilasciato nel 2011 nell'ambito dello scambio di prigionieri tra Hamas e Israele (secondo l'accordo di Shalit). Dopo qualche mese, però, viene di nuovo imprigionato con l'accusa di aver violato i termini dell'accordo in quanto,forse, sarebbe uscito dai confini di Gerusalemme.
Issawi - dal 1 agosto scorso, di fronte al rifiuto da parte delle autorità israeliane di comunicare, con precisione, i motivi dell'arresto - ha iniziato uno sciopero della fame e della sete (quest'ultimo interrotto solo grazie all'intervento della Croce Rossa) che lo ha portato a pesare, oggi, 47 chili, a dover rimanere seduto su una sedia a rotelle e ad essere tenuto in vita da una flebo di glucosio e sali minerali.
Perchè questa protesta? L'uomo ha deciso di mettere in atto lo sciopero della fame per denunciare le condizioni di vita dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, per ribellarsi alla cosiddetta “detenzione amministrativa” che lo stesso Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani, Richiard Falk, ha definito “detenzione disumana”. Il detenuto, infatti (come molti altri) al momento dell'arresto non ha avuto la possibilità di essere assistito da un avvocato e, ancora oggi, restano segrete le condizioni alla base dell'accordo di Shalit e, quindi, né Issawi né il suo attuale avvocato possono capire in che modo siano state violate.
A tutto questo si aggiunge che: quando, durante il processo di primo grado, l'uomo ha cercato di salutare la madre e la sorella, gli agenti lo hanno colpito al collo, al torace e allo stomaco; le autorità hanno, inoltre, tagliato il collegamento idrico alle abitazioni dei suoi parenti e hanno arrestato altri due fratelli.
In rete si moltiplicano gli appelli per salvare la vita di Issawi e per la messa in atto di un giusto processo. Si è mossa anche l'Anp: il presidente, Abu Mazen, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e a lui si è aggiunto Mahamoud Abbas che ha scritto una lettera al segretario generale Ban Ki-moon.