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giovedì 2 luglio 2015

La Grecia, l'Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca





L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale può essere l'apporto del nuovo governo per l'Europa e, quindi, anche per l'Italia.

Ringraziamo moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.





La Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?

Le conseguenze sono state: l'impoverimento, con tagli agli stipendi e alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito, nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di lavoro e l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni e questo ha comportato l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la pressione fiscale e l'ultimo caso è stato quello della tassa sulla prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali dell'immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più alti rispetto al valore reale. C'è stato, quindi, un ribaltamento totale rispetto alla situazione pre-crisi.

La disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via dalla Grecia, in cerca di fortuna all'estero.




Ma c'è stata davvero una piccola ripresa?




E' una ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio. La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario determinato che strozza tutto il resto.
In Grecia, inoltre, non c'era una base produttiva solida di partenza: è sempre stata un'economia fatiscente, un po' di servizio, e questa è una distorsione come lo è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo voglia mettere al palo.


In che modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all'Europa?


Il nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate sulla lotta all'evasione fiscale e alla corruzione (che a un'impresa costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando, soprattutto di carbuti. Un'altra misura sarebbe quella di rendere funzionale l'apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno importante, c'è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.

Per quanto riguarda l'Europa: la Grecia, all'inzio, era veramente sola. Negli ultimi tempi c'è stata una timida apertura da parte, ad esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia nel governo greco.

Secondo me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker, conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l'errore nella gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia, senza un controllo. C'è anche una bella immagine che vorrei ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano...

Probabilmente tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si finirà per trattare con Marine Le Pen.



Quali sono i motivi dell'alleanza con gli indipendenti greci e l'apertura verso Anel?
 

I greci erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.

Anel è un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è la retorica, l'ideologia contro l'austerità (e lì si possono incontrare tutti).

A sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha commentato la riunione con l'eurogruppo allo stesso modo di Alba dorata, quindi c'è una chiusura totale.

In questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è vero che c'è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta muovendo e non dialoga solo con il resto dell'Europa. La posizione geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina...) e questo dovrebbe far riflettere.


mercoledì 11 febbraio 2015

Primo marzo 2015: una giornata senza di noi




L'Associazione per i Diritti Umani parteciperà alla manifestazione che si terrà a Milano in occasione del prossimo Primo marzo – Una giornata senza di noi e condividerà i contributi con i suoi lettori.



Intanto pubblichiamo anche noi l'appello per l'edizione di quest'anno lanciato da Rete Primo Marzo:
 


Dal 2010 la giornata del Primo Marzo rappresenta un momento di riflessione e impegno contro le discriminazioni e lo sfruttamento nei confronti dei migranti. Esistono dei diritti, che valgono per tutti gli esseri umani che non possono essere differenziati o negati sulla base di confini territoriali o di appartenenze etniche, culturali e religiose.
La difesa e la tutela di questi diritti è premessa fondamentale nella costruzione di una società capace di riconoscere la dignità e l’autodeterminazione delle persone e il valore del dialogo come elemento fondante dell’evoluzione culturale, civile ed economica.
La crisi degli ultimi anni, invece di spingere le istituzioni a ripensare le politiche e la legislazione in materia di immigrazione, nel senso di una maggiore inclusione e di sostegno per i deboli, sembra avere indotto immobilismo e ulteriori chiusure. Ciò ha contribuito a accrescere diseguaglianze e disagio e, quindi, la distanza tra le diverse culture e tra i lavoratori che pure contribuiscono, ogni giorno, alla tenuta della nostra economia e del nostro sistema previdenziale. La ricattabilità a cui rimangono esposti i lavoratori stranieri, a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, come è noto, favorisce lo sfruttamento, il caporalato, con ricadute che riguardano anche i lavoratori non stranieri, costretti ad accettare un rilancio al ribasso delle condizioni contrattuali.
Ma non è restringendo il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e della persona che si promuove una convivenza civile e pacifica. Mentre la paura spinge all’isolamento e mina la coesione sociale, la garanzia dei diritti e il sostegno e la cura delle relazioni sociali costituiscono l’unico strumento attraverso cui realizzare una più soddisfacente qualità della vita per tutti.
A partire da queste considerazioni, richiamiamo ad una riflessione sulle politiche di accoglienza, chiedendo l’istituzione di corridoi umanitari per consentire ai migranti di raggiungere l’Europa senza mettere a repentaglio la vita e senza rivolgersi ai trafficanti di uomini. Chiediamo, inoltre, l’abrogazione del Regolamento di Dublino; la chiusura dei CIE e una riformulazione dell’intero sistema di accoglienza che garantisca il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo ed eviti che l’attuazione dei piani di accoglienza si trasformi in un business.
E’ necessario che la politica tenga conto delle trasformazioni in atto nella nostra società sia in termini demografici sia economici, e che riconoscano il valore rappresentato dalla straordinaria mobilità umana che sta caratterizzando la nostra epoca. E’ per questo che, auspichiamo anche una legge che riconosca la cittadinanza per tutti i figli di migranti nati e cresciuti nel nostro Paese.
In dettaglio, le nostre richieste sono:
1. Una revisione della legislazione in materia di immigrazione centrata sul rispetto della persona e sulla partecipazione;
2. Una legge sullo ius soli che riconosca il diritto di cittadinanza alle seconde generazioni, la cui formulazione sia almeno in linea con gli altri paesi europei;
3. Il diritto di voto amministrativo per gli stranieri residenti;
4. Tutela e garanzia dei diritti dei lavoratori stranieri e contrasto ad ogni forma di sfruttamento anche attraverso una più piena ed efficacia ricezione della direttiva europea (52/2009);
5. Abolizione dei dispositivi di monitoraggio e di controllo del Mediterraneo privi di obiettivi umanitari (come Triton);
6. Instaurazione dei corridoi umanitari e revisione della legge sull’asilo politico ispirata a principi di solidarietà ed accoglienza effettiva e di trasparenza di gestione;
7. Chiusura dei CIE così come attualmente concepiti e riformulazione in termini di luoghi di facilitazione del percorso di accoglienza e indirizzo verso le destinazioni di possibile inclusione dei profughi;
8. Impegno e diffusione per una informazione oggettiva e completa sui temi dell’immigrazione;


mercoledì 4 giugno 2014

Kamchatka: quando il gioco diventa realtà



La Kamchatka per molti è solo una regione da conquistare nel gioco del Risiko. E a Risiko, in effetti, gioca il protagonista di un romanzo (che è anche diventato un film, dal titolo omonimo del regista Marcelo Piñeyro).

Stiamo parlando del romanzo di Marcelo Fugueras, scrittore, sceneggiatore e giornalista di Buenos Aires, edito da L'asino d'oro, ambientato durante la dittatura militare che infestò il Sudamerica tra il 1976 e il 1983. Storia recente, dunque, di cui si parla pochissimo.

E noi vogliamo farlo attraverso questo libro in cui la storia è narrata da un bambino, Harry, che come tutti i suoi coetanei, ama giocare a Risiko con l'amico Bertuccio e ama tanto i genitori e il fratello minore, il Nano. Raccontare l'orrore e la paura, il rischio e il coraggio dei dissidenti tramite gli occhi di un bambino non è operazione facile, ma sicuramente è utile per tutelare anche i lettori dalla violenza e dal dolore perchè Harry, con la sua infantile ingenuità, vive tutto come se fosse un gioco: anche la necessità di cambiare nome e identità.

Interessante la spiegazione che lo scrittore ha dato per questa sua scelta: dice di non aver voluto scrivere di desaparecidos perchè, parlare di quelle persone in questi termini, significa farle diventare come fantasmi, senza nome, solo numeri. Ha voluto raccontare, invece, una storia di persone, di figli e genitori, di una intera famiglia. Una storia in cui tutti si possano identificare in quanto figli, genitori, uomini, donne e bambini.

I protagonisti del romanzo (come quelli del film), infatti, hanno pregi e difetti come tutti, limiti e punti di forza: mettono la propria vita a servizo di una causa e di valori fondamentali e lo fanno giorno dopo giorno, da persone comuni che vivono la loro comune quotidianità. Persone che sanno anche ridere, che vivono con gioia anche se non sanno quanto questa gioia durerà. Genitori che insegnano ai propri figli l'onestà e la coerenza, ma soprattutto l'amore e il rispetto per gli altri.

Giocare a cowboy, al pirata o all'agente segreto, in fondo, è un gioco di ruolo che insegna a cambiare identità a seconda delle circostanze e cambiare identità in nome della libertà è il gioco più grande. E solo così, con la certezza di aver vissuto anche solo per poco ma con passione e per un grande ideale, la vita si prende gioco della morte e vince.
 

lunedì 16 dicembre 2013

Quando i bambini sono tanto poveri


 Un minore su dieci, in Italia, vive in uno stato di povertà assoluta, un milione e 344 bambini che subiscono le conseguenze devastanti della crisi economica e dei tagli agli enti locali: questo emerge dall'ultimo rapporto redatto dall'organizzazione Save the children dal titolo “L'Italia SottoSopra”, 4° Atlante dell'Italia (a rischio).
Spesso sono figli di disoccupati o monoreddito oppure i loro genitori hanno un livello di istruzione assente o molto basso: dal rapporto emerge se i capofamiglia sono privi di un titolo di studio, il tasso di povertà è del 3,1%. 


La logica obbligata del risparmio costringe i piccoli e gli adolescenti a vedersi privati dei servizi di base o di cure mediche: molti non si possono permettere una visita dall'oculista o dal dentista, i libri per la scuola, anche alcuni capi di abbigliamento; tanti vivono in condizioni abitative disagiate per non parlare della possibilità di partecipare ad attività ricreative o sportive.
Interessante anche il dato che i bambini più poveri soffronto spesso di obesità: non è una contraddizione, ma un'altra conseguenza del loro stato. Non si alimentano con cibi sani e nutrienti, perchè costano troppo, per cui consumano prodotti che “riempiono”, ma fanno ingrassare e minano la salute.
La povertà, colpice maggiormente e come sempre, il Centro e Sud dell'Italia, ma anche nel Nord si registra un incremento del 43% rispetto a due anni fa.
Questi dati sono sottolineati dalle parole di Valerio Neri, Direttore generale di Save the children Italia: “In questa fase di crisi i bambini e gli adolescenti si trovano stretti in una morsa: da una parte c'è la difficoltà di famiglie impoverite, spesso costrette a tagliare i consumi per arrivare alla fine del mese, dall'altra c'è il grave momento che attraversa il Paese, con i conti in disordine, la crisi del welfare, i tagli dei fondi all'infanzia, progetti che chiudono. In mezzo, oltre un milione di minori in povertà assoluta, in contesti segnati da disagio abitativo, alti livelli di dispersione scolastica, disoccupazione giovanile alle stelle”. 


Grave, infine, il risultato sull'analisi del cosiddetto “early school leavers”: 758mila ragazzi sono fermi alla licenza media e tantissimi abbandonano il circuito formativo. Nel dossier si legge, infatti, che la scuola “fa più fatica ad attrarre e trattenere gli studenti più disagiati, impedendone la dispersione e il rafforzamento delle competenze”.
Un numero così grande e crescente di minori in situazione di estremo disagio, ci dice una cosa semplice”, aggiunge Neri, “la febbre è troppo alta e persistente e i palliativi non bastano più, serve una cura forte e strutturata”. La cura consiste nell'investire proprio nella formazione e nella scuola di qualità perchè “la recessione non è iniziata soltanto cinque anni fa in conseguenza della crisi dei mutui subprime o degli attacchi speculativi all'euro, ma affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinato dal mancato investimento, a tutti i livelli, sui beni più preziosi di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscenza”.

martedì 3 dicembre 2013

Progetto “Il lavoro è cittadinanza”



E' in continuo aumento la quota dei titolari di permesso CE per soggiornati di lungo periodo, che già costituiscono la maggioranza dei cittadini non comunitari. Questo dato dimostra che l'immigrazione in Italia non è fatta di lavoratori temporaneamente ospiti, né di intrusi come crede una parte dell'opinione pubblica, ma soprattutto di persone che intendono rimanere, costruire o ricongiungere le loro famiglie, divenendo pienamente cittadini. Si continua a chiamarli “stranieri” (o, peggio, “extracomunitari”), ma non ci si accorge che gli immigrati sono cittadini di fatto, autorizzati a un soggiorno a tempo indeterminato in base al diritto comunitario recepito nell'ordinamento italiano.
E' chiaro che ci sono dei settori dove le discriminazioni sono molto forti, come per esempio nello sport e nell'accesso al lavoro e credo che anche il lavoro che portiamo avanti serve proprio per dare risposte concrete per l'accesso a tutti, soprattutto per le pari opportunità.
La crisi non ha colore, tutti ne possiamo uscire soltanto uniti. La crisi colpisce tutti, cittadini italiani e stranieri. Si può uscire vincenti dalla crisi, ma non credo che una guerra fra poveri possa essere la soluzione”.
Queste le parole del Ministro per l'integrazione, Cècile Kienge, durante la presentazione del Dossier statistico immigrazione 2013, redatto grazie alla collaborazione tra il centro studi Idos e l'Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio (UNAR): secondo il dossier sono 5 milioni e 186 mila gli stranieri regolarmente presenti sul territorio italiano. Moltissimi di loro forniscono un apporto decisamente positivo in termini di valore aggiunto nel Pil e per la contribuzione nel nostro sistema previdenziale.
A fine ottobre è stato proprio presentato anche un progetto, promosso dal Ministro Kyenge e dall'Inps, che si pone l'obiettivo di dimostrare che i lavoratori provenienti da altri Paesi costituiscono una parte importante dello sviluppo economico, sociale e culturale del nostro Paese, sia come lavoratori dipendenti o autonomi sia come imprenditori.
Il progetto intende sensibilizzare l'opinione pubblica, attraverso i media e gli organi di stampa, sul fatto che un migrante che lavora non è un ospite, ma un lavoratore nel pieno dei suoi diritti così come stabilito dalla Costituzione italiana. Un lavoratore che produce reddito per sé è una risorsa per tutto il Paese.
Anche Antonio Mastrapasqua, Presidente dell'Inps, ha dichiarato a questo proposito: “ E' importante comunicare a tutti i cittadini che il lavoro non ha colore, etnia, lingua o religione. Il lavoro è lo strumento di contribuzione alla crescita della comunità nazionale”.
Durante la presentazione del progetto è stato lanciato lo spot intitolato Il lavoro è cittadinanza: un imprenditore straniero cerca un candidato per la sua azienda. Come? Mettendo a nudo i pregiudizi che circolano in Italia riguardo al lavoro dei migranti. L'imprenditore immigrato, infatti, gira per le strade e nei luoghi frequentati dai ragazzi per offrire un posto di lavoro, ma riceve solo rifiuti. Usa una telecamera nascosta e riprende i ragazzi che, al momento dell'offerta del lavoro, diostolgono lo sguardo o proseguono dritto per la loro strada. Lo spot termina con un messaggio: sono un imprenditore immigrato, i lavoratori migranti producono il 10% del Pil nazionale, riconoscerne l'importanza significa riconoscere un'opportunità.



lunedì 18 marzo 2013

Il nuovo Papa e il tema dei diritti


Barack Obama lo ha definito il “paladino dei poveri”: l'argentino Josè Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, fa parte della Compagnia di Gesù e ha sempre affermato che “Cristo si cerca fra i poveri”. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, si spostava n metropolitana oppure in autobus e, se i simboli hanno ancora un significato, ha rinunciato alla mozzetta rossa foderata di ermellino e ha indossato la croce pettorale di ferro e non quella dorata. Ma questi, appunto, sono oggetti e scelte simboliche. Più significative sicuramente le sue parole contro il capitalismo esasperato: “ La crisi economico-sociale e il conseguente aumento della povertà ha le sue radici in politiche ispirate da certe forme di neoliberismo che considerano i guadagni e le leggi del mercato come parametri assoluti, a danno delle persone e dei popoli...La povertà è un delitto sociale, anzi una violazione dei diritti umani perchè le grandi disuguaglianze nascono dalla estrema povertà e da condizioni economiche ingiuste”.
Alcuni sostengono che Bergoglio sia stato vicino alla dittatura militare argentina perchè non si è battuto per la liberazione di due sacerdoti rapiti quando era superiore della congregazione dei gesuiti, ma in sua difesa si è schierato Adolfo Perez Esquivel - militante dei diritti umani e Premio Nobel per la Pace - il quale ha affermato: “Io so personalmente che molti vescovi hanno chiesto alla giunta militare la liberazione di prigionieri e sacerdoti e non gliel'hanno concessa”, parole confermate anche da Graciela Fernandez Meijide, ex membro della Commissione nazionale sui desaparecidos, che ha detto: “ Non mi risulta che Bergoglio abbia collaborato con la dittatura. Ho sofferto la scomparsa di un figlio, Perez Esquivel lo hanno quasi fatto fuori e, dunque, per noi è una questione personale. Ma non si può dire che tutti quelli che esercitavano una qualche funzione durante la dittatura erano complici, è un'assurdità”.
Il nuovo papato è solo all'inizio, si intravedono segnali di innovazione di regole e principi anche se Papa Francesco conferma la sua ferma opposizione all'aborto e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.



mercoledì 27 febbraio 2013

Anche gli immigrati lasciano l'Italia

Sono oltre 32 mila gli stranieri cancellati dall'anagrafe, nel 2011: secondo i dati dell'Istat, infatti, sono aumentate le cancellazioni e diminuite sensibilmente le iscrizioni nei mesi dell'anno successivo. Ma chi sono gli immigrati che lasciano l'Italia?
A questa domanda ha risposto una ricerca promossa dalla Fondazione Leone Moressa, di Mestre (VE), secondo la quale sono soprattutto europei che lasciano il “Belpaese” a causa della crisi economica.
I ricercatori della Fondazione spiegano: “ Si tratta di una popolazione che presenta una maggiore fragilità, rispetto a quella italiana, di fronte alla crisi. Questa fragilità e la presenza di alternative migliori altrove possono essere indubbiamente i due fattori di spinta all'abbandono dell'Italia. Un'altra uscita plausibile dalla disoccupazione o dalla precarietà occupazionale può essere quella dell'imprenditoria che, nel caso di quella straniera, ha infatti dimostrato una buona resistenza davanti alla sfavorevole congiuntura economica. Tuttavia tale scelta non può risultare preferibile all'abbandono del Paese a causa degli alti tassi di sforzo e di rischio che comporta”.
Secondo l'analisi le cancellazioni all'anagrafe riguardano – tra i cittadini europei- soprattutto i rumeni; tra gli asiatici, i cinesi e gli indiani; tra gli americani, sono soprattutto i brasiliani a tentare altre strade fuori dal territorio italiano. Restano, invece, numerose le iscrizioni all'anagrafe da parte di persone provenienti dal Bangladesh.
La Fondazione Moressa ha, inoltre, pubblicato, nel 2011, il primo Rapporto sull'Economia dell'Immigrazione, edito da Il Mulino e patrocinato dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dal Ministero degli Affari Esteri. Il rapporto raccoglie anni di ricerca e di studio sulle dinamiche economiche, occupazionali e sociali, legate ai flussi migratori in Italia, con l'obiettivo di mettere il luce la relazione che intercorre tra immigrazione e sistema economico, sottolineando il ruolo e il contributo che gli immigrati esercitano sullo sviluppo economico dei Paesi di destinazione.
Il Rapporto fornisce, così, uno strumento utile, aggiornato e oggettivo per tracciare un profilo corretto dei fenomeni migratori, affinché questi non facciano parte soltanto delle agende politiche sulla sicurezza,ma vengano riconosciuti per il loro apporto di competitività e di prosperità al tessuto sociale.

Riportiamo, di seguito, un paragrafo del Rapporto sull'Economia dell'Immigrazione.


 

Dentro e oltre la crisi

Una possibile lettura delle ricerche proposte in questo volume concerne l’impatto della crisi nel breve e nel medio periodo sul processo di integrazione degli stranieri. La recessione economica che ha interessato il nostro
Paese è diventata ben presto una crisi sociale, con gravi ripercussioni sull’inclusione e il benessere dei cittadini italiani e stranieri. In generale la crisi ha colpito in misura maggiore le fasce più vulnerabili della popolazione, di cui sono parte anche molti immigrati.
Il mercato del lavoro ha subito un contraccolpo significativo. La diminuzione dell’occupazione straniera corrisponde anche a una significativa contrazione della domanda di manodopera straniera proveniente dalle imprese e dai servizi: tra il 2008 e il 2010 i posti previsti dalle aziende per i lavoratori stranieri non stagionali sono diminuiti del 37,2%. La concentrazione della richiesta di manodopera immigrata nelle professioni meno qualificate non ha certamente contribuito a tutelare i lavoratori stranieri. La crisi ha quindi accentuato e aggravato problemi e diseguaglianze preesistenti: già a livello precrisi una famiglia straniera su quattro arrivava con grande difficoltà alla fine del mese.
In generale, l’effetto immediato del peggioramento delle condizioni occupazionali sembra essere stato quello di un rallentamento dei flussi di ingresso; un fenomeno che ha coinvolto l’Italia, ma anche altri paesi dell’Unione europea, come Irlanda, Spagna e Gran Bretagna. Parallelamente alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno adottato misure volte a contenere ulteriormente gli ingressi regolari e irregolari. In questo senso occorre riflettere sulle dinamiche economiche di medio e lungo periodo, dal momento che la domanda di lavoratori stranieri nell’Unione europea è destinata ad aumentare. In particolare il tentativo di diminuire i flussi legali dell’immigrazione potrebbe
portare all’aumento dell’immigrazione irregolare e al contempo al prolungare della crisi, riducendo la disponibilità di manodopera in alcuni settori e contemporaneamente esporre i lavoratori stranieri ad un maggior rischio di sfruttamento. Ciò significa anche adottare norme e misure sociali volte a tutelare i lavoratori immigrati, anche in caso di perdita del posto di lavoro.
La crisi può quindi diventare un’occasione per interrogarsi sulle attuali politiche migratorie in Italia e per valutare la loro effettiva capacità di includere gli stranieri nel tessuto sociale da un lato, e di valorizzarne le potenzialità e le risorse dall’altro. Ciò presuppone una riflessione approfondita sul ruolo dell’immigrazione per lo sviluppo economico e sociale del Paese.

giovedì 10 gennaio 2013

Disoccupazione giovanile al massimo storico


I dati Istat, secondo i rilevamenti fatti tra ottobre 2012 e gennaio 2013, rivelano una situazione grave per quanto riguarda il tema del lavoro.
Il problema riguarda tutti: uomini, donne, giovani e mano giovani. Ma, in particolare, il tasso della disoccupazione giovanile ( per la fascia di teà tra i 15 e i 24 anni) è arrivato al 37,1% con un aumento dei disoccupati, rispetto all'anno scorso, del 28,9%. Ovvero le persone senza lavoro sono 644.000 in più con tre milioni di precari.
Secondo l'Istat i dati sulla disoccupazione risentono, soprattutto, della permanenza al lavoro degli occupati più anziani a causa dell'inasprimento delle regole di accesso alla pensione. Il Ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, ha commentato la notizia con queste parole: “ E' chiaro che anche l'occupazione soffre, è un dato ovviamente negativo, ma atteso”; mentre il segretario generale delle CGIL, Susanna Camusso, sostenendo che mancano le risorse per gli ammortizzatori sociali, ha aggiunto: “ la scelta di non occuparsi né di politiche industriali né di politiche dei redditi e di sostegno ai redditi più deboli determina una crescente crisi dell'occupazione e del sistema produttivo”.
Come ha ricordato Roberto Benigni durante lo spettacolo televisivo sulla Costituzione italiana, ricordando l' Articolo 1, il lavoro è parte integrante dell'identità di una persona, è la sua stessa essenza. Togliere la speranza e la sicurezza lavorativa, soprattutto ai giovani, vuol dire togliere il futuro all'intero Paese.

Da qualche mese è uscito nelle sale cinematografiche un film intitolato Workers, pronti a tutto,di Lorenzo Vignolo, che parla proprio del tema della disoccupazione e del precariato.
Come spesso accade alla filmografia italiana, si tende a parlare con gli schemi e gli stilemi della commedia di argomenti seri e importanti. In questo caso la trama è costituita da tre episodi: il primo, dal titolo Badante, racconta la vicenda di Giacomo che, per riuscire a pagare l'affitto, accetta di fare da accompagnatore ad un paraplegico cocainomane e burbero; il secondo, Cuore di toro, vede come protagonista Italo che, per conquistare l'amata, si finge chirurgo, quando invece è l'addetto della raccolta di liquido seminale in un allevamento di tori; il terzo episodio, Il trucco, in cui Alice, pur di guadagnare qualcosa, finisce a truccare i morti in un'agenzia di pompe funebri.
Il ritmo della narrazione è incalzante e non poteva mancare una colonna sonora adeguata (bandjo, pianoforti, tamburi) dato che il regista viene dalla direzione di videoclip. Battute sferzanti, ironia e cinismo caratterizzano questo racconto che, però, resta troppo superficiale e stereotipato. Se il Cinema vuole fare critica sociale, allora è preferibile tornare al vecchio e caro Ken Loach dei primi anni anche se  la commedia all'italiana può ricordare, ai distratti, che i giovani italiani non sono poi così...”choosy”.