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lunedì 2 febbraio 2015

Costituzione e democrazia: ricordando Calamandrei




Mentre in Italia viene eletto il nuovo Presidende della Repubblica, tra polemiche e inciuci più o meno segreti, a noi piace ricordare il discorso di Piero Calamandrei: il 26 gennaio 1955, a Milano nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria, Piero Calamandrei partecipò ad un ciclo di conferenze sulla Costituzione rivolte agli studenti. Ecco il suo intervento:



La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo.

«La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi.
In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…

E quando io leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell’art. 8: «
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’art. 5: «
La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!
O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «
l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell’art. 27:
«Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.


giovedì 29 gennaio 2015

Esposto all'autorità nazionale anticorruzione: contro il Centro di raccolta Rom


L’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, guidata dal presidente Raffaele Cantone, per accertare la trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del Centro di raccolta rom “Best House Rom”, situato a Roma in via Visso 12.



Il centro, classificato dall’Agenzia del territorio come struttura riservata per deposito di merci, è gestito dalla Cooperativa Inopera, nata alla fine del 2008.



Il 6 luglio 2012, con una determinazione dirigenziale a firma di Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale, oggi indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata, il Comune di Roma, con affidamento diretto, ha assegnato alla Cooperativa il servizio di accoglienza dei rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di Castel Romano.



Il 16 dicembre 2013, con una nuova determinazione dirigenziale, l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale ha disposto un ampliamento dell’accoglienza per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dal «villaggio attrezzato» di via della Cesarina.



I locali del “Best House Rom”, dove in questi anni sono stati accolti giornalmente circa 300 rom – tra cui 160 minori – oltre a non garantire la metratura minima prevista dalla legge, non sono dotati di finestre o punti luce dai quali possano filtrare l’aria e la luce naturale.



Il 12 novembre 2014 la senatrice Manuela Serra, membro della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, dopo aver visitato la struttura aveva dichiarato alla stampa: «Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l'esterno».



Nonostante il “Best House Rom” non rispetti i requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla normativa regionale che regola l’apertura e il funzionamento delle strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio, la struttura continua ad accogliere famiglie rom con costi elevatissimi. Nel 2014 la gestione del Centro è costata all’Amministrazione Comunale una cifra stimata superiore ai 3 milioni di euro.



«Alla luce della documentazione allegata all’esposto – afferma l’Associazione 21 luglio - spetterà all’Ufficio diretto da Raffaele Cantone stabilire se procedere con un’attività di vigilanza sul “Best House Rom”, una struttura priva delle adeguate autorizzazioni, dal costo economico apparentemente spropositato per il servizio offerto, in cui sono violati sistematicamente i diritti umani delle donne, degli uomini e dei bambini rom che vi vivono».





«Nel centro di accoglienza “Best House Rom" è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale. La struttura, priva di finestre e punti luce, va chiusa così come vanno superati i “campi rom” attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti in Italia".



Lo affermano, in una nota congiunta, Luigi Manconi e Manuela Serra, della Commissione Diritti Umani del Senato, Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio, e il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, dopo essere tornati oggi al “Best House Rom”, nella periferia est della Capitale.



Alla visita ha preso parte anche l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese che ha definito il centro «un mostro, una bruttura figlia delle proroghe dietro le quali si è insediato il malaffare».



«In questo edifico, in stanze piccolissime dove vivono anche fino a dodici persone, ammassate, ci sono bambini che non possono vedere la luce del sole perché non esistono finestre – ha detto Francesca Danese -. Il centro, che ha costi altissimi per l’amministrazione comunale, oltre 700 euro al mese a persona e che non possiede i requisiti igienico-sanitari, deve essere chiuso. Mi sto preoccupando di trovare un sistema di accoglienza rispettoso dei diritti delle persone e stiamo effettuando un monitoraggio al riguardo. Entro un paio di mesi conto di sistemare tutto».



Il “Best House Rom” è uno dei quattro centri di raccolta, riservati a soli rom, gestiti dal Comune di Roma. Inaugurato nel 2012 per accogliere le famiglie rom sgomberate dagli insediamenti informali, nel dicembre 2013 è stato ampliato per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dall’ex “villaggio attrezzato” di via della Cesarina. Il centro presenta spazi angusti e inadeguati, non ci sono finestre né punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale all’interno di stanze dove vivono in media cinque persone. Il Comune di Roma ha speso nel 2014 per questa struttura quasi 3 milioni di euro.



Sul “Best House Rom” si era di recente espresso anche il sindaco Ignazio Marino, in una lettera indirizzata a Carlo Stasolla e a Riccardo Magi, che avevano iniziato uno sciopero della fame, impegnandosi «a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose».



«È più che mai urgente - affermano Manconi, Serra, Stasolla e Magi - chiudere al più presto questa struttura e avviare percorsi di inclusione sociale rivolti alle persone che lì vivono. Si tratterebbe del primo, concreto passo verso una nuova politica della città di Roma nei confronti delle comunità rom, private finora di ogni opportunità e segregate nei campi».


giovedì 25 dicembre 2014

Commissione Diritti Umani del Senato e la questione Rom







La Commissione Diritti Umani del Senato visita a Roma il “Best House Rom”. Associazione 21 luglio: «Diritti violati e sperpero di denaro pubblico. Consegnato a Marino il “conto”»






Spostati come “pacchi” dal «villaggio della solidarietà» di via della Cesarina, 120 rom sono stati concentrati un anno fa nel “Best House Rom”, un centro di raccolta rom “fuorilegge” e con un costo pro/capite mensile di 600 euro. Ieri la comunità rom ha ricevuto la visita – organizzata dall’Associazione 21 luglio - di una delegazione della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato.

Il fabbricato, gestito dalla Cooperativa Inopera dietro convenzione dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale, è accatastato come locale di deposito e non potrebbe fungere da civile abitazione. Gli spazi destinati agli ospiti sono inadatti e lontani da quanto previsto dalla normativa regionale: ogni nucleo familiare, composto in media da cinque persone, dispone di fatto della sola zona notte, che svolge anche funzioni di zona giorno e studio per i minori, composta da un’unica stanza di circa 12 mq priva di fonte di luce e aria naturale. Ogni ospite, pertanto, ha a disposizione circa 2,5 mq contro i 12 mq indicati dalla Legge Regione Lazio n. 41/2003.

La delegazione della Commissione Diritti Umani del Senato ha potuto verificare come le stanze del “Best House Rom”, oltre a non garantire la metratura sufficiente pro capite, non sono dotate di finestre o punti luce dai quali possa filtrare la luce naturale e l’aria, e ciò espone a grave rischio lo stato di salute psico-fisico degli ospiti. La presenza di numerosi inquinanti, favoriti dalla mancanza di ricambio di aria, unita al clima caldo-umido prodotto dai condizionatori di calore, potrebbero sicuramente contribuire all’aumento dell’incidenza di patologie respiratorie croniche, come l’asma, e all’incremento della loro evoluzione verso forme persistenti, gravi e invalidanti.

La mancanza di luce naturale potrebbe favorire l’insorgere di disturbi della vista. A tutto ciò si aggiungono altre importanti carenze quali: la non completa somministrazione dei pasti unita al divieto di cottura e preparazione di cibo in maniera autonoma, la mancanza di un numero di servizi igienici adeguato al numero degli ospiti, la carenza di adeguati spazi comuni e l’assenza, all’interno delle stanze, di qualsivoglia arredo escluso il letto, elementi, questi, che compromettono ulteriormente la qualità della vita degli ospiti.

«Abbiamo incontrato persone terrorizzate di parlare davanti agli operatori che lavorano nella struttura. Vivono in una situazione di costante ricatto - ha dichiarato la senatrice Manuela Serra - Noi come Commissione Diritti Umani daremo voce a questa gente perché non è ammissibile che nel 2014 a Roma uomini, donne e soprattutto bambini vivano in una ex fabbrica senza finestre».

«Porteremo avanti un'inchiesta per chiarire come il Comune di Roma utilizza realmente queste ingenti risorse economiche con il risultato di far vivere le persone in questo modo», ha concluso Serra.

Il “Best House Rom”, finanziato dal Comune di Roma con un costo annuo superiore ai 2.200.000 euro alla luce delle caratteristiche strutturali, organizzative e gestionali suddette, non rispetta pertanto i principi internazionalmente riconosciuti di cui è portatrice anche la Carta Sociale Europea.

Nel “Best House Rom” la delegazione di senatori ha avuto la possibilità di fermarsi a parlare con i rom trasferiti quasi un anno fa da via della Cesarina dall’Assessorato alle Politiche Sociale. L’operazione voluta dall’Assessorato a guida Cutini aveva previsto – nonostante le contrarietà espresse da organizzazioni della società civile e dal Municipio III – lo spostamento dei 130 rom e il rifacimento dell’insediamento. Dopo 11 mesi i lavori non sono ancora iniziati e le spese sono lievitate.

Per tale ragione alcuni rappresentanti dell’Associazione 21 luglio hanno consegnato il “
conto” dell’operazione Cesarina – fortemente voluta dall’Assessore Rita Cutini – al sindaco Ignazio Marino. Più di 1 milione di euro spesi per segregare e concentrare 130 rom nel “Best House Rom” senza che alcun lavoro sia stato iniziato.

«Una scelta folle – commenta l’Associazione 21 luglio – che rivela, se ce ne fosse stata la necessità di ulteriore conferma, l’operato di un Assessorato incapace di trattare la “questione rom” secondo i principi espressi nella Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom».


venerdì 26 settembre 2014

Commissione in Senato sui Diritti Umani


Commissione in Senato sui Diritti Umani

Nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui livelli e i meccanismi di tutela dei diritti umani, vigenti in Italia e nella realtà internazionale, la Commissione Diritti umani, mercoledì 24 settembre, ha esaminato e approvato il rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione in Italia.



Potete leggere il rapporto cliccando su questo link:




martedì 4 marzo 2014

Tornare a parlare di Lampedusa, tornare a parlare dei migranti




“Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti”, edito dal Gruppo Abele è una lunga intervista che Qui Marta Bellingreri, scrittrice e mediatrice culturale palermitana ha fatto al sindaco di Lampedusa e Linosa Giusi Nicolini che ha presentato, ai gruppi di Camera e Senato, una proposta di legge per far nascere la “Giornata della memoria e dell’Accoglienza” dopo il terribile naufragio che ha visto morire nel “Mare nostrum” centinaia di migranti.



Abbiamo posto alcune domande all'autrice, Marta Bellingreri, che ringraziamo molto per la sua disponibilità.


Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Marta Bellingreri, scrittrice e viaggiatrice: com'è stato il confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti? Quali le differenze e le similitudini tra i vostri punti di vista?


L'isola di Lampedusa è un'isola siciliana, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane. Entrambe, io e Giusi, siamo delle isolane, siciliane, lei lampedusana, io palermitana. Quando ho conosciuto Giusi si occupava di Legambiente Lampedusa, era la direttrice della Riserva Naturale. Lei è sempre stata attiva sull'isola e quando ho messo per la prima volta piede sull'isola nella primavera del 2011, anche io ero un'attivista, non lavoravo allora per una ong, ero attivista del Forum Antirazzista di Palermo. Il nostro confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti è stato diretto e spontaneo fin dall'inizio. Sapevamo l'una dell'altra di essere in prima fila, lei sull'isola, io nel capoluogo siciliano. C'è stata da parte mia immensa curiosità, quella del resto c'era e continua ad esserci nell'ascoltare il punto di vista privilegiato dei lampedusani tutti e dei lampedusani attivi nell'accoglienza. Forse anche lei era curiosa delle mie esperienze in paesi arabi, e ancora di più lo era nell'ascoltare la continuazione delle storie, ossia le storie delle persone transitate da Lampedusa e poi trasferite ancora, che io avevo continuato a sentire. Lo dice pure nell'intervista: non mi interessa sapere solo che lascino l'isola, mi interessa anche sapere cosa succede dopo. Non credo ci siano differenze, forse io a cause dei miei studi ho più interesse a seguire i dettagli di politica interna a paesi arabi e/o africani ed interesse dunque a suscitare attenzione di chi si occupa di accoglienza in Italia.

Lampedusa: simbolo di un'umanità da sempre in transito. Cosa racconta questa umanità di oggi?

Lampedusa è innanzitutto un'isola che ci parla di una parte d'Italia, come altre, dimenticate e che solo all'occorrenza diventa oggetto di uno show televisivo: che si tratti, tristemente, drammaticamente e consapevolmente, di tragedie; che si tratti di altro. Lampedusa chiede dei servizi e delle agevolazioni economiche per alleviare la sua posizione di confine e marginalità: la sua popolazione è la prima a migrare per motivi di studio,salute, lavoro, burocrazia. L'umanità in transito, quella delle popolazioni migranti, ci parla della povertà, della guerra di altri paesi, della forza straordinaria e del coraggio; ci porta la ricchezza e la gioia delle culture che resistono sotto le bombe o in anni di dittatura. Un'umanità che andrebbe ascoltata e lasciata sì transitare ma liberamente.

L'Italia è un Paese culturalmente aperto, pronto ad una società multietnica?


Non riesco a rispondere a questa domanda. In Italia ci sono esempi eccezionali, storie magnifiche di differenze che si integrano, di danze e musiche che si mescolano, di amori che nascono e crescono, di associazioni, librerie, musei, comuni, palestre, uffici, università, bar... insomma luoghi e case che sono sì per me l'Italia aperta, o se si vuole chiamare "multietnica". Forse siamo lontani e queste sono esperienze minori, ma sono esperienze belle, le uniche che cambieranno, per ragioni più demografiche che politiche o culturali, le leggi e l'Italia.

Cosa si dovrebbe cambiare, nella legislazione attuale, per migliorare le condizioni dei migranti e dei richiedenti asilo?

Innanzitutto le condizioni dell'attuale cosiddetta accoglienza. Anzi, prima di pensare che cosa si deve cambiare nella legislazione attuale, bisognerebbe rispettare la legislazione vigente, nazionale e internazionale, in materia di accoglienza, migrazione e asilo. Ogni giorno, in tutta Italia, e in particolare sulle coste siciliane, vengono violate le norme, privando della libertà personale adulti e minori, operando respingimenti sommari e rimpatri collettivi, non segnalando alle autorità competenti minori stranieri non accompagnati, umiliando e torturando persone che hanno come unica colpa quella di viaggiare, pur fuggendo da guerre. I luoghi di cosiddetta accoglienza sono brutti, inospitali, inadeguati, e quando sono belli e nuovi sono isolati da centri abitati, sono sperzonalizzati e spersonalizzanti, spesso gli operatori e mediatori non sono sufficientemente preparati: non parlano nessuna lingua, non hanno studiato o non si sono formati specificatamente. Anche in questo caso ci sono eccezioni straordinarie, persone di cuore e preparate, che grazie a questi ultimi due anni di "emergenza" hanno messo in discussione le proprie previe conoscenze, hanno imparato il bambarà (lingua del Mali) o il tunisino. Credo che nel sistema legislativo attuale andrebbero alleggerite tutte le norme che regolano l'ingresso e la regolarizzazione per favorire l'ingresso regolare senza rischiare la vita; per inserirsi più facilmente nel precario mondo del lavoro e senza discriminazioni; per avere la cittadinanza, per i congiungimenti familiari ecc... Tutto il sistema andrebbe rivisto in un'ottica di vera accoglienza e arricchimento del nostro paese, che non è solo nostro perché ci siamo nati.


E cosa si dovrebbe fare per "non lasciare sola Lampedusa"?


Credo che negli ultimi anni Lampedusa senta una forte vicinanza di una parte della società civile italiana che per attivismo o turismo solidale si sia recata sull'isola. Quello che è ancora insufficiente è l'intervento dello Stato, che si parli di servizi o che si parli di migrazioni. Lampedusa non è o non è più sola, secondo me, semplicemente ci sono dei momenti in cui si ritrova ad esserlo perché i problemi strutturali che non sono stati risolti, scoppiano nei momenti delle tragedie. Lampedusa non è sola se non vuole sentirsi sola e viceversa. Perché tantissime persone stanno scrivendo, animando, proponendo progetti per avvicinarsi all'isola. Dipende poi come l'isola voglia o possa rispondere.




lunedì 27 gennaio 2014

Verso l'abolizione del reato di clandestinità




Con 182 sì, 16 no e 7 astenuti è passata in Senato, nei giorni scorsi, la norma che abroga il reato di immigrazione clandestina, ma si mantiene il “rilievo penale delle condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi adottati in materia”. Il reato, quindi, da una lato viene abolito e, dall'altro, viene trasformato in illecito amministrativo.

Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, ha spiegato: “Chi per la prima volta entra clandestinamente nel nostro Paese non verrà sottoposto a procedimento penale, ma verrà espulso. Ma, se rientrasse, a quel punto commetterebbe reato” e ha precisato che: “Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti e questo non solo per ragioni di ordine pubblico, ma anche per motivi umanitari. A persone che cercano di sfuggire da situazioni di estrema indigenza e spesso disumane dobbiamo garantire un'ospitalità dignitosa. Occorre, invece, continuare a punire con severità chi sfrutta e favorisce questi fenomeni migratori incontrollati che possono causare tragedie come quelle di Lampedusa”; infine, dal punto di vista tecnico, Ferri ha aggiunto: “ La sanzione penale appare sproporzionata e ingiustificata e quella pecuniaria è di fatto ineseguibile considerato che i migranti sono privi di qualsiasi bene. Oltretutto il numero delle persone che potrebbero essere potenzialmente incriminate sarebbe tale da intasare completamente la macchina della giustizia penale, soprattutto nei luoghi di sbarco”.

L'Onorevole Khalid Chaouki, esponente dei Nuovi Italiani del Partito Democratico, ha così commentato il voto della Commissione Giustizia: “Con il voto al Senato inizia un percorso che, in tempi brevi, dovrà cancellare questo odioso reato che criminalizza i sopravvissuti alla drammatica tragedia di Lampedusa e porre le basi per una nuova legge sull'immigrazione”.

L'emendamento è stato presentato dal Movimento 5 Stelle che ha precisato: “Rimangono in piedi tutti i procedimenti per l'espulsione e tutte le altre fattispecie di reato collegati, compresi dalla Bossi-Fini. Alla prova dei fatti il 'reato di clandestinità' non ha risolto nulla aggravando solo i costi per la Giustizia con meno sicurezza per le strade, senza combattere il fenomeno e lo sfruttamento legato a quest'ultimo, addirittura aggravandolo...Con questo procedimento il clandestino rimane clandestino, ma sarà più facile procedere con le espulsioni. Con questo emendamento le espulsioni dei cittadini irregolari potranno procedere per via civile, senza inghippi, senza inutili spese burocratiche (che gravano sulle tasche dei cittadini italiani), chi troverà persone in mezzo al mare potrà salvarle senza incorrere in nessun tipo di reato. Non lasceremo più morire nessuno in maniera inumana, ci sarà più sicurezza, più legalità, più umanità”.

La Lega Nord ha risposto a queste parole e a questo voto promettendo battaglia:

“L'abolizione del reato di clandestinità è una vergogna”, ha affermato Massimo Bitonci, chiedendo che il Ministro Alfano e tutto il Pdl “siano coerenti con quanto fatto e detto fino ad oggi” e che sia posto rimedio a “questo grave errore”.

giovedì 23 gennaio 2014

Se il prezzo per la pace lo pagano le donne



Afghanistan: la scorsa settimana un commando suicida talebano ha provocato la morte di ventuno persone, aprendo il fuoco in un ristorante libanese in pieno centro, a Kabul: hanno perso la vita 8 afghani e 13 stranieri.

A fine gennaio l'esercito italiano lascerà l'ultima base, situata tra Herat e Shindand, e nel 2014 anche gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe.

Ma cosa accadrà dopo, soprattutto per quanto riguarda la condizione sociale delle donne?

Grazie alla ratifica della CEDAW (Convenzione sull'Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione contro le Donne) del 2003, oggi le donne afghane godono di qualche diritto in più rispetto al passato: godono di un maggior accesso all'istruzione e all'uso delle tecnologie e hanno una migliore assistenza sanitaria mentre, all'epoca del dominio talebano, le donne non potevano studiare, potevano uscire di casa solo se accompagnate da un membro maschile della famiglia ed erano costrette ad indossare il burqa anche all'interno delle proprie abitazioni alla presenza di ospiti estranei.

L'ex Segretario di Stato americano, John Kerry ha dichiarato: “Da quando le donne afghane hanno più diritti, c'è da credere che non vogliono tornare indietro”, aggiungendo: “Dobbiamo essere determinati a non lasciarle sole”. Hillary Clinton, ha ribadito che, grazie ad alcuni donatori internazionali, verranno convogliate risorse economiche per finanziare progetti a favore delle donne anche dopo il 2014.

Intanto, in Italia, la vicepresidente della Camera, Marina Sereni, ha proposto, a Montecitorio, un'indagine dal titolo: Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione: opinioni e proposte della società civile sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini e dei giovani nel loro Paese”.

“Ho incontrato una giovane donna di 23 anni sposata a un uomo di 60. Vive con lui da nove anni e, mentre parlava con me, tremava: le è proibito avere contatti con chiunque. E' sposata perchè la famiglia l'ha data come 'compenso' dopo un omicidio commesso da suo padre. Il marito non è un pashtun come lei: non parlano la stessa lingua, hanno tre figli, ma non comunicano. Io per prima non sapevo che cio fossero casi così”: questo è un racconto della ricercatrice, Fereshta Abbasi Shahpasandzada che frequenta l'Università di Herat e che ha preso parte all'indagine. Il lavoro è stato curato, infatti, dalle università di Herat, di Strathclyde, di Glasgow, dalla Rebaudengo di Torino e dall'Ong Peacewaves ed è durato per tre anni.

L'attività di ricerca si è svolta nelle aree rurale e metropolitane (Herat, Kabul e Nangarhar) e sono state ascoltate più di 1500 persone diverse per età e professioni. Dai dati raccolti emerge una maggiore consapevolezza dei propri diritti di base, da parte delle donne, e anche del fatto che i bambini non possano essere educati e formati soltanto nelle moschee, ma che abbiamo anche loro il diritto ad un'educazione più ampia per riuscire ad acquisire competenze utili per lavorare in futuro.

Marco Braghero, di PeaceWaves, però sottolinea un risultato ambiguo che riguarda una parte della popolazione giovanile, quella che - nelle scorse settimane - è scesa in piazza a Kabul a manifestare contro l'approvazione proprio della legge che punisce la violenza sulle donne e vieta i matrimoni forzati: “ Nelle risposte al questionario e alle interviste”, spiega Braghero, “ c'è una grande differenza generazionale, dove gli adulti e gli anziani sono più ben disposti verso l'educazione dei bambini e i diritti delle donne rispetto ai ventenni e ai trentenni. Quelle sono le generazioni perdute, cresciute durante 25 anni di guerra”.

C'è, quindi, ancora tanto da fare. “ In dodici anni”, ha commentato Marina Sereni, “ la situazione femminile in Afghanistan è certo cambiata e lo dimostra anche questa ricerca, ma le difficoltà sono ancora enormi. Lo scorso 22 maggio, Human Rights Watch ha reso noto che nell'ultimo anno e mezzo il numero delle donne finite in carcere per i cosiddetti 'crimini morali' è aumentato del 50%. Secondo l'Ong sono tante quelle arrestate per essere scappate dalla violenza domestica e dai matrimoni forzati. Non possiamo abbassare la guardia proprio ora, tenuto anche conto della possibilità che la stabilizzazione del Paese passi per una riconciliazione con parte dell'opposizione armata.”

venerdì 11 ottobre 2013

L'emendamento per l'eliminazione del reato di clandestinità





Nel giorno della visita a Lampedusa del Premier Letta e del Presidente della Commisione europea, Barroso, è stato approvato in Commissione giustizia del Senato l'emendamento per l'eliminazione del reato di clandestinità introdotto con il pacchetto sicurezza del Ministro Maroni, nel 2009. L'emendamento, proposto dai senatori Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi del Movimento Cinque stelle, è stato approvato dall'esecutivo e dovrà essere discusso al Senato: ora la persona migrante, se irregolare, compirà un illecito amministrativo che prevede l'espatrio, ma non l'arresto.
L'abrogazione del reato di immigrazione clandestina è stata approvata con i voti del M5S, del Pd e di Sel. Durissima, invece, la reazione della Lega Nord. Matteo Salvini ha così commentato la decisione presa in Commissione: “ Se ci sono regimi sanguinari in Africa, si vada lì e si attacchi, altro che primavera araba. Se in Somalia e in Eritrea ci sono problemi, andiamo lì e risolviamo. La Bossi-Fini non è applicata, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia hanno da anni il reato di immigrazione clandestina, mentre qui in Italia facciamo favori alla malavita”.
Buccarella e Cioffi hanno, invece, spiegato che: “ La legge Bossi-Fini con l'introduzione di questo reato ha aumentato la clandestinità, distolto le forze dell'ordine dalla sicurezza del territorio, aumentato i costi per la giustizia con cifre spropositate”, ricordando come anche il Sindacato automo della Polizia (Sap) aveva sollecitato, già cinque anni fa, il Parlamento a dire basta con questa legge che aveva aggravato il sovraffollamento carcerario.
Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, infine ha dichiarato: “Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti e questo non solo per ragioni di ordine pubblico ma anche per motivi umanitari. A persone che cercano di sfuggire da situazioni di estrema indigenza e spesso disumane dobbiamo garantire un'ospitalità dignitosa. Occorre, invece, continuare a punire con severità chi sfrutta e favorisce questi fenomeni migratori incontrollati che possono causare tragedie come quelle di Lampedusa”.
Un primo passo nella direzione dello smantellamento della Bossi-Fini che arriva in seguito alla polemica suscitata dall'iscrizione, nel registro degli indagati, dei sopravvissuti alla strage dell'isola dei Conigli. Un passo avanti importante che è stato fatto dopo la morte in acqua di centinaia di persone: ragazzi, donne, bambini.

giovedì 30 maggio 2013

Approvata anche in Italia la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne


545 voti su 545: è stata approvata all'unanimità, a Montecitorio, la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Un lungo applauso ha salutato il risultato: ora l'Italia è il quinto Paese a ratificare il testo della Convenzione, dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo.
La Convenzione pone le basi per una tutela completa delle donne, intervenendo sul piano della repressione della violenza e anche su quello dell'assistenza, della sensibilizzazione culturale e dell'educazione. La Convezione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne era già stata siglata a Istanbul nel 2011. Il testo rappresenta il primo strumento internazionale, giuridicamente vincolante, che fornisce un quadro normativo completo a tutela delle donne: la Convenzione è, infatti, articolata in 81 punti e,in essa, viene sottolineato il fatto che gli Stati dovranno adottare tutte le misure legislative e di altro tipo per esercitare la “debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali”. Il fine è quello di sanzionare “tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata”.
Il testo, quindi, vuole contrastare lo stupro, lo stalking, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, la violenza domestica e si prefigge di eliminare ogni forma di discriminazione, promuovendo la concreta parità tra i sessi e rafforzando l'autonomia e l'autodeterminazione delle donne. In particolare, l'articolo 5 sancisce l'obbligo degli Stati di astenersi da qualsiasi atto che costituisca una forma di violenza nei confronti delle donne e di garantire che le autorità, i funzionari, i soggetti pubblici e i medici siano specificamente formati.
“E' motivo di grande soddisfazione il voto con il quale la Camera dei deputati ha approvato la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne”, così Laura Boldrini, presidente della Camera, ha annunciato l'approvazione della Convenzione e ha proseguito dicendo: “ e' stato un voto unanime espresso da un'assemblea molto partecipata. Un segnale di sensibilità dell'Istituzione, tanto più importante perchè arriva nelle ore in cui, in Calabria, viene dato l'addio all'ennesima vittima della ferocia maschile, Fabiana, la giovanissima donna che in questi due giorni di interventi molti deputati e deputate hanno voluto onorare”. Il voto di martedì, infatti, è venuto a coincidere con i funerali di Fabiana Luzzi, la ragazza di sedici anni accoltellata e poi bruciata dal fidanzato diciassettenne, a Corigliano Calabro.
Il Ministro per le Pari Opportunità, Josefa Idem, ha così commentato l'approvazione della Convenzione: “ ...il nostro Paese manda un segnale forte e deciso per contrastare il fenomeno del femminicidio e della violenza domestica”; ora, il testo del provvedimento passa al Senato e, in seguito, bisognerà varare la legge di attuazione della Convenzione e assicurare che abbia la copertura finanziaria necessaria per l'attuazione dei provvedimenti elencati.

domenica 17 marzo 2013

Due Neopresidenti, due discorsi importanti


Quasi a sorpresa, ieri, sono stati nominati i Presidenti di Camera e Senato: Laura Boldrini , ex portavoce dell'Agenzia Onu per i rifiugiati politici, e Piero Grasso, ex procuratore nazionale antimafia: riportiamo di seguito i loro discorsi di insediamento. Senza commenti perchè le loro parole bastano a far sperare un Paese che deve ritrovare la direzione giusta.



«Vorrei innanzitutto indirizzare il mio saluto rispettoso al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano».

«Faccio i miei auguri soprattutto ai più giovani: a chi siede per la prima volta in quest'aula. Sono sicura che insieme riusciremo nell'impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane».

«Arrivo a questo incarico dopo aver trascorso tanti anni a difendere e rappresentare i duiritti degli ultimi in Italia e nel mondo. E' un'esperienza che mi accompagnerà sempre e che metto al servizio di questa Camera».

«Il mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Abbiamo l'obbligo di fare unabattaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri: dobbiamo garantirli uno a uno. Quest'Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Dovremo farci carico dell'umiliazione delle donne uccise da violenza travestita da amore. Dovremo stare accanto ai detenuti che vicono in condizioni disumane e degradanti. Dovremo dare strumenti a chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di perdere la Cig, ai cosiddetti esodati, che nessuno di noi ha dimenticato. Ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l'economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi, alle vittime del terremoto e a chi subisce gli effetti della scarsa cura del nostro territorio».

«In Parlamento sono stati scritti dei diritti costruiti fuori da qui e che hanno liberato l'Italia e gli italiani dal fascismo. Ricordiamo il sacrificio di chi è morto per le istituzioni e dei morti per la mafia, che oggi vengono ricordati a Firenze».

«Molto dobbiamo anche al sacrifio di Aldo Moro e della sua scorta. Scrolliamoci di dosso ogni indugio, nel dare piena dignità alla nostra istituzione che sta per riprendere la centralità del suo ruolo».

«Facciamo di questa Camera la casa della buona politica. Il nostro lavoro sarà trasparente, anche in una scelta di sobrietà che dobbiamo agli italiani».

«Sarò, la presidente di tutti, a partirte da chi non mi ha votato, ruolo di garanzia per ciascuno di voi e per tutto il Paese».

«L'Italia è Paese fondatore dell'Unione europea, dobbiamo lavorare nel solco del cammino tracciato da Altiero Spinelli. Lavoriamo perché l'Europa torni ad essere un grande sogno, un luogo della libertà, della fraternità e della pace. Anche i protagonisti della vita religiosa ci spingono a fare di più, per questo abbiamo accolto con gioia i gesti e le parole del nuovo pontefice, venuto emblematicamente "dalla fine del mondo"».

«Un saluto anche alle istituzioni internazionali e - permettetemi - anche un pensiero per i molti, troppi volti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce».

«La politica deve tornare ad essere una speranza, una passione». 


 


Care senatrici, cari senatori,
mi scuserete, ma voglio rivolgere questo mio primo discorso soprattutto a quei
cittadini che stanno seguendo i lavori di quest’Aula con speranza e apprensione per
il futuro del nostro Paese.
Il Paese mai come oggi ha bisogno di risposte rapide ed efficaci all’altezza della
crisi economica e sociale, ma anche politica, che sta vivendo. Mai come ora la storia
italiana si intreccia con quella europea e i destini sono comuni, mai come oggi il
compito della politica è quello di restituire ai cittadini la coscienza di questa sfida.
Quando ieri sono entrato per la prima volta da Senatore in quest’Aula mi ha
colpito l’affresco sul soffitto, che vi invito a guardare. Riporta quattro parole che
sono state sempre di grande ispirazione per la mia vita e che spero lo saranno ogni
giorno per ciascuno di noi nei lavori che andremo ad affrontare: Giustizia, Diritto,
Fortezza e Concordia.
Quella concordia, e quella pace sociale, di cui il Paese ha ora disperatamente
bisogno.
Domani è l’Anniversario dell’Unità d’Italia, quel 17 marzo di 152 anni fa in cui
è cominciata la nostra Storia come comunità nazionale dopo un lungo e difficile
cammino di unificazione. Nei 152 anni della nostra Storia, soprattutto nei momenti
più difficili, abbiamo saputo unirci, superare le differenze, affermare con fermezza
i nostri valori comuni e trovare insieme un sentiero condiviso. Il primo pensiero va
sicuramente alla fase costituente della nostra Repubblica, quando uomini e donne
di diversa cultura hanno saputo darci quella che è ancora oggi considerata una delle
Carte Costituzionali più belle e moderne del mondo.
Lasciatemi in questo momento ricordare Teresa Mattei, che dell’Assemblea
Costituente fu la più giovane donna eletta, che per tutta la vita è stata attiva per
affermare e difendere i diritti delle donne, troppo spesso calpestati anche nel nostro
Paese, e che ci ha lasciato pochi giorni fa.
Siamo davanti a un passaggio storico straordinario: abbiamo il dovere di esserne
consapevoli, il diritto e la responsabilità di indicare un cambiamento possibile perché
in gioco è la qualità della democrazia che stiamo vivendo e che lasceremo in eredità
ai nostri figli e ai nostri nipoti.
La crisi è a un punto tale che potremo risalire solo se riusciremo a trovare il
modo di volare alto e proporre soluzioni condivise, innovative e, lasciatemi dire,
sorprendenti che sappiano affrontare le priorità e allo stesso tempo avviare un
cammino a lungo termine: dobbiamo davvero iniziare una nuova fase costituente
che sappia stupire e stupirci.
Oggi è il 16 marzo e non posso che ringraziare il Presidente Colombo che
stamattina ci ha commosso con il ricordo dell’anniversario del rapimento di Aldo
Moro e della strage di via Fani che provocò la morte dei 5 agenti di scorta Raffaele
Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Al loro
sacrificio di servitori dello Stato va il nostro omaggio deferente e commosso. Oggi
bisogna ridare dignità e risorse alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura.
Sono trascorsi 35 anni da quel tragico giorno che non fu solo il dramma di un
uomo e di una famiglia, ma dell’intero Paese: in Aldo Moro il terrorismo brigatista
individuò il nemico più consapevole di un progetto davvero riformatore, l’uomo e il
dirigente politico che aveva compreso il bisogno e le speranze di rigenerazione che
animavano dal profondo e tormentavano la società italiana. Come Moro scrisse in
un suo saggio giovanile «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente
la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un
grande destino».
Oggi inoltre migliaia di giovani a Firenze hanno partecipato alla“Giornata della
Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”, e mi è molto dispiaciuto
non poter essere con loro come ogni anno. Hanno pronunciato e ascoltato gli oltre
900 nomi di vittime della criminalità organizzata. Nomi di cittadini, appartenenti
alle forze dell’ordine, sindacalisti, politici, amministratori locali, giornalisti, sacerdoti,
imprenditori, magistrati, persone innocenti uccise nel pieno della loro vita. Il loro
impegno, il loro sacrificio, il loro esempio dovrà essere il nostro faro.
Ho dedicato la mia vita alla lotta alla mafia in qualità di magistrato. E devo
dirvi che dopo essermi dimesso dalla magistratura pensavo di poter essere utile al
Paese in forza della mia esperienza professionale nel mondo della giustizia, ma la
vita riserva sempre delle sorprese. Oggi interpreto questo mio nuovo e imprevisto
impegno con spirito di servizio per contribuire alla soluzione dei problemi di questo
Paese. Ho sempre cercato Verità e Giustizia e continuerò a cercarle da questo
scranno, auspicando che venga istituita una nuova Commissione d’Inchiesta su tutte
le Stragi irrisolte del nostro Paese.
Se oggi, davanti a voi, dovessi scegliere un momento in cui raccogliere la storia
della mia vita professionale precedente non vorrei limitarmi a menzionare gli amici e
i colleghi caduti in difesa della democrazia e dello Stato di diritto che ho conosciuto.
Non c’è infatti un solo nome e volto che può racchiuderli tutti e purtroppo, se dovessi
citarli tutti, la lista sarebbe troppo lunga. Mi viene piuttosto in mente e nel cuore un
momento che li abbraccia uno a uno ed è il ricordo della voce e delle parole di una
giovane donna. Mi riferisco al dolore straziato di Rosaria Costa, la moglie dell’agente
Vito Schifani morto insieme ai colleghi Rocco Dicillo e Antonino Montinaro nella
strage di Capaci il 22 maggio 1992 in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone
e Francesca Morvillo.
Non ho dimenticato le sue parole il giorno dei funerali del marito, quel microfono
strappato ai riti e alle convenzioni delle cerimonie:
«chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli
uomini
della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani,
sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete
mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...Ma loro non cambiano... [...]
...loro non vogliono cambiare...Vi chiediamo [...] di operare anche voi per la pace, la
giustizia, la speranza e l’amore per tutti»
Giustizia e cambiamento, questa è la sfida che abbiamo davanti. Ci attende
un intenso lavoro comune per rispondere, con i fatti, alle attese dei cittadini che
chiedono anzitutto più giustizia sociale e più etica, nella consapevolezza che il lavoro
è uno dei principali problemi di questo Paese.
Penso alle risposte che al più presto, ed è già tardi, dovremo dare ai disoccupati,
ai cassintegrati, agli esodati, alle imprese e a tutti quei giovani che vivono una vita a
metà: hanno prospettive incerte, lavori, chi ce l’ha, poco retribuiti, quando riescono
a uscire dalla casa dei genitori vivono in appartamenti che non possono comprare,
cercando di costruire una famiglia che non sanno come sostenere.
Penso all’insostenibile situazione delle carceri nel nostro Paese, che hanno
bisogno di interventi prioritari, a una giustizia che oggi va riformata in modo organico,
agli immigrati che cercano qui una speranza di futuro, ai diritti in quanto tali, che non
possono essere elargiti col ricatto del dovere e che non possono conoscere limiti,
altrimenti diventano privilegi.
Penso alle Istituzioni sul territorio, ai Sindaci dei Comuni che stanno soffrendo e
faticano a garantire i servizi essenziali ai loro cittadini. Sappiano che lo Stato è dalla
loro parte, e che il nostro impegno sarà di fare il massimo sforzo per garantire loro
l’ossigeno di cui hanno bisogno.
Penso al mondo della Scuola, nelle cui aule ogni giorno si affaccia il futuro
del nostro Paese, e agli insegnanti che fra mille difficoltà si impegnano a formare
cittadini attivi e responsabili
Penso alla nostra posizione sullo scenario europeo: siamo tra i Paesi fondatori dell’Unione e il nostro compito è portare nelle Istituzioni comunitarie le esigenze e
i bisogni dei cittadini. L’Europa non è solo moneta ed economia, deve essere anche
l’incontro tra popoli e culture.
Penso a questa politica, alla quale mi sono appena avvicinato, che ha bisogno
di essere cambiata e ripensata dal profondo, nei suoi costi, nelle sue regole, nei suoi
riti, nelle sue consuetudini, nella sua immagine, rispondendo ai segnali che i cittadini
ci hanno mandato e ci mandano in ogni occasione. Sogno che quest’Aula diventi
una casa di vetro, e questa scelta possa contagiare tutte le altre Istituzioni.
Di quanto radicale e urgente sia il tempo del cambiamento lo dimostra la scelta
del nuovo Pontefice, Papa Francesco, i cui primi atti hanno evidenziato un’attenzione
prioritaria verso i bisogni reali delle persone.
Voglio in conclusione rivolgere a nome dell’Assemblea dei senatori e mio
personale un deferente saluto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
supremo garante della Costituzione e dell’unità italiana che con saggezza e salda
cultura istituzionale esercita il suo mandato di Capo dello Stato.
Desidero anche ringraziare il mio predecessore, il senatore Renato Schifani, per
l’impegno profuso al servizio di questa assemblea.
Un omaggio speciale indirizzo ai Presidenti emeriti della Repubblica, ai senatori
a vita e a Emilio Colombo che ha presieduto con inesauribile energia la fase iniziale
di questa XVII legislatura, lui che ha visto nascere la Repubblica partecipando ai
lavori dell’Assemblea Costituente.
Chiudo ricordando cosa mi disse il Capo dell’ufficio Istruzione del Tribunale di
Palermo Antonino Caponnetto, poco prima di entrare nell’aula del maxi processo
«Fatti forza, ragazzo, vai avanti a schiena dritta e testa alta e segui sempre e soltanto
la voce della tua coscienza».
Sono certo che in questo momento e in quest’Aula l’avrebbe ripetuto a ciascuno
di noi.