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giovedì 17 settembre 2015

Non è tempo di annunci: le proposte #possibili sul caporalato




di Marco Omizzolo          (anche su www.possibile.it)







Tutti ora hanno scoperto che nelle nostre campagne esiste il caporalato. E tutti avanzano proposte risolutive del problema con una disinvoltura che lascia esterrefatti. Eppure il problema è noto da anni. La Flai-CGIL da tempo pubblica un dossier dal titolo Agromafie e caporalato con il quale fotografa il fenomeno dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli, soprattutto migranti, denuncia il ricatto sessuale praticato in alcune aree del paese, in particolare in Sicilia, e raccoglie testimonianze anche nel Nord Italia dove ugualmente vige la regola della prevaricazione del più forte sul più debole. Il Nord Italia non è infatti esente dal fenomeno. Area dove la Lega è particolarmente forte, sostenuta anche da quei padroni che la sera urlano contro gli immigrati, ansiosi di accendere ruspe e falò, mentre la mattina raccolgono, coi loro furgoni, braccianti indiani, africani e italiani per farli lavorare nel loro campo a tre euro l’ora.
La pubblicistica in materia ha ormai raggiunto un livello di analisi senza dubbio rilevante. I dossier di Medici senza Frontiere, di Amnesty, della cooperativa In Migrazione, di Medu o di Filierasporca e non solo, hanno denunciato le condizioni di lavoro e di salute di migliaia di braccianti in Italia e le responsabilità di un sistema che comprende molti attori (Migranti e territori, Ediesse editore). Si consideri che il primo dossier di Medici senza frontiere è del 2005 e certo all’epoca la politica non è intervenuta nel merito del problema come poteva e doveva fare. I servizi di Fabrizio Gatti in Puglia già nel 2006 raccontavano l’inferno delle nostre campagne, dove si vive per lavorare e a volte si muore nel silenzio generale. Accade ancora oggi. Appena qualche giorno fa la notizia di un lavoratore migrante morto nelle campagne pugliesi di Rignano Garganico, caduto in uno dei 57 cassoni di pomodori che aveva raccolto durante il giorno. La vittima, originaria del Mali, aveva circa trent’anni e del cadavere per ora non c’è traccia, forse occultato dai caporali o dai padroni. Recentemente la sociologa Fiammetta Fanizza su La Gazzetta del Mezzogiorno si è correttamente domandata dove siano l’Inps, la Guardia di Finanza e gli ispettori del lavoro. Ha ragione Fanizza quando afferma che esiste una catena di caporalato che ha completamente occupato uno spazio di mercato. Ed è per questo che il complesso delle responsabilità e complicità va molto oltre i soli padroni, sfruttatori e trafficanti di uomini e di donne ma coinvolge esponenti politici, impiegati e funzionari pubblici, liberi professionisti, in particolare avvocati, consulenti del lavoro, ragionieri e commercialisti, insieme alla Grande Distribuzione Organizzata, troppo poco chiamata in causa.   

 

Le norme avanzate da tutti i governi nel corso degli anni hanno avvantaggiato il sistema dello sfruttamento, sino a renderlo vincente sul mercato locale e internazionale. Si sono continuati a dare finanziamenti pubblici ad aziende amministrate da truffatori, mafiosi e sfruttatori, si è eluso il problema del caporalato nonostante la relativa legge, impedendo che essa incidesse sui patrimoni dei padroni e delle aziende, si è agevolata la Grande Distribuzione Organizzata nascondendone la centralità, sinonimo di responsabilità diretta, nel sistema di produzione agricolo e di sfruttamento della relativa manodopera. I governi hanno attentamente evitato di attaccare padroni e caporali, e con le loro riforme hanno reso più difficile l’accesso alla giustizia da parte dei lavoratori vittime di questo sistema, delle associazioni e sindacati. La giustizia spesso non funziona e a farne le spese, ancora una volta, sono i più deboli e i più fragili. In provincia di Latina la coop. In Migrazione, ad esempio, ha aiutato un bracciante indiano a presentare denuncia nei confronti del suo datore di lavoro che per ben tre anni gli riconosceva appena 300 euro al mese per dieci ore di lavoro al giorno, sabato e domenica compresi. Sono trascorsi due anni e ancora si deve tenere la prima udienza. E nel frattempo quel lavoratore si è trasferito in altra regione, peraltro insieme ai due testimoni che faticosamente aveva cercato e trovato. È un caso banale ma eloquente. È quello che capita quando lo Stato abdica ai suoi doveri ed è attento solo a difendere imprenditori a prescindere dalle modalità della loro condotta imprenditoriale (etica ed economica) e dal funzionamento delle proprie strutture, soprattutto di quelle periferiche. Ora si apprende che il governo avrebbe dichiarato guerra al caporalato. Non può che essere un bene se ai proclami seguiranno atti concreti.
È tempo dunque di agire ma bisogna farlo con cognizione di causa, evitando scivoloni clamorosi come quello di chi avanza, come recentemente proposto da Roberto Saviano, modelli impresentabili e improponibili come quello californiano, in realtà fondato sullo sfruttamento dei migranti, soprattutto messicani, e sul caporalato. Un sistema figlio della ristrutturazione post-fordista dei sistemi produttivi, come afferma la sociologa Alessandra Corrado, e della trasformazione dei rapporti sociali. Nel modello californiano, solo per informare Saviano, il ricorso al lavoro immigrato si configura come una “necessità strutturale”, come afferma lo studioso Berlan sin dal 2002, in cui i lavoratori devono essere disponibili quando richiesto dalle esigenze della produzione, che non sono programmabili in quanto mutevoli nel tempo e soggetti a variabili non determinabili. Insomma si lavora secondo le necessità proprie della produzione con salari che variano di conseguenza. Una produzione flessibile che rende precario e sfruttato il lavoratore. Un modello da tenere lontano da questo paese.
Esistono però alcune proposte dalle quali partire per un ragionamento nel merito e qualificato. Proposte già avanzate e pubblicate, per esempio nel volume Expo della dignità di Catone e Boschini (Novecento editore).
La prima è di natura politica e prevede di stare al fianco dei lavoratori, di chi vive ogni giorno sul proprio corpo lo sfruttamento, ovunque esso si manifesti, e reagire contro i responsabili (non solo i padroni e i caporali ma anche i molti consulenti del capitale) con una determinazione nuova, ad oggi ancora solo annunciata.
Secondo poi, sebbene il reato penale di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” del 2011 sia una vittoria storica fondamentale, esso colpisce i “caporali” e non i datori di lavoro responsabili dello sfruttamento. Il “caporalato” è solo una delle forme dello sfruttamento lavorativo; questo strumento normativo deve essere migliorato. Senza questo cambio di prospettiva, si rischia di arrestare un caporale (italiano o straniero) per sostituirlo con uno nuovo, a vantaggio di imprese che violano i diritti umani insieme a quelli dei lavoratori. Questa proposta forse vedrebbe la netta opposizione di molte categorie datoriali, attente a difendere il made in Italy nelle nostre piazze ma meno i diritti dei lavoratori alle loro dipendenze, ma qualcuno in questa battaglia bisognerà pure con determinazione convincere o scontentare. E ancora, il Decreto legislativo n.109 del 16 luglio 2012 ha introdotto alcune aggravanti al crimine di impiego di lavoratori migranti irregolari, tra cui il caso di “condizioni lavorative di particolare sfruttamento”, e la sanzione accessoria del pagamento del costo di rimpatrio. In realtà, la Legge ha omesso di adottare alcune misure non penali contro i datori di lavoro raccomandate dall’Unione Europea, tra cui l’esclusione dai sussidi pubblici, inclusi i finanziamenti europei, l’esclusione dalla partecipazione ad appalti pubblici, la chiusura degli stabilimenti o ritiro delle licenze e l’imposizione dell’obbligo del pagamento delle retribuzioni arretrate ai lavoratori migranti irregolari. Tali mancanze mettono in discussione il reale effetto protettivo della Legge italiana sui diritti dei lavoratori migranti irregolari, e oggi ne paghiamo le conseguenze.
Un’altra proposta potrebbe riguardare la promozione di un DDL sul mercato del lavoro agricolo, affinché possa essere gestito in modo pubblico e trasparente, e mediante il coinvolgimento dell’Inps fare incontrare in tempi brevi e in modo efficace domanda e offerta. Una proposta di buon senso che il Ministro Poletti potrebbe fare sua.
Sarebbe utile anche il pieno ed effettivo recepimento nella legislazione nazionale delle disposizioni in materia di parità di trattamento sia relativamente all’accesso alle prestazioni assistenziali che a quelle alla sicurezza sociale e la cancellazione definitiva della Bossi-Fini è poi di fondamentale importanza.
Infine, importante sarebbe la riconduzione del reato di caporalato nel 416bis. L’associazione mafiosa è evidente nel momento in cui le modalità di reclutamento e sfruttamento dei lavoratori ne comportano la subordinazione attraverso atti violenti, minacce, percosse continue, reiterate e non contrastate. La politica deve rispondere presto a questa sfida assumendosi una responsabilità storica senza precedenti. Sarà ora la volta buona? L’eventuale fallimento dell’occasione che in queste ore pare aprirsi può comportare una grande reazione civile del mondo del lavoro; una mobilitazione che manifesti tutta l’indignazione di chi ogni giorno è costretto a trascinare sui campi agricoli le catene di questa nuova forma di schiavitù. Proposte insomma che un governo attento dovrebbe cogliere, come dice di voler fare, e sulle quali si potrebbe avviare una riflessione qualificata e ampia. Perché si liberi questo paese dal giogo della schiavitù, dello sfruttamento e delle mafie, e sia resa giustizia a quei lavoratori e lavoratrici morte nei campi agricoli per aver obbedito al loro caporale o padrone. Per loro dovremmo agire quanto prima, andando ben oltre i proclami e gli annunci.


mercoledì 19 agosto 2015

La comunità sikh nell'agropontino e il lavoro di braccianti



L'associazione Inmigrazione ha denunciato, recentemente, in un dossier le allucinanti condizioni di lavoro dei sikh che vivono nell'agropontino. L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi Marco Omizzolo che ringrazia tantissimo per la disponibilità. 

 
Da quanto tempo gli indiani sikh vivono nell'agro pontino e com'è il loro processo di inserimento nella società italiana?   

 

La comunità punjabi si è costituita a partire dalla metà circa degli anni Ottanta. Prima poche decine persone, tutti giovani uomini impegnati nelle campagne pontine in attività di puro bracciantato agricolo e in parte nella zootecnia e nel florovivaismo, oggi è arrivata a contare circa 30mila persone. Una comunità organizzata, etnicamente connotata, prevalentemente ancora impegnata nel bracciantato agricolo e con forti legami con le altre comunità punjabi in Italia e nel resto del mondo. Purtroppo l'assenza di una adeguata comprensione delle dinamiche relazioni, del network transnazionale della comunità punjabi pontina, del sistema occupazionale pontino e gli scarsi servizi sociali dedicati a questo tema impediscono una relazione costruttiva tra la comunità punjabi e quella di accoglienza. La segregazione sociale, l'assenza di processi di crescita sociale ed emancipazione sono la conseguenza diretta dei processi di tratta internazionale, sfruttamento occupazionale, caporalato e violazione dei diritti umani che caratterizzano le attività lavorative dei punjabi pontini.


Molti lavorano nel settore agricolo come braccianti, ma le condizioni negano alcuni diritti di base...


Con la coop. In Migrazione (www.inmigrazione.it) abbiamo denunciato con alcuni dossier assai documentati i sistemi di reclutamento e impiego dei braccianti indiani. Caporalato, clientelismo, rincorsa all'assunzione dei lavoratori più socialmente fragile perché più esposti al ricatto occupazionale determinano, come anche Medu (Medici per i Diritti Umani) e Amnesty International hanno messo in luce e denunciato, la violazione sistematica dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. La violenza che spesso queste persone subiscono, e con loro le loro famiglie, è tale da costringerli alla resa, ad accondiscendere il ricatto e la prepotenza. Abbiamo registrato numerosi casi di lavoratori punjabi che non hanno percepito lo stipendio per vari mesi nonostante abbiano lavorato tutti i giorni, anche per 14 ore al giorno, sabato e domenica compresi, come anche violenze fisiche, aggressioni e rapine nei loro confronti e minacce. Alcuni lavoratori vengono pagati 3-4 euro l'ora per 12-14 ore di lavoro quotidiano. Il contratto provinciale prevede circa 9 euro lorde l'ora ma è un miraggio se non per pochi fortunati. Per non parlare degli infortuni sul lavoro, degli incidenti stradali che li vedono vittime certe, delle malattie derivanti dalla loro attività bracciantile e dai relativi ritmi e condizioni di lavoro. Siamo dinnanzi alla violazione sistematica, organizzata e rodata dei loro diritti umani a scopo di sfruttamento lavorativo. Un business redditizio che piega la schiena ai braccianti indiani e contribuisce a generare milioni di euro di cui si appropriano sfruttatori e mafiosi.                                     


 

Ci può confermare che alcuni ricorrono all'oppio (o altre droghe) per sostenere i ritmi di lavoro nei campi?


Con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi” è stato denunciato esattamente questo problema. L'assunzione, variamente tollerata e indotta da alcuni datori di lavoro (che per inciso spesso pretendono di farsi chiamare padrone dal lavoratore), di sostanze dopanti come oppio, metanfetamine e antispastici per reggere le fatiche fisiche e psicologiche derivanti dal sistema di sfruttamento pontino. Ciò vale in particolare per i lavoratori più anziani (per evidenti limiti fisici) e per coloro che hanno un'anzianità migratoria e lavorativa nel bracciantato piuttosto breve. Purtroppo il fenomeno rischia però di allargarsi anche ad altre ambiti e di diventare la scala sociale attraverso la quale generare business economici illegali ma anche importanti per uscire dal bracciantato e dallo sfruttamento. Per questo, insieme alla repressione del fenomeno, è importante prevedere servizi sociali e formativi adeguati, insieme alla ferma condanna e conseguente superamento dello sfruttamento lavorativo, sempre più organico al modello d'impresa agricola nazionale e non solo, e delle varie forme e sistemi di reclutamento internazionali. Abbiamo per esempio proposto, dopo essere stati auditi dalla Commissione parlamentare antimafia, di adeguare la legge italiana contro il caporalato, di escludere le imprese agricole condannate per reati gravi come la riduzione in schiavitù, dal sistema dei finanziamenti pubblici, soprattutto europei, e di introdurre infine ancora il reato di caporalato nel 416bis, ossia nel reato di associazione mafiosa. Il caso pontino e con esso i casi più noti di Rosarno, Castel Volturno, Ragusa, Asti consentono di ritenere questa una proposta sensata, fondata e urgente.


Nel dossier, denunciate che il traffico – di droga e di persone – è in mano a italiani...


Si tratta di una sorta di associazione a delinquere composta sia da italiani che da indiani, ognuno con un proprio ruolo e una sua informale ma chiara gerarchia. La criminalità è fondata ancora sull'appartenenza etnica o clanica ma è altresì capace di includere soggetti diversi, compresi gli stranieri, con lo scopo di rendere possibile il business, che in questo caso riguarda la tratta internazionale di esseri umani, che abbiamo definito grigio-nera, lo sfruttamento lavorativo e un corollario di altre speculazioni non meno importanti (il business dei permessi di soggiorno, dei rinnovi dei documenti, delle eredità transnazionali e non solo). Si tratta di un'alleanza da studiare con molta attenzione e monitorare con altrettanta preparazione metodologica. In questo senso la rinnovata sensibilità e impegno della Questura di Latina su questo tema può aiutare nella direzione del contrasto al fenomeno. Senza però la riformulazione del sistema formale-informale del mercato del lavoro rischiamo di fallire drammaticamente.

 
Qual è il vostro operato come associazione?

Operiamo in varie direzioni. In primis studiando il fenomeno in modo estremamente professionale, tanto da essere andati più volte in Punjab per approfondire gli studi, indagare il contesto di origine, discuterne con i soggetti responsabili a partire dalle istituzioni locali e docenti universitari. Poi organizzando iniziative territoriali a partire dal progetto Bella Farnia, organizzato insieme alla Regione Lazio e conclusosi purtroppo nel mese di luglio 2015, avente lo scopo di organizzare lezioni di italiano e consulenza legale gratuita ai punjabi interessati. Infine ci siamo costituti parte civile nel processo in corso a Latina, insieme alla Flai-CGIL, contro un imprenditore agricolo del sud pontino accusato di falsità documentali. Quest'ultimo, infatti, riceveva da ogni suo lavoratore punjabi circa 1000 euro in cambio di documenti falsi necessari per il rinnovo del permesso di soggiorno. Una pratica diffusa che rientra nel complesso di speculazioni organizzate sulle spalle dei braccianti indiani pontini.


venerdì 5 dicembre 2014

Sex workers: il corpo e il lavoro




Qualche settimana fa si è tenuto a Milano, nella Sala Alessi del Comune, un convegno sul tema della tratta a scopo sessuale, fortemente voluto dalla Caritas Ambrosiana e a cui hanno partecipato sindacati confederali e il Forum permanente sulla prostituzione.

Perchè questo convegno? Perchè nel Consiglio regionale lombardo è passata la proposta referendaria di riaprire le cosiddette “case chiuse”, già abolite dalla Legge Merlin. La riapertura dei luoghi “di piacere” dovrebbe servire a togliere dalla strada le 4500 ragazze che vendono il proprio corpo in Lombardia e non solo: il provvedimento, infatti, è al vaglio anche in altre Regioni.

Ma questa soluzione non serve a nulla, secondo Don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana, che afferma: “ Creare quartieri a luci rosse non impedisce alle organizzazioni criminali di prosperare, così come le multe contro i clienti e le prostitute sono risultate fallimentari. Si potrebbero avere più risultati creando un'agenzia nazionale anti-tratta”.

Traffici illeciti, spaccio di droga, immigrazione irregolare: questi sono gli altri temi strettamente collegati a quello della prostituzione e vengono approfonditi anche nel saggio dal titolo Vendere e comprare sesso di Giulia Garofalo Geymonat, ricercatrice presso l'Università di Lund, in Svezia, e pubblicato da Il Mulino.

Centrale, nell'analisi della studiosa, il fatto che l'attività di vendità del proprio corpo venga considerata come una fonte di reddito e,quindi, un'attività lavorativa, ma mai si tratta di una scelta libera. Quindi, nel saggio, vengono prese in considerazione le esigenze delle/dei sex workers.

In Italia la percentuale maggiore è data dalle donne, immigrate e non, e dai transessuali che, spesso, si prostituiscono per i bisogni primari: comprare cibo, affittare un alloggio o anche mandare i figli a scuola. Altri motivi riguardano la cura della salute o il pagamento di debiti contratti, anche per motivi di tossicodipendenza.

Sempre in Italia - come in Gran Bretagna, Francia, Danimarca - vengono puniti coloro i quali sfruttano la prostituzione, ma non si riconosce lo scambio prostituzionale. In Svezia, invece, dal 1999 è entrata in vigore una legge molto severa nei confronti dei clienti perchè la richiesta di rapporti a pagamento viene considerata una vera e propria violenza nei confronti delle donne.

In Germania e in Olanda, dove invece il fenomeno è legalizzato, si sono ottenuti buoni risultati in termini di controllo sanitario ed emarginazione sociale. Risulta molto efficace la legge italiana contro la tratta (art.18 legge 40/1998 sull'immigrazione) perchè permette di dare aiuto alle persone immigrate senza doverle rimpatriare: alcune ONG, in collaborazione con le Questure, forniscono agli immigrati alcuni percorsi di protezione che prevedono un sostegno legale, l'alloggio in una casa-rifugio, un medico e, a volte, uno psicologo.

lunedì 1 dicembre 2014

Padrone bravo: lavoro e migranti sfruttati


 



Cari lettori abbiamo intervistato Maura Muneretto della cooperativa Parsec che ha prodotto, con il contributo del Dipartimento per le Pari Opportunità, il documentario intitolato Padrone Bravo di Simone Amendola: un lavoro che tratta un tema, purtroppo, di grande attualità.

Ringraziamo la cooperativa e il regista per quest'analisi.



Il documentario nasce da un progetto della cooperativa Parsec con i migranti sfruttati nel mondo del lavoro: ci può illustrare il progetto e come si è sviluppato?



Il documentario Padrone Bravo è stato realizzato a partire dalle attività che la Cooperativa Parsec porta avanti sul tema della tratta e del grave sfruttamento lavorativo fin dal 2006. Tali attività si sono avviate con il progetto Right Job finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità, con i fondi previsti dall’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, e mirato alla realizzazione di programmi di assistenza e integrazione sociale per le vittime di tratta e sfruttamento.

Nato come progetto sperimentale, Right Job è stato, nei 5 anni di attività, l'unico intervento specificatamente rivolto alla prevenzione e al contrasto del grave sfruttamento lavorativo nel territorio della Regione Lazio. Esso ha permesso la realizzazione di percorsi di protezione sociale che hanno consentito la fuoriuscita dal circuito dello sfruttamento di decine di vittime ma, soprattutto, ha contribuito a tracciare una strada e a sperimentare delle buone pratiche riproducibili, costruendo una rete di soggetti più consapevoli e responsabilizzati nel riconoscere e contrastare il fenomeno.

Due sono state le principali azioni del progetto: attività di intercettazione ed emersione di potenziali vittime del grave sfruttamento lavorativo nella Regione Lazio e presa in carico delle vittime riconosciute, al fine dell’ingresso nei programmi di protezione sociale.

A questo va aggiunta una costante attività di indagine e monitoraggio sul fenomeno del grave sfruttamento lavorativo nella Regione Lazio e la pubblicazione di una ricerca1 dal titolo "Right Job - Lavoro senza diritti. Tratta e sfruttamento lavorativo degli immigrati a Roma e nel Lazio".

A partire dal 2011 il progetto Right Job è stato inglobato all’interno di progettazioni più ampie e attualmente sonno attivi i progetti “Fuori Giogo” e “Si tratta di Me” finanziati ai sensi dell’art.13 L.228/2003 (Legge sulla tratta) e dell’art.18 D. Lgs 286/98.



Le istituzioni italiane si stanno occupando del fenomeno della tratta e dello sfruttamento?



Grazie all’Art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione l’Italia è senza dubbio all’avanguardia per ciò che concerne la repressione del fenomeno della tratta e, allo stesso tempo, la protezione delle vittime. Nonostante questo negli ultimi anni si è arrivati a una contrazione dei fondi che ha messo a dura prova la tenuta del sistema stesso. Il Governo infatti, da tempo ha avviato una politica di disinvestimento, in termini di risorse finanziarie e umane, sui servizi attivati nel corso degli anni. A questo va aggiunto che la mancata approvazione del Piano nazionale anti tratta, che doveva avvenire per disposizione di legge entro la fine di giugno 2014, ed il mancato rispetto degli altri termini stabiliti dal D. Lgs. 24/14, per l'approvazione di provvedimenti che dovrebbero consentire lo sviluppo dei progetti di tutela delle vittime, oltre a palesare l'inadempimento del Governo di obblighi di carattere internazionale - così come rilevato dal Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa (GRETA)2 - evidenziano il completo disinteresse per un tema cruciale ed estremamente preoccupante.

Attualmente, a causa della mancata approvazione del piano antitratta, i progetti stanno proseguendo attraverso proroghe di 6 mesi che contribuiscono a minare il lavoro svolto negli anni e non permettono una progettualità a lungo termine.



Nel film parlano i migranti/lavoratori indiani: può anticiparci quali fossero le loro aspettative (poi disilluse)? E come si svolge la loro quotidianità?



L'area geografica in cui è stato realizzato il documentario è il territorio, a forte vocazione agricola, di Latina e della sua Provincia: Terracina, Fondi, Borgo Hermada, San Vito, Bellafarnia, Sabaudia.

In questi luoghi sono impiegati, in maniera regolare, circa 10.000 lavoratori indiani, provenienti dalla regione del Punjab, ma si stima che altrettanti siano impiegati in maniera irregolare e che, durante i picchi di produzione stagionali questo numero aumenti ulteriormente. Il documentario, sotto forma di racconto, da voce direttamente a quella parte di lavoratori impiegati in condizioni di sfruttamento, provando a renderne visibili le condizioni di vita e di lavoro caratterizzate da emarginazione, isolamento e sfruttamento.

Nel momento in cui si intraprende un viaggio così lontano dal proprio paese di origine, chiaramente le aspettative sono molto elevate e riguardano la possibilità di migliorare la propria vita e la vita della propria famiglia, dal punto di vista economico e sociale. In realtà, la loro condizione di bisogno, determina uno sfruttamento che ha inizio già prima del loro arrivo in Italia. Molti di questi lavoratori, infatti, pagano grosse cifre (dai 5.000,00 agli 8/10.000,00 €) nel loro paese per ottenere un visto come lavoratore stagionale. Per fare ciò la famiglia vende tutto quello che ha, spesso contraendo un debito, certa che con il lavoro in Italia tale debito si possa estinguere in breve tempo. Una volta entrati nel nostro paese, l’intermediario – connazionale – richiede spesso ulteriori somme ed in ogni caso il datore di lavoro italiano non procede all’assunzione. E' chiaro che molte di queste persone, entrate con regolare visto in Italia, non venendo assunte da nessuna azienda, diventano immediatamente irregolari e dunque entrano nelle maglie dello sfruttamento di manodopera a basso costo.

Nei periodi di picco produttivo stagionale i braccianti arrivano a lavorare anche 13-14 ore al giorno, con una paga che può andare dai 3 ai 4 € all'ora. Molti non percepiscono il salario per parecchi mesi e poi vengono mandati via in malo modo.

Nella maggior parte dei casi essi non si percepiscono come vittime di sfruttamento e rimangono indignati solo di fronte agli stipendi non percepiti ma non di fronte a orari e condizioni di lavoro disumani.

Una consistente parte di essi vive in condizioni alloggiative e igienico sanitarie molto precarie: alloggi desueti ed abbandonati, privi dei servizi igienici ed in taluni casi anche degli allacci a luce e gas, situati presso gli stessi campi dove si trovano le serre e le colture; altri condividono con i connazionali case affittate nei paraggi dei campi in cui si lavora, spesso in situazioni di sovraffollamento; una parte di loro vive, invece, in baracche o camper.

La condizione di irregolarità e la precarietà condivisa e generalizzata in cui vivono comportano, oltre al rischio di cadere nelle reti dello sfruttamento, anche l’isolamento sociale, l'emarginazione e la non integrazione nel territorio. In queste situazioni di particolare marginalità sociale lo sfruttamento plasma l’intera esistenza, condizionando ulteriormente ogni possibilità di relazione con l’esterno.

Gli unici spazi che consentono la socialità, soprattutto la sera dopo il lavoro nei campi, sono i negozi alimentari gestiti da connazionali oppure gli spiazzi aperti nei dintorni delle abitazioni. Infine, luoghi di ritrovo e aggregazione sono indubbiamente i vari templi Sihk presenti sul territorio, dove la domenica, giornata della celebrazione religiosa, si ritrovano dai 200 a ai 400 indiani.



Può riportaci anche alcune delle considerazioni dell'insegnante, dell'avvocato e del sindacalista che avete intervistato?



Una considerazione comune è legata al fatto che la maggior parte dei lavoratori indiani di cui il documentario parla e racconta, si colloca in quell’area grigia che sta tra il lavoro nero e il grave sfruttamento e che, proprio per questa collocazione ibrida, non può accedere alle tutele proprie del Programma di Assistenza ex art.18 D.Lgs 286/98. Tale programma infatti prevede che vi siano degli indicatori ben precisi di sfruttamento per potervi accedere. Questa difficoltà di applicazione dell’art.18, associata alla mancanza di qualsiasi altro tipo di tutela, aumenta la frustrazione e il senso di impotenza di chi, come l’avvocato o il sindacalista, cerca di trovare una soluzione che porti all’affrancamento dallo sfruttamento per queste persone.

L’insegnante di italiano riporta invece come, nonostante l’accesso ai corsi sia garantito a tutti, essi siano frequentati in particolare dai ragazzi più giovani e spesso solo da chi possiede un regolare permesso di soggiorno. Ciò accade perché molte persone irregolari hanno paura dei controlli, non si fidano e tendono a stare lontani da situazioni che potrebbero metterli nella condizione di essere intercettati. Chiaramente questo contribuisce all’esacerbarsi dell’isolamento sociale e dell’emarginazione di cui si parlava sopra.


martedì 1 aprile 2014

Omicidio e lavoro nero

Foto Il Messaggero


Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.

Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica con i suoi capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze dell'ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti domiciliari per abuso edilizio.  

All'epoca dei fatti, l'ex Ministro per l'Integrazione (quando ancora esisteva questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della dignità umana dei lavoratori cinesi”.          
Foto tg24.sky.it

Cinesi che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d'opera irregolare.

Gli inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta all'appello che, il giorno dopo l'accaduto, Giorgio Napolitano aveva rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”, si legge nella lettera del capo dello Stato, “l'espressione dei miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel settore delle confezioni, in misura però non trascurabile caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti fondamentali dei lavoratori ivi occupati...Al di là di ogni polemica o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi, sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.




domenica 19 gennaio 2014

100ma Giornata internazionale dei migranti e dei rifugiati

Cari lettori, scusateci per il ritardo di questa pubblicazione, ma abbiamo avuto un problema tecnico.
Oggi, in occasione della 100ma Giornata Internazionale dei migranti e dei rifugiati, vogliamo riproporvi un'importante intervista che abbiamo fatto ai registi del documentario intitolato IL RIFUGIO. Lasciamo la parola a chi ha incontrato alcune di quelle persone che sono costrette a lasciare il proprio Paese d'origine a causa di guerre, persecuzioni, sfruttamento, discriminazioni. 
Immagini e testimonianze, quelle raccolte nel film, che valgono più di tanti discorsi.

Il rifugio, documentario di Francesco Cannito e Luca Cusani : profughi abbandonati in alta montagna




Nel giungo 2011, 116 profughi, provenienti dalla Libia, sono stati trasferiti in un albergo disabitato sulle Alpi, a 1800 metri. Per mesi hanno vissuto in completo isolamento nell'attesa che venisse riconosciuto il loro status di rifugiati. Il documentario, intitolato Il rifugio di Francesco Cannito e Luca Cusani, racconta la loro vita sospesa tra sogni e aspettative deluse ed è stato proiettato presso la sede del Naga, a pochi giorni dallo scadere del piano “Emergenza nord-africa” che abbandonerà per strada i profughi.
 

Abbiamo rivolto alcune domande a Luca Cusani

Quando avete girato il documentario? E come vi siete relazionati alle persone che hanno partecipato a questo lavoro?

Abbiamo girato dall'agosto 2011 per circa un anno perchè la vicenda è durata a lungo e non si sapeva se, con l'arrivo dell'inverno, gli immigrati sarebbero scesi a valle e, quando hanno cominciato a smistarli nei paesini, a quel punto abbiamo continuato a seguirli per vedere come andava a finire.
Erano tutti uomini, alcuni giovani, altri con qualche anno in più; tutti dell'Africa sub-sahariana. Alcuni erano diffidenti e chiusi, qualcuno da subito si è messo in gioco per raccontare la propria storia e noi abbiamo seguito chi si è dimostrato disponibile.
C'è stato un momento di tensione perchè loro volevano andare via da lì, ma le autorità non glielo permettevano: la nostra presenza, a quel punto, è stata ben accetta perchè potevamo avere un effetto sulle autorità stesse per il fatto di essere lì con le cineprese...

Perchè il loro arrivo è stato gestito come un'emergenza?

L'interpretazione data dalla cooperativa che si è occupata di loro è che i politici non volevano prendersi carico di questa cosa, anzi questa ondata di rifugiati dava fastidio e,quindi, la situazione è stata gestita in modo tale da metterli il più lontano possibile.
Inoltre, è stata gestita dalla Protezione Civile, secondo lo schema che abbiamo visto anche negli anni scorsi: la cosa è stata derubricata come “emergenza” e, quindi, gestita in maniera molto libera, anche affidandosi ai privati. Queste persone, infatti, sono state messe in una struttura privata che ha percepito 46 euro al giorno per ogni profugo, per quattro mesi, con un guadagno di circa 500 mila euro.

Per queste persone, invece, cosa vuol dire essere “rifugiati”?

Lo status di rifugiato permette di stare tranquilli, di avere i documenti in regola, la protezione sussidiaria etc. Però in Italia è difficile ottenere tutto questo: mancano le strutture e non si effettuano inserimenti lavorativi, ad esempio.
Queste persone sono state tenute in stand-by per più di un anno: alcuni non hanno ottenuto i documenti, ma anche quelli che li hanno ottenuti non hanno risolto i problemi pratici. Alcuni profughi sono rimasti in Italia, magari grazie all'aiuto di qualche connazionale; altri sono rimasti nella struttura di Monte Campione e dal 28 febbraio non si sa che fine faranno; altri ancora hanno tentato di andarsene.
 

Perchè molti di loro non hanno ottenuto i documenti?

Perchè la valutazione da parte delle Commissioni considera una serie di fattori: per esempio, se il Paese di provenienza sia effettivamente rischioso, le storie personali, le condizioni da cui si vuole scappare. Il tutto deve essere supportato da evidenze, da prove. E' una strada molto stretta che tanti non riescono a percorrere.

Il documentario fa emergere tre storie. Puoi anticiparcele?

Abbiamo seguito, in particolare, un nigeriano che si autoproclama un “profeta” e che, per motivi religiosi, è scappato dal Paese percorso da grandi tensioni tra il movimento islamico e i cristiani; un profugo del Gambia fuggito, invece, per motivi politici (in quanto oppositore del regime), con il padre ucciso dalle autorità e lui stesso torturato; e un altro ragazzo, sempre nigeriano, che era approdato in Libia dove era diventato un calciatore professionista, ma - a causa dell'esodo dopo la guerra - è arrivato in Italia, sperando di poter ricostruirsi una vita anche grazie allo sport, e, invece, questo non è accaduto.


sabato 21 dicembre 2013

Se ci piacciono i gamberetti...



La globalizzazione fa viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell'acquisto, guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione.
La Thailandia è il Paese leader mondiale nell'esportazione dei gamberi perchè ne produce una grandissima quantità e perchè i gamberi Thai sono più convenienti di quelli di altri Paesi. Ma per questo c'è una spiegazione.
Un documentario trasmesso dal servizio pubblico statunitense - a cui ha fatto seguito una serie di indagini - dimostra che l'industria del gambero sfrutta il lavoro migrante minorile.
Secondo i dati ufficiali solo 150 su 700 operatori di pesce primari sono registrati presso il Ministero e le grandi fabbriche basano il loro guadagno sulle centinaia di capannoni in cui lavorano bambini che provengono dal Myanmar. Perc proprio loro? Perchè vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale, diventando, per questo, vittime di un pregiudizio etnico.
Le statistiche rilevate dal Labour Rights Promotion Network (e riportate anche da Altroconsumo, dicembre 2013), dicono che il 19% dei minori sfruttati ha meno di 15 anni e il 22% ha tra i 15 e i 22 anni. Sono costretti a sgusciare gamberi per dodici ore al giorno, chiusi nei capannoni sporchi e soggetti a sostanze chimiche dannose; spesso subiscono maltrattamenti fisici da parte dei caporali e la confisca dei documenti; sono stati, inoltre, riscontrati anche casi di estorsione da parte dei poliziotti. Questa situazione non riguarda solo il settore della pesca, ma anche quello dell'edilizia, dell'agricoltura e dell'abbigliamento dove sono impiegate, come moderni schiavi, migliaia di persone, tra giovani e adulti.
Ancora più serio il problema quando si tratta di bambini e adolescenti che, anche secondo la legge thailandese, dovrebbero vedersi assicurato il diritto ad un'istruzione gratuita e obbligatoria e che, invece, si ritrovano a sopravvivere in condizioni terribili.
Il problema è ora monitorato dal governo degli Stati Uniti che ha trasformato il “Rapporto sul traffico di persone” in uno strumento diplomatico per avvertire Bangkok che questo traffico deve terminare e, se la Thailandia non dovesse dimostrare la volontà di cambiamento, le conseguenze a livello diplomatico ed economico sarebbero importanti anche perchè verrebbe equiparata, in termini di violazione dei diritti umani, alla Corea del Nord e all'Iran.

giovedì 13 giugno 2013

Giornata mondiale contro il lavoro minorile




Su Agipress si racconta una storia. E' quella di Edwin Medina, nato a Nueva Esperanza - uno dei quartieri più disagiati della città di Lima, in Perù - in cui i bambini sono costretti a lavorare con turni massacranti per sostenere la famiglia e, spesso, sono soggetti a vari tipi di violenza. Questi bambini lavorano e certo non hanno la possibilità di studiare.
Anche Medina ha fatto parte di loro e, nel 2004, diventato grande, decide di creare un'associazione per aiutare i bimbi in difficoltà: l'associazione, in un primo momento, organizza attività ludiche per allontare i minori dalla strada, o ricreative (laboratori di cucina e di riciclaggio) e, oggi, ha istituito anche una scuola pubblica materna ed elementare. Nel percorso di studio è previsto affrontare, oltre alle materie di base, anche i temi del microcredito, della responsabilità ma, soprattutto, grazie alle lezioni, i bambini e i ragazzi riconquistano la fiducia in se stessi e negli altri.
Questo è un esempio di riscatto, ma nel mondo sono più di 215 milioni le bambine e i bambini impegnati in tutti i settori produttivi, con una grave violazione del diritto allo studio, alla salute, al gioco.
In Italia, in particolare, secondo i dati ISTAT i bambini sfruttati sarebbero circa 144.000, tra i 7 e i 14 anni, ma la CGIL sostiene che siano molto di più e che si possa arrivare a conteggiarne almeno 400.000, con la più alta percentuale del meridione dove la povertà è, troppo spesso, assoluta e non permette ai più giovani di conseguire condizioni di vita accettabili.
In occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, che quest'anno è stata celebrata ieri - 12 giugno 2013 - Cesvi, Cooperazione italiana e il Ministero degli Affari Esteri hanno organizzato un convegno per rilanciare l'attenzione sull'argomento e ribadire l'urgenza di affermare il diritto all'educazione, combattendo anche la prostituzione, la schiavitù e il reclutamento dei bambini-soldato. Il Cesvi, inoltre, aderisce alla campagna intitolata “Stop child Labour - School is the best place to work” per sottolineare il fatto che i minori scolarizzati riescono, in futuro, ad ottenere un reddito sufficiente per un'esistenza dignitosa.
Importante, infine, citare il 5° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia 2011-2012, stilato da Acra, Gruppo di lavoro per la Convezione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in cui, tra le varie e importanti tematiche affrontate, si parla anche dell'ascolto del minore in ambito giudiziario; del diritto del fanciullo a non essere sottoposto a tortura o a trattamenti crudeli o degradanti; dei minori privi di un ambiente familiare e dei figli di persone detenute.
Abbiamo citato solo alcuni eventi e una parte del materiale a disposizione per denunicare e sollecitare una presa di coscienza riguardo allo sfruttamento del lavoro minorile, alle sue cause e alle sue conseguenze: continueremo a parlarne perchè non basta dedicare una sola giornata alla riflessione per poi spegnere i riflettori e il pensiero. 




 



mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio, festa dei lavoratori: cosa si festeggia?




Picchetti, scioperi, blocchi, manifestazioni: per chiedere lavoro, per chiedere tutela.
Questa è l'Italia, oggi.
Un esempio per tutti: i centri logistici intorno a Milano sono in tumulto; Ikea, Esselunga, la società di spedizioni TNT, Coop sono solo alcune aziende in cui i lavoratori si stanno battendo per vedere affermati i propri diritti.
Come riporta Antonello Mangano nella sua inchiesta per Terrelibere.org intitolata “Cosa succede dentro Ikea? La denuncia dei lavoratori migranti”, del 27 marzo scorso (ma la protesta in alcuni poli dell'azienda svedese e in altre è ancora in corso), una delle più imponenti manifestazioni, da parte dei lavoratori, è stata organizzata anche a Piacenza, dove è situato il grande magazzino Ikea che serve i mercati di Svizzera, Italia e Mediterraneo orientale. Qui lavorano persone che vengono dall'Egitto, dal Pakistan e dall'Albania, ma non sono assunti direttamente: il loro operato è in subappalto ed è gestito da cooperative che, cambiando continuamente nome, riescono ad evadere il pagamento dei contributi pensionistici. Ma non è soltanto un problema di pensione: i lavoratori denunciano di essere sottopagati (7,90 euro lordi), di lavorare in condizioni ambientali inaccettabili, di essere sottoposti a turni massacranti. E non mancano episodi di venato razzismo.
Mohamed Arafat, leader degli scioperi alla TNT, ha affermato: “Noi siamo stranieri di passaggio, ma lottiamo anche per gli italiani” e gli immigrati - che come gli italiani devono mantenere le famiglie, pagare l'affitto della propria casa, mandare i figli a scuola - hanno avuto la solidarietà da parte dei centri sociali, da piccoli sindacati indipendenti, da studenti e attivisti. Il caso TNT è andato a buon fine come Ikea che ha reintegrato otto lavoratori.

Anche il Cinema, qualche volta, può testimoniare la realtà. Lo scorso novembre è stato presentato al Festival di Torino il nuovo lavoro di Ken Loach, da sempre attento ai diritti civili e, in particolare, al diritto al lavoro. Il film, dal titolo in italiano La parte degli angeli, è ambientato a Glasgow e narra di tre teppisti condannati a svolgere lavori socialmente utili per avviare un percorso di riscatto, anche umano. Il genere e lo stile sono quelli propri della commedia, ma - come spesso accade nel cinema del grande vecchio britannico - si tratta di una commedia sarcastica e graffiante che fa riflettere sulla crisi economica (nel passato come nel presente) e sulle conseguenze che condizionano scelte e comportamenti.
Al suo arrivo a Torino, Loach è stato accolto da un gruppo di manifestanti che hanno srotolato uno striscione con scritto: “Vogliamo il pane, ma anche le rose” , in riferimento ad uno dei più celebri film del regista Bread and roses, a sua volta tratto da una citazione di Rosa Luxenburg. E, da parte sua, il cineasta ha rifiutato il Premio Gran Torino, perchè: “ I premi sono importanti, il rispetto del lavoro ancor di più. Mi dispiace per il festival, ma più che i festival sono importanti le persone, i lavoratori che hanno un salario da fame. Questo, e l'esternalizzazione, sono il vero problema”.
Ken Loach ha incontrato anche alcuni lavoratori precari della cooperativa Rear, addetti al Museo del Cinema: tra questi Federico Altieri, licenziato per aver indossato una maglietta con scritto “Adesso sospendeteci tutti” dopo che aveva visto una collega licenziata anche lei dopo 11 anni per aver protestato contro condizioni pessime di lavoro. Loach,a questo proposito, ha affermato: “La mia generazione, negli anni '60, parlava di crisi del capitalismo e pensava a una rivoluzione immediata, che poi non c'è stata. Questo però è il momento giusto: dobbiamo organizzarci perchè stanno scardinando quegli elementi che rendono una società civile. Nel mio Paese si toglie il sostegno ai disabili, gli ospedali sono sovraffollati e in mano a multinazionali, i ragazzi sono costretti a stare a casa: sono stati distrutti gli standard della vita civile. Ora serve un modello economico. E' urgente trovarlo”.
Federico e i suoi colleghi hanno ricordato che guadagnavano 5,16 euro all'ora.



Ken Loach