sabato 21 dicembre 2013

Se ci piacciono i gamberetti...



La globalizzazione fa viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell'acquisto, guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione.
La Thailandia è il Paese leader mondiale nell'esportazione dei gamberi perchè ne produce una grandissima quantità e perchè i gamberi Thai sono più convenienti di quelli di altri Paesi. Ma per questo c'è una spiegazione.
Un documentario trasmesso dal servizio pubblico statunitense - a cui ha fatto seguito una serie di indagini - dimostra che l'industria del gambero sfrutta il lavoro migrante minorile.
Secondo i dati ufficiali solo 150 su 700 operatori di pesce primari sono registrati presso il Ministero e le grandi fabbriche basano il loro guadagno sulle centinaia di capannoni in cui lavorano bambini che provengono dal Myanmar. Perc proprio loro? Perchè vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale, diventando, per questo, vittime di un pregiudizio etnico.
Le statistiche rilevate dal Labour Rights Promotion Network (e riportate anche da Altroconsumo, dicembre 2013), dicono che il 19% dei minori sfruttati ha meno di 15 anni e il 22% ha tra i 15 e i 22 anni. Sono costretti a sgusciare gamberi per dodici ore al giorno, chiusi nei capannoni sporchi e soggetti a sostanze chimiche dannose; spesso subiscono maltrattamenti fisici da parte dei caporali e la confisca dei documenti; sono stati, inoltre, riscontrati anche casi di estorsione da parte dei poliziotti. Questa situazione non riguarda solo il settore della pesca, ma anche quello dell'edilizia, dell'agricoltura e dell'abbigliamento dove sono impiegate, come moderni schiavi, migliaia di persone, tra giovani e adulti.
Ancora più serio il problema quando si tratta di bambini e adolescenti che, anche secondo la legge thailandese, dovrebbero vedersi assicurato il diritto ad un'istruzione gratuita e obbligatoria e che, invece, si ritrovano a sopravvivere in condizioni terribili.
Il problema è ora monitorato dal governo degli Stati Uniti che ha trasformato il “Rapporto sul traffico di persone” in uno strumento diplomatico per avvertire Bangkok che questo traffico deve terminare e, se la Thailandia non dovesse dimostrare la volontà di cambiamento, le conseguenze a livello diplomatico ed economico sarebbero importanti anche perchè verrebbe equiparata, in termini di violazione dei diritti umani, alla Corea del Nord e all'Iran.