Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post

martedì 22 settembre 2015

Una nuova rubrica. America latina: i diritti negati


Care amiche, cari amici



oggi inauguriamo, con molto piacere, una nuova rubrica. Si intitola “America latina: i diritti negati” ed è tenuta da Mayra Landaverde, giornalista, attivista, esperta di America latina. I suoi testi andranno ad approfondire tematiche sui diritti umani relativi a quell'area del mondo, in particolare la relazione tra Messico e Stati Uniti. Gli articoli verranno pubblicati il MARTEDI, ogni due settimane.

L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia tantissimo Mayra Landaverde.





America latina: i diritti negati


Di giornalismo si muore

di Mayra Landaverde


Avevo pensato di invitarlo come relatore a un corso che organizza la mia associazione. Mi sembrava uno molto in gamba e particolarmente informato su una delle regioni più complicate e violente del Messico: Veracruz. Da lì ci passa il treno che trasporta i migranti centroamericani nel loro intento di arrivare negli Stati Uniti. In Veracruz si trovano anche Las Patronas, le donne che tutti i giorni preparano del cibo da lanciare sul treno carico di persone affamate che viaggiano da giorni, da mesi. Ruben era fotoreporter. Aveva scattato ultimamente delle foto scomode per il Presidente della Regione Javier Duarte de Ochoa. Non ho fatto in tempo a contattarlo. Lo hanno ucciso a Città del Messico il 2 agosto di quest’anno. Certo, ufficialmente non si sa il motivo, ma lo sappiamo tutti. Lui stesso si era traferito a Città del Messico per paura di essere ammazzato per i suoi scatti che rivelavano lo spreco di soldi del Governo dello Stato di Veracruz. Aveva detto a tutti di essere stato ripetutamente minacciato ed è andato via. Ma loro l’hanno trovato lo stesso. Delle persone sconosciute sono entrati nel suo appartamento e hanno ucciso Ruben insieme a quattro donne che erano in quel momento con lui.

Ma prima di ammazzarlo l’hanno assediato, minacciato, picchiato. Perché non c’era manifestazione sociale cui lui non partecipasse, anche se l’entourage del Gobernador gli aveva detto molto chiaramente che lui non poteva più scattare foto. Gli negavano l’accesso agli eventi oppure lo intimavano di andarsene anche dalle manifestazioni pubbliche.


A giugno del 2014 il Presidente della Regione Veracruz Javier Duarte ha dichiarato pubblicamente : “ Fate i bravi, verranno tempi difficili, faremo un po’ di pulizia e tanti cadranno”. Qualche mese dopo Ruben è stato trovato morto a casa sua.
A partire dal 2000 ,Veracruz registra al meno 36 giornalisti uccisi.

Reporters Without Borders riporta 3 giornalisti uccisi in Messico nel 2014. In quanto a libertà di espressione il paese si trova al 148 posto in una lista di 180 paesi.

L’anno scorso durante una manifestazione per i 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, 14 giornalisti sono stati brutalmente pestati dalla polizia e tolti da macchine fotografiche.


Il 4 settembre 2015 in pieno centro di Città del Messico in una via pubblica 3 giornalisti dell’Agenzia SubVersiones sono stati minacciati di morte a causa dei loro reportage troppo scomodi per il Governo del Presidente Pena Nieto.

Il Messico vive una gravissima situazione di censura da anni per questo 500 scrittori, artisti e giornalisti di tutto il mondo (alcuni di loro: Christiane Amanpour, Francisco Goldman, Paul Auster, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Gael García Bernal, Diego Luna, Guillermo del Toro, Denise Dresser, Juan Villoro y Sergio Aguayo) hanno scritto al Presidente della Repubblica chiedendo di garantire la libertà di espressione nel paese e la piena sicurezza fisica e psicologica dei giornalisti.


Il paese è in guerra, e non ho paura a scriverlo, perché è così. Stanno ammazzando la gente che non fa altro che il proprio lavoro denunciando la grande ingiustizia e miseria che sta vivendo il mio paese.

E il Governo messicano non fa e non farà nulla, anzi continuerà con la repressione.

Tan solo pochi giorni fa è stata pubblicata la notizia della morte di una giornalista, si, mentre io scrivevo queste righe lei è stata sequestrata torturata e assassinata nel suo domicilio, beh, era una giornalista.

E in Messico di giornalismo si muore.


venerdì 11 settembre 2015

Il coraggio di Jafar Panahi nel raccontare l'Iran di oggi







Taxi Teheran è il titolo della nuova pellicola del regista persiano Jafar Panahi. Il regista de Il palloncino bianco, Il cerchio, Offside, Pardè e This is not a film – film vincitori dei maggiori premi in campo cinematografico – ha sempre raccontato le contraddizioni dell'Iran, denunciando la mancanza di libertà civili e universali attraverso poetiche metafore concettuali e visive. 

Panahi non ha mai taciuto le proprie posizioni politiche ed è sceso in piazza per protestare contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad: a causa di quelle manifestazioni di protesta gli è stato intimato di non girare più film, di non concedere interviste alla stampa straniera e di non abbandonare il Paese. Se avesse violato queste direttive sarebbe stato condannato a vent'anni di carcere. Grazie ad una rete di amici e colleghi, Panahi ha continuato a lavorare e torna nelle sale con Taxi Teheran, che si è aggiudicato l'Orso d'oro all'ultima edizione del festival di Berlino. Girato clandestinamente come le sue ultime due opere, il film è una docu-fiction in cui si compone un affresco della società iraniana. Salgono su un taxi, guidato dallo stesso regista, persone di tutti i tipi, età e professioni: donne, uomini, giovani, bambini, professionisti, persone semplici, persone note e comuni. In una scena significativa, il regista scende per pochi minuti dalla vettura per andare a prendere la sua nipotina all'uscita di scuola: anche lei, “armata” di videocamera, racconta di dover preparare una ricerca sulle attività scolastiche, ma che la ricerca deve conformarsi strettamente ai precetti dell'Islam ed evitare il “realismo nero”. Di cosa si tratta? Eccolo spiegato dal mezzo cinematografico e dalla creatività di Panahi: mentre lui e la bambina chiacchierano all'interno del taxi, sullo sfondo viene inquadrato un ragazzino che scava nella spazzatura e ruba del denaro a una coppia di giovani sposi. Sul suo taxi sale, inoltre, Nasrin Sotudeh, l'avvocatessa e attivista per i diritti umani, anche lei impossibilitata ad esercitare la professione dal 2011. Tra i tanti temi trattati, infatti, vi si trova anche quello che riguarda la condizione femminile, un argomento caro all'autore; e poi artisti e persone comuni che anelano alla libertà e, quando riconoscono il regista alla guida del mezzo, si stupiscono e poi si mettono a ridere. Sì, perchè la cifra che contraddistingue questo lavoro è l'ironia, un'ironia graffiante che dimostra quanto la censura non possa nulla contro la volontà. Una piccola cinepresa nascosta dell'abitacolo, riprende e registra (quasi sempre ad inquadratura fissa e in primo piano o mezzo busto) i volti e le espressioni delle persone: proprio come uno specchio che riflette e rimanda parole, immagini, situazioni che parlano dell'Iran contemporaneo. Il finale del racconto è terribile ed è accompagnato da un testo che sostituisce i titoli di coda: “Il ministero dell'orientamento islamico dà l'autorizzazione per i titoli di coda dei film che vengono distribuiti. Con mio grande rammarico quindi non ha titoli di coda. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non avrebbe visto la luce”. Auguriamo a Panahi di poter tornare alla luce della libertà dato che, coraggiosamente, continua a vivere con la famiglia a Teheran e sotto minaccia costante da parte del regime.

domenica 14 giugno 2015

Reading per Darwish


Domenica, 14 giugno, alle ore 10.30, per la rassegna letteraria “Area P, Milano incontra la poesia”, promossa dal Comune, Palazzo Marino si apre alla città per l’omaggio al poeta palestinese Mahmud Darwish.




L'Associazione per i Diritti Umani vi ripropone l'articolo di Monica Macchi sulla sua opera.




di Monica Macchi






على هذه الأرض

كَانَتْ تُسَمَّى فِلِسْطِين. صَارَتْ تُسَمَّى

فلسْطِين. سَيِّدَتي: أَستحِقُّ، لأنَّكِ سيِّدَتِي، أَسْتَحِقُّ الحَيَاةْ





Su questa terra

si chiamava Palestina,

si chiama ancora Palestina,

su questa terra mia Signora, ho diritto alla vita





L’Italia ha festeggiato il compleanno di Mahmud Darwish con un reading collettivo organizzato in dodici città dall’associazione Arabismo: un omaggio al cantore della Palestina ed insieme un atto contro il rischio di oblio e di progressiva scomparsa. Infatti, da quando ha chiuso la casa editrice Epochè, i suoi testi sono reperibili con sempre maggior difficoltà. Ma si è trasformato anche in una denuncia contro la censura visto che alla Fiera del Libro di Riyadh le opere di Darwish sono state tolte dagli stand perchè, come dichiarato da Abdulaziz Khoja, Ministro della Cultura e dell’Informazione, “destabilizzano l’unità e la sicurezza del regno”.

 


A Milano la serata è stata organizzata in collaborazione con l’Associazione Barzakh ed è stata presentata da Jolanda Guardi e Giacomo Longhi che hanno scelto le poesie seguendo il filo conduttore della molteplicità delle voci del poeta: non solo la memoria della terra e la vicinanza agli oppressi, ma anche la sottile vena ironica, come in
أنا يوسف يا أبي dove Darwish scrive:



وَالذِّئْبُ أَرْحَمُ مِنْ إِخْوَتِي يَمْدَحُونِي يُرِيدُونَنِي أَنْ أَمُوتَ لِكَيْ إِخْوَتِي


i miei fratelli sperano che io muoia per poi elogiarmi…il lupo è stato più compassionevole dei miei fratelli”) e anche poesie d’amore come “Lezioni dal Kamasutra”



اُنتظرها


بسبعِ وسائدَ مَحْشُوَّةٍ بالسحابِ الخفيفِ

اُنتظرها


تحدَّثْ إليها كما يتحدَّثُ نايٌ

إلى وَتَرٍ خائفٍ



Aspettala con sette cuscini riempiti di nuvole leggere, aspettala, parlale come parla il flauto alla corda spaventata del violino”



Darwish poeta, ma non solo: a luglio è infatti prevista la pubblicazione per la casa editrice Feltrinelli di una trilogia in prosa che conterrà “Diario di ordinaria tristezza”; “Una memoria per l’oblio” e “In presenza dell’assenza”, tradotte in italiano da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.




Ed ora la parola a Darwish:

 


(Lettura in arabo di Khaled Al Nassiry, lettura in italiano di Silvia Rigon, al pianoforte Riccardo Rijoff)




Il testo sarà letto integralmente in forma di concerto da Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti, con musica dal vivo di Beppe Turletti.
Il poeta irakeno Fawzi-al-Delmi, esperto di poesia araba, traduttore di Adonis e
dello stesso Darwish, presenterà l’autore e leggerà alcuni brani in lingua originale.

Mahmoud Darwish (1941-2008) è stato il più grande poeta e scrittore palestinese.
Autore di oltre venti raccolte di poesie, è stato giornalista e direttore della
rivista letteraria “al-Karmel” (il Carmelo). Impegnato anche politicamente per
la difesa del suo popolo, è scomparso prematuramente in seguito a un intervento
cardiaco.

lunedì 8 giugno 2015

Libri bruciati, libri vietati




di Monica Macchi





I libri bruciati sono quelli “sovversivi e pericolosi” in base al giudizio del comitato costituito appositamente dal Ministero dell’Educazione e lo scopo è quello di “mettere le menti dei bambini al riparo dall’estremismo e dal terrorismo” secondo le parole di Bouthania Kishk, l’ufficiale del governo che ha partecipato al rogo. In particolare ci si è accaniti contro testi giuridici tra cui quelli di due preminenti giuristi egiziani, Abd Al-Razzak Al-Sanhuri, un modernizzatore della sharia attraverso istituti del diritto civile occidentale e dello Sheikh Ali Abdel Razik, sostenitore della separazione fra religione e Stato e della non-necessità del califfato (nel senso che i musulmani possono avere qualsiasi tipo di governo, sia religioso che laico, purchè al servizio degli interessi e del benessere collettivo) e contro i testi di storia che utilizzano il termine “inqilab” cioè “colpo di Stato” invece di “thawra” cioè “rivoluzione” per descrivere la deposizione di Morsi ad opera del generale Sisi. E ovviamente a proposito del nuovo governo non si può parlare del massacro di Rabaa…tanto meno in televisione e così il nuovo programma di Reem Magued è stato sospeso dopo l’intervista con Eman Helal, fotografa di Masry Al-Youm che ha mostrato anche il suo reportage a Rabaa al-ʿAdawiyya e ricordato alcuni fotogiornalisti ancora in carcere tra cui Shawqan, considerato da Amnesty “prigioniero di coscienza” (qui potete leggere più informazioni sul caso Shawqan 

http://peridirittiumani.blogspot.it/2015/01/mahmoud-abou-zeid-alias-shawkan-un.html).

Il libro vietato (questo senza motivazione…) è “Walls of Freedom” della casa editrice Dar Al-Tanweer un ritratto dell’Egitto post-25 gennaio attraverso i murales del Cairo che hanno trasformato le strade in un giornale dinamico e creativo, alternativa popolare ai media mainstream e alla propaganda governativa. Arricchito con saggi di artisti ed esperti, Walls of Freedom contestualizza i graffiti nei contesti storici, socio-politici, culturali e artistici nell’intero Egitto. Per denunciare la censura alcuni artisti tra cui Mohamed El-Moshir e Ammar Abo Bakr hanno dipinto questo murales a Al-Bustan in pieno centro al Cairo e per tutta risposta sono stati arrestati e detenuti per più di 12 ore…e il libro continua ad essere vietato.




venerdì 23 gennaio 2015

L' Iran tra cotraddizioni forti e serena quotidianità





L'Iran de La signora melograno, edito da Calabuig, della scrittrice Goli Taraghi non è quello cui ci ha abituato la stampa ufficiale. Si tratta di un Paese difficile e contraddittorio , in cui spesso i diritti sono negati, ma nei racconti del testo emerge anche un Paese dove, a tratti, sono possibili serenità e leggerezza. Taraghi tratteggia profili, narra vicende familiari, descrive l'ostilità di un Paese straniero (la Francia) e, sullo sfondo, ci sono tutti gli avvenimenti anche terribili che hanno attraversato e segnato gli ultimi decenni della storia dell'Iran: da Mohammad Mossadeq allo Scià qajar, da Khomeini ad Ahmadinejad.Le storie narrate parlano di ragazzi turbolenti alle prese con padri severi, donne di ogni età che afferrano la consapevolezza di sé, quadretti familiari quotidiani che tratteggiano persone comuni che non lasciano spazio agli stereotipi.
Certo, qualcuno potrà dire che Goli Taraghi non si renda conto della situazione perchè appartiene a una categoria privilegiata, quella delle persone agiate e intellettuali. Ma forse non è così: si tratta di lasciare spazio, ogni tanto, alla vita, a quella parte dell'esistenza più tranquilla, a cui tutti avremmo diritto di aspirare.
Nell'ottima traduzione dal persiano di Anna Vanzan, c'è il riferimento al titolo del libro,
La signora melograno. Una anziana signora che non si è mai allontanata dall'isolato villaggio dell'interno vivendo dei frutti della sua terra, decide di raggiungere i figli emigrati in Svezia. La prima tappa del viaggio, dal villaggio a Teheran, è molto impegnativo e stancante ma non è nulla rispetto a ciò che l'aspetta per raggiungere in aereo Parigi e da lì la Svezia.



Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice, Anna Vanzan, che ringraziamo.




La letteratura è una forma di liberazione/emancipazione femminile, in Iran come in altri Paesi sotto dittatura?



Fin da tempi remoti le donne d’Iran si sono manifestate attraverso la letteratura, dapprima esclusivamente con la poesia, perlopiù a fondo mistico. Meditare e scrivere erano considerate attività “domestiche” e come tali plausibili per le signore della buona società islamo-persiana. Alcune di loro partecipavano a pubbliche tenzoni poetiche, sfidando i loro colleghi maschi. Molte immagini da loro usate erano volutamente mistiche ed esoteriche proprio per potersi esprimere liberamente. A metà del XIX secolo le donne hanno cominciato a usare la prosa, spesso colorandola di una chiara protesta nei confronti del patriarcato. In un secolo e mezzo le iraniane hanno conquistato la letteratura del loro Paese, trasformando una tradizione quasi esclusivamente lirica e scritta da uomini in una corrente prosastica il cui numero di autrici sovrasta ormai quello degli scrittori.




Come ha conciliato – Goli Taraghi – la sua esperienza di cittadina iraniana e di persona costretta all'esilio?



Goli Taraghi è una scrittrice nata e alla sua penna ha affidato pure le pene dell’esilio. Anche prima del suo trasferimento in Francia aveva sperimentato alcune forme letterarie (romanzo e racconti brevi) che però riflettevano soprattutto un viaggio alla ricerca di in sé stessa, vagamente venata da auto compiacimento. L’esilio ha modificato il suo stile, costringendola a un continuo ricordo che non è ripiegamento sul passato e/o autocommiserazione, ma un processo dinamico che usa il passato per proiettarsi in avanti.




Qual è lo stile narrativo dei racconti di questo libro e quale il motivo di questa scelta?



La narrazione di Goli Taraghi è apparentemente semplice e lineare, ma al contempo ricca e profondamente umana. I suoi racconti sono malinconici e comici al contempo, lei si rivolge soprattutto ai suoi connazionali coi quali condivide una straordinaria capacità di adattamento ad ogni difficoltà che la vita pone innanzi. I racconti di Taraghi sono paradigmatici di queste qualità che gli iraniani hanno sviluppato ed esercitato per millenni.




E' interessante, ad esempio, il racconto intitolato “Madame lupo”: ce lo può commentare?



E’ un ottimo condensato di alcune delle problematiche che si trova ad affrontare l’esule (non solo iraniano): complesso di inferiorità nei confronti della civiltà “ospitante”, risentimento per le umiliazione che il nuovo mondo lo costringe a subire, e, infine, la ribellione. Goli Taraghi esprime tutto ciò in modo estremante poetico, denso e vibrante.



Il tema della censura è centrale nel pensiero e nei testi di Goli Taraghi e di tanti autori iraniani...


La censura è un’istituzione plurimillenaria sull’altopiano iraniano. Al tempo dei sommi poeti Hafez e Sa’di non c’era un ufficio della censura come quello istituito ufficialmente a metà del XIX secolo dalla dinastia Qajar, poi trasformato sotto quella dei Pahlavi e ora diretto dalla Repubblica Islamica. Ma anche Hafez e Sa’di sapevano che, per sferzare i potenti, c’era bisogno di usare metafore e calibrare sapientemente le parole. Nulla è cambiato….

mercoledì 20 febbraio 2013

L'Iran e la censura protagonisti al Festival Internazionale del Cinema di Berlino


 
Jafar Panahi non era presente alla 63ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la presentazione del suo ultimo film intitolato Closed curtain.
Il regista iraniano de Il palloncino bianco e vincitore del Leone d'oro con Il cerchio - imprigionato nel 2010 per aver partecipato alle manifestazioni di piazza e oggi agli arresti domiciliari con l'accusa di propaganda antigovernativa e con il divieto, per vent'anni, di girare film, di scrivere sceneggiature, di viaggiare e di rilasciare interviste - torna, quindi, con un'opera presentata al pubblico di un festival importante, sfidando le autorità.
Closed curtain è stato realizzato, infatti, in grande segretezza e racconta proprio la prigionia del regista nella sua casa al mare. Nelle note di regia si legge: “Ho scritto la sceneggiatura mentre ero molto depresso, cosa che mi ha portato a esplorare un mondo irrazionale, lontano dalle convenzioni”.
E, infatti, il film del cineasta iraniano non è di facile lettura: in una villa di fronte al mare vive un uomo (il co-regista Kamboziya Partovi), in compagnia di un cagnolino saltato fuori da un borsone sigillato, è lì dentro, ha chiuso tutte le finestre e le ha coperte con teli neri in compagnia del suo cane e i cani, dal regime, sono considerati impuri e, quindi, vengono spesso sterminati. Poi entrano in scena altri due personaggi, in particolare una ragazza di nome Melika, ex giornalista embedded con istinti suicidi inseguita dalla polizia per aver fatto bisboccia in spiaggia con un gruppetto di amici; scopriremo che la ragazza non esiste, è probabilmente una proiezione dell'uomo che rimane solo, nella casa vuota. Un uomo, un artista in esilio, con le proprie frustrazioni, con la propria rabbia, con i propri desideri.
Un film metacinematografico, che accumula segni simbolici ( da segnalare l'inquadratura che apre il film) in una narrazione che si fa sempre più ritmata e sofisticata e che fa riflettere sulla censura, sulle pratiche di un governo dittatoriale, ma soprattutto sulla psicologia di una persona che è costretta a dialogare con se stessa.
E il tema della censura è stato affrontato anche da Shrin Neshat , presente a Berlino non come regista o videoartista, ma come giurata, la quale ha affermato che: “ Non ci sarà una nuova generazione di cineasti iraniani. (I registi) possono lavorare solo all'interno del Paese, ma poi nulla riesce ad uscire fuori” . E ha aggiunto che, comunque, il film di Jafar Panahi “verrà giudicato come opera d'arte e non per meriti politici”.