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mercoledì 7 ottobre 2015


Associazione per i Diritti Umani




PRESENTA



Continuare a parlare di Medioriente: come sta cambiando lo scenario e quali le conseguenze per il resto del mondo. Focus SIRIA





GIOVEDI 8 OTTOBRE, ore 19

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1 (Ang. Via G. da Cermenate, 2. MM ROMOLO, FAMAGOSTA )
Milano





Milano, 15/9/2015 L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro intitolato “Continuare a parlare di Medioriente: come sta cambiando lo scenario e quali le conseguenze per il resto del mondo. Focus SIRIA”, nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.



Presentazione del documentario “Young Syrian Lenses” alla presenza dei registi Ruben Lagattola e Filippo Biagianti e di Monica Macchi, esperta di mondo arabo.

Il documentario:

“Prima di essere media attivisti, siamo tutti ribelli, il nostro impegno nella rivoluzione si è evoluto nell’informazione”. Parla così il reporter Karam Al Halabi, uno dei protagonisti del documentario girato in Syria da Lagattolla fra il 30 Aprile e il 9 Maggio 2014 e sostenuto da Amnesty International sezione Italia.

L’intento del documentario è infatti proprio quello di filmare l’attività dei ragazzi che lavorano nei network di informazione, documentare il loro lavoro di fotografi e di raccontare la realtà siriana con un approccio il più possibile umano. Il progetto “Young Syrian Lenses” è stato portato avanti e concluso senza nessun budget, in maniera totalmente indipendente e volontaria e viene ora diffuso in tutta Italia con l'obiettivo di raccontare la storia di questi reporter e di far conoscere in modo chiaro e approfondito la situazione della Siria.



Inaugurazione della mostra fotografica “Volti della Syria” di Salvatore Di Vinti



La mostra:

Volti della Syria” di Salvatore Di Vinti, volontario di “Insieme si può fare”. Attraverso le immigini Salvatore Di Vinti racconta i due viaggi fatti con l’associazione per portare aiuti umanitari al popolo siriano.



Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani










giovedì 30 aprile 2015

Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina





Nell'anno e nei giorni in cui l'Esposizione universale viene inaugurata a Milano, parte in città anche la 25ma edizione del Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina che si terrà dal 4 al 10 maggio in vari luoghi e spazi. Non potevano, quindi, mancare il contest fotografico dal titolo “ Il cibo più buono del mondo” e tanti altri riferimenti all'alimentazione, ma il programma della manifestazione guarda, come sempre, ad altri diritti (spesso negati) e alle condizioni di vita (o di sopravvivenza) dei popoli del sud del mondo.

Si parono le danze, il 4 maggio presso l'Auditorium San Fedele – alle 20.30, con la proiezione di Taxi Theran, il film vincitore dell'Orso d'Oro all'ultima edizione della Berlinare per poi proseguire con lungometraggi, corti e documentari che provengono, ad esempio, dalla Tunisia ( Le challat de Tunis di Kauter Ben hania, Pére di Lofti Achour), dal Marocco (L'homme au chien di Kamal Lazraq, The narrow frame of midnight di Tala Hadid), dal Perù (El sueno de Sonia di Diego Sarmiento), dal Burkina Faso (Oulinine Imdanate di Michel K. Zongo). E poi il ritorno di Raul Peck con Meurtre àu Pacot e Rachid Masharawi con Letters from Al Yarmouk.

Ma questo è solo un assaggio...Numerosi gli eventi collaterali come lo Spazio scuola con le proiezioni mattutine dedicate agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori e gli incontri alla Casa del pane (casello di Porta Venezia) con autori, registi, esperti. Oltre alle sezioni competitive, inoltre, il festival propone la sezione Flash con anteprime e film evento;  Films that Feed, sezione realizzata in collaborazione con Acra-Ccs e dedicata ai temi dell'Expo 2015; la sezione Il Razzismo è una brutta storia in collaborazione con laFeltrinelli;
Africa Classics, 6 titoli capolavori del cinema africano restaurati dal 
World Cinema Project di Martin Scorsese, in collaborazione con Mudec - Museo delle Culture.




L'Associazione per i Diritti Umani parteciperà al festival e condurrà la presentazione della campagna #MAIPIUCIE con il regista del documantario Limbo, Matteo Calore.

L'incontro si svolgerà sabato 9 maggio, alle ore 15, presso la Casa del pane.





 

 

mercoledì 31 dicembre 2014

Dalle onde del mondo: immagini e parole su profughi e migranti



Lisa Tormena e Matteo Lolletti hanno girato il documentario intitolato Dalle onde del mondo che fa riflettere su uno dei temi che ci sta più a cuore: la sorte di migranti e rifugiati, i loro viaggi terribili nel Mediterraneo, il loro destino e le politiche sbagliate.

L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ai due registi e li ringraziamo.


 
 
 











Il documentario nasce da “Senza Confini - Progetto rifugiati” e dal “Teatro Due Mondi” a Lugo di Romagna: ce ne può parlare?


Il Teatro Due Mondi, sotto la guida di Alberto Grilli, ha sviluppato un progetto prezioso, di teatro di strada, con i profughi, rifugiati e richiedenti asilo presenti in provincia di Ravenna, prima a Lugo e poi a Faenza. Un progetto volto, da un lato, a stimolare un’integrazione attiva tra i profughi e il territorio, e, dall’altro, a raccontare la storia di questi uomini, in maniera non diretta, ma per metafore. Il laboratorio teatrale, all’interno del quale è nato lo spettacolo “Dalle onde del mondo”, che il nostro film racconta e da cui prende il nome, è durato molti mesi. Ha messo insieme i giovani richiedenti asilo (di origini subsahariane, ma provenienti in particolare dalla Libia da cui erano stati costretti a fuggire durante la rivoluzione) e numerosi volontari italiani, tra i quali alcune ex operaie dell’Omsa, coinvolte in precedenza nelle Brigate dell’Omsa. Il modello è molto simile a quello delle Brigate Omsa che sono riuscite, attraverso il teatro di strada, a raccontare in modo originale una battaglia sindacale e a far conoscere a livello nazionale la questione. Allo stesso modo, questo progetto ha cercato di raccogliere storie, mettendole in scena, e ha permesso ai richiedenti asilo di aprirsi, di trovare un grande spazio di condivisione, e a noi, al pubblico, di ascoltare queste storie. Si è così costituita la "Carovana Meticcia”, e poi il laboratorio di teatro partecipato SENZA CONFINI, che continua a incontrarsi e ha ripreso in settembre le proprie attività, e che giovedì 18 dicembre sarà in Piazza del Popolo a Faenza per un’”Azione contro la quotidiana indifferenza”. Come ci ha raccontato Alberto Grilli, regista del Teatro Due Mondi: “Negli ultimi mesi, siamo stati testimoni di molte manifestazioni razziste e mai nessuna a sostegno dei migranti. Ecco perché abbiamo deciso che sia necessario lanciare un forte segnale di accoglienza per dire no all'intolleranza.


Come si è sviluppato il vostro lavoro?         



E’ stato un lavoro molto lungo, durato circa un anno e mezzo. Avevamo già collaborato con il Teatro Due Mondi per il progetto dedicato alle operaie dell’Omsa, da cui era nato un altro film. In questo caso abbiamo cercato di realizzare qualcosa di diverso, meno politico in senso stretto, e più poetico. Non è stato semplice. Abbiamo seguito i ragazzi durante le prove e durante tutto il progetto, siamo stati con loro, abbiamo lasciato che si aprissero e abbiamo conquistato la loro fiducia, mentre preparavano, studiavano e realizzavano lo spettacolo. Lo abbiamo visto nascere e modificarsi nel tempo, fino alla forma definitiva, in cui ciascuno aveva il suo ruolo, il suo momento a riflettori accesi. E come abbiamo visto trasformarsi i giovani migranti, inizialmente sospettosi della forma teatrale e poi entusiasti, anche noi siamo cambiati, siamo cresciuti con le loro storie, i loro drammi e le loro speranze per il futuro.
Il momento più emozionante è stato lo spettacolo a L’Aquila, dove abbiamo passato insieme un paio di giorni. Sapevamo che erano le ultime riprese e poi avremmo iniziato il montaggio. Nella pausa tra le prove e lo spettacolo, abbiamo passeggiato insieme ai ragazzi nel centro storico della città, una città fantasma, ed è stato strano vederci tutti così curiosi e quasi tramortiti da ciò che vedevamo. Una città meravigliosa e silenziosa. Così come l'Aquila, anche questi ragazzi erano come fantasmi per la società italiana. E questa consapevolezza ci ha scosso.



Come possono, cinema e teatro, aiutare i profughi a elaborare le loro esperienze di vita?



A nostro modo di vedere, cinema e teatro offrono un modo diverso, altro, di narrare se stessi. Simbolizzando le proprie esperienze - traumatiche e drammatiche - è possibile rendersi conto del viaggio, del tragitto che si è affrontato. E diventa possibile farlo senza cercare di dover raccontare verbalmente, in una lingua differente da quella madre, esperienze che sono difficili da trasmettere, per pudore o per dolore. Cinema e teatro parlano una lingua più universale, e avvicinano.



In che modo sono stati accolti i profughi e i rifugiati in Emilia Romagna?



Non esiste una risposta univoca. Il nostro territorio ha una tradizione di ospitalità e accoglienza che è storica. Parallelamente ha anche maturato una forma di diffidenza - che spesso sfocia nel razzismo - che si sta ispessendo sempre di più. Non dimentichiamo che la maggior parte dei profughi che hanno raggiunto le nostre coste sono giovani o giovanissimi, portano con sé grandi paure e grandi speranze, e il loro arrivo può tramutarsi in una grande ricchezza per noi, una grande ricchezza umana che dobbiamo essere in grado di cogliere.



E qual è il loro futuro? Sono rimasti in Italia o sono andati in altri Paesi europei?


Non c’è un futuro, perché non c’è una risposta sistemica al loro dramma, ma solo episodica e parziale. Impossibilitati a svolgere un lavoro, molti preferiscono la clandestinità e cercano di raggiungere altri stati che vivono un periodo economico migliore del nostro e sono meglio attrezzati - per storia e volontà - all’accoglienza del migrante, sia esso profugo o meno. Alcuni dei ragazzi sono rimasti in Italia, a Faenza e a Lugo, altri, la maggioranza, si sono spostati in altre zone dell’Italia o all’estero. Segno che la nostra terra forse non è riuscita a farli sentire a casa.




 


martedì 18 novembre 2014

Due giorni, una notte: ritornano i fratelli Dardenne con il loro cinema sociale




Un cinema lucido e senza orpelli, quello Luc e Jean Pierre Dardenne che con il nuovo film, da pochi giorni nelle sale cinematografiche italiane, affrontano come sempre un tema di grande attualità: in questo caso, si parla della perdita del lavoro.

Due giorni, una notte: questo il titolo della pellicola presentata all'ultima edizione del festival di Cannes senza un premio, ma con applausi scroscianti.

Regia asciutta, colonna sonora ridotta al minimo, dialoghi precisi e ficcanti per raccontare la storia di Sandra. Sandra (una brava e convincente Marion Cotillard, già premio Oscar) ha un obiettivo preciso: convincere i suoi colleghi a rinunciare a un bonus di mille euro in cambio di un voto per il licenziamento di un collega. Sandra farà di tutto per evitare la votazione e l'incasso del “premio” da parte dei colleghi perchè teme di perdere il proprio posto in fabbrica. La donna, in questa sua battaglia individuale che diventa sociale e collettiva, avrà al suo fianco il marito, una figura maschile finalmente positiva, un uomo amorevole e comprensivo che non si tira indietro anche quando la moglie decide di tentare di far accettare la proposta ai colleghi, proprio in quel lasso di tempo che dà il titolo al film: in due giorni e una notte.

La denuncia dei registi belgi è rivolta a quel sistema lavorativo europeo che si fa sempre più ricattatorio e a quei padroni che, con cinismo e freddezza, attuano ricatti nei confronti dei loro dipendenti arrivando, come in questo caso, a fomentare una guerra tra poveri.

Apparentemente le sceneggiature dei film dei Dardenne sono scarne e di semplice lettura, ma non è affatto così: basta osservare con attenzione gli sguardi della protagonista, ad esempio, per capire la complessità del suo personaggio. E' vero che risulta facile la dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, ma andando oltre si svelano i meccanismi di scelte politiche e finanziarie furbe e distruttive, almeno per quelle fasce della popolazione che sono sempre più svantaggiate e che stanno sempre più a cuore agli autori del film.

Il lavoro che dovrebbe essere una base solida per l'identità di una persona adulta, che dovrebbe dare autostima e riconoscimento, sicurezza e stabilità si trasforma - sullo schermo, ma purtroppo, nella realtà - in paura, destabilizzazione psicologica, diffidenza verso gli altri (che si trovano nella stessa condizione di chi prova questi sentimenti), malattia del corpo e dell'anima. E, ancora una volta, i Dardenne scandaglaindo le conseguenze di tutto questo, pongono agli spettatori una questione morale: alla quale nessuno può sottrarsi.

martedì 14 gennaio 2014

Essere stranieri in Europa, oggi





Due giovani registi, Tiziano Pierulivo e Dario Sajeva, livornesi, emigrano a Bologna per studiare e poi all'estero per lavorare. Hanno deciso, quindi, di realizzare un'indagine - in forma di documentario - per capire cosa significhi essere stranieri oggi in Europa. 

Il lavoro si intitola Chi è lo Strani€uro? e propone la testimonianza di 46 persone provenienti da 30 Paesi diversi e che vivono in tre città: Bologna, Toulouse e Amsterdam. 

Girato in tre lingue, il film suggerisce la riflessione a partire da alcune temi di grande attualità: le politiche sull'immigrazione, le forme - più o meno sottili - di razzismo nelle nostre società, la situazione dei nuovi italiani: tutto questo e molto altro nell'intervista ai due filmmakers che abbiamo realizzato per voi. 

Ringraziamo tantissimo Tiziano Pierulivo e Dario Sajeva.


Come è nato questo progetto?

TIZIANO: L’idea del progetto è nata in una gelida notte di Febbraio ad Amsterdam, io mi ero trasferito da un anno in Olanda mentre Dario era in procinto di lasciare l’Italia e trasferirsi in Francia.

Discutevamo della scelta che avevamo fatto nella vita di lasciare l’Italia e facevamo considerazioni più generali sulla condizione dell’immigrato. Ricordavamo gli amici e i nostri incontri con persone straniere, durante la nostra esperienza universitaria a Bologna.

La conversazione iniziata alle 18.00 è finita alle 6.00 del mattino.

E un po’ la voglia di lavorare insieme, ci conosciamo da 12-13 anni, e il desiderio di dare forma alle nostre considerazioni, con non poche criticità, decidemmo di intraprendere questo progetto. Scegliemmo di ambientare il film nelle città che avevano fatto parte del nostro percorso: Bologna, Amsterdam e Toulouse.

Bologna, Toulouse, Amsterdam: quali sono state le risposte ricorrenti dei vostri intervistati alla domanda di base del vostro film: Cosa significa essere stranieri, oggi, in Europa”?

DARIO: Tutti i nostri intervistati ci hanno risposto che prima di tutto essere uno straniero “c'est dur”, “it's hard”, è difficile. Per tanti motivi, che ora proverò a spiegare.

Però abbiamo trovato anche qualcuno che si è sentito più facilmente benaccetto, perché? 

È più facile sentirsi benaccetto quando si è europei e non si devono fare le trafile dei documenti alle questure e prefetture del paese dove si vive, o anche se nati in Colombia, Argentina o Zimbabwe ma si ha una doppia cittadinanza europea ereditata dai parenti.

Essere stranieri ha a che vedere con diversi piani della vita di una persona.

Un piano di appartenenza: sentirsi parte di un gruppo, ma anche sentirsi al “posto giusto” nel mondo, avere una “casa”. Qual è il legame di appartenenza con il paese di cui abbiamo la nazionalità? Se il patriottismo ha portato alle guerre mondiali, al capitalismo e alla sparizione dei confini economici, oggi appare chiaro che i confini attuali politici e sociali sono e vanno messi in discussione verso un senso di appartenenza più ampio.

Purtroppo questo senso ampio, che potremmo chiamare “cosmopolitismo”, molte persone non lo conoscono. Ma accade anche l'inverso, cioè di sentirsi stranieri a casa propria, ad esempio alle seconde generazioni.

Ma essere stranieri è anche, e soprattutto, un discorso politico, di documenti e permessi in regola e per tutti coloro che lo hanno provato, dipendere da un pezzo di carta è assurdo e avvilente. 

Di etichettamento: sei nero quindi sei straniero qua in occidente. Non importa se hai il passaporto italiano, sei straniero.

Infine essere stranieri è anche uno “state of mind”: un'apertura mentale, una voglia di scoprire e andare oltre i confini del mondo che conosci già, uno sguardo sul mondo largo, che include differenze e riesce ad accostare vite e società diverse, un modo di vivere proiettato verso il futuro. Un “nuovo” essere umano.

Entriamo maggiormente nello specifico. Puoi spiegarci, brevemente, quali sono le differenze riguardo alle politiche sull'immigrazione, nei tre Stati in cui avete viaggiato?

TIZIANO: L’Italia storicamente è il paese che fra i tre, a livello legislativo, ha le problematiche più evidenti. E la legge Bossi-Fini ne è una testimonianza. Questa legge si può definire senza mezzi termini un abominio. Il reato di clandestinità è inconcepibile a livello ideologico, morale e pratico, visto il sovraffollamento delle carceri italiane.

Ad esempio l’Olanda e la Francia, a differenza dell’Italia, hanno dovuto affrontare la questione annessa alle proprie colonie: vedi Antille, Suriname, Nuova Caledonia, ecc.

Negli ultimi anni l’Olanda, in passato famosa per le proprie politiche favorevoli ad una buona integrazione, ha avviato politiche molto restrittive per gli immigrati extra-europei. Tagliando quasi completamente il Welfare destinato alle politiche di integrazione.

Una pazzia se si pensa che ad Amsterdam più del 50% della popolazione non è olandese.

DARIO: In tutti e tre questi paesi europei si possono e devono fare passi avanti. Il piano legislativo dipende dalla storia recente, passata e dalla composizione sociale di un paese.

Anziché fare un elenco di norme o leggi specifiche, invito tutti gli interessati a cercarle in rete; si trovano facilmente su Wikipedia in francese e inglese. Oggi l'informazione è alla portata di tutti coloro che hanno accesso alla rete.

A proposito delle cosiddette “seconde generazioni”: quali sono i sentimenti che accomunano le ragazze e i ragazzi che appartengono a due culture diverse, di fronte alla domanda: “Chi sono io”?


DARIO: Le seconde generazioni sono un “ponte” tra due paesi, due culture, due lingue. I ragazzi e le ragazze che nascono in un paese diverso da quello dei genitori sono obbligati a trovare delle soluzioni personali di convivenza tra due mondi tenendo un piede in uno e uno nell'altro. Questo genera spesso una fase di spaesamento, non ho “una” nazionalità, non ho “una” origine, non ho “una” identità quindi non sono nulla e nessuno. Quando si supera questa fase, ci si sente 50% e 50%, poi 100% e 100%, una persona al 200%! 

Le domande e le soluzioni personali per integrare le diversità culturali non sono necessariamente valide per tutti, ma è senza dubbio grazie a queste esperienze se possiamo migliorare il dialogo e la convivenza tra culture diverse.

Quali potrebbero essere le soluzioni per favorire l'inte(g)razione ?


TIZIANO: Prima di tutto una legislazione chiara e rispettosa dei diritti umani in tema d’immigrazione e diritti per la cittadinanza, uniforme in tutti i paesi del mondo, o almeno negli stati della Comunità Europea.

Secondo punto fondamentale sono i soldi che si vogliono investire. Per fare informazione fin dalle scuole dell’infanzia sull’importanza di conoscere e sperimentare culture diverse, per accedere a corsi di lingua gratuiti, centri di aggregazione culturale, giornate di incontro, ecc...

Purtroppo ultimamente sia in Italia, che Francia ed Olanda gli investimenti scarseggiano. 

Facciamo un piccolo esempio: in Olanda dal dopoguerra fino agli anni '90, l’immigrato aveva facilmente accesso a dei fondi statali che gli permettevano di aprire circoli-associazioni culturali di quartiere. Contemporaneamente gli veniva offerto un corso completamente gratuito di olandese (addirittura fino al livello universitario). Questo permetteva ad un immigrato di lavorare, anche con lavori qualificati, integrarsi nella società olandese e allo stesso tempo avere la possibilità di frequentare un luogo nel quale esprimere la propria cultura di appartenenza.

In tempi di recessione economica il governo olandese a reso impossibile accedere a questi fondi ed i corsi di lingua gratuiti di olandese stanno diminuendo, se non scomparendo.

Come paradosso la conoscenza dell’olandese sui posti di lavoro viene maggiormente richiesta rispetto al passato. 

Nonostante tutto rispetto all’Italia, l’Olanda ed Amsterdam in particolare, rimangono un modello da seguire.

In Europa si avverte ancora una paura nei confronti degli stranieri? E in Italia? E, nel caso affermativo, quali sono le motivazioni con cui si giustifica tale paura?

TIZIANO: La paura dello straniero è sempre presente. Non dimentichiamoci le spinte nazionaliste che sia l’Olanda con Wilders, la Francia con la Le-Pen e l’Italia con La Lega-Nord hanno vissuto o stanno vivendo.

L’Italia, anche dalle testimonianze raccolte nel nostro documentario, risulta un paese generalmente ostile nei confronti degli stranieri. Numerose negli anni sono state le campagne strumentali contro precise etnie: penso agli albanesi, romeni, marocchini, ecc...

In Italia, pur avendo l’attenuante di avere l’immigrazione più “giovane” rispetto a Francia e Olanda, l’ignoranza in materia è sconcertante. Il motivo è una scarsa sensibilità da parte delle istituzioni italiane e della società tout court.

Basti pensare che a Bologna nel 2013 il preside di un istituto ha proposto classi differenziate per stranieri e italiani.

La paura verso gli immigrati, come spesso accade, viene giustificata con concetti populisti, nazionalisti e razzisti, che storicamente in momenti di crisi, sono sempre serviti per spostare l’attenzione della popolazione dai reali problemi. 

DARIO: La parola straniero evoca fin dalle sue origini toni da guerra o nel migliore dei casi di scontro. Ecco la paura atavica.

Oggi siamo in una grave crisi economica e ci raccontano che la ricchezza di cui disponiamo non è abbastanza per tutti. Ecco la paura contingente.

Ma “ci rubano il lavoro” è un'affermazione ricorrente da oltre 1 secolo e mezzo.

Invece quella che è aumentata prima e dopo la crisi è la disuguaglianza sociale. Il famoso 1% che guadagna più del 50% del reddito.

La paura è causata dall'ignoto. L'uomo non finirà mai di provare “paura” come emozione, quello che cambierà sarà il contenuto delle sue paure.

L'Europa unita dà alla nostra generazione la grande possibilità di esplorare i confini e i paesi europei, scoprire e apprezzare le diversità delle nostre culture e cercare di consolidare il dialogo e la partecipazione verso una convivenza pacifica e proficua.

Approfittiamo di questa possibilità mantenendo uno sguardo aperto verso il mondo e smettendo di avere paura dell'altro.



 

mercoledì 16 ottobre 2013

Nuove opportunità per registi africani. Al festival del film di Locarno

Per la prossima edizione del film di Locarno - che si terrà dal 6 al 16 agosto 2014 - la sezione “Open Doors” tornerà a dedicarsi all'Africa subsahariana.
Con il sostegno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) del Dipartimento federale degli affari esteri (Svizzera), Open Doors mira a sostenere e mettere in luce registi e film di paesi del Sud e dell’Est del mondo dal fragile cinema indipendente, coinvolgendo ogni anno una regione diversa. La prossima edizione tornerà a dedicarsi all'Africa subsahariana, già protagonista nel 2012 con i paesi francofoni.
L’edizione 2014 sarà dedicata ai seguenti paesi, che non hanno partecipato nel 2012:
Angola, Botswana, Capo Verde, Eritrea, Etiopia, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Liberia, Malawi, Mozambico, Namibia, Nigeria, São Tomé e Príncipe, Sierra Leone, Somalia, Sud Africa, Sudan del Sud, Sudan, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe.
Il Festival selezionerà fra le candidature ricevute una dozzina di progetti che parteciperanno all’edizione 2014 di Open Doors. Il laboratorio di coproduzione (9-12 agosto) ha lo scopo di mettere in contatto i registi e produttori finalisti con potenziali partner, al fine di favorire il sostegno necessario al finanziamento dei progetti.
Viene confermata la formula introdotta nel 2013, in cui oltre a permettere ai registi e produttori selezionati di incontrare possibili partner, l'iniziativa propone degli atelier per gli addetti ai lavori legati alle problematiche dell’industria cinematografica, con incontri individuali e panel sulla formazione e l’informazione. A conclusione di questi quattro giorni verranno premiati i migliori progetti. Il premio Open Doors, del valore di 50’000 CHF (ca. 40'000 EUR), è finanziato dall’iniziativa Open Doors in collaborazione con la Città di Bellinzona e il fondo svizzero di sostegno alla produzione Visions Sud Est, anch’esso sostenuto dalla DSC. Due ulteriori premi saranno offerti rispettivamente dal CNC (Centre national du cinéma et de l’image animée) e da ARTE.
Oltre a queste iniziative per i professionisti, la sezione si compone anche di una parte dedicata al pubblico del Festival, gli Open Doors Screenings, che presentano una selezione di film rappresentativi della cinematografia dei paesi coinvolti.



L'edizione 2014 di Open Doors è a cura di Ananda Scepka. Laureata in filosofia e storia all'Università Sorbona di Parigi, Ananda Scepka collabora con il Festival dal 2009. La sezione si avvale inoltre per questa edizione del contributo di Alex Moussa Sawadogo, esperto di cinema africano e direttore del festival Afrikamera a Berlino.

Le iscrizioni per l’edizione 2014 sono aperte da oggi sul sito www.opendoors.pardo.ch e sono riservate ai progetti provenienti dai 25 paesi sopra elencati.



mercoledì 4 settembre 2013

Focus Siria al Festival di Locarno



Zabad

Non è facile parlare della situazione siriana in questo ultimo periodo ed è ancora meno facile cercare la speranza in una situazione drammatica e complessa, a ridosso di una guerra che vede coinvolte fazioni interne diverse e ambigui interessi internazionali. Ma alla 66ma edizione del Festival di Locarno, che si è conclusa il 16 agosto scorso, il direttore artistico, Carlo Chatrian, ha voluto dedicare un focus alla Siria e alla creatività dei suoi registi.
Cinque film documentari mostrano aspetti e sfumature, anche della quotidianità, di un popolo che non si arrende, che soffre, che lotta; aspetti e sfumature che non vengono raccontati dai mass-media, soprattutto occidentali, ma che vengono colti dagli sguardi attenti e sensibili di chi vuole capire davvero l'attualità.
Durante la guerra ho visto tre fratelli morire, uno dopo l'altro sotto i colpi di mortaio, portando una bandiera (non importa quale). La madre li applaudiva: questa è follia”; “ una celletta di legno che custodisce il Corano e una bambola con evidenti segni di violenza, a rappresentare i bambini imprigionati e torturati dalla polizia perchè prendevano parte, anche loro, alla rivoluzione, scandendo slogan di protesta: queste alcune parole e immagini di Hekayat an elhob walhayat walmawt del regista siriano Nidal Hassan e della sua collega danese Lilibeth Rasmussen che focalizzano la loro attenzione sulle donne siriane di oggi, quelle donne che desiderano vivere, amare ed essere libere.
Ancora una donna è protagonista dell'interessante lavoro di Randa Maddah (qui alla sua opera prima), film dal titolo Light Horizon - che affascina gli spettatori con un audace, lungo piano sequenza: per sette minuti osserviamo - di nascosto e in silenzio da dietro gli infissi di una finestra - una figura femminile compiere gesti semplici nel rassettare la propria casa distrutta, una piccola sala da pranzo fatiscente e crivellata di colpi come a volersi attaccare, caparbiamente, a una normalità perduta, ma mai dimenticata. Poi le tende copriranno quella figura (una madre? Una moglie? Una figlia?) e gli spettatori sperano, con lei, che un giorno quei gesti possano essere accompagnati da un sorriso.
Black Stone
Donne e bambini: la guerra non risparmia nessuno. Nidal Al Dibs, nel suo Black stone, muovela cinepresa in un quartiere povero di damasco e segue l'esistenza di quattro bambini, costretti, per sopravvivere, a raccogliere rottami metallici da rivendere: ma, anche in questo caso la speranza si mantiene viva: le strade che i bimbi percorrono possono rappresentare la possibilità di realizzare un sogno.
La repressione, senza pietà: in Zabad (Foam),Reem Ali si spinge oltre nel raccontare le difficoltà di un popolo in guerra e racconta di una famiglia mentre si prepara ad emigrare dalla Siria in Canada, ma che deve, al contempo, prendersi cura di un parente che soffre di una disabilità mentale: il lavoro e la fatica si intrecciano ai ricordi della prigionia politica e alla necessità di un cambiamento, lontano dall'orrore.
E, infine, ancora storie di lotta in Untold stories di Hisham al-Zouki: quelle storie “non dette” di chi ha tentato di attuare una resistenza pacifica, ma si è poi trovato costretto a cedere alle armi.
Untold stories
Alcuni registi non hanno potuto accompagnare la proiezione in sala dei film a causa di problemi di censura o di passaporto, ma gli autori presenti hanno rivolto un appello al pubblico: informarsi con attenzione, confrontando le fonti delle informazioni; continuare a capire e a chiedere; approfondire, quando è possibile, gli argomenti con le persone che vivono direttamente la situazione sulla propria pelle.

Light Horizon



mercoledì 20 febbraio 2013

L'Iran e la censura protagonisti al Festival Internazionale del Cinema di Berlino


 
Jafar Panahi non era presente alla 63ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la presentazione del suo ultimo film intitolato Closed curtain.
Il regista iraniano de Il palloncino bianco e vincitore del Leone d'oro con Il cerchio - imprigionato nel 2010 per aver partecipato alle manifestazioni di piazza e oggi agli arresti domiciliari con l'accusa di propaganda antigovernativa e con il divieto, per vent'anni, di girare film, di scrivere sceneggiature, di viaggiare e di rilasciare interviste - torna, quindi, con un'opera presentata al pubblico di un festival importante, sfidando le autorità.
Closed curtain è stato realizzato, infatti, in grande segretezza e racconta proprio la prigionia del regista nella sua casa al mare. Nelle note di regia si legge: “Ho scritto la sceneggiatura mentre ero molto depresso, cosa che mi ha portato a esplorare un mondo irrazionale, lontano dalle convenzioni”.
E, infatti, il film del cineasta iraniano non è di facile lettura: in una villa di fronte al mare vive un uomo (il co-regista Kamboziya Partovi), in compagnia di un cagnolino saltato fuori da un borsone sigillato, è lì dentro, ha chiuso tutte le finestre e le ha coperte con teli neri in compagnia del suo cane e i cani, dal regime, sono considerati impuri e, quindi, vengono spesso sterminati. Poi entrano in scena altri due personaggi, in particolare una ragazza di nome Melika, ex giornalista embedded con istinti suicidi inseguita dalla polizia per aver fatto bisboccia in spiaggia con un gruppetto di amici; scopriremo che la ragazza non esiste, è probabilmente una proiezione dell'uomo che rimane solo, nella casa vuota. Un uomo, un artista in esilio, con le proprie frustrazioni, con la propria rabbia, con i propri desideri.
Un film metacinematografico, che accumula segni simbolici ( da segnalare l'inquadratura che apre il film) in una narrazione che si fa sempre più ritmata e sofisticata e che fa riflettere sulla censura, sulle pratiche di un governo dittatoriale, ma soprattutto sulla psicologia di una persona che è costretta a dialogare con se stessa.
E il tema della censura è stato affrontato anche da Shrin Neshat , presente a Berlino non come regista o videoartista, ma come giurata, la quale ha affermato che: “ Non ci sarà una nuova generazione di cineasti iraniani. (I registi) possono lavorare solo all'interno del Paese, ma poi nulla riesce ad uscire fuori” . E ha aggiunto che, comunque, il film di Jafar Panahi “verrà giudicato come opera d'arte e non per meriti politici”.