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martedì 22 settembre 2015

Una nuova rubrica. America latina: i diritti negati


Care amiche, cari amici



oggi inauguriamo, con molto piacere, una nuova rubrica. Si intitola “America latina: i diritti negati” ed è tenuta da Mayra Landaverde, giornalista, attivista, esperta di America latina. I suoi testi andranno ad approfondire tematiche sui diritti umani relativi a quell'area del mondo, in particolare la relazione tra Messico e Stati Uniti. Gli articoli verranno pubblicati il MARTEDI, ogni due settimane.

L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia tantissimo Mayra Landaverde.





America latina: i diritti negati


Di giornalismo si muore

di Mayra Landaverde


Avevo pensato di invitarlo come relatore a un corso che organizza la mia associazione. Mi sembrava uno molto in gamba e particolarmente informato su una delle regioni più complicate e violente del Messico: Veracruz. Da lì ci passa il treno che trasporta i migranti centroamericani nel loro intento di arrivare negli Stati Uniti. In Veracruz si trovano anche Las Patronas, le donne che tutti i giorni preparano del cibo da lanciare sul treno carico di persone affamate che viaggiano da giorni, da mesi. Ruben era fotoreporter. Aveva scattato ultimamente delle foto scomode per il Presidente della Regione Javier Duarte de Ochoa. Non ho fatto in tempo a contattarlo. Lo hanno ucciso a Città del Messico il 2 agosto di quest’anno. Certo, ufficialmente non si sa il motivo, ma lo sappiamo tutti. Lui stesso si era traferito a Città del Messico per paura di essere ammazzato per i suoi scatti che rivelavano lo spreco di soldi del Governo dello Stato di Veracruz. Aveva detto a tutti di essere stato ripetutamente minacciato ed è andato via. Ma loro l’hanno trovato lo stesso. Delle persone sconosciute sono entrati nel suo appartamento e hanno ucciso Ruben insieme a quattro donne che erano in quel momento con lui.

Ma prima di ammazzarlo l’hanno assediato, minacciato, picchiato. Perché non c’era manifestazione sociale cui lui non partecipasse, anche se l’entourage del Gobernador gli aveva detto molto chiaramente che lui non poteva più scattare foto. Gli negavano l’accesso agli eventi oppure lo intimavano di andarsene anche dalle manifestazioni pubbliche.


A giugno del 2014 il Presidente della Regione Veracruz Javier Duarte ha dichiarato pubblicamente : “ Fate i bravi, verranno tempi difficili, faremo un po’ di pulizia e tanti cadranno”. Qualche mese dopo Ruben è stato trovato morto a casa sua.
A partire dal 2000 ,Veracruz registra al meno 36 giornalisti uccisi.

Reporters Without Borders riporta 3 giornalisti uccisi in Messico nel 2014. In quanto a libertà di espressione il paese si trova al 148 posto in una lista di 180 paesi.

L’anno scorso durante una manifestazione per i 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, 14 giornalisti sono stati brutalmente pestati dalla polizia e tolti da macchine fotografiche.


Il 4 settembre 2015 in pieno centro di Città del Messico in una via pubblica 3 giornalisti dell’Agenzia SubVersiones sono stati minacciati di morte a causa dei loro reportage troppo scomodi per il Governo del Presidente Pena Nieto.

Il Messico vive una gravissima situazione di censura da anni per questo 500 scrittori, artisti e giornalisti di tutto il mondo (alcuni di loro: Christiane Amanpour, Francisco Goldman, Paul Auster, Noam Chomsky, Salman Rushdie, Gael García Bernal, Diego Luna, Guillermo del Toro, Denise Dresser, Juan Villoro y Sergio Aguayo) hanno scritto al Presidente della Repubblica chiedendo di garantire la libertà di espressione nel paese e la piena sicurezza fisica e psicologica dei giornalisti.


Il paese è in guerra, e non ho paura a scriverlo, perché è così. Stanno ammazzando la gente che non fa altro che il proprio lavoro denunciando la grande ingiustizia e miseria che sta vivendo il mio paese.

E il Governo messicano non fa e non farà nulla, anzi continuerà con la repressione.

Tan solo pochi giorni fa è stata pubblicata la notizia della morte di una giornalista, si, mentre io scrivevo queste righe lei è stata sequestrata torturata e assassinata nel suo domicilio, beh, era una giornalista.

E in Messico di giornalismo si muore.


domenica 28 dicembre 2014

Linee guida OCSE e cooperazione


Come integrare le Linee Guida OCSE nella cooperazione allo sviluppo italiana?

In breve, l’OCSE e le Nazioni Unite hanno sancito che, al fine di rispettare i diritti umani (ma riteniamo che ciò valga anche per le clausole ambientali, la responsabilità sociale, i diritti del lavoro, il contrasto alla corruzione) ogni impresa deve fare tre cose:
Adottare un documento di policy che includa un impegno formale a rispettare tali diritti e standard internazionali;
Metter in atto un sistema di processi interni (di dimensione e sofisticazione adeguata all’attività dell’impresa) che garantiscano che l’impresa rispetta tali diritti e standard;
Prevedere o prendere parte agli opportuni meccanismi rimediali.I regolamenti attuativi della Legge 125/2014 dovrebbero quindi richiedere a tutte le imprese che vogliono partecipare ai programmi della cooperazione allo sviluppo italiana di preparare due tipi di rapporti di pubblico accesso che dimostrino l’applicazione delle Linee Guida OCSE. Il primo, da pubblicare prima della decisione di eleggibilità al finanziamento dell’iniziativa di cooperazione allo sviluppo, dovrebbe includere:
Un documento di policy in cui l’impresa si impegna a rispettare i diritti umani e del lavoro, le clausole ambientali e a contrastare ogni forma di corruzione;
Una descrizione dei processi interni che garantiranno che l’impresa rispetterà tali diritti e impegni nel lavoro svolto per la cooperazione allo sviluppo;
Una descrizione degli opportuni meccanismi rimediali che l’impresa attiverà, o a cui l’impresa parteciperà.Il secondo tipo di rapporti, da pubblicare a intervalli regolari o alla fine dell’attività, dovrebbe includere:
Una descrizione di come hanno funzionato o non, durante il lavoro, i processi interni dedicati a fare in modo che l’impresa garantisse il rispetto dei diritti umani e degli altri impegni assunti (con una schema standard);
Una descrizione di come hanno funzionato o non gli opportuni meccanismi rimediali che l’impresa ha attivato, o cui ha partecipato (con una schema standard).
Migliori pratiche in altri paesi
Un esempio utile a livello Europeo è offerto dal Governo olandese. Lo “Strumento Commercio e Industria” (OS bedrijfsleveninstrumentarium) è un’iniziativa che garantisce sussidi alle imprese olandesi che conducono attività che contribuiscono allo sviluppo del settore privato nei paesi in via di sviluppo. Lo Strumento richiede esplicitamente che le imprese partecipanti debbano seguire procedure di due diligence basate sulle Linee Guida OCSE.
Altri esempi sono offerti dalla giurisdizione statunitense, come il Dodd Frank Act e la disciplina sugli investitori in Birmania. Una parte del Dodd Frank Act richiede a tutte le imprese che usano minerali provenienti dalla Repubblica Democratico del Congo di preparare un rapporto che descriva le procedure di due diligence che sono messe in atto per assicurare che l’approvvigionamento di queste materie prime non contribuisca al conflitto nel paese. Gli Stati Uniti richiedono anche a tutti coloro che investono almeno $500,000 in Birmania (o che investono nel settore estrattivo Birmano) di preparare un rapporto che descriva le procedure di due diligence che sono messe in atto per assicurare che queste investimenti non abbiano impatti negativi sui diritti umani. Entrambi questi requisiti sulla Repubblica Democratico del Congo e sulla Birmania si basano sui Principi Guida delle Nazioni Unite come modello per la due diligence.

martedì 25 novembre 2014

Terre d'Islam: storia delle rivolte arabe






Un documentario, quello di Italo Spinelli e Alberto Negri, che indaga una storia complessa che vede coinvolte un milardo e trecento milioni di persone: Terre d'Islam – Storia delle rivolte arabe dà voce ai diretti interessati per parlare dell'Islam politico che noi occidentali iniziamo a conoscere, forse, solo adesso.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Negri che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.                       






Tunisia, Egitto, Libia e Iran: qual è lo scenario politico attuale in questi Paesi?



La Libia è un Paese che sta attraversando una situazione molto difficile: è un Paese spaccato in due tra Cirenaica e Tripolitania con due governi, due parlamenti e addirittura due agenzie-stampa ufficiali, quindi la spaccatura non può essere più profonda di così e sarà difficile, per la comunità internazionale, trovare un punto di equilibrio.

In Tunisia ci sono state, recentemente, le elezioni generali politiche e il 26 novembre ci saranno le presidenziali: questa volta ha vinto il fronte laico, superando il partito islamico, e questo è un aspetto importante perchè è l'unica transizione araba che si è svolta pacificamente, nonostante le difficoltà attraversate dal Paese in questi ultimi anni in quanto gli jihadisti e i salafiti hanno più volte messo in pericolo questa transizione con due assassinii politici. Inoltre, c'è una crisi economica molto forte con una disoccupazione al 40%. La situazione è tale per cui anche il partito che ha vinto le elezioni, probabilmente, continuerà una politica di unità nazionale.

L'Egitto, dopo il colpo di Stato dell'anno scorso, sta attraversando una fase ancora complicata perchè in Sinai vediamo che i gruppi jihadisti contrastano il governo e hanno fatto fuori i Fratelli Musulmani. L'Egitto ha grandi problemi: con 90 milioni di abitanti, le risorse della Banca Centrale sono ¾ volte inferiori rispetto a quelle del Libano che ha 6 milioni di abitanti.

Per quanto riguarda l'Iran bisogna vedere se si troverà un accordo sul tema del nucleare, se ci sarà o se si arriverà a un ennesimo compromesso, ovvero a un altro rinvio. 




Parliamo, in particolare, dell'Iran: quale può essere la sua influenza nella situazione presnete e può essere determinante per una soluzione che vada in direzione di un nuovo assetto geopolitico?



L'Iran è un Paese fondamentale per gli equilibri del Medioriente: per l'Iraq, per la Siria fino alle sponde del Mediterraneo. L'Occidente deve trovare un accordo con l'Iran per pensare di ottenere una stabilizazione in quest'area. Ma nonostante questo dato incontrovertibile, sappiamo bene che la rivalità nel Golfo tra Iran e Arabia Saudita continua a condizionare tutta la politica di quella parte di mondo e anche la politica estera di Washington che si ostina ad appoggiare l'Iraq.




Quali potranno essere, invece, gli sviluppi futuri nel rapporto tra Occidente e Paesi arabi?

Saranno determinanti gli sviluppi che ci sono sul terreno, soprattutto il conflitto che si è aperto adesso con il califfato. Questa è una guerra molto complicata e anche assai ambigua perchè è un conflitto a bassa intensità che viene condotto da una coalizione guidata dagli Stati Uniti senza troppa convinzione. Non è escluso che tra Siria e Iraq possa nascere uno Stato sunnita con risorse petrolifere presenti in tutta la Siria.

Mi sembra evidente che si stiano rifacendo le frontiere del Medioriente e questo determinerà in gran parte anche tutte le altre questioni tra l'Occidente e il mondo arabo.



Nel docufilm sono stati intervistati esponenti politici, funzionari e persone comuni. Sono tutti arabi e non c'è il commento di un mediatore occidentale. Ci spiega il motivo di questa scelta?



Volevamo delle voci senza filtro, senza mediazioni che, in qualche modo, le condizionassero. E questa è proprio la caratteristica principale del nostro lavoro.








domenica 26 ottobre 2014

Donne di sabbia


Cari lettori, vi giriamo questa comunicazione che ci riteniamo interessante.





Da diversi anni il gruppo teatrale Donne di sabbia aderisce al Tavolo torinese per le Madri di Ciudad Juárez. Partendo dal femminicidio che si consuma in questa città messicana, il Tavolo si interessa anche del tragico fenomeno dei migranti centroamericani che attraversano il Messico per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti. Durante il tragitto i migranti subiscono le violenze di gruppi criminali che trovano in questa tratta di esseri umani una nuova fonte di reddito. Dal deserto messicano al Mediterraneo il problema dei migranti pone degli interrogativi ma anche la necessità di "non ripetere errori di sottovalutazione di fenomeni che ci paiono lontani ma che sono drammaticamente dietro l'uscio di casa".





E' così nata l'idea della Carovana italiana per i diritti dei migranti, per la dignità e la giustizia (che, partendo da Lampedusa risalirà la penisola italiana per arrivare a Torino, dal 23 novembre al 6 dicembre) in solidarietà con la Caravana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos (che si svolgerà in Messico nello stesso periodo).






Per i dettagli sulla Carovana vi invito a visitare:




Web
http://www.carovanemigranti.org/



Facebook
https://www.facebook.com/carovanemigranti



Twitter
CarovaneMigranti (@CMigranti) | Twitter



 


Donne di sabbia



www.donnedisabbia.com

martedì 14 ottobre 2014

Il romanzo arabo al cinema





Uscito per Carocci editore, il nuovo lavoro di Aldo Nicosia si intitola Il romanzo arabo al cinema e propone un'analisi del rapporto tra cinema e letteratura attraverso quattro best-sellers, scritti tra gli anni '60 e l'inizio del nuovo millennio in Egitto e Palestina. Dalla parola scritta alle immagini filmiche per entrare nella cultura e nella Storia di alcuni Paesi al centro anche dell'attualità.








Abbiamo rivolto, per voi, alcune domande ad Aldo Nicosia che ringraziamo per la sua disponibilità.




Nel suo saggio prende in considerazione alcuni dei testi classici della letteratura araba, Uomini sotto il sole, di Kanafani, Miramar, del premio Nobel Mahfuz, L’airone, di Aslan e Palazzo Yacoubian, trasposti in opere cinematografiche: in che misura e perchè, quesi testi, sono ancora attuali?


I testi che analizzo sono stati scelti secondo vari criteri. Il primo è quello cronologico, per cui ho cercato di coprire un periodo abbastanza vasto della storia letteraria, nonché sociale e politica, del paese più importante del Medioriente, l’Egitto. Il 1967, anno di pubblicazione di Miramar, può esser considerato,a più livelli,una data spartiacque per il destino del Medioriente: è la naksa, letteralmente la ricaduta, la seconda sconfitta degli eserciti arabi contro Israele. Per il mondo arabo essa si è scolpita nella memoria come il Trauma, lo shock da cui non si è mai ripreso. La sconfitta non può esser attribuita solo alla potenza bellica del nemico, ma è figlia di un sistema politico dittatoriale e corrotto. L’atmosfera di Miramar, pubblicato poco prima della naksa è malinconica e prelude alla tempesta che si sta profilando all’orizzonte. Uomini sotto il sole, del 1963, trasporta il lettore al primo shock arabo, rappresentato dalla nakba, la catastrofe del 1948, con le sue conseguenze per il popolo palestinese. Anche qui la tragedia vissuta dai tre protagonisti, che rappresentano tre diverse generazioni di palestinesi, viene accentuata dall’assenza di prospettive future. Stavolta però a remare contro i palestinesi sono i Paesi cosiddetti “fratelli”. Si tratta quindi di una lettura del conflitto sempre di tremenda attualità, se si considera come il mondo arabo, in particolare le potenze petrolifere del Golfo alleate degli Stati Uniti, ha gestito il conflitto con Israele e con l’occidente che avalla incondizionatamente, da più di mezzo secolo, il colonialismo sionista.



L’airone, di Aslan (unico romanzo dei quattro a non esser stato tradotto in italiano), ci fa affacciare sugli anni settanta in Egitto e sull’impatto tremendo che le politiche neoliberiste di Sadat hanno avuto su un Paese che usciva da una fase socialista nasseriana, con alterni risultati, e da due guerre fallimentari con Israele, quella del 1967 e quella dell’ottobre 1973. Poco dopo quella data l’Egitto viene traghettato da Sadat verso un sistema capitalistico, basato per lo più sulle importazioni e sull’apertura al capitale straniero, che scuoterà dalle fondamenta lo stato egiziano e trasformerà il Paese in una giungla di speculatori, affaristi, da cui il cittadino non riuscirà a difendersi. Il romanzo, a livello diegetico, si focalizza sui moti del 1977, che potrebbero esser considerati i più importanti movimenti di rivolta contro un sistema politico sempre più ingiusto e corrotto, prima della rivoluzione del 2011. Anche qui prevale lo stesso sentimento di impotenza, di disfatta contro un sistema dittatoriale alleato degli Stati Uniti.



Il cerchio si chiude con Palazzo Yacoubian che rappresenta il tassello successivo delle conseguenze delle scelte scellerate di un regime, quello di Mubarak, che continua sullo stesso solco del precedente. Siamo adesso all’inizio degli anni novanta, alla vigilia della Guerra del Golfo contro l’Iraq di Saddam Hussein. Il regime egiziano si trova allora a dover contrastare un mostro che lui stesso ha contribuito a far nascere e sviluppare (ovviamente per dividere il fronte dell’opposizione e separarla da quella di ispirazione religiosa, come i Fratelli Musulmani): l’integralismo islamico. Tale movimento riesce anche a nutrirsi dell’odio popolare in seguito alla scelta di Mubarak di unirsi alla coalizione occidentale contro l’invasore iracheno. L’atmosfera che al-Aswani regala al lettore è sempre quella di una decadenza morale, sociale, culturale, diffusa in tutti gli strati e categorie sociali. La rivoluzione del 2011 appare quindi esser figlia di un malessere che colpisce i vari protagonisti del romanzo e la stessa involuzione autoritaria cui si assiste oggi, con il generale Sisi, a me appare come la conseguenza ineluttabile di un sistema sociale ed economico iniquo, fatto di compartimenti stagni che non comunicano, esattamente come i personaggi del romanzo. Ovviamente il lieto fine è l’unica nota stonata e melò che stravolge i dati di una realtà ancora assai distopica. Il mercato editoriale egiziano è ancora vittima di una visione melodrammatica della vita, da cui le nuove generazioni sembrano sia stiano, sia pur lentamente, affrancando.





Quali sono i temi principali di cui si parla in queste opere e come sono stati affrontati dai loro autori?




Ho accennato poco prima alle tematiche prevalenti di tali testi, solo per cercare di giustificare la mia scelta dei quattro romanzi e dei loro rispettivi adattamenti. Ovviamente le tematiche dipendono anche dal momento storico in cui un’opera viene composta.



In Miramar il microcosmo della pensione alessandrina è uno stratagemma per far parlare rappresentanti e simboli dei vari strati sociali, alla vigilia della guerra del 1967. Tale pluralità di voci diventa interessante e ancor più “democratica” grazie alla tecnica del romanziere di raccontare la stessa vicenda declinata in quattro versioni, che offrono angoli visuali interessanti per qualsiasi lettore. La pensione è così arena di scontri di istanze sociali differenti che comunque non riescono a traviare il percorso di vita della protagonista femminile, la giovane contadina Zohra, simbolo di un Egitto alla ricerca di un suo spazio e di un futuro incerto, ma sicuramente positivo.



Ne L’airone rimane sempre l’esigenza di fornire un microcosmo dell’Egitto, ma stavolta più coriaceo rispetto a quello della pensione, perché rappresentato dagli abitanti di un quartiere popolare situato alla periferia del Cairo. Il senso di unità di scopo è dato dalla loro battaglia contro le scelte economiche del regime sadatiano, che stanno per distruggere per sempre un mondo semplice di condivisione, a causa degli squali della speculazione edilizia.



In Palazzo Yacoubian vivono i protagonisti delle varie vicende parallele del romanzo di al-Aswani. È uno strano microcosmo, forse poco realistico, perché essi non comunicano mai tra di loro, non si incrociano nella loro quotidianità, con una sola eccezione, verso la fine. Per questo parlavo, poco fa, di una società di monadi, divisa in compartimenti stagni, frammentata e per niente coesa al suo interno. Lo stratagemma del palazzo serve solo a far emergere aspetti di corruzione presenti dei personaggi delle varie classi, mossi solo dalla sete di sesso o di potere.



Quando fu pubblicato nel 2002, il romanzo scosse la società egiziana per il coraggio del romanziere nell’affrontare temi spinosi. Più che la denuncia spietata della corruzione politica e morale, che non è una novità nella letteratura egiziana ed araba, Yacoubian è stato un fenomeno editoriale in tutto il mondo arabo, ed anche in Europa. Tra i suoi ingredienti più piccanti c’è il tabù dell’omosessualità e l’atto di accusa diretto contro il presidente della repubblica. Nel mio saggio ho cercato di analizzare in che modo un adattamento cinematografico possa trattare tali questioni, porgendole ad un pubblico molto più vasto, rispetto a quello dei lettori, e quali dinamiche politiche legate alla censura e all’autocensura vengono scatenate rispetto alla rappresentazione visiva di tali tabù.






Dal punto di vista estetico: ci può essere un collegamento tra il Neorealismo italiano e alcuni film di cui lei parla ?



Quando si fanno parallelismi o collegamenti tra cinematografie di diversi Paesi, in questo caso, Egitto e Italia, a mio avviso bisogna stare molto cauti, perché si rischia di dar un giudizio su film di culture altrui che potrebbe esser fuorviante. Innanzitutto c’è il fattore temporale: che un film prodotto negli anni novanta o nel 2006 possa esser “storicizzato” come assimilabile ad una categoria che appartiene ad un’altra epoca non mi sembra un’operazione tecnicamente proponibile. Comunque va detto che molti capolavori del Neorealismo italiano hanno ispirato registi egiziani come Shahin, Salih, Abu Sayf, al-Shaykh, Tilmisani, ed altri, nelle loro scelte estetiche. In quel caso, si è trattato di film prodotti qualche anno dopo, o al massimo un decennio dopo quelli italiani di Visconti, Rossellini,De Sica, De Santis, ecc, e non di quelli da me analizzati.Gli adattamenti dei romanzi proposti nel mio saggio sono stati realizzati da affermati registi che hanno apertamente dichiarato di essersi ispirati ai padri fondatori del cinema egiziano. E tralaltro alcuni di essi sono stati considerati dalla critica egiziana come esponenti di una corrente neorealistica (ad es. Abd al-Sayyid, regista di al-Kitkat, libero adattamento de L’airone). Comunque, fatte tali premesse, se prendiamo in considerazione le tipiche categorie del film neorealista italiano, l’adattamento che potrebbe esser più facilmente assimilabile alla corrente neorealista è il citato al-Kitkat, che è stato campione d’incassi, all’inizio degli anni novanta ed è, a tutt’oggi, uno dei più apprezzati film di tutto il cinema egiziano.


Al-Makhdu’un (“Gli ingannati, 1972), tratto da Uomini sotto il Sole, merita a pieno titolo non solo il titolo di film neorealista, ma anche quello di film di resistenza rivoluzionaria. Prova ne è il fatto che sia stato censurato e mai proiettato dalle televisioni e nelle sale cinematografiche dei Paesi arabi.






Quali sono le similitudini e quali le differenze tra il linguaggio narrativo della letteratura e quello del cinema quando si parla di un'opera di un autore arabo? Anche la poesia è molto importante...





Nel linguaggio narrativo del cinema, come accennavo poc’anzi, prevalgono modelli estetici vari, ovviamente frutto delle influenze e delle scuole di cinematografie frequentati. Nel mio saggio mi sono occupato solo di quattro adattamenti, che rappresentano una goccia nell’oceano di adattamenti proposti dal cinema egiziano e degli altri Paesi arabi, e ho avuto anche la fortuna di imbattermi in film che si ispirano a modelli, sensibilità differenti, e prodotti in epoche differenti (così come i loro rispettivi romanzi sorgente). Ognuno di essi ha le sue peculiarità estetiche e contenutistiche, ma mi sento di poter affermare che tutti e quattro nascono da esigenze diverse: se in Miramar e Palazzo Yacoubian prevalgono interessi ideologici reazionari, uniti a quelli meramente commerciali, in al-Kitkat la maestria del regista emerge dall’esigenza di creare un’opera molto libera dallo spirito dell’originale, e anche slegata dai confini spazio-temporali del romanzo sorgente. Lo spirito universalistico del film non esclude però che lo spettatore si trovi a calarsi in una realtà egiziana popolare fino al midollo. In questo senso per me è un film poetico: il lirismo delle scene è anche legato a scelte estetiche assai originali, come la scenografia impeccabile, firmata da Unsi Abu Sayf, e una serie di musiche extradiegetiche e intradiegetiche che accompagnano i vari momenti clou del film e che forse sono la chiave del suo doppio successo, di pubblico e critica.



In Al-Makhdu’un la poesia delle immagini in movimento è creata dal montaggio e dalle speciali inquadrature, soprattutto quelle girate nello spietato deserto del Golfo. Mi azzardo anche ad affermare, con tranquillità, che la carica sovversiva e simbolica di questo film è superiore a quella del pur notevole originale. Ciò è anche dovuto al fatto che gli eventi successi nel decennio che segue la pubblicazione del romanzo, danno al regista più carne al fuoco per stigmatizzare l’atteggiamento esplicitamente reazionario e anti-palestinese dei regimi del Golfo.




Come nasce la sua passione per la cultura araba?




Prima di risponderle, mi chiedo e Le chiedo se solitamente viene posta una domanda simile a chi decide di studiare inglese, francese o un’altra lingua europea, o a chi ha la passione per i telefilm made in Usa. Stiamo quindi assumendo che la cultura e civiltà anglosassone, solo per fare un esempio, sia più “vicina” alla nostra di quanto non lo sia quella araba. Qui si fa riferimento ad un concetto di vicinanza, che non è geografica, quindi per nulla affatto neutro.



Io intendo qui riesumare tale concetto di vicinanza geografica. Le dico che forse le origini siciliane mi hanno dato l’impulso (forse inconscio?) a conoscere la civiltà dei miei vicini di casa, a sud delle nostre coste. Dopo aver visitato un paese a due passi da noi come la Tunisia, ho realizzato che chi nasce e vive nel profondo meridione d’Italia ha più cose da condividere con gli abitanti della costa sud del Mediterraneo, che non con gli Inglesi o gli Olandesi. Parlo di modi di fare, di tradizioni culinarie, costumi, etiche etc.



La Sicilia conta, tra le varie dominazioni subìte, anche quella araba, per quasi due secoli e mezzo, se si tiene conto delle date scritte sui manuali di storia. Le influenze culturali sono ovviamente rimaste oltre quel periodo ufficiale. Per rendersene conto basta soltanto leggere la nostra toponomastica, oppure osservare i cognomi o tante espressioni e lemmi del dialetto siciliano.



D’altro canto, gli stessi Paesi arabi hanno avuto, tra le varie dominazioni, anche quella greco-romana, per cui forse la vicinanza culturale con l’Italia è assai più forte di quello che normalmente si pensa.



Spostandoci poi sul fronte della diversa sovrastruttura religiosa, cioè la matrice culturale islamica, allora in questo caso qualcuno storce il naso, per riaffermare la distanza “di sicurezza” da tali culture. Io ritengo che siano state esperienze di natura diversa, come il colonialismo politico, economico etc, ad enfatizzare le differenze e far crescere sentimenti anti-occidentali o anti-cristiani. Per semplificare, i governi e le classi al potere, sia in ambito cristiano che musulmano, hanno sfruttato la religione per propri fini.



Sento anche che sia un segno di rispetto conoscere la lingua e la civiltà dei propri “vicini in geografia”, anche per un'altra ragione: è statisticamente dimostrabile che nordafricani e mediorientali conoscono molto bene le nostre lingue, culture, costumi, sicuramente più di quanto noi italiani conosciamo loro (forse per autodifesa o perché costretti, o come bottino di guerra, come disse uno scrittore algerino). Quindi, anche soltanto per ricambiare la cortesia, sarebbe opportuno studiare le varie civiltà del mediterraneo, l’arabo, le varianti del berbero, e altre lingue dell’area considerate minoritarie.

giovedì 25 settembre 2014

Foley, la guerra, la comunicazione




Il video dell’esecuzione del giornalista Usa sconvolge e deve far riflettere: l’uso dei media da parte dei miliziani ha creato una nuova frontiera del raccontare i conflitti (già su www.gcodemag.it)

di Alessandro Di Rienzo.



Concepito a Roma in un incontro occasionale il 21 aprile del 1978 è nato a Napoli il penultimo giorno dello stesso anno in quanto la madre aveva letto un noto libro di Oriana Fallaci. Questo lo ha appreso nel novembre del 2002 mentre contestava proprio la Fallaci a Firenze in occasione dell’Europa Social Forum. Da allora ha sviluppato una irrimediabile attrazione verso le contraddizioni. Caratteristica questa che lo ha portato, con penna o telecamera, a interessarsi di Medio Oriente e vertenze sindacali.
22 agosto 2014 – La barbara uccisione di James Foley genera smarrimento, a chiunque. È l’agosto nero dei videomakers, figura professionalmente mai troppo riconosciuta ma particolarmente esposta nei contesti di guerra. Troupe leggera, spesso composta da una sola persona.
Cameraman, intervistatore, producer, montatore, tutto in uno, per questo mobile ed economica, soprattutto se il servizio non lo si commissiona e lo si compra a posteriori. Questa era la vita di James Foley prima del sequestro, il secondo, durato 635 giorni. Fino a due decenni fa i giornalisti erano percepiti come osservatori neutrali. Oggi non più. In questo tempo sono stati ammazzati da chiunque: dall’esercito statunitense, come da quello israeliano e dai ribelli iracheni.
Ma a generare disorientamento fin dentro le convinzioni di una vita è il cortocircuito semantico generato dal video dell’uccisione. Eravamo abituati a vedere in tuta arancione gli arabi, probabilmente musulmani, ma sicuramente gente dalla pelle minimamente scura.
Ammanettati ai polsi e spesso anche alle caviglie in una prigione di rete metallica e filo spinato nella baia di Guantamano. Volti indirizzati verso il basso tra i sorrisi appena accennati di militari statunitensi. Questa volta no, è un occidentale a vestire la tuta arancione, uno di noi verrebbe da dire. Per i primi il sospetto di appartenere a una rete terroristica. Sospetto che spesso si è rivelato infondato. Per Foley la cittadinanza statunitense.

Il video, opportunamente censurato dai nostri siti di informazione, ma che si può trovare nella versione diramata dall’Is su diversi siti che incitano alla jihad, apre con il discorso di Obama che annuncia la ripresa dei bombardamenti in Iraq contro le postazioni del califfato. Antefatto che si chiude con l’effetto del riavvolgimento del nastro per passare all’immagine di Foley, inginocchiato e ammanettato in tuta arancione, con un uomo vestito di nero e con il volto coperto che brandisce con la mano sinistra un coltello.
A stordire sono le parole di Foley: l’accusa al fratello, un militare Usa, di aver decretato la sua morte nel giorno che ha preso parte agli interventi militari in medio oriente. Saluta i genitori rimpiangendo di non averli più rivisti ma spiegando che “la mia nave è già salpata”.
Bestemmia la propria cittadinanza, quella di statunitense, definendola causa della propria morte. Un discorso senza segni apparenti di nervosismo che possano far pensare a una contraddizione, a un tentennamento. Pare che Foley vada tranquillo incontro la morte. Poi le parole dell’aguzzino, in un inglese disinvolto, che in un cambio di telecamera tratta Obama da pari, come fosse una televendita, enunciando le sue condizioni nel “messaggio all’America”.
La mano destra dell’assassino alza con un gesto brusco il mento di Foley e il coltello comincia a tagliare la gola, anche qui nessuna apparente resistenza da parte Foley. Non sappiamo, non possiamo sapere, cosa succede a un uomo dopo 635 giorni di prigionia. L’immagine successiva è il corpo riverso a pancia in giù del videomaker con la testa poggiata sulla schiena. Ricompare l’assassino, con il vestito pulito senza macchie di sangue a minacciare la vita di un altro giornalista occidentale, questo a dimostrare una regia ben studiata del video prodotto.
Un video con una trama e quindi un montaggio che falsa il tempo affinché il messaggio arrivi chiaro. 4 minuti e 40 secondi che destabilizzano noi tutti. Più della cella di Guantanamo riprodotta in un’esposizione d’arte a Parigi. Più delle numerose immagini degli arsi vivi dal fosforo bianco, sostanza questa usata nella Falluja oggi conquistata dall’Is, che brucia in un istante tutti i liquidi del corpo umano. Il video prodotto da Al Furqam Media Foundation è stato postato sul social network Diaspora per rimbalzare in poche ore in ogni dove del mondo telematico.
Video che di fatto crea un consenso enorme in Occidente per chi invoca l’immediato intervento militare. Video che viene condiviso con favore da molte persone, in ogni parte del mondo, dalla Cecenia e da tutti gli antiputiniani fino agli immigrati arabi di seconda generazione che vivono a Stoccolma. Video che crea una nuova geopolitica dalle varianti e dagli equilibri imprevedibili, che polarizza i blocchi ma che li mina al suo interno.
Un ragazzo a Mosca, dal nome arabo, che si ritrae tra i libri, inneggia all’uccisione di un soldato di Assad. Il Papa parla di terza guerra mondiale, di sicuro è la prima guerra globale, che puoi seguire dal computer evitando anche i siti di informazione ma attenendoti alle prove dirette degli smartphone, districandoti tra le opposte tifoserie. Sembra già preistoria Peter Arnett che con una sola telecamera a raggi infrarossi racconta l’attacco di Baghdad per la Cnn durante la prima guerra del golfo. L’Is comunica con diversi siti, alcuni in inglese come http://jihadology.net/.
L’aggiornamento è quotidiano, ieri potevi assistere a un convoglio di yazidi (solo uomini) felici di convertirsi all’Islam con relativo aqiqa (battesimo) collettivo in un lago; oggi all’arrivo di nuovi miliziani che entusiasti e in favore di camera stracciano il passaporto di provenienza per impugnare un kalashnikov. Non sappiamo quale sia la reale forza dell’Is, ma forse solo adesso cominciamo a percepire il potere evocativo di queste immagini da loro prodotte.
Anche chi ieri era pacifista oggi scrive: quelli dell’Isis non sono più esseri umani. Hanno deciso di non esserlo più. Non vanno “capiti”. Se intendono sterminare il loro prossimo, vanno sterminati. Io rispondi che la velleità di sterminio genera sterminio. Ma nella terra dove è morto Foley la sofferenza non è cominciata con la sua morte. Non nascono nemmeno con l’Is. Ma con le aggressioni occindentali della prima guerra del Golfo e l’embargo di 13 anni, con la guerra del 2003 voluta nonostante l’avvertimento dell’inviato speciale dell’Onu, l’algerino Lakhdar Brahimi, allora inviato speciale dell’ONU per l’Iraq, il quale aveva detto che la forzata ed eterodiretta debaatizzazione dell’Iraq avrebbe portato a un ginepraio confessionale e militare. Oggi l’Europa pensa che la soluzione sia armare il nemico dell’Is, quindi i curdi. Ome se il precedente libico non abbia insegnato nulla. Anche in quell’occasione la Francia era capofila nell’armare i ribelli.
Per secoli il motto dei governanti ai militari era: conosci il tuo nemico. Nessuno adesso conosce l’Is ma in una terra dove le crudeltà sono all’ordine del giorno da troppi anni sappiamo che sono anche loro crudeli. Quello che ancora ignoriamo è quanto consenso possano avere in questa guerra globale.


mercoledì 24 settembre 2014

Una mostra ripercorre la lotta per i diritti civili

©George Tames/The New York Times.



Grandi pannelli a parete si susseguono e ripercorrono la Storia: la Storia dei diritti civili negli Stati Uniti e nel mondo occidentale.

Per celebrare il 50mo anniversario dall'assegnazione del Nobel per la Pace a Martin Luther King, Milano dedica una grande, ricca mostra sulle lotte per affermare i diritti di tutte e di tutti. Freedom Fighters, questo il titolo dell'esposizione a Palazzo Reale, inaugurata il 22 settembre e che terminerà il 12 ottobre 2014.

Freedom Fighters è promossa dal Comune di Milano, dal Robert F. Center for Justice and Human Rights Europe in collaborazione con l'Ambasciata degli Stati Uniti, con la cura di Alessandra Mauro e Sara Antonelli.

Immagini iconiche dei più celebri fotografi ricordano la segregazione razziale negli anni'50, gli scontri di Birmingham, il movimento dei “Freedom Riders”; il ritorno di Martin Luther King dopo aver ricevuto il Premio Nobel, le riunioni dei fratelli Kennedy e i loro incontri con i movimenti di emancipazione. Elliot Erwitt, Eve Arnold, Bruce Davidson, Danny Lyon celebrano giustizia e libertà.


La mostra propone anche video di repertorio e documenti che dal 1776 – anno in cui il Comitato dei Cinque presenta la Dichiarazione di Indipendenza americana – testimoniano la Storia fino alla marcia su Washington.

Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio napolitano, ha voluto commentare l'iniziativa culturale milanese con una lettera alla Presidente del Robert F. Center for Justice and Human Rights Europe, Marialina Marcucci, in cui si legge: “ La mostra offre un significativo stimolo a riflettere sul valore attuale delle posizioni allora assunte per la realizzazione di una società più giusta, inclusiva e solidale, ma anche sulle condizioni di quanti, in tutto il mondo, vedono tutt'ora calpestati i loro diritti”. L'assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno, ha aggiunto: “ La fotografia diventa il linguaggio per raccontare il lungo e tortuoso cammino della battaglia per i diritti civili negli Stati Uniti. Una lotta che non è mai terminata né terminerà, negli Stati Uniti come dovunque perchè esisterà sempre un diverso, uno straniero, una minoranza da difendere e proteggere dall'arroganza di 'altri' e dei più forti”.

Dall'8 al 10 ottobre, inoltre, sempre nelle sale di Palazzo Reale, si terrà un'altra mostra, di artisti moderni e contemporanei, dal titolo I have a dream al termine della quale verrà indetta un'asta per finanziare il Centro Robert F. Kennedy. Le curatrici, Melissa Proietti e Raffaella A. Caruso, spiegano: “ I have a dream nasce come breve ed intensa ricognizione su come il sogno della democrazia, la battaglia per l'uguaglianza e i diritti condotta da John e Robert Kennedy e da Martin Luther King sia ancora viva nel ricordo ma anche nell'attaulità degli intenti ed abbia profondamente inciso su più generazioni di artisti. Si è inteso mettere a confronto gli artisti dell'immediato dopoguerra che hanno vissuto sulla loro pelle censure ed entusiasmi di rinnovamento e gli artisti che hanno negli occhi l'ennesimo oltraggio alla democrazia pepretrato con l'attentato alle Torri Gemelle. Si è loro chiesto di interpretare il tema in senso narrativo e metaforico, con la forza allusiva e primordiale dell'astrattismo, con le evocazioni simboliche di un figurativo sui generis dai tempi aperti della tradizione 'classica' o dai ritmi sincopati del pop, donando però sempre immagini di speranza, di denuncia e mai di violenza. Perchè l'arte è vita e bellezza. Maestri di ogni 'colore', timbro, formazione hanno regalato il loror entusiasmo, rivivendo memoarie e speranze, passato e futuro, in una miscellanea di sensazioni che solo il sogno fa vivere in una assurda e meravigliosa dimensione 'contemporanea'”.

venerdì 4 aprile 2014

Dallas Buyers Club: film e lotta civile



Notte degli Oscar 2014: vince come migliore attore Matthew McConaughey che, per la parte, ha perso una ventina di chili e che imperversa su tutti i giornali e in tutte le trasmissioni televisive, anche italiane.

L'attore, che ha portato sulle proprie spalle e sul proprio corpo emaciato e fragile, il film Dallas Buyers Club di Jean- Marc Vallée in questo periodo nelle sale cinematografiche, nella pellicola è Ron Woodroof, uno che vive ogni giorno all'insegna della libertà assoluta, tra sesso, droga e alcol. Siamo nei mirabolanti anni'80 quando tutto sembrava possibile, anche sfidare la morte. Invece la vita di Ron implode il giorno in cui scopre di aver contratto il virus dell'HIV: inizia un calvario fatto di medicinali inutili fino alla decisione di andare in Messico per tentare una cura che potrebbe funzionare. Ma i farmaci del Paese sudamericano non sono legalizzati negli Stati Uniti, per cui Ron prende un'altra decisione: li importa e li vende a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Il corpo di McConaughey, dicevamo, porta le tracce di un decadimento fisico che, nel film, i bigotti legano ad una deriva morale, ma che rappresenta la trasformazione, quasi ascetica, di un uomo che lotta tenacemente per la propria esistenza e per quella degli altri.

Lotta contro l'odioso pregiudizio nei confronti della comunità omo e transessuale (bello anche il personaggio del trans Rayon che si trova del tutto agli antipodi con Ron, ma condivide con lui la voglia di vivere) e lotta contro il pregiudizio legato ai malati di Aids (una malattia venerea, per cui “doppiamente degradante” ), lotta soprattutto per quel sacrosanto diritto di tentare ogni strada per guadagnare un giorno in più.

Dal punto di vista cinematografico la sceneggiatura può risultare scontata o troppo sentimentale e il regista canadese affida tutto il peso del significato di questa storia alla carica emotiva del protagonista, ma resta il fatto importante che un film, girato a low budget e in soli 25 giorni, faccia riflettere su un tema di grande attualità.

Attraverso le vicende dei suoi protagonisti - pensiamo alla dottoressa Eva che fa da mediatrice tra la comunità scientifica e i malati – vengono anche denunciati gli interessi economici delle case farmaceutiche dei Paesi capitalistici. Tutto questo grazie alla parabola di un uomo che ha il coraggio di cambiare e di capire: lui, eterosessuale e omofobico, diventerà portavoce di etero, gay e transgender, per affermare il diritto alla scelta: scelta di cura, scelta di vita o non vita, scelta di amare.

sabato 21 dicembre 2013

Se ci piacciono i gamberetti...



La globalizzazione fa viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell'acquisto, guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione.
La Thailandia è il Paese leader mondiale nell'esportazione dei gamberi perchè ne produce una grandissima quantità e perchè i gamberi Thai sono più convenienti di quelli di altri Paesi. Ma per questo c'è una spiegazione.
Un documentario trasmesso dal servizio pubblico statunitense - a cui ha fatto seguito una serie di indagini - dimostra che l'industria del gambero sfrutta il lavoro migrante minorile.
Secondo i dati ufficiali solo 150 su 700 operatori di pesce primari sono registrati presso il Ministero e le grandi fabbriche basano il loro guadagno sulle centinaia di capannoni in cui lavorano bambini che provengono dal Myanmar. Perc proprio loro? Perchè vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale, diventando, per questo, vittime di un pregiudizio etnico.
Le statistiche rilevate dal Labour Rights Promotion Network (e riportate anche da Altroconsumo, dicembre 2013), dicono che il 19% dei minori sfruttati ha meno di 15 anni e il 22% ha tra i 15 e i 22 anni. Sono costretti a sgusciare gamberi per dodici ore al giorno, chiusi nei capannoni sporchi e soggetti a sostanze chimiche dannose; spesso subiscono maltrattamenti fisici da parte dei caporali e la confisca dei documenti; sono stati, inoltre, riscontrati anche casi di estorsione da parte dei poliziotti. Questa situazione non riguarda solo il settore della pesca, ma anche quello dell'edilizia, dell'agricoltura e dell'abbigliamento dove sono impiegate, come moderni schiavi, migliaia di persone, tra giovani e adulti.
Ancora più serio il problema quando si tratta di bambini e adolescenti che, anche secondo la legge thailandese, dovrebbero vedersi assicurato il diritto ad un'istruzione gratuita e obbligatoria e che, invece, si ritrovano a sopravvivere in condizioni terribili.
Il problema è ora monitorato dal governo degli Stati Uniti che ha trasformato il “Rapporto sul traffico di persone” in uno strumento diplomatico per avvertire Bangkok che questo traffico deve terminare e, se la Thailandia non dovesse dimostrare la volontà di cambiamento, le conseguenze a livello diplomatico ed economico sarebbero importanti anche perchè verrebbe equiparata, in termini di violazione dei diritti umani, alla Corea del Nord e all'Iran.

mercoledì 11 dicembre 2013

Obama e Mandela: un ideale passaggio di testimone


Un filo diretto lega il primo presidente nero americano al primo presidente nero sudafricano che ora non c'è più. Barack Obama ha pronunciato, ieri, un discorso intenso e profondo, in occasione della cerimonia in ricordo di Mandela a Johannesburg, in cui si sono avvertite, chiaramente, la commozione e la gratitudine per quel piccolo grande uomo che ha cambiato la Storia, che ha lottato per l'uguaglianza, che ha difeso la democrazia: ideali che il Presidente degli Stati Uniti vuole continuare ad affermare con forza, portando avanti quell'operato così importante per il bene di tutti e che Mandela ha esercitato per tutta la sua esistenza.
Vogliamo riportare il discorso tenuto da Obama perchè la scelta delle sue parole - e gli esempi dei grandi leader che ha citato - siano un monito per il nostro agire e per la politica e affinchè rimanga un po' di Madiba in ognuno di noi.




Per Graça Machel e la famiglia Mandela, al Presidente Zuma e membri del governo, ai capi di Stato e di governo, passati e presenti, gli ospiti illustri – è un onore singolare di essere con voi oggi, per celebrare una vita diversa da qualsiasi altra…
Per il popolo del Sud Africa – persone di ogni razza e ceto sociale – il mondo vi ringrazia per la condivisione di Nelson Mandela con noi.La sua lotta è la vostra lotta. Il suo trionfo è stato il tuo trionfo. La vostra dignità e speranza trovarono espressione nella sua vita, e la vostra libertà, la vostra democrazia è la sua eredità amato.
E ‘difficile per elogiare un uomo – per catturare in parole non solo i fatti e le date che fanno una vita, ma la verità essenziale di una persona – le loro gioie e dolori privati, ai momenti di quiete e qualità uniche che illuminano l’anima di qualcuno.
Quanto più difficile farlo per un gigante della storia, che si è trasferito una nazione verso la giustizia, e nel processo si trasferisce miliardi in tutto il mondo.
Nato durante la prima guerra mondiale, lontano dai corridoi del potere, un ragazzo cresciuto immobilizzare i bovini e istruito dagli anziani della sua tribù Thembu – Madiba sarebbe emerso come l’ultimo grande liberatore del 20 ° secolo.
Come Gandhi, che porterebbe un movimento di resistenza – un movimento che al suo inizio ha tenuto poche possibilità di successo. Come re, avrebbe dato potente voce alle rivendicazioni degli oppressi, e la necessità morale della giustizia razziale.
Avrebbe sopportare una reclusione brutale che ha avuto inizio al tempo di Kennedy e Krusciov, e ha raggiunto gli ultimi giorni della Guerra Fredda. Emergendo dal carcere, senza la forza delle armi, avrebbe – come Lincoln – tenere il suo paese insieme quando minacciava di rompersi.
Come padri fondatori dell’America, avrebbe eretto un ordinamento costituzionale di preservare la libertà per le generazioni future – un impegno per la democrazia e Stato di diritto ratificato non solo dalla sua elezione, ma dalla sua volontà di dimettersi dal potere.
Data la scansione della sua vita, e l’adorazione che egli giustamente guadagnato, si è tentati poi ricordare Nelson Mandela come icona, sorridente e sereno, distaccato dalle vicende cattivo gusto degli uomini inferiori. Ma Madiba si è fortemente resistito un ritratto tale senza vita.
Invece, ha insistito per aver condiviso con noi i suoi dubbi e le paure, i suoi errori di calcolo insieme con le sue vittorie. ”Non sono un santo», disse, «a meno che non si pensa di un santo, come un peccatore che continua a provarci.”
E ‘proprio perché poteva ammettere di imperfezione – perché poteva essere così pieno di buon umore, anche male, nonostante i pesanti fardelli che portava – che abbiamo amato così. Non era un busto di marmo, era un uomo di carne e sangue – un figlio e il marito, un padre e un amico. Ecco perché abbiamo imparato tanto da lui, è per questo che possiamo imparare da lui ancora.
Per niente ha conseguito era inevitabile. Nell’arco della sua vita, vediamo un uomo che ha guadagnato il suo posto nella storia attraverso la lotta e l’astuzia, la persistenza e la fede. Egli ci dice che cosa è possibile, non solo nelle pagine dei libri di storia polverosi, ma nelle nostre vite.
Mandela ci ha mostrato il potere di azione, di rischiare in nome dei nostri ideali. Forse Madiba era giusto che ha ereditato “, una ribellione orgoglioso, un senso ostinato di equità” da suo padre. Certamente ha condiviso con milioni di neri e colorati sudafricani la rabbia nato, “mille offese, mille umiliazioni, mille momenti non ricordati … il desiderio di combattere il sistema che imprigionava la mia gente.”
Ma come altri primi giganti della ANC – i Sisulus e Tambos – Madiba disciplinato la sua rabbia, e incanalata il suo desiderio di combattere in organizzazione e le piattaforme, e le strategie di azione, così gli uomini e le donne potrebbero stand-up per la loro dignità.
Inoltre, ha accettato le conseguenze delle sue azioni, sapendo che in piedi fino agli interessi potenti e ingiustizie ha un prezzo. ”Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera”, ha detto al suo processo 1964. ”Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E ‘un ideale che spero di vivere e di raggiungere., Ma se necessario, è un ideale per che sono pronto a morire. “
Mandela ci ha insegnato il potere di azione, ma anche di idee, l’importanza della ragione e degli argomenti, la necessità di studiare non solo quelli siete d’accordo, ma chi non lo fai. Ha capito che le idee non possono essere contenute da muri della prigione, o estinte dal proiettile di un cecchino. Girò il suo processo in un atto d’accusa di apartheid a causa della sua eloquenza e passione, ma anche la sua formazione come un avvocato.
Ha usato decenni in carcere per affinare le sue argomentazioni, ma anche per diffondere la sua sete di conoscenza ad altri nel movimento. E ha imparato la lingua ei costumi del suo oppressore modo che un giorno avrebbe potuto meglio trasmettere a loro come loro libertà dipendeva la sua.
Mandela ha dimostrato che l’azione e le idee non bastano, non importa quanto a destra, devono essere cesellato in leggi e istituzioni.
Lui era pratico, testando le sue convinzioni contro la superficie dura della circostanza e della storia. Su principi fondamentali era inflessibile, ed è per questo poteva respingere le offerte di liberazione condizionale, ricordando il regime dell’apartheid che “i detenuti non possono stipulare contratti.” Ma, come ha dimostrato nei negoziati scrupoloso per trasferire il potere e redigere nuove leggi, non aveva paura di compromettere per il bene di un obiettivo più grande.
E perché non era solo un leader di un movimento, ma un politico abile, la Costituzione che è emerso era degno di questa democrazia multirazziale, fedele alla sua visione di leggi che proteggono minoranza nonché i diritti di maggioranza, e le preziose libertà di ogni Sud Africano.
Infine, Mandela capì i legami che legano lo spirito umano. C’è una parola in Sud Africa-Ubuntu – che descrive il suo dono più grande: il suo riconoscimento che siamo tutti legati insieme in modi che possono essere invisibili a occhio, che c’è una unità per l’umanità; che otteniamo noi stessi, condividendo con noi gli altri, e la cura per chi ci circonda. Noi possiamo mai sapere quanto di questo era innata in lui, o quanto di è stata sagomato e brunito in una cella di isolamento scuro.
Ma ricordiamo i gesti, grandi e piccoli – introduzione suoi carcerieri come ospiti d’onore al suo insediamento, tenendo il passo in uniforme Springbok, girando strazio della sua famiglia in una chiamata a lottare contro l’HIV / AIDS – che ha rivelato la profondità della sua empatia e comprensione . Egli non solo ha incarnato Ubuntu, ha insegnato milioni di scoprire che la verità dentro di sé.
Ci è voluto un uomo come Madiba per liberare non solo il prigioniero, ma il carceriere e, per dimostrare che è necessario fidarsi degli altri in modo che possano fidarsi di voi, per insegnare che la riconciliazione non è una questione di ignorare un passato crudele, ma un mezzo di confrontarsi con l’inclusione, generosità e verità. Ha cambiato le leggi, ma anche i cuori.
Per il popolo del Sud Africa, per chi ha ispirato in tutto il mondo – la scomparsa di Madiba è giustamente un momento di lutto, e un tempo per celebrare la sua vita eroica. Ma credo che dovrebbe anche indurre in ciascuno di noi un momento di auto-riflessione. Con onestà, a prescindere dalla nostra stazione o circostanza, dobbiamo chiederci: quanto bene ho applicato le sue lezioni nella mia vita?
E ‘una domanda che mi pongo – come uomo e come presidente. Sappiamo che, come il Sud Africa, gli Stati Uniti ha dovuto superare secoli di sottomissione razziale. Come era vero qui, ha preso il sacrificio di innumerevoli persone – conosciuti e sconosciuti – di vedere l’alba di un nuovo giorno. Michelle e io siamo i beneficiari di quella lotta.
Ma in America e Sud Africa, e paesi in tutto il mondo, non possiamo permettere che il nostro progresso nuvola del fatto che il nostro lavoro non è finito. Le lotte che seguono la vittoria di uguaglianza formale e suffragio universale non possono essere come piene di dramma e chiarezza morale di quelli che è venuto prima, ma non sono meno importanti.
Per tutto il mondo di oggi, vediamo ancora i bambini che soffrono la fame e le malattie, le scuole degradate, e poche prospettive per il futuro. In tutto il mondo oggi, uomini e donne sono ancora in carcere per le loro convinzioni politiche, e sono tuttora perseguitati per quello che sembrano, o come adorano, o che amano.
Anche noi, dobbiamo agire a favore della giustizia. Anche noi, dobbiamo agire in nome della pace. Ci sono troppi di noi che felicemente abbracciare l’eredità di Madiba della riconciliazione razziale, ma con passione resistere anche modeste riforme che avrebbero sfidare la povertà cronica e crescente disuguaglianza. 
Ci sono troppi leader che sostengono la solidarietà con la lotta di Madiba per la libertà, ma non tollerano il dissenso dal loro stesso popolo. E ci sono troppi di noi che stanno in disparte, confortevole compiacimento o cinismo quando le nostre voci devono essere ascoltate.
Le questioni che abbiamo di fronte oggi – come promuovere l’uguaglianza e la giustizia, per difendere la libertà ei diritti umani, per porre fine dei conflitti e settario la guerra – non hanno risposte facili. Ma non c’erano risposte facili di fronte a quel bambino in Qunu. Nelson Mandela ci ricorda che sembra sempre impossibile fino a quando si è fatto. Sud Africa ci mostra che è vero.
Sud Africa ci mostra che possiamo cambiare. Possiamo scegliere di vivere in un mondo non definito dalle nostre differenze, ma le nostre speranze comuni.Possiamo scegliere un mondo non definito da conflitti, ma per la pace e la giustizia e di opportunità.
Non riusciremo mai a vedere artisti del calibro di Nelson Mandela di nuovo.Ma lasciatemi dire ai giovani dell’Africa, e dei giovani di tutto il mondo – si può fare il lavoro della sua vita tua.
Più di trent’anni fa, quando era ancora studente, ho imparato di Mandela e le lotte in questa terra. Si agita qualcosa in me. E mi ha svegliato alle mie responsabilità – per gli altri, e per me – e mi mise in un viaggio improbabile che mi trovi qui oggi. E mentre io sarò sempre a corto di esempio di Madiba, fa venire voglia di essere migliore.
Egli parla di ciò che è meglio dentro di noi. Dopo questo grande liberatore si riposa, quando siamo tornati alle nostre città e villaggi, e ricongiunto nostra routine quotidiana, cerchiamo di ricerca, quindi per la sua forza – per la sua grandezza di spirito – da qualche parte dentro di noi.
E quando la notte fa buio, quando l’ingiustizia pesa sui nostri cuori, o dei nostri migliori progetti sembrano fuori dalla nostra portata – pensare di Madiba, e le parole che lo hanno portato conforto tra le quattro mura di una cella:
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Che una grande anima che era. Ci mancherà profondamente. Che Dio benedica il ricordo di Nelson Mandela. Dio benedica il popolo del Sud Africa.”


sabato 23 novembre 2013

L'attenzione su Bahar Kimyongur


Una notizia passata in secondo piano, forse solo per gli “addetti ai lavori”; un nome poco conosciuto. Ma bisogna, invece, parlarne: parlare del caso di Bahar Kimyongur, un attivista turco-belga, vittima della prima applicazione, su suolo europeo, del regime di paura affermatosi dopo la tragedia delle Torri Gemelle, a New York, nel 2001. L'accusa era quella di far parte di un gruppo comunista turco legato ad organizzazioni terroristiche.
Arrestato e rilasciato più volte, Kimyongur denuncia a viso aperto la politica repressiva del Presidente turco Erdogan e l'ingerenza della NATO in Siria.
Pochi giorni fa, l'attivista è arrivato in Italia per partecipare a due incontri pubblici, a Monza e a Padova, proprio per parlare dell'ingerenza della Turchia nella complessa situazione siriana, ma – atterrato all'aereoporto di Bergamo – è stato prelevato dalla Digos e portato in carcere. Non sono ancora chiari i motivi.
Kimyongur rischia l'estradizione in Turchia: per evitare questo, il Collettivo Tazebao, che aveva organizzato gli incontri, ha scritto un comunicato e molti si stanno attivando per cercare notizie e organizzare iniziative di solidarietà.

Riportiamo, di seguito, un articolo di Bahar Kimyongur (pubblicato anche su ap0ti@blogspot.it)

Bahar Kimyongür: a Lille, Martine Aubry censura un dibattito sulla Siria‏
 
Le shabbiha (*) di Fabius e Hollande hanno colpito ancora: nuovo attentato alla libertà d'espressione di cui la “patria dei diritti umani” è ormai la campionessa.
Sabato scorso, 6 aprile, la sala comunale Philippe Noiret nel quartiere Wazemmes di Lille, avrebbe dovuto ospitare una conferenza sulla Siria, organizzata dalla Coordinazione Comunista e il Fronte di Sinistra, con lo scienziato franco-siriano Ayssar Midani – e il sottoscritto – come ospiti.
Qualche giorno prima, un oscuro gruppo che si proclamava “antifascisti senza patria o frontiera” ha lanciato un appello al sabotaggio della conferenza.
Nel loro lobbying a favore della censura, i sedicenti “antifa” ci accusano di scendere a patti con il diavolo, ovvero i regimi di Damasco e Tehran: in altre parole, i nemici principali d'Israele.
Visto il numero di dittature detestabili che sterminano popolazioni intere per consolidare il loro dominio – a cominciare dai “nostri” capi di stato – noi riteniamo che la scelta di prendersela esclusivamente con la Siria e con l'Iran non sia frutto del caso.
Per confondere la pista, gli pseudo-antifasciti non esitano a tuffarsi nella demagogia, accusando i partecipanti alla nostra conferenza di essere “dei PR a servizio delle dittature”, dei “rosso-bruni”e dei “nazbol”, contrazione di nazisti e bolscevichi. I martiri di Stalingrado e i più di venti milioni dei loro compatrioti apprezzeranno di essere amalgamati con i loro invasori e boia.
Alla fine, la campagna diffamatoria lanciata da questi provocatori senza né patria, né frontiera, né volto, né coraggio, né cervello ha conseguito il suo traguardo.
La signora Aubry, sindaco di Lille, ha in effetti probito la conferenza “per ragioni di sicurezza”.
Volendo assicurarsi che nessuna voce dissidente sulla Siria si esprimesse nelle sue sale, la “maccarthyana” Aubry ha persino fatto cambiare le serrature delle porte nella sala Philippe Noiret, sapendo che gli organizzatori dell'evento avevano precedentemente ricevuto un'autorizzazione e disponevano quindi delle chiavi.
Ma grazie al senso pratico di alcuni militanti, e alla generosità di un negoziante curdo, la nostra conferenza si è potuta finalmente tenere, in un ristorante di kebab alla periferia di Lille.
Malgrado le eccezionali condizioni d'organizzazione, circa 80 persone hanno potuto comunque riunirsi, informarsi e intervenire sulle alternative riguardo alla risoluzione del conflitto siriano.
Non era la prima volta che un dibattito aperto, critico e contraddittorio sulla Siria veniva censurato in questo modo dall'Inquisizione di matrice sionista.
Venerdì primo marzo 2013, gli amici svizzeri dei nostri indomiti “antifa”avevano manifestato contro la nostra conferezna sulla Siria a Ginevra sulla base di una grottesca diceria di collusione con l'estrema destra (vedere: http://www.silviacattori.net/article4287.html).
Non molto tempo fa eravamo accusati di essere talibani per aver denunciato la guerra in Afghanistan, agenti di Saddam per aver parlato contro la guerra in Iraq e “gheddafisti” per aver militato contro l'invasione della Libia.
Anche la minima simpatia che manifestiamo nei confronti della resistenza palestinese o libanese è tacciata di antisemitismo.
Al debutto di ogni campagna guerrafondaia, siamo sempre accusati di collusione con il nemico da gruppuscoli clandestini che se la giocano da ribelli libertari, ma i cui atti e parole servono indefinitiva solo a rafforzare la legge del piùforte.
Teniamo ancora una volta ad avvertire i nostri detrattori che le minacce non ci impediranno nédi denunciare le guerre che gli altri padroni impongono alla Siria, nédi militare per una risoluzione pacifica e politica del conflitto nel paese.
 

(*) Il termine shabbiha designa gli ausiliari dell'esercito siriano che combattono l'insurrezione anti-baathista. Il termine però sembra convenire sempre più agli ausiliari degli eserciti NATO che combattono contro i militanti anti-imperialisti.

Articolo originale: Lille : Martine Aubry censure un débat sur la Syrie
Bahar Kimyongür

mercoledì 3 luglio 2013

Passi avanti per i diritti degli omosessuali: dagli USA alla Casa dei diritti di Milano



Lacrime, balli, brindisi e bandiere arcobaleno: centinaia di attivisti e di cittadini comuni si sono riversate nelle strade di Los Angeles, Washington, San Francisco per festeggiare la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato anticostituzionale il Defence of Marriage Act (DOMA), firmato nel 1996, da Bill Clinton: anticostituzionale perchè viola il quinto emendamento della Carta, emendamento che difende le libertà civili e il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini.
L'amore è amore. La sentenza di oggi sul Doma è un passo storico verso la parità nei matrimoni”, con queste parole il Presidente Barak Obama ha commentato la sentenza. D' ora in avanti, infatti, le coppie dello stesso sesso, sposate legalmente, avranno gli stessi diritti riconosciuti alle coppie etero: potranno godere della copertura sanitaria, di detrazioni fiscali per il compgano o la compagna a carico e del diritto all'eredità.
Contrari a questa decisione si sono dichiarati i vescovi statunitensi che - attraverso il loro portavoce, Timothy Dolan, hanno dichiarato: “Un giorno tragico per la Nazione e per il matrimonio perchè la Corte Suprema ha sbagliato” - e un esiguo gruppo di repubblicani, ma cinque giudici (contro quattro) hanno stabilito che, negando i diritti agli omosessuali sposati il governo federale “li tratta in modo meno rispettoso rispetto agli eterosessuali”.
Un'importante vittoria è stata anche ottenuta dalla “Proposition 8”, il referendum che, nel 2008, vietò i matrimoni gay in California: fatto rielvante perchè l'importanza economica della California si riflette anche sulla sua possibilità di influenzare i cambiamenti sociali americani.
E in Italia cosa succede?
Accade che sabato scorso, 29 giugno, anche Milano si è colorata con le tinte dell'arcobaleno. Il capoluogo lombardo ha, infatti, ospitato il Gay Pride, organizzato dal Coordinamento Arcobaleno delle associazioni Lgbt di Milano con il patrocinio dell'Amministrazione comunale che ha voluto gemellare il Milano Pride 2013 con il Minsk Pride - che si terrà in ottobre nella capitale bielorussa - per sostenere le comunità omosessuali anche in quei Paesi dove subiscono ancora gravi discriminazioni.
Pierfrancesco Majorino
In occasione della parata, l'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, ha annunciato la nascita della “Casa dei diritti”.
Dopo l'istituzione del registro delle unioni civili (che conta più di 1300 iscritti) e l'apertura della casella di posta elettronica antidiscriminazioni@comune.milano.it, la Casa dei diritti sarà un luogo che, dall'autunno, ospiterà associazioni e che metterà in atto attività di prevenzione e contrasto alla discriminazione di identità di genere e orientamento sessuale.