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sabato 19 dicembre 2015

Giornata di Azione Globale contro il razzismo e per i diritti delle e dei migranti, rifugiate/i e sfollate/i

 
BASTA MURI APRIAMO LE PORTE
Pace, democrazia, giustizia sociale e dignità per tutte e tutti!
 
 
Non è un destino cieco e inevitabile quello che decide dove passa la frontiera fra chi è salvata/o e chi è sommerso, fra chi può esercitare i propri diritti umani e chi no.
L'Europa afferma di doversi armare per difendere i valori di libertà e democrazia, ma questi valori sono un privilegio solo per i/le cittadini/e europei/e. Si finge che siano di tutte/i, ma non è così. Ad esempio la libertà di movimento è esclusivamente per le cittadine e i cittadini dell’Europa mentre tutte le altre e tutti gli altri si scontrano con muri sempre più alti. Per giustificare questa disparità di trattamento ci vogliono convincere che chi è fuori è un po' meno umana/o, meno civilizzata/o e più pericolosa/o, quindi con meno diritti di chi è dentro la cittadella del privilegio.
E chi perde la vita nel viaggio è meno importante di chi muore in una città europea.
Per noi più di 26 mila morti, dal 2000 ad oggi, alle frontiere di mare e di terra sono inaccettabili. 
Vogliamo smantellare il razzismo istituzionale che è alla base di questa Europa, vogliamo far sentire le voci delle migliaia di persone ferme davanti ai muri che si stanno moltiplicando alle frontiere europee (e non solo).  Chiediamo con loro pace, democrazia, giustizia sociale e dignità per tutte e tutti.  Per questo saremo in piazza insieme il 19 dicembre.
Sabato 19 dicembre 2015
Dalle 14.30 alle 18.30
Piazza San Carlo (MM San Babila) MILANO

evento FB: BASTA MURI, APRIAMO LE PORTE! 
 
Coordinamento per la Giornata di azione globale per i diritti delle/dei migranti, rifugiate/i e sfollate/i – Milano

giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

venerdì 20 novembre 2015

martedì 24 novembre ore 17.30
 
presso il MUDEC (Museo delle culture di Milano - VIA TORTONA 56)


Dare un calcio alla povertà… in Brasile



Proiezione del documentario “Avenida Maracanà” con l’intervento degli autori.







a cura di Associazione per i Diritti Umani 


Rio de Janeiro. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sul Mondiale di calcio e le proteste ad esso legate, le gioie e i dolori di un paese per la propria Nazionale fanno da sfondo alle sofferenze e agli affetti di una famiglia che vive in una favela. L’occhio della macchina da presa documenta quello che accade, lo riprende, lo registra e ce lo mostra, senza filtri, senza parteggiare.
A presentare e commentare il documentario intervengono Stefano Bertolino, Anna Cordioli, Francesco Moroni Spidalieri, filmaker, registi e produttori. Coordina Alessandra Montesanto, vicepresidente dell’Associazione per i diritti umani e critico cinematografico.

sabato 24 ottobre 2015

I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità: la città oscura che non ha voce


Esistono da sempre due città, una legale e l'altra illegale, i cui confini si spostano a seconda delle epoche storiche e delle necessità economiche contingenti. Spesso gli abitanti di queste due città si sfiorano, interagiscono, confliggono. Sulle loro contaminazioni si costruisce il tessuto sociale. Quasi sempre gli abitanti della città oscura non hanno voce sui media ufficiali: sono un numero, una statistica o un titolo di giornale. I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità, edito da Le Milieu, nasce dalla necessità di far parlare i protagonisti del disagio e della devianza che vivono e attraversano le nostre metropoli. Andrea Staid si è messo in ascolto delle voci della città oscura, senza pregiudizi.



L'associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande ad Andrea Staid e lo ringrazia molto per la sua disponibilità.


 
 
 
 

Il suo testo parte dall'assunto che esistano due città: una legale e un'altra illegale. Da chi è popolata quella illegale e quali sono i problemi delle persone che la abitano ?



Negli ultimi anni mi sono interessato sempre di più agli abitanti che vivono ai margini delle nostre metropoli e quindi mi sono soffermato sul mondo dell’illegalità. E' importante indagare in quella giustapposizione di due mondi, o città, che coesistono ma si ignorano o meglio si guardano, nonostante la prossimità, da una distanza insuperabile - la città che si autoproclama legittima e quella più o meno invisibile dell'illegittimità, dell'immigrazione, della micro-criminalità, della prostituzione, della tossicodipendenza. Due città ovviamente, in una posizione profondamente diversa e asimmetrica ma che se ci pensiamo bene sono due facce della stessa medaglia, perché la città illegale non fa altro che rispondere a una domanda creata da quella città autoproclamatasi legittima e legale. Piccoli esempi per capirci meglio chi vende droga appartiene alla città illegale, ma chi la compra? Chi lavora in nero sfruttato fa parte della città illegale, ma chi gli ordina di lavorare? Ma soprattutto chi compra e consuma i prodotti da lui lavorati? Chi si prostituisce vive nella città illegale, ma chi va con le prostitute? La città illegittima è titolare di un offerta di servizi la cui clientela è costituita in gran parte da membri della società legittima.

I problemi invece all’interno della città illegale sono tanti, ovviamente sto parlando della microcriminalità, le regole nella criminalità organizzata sono molto differenti, io non le ho studite e quindi preferisco non parlarne. Nel mondo microcriminale, o anche solamente dell’illegalità creata dalle norme dello stato, come i migranti che non riescono ad avere il permesso di soggiorno, i problemi sono quotidiani, ma possiamo riassumerli tutti nella loro grande impossibilità di accedere ai diritti che sono garantiti agli abitanti della città legale, per esempio il diritto all’abitare, ai servizi sociali, insomma viene negata la possibilità di vivere una vita dignitosa.

 

Ci può anticipare il tema centrale del libro, ovvero il caso di Viale Bligny, a Milano?


Nel mio libro il palazzo di Viale Bligny 42 viene trattato come un caso specifico, precisamente nel quinto capitolo ho cercato di creare una ricostruzione etnografica di un palazzo sicuramente particolare di Milano quello che dalla stampa viene chiamato ingiustamente il fortino della droga, un palazzo della vecchia Milano, situato a pochi isolati dal centro cittadino, nella via che porta alla famosa Porta Romana e a pochi passi dall'università della giovane elites italiana, la Bocconi. In questo capitolo ho analizzato la quotidianità di una realtà meticcia nel cuore di Milano, ho cercato di farlo senza pregiudizi e attraverso il contatto diretto con chi vive e attraversa quel luogo. In questo palazzo ho trascorso un anno per conoscere e intervistare gli abitanti provenienti da tutto il mondo, stiamo parlando di uno stabile formato da 220 appartamenti per più di 700 abitanti. Un micro paese, una comunità che oggi è formata da migranti, anziani inquilini arrivati dal sud Italia, altri italiani che vogliono vivere spendendo poco in una zona centrale di Milano e ancora da studenti e artisti. Un palazzo dove sicuramente ci sono dei problemi ma dove un’associazione di condomini ha deciso di costruire dal basso percorsi di interazione tra culture diverse e soprattutto gli abitanti dell’edificio mondo hanno cominciato a risolvere i problemi della quotidianità occupandosene in prima persona.


Il suo è uno sguardo antropologico: quali sono le sue conclusioni sulle città contemporanee? Quali le esigenze dei cittadini? E gli errori da parte delle istituzioni (soprattutto in termini di accoglienza e immigrazione)?


E’ difficile con uno sguardo antropologico trovare delle conclusioni sullo stato delle città contemporanee perché sono sempre più un coacervo di culture in movimento. Quello che vedo forse peccando di estremo ottimismo è che la realtà, anche quella marginale trova soluzioni molto interessanti per migliorarsi e andare avanti, soluzioni che ovviamente non fanno notizia sui mass media che continuano imperterriti a narrarci un presente di crisi, scontri culturali e impossibilità. Basti pensare a questa narrazione sull’invasione dei migranti, è un falso, sono tante le donne, gli uomini e i bambini in arrivo, ma sono numeri che un paese come l’Europa potrebbe accogliere senza problemi, quello che servirebbe sarebbe una gestione del “comune” assai differente. Le risorse ci sono, il problema è che vengono gestite in modo sbagliato e che il primo pensiero di molti è lucrare sui i migranti, credo che Mafia capitale sia un’indagine che ci può insegnare molto.


Non ho chiaro fino a che punto l’antropologia possa estendere il suo linguaggio specifico per rappresentare adeguatamente i concetti che gli osservati hanno sviluppato e che hanno espresso. Probabilmente l’antropologia può riflettere la visione del mondo delle persone che studia ma non riesco ad averne l'assoluta certezza. Come scrive Clifford Geertz già al momento dell'esposizione dei fatti veri e propri noi stiamo dando spiegazioni; e, quel che è peggio, spiegazioni di spiegazioni. Per questo ha un senso affermare che la ricerca antropologica deve procedere secondo un progetto teorico e conoscitivo, il quale deve a sua volta essere identificabile attraverso un’impalcatura epistemologica fatta di teorie, concetti, nozioni, ipotesi e dati, e di un vocabolario sulla base dei quali sia possibile confrontare e porre in relazione esperienze e intenzionalità etnografiche ed esistenziali differenti. L’antropologia deve essere considerata un sapere attraverso cui sia possibile percepire una visione del mondo che consenta di comprendere tutti i possibili mondi culturali, di conoscere appunto, senza per forza riconoscersi.


Come si è svolta la ricerca che ha portato alla stesura di questo libro?


 
La mia ricerca è iniziata nel 2007 e ancora oggi non si è conclusa. Il metodo è quello della ricerca sul campo, un’osservazione partecipante, un metodo etnografico che negli anni sto cercando di affinare per trovare un equilibrio sempre più forte tra intervistato e intervistatore. Quello che cerco di fare quando faccio ricerca è immedesimarmi il più possibile cono la vita delle persone che voglio comprendere, analizzare, studiare, lo faccio passando periodi lunghi sul campo approfondendo i rapporti con le persone che voglio intervistare e conoscere. Sto molto attento all’uso di registratori e macchine fotografiche, capisco che mettono in soggezione e non faccio solo domande, mi racconto e vivo la quotidianità con i protagonisti delle miei ricerche. E’ importante però sottolineare che l'antropologo pur impregnandosi con i modi di fare dell'ambiente in cui si trova non si trasforma mai in un membro della comunità che studia, pensarsi un agente neutro o considerarsi sullo stesso piano dell'intervistato sarebbe un errore grave per il ricercatore, deve sempre comprendere che è impossibile astrarsi da quella che è la sua posizione diametralmente differente da chi vive quello che viene raccontato.

Nella mia ricerca nel mondo dell’illegalità ho scelto di rivelare subito la mia identità di osservatore, non mi sono finto cliente o giornalista, da subito era noto agli osservati quello che stavo facendo, per questo credo che la mia osservazione partecipante sia diventata nei mesi trascorsi una specie di action research che ha indotto riflessioni, dibattiti, discussioni e ha quasi costretto i soggetti osservati a prendere coscienza delle proprie dinamiche relazionali.


lunedì 14 settembre 2015

Una lettera aperta al Parlamento: salvate le vite che oggi lo stato italiano sta contribuendo ad estinguere




LA VISIONE DELLA GINESTRA



OPPORSI ALLE STRAGI, ALLA SCHIAVITU', ALL'APARTHEID. POCHE PAROLE AI PARLAMENTARI E AI MINISTRI DI QUESTO PAESE



Gentili deputate e gentili deputati,

gentili senatori e gentili senatrici,

gentili ministre e gentili ministri,

 
questa lettera si compendia in un semplice appello: salvate le vite che oggi lo stato italiano sta contribuendo ad estinguere. Deliberate il semplice provvedimento che solo puo' salvare innumerevoli innocenti: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a salvare la propria vita, riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro.

*

La strage nel Mediterraneo e' diretta conseguenza della sciagurata decisione dei governi europei di impedire alle vittime innocenti della fame e delle guerre di giungere in Europa in modo legale e sicuro.

E' questa sciagurata decisione che ha creato lo scellerato mercato di carne umana nelle mani - negli artigli - delle mafie dei trafficanti seviziatori e assassini.

Se i governi dell'Unione Europea, o anche uno solo di essi, decidesse di riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Europa in modo legale e sicuro, ebbene scomparirebbe questo scellerato mercato criminale e omicida, e nessuno piu' morirebbe lungo la rotta che dall'inferno del sud del mondo porta alla salvezza nel nord del benessere (benessere peraltro frutto della plurisecolare e tuttora perdurante rapina coloniale e neocoloniale delle risorse di quello stesso devastato sud del mondo, ridotto a inferno proprio dalla plurisecolare rapina razzista, schiavista, imperialista).


L'Europa ha un debito immenso con i popoli del sud del mondo: cominci a restituire cio' che ha rapinato, e cominci salvando le vite degli innocenti in fuga dall'orrore e dalla morte.

*

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche far cessare nel nostro paese l'infame e mostruosa riduzione in schiavitu' di tanti uomini e di tante donne innocenti, consegnati nelle grinfie delle mafie: l'abominevole schiavitu' presente oggi con accecante visibilita' nelle campagne come nelle periferie e nel cuore delle citta', come sui margini delle strade d'Italia; l'abominevole schiavitu' che uno stato di diritto, che un ordinamento democratico, che un paese civile non puo' tollerare.

*

Riconoscere il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro significherebbe anche abolire i campi di concentramento e le deportazioni; fa orrore gia' solo dirle queste parole: "campi di concentramento", "deportazioni"; ma questo orrore che ci sconvolge al solo nominarlo e' effettuale realta' nel nostro paese.

L'infezione nazista e' gia' qui. Il razzismo e' gia' divenuto prassi istituzionale, misura amministrativa.

Ogni persona decente capisce che i campi di concentramento vanno aboliti; ogni persona decente capisce che le deportazioni vanno abolite; ogni persona decente capisce che un essere umano e' un essere umano.

Non esistono "clandestini": e' la politica razzista dei governi dell'Unione Europea che cosi' denomina - per poterle piu' agevolmente opprimere, sfruttare e perseguitare - persone innocenti che cercano solo di salvare e migliorare la propria vita: su questo pianeta siamo tutti cittadine e cittadini, nella famiglia umana siamo tutti fratelli e sorelle, nella vicenda dell'esistere siamo tutti compagne e compagni di vita, di un medesimo cammino la cui legge primaria e ineludibile e' il mutuo soccorso, il reciproco aiuto.


*

Riconosciamo il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro: e' l'unico modo per salvare innumerevoli vite, e' l'unico modo per restare - o tornare ad essere - umani noi stessi.


Ogni vittima ha il volto di Abele.


Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Il primo dovere di ogni persona, ed a maggior ragione di ogni istituto civile, e' salvare le vite.

Avete il potere di fare le leggi: rompere la complicita' con la strage, fate l'azione giusta: riconoscete il diritto di tutti gli esseri umani a giungere in Italia in modo legale e sicuro.

Un fraterno saluto, auspicando un impegno legislativo doveroso, necessario, urgente.




Peppe Sini,


responsabile del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo

lunedì 6 luglio 2015

Attuazione della Convenzione sui diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza: a che punto siamo?




Non sono confortanti, purtroppo, i dati raccolti dal Gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) e diffusi nell'ultimo rapporto di monitoraggio: 1 bambino su 7, in Italia, vive in condizioni di povertà assoluta; 1 su 100 è vittima di maltrattamenti; 1 su 20 assiste a violenza domestica quasi quotidianamente; solo il 13,5% dei bambini sotto i tre anni è iscritto all'asilo nido; molti, troppi, non possono accedere ai servizi sanitari ed educativi. E la situazione peggiora nelle regioni del Sud: Puglia, Sicilia e Calabria sono il fanalino di coda nella tutela dei diritti dei più piccoli.

Il raporto del CRC è giunto, quest'anno, alla sua ottava edizione ed è stato presentato, nei giorni scorsi, presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla presenza di Giuliano Poletti: “Ci sono bambini che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne conpromettono lo sviluppo fisico, mentale, scolastico e relazionale” , afferma Arianna Saulini coordinatrice del gruppo CRC e membro di Save the children, “Tra questi eventi, indicati come fattori di rischio, figurano condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure genitoriali inadeguate, violenza domestica ed esclusione sociale. Per questo chiediamo che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni del bambino, che vengano realizzate politiche adeguate per superare il divario territoriale nell'offerta educativa e di costruire un qualificato sistema integrato per l'infanzia e l'adolescenza, impegnando adeguati e stabili investimenti finanziari e introducendo un meccanismo permanente di monitoraggio della spesa”.

Il Piano nazionale dovrebbe occuparsi urgentemente della lotta alla povertà e dovrebbe occuparsi, in particolare, delle famiglie con figli minorenni: si registra, infatti, un divario tra i dati forniti dal Ministero riguardo i minori privi di un nucleo familiare e i dati del Dipartimento per la Giustizia minorile: incongruenze sui numeri, ma anche confusione e superficilità per quanto riguarda i motivi e le cause sugli affidi, sull'allontamento dalle famiglie, sulle comunità accoglienti e sui tempi di permanenza. Stessi problemi che si riscontrano a proposito dei minori stranieri non accompagnati (MSNA): nel 2014 sono sbarcati sulle coste italiane 26.122 minori e circa la metà di loro è risultata essere non accompagnata. Sono ragazzini tra i 15 e 17 anni, provenienti da Eritrea, Somalia, Egitto e Siria. Oltre 500, alla data di stesura del rapporto, sono ancora “parcheggaiti” nelle strutture di prima accoglienza, in attesa di una collocazione più stabile in comunità.

venerdì 3 aprile 2015

Una riflessione critica sul futuro del Forum sociale mondiale






di Vittorio Agnoletto, membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale





Fuori Israele dalla Palestina." "Boicottiamo i prodotti Israeliani" "No alla guerra, si ad una soluzione diplomatica" questi sono alcuni degli slogan che hanno caratterizzato la manifestazione dedicata alla solidarieta' con il popolo palestinese che ha concluso la XIII edizione del Forum Sociale Mondiale a Tunisi. Migliaia di giovani tunisini, in gran parte gli stessi protagonisti della primavera araba di quattro anni fa. Il Forum si e' concluso, come ormai e' consuetudine, con le assemblee di convergenza che hanno cercato di sintetizzare il lavoro svolto in centinaia di seminari e di stabilire un'agenda di mobilitazioni per il futuro prossimo. Ma a questo punto ritengo sia doveroso, soprattutto da parte di chi, come il sottoscritto, ha avuto delle responsabilità' nel movimento altermondialista provare a fare il punto, evitando pratiche autoconsolatorie. E' stato giusto venire a Tunisi, mantenere il Forum nonostante l'attentato e i comprensibili timori per la propria sicurezza. Abbiamo dato una dimostrazione esplicita di come i movimenti democratici non arretrano davanti al terrorismo, abbiamo contribuito ad aiutare i movimenti tunisini nel difficile sforzo di convincere il proprio popolo che il ritorno al passato, a regimi autoritari. non e' la soluzione per fermare il terrore e l'integralismo; c'e' un'altra alternativa fondata sulla partecipazione e l'impegno per la democrazia e la giustizia sociale. Tutto ciò' e' bene ed il Forum e' servito a questo. Ma se guardiamo in avanti, alle prospettive del Forum ciò' non e' sufficiente. Nei nostri incontri continuiamo a ripetere: che l'8,7% della popolazione controlla l' 85% della ricchezza mondiale e che al 69% più' povero resta solo il 2.9% della ricchezza del pianeta; che il potere globale e' nelle mani di un sistema finanziario controllato da qualche centinaia di multinazionali; che l'attuale modello di sviluppo porta l'umanità' verso l'abisso. Di fronte a tutto ciò' non basta trovarsi una volta ogni due anni e confrontarsi in centinaia di seminari spesso concentrati su singoli progetti gestiti da ONG; non basta che ciascuno racconti la propria esperienza e non basta nemmeno la costruzione di decine e decine di reti ognuna su un tema sempre più' specifico. Nel 2001 a Porto Alegre quando e' nato il Forum Mondiale le urgenze erano: comprendere le dinamiche della globalizzazione liberista, evidenziarne i protagonisti manifesti ed occulti, svelare il ruolo del FMI, del WTO, della Banca Mondiale ecc., scambiarci esperienze e conoscenze per costruire proposte alternative documentate, concrete e realizzabili. Per fare tutto ciò' era prioritaria la costruzione di uno spazio universale, pubblico e aperto di confronto. Oggi la situazione e' differente: i meccanismi e i protagonisti della globalizzazione liberista sono svelati, di proposte alternative ne abbiamo e sono anche concrete e realizzabili (se ve ne fossero le condizioni politiche), internet e le nuove tecnologie permettono ogni scambio d'informazione e di conoscenza e spesso anticipano quanto poi viene comunicato ai Forum. Oggi la situazione e' differente anche perché' la Storia non si e' fermata e le nostre peggiori previsioni sui destini collettivi si stanno realizzando. E allora ci serve altro, uno spazio pubblico di confronto non e' più' sufficiente. Ci serve la capacità' di organizzare delle vertenze globali sui terreni principali nei quali si muove il dominio liberista e dove maggiormente si sviluppa la conseguente sofferenza umana. Vertenze globali, in grado di unire i movimenti di ogni continente attorno ad obiettivi condivisi,precisi e pubblicamente dichiarati, seppure declinati seconda la propria specificità' territoriale, con un'agenda comune, azioni sinergiche e la capacità' di indicare, non in modo generico e sloganistico, chi sono i nostri avversari. Ogni organizzazione continuerà' ovviamente anche ad agire sulla propria specifica mission, ma il compito del Forum dovrebbe essere quello di individuare tre, quattro, massimo cinque campagne sui temi cruciali per il futuro dell'umanità' (ad es. il diritto al cibo e all'acqua, la lotta contro le politiche che producono i cambiamenti climatici, l'opposizione al dominio della finanza speculativa), attorno alle quali organizzare realmente una mobilitazione globale condivisa Restituendo in tal modo visibilità' ad un progetto politico complessivo alternativo al liberismo; ed in fondo proprio questo, seppure in un'altra epoca. era lo spirito originario di Porto Alegre, di Genova e del movimento dei forum sociali.

mercoledì 4 febbraio 2015

La dignità degli homeless



 
Un concorso e una mostra fotografica: "Ri-Scatti", è l' esposizione aperta al pubblico fino al 15 febbraio al PAC di Milano. 95 fotografie, selezionate tra numerosi scatti realizzati in due mesi da 11 uomini e due donne senza fissa dimora.  
Il progetto nasce da un'idea di
Federica Balestrieri giornalista Tg1 Rai e volontaria dell'Associazione Terza Settimana: iniziato lo scorso marzo 2014, ha offerto ai tredici homeless, selezionati dagli assistenti sociali del Centro Aiuto Stazione Centrale, la possibilità di partecipare ad un corso di formazione professionale della durata di due mesi, per apprendere l'utilizzo del linguaggio fotografico.
Il vincitore della competizione è
Dino Luciano Bertoli, senzatetto italo-argentino ospitato nel centro di accoglienza di via Saponaro gestito da Fratelli di San Francesco ed è stato premiato con una borsa lavoro della durata di sei mesi rinnovabili sino ad un anno per lavorare presso l'agenzia fotografica SGP di Stefano Guindani. Le foto esposte documentano la quotidianità di queste persone che hanno perso tutto: il lavoro, la famiglia, la casa, ma mai la dignità. Come trascorrono la giornata? dove dormono? dove si prendeono cura del proprio corpo? Ma le immagini portano lo spettatore a interrograsi sul loro Passato e sul loro Futuro, su quali siano le aspettative o i loro sogni...


Tra i promotori dell'iniziativa ci sono il
Centro Aiuto del Comune di Milano, l'Assessorato alle Politiche Sociali e quello Cultura, oltre alla SGP Stefano Guindani Photo ed Echo Photo Agency, e con il contributo di Tod's.


Le foto esposte saranno poi in vendita e il ricavato andrà all'
Associazione Terza Settimana e al Centro Aiuto Stazione Centrale che si occupano di senza fissa dimora e povertà. - See more at: http://www.vogue.it/people-are-talking-about/vogue-arts/2015/02/ri-scatti-una-mostra-sugli-homeless-al-pac#ad-image

giovedì 16 ottobre 2014

L'infanzia più povera




Oltre un milione e 400mila minori in stato di povertà assoluta in Italia: più marcata nelle regioni del Mezzogiorno (Calabria e Sicilia) dove la percentuale raggiunge quasi il 40%, un po' meno nelle regioni del Nord dove la percentuale è vicina al 15%. Questi sono i dati raccolti da una recente indagine effettuata da Save the children che si rivolge alle istituzioni con un appello con il quale si chiedono misure a sostegno del reddito a supporto delle famiglie, a partire dal potenziamento del sostegno di inclusione attiva. Valerio Neri, Direttore generale di Save the children Italia, ha infatti spiegato: “ Se gli ultimi dati sull'incidenza dei minori in povertà assoluta e relativa in Italia sono allarmanti, lo è forse ancor di più dover constatare che il nostro Paese si è caratterizzato negli ultimi anni per una profonda inefficacia degli interventi governativi che sulla carta avrebbero dovuto contrastare questo fenomeno. Non si tratta, quindi, solo di un problema di quantità di risorse messe a disposizione per interventi e politiche per la riduzione della povertà - risorse che sono andate diminuendo drasticamente e che solo nell'ultimo anno hanno registrato un'inversione di tendenza - ma soprattutto di come queste risorse vengono spese e di quanto siano efficaci nel riuscire a far emergere dal rischio di povertà i minori del nostro Paese”.

Il tema della povertà minorile è approfondito anche in un report, sempre a cura dell'organizzazione, dal titolo L'Atlante dell'infanzia – L'Italia sottosopra. I bambini e la crisi: si tratta di uno strumento e di un'agenda programmatica per raccogliere dati specifici sulla condizione dei bambini e degli adolescenti, in particolare nelle aree a rischio. Tutti giù per terra: la crisi dei consumi e dei servizi; Pimpirulin piangeva: la povertà minorile; Regina reginella: emergenza abitativa in Italia; Ambarabà ciccì coccò: la salute dei bambini ai tempi della crisi; Le belle statuine: la crisi dell'educazione in Italia; Oh che bel castello: come ripartire dall'infanzia: questi sono i titoli dei capitoli dello studio i cui temi principali riguardano, appunto, il default del welfare, l'immobilità sociale, le diseguaglianze in tema di sanità e di istruzione e tanto altro ancora, ma sempre in difesa dei diritti dei più indifesi.



Per scaricare il report: www.atlante.savethechildren.it

giovedì 26 giugno 2014

Un ambulatorio popolare per migranti e non solo


Cari lettori,


Pubblichiamo anche noi l'intervento del 6 maggio 2014 a cura dell'Ambulatorio Medico Popolare (www.ambulatoriopopolare.org) di Via dei Transiti di Milano, pronunciato in occasione del presidio contro la riapertura dei CIE e dei CARA a Milano, presidio che si è tenuto davanti alla Prefettura della capoluogo lombardo.

 

L'Ambulatorio Medico Popolare si trova in Via dei Transiti, 28 (MM PASTEUR) a Milano.

Apertura: Lunedì dalle 15.30 alle 19.00 e Giovedì dalle 17.30 alle 20.00

Telefono: 02-26827343

mail: ambulatorio.popolare@inventati.org


L’Ambulatorio Medico Popolare di via dei Transiti è un’associazione che dal1994 porta avanti la battaglia in difesa del diritto alla salute, lottando per un’assistenza sanitaria di base gratuita per tutti e praticando una solidarietà militante perché il fenomeno migratorio non sia affrontato solo come un problema di pubblica sicurezza, ma come esperienza di vita che italiani ed europei in primo luogo sperimentano e hanno sperimentato.

Quest’anno compiremo i 20 anni dall’apertura del nostro ambulatorio, esperienza che tanto ha in comune con molte altre, come quelle del NAGA e di Oikos.

In Italia ai migranti privi di permesso di soggiorno viene negata la tessera sanitaria, quindi per curarsi possono solo richiedere un codice chiamato STP (Straniero Temporaneamente Presente). Questo codice garantisce l’accesso alle cure farmacologiche e specialistiche urgenti ed essenziali, ma non l’assistenza di base: questo comporta l’impossibilità di ottenere le prescrizioni per esami o visite e quindi di mantenere sotto controllo patologie croniche. La regione Lombardia delega ad associazioni di volontariato questo problema, non facendosene carico in alcun modo.

SI nega così il diritto all’accesso alle cure di prima soglia ad un gruppo di uomini e donne, che nell’impossibilità di ottenerle seguendo un percorso sanitario “convenzionale” deve ripiegare su soluzioni di fatto di qualità inferiore, perché su base volontaria, e quindi con garanzie di professionalità e disponibilità relative. Si genera così una sorta di sanità di serie B, un accesso “dal retrobottega” alle cure mediche di base, indispensabili a tutti per garantire un’assistenza sanitaria continuativa e adeguata. Questo vale principalmente per i malati cronici, gli anziani e i bambini; questi ultimi due gruppi di assistiti solo da poco hanno trovato spazio nel SSN, anche se precario e poco garantito.

In questo scenario,l’assistenza sanitaria pubblica di base dipende dal permesso di soggiorno, che è a sua volta vincolato al possesso di un contratto e di un reddito lavorativo: questo spinge ad accettare condizioni di lavoro infime pur di conservare il permesso di soggiorno, un ricatto che trova la sua origine nelle leggi Bossi-Fini eTurco-Napolitano.

La nostra battaglia parte da qui, e date queste premesse, l’Ambulatorio Medico Popolare non può che sostenere la battaglia contro i CIE, che altro non sono se non dei lager di stato dove viene negato un altro diritto fondamentale, il diritto alla libertà.

L’Italia è un Paese senza memoria: ci siamo indignati per il naufragio del 3 ottobre e per il video che mostrava il trattamento di “disinfestazione” dei migranti nel CIE di Lampedusa, ci siamo indignati per la storia di Hellen e Joy, per i suicidi e le proteste delle bocche cucite, ci siamo puliti le coscienze alzando la voce da più parti per denunciare la vergogna di questi fatti. Passata l’indignazione, però, ci siamo di nuovo nascosti dietro parole come “centri di accoglienza” (CARA), per tacitare le nostre coscienze raccontandoci la bugia di strutture umanitarie dove ospitare temporaneamente i migranti, abbiamo ridato spazio e voce a politici e giornali che straparlano di “razzismo contro gli italiani” e di “emergenza migranti”.

Noi oggi siamo qui per fare in modo che la memoria non si perda, per ricordare che i CIE sono una vergogna e un abuso, per protestare, perché questo è l’unico modo per sperare che certi ignobili fatti non si ripetano.

Chiedere accesso alle cure mediche per tutti non significa solo lottare per il diritto alla salute, ma implica per noi sciogliere quel legame infido e infame che lega diritti, libertà, vita, lavoro, possibilità, sogni e aspettative ad un misero pezzo di carta, rilasciato da forze dell’ordine territoriali che nulla sanno di cosa voglia dire migrare o essere liberi, fisicamente e mentalmente.

Dobbiamo chiudere i CIE subito, chiudere i CARA subito, lasciare le persone libere di muoversi sulla terra, perché la terra è di tutti e non saranno i loro muri a fermarci o a dividerci.”


domenica 22 giugno 2014

Migranti abbandonati a Rogoredo (Milano)



Ci è pervenuta questa comunicazione da parte del Naga che riteniamo importante. La pubblichiamo chiedendovi, gentilemnte, di condividerla. Grazie.

La testimonianza dei volontari del Naga

Milano, 11/6/2014 Martedì 10 giungo mattina, arrivano chiamate al Naga che segnalano la presenza di “Africani” davanti alla stazione di Rogoredo.

Andiamo alla stazione quindi per cercare di capire cosa sta succedendo: due autobus provenienti da Taranto hanno scaricato davanti alla Stazione di Rogoredo persone provenienti da Gambia, Mali, paesi dell’Africa sub-sahariana e dalla Siria. Il viaggio da Taranto è stato "organizzato" dalla Prefettura di Taranto. Sono visibilmente affaticati, disorientati, scossi, molti non hanno neppure le scarpe e alcuni di loro hanno un numero attaccato ai vestiti. Così come sono scesi dalla barca, così sono adesso sul piazzale antistante la stazione.

Siamo in viaggio da 7 giorni”, ci racconta Prince della Nigeria “dopo un viaggio in mare, durato 5 giorni, siamo arrivati a Taranto, abbiamo compilato un foglio con i nostri dati anagrafici e poi ci hanno chiesto di metterci in fila”, continua “una fila era per le persone che volevano andare a Milano e una per chi voleva andare a Roma. Noi ci siamo messi nella fila per Milano perché ci avevano detto che c'erano delle strutture di accoglienza e siamo arrivati qui stamattina”.Ci hanno fatto salire su un autobus, abbiamo viaggiato tutta la notte poi ci hanno lasciato qui. Io non conoscono nessuno, sono solo, non so dove andare, vorrei solo lavarmi e dormire. Ci porteranno in un centro? Ci lasceranno qui? Non ci hanno detto nulla.” Ci chiede Dagmawy.

La sensazione di totale sospensione nel tempo senza la prospettiva neanche di mezz’ora è evidente: nessuno dei presenti sa dove si trova né cosa sta succedendo. Kwame ci chiede di poter usare il telefono per trovare, sul suo profilo Facebook, il numero di un amico che gli aveva detto di chiamarlo appena fosse arrivato. Kwame scorre messaggi gioisi che raccontano dei preparativi di una partenza, messaggi pieni di forza della volontà di avere un futuro diverso, di prendere in mano la propria vita e partire. Improvvisamente Kwame scoppia a piangere e ci mostra la foto sorridente che appare sul social network “Era un mio carissimo amico, l’abbiamo perso in mare nelle acque internazionali”.

La Questura di Milano arriva verso le 16.00 per avviare le procedure di identificazione e per chiedere se qualcuno vuole presentare domanda di protezione internazionale. Denunciamo con sconcerto quanto accaduto e l’evidente mancanza di un sistema minimo di accoglienza, denunciamo l’ipocrisia di un sistema che non volendo gestire il fenomeno migratorio cerca di lavarsene le mani e sposta le persone che arrivano nel nostro Paese con l’evidente obiettivo di non doversene occupare, sperando che, come per magia, che diventino invisibili.” Dichiara Luca Cusani, presidente del Naga presente a Rogoredo. “Facciamo appello alle Istituzioni affinché garantiscano a chiunque arriva un’accoglienza dignitosa non solo per rispetto della legge, ma per doveri minimi di umanità e solidarietà.” conclude il presidente del Naga.



martedì 10 giugno 2014

Donne, vittime sacrificali



Di Meriam abbiamo già parlato in un precedente articolo, ma vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su di lei perchè, come molte altre, è un simbolo: simbolo dell'ottusità culturale e politica, di una mentalità opportunista e retrogada. Meriam Yahya Ibrahim Ishaq, ha 28 anni ed è già madre di due figli, l'ultimo partorito in carcere e senza assistenza perchè lei, figlia di una donna etiope ortodossa e di padre musulmano, si è sposata con un uomo di religione cristiana. Questa storia si svolge in Sudan e il giudice di Khartoum ha deciso di applicare contro la giovane donna la sharia con l'accusa di apostasia, nonostante la costituzione del Paese africano sancisca, dal 2005, la garanzia dei diritti umani tra cui quello della libertà di culto. E così Meriam è stata condannata a morte anche se pare che il governo sudanese stia facendo un passo indietro dopo la mobilitazione della diplomazia internazionale. Anche il Presidente Giorgio Napolitano ha auspicato una revisione della sentenza sul caso di Meriam.  


Rimane, invece, il rammarico per non aver potuto salvare le ragazze indiane, stuprate e poi impiccate ad un albero: avevano tra i 14 e i 16 anni. Nei giorni scorsi sono stati arrestati cinque uomini, ma in prima battuta la Polizia non aveva seguito il caso con attenzione perchè le adolescenti appartenevano alla casta dei “dalit”, dei paria, e quindi non erano degne di considerazione. A distanza di pochi giorni, e sempre nello Stato dell'Uttar Pradesh, un'altra vittima di uno stupro di gruppo, poi appesa ai rami di un albero: sembra che il motivo sia da cercare in un mancato matrimonio tra la vittima e il figlio di un suo vicino di casa. Nel Nord del continente, una donna di 35 anni ha tentato di ribellarsi ad una violenza carnale ed è stata uccisa dai suoi assalitori. Era spostata e madre di cinque figli.

Non dimentichiamoci delle nostre sorelle nigeriane, ancora in mano al gruppo estremista di Boko Haram (anche di loro abbiamo parlato in un altro articolo): a fine maggio, precisamente il giorno 27, il capo di Stato maggiore della Difesa, Alex Badeh, aveva annunciato di sapere dove siano tenute sequestrate e non aveva aggiunto altro per non inficiare l'operazione che, secondo il militare, le riporterà a casa. 


Continua, infine, la strage di donne italiane: con un brutto neologismo, si parla ogni giorno di “femminicidio”. E, che si tratti di Paesi ricchi o di quelli poveri, la violenza contro le donne si annida nella crisi esistenziale dell'uomo (che ha perso la propria identità e la propria umanità) e nella crisi dei valori fondamentali (il rispetto per la vita prima di tutto); affonda le radici in una cultura e in una mentalità maschiliste e prevaricatrici. Ma non riguarda solo le donne colpite e uccise – e spesso i loro figli – ma tutta la società civile perchè in ogni donna c'è un potenziale di vita. E perchè le donne sono nutrimento e cura.

lunedì 5 maggio 2014

Quando i poveri rovinano il decoro



Verona non è razzista, Verona non è escludente: è vero che non si deve mai generalizzare. Infatti a Verona c'è chi aiuta un senzatetto con cibo caldo e coperte e chi, invece, dice che non si fa. E questo lo afferma proprio chi dovrebbe dare l'esempio, ovvero il sindaco, il primo cittadino, nel caso specifico Flavio Tosi. E' anche vero che l'elemosina non ha mai risolto i problemi alla radice, ma qui si discute il messaggio che è stato mandato, nei giorni scorsi, dall'Amministrazione comunale.

Con un'ordinanza che rimarrà in vigore fino al prossimo 31 ottobre, infatti, è stato proibita: “ogni attività di distribuzione di alimenti e bevande nelle aree di piazza Viviani, piazza Indipendenza (compresa l'area dei giardini), cortile del Mercato Vecchio, cortile del Tribunale e piazza dei Signori” pena una multa che va da un minimo di 25 euro a un massimo di 500.

La motivazione sarebbe la seguente: “ Come rilevato dalle relazioni della Polizia municipale e da numerose segnalazioni anche fotografiche dei residenti di queste aree erano diventate negli ultimi mesi ritrovo e zona di bivacco permanente di numerose persone senza fissa dimora, alcune note alle forze dell'ordine e già colpite da da provvedimenti di espulsione dal territorio nazionale. Nella zona è, quindi, aumentato in modo preoccupante il degrado urbano, con veri e propri accampamenti formati da materassi, resti di cibo, sporcizia ed un crescente pericolo igienico-sanitario dovuto ai bisogni fisiologici di coloro che bivaccano nelle ore serali e notturne”.

La questione fondamentale, quindi, non è che, anche in una delle città più ricche d'Italia, vi sia un certo numero di persone senza lavoro, senza casa e in gravi difficoltà, ma che queste persone siano visibili e, per di più, nella zona centrale, magari quella abitata dai benestanti e visitata dai turisti. Certo, un povero è sempre brutto, sporco e cattivo: meglio non guardare e non sapere. Anzi, la soluzione giusta è sanzionare ed escludere.

giovedì 20 marzo 2014

Senzatetto non più per strada



Via Aldini 74, Milano: un indirizzo utile e un progetto di recupero. Nel rione Vialba, a Quarto Oggiaro, in una scuola comunale dimessa da oltre sei anni, oggi vengono ospitate persone senza fissa dimora, grazie alla Fondazione Progetto Arca e a Medici Senza Frontiere.

Si tratta della prima esperienza a livello nazionale: l'istituto scolastico è sttao trasformato in una struttura che accoglie circa 90 persone in stato di emarginazione e gravi difficoltà, (italiane e straniere), in un edificio che si va ad aggiungere agli altri già attivi sul territorio milanese, quali: il Centro di Aiuto Stazione Centrale o la Casa dell'Accoglienza di Viale Ortles, 69. Ma il valore aggiunto della “casa” di Via Aldini consiste nel fatto che qui è presente un laboratorio che fornisce l'assistenza sanitaria di base 24 ore su 24: Medici Senza Frontiere, infatti, monitora costantemente la salute degli ospiti e se qualcuno, alla prima visita, ha bisogno di cure approfondite o specialistiche, viene indirizzato presso gli ospedali della città. Al progetto lavorano anche l'associazione Mia Milano in Azione che si impegna ad accogliere i senzatetto e Fondazione Patrizio Paoletti che finanzia il rifornimento dei pasti caldi.

Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, ha dichiarato: “ Nel 1999, MSF ha inaugurato il progetto Missione Italia per fornire assistenza sanitaria agli stranieri regolari e irregolari che si trovano nel nostro Paese con l'obiettivo di garantire l'accesso alle cure a queste persone e assistere chi sbarcava sulle nostre coste. Oggi, dopo oltre 13 anni di attività, le problematiche sociali, acuite a causa della attuale congiuntura economica, hanno spinto MSF a fare una riflessione sula necessità di intervenire non solo a favore dei migranti, ma delle persone più vulnerabili sul suolo italiano, senza distinzioni. L'invito da parte del Comune di Milano per un intervento medico sanitario all'interno del progetto di assistenza dei senzatetto nel periodo invernale ci è, dunque, sembrata l'occasione migliore per concretizzare un primo intervento di questa natura”. A queste parole si sono aggiunte quelle dell'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino: “ Questa struttura e questo ambulatorio sono un piccolo miracolo, nato da un progetto sinergico che ha coinvolto il Comune e tre associazioni e che da solo rappresenta il modello di politiche sociali che vorremmo. Oltre ad arricchire l'offerta di posti letto nelle settimane di maggiore freddo, questo edificio - per anni inspiegabilmente inutilizzato e recuperato a tempo di record grazie al grande lavoro di numerosi volontari tra cui molti senzatetto - diventerà un punto di riferimento per l'accoglienza di chi si trova in difficoltà tutto l'anno. Abbiamo l'obiettivo di far diventare questo posto un pensionato sociale per famiglie bisognose. Aver recuperato questo grande e spazioso edificio è già un grande passo avanti...Un contributo significativo contro la povertà al di là delle stagioni”.


I numeri utili a cui segnalare casi di persone che dormono per strada o per informazioni sui servizi offerti sono: 02-884.47.645 / 02. 884.47.646 / 02. 884. 47.647 attivi tutti i giorni dalle ore 8.30 alle ore 23.00



 




giovedì 13 marzo 2014

Nuovo rapporto Unicef e una canzone per la pace




Ogni bambino conta: rivelare la disparità, promuovere i diritti dei bambini”: questo il titolo dell'ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei minori nel mondo. Tessa Wardlaw, durante la presentazione dell'indagine a New York, ha sottolineato l'importanza delle statistiche per portare alla luce le situazioni in cui diventa urgente intervenire e per sostenere campagne di sensibilizzazione.

Le statistiche, infatti, hanno rilevato che alcuni segnali positivi ci sono: è aumentata, ad esempio, negli ultimi vent'anni, la frequenza della scuola primaria nei Paesi più poveri, ma sono ancora troppi i problemi gravi da risolvere per salvare la vita a tanti altri bambini o per migliorarne la qualità.

Solamente nel 2012, infatti, sono deceduti circa 18 mila bambini al giorno sotto i cinque anni per cause prevedibili (malattie infettive o malnutrizione); il 15% dei minori, in tutto il mondo, è costretto a lavorare; l'11% delle bambine si sposa prima di aver compiuto i quindici anni con uomini molto più grandi di loro che usano violenze fisiche e psicologiche sulle giovanissime mogli; in alcune nazioni, ad esempio in Ciad, 100 maschi frequentano la scuola secondaria, solo 44 le femmine.

Il continente africano, purtroppo, è ancora quello che detiene il primato più triste per quanto riguarda la mortalità infantile, mortalità dovuta a numerose cause: come detto, le malattie e la fame, ma anche la violenza a cui i minori sono sottoposti soprattutto se cresciuti in zone di guerra: vengono uccisi anche perchè arruolati fin da piccoli nelle fila degli eserciti tribali. I Paesi africani maggiormente colpiti da queste piaghe sono: la Sierra Leone che dal 2012 ha contato 182 vittime su mille; l'Angola, la Somalia e il Congo.



Proprio per promuovere la pace tra Cristiani e Islamici nella Repubblica Centrafricana Youssou N'Dour e Idylle Mamba hanno realizzato un video musicale con la canzone “One Africa”. Lui senegalese musulmano, lei centrafricana cristiana: due artisti che, attraverso la loro creatività, cercano di avviare il dialogo tra le due comunità religiose.

E' del 7 febbraio scorso la notizia del linciaggio di un musulmano che, cercando di fuggire dalla capitale della Repubblica centrafricana, Bangui, con altre migliaia di persone, è caduto dal camion su cui viaggiava ed è stato barbaramente ucciso. Sicuramente una canzone non è sufficiente per risolvere una situazione complessa e incancrenita come quella in atto da sempre in quest'area del mondo, ma il messaggio può arrivare forte e chiaro: le immagini del video mostrano manifestanti cristiani e islamici, imam e sacerdoti uniti in un abbraccio per lottare, insieme, per la pace mentre le parole del testo ricordano la storia del Senegal, nell'epoca in cui le persone che professavano le due religioni si rispettavano e vivevano in armonia. E il ritornello ripete: “Cristiani e Musulmani sono dello stesso sangue”...



 

mercoledì 8 gennaio 2014

Routine is fantastic. Donne


 

dols.it


Albania, Siria, Afghanistan, Pakistan, Myanmar, Libano, Iraq, Somalia: questi sono i Paesi e gli scenari in cui vivono le donne la cui vita è stata segnata dai conflitti, dalla violenza, dalla brutalità. Ma queste donne sono ancora capaci di portare, nella loro esistenza quotidiana, la luce della speranza e la tenacia di chi vuole andare avanti, nonostante tutto.

Sono riprese dallo sguardo, attento e sensibile, di Franco Pagetti in un'interessante mostra ancora in corso presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta, 61 a Milano. Una mostra, ad ingresso libero, visitabile fino al 12 gennaio e ad ingresso libero.

dols.it
Il titolo è: Routine is fantastic. Donne: “fantastic” nel senso di sorprendente perchè, come scrive il fotografo nella presentazione del lavoro: “ La straordinarietà di queste donne è il saper sempre anteporre le necessità altrui alle proprie. Sono donne che cercano il cibo e lo preparano, che portano l'acqua a casa e la sera, dopo le fatiche, riescono ancora a sorridere e trasmettere serenità”. L'obiettivo riesce a cogliere segni di amicizia, intimità, atmosfere di quieta normalità anche quando - nella maggior parte dei casi - si tratta di persone che trascorrono le giornate nei campi profughi e negli alloggi di fortuna per gli sfollati.

L'esposizione contribuisce alla campagna di raccolta fondi per l'UNHCR a sostegno delle donne rifugiate (per informazioni: liperni@unhcr.org, Giovanna Liperni): l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati protegge, infatti, i rifugiati, garantendo loro che non vengano rimandati in Paesi in cui la loro incolumità sarebbe in pericolo e fornendo l'assistenza necessaria affinché possano integrarsi nei Paesi d'asilo. Ogni passaggio della fuga verso un luogo più sicuro è particolarmente pericoloso per le donne e i bambini perchè - in condizioni di deficit economico, sanitario e scolastico - per loro è facile rimanere vittime di pratiche tradizionali primitive quali, ad esempio, le mutilazioni genitali o i matrimoni in giovanissima età. Se rientrano nel Paese d'origine, inoltre, le donne sono sempre escluse dai processi di ricostruzione post-bellica e incontrano difficoltà a rientrare anche nelle abitazioni o a tornare in possesso delle terre e dei propri beni.

pianetadonna.it
Come recita la Convenzione di Ginevra del 1951 è una rifugiato o una rifugiata: “Colui o colei che temendo, a ragione, di essere perseguitato/a per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino/a e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

E' bene ricordare che queste persone sono fuggite dal proprio Paese perchè perseguitate e sono costrette a vivere lontano dalle proprie radici, in condizioni di indigenza e sotto la continua minaccia di aggressioni e ricatti.

sabato 9 novembre 2013

10 proposte concrete per dichiarare illegale la povertà!




Come Associazione per i Diritti Umani vogliamo sostenere la campagna “Miseria ladra” promossa dal Gruppo Abele e da Libera di cui riportiamo il progetto e gli intenti già pubblicati sul sito di Libera.
Nell'ambito della campagna, per il prossimo 18 novembre, è previsto un incontro a Torino, alla Fabbrica delle "e" alle ore 21.00, con Luigi Ciotti, Marcelo Barros e Giuseppe De Marzo

Il nostro paese vive una condizione di impoverimento materiale e culturale insostenibile ed inaccettabile. I numeri più asettici dell'ISTAT ci informano che, nel 2012, 9 milioni e 563mila persone pari al 15,8% della popolazione sono in condizione di povertà relativa, con una disponibilità di 506 euro mensili (erano 8,173 milioni nel 2011 pari al 13,8% della popolazione). In condizione di povertà assoluta si trovano invece 4 milioni 814mila persone, pari al 7,9% della popolazione italiana (nel 2011 erano 3,415 milioni pari al 5,2% della popolazione). Parliamo di quasi un italiano su quattro costretto a vivere in una condizione in cui la dignità umana viene calpestata. Il 32,3% di chi ha meno di 18 anni è a rischio povertà. 723 mila minorenni italiani vivono già in condizione di povertà assoluta. È questo un dato intollerabile che dovrebbe farci indignare tutti e tutte. La diseguaglianza continua a crescere, con differenze territoriali che ripropongono la questione meridionale come uno dei temi sui quali intervenire urgentemente. Il sud infatti risulta drammaticamente più colpito ed impoverito dalla crisi. La disoccupazione nazionale oltre il 12%, al sud è nettamente superiore. Tra i 15/24 anni che cercano lavoro nel mezzogiorno, la disoccupazione è superiore al 41%. Le famiglie italiane si sono enormemente impoverite. Oltre il 60% delle famiglie ha ridotto la quantità e la qualità della propria spesa alimentare, mentre aumentano i casi di disoccupati e anziani costretti a rubare per mangiare. Oltre due milioni sono i cosiddetti Neet, giovani così scoraggiati dalla situazione che non studiano, non cercano più lavoro e non sono nemmeno coinvolti in attività formative. Aumentano enormemente la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, sino a raggiungere pratiche di neoschiavismo nei confronti dei lavoratori migranti e non, sia al sud che al nord del paese. Si rafforza il controllo dei clan malavitosi su molte attività economiche in crisi,costrette a "rivolgersi" ai prestiti dei mafiosi. Così come sono in drammatica crescita i crimini contro l'ambiente. Sono oltre 93 al giorno quelli denunciati che certificano l'aumento dell'impatto e dell'influenza delle ecomafie e che distruggono la nostra vera ricchezza: territori, beni comuni e biodiversità.
La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita finanziaria. La situazione risulta aggravata dalle attuali politiche in campo. Delocalizzazioni,dismissioni, privatizzazioni, austerità e vincoli di bilancio,riforme di welfare e pensioni, azzeramento dei fondi per il sociale e tagli nei settori dove maggiore è la domanda di servizi pubblici e sociali, hanno aggravato ulteriormente la crisi. Disuguaglianza e ingiustizia sociale ed ambientale stanno mettendo in crisi la nostra democrazia. Una società diseguale, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazioni della ricchezza nelle mani di pochi, attenta alla coesione sociale e incrementa la sfiducia istituzionale, affossa il principio di rappresentatività e scoraggia la partecipazione. I dati e la situazione di crisi politica fotografano una "guerra" dove la povertà materiale e culturale èla peggiore delle malattie, in senso sociale, economico, ambientale e sanitario.
"La costruzione dell'uguaglianza e della giustizia sociale è compito della politica nel senso più vasto del termine: quella formale di chi amministra equella informale chi ci chiama in causa tutti come cittadini responsabili. La povertà dovrebbe essere illegale nel nostro paese. La crisi per molti è una condanna, per altri è un'occasione. Le mafie hanno trovato inedite sponde nella società dell'io, nel suo diffuso analfabetismo etico. Oggi sempre più evidenti i favoriindiretti alle mafie che sono forti in una società diseguale e culturalmente depressa e con una politica debole." sostiene don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera.
La Costituzione ci impegna in tal senso a fare ognuno la sua parte. La lotta alla povertà va ripensata in termini di interdipendenza tra le persone,le specie e all'interno degli equilibri naturali dei nostri ecosistemi. Possiamo da subito portare avanti azioni di contrasto dal basso alla povertà. Il Gruppo Abele e Libera promuovono la campagna"Miseria Ladra" con tutte quelle realtà sociali, sindacali,studentesche, comitati, associazioni, movimenti, giornali e singoli cittadini/e, intenzionati a portare avanti le proposte contenute nel documento. Proposte concrete che da subito possono rispondere alla crisi materiale e culturale, rafforzare la partecipazione e rivitalizzare la nostra democrazia. 




Le dieci proposte per combattere la povertà si possono leggere sul sito di Libera, www.libera.it
 

lunedì 28 ottobre 2013

Fari puntati sui Rom



E' di qualche settimana fa la notizia del caso di Leonarda Dibrani: la quindicenne rom, espulsa dalla Francia, per essere rimandata in Kosovo, suo Paese d'origine. La ragazza è stata prelevata dalla polizia durante una gita scolastica a Parigi.
Leonarda viveva da cinque anni in un centro di accoglienza per richiedenti asilo politico, a Levier ai confini con la Svizzera, dove frequentava la scuola pubblica, mentre al resto della sua famiglia - i genitori e altri cinque figli - era già stata notificata l'espulsione. Il Presidente francese, Francois Hollande, aveva dichiarato: “Se Leonarda ne farà richiesta, le sarà garantita accoglienza in Francia, ma per lei sola”. Immediata la risposta da parte dell'interessata: “ Non tornerei in Francia da sola, non abbandonerò la mia famiglia. Non sono la sola ad andare a scuola, ci sono anche i miei fratelli e le mie sorelle”, quattro nati in Italia e la più piccola nata in Francia, secondo le dichiarazioni del padre.

Le conclusioni dell'inchiesta amministrativa ordinata dal Ministro dell'Interno, Manuel Valls, a proposito dell'espulsione confermano che sia stata: “conforme alle regole in vigore”.
Altro caso che ha visto i riflettori puntati sul popolo Rom, un caso diverso da quello precedente: una bambina bionda e dagli occhi chiari è stata trovata in un campo a Larissa, nella Grecia del nord, durante una perquisizione da parte delle forze dell'ordine.
Un uomo e una donna sono stati accusati per rapimento perchè il test del DNA ha provato che “Maria” (questo il nome dato alla bambina) non è figlia loro. I due hanno affermato di averla ricevuta in affidamento da una donna in stato di indigenza. Pare che la madre biologica di “Maria” sia stata trovata in Bulgaria e che abbia affidato la piccola ai due estranei proprio a causa della povertà.
Questi due fatti di cronaca hanno riacceso il dibattito sulle politiche da adottare nei confronti dell'etnia romanì: rom e sinti. E hanno contribuito a riaffermare alcuni stereotipi negativi, primo fra tutti quello che vede i Rom come “rapitori di bambini”. Soprattutto durante le numerose trasmissioni televisive in cui ospiti e opinionisti (!) prendono la parola, alcuni sottolineano che non si debba generalizzare, ma - continuando a discutere in maniera superficiale e poco corretta di questo argomento - il messaggio infarcito di pregiudizi continua a passare.
Come scritto dall'Associazione 21 Luglio in un suo ultimo rapporto, uno studio del 2008 dell'Università di Verona ha mostrato come dal 1986 al 2007, in Italia, nessun caso di presunto "rapimento" di bambini non rom da parte di rom e sinti si sia concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona.
Nessun bimbo
gagiò, dunque, è stato mai trovato nelle mani delle comunità rom e sinte in quell'arco di tempo. Ma se fosse vero il contrario? Se fossero le istituzioni a sottrarre i bambini rom alle proprie famiglie affidandoli in adozione alle famiglie della società maggioritaria?
Questa è la provocazione che si pone come base di discussione per un convegno che l'Associazione romana ha organizzato per il 29 ottobre e di cui vi diamo comunicazione.


Martedì 29 ottobre alle ore 17, a Roma, presso la sede della Regione Lazio (Sala Tirreno, via Rosa Raimondi Garibaldi 7, Palazzina C), l'Associazione 21 luglio organizza il convegno “Mia madre era rom”, nel corso del quale sarà presentato l'omonimo rapporto dell'Associazione, che analizza in maniera scientifica la situazione dei minori rom, a Roma e nel Lazio, che oggi non vivono più presso le proprie famiglie.

Dalla ricerca, realizzata in collaborazione con la
Facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona, emergono dati allarmanti, che mettono in risalto un flusso sistematico e istituzionalizzato di minori dalle famiglie rom a quelle non rom in attesa di adozione, "giustificato" dalle precarie condizioni abitative alle quali le comunità rom e sinte nel Lazio sono costrette dalle poliitche locali in atto.

Il rapporto, in particolare, si sofferma sulla presenza dei minori rom nelle storie che il Tribunale per i Minorenni di Roma ha affrontato dal 2006 al 2012.


Interventi di:
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca – Associazione 21 luglio

Rita VISINI, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Lazio

Melita CAVALLO, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma

Edoardo TRULLI, Vice Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali della Regione Lazio

Vito SAVASTA, Mediatore sociale