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martedì 10 novembre 2015

Fotografia: libertà di espressione, etica e e diritto alla dignità




L' Associazione per i Diritti umani ha partecipato al Festival di Fotografia etica che si è svolto a Lodi dal 10 al 25 ottobre.

Come ogni anno la manifestazione ha proposto al pubblico molte esposizioni di autori italiani e stranieri che lavorano sull'atualità, calandosi nelle situazioni più gravi che attanagliano l'umanità: conflitti, razzismi, malattie, miseria, per citarne solo alcune. Durante le giornate dedicate alla fotografia, gli organizzatori organizzano anche approndimenti e interviste; quest'anno abbiamo assistito ad un convegno dal titolo “Etica e fotografia: un rapporto complesso” alla presenza di Elio Franzini, Sandro Jovine, Gianmarco Maraviglia, Pirtro Collini, Lucy Conticello, Marco Capovilla e Emanuela Mirabelli.



Riportiamo, per voi, alcuni interventi.



Elio Franzini inizia citando Walter Benjamin il quale soteneva che la fotografia non ci fa cogliere il senso della realtà perchè è una risproduzione della stessa. Restituendo una interpretazione della realtà, non si consegna una verità reale. Ma la dimenticanza consiste nel fatto che la fotografia è una RAPPRESENTAZIONE per cui, quando si parla di fotografia o di un'immagine con una valenza comunicativa, la loro caratteristica è quella di racontare qualcosa che sta dietro, che rinvia ad un senso che non si esaurisce con l'immagine in sé. Per questo motivo tali immagini possono avere anche una certa pericolosità per il pubblico: qual è, infatti, il loro limite? C'è un limite per la rappresentazione?

C'è un modo etico POSITIVO che è quello di far intuire la storia sottostante; in questo caso l'immagine è simbolica, è una struttura di rinvio a qualcos'altro. Ma c'è anche un modo etico NEGATIVO: qui il fotografo deve chiedersi se la realtà ripresa è comunicativa oppure se è irrapresentabile. Alcuni oggetti non andrebbero ripresi perchè offenderebbero la sensibilità degli spettatori? Kant risponde a questa domanda, ponendo un limite soggettivo alla rappresentazione: non possiamo rappresentare ciò che ingenera in noi disgusto (che è un rifiuto anche fisico perchè i nostri sensi non accettano quell'immagine).

La risposta del filosofo, però, non è del tutto soddisfacente perchè c'è un altro problema: Lessing, già nel '700, scrive un Manifesto dell'immagine moderna in cui la rappresentabilità o meno di una scena dipendeva dai segni da cui era costituita. I segni dell'immagine sono icnici (non diacronici) per cui noi spettatori non recepiamo l'immagine come brutta o violenta. Ciò significa che il mondo delle immagini è pericoloso quando rappresenta lo sgardevole perchè l'immagine stessa non ha intrinsecamente quei segni che fanno accettare allo spetttaore ciò che è disturbante.
E' anche vero, d'altra parte, che il disgustante mette in luce la nostra mancanza di accettazione del Male. Il pittore Paul Klee si chiedeva: bisogna che tutto sia conosciuto? La risposta del Prof. Franzini è: “Io non lo credo”.



Pietro Collini lancia alcune provocazioni. Vedere, registrare, mostrare: questo sarebbe il motto del bravo fotografo. Ma questo non è possibile perchè l'obiettività assoluta non esiste, dato che – attraverso il background culturale, la fede politica o la religiosità – il fotografo è condizionato dalla propria vita, dalle esperienze, dalle opinioni e da questo nascono le manipolazioni delle immagini e dell'opinione pubblica.
Trovare sempre temi e stili nuovi: questo è l'imperativo della fotografia moderna e questo ha generato anche un'ansia nel professionista che – soprattutto da quando la fotografia si è accostata alla politica – ha iniziato ad usare maggiormente la tecnica (luci e colori), finendo col distaccarsi progressivamente dalla documentazione della realtà.



Marco Capovilla fa riferimento ai principi etici del giornalismo perchè anche la Fotografia deve adottarne i principi e le logiche. Esiste un codice di autodisciplina (che non è una legge dello Stato) affidato alle associazioni di categoria (la deontologia professionale), secondo cui anche il fotografo deve aderire ai fatti, deve essere onesto e imparziale, autonomo e indipendente e deve avere umanità nei confronti dei soggetti deboli rappresentati e consapevolezza della responsabilità sociale del proprio operato. Questo principi, come sappiamo, vengono spesso disattesi e con la fotografia è più facile violarli perchè le immagini sono maggiormente manipolabili grazie alla tecnologia.


Gianmarco Maraviglia dirige una rivista che si chiama “ECHO” perchè i grandi eventi di attualità lasciano un'eco per cui lui e i suoi collaboratori raccontano le conseguenze di tali eventi.
Racconta di un progetto intitolato “Break the silence” realizzato in Egitto, un paio di anni fa. Per realizzarlo ha ascoltato molto musica hip hop, ha seguito i ragazzi che usano gli skates e fanno parkour, ha frequentato il modo dei tatuatori: ha, cioè, ripreso un mondo underground egiziano, strettamente legato alla rivoluzione e ha dimostrato, con i suoi scatti, che quei giovani stavano mettendo in atto non tanto una rivoluzione politica, ma una rivoluzione socila,e culturale e di impegno civile.

Poco prima della sua partenza per l'Egitto, racconta Maraviglia, riceve una telefonata di intimidazione da parte dei Fratelli musulmani. Lui parte ugualmente e realizza il progetto. Viene contattato, dopo qualche tempo, dal Washington Post che pubblica le sue foto e, nel giro di qualche minuto, il suo account di Facebook viene riempito di insulti, soprattutto in linga araba. Cos'era successo? Era successo che la testata principale egiziana, El Watan, aveva preso le foto del Washington Post, modificate, manipolando titolo e articolo e aveva strumentalizzato politicamente il reportage.

Il fotografo racconta anche di un'esperienza professionale sui rifugi siriani di origine armena. Per realizzare questo progetto, ha cercato alcuni sopravvissuti alla battaglia di Kessab ed entra in contatto con persone che erano riuscite a scappare grazie all'aiuto di un'associazione: tra queste c'era un ragazzino che gli racconta la propria storia terribile. Appena usciti dalla ONG, il ragazzino gli passa un numero di telefono per prendere un appuntamento da soli: durante l'incontro dà al fotografo una versione totlamente diversa. Racconta che, in realtà, lui era scappato per sfuggire all'esercito di Assad che aveva messo in mano a tutti i bambini e ragazzi un fucile, ma lui non voleva andare a combattere al confine con la Turchia.

Questo esempio mette in luce il serio problema della propaganda.














domenica 18 ottobre 2015

Intervista ad Amedeo Ricucci su “La lunga marcia”, il viaggio insieme ai profughi siriani

 
 
 
 
 





La lunga marcia: questo il titolo del reportage e dello Speciale del Tg1 mandato in onda su Rai 1 lunedì 12 ottobre 2015. Un giornalista, un cameraman e una studiosa arabista hanno viaggiato insieme ai profughi siriani nel loro lungo, estenuante e pericoloso viaggio dal Paese in guerra al continente della presunta salvezza.

L'Associazione per i Diritti umani ha intervistato per voi Amedeo Ricucci e lo ringrazia sempre per la sua disponibilità.

Il giorno successivo alla messa in onda sulla RAI. Come si sente?



Mi sento stanco perchè è stato un lavoro lungo, faticoso e fatto in tempi record perchè abbiamo montato in 10 giorni, appena rientrati dal viaggio. Ma sono anche molto felice perchè gli Speciali del TG1 hanno vinto la seconda serata con quasi un milione di spettatori. Sono soprattutto contento del fatto che siamo riusciti nell'intento, credo, di comunicare al pubblico le forti emozioni vissute in questo viaggio, unico nel suo genere.



Qual è stato il tragitto de La lunga marcia e quali le peculiarità di questa esperienza?



Questo progetto è nato dal fastidio che provavo nel vedere tutti i giorni - nei Tg, sui giornali, sui media tradizionali – news e reportage sui migranti che arrivavano alle frontiere, e causavano problemi ai vari Stati. L'immagine che a me restava fissa in testa era quella del giornalista che stava in primo piano e dietro, sullo sfondo, un fiume di profughi: i profughi erano l'oggetto della narrazione, non il soggetto. Quindi l'idea è stata: proviamo a vedere se facendoli diventare il soggetto, cambia il tipo di narrazione giornalistica e se scopriamo aspetti inediti di questo fenomeno epocale. L'approccio è stato quello di raccontarlo, per la prima volta in Italia, da dentro, lungo un percorso iniziato dall'isola di Lesbo, seguendo il fiume e la rotta dei Balcani, direzione Germania.



Questo documentario può essere un'”alternativa” alle forme di informazione tradizionali?



Grazie alla rete, oggi, c'è una moltiplicazione delle fonti e questo ci obbliga - come lettori, cittadini, spettatori – a confrontare più atti di giornalismo. Il nostro è stato una forma di giornalismo partecipativo, un punto di vista che non esaurisce il problema, ma offre un aspetto interessante.



In che modo avete organizzato il viaggio e come vi siete spostati da un Paese all'altro?



Mi riferisco proprio a questo quando parlo di giornalismo partecipativo. Eravamo: io, Simone Bianchi (cameraman) e Silvia Di Cesare (arabista). Attorno a noi si è mossa una serie di persone che hanno dato un contributo in tempo reale, parlo dell'UNHCR (nella persona di Carlotta Zami) che ci ha fornito indirizzi uitli e, in Grecia, Alessandra Morelli che ci ha seguito con decine di telefonate al giorno. Oltre agli aiuti istituzionali, c'è stata tutta la rete della comunità italo-siriana alla quale attingo spesso perchè sono persone straordinarie e di grane generosità, che mi hanno fornito contatti e informazioni sui corridoi umanitari da seguire o da non seguire. Una delle cose più commoventi del viaggio è che i profughi volevano stare con noi a tutti i costi perchè avere vicino dei giornalisti dà loro una sorta di garanzia contro i soprusi della Polizia.

Mi fa capire, quindi, che i soprusi ci sono?



Ho visto abusi solo nel campo di Opatovach in Croazia, ma non metterei sotto accusa le forze dell'ordine.

Il problema è che il flusso migratorio è molto consistente, si parla di migliaia e migliaia di persone che tutti i giorni attraversano le frontiere e gli Stati, per cecità e menefreghismo, non vogliono attrezzarsi per aiutarli. Gli Stati provano ad arginare il flusso di profughi, a dirottarlo su strade secondarie, trattandolo come un problema di ordine pubblico quindi, se in un campo arrivano 6.000 persone da gestire e si è in pochi, la situazione diventa difficile. A questo si aggiunge un atteggiamento che non sempre è amichevole da parte delle forze dell'ordine...



Come commenta l'intervento della Russia in Siria?



Da giornalista cerco di attenermi ai fatti: tutti coloro che hanno vissuto il dramma della Siria fin dall'inizio, andando sul posto, avevano subito detto che la Siria era la madre di tutti i problemi del Medioriente, che ci fosse un risiko, un “great game” fra le grandi potenze e che questo avrebbe provocato, in Siria, sconvolgimenti molto più gravi di quelli che già c'erano. Purtroppo siamo stati bravi profeti.

Il problema della Siria poteva essere risolto 4/5 anni fa, all'epoca delle prime manifestazioni anti-regime; ci siamo ostinati, invece, a non intervenire, lasciando intervenire l'Iran e gli hezbollah libanesi e adesso siamo quasi ad una terza guerra mondiale.

L'intervento della Russia accelera la situazione ed è il segno evidente della debolezza di Assad che, proprio dal punto di vista militare, non ce la faceva più, sconfitto sia dai ribelli sia dagli jihadisti. L'intervento russo dà fiato ad Assad e anche all'Isis perchè stanno bombardando le formazioni combattenti non legate all'Isis e i terroristi, così, possono arrivare fino ad Aleppo, come sta accadendo.

La lunga marcia è servito a ribadire che i siriani non stanno scappando solo dall'Isis, ma principalmente dal regime di Assad.

martedì 9 giugno 2015

Il grande salto: dall'Africa subsahariana all'Europa



Un reportage esclusivo, per la RAI, di Amedeo Ricucci e Franco Ceccarelli, vincitore del Premio TV 2015: Il grande salto racconta le storie dei migranti che tentano di superare la triplice barriera che separa il Marocco dal sogno dell'Europa.

 
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto, per voi, alcune domande al giornalista. Ringraziamo moltissimo Amedeo Ricucci per la sua disponibilità.





Qual è l'importanza strategica della frontiera di Melilla?


La frontiera di Melilla è l'unico punto di contatto tra Europa e Africa ed è più facile da affrontare per i migranti che arrivano dall'Africa subsahariana perchè “basta” superare le tre barriere che difendono questa enclave spagnola. Un altro dato importante, a cui spesso non si dà rilievo, è il fatto che, per arrivare in Marocco, molti migranti - sempre dell'Africa subsahariana - non hanno bisogno del visto: ad esempio i senegalesi o i camerunensi.

Ceuta e Melilla, negli ultimi dieci anni, sono diventate due trampolini per arrivare in Europa anche se Ceuta è molto più militarizzata. I numeri di questa immigrazione non hanno nulla a che vedere con le cifre italiane: sono passati circa 3.500 migranti che sono ben poca cosa rispetto ai 50.000 che sono sbarcati sulle coste italiane da Lampedusa. E' interessante sottolineare che le rotte di immigrazione mutano a seconda delle possibilità che si creano: sono stato a Melilla nel luglio-agosto 2014 e la situazione in Libia stava precipitando e questo ha consigliato a molti migranti di trasferirsi dal Marocco verso la Libia per tentare da lì una traversata, visto che in Libia non c'erano più autorità in grado di bloccare i flussi attraverso un pattugliamento delle coste. Sempre a maggio-giugno dello scorso anno, a Melilla c'è stato un grosso flusso migratorio perchè allora si riusciva a passare, poi sono stati messi una rete protettiva e un fossato e questo ha reso più difficile il “grande salto”.




Ma proprio dal punto di vista pratico, come si possono superare le barriere? 
 


Alla barriera ci si arriva senza alcun problema; è protetta da delle garitte, dei posti di guardia dell'esercito marocchino e se ci arrivi alle quattro o cinque di mattina è possibile tentare di scavalcarla. Il problema è che bisogna scalarne tre.

In via teorica (in Spagna come in Italia) se tu metti piede su terra spagnola, dovresti essere salvo. Se la Guardia Civil ti ferma, dovresti aver diritto ad essere identificato e trasferito al centro di accoglienza di Melilla. Ma molte organizzazioni denunciano il fatto che, in realtà, la polizia marocchina e la Guardia Civil spagnola abbiano adottato comportamenti del tutto anticostituzionali, nel senso che alla polizia marocchina viene concesso di entrare a Melilla e lì le vengono consegnati i migranti che sono riusciti a toccare suolo spagnolo.

C'è, inoltre, un altro stratagemma: per un cavillo legale, le autorità di Melilla hanno stabilito che tu non sei su suolo spagnolo finchè non vieni a contatto con una guardia civil o con un rappresentante delle forze dell'ordine di Melilla, per cui se tu caschi dall'altra parte della rete, vieni preso dalla guardia marocchina e quella ti può riportare in Marocco. Il tutto si gioca sul filo del rasoio e ci sono organizzazioni dei diritti dell'Uomo – sia in Marocco sia in Spagna – che fanno attività importanti di denuncia di queste situazioni di irregolarità.



Le interviste per il reportage sono state realizzate in un luogo particolare...


Sì, sul monte Gurugù, un monte che sovrasta Melilla, con una foresta che lo ricopre e che si è, così, trasformato in una sorta di accampamento illegale dove i migranti – divisi per nazionalità – sostano in maniera irregolare.

La polizia marocchina fa delle retate, cerca di distruggere questi accampamenti provvisori, anche se di fatto è impossibile arrestare i flussi per cui si ricreano.

A Melilla si vedono le luci dell'Europa e la tentazione di arrivarci è molto più forte rispetto a quella di chi fa la traversata via mare. C'è chi tenta di arrivare in Europa otto, dieci, quindici volte; è gente che, ogni volta, si fa manganellare dalla polizia marocchina o che si fa arrestare dalla Guardia Civil. E c'è anche tanto fatalismo...


sabato 22 novembre 2014





Riceviamo questa comunicazione che riteniamo interessante, per chi è a Roma



Espulsi trattenuti. Gli esiti estremi dell’immigrazione in Italia
 

Presentazione del libro:

Crimini contro l’ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri

24 Novembre, ore 17 – Sala della Mercede, Via della Mercede 55




Un libro di denuncia politica e un reportage filosofico.

Un viaggio nei CIE, quei Centri di Identificazione ed Espulsione dove vengono trattenuti gli immigrati irregolari in attesa del ripatrio. Un limbo invisibile e nascosto, spesso collocato ai margini delle città, dove vengono relegate le vittime della Fortezza Europa. Nei CIE vengono private della libertà personale donne e uomini che non hanno commesso alcun reato. Esso è descritto come “campo”, e i detenuti sono chiamati "ospiti". Eppure troppo spesso siamo in presenza di un luogo del non diritto, dove la legge è emanazione diretta di chi ha responsabilità di controllo in quell'istante.

Ne parleranno con l’autrice del libro Donatella Di Cesare




On. Khalid Chaouki, deputato del PD, Coordinatore intergruppo immigrazione

On. Gennaro Migliore, deputato PD, Presidente Commissione d’inchiesta Centri di accoglienza

Roberto Zaccaria, Costituzionalista, ex presidente Rai, Presidente del Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati)

Simone Regazzoni, docente universitario, filosofo e scrittore

Gabriella Guido, coordinatrice della campagna “LasciateCIEntrare”

Modera: Iman Sabbah, giornalista di RaiNews

Donatella Di Cesare è professore ordinario di Filosofia Teoretica all’Università La Sapienza di Roma.

Per accreditarsi all’evento segnalare il proprio nominativo a Silvia De Marchi silvia.demarchi@camera.it





venerdì 6 giugno 2014

Ugo Panella. La poesia del cambiamento



 
 

La poesia del cambiamento è il titolo dell'ultimo lavoro fotografico di Ugo Panella, profondo conoscitore dell'Afghanistan e delle persone che vivono in quel Paese in condizioni difficili, nella paura, ma anche nella resistenza tenace ad un regime che toglie diritti e libertà.



La mostra è in corso fino al 15 giugno presso la Casa delle Culture del mondo, Via G. Natta, 11 a Milano

martedì-venerdì 10 -18.30

sabato e domenica 14 - 20



Abbiamo intervistato per voi Ugo Panella che ringraziamo tantissimo per il suo racconto e per averci regalato gli scatti che pubblichiamo.



Il titolo della mostra fa riferimento al cambiamento che sta avvenendo in particolare, grazie alle donne: in che modo le donne in Afghanistan stanno dando il loro apporto per stabilire pace, democrazia e libertà?                                       


L'Afghanistan è un Paese complicato, martoriato da 30 anni di guerra, percorso da interessi di ogni tipo, economici, militari, geopolitici...dove i signori della guerra, capi clan e signori della droga hanno fatto di quel conflitto la loro cassaforte personale. Fiumi di dollari confluiti con gli aiuti internazionali hanno molto spesso preso strade del tutto diverse da quelle per cui erano stati stanziati.
In questo scenario si muove una popolazione spogliata di ogni diritto e di ogni possibilità di accedere ad un minimo di benessere.
Le donne afgane rappresentano la parte sana di una società che subisce gli eventi. Lavorano, crescono i figli, si scontrano spesso contro una realtà che le vorrebbe sottomesse ed invisibili. Sono la parte sana della società e questa loro forza produce futuro. Un futuro difficile che non comprende parole come "democrazia e libertà", concetti ancora difficili per chi è abituato a tradizioni tribali radicate nei secoli.


Che cosa significa “legalità” in Afghanistan? E che importanza hanno avuto le recenti elezioni per la società civile?


Anche il concetto di " legalità " è del tutto irreale in uno scacchiere che prevede interessi di ogni tipo. Un paese in guerra, dove la trasparenza è un'illusione, si possono attivare affari di ogni tipo e non tutti legali.
Le recenti elezioni danno speranza di qualche possibile cambiamento. Ho visto soprattutto le donne convinte ed eccitate per la possibilità di cambiare in futuro il loro destino. In fila sotto la pioggia hanno atteso ore per poter votare. Felici di quel momento insperato. Con i figli in braccio e la sensazione di essere protagoniste di un momento importante. 




Come si è avvicinato alle persone che ha ritratto e le sue fotografie sono frutto di una scelta stilistica anche etica?


Le persone che ho ritratto sono il frutto di conoscenza, di rapporti costruiti in tanti viaggi con Pangea onlus... che da 12 anni ha avviato un progetto di microcredito alle donne, dando speranza e futuro a migliaia di famiglie che con quel piccolo prestito hanno potuto avviare attività economiche e attraverso corsi di formazione (diritti umani, sanità, alfabetizzazioni) avere anche la possibilità di costruirsi una consapevolezza laddove la società maschile le vorrebbe sottomesse.
Ho voluto raccontare la pace e non la guerra.
L'immaginario identifica l'Afghanistan come una terra di violenza e di miseria.
Ho preferito sfatare questo luogo comune attraverso immagini anche estetiche.
La bellezza concorre a creare la pace. Ho scelto un racconto nel quale s'intravedesse un quotidiano normale, sia pure in un contesto di guerra. La gente chiede normalità e la voglia d'inventare un futuro diverrso.


La fotografia di Laila che alza il burqa e si scopre il viso: quello scatto ha un valore simbolico?

La foto di Laila è assolutamente simbolica.
Quel gesto con il quale solleva il burqua, quel sorriso aperto e dolce...rappresenta la metafora di una liberazione da costrizioni e retaggi atavici. Una sfida alla vita.
Lei ha avuto un'esistenza difficile, con tre figli da mantenere, abbandonata dal marito.
Dieci anni fa viveva in una stamberga fatta di macerie. Entrata nel programma di microcredito di Pangea, ha costruito giorno per giorno un futuro allora insperato.
Oggi è una dirigente del progetto e forma altre donne, i suoi figli studiano, ha finalmente una casa con un piccolo giardino dove ha piantato le rose.
Laila è la dimostrazione tangibile di come si può rinascere anche dalle situazioni più disperate.


Dato che da anni segue il lavoro di Pangea, può parlarci anche del progetto “Casa Pangea” rivolto ai bambini?


   
CASA PANGEA è un progetto più recente e coinvolge tanti bambini ai quali si danno la possibilità di una crescita meno complicata. Hanno maestre che li seguono nell'alfabetizzazione, hanno un pasto caldo, giocano e si regala loro un'opportunità di vivere al meglio la loro infanzia.
In Afghanistan esistono migliaia di bambini che vagano nelle strade, tra mille pericoli,
senza che nessuno li accolga e senza nessun affetto. La violenza è la regola quotidiana.





mercoledì 12 marzo 2014

Ricchi di cosa, poveri di cosa? Burkina Faso, Senegal, Italia. Reportage teatrale tra giornalismo, fotografia e musica




testo e voce Livia Grossi

foto e video Emiliano Boga

musica Jali Omar Suso

scrittura scenica Emanuela Villagrossi

Emiliano Boga
 

Senegalesi che tornano a casa dopo anni di emigrazioni, lavori degradanti in Europa e tante umiliazioni; europei che decidono di andare in Burkina Faso per essere poveri sì, ma più felici. Questa la situazione paradossale che viene raccontata da Livia Grossi in un reportage che, alla forza della sua indagine giornalistica unisce le bellissime foto - un paio qui pubblicate – e i video di Emiliano Boga.
La giornalista del Corriere della sera accompagna gli spettatori in un viaggio reso affascinante anche dalle note della
kora (tipico strumento africano) di Jali Omar Suso che come tanti altri nel suo Paese è un “griot”, un cantastorie. Storie che dovremmo solo imparare ad ascoltare con attenzione.






Abbiamo intervistato per voi Livia Grossi che ci ha anche scritto:

Emiliano è stato il mio compagno di viaggio, amico e fotografo: è scomparso recentemente per un incidente. Ogni replica di questo reading la dedico a lui”.  



Quando è come si è sviluppato il suo progetto sul teatro africano?

Da oltre vent'anni viaggio per il continente africano, ma solo nel 2012 ho deciso di partire per il Burkina Faso, "il paese degli uomini integri", come l'aveva battezzato Thomas Sankara, ex presidente del Paese assassinato nel 1987. A farmi prendere la decisione di partire è stata una notizia a dir poco bizzarra: in Burkina, il 6° paese più povero al mondo, ci sono oltre 200 compagnie che lavorano e si mantengono facendo teatro. Per una giornalista come me che scrive di cultura e teatro è quasi una provocazione: ho deciso di prendere l'aereo e partire, ovviamente a mie spese , senza alcuna sicurezza di pubblicare l'articolo, fa parte del pacchetto 'rischi e libertà' del free lance.


Che cosa significa "fare teatro" nei paesi africani, in particolare in Burkina Faso e in Senegal?                        


In Burkina Faso, ma anche in Senegal spesso gli spettacoli sono un mezzo d’informazione e formazione sociale. Si parla di aids, emigrazione, infibulazione, decessi per parto, ma anche di come ci si cura con le erbe. Si fa teatro ovunque, sotto i baobab nei villaggi, in piazza tra la polvere rossa della strada, sotto le stelle del teatro della capitale Ouagadogou, o tra i panni stesi nella Casa della Parola di Bobo Doulasso, l'antica corte di Sotigui Kouyaté, il griot scelto da Peter Brook per il suo Mahabharata. Il teatro è essenziale per la vita del popolo burkinabé, e qui se c'è da pagare qualche centesimo per il biglietto nessuno si tira indietro, perchè tutti ne riconoscono il valore.
"Le “case della parola” nate nei villaggi come luoghi dove discutere responsabilità e conflitti, proprio come in tribunale, in Burkina Faso sono diventati palcoscenici dove raccontare e raccontarsi. La sede africana di quell’agorà, dove il Teatro delle Origini è nato. Un rito sociale antico che noi con il tempo abbiamo dimenticato, lasciando il palcoscenico a forme d’ intrattenimento non sempre di buon gusto".



Il teatro può essere una forma di giornalismo?


Certo, qui si fa teatro per conoscere tutto ciò che è utile sapere, e gli attori e i cantastorie (i griot), in qualche modo diventano miei colleghi. Come m'interessa ritrovare quel “Teatro delle origini” che al di là di ogni luogo comune, stabilisca una rinnovata forma di condivisione della realtà attraverso il racconto e la sua rappresentazione. m'interessa un “giornalismo delle origini”, capace di trasmettere, con sentimento e ragione, nuove e necessarie motivazioni. Da qui nascono i miei reportage teatrali, una forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una pagina di un magazine, con contributi fotografici, interviste in video e la giornalista che 'dice il pezzo' guardando negli occhi il lettore.



Quali sono, oggi, gli stereotipi sugli africani in Italia? Ed esistono anche stereotipi al contrario?


I media spesso fanno passare un'immagine che conferma e rassicura su posizioni di ricchezza e povertà. Il bambino nero con la pancia gonfia e la mosca sull'occhio e il bianco grasso e opulento con la sua Range Rover. Certo, questo è uno degli aspetti della realtà ma non l'unico. La seconda parte del mio reportage offre al lettore/spettatore un 'altro punto di vista. Racconto che in tempo di crisi l'emigrazione inizia a invertire le rotte.
I senegalesi incominciano tornare a casa perché il gioco non vale più la candela, gli italiani pensano all’Africa per fuggire da solitudine e povertà. Non sto ovviamente dicendo che gli aerei oggi si stanno riempiendo di italiani in fuga, ma cerco di far riflettere dando voce alle testimonianze di alcuni "emigrati al contrario": insegnanti precari tagliati dalla Gelmini che per sei mesi all'anno fanno imparare a leggere e scrivere ai bambini della spiaggia (i figli dei pescatori), ragazzi in cerca di futuro e socialità che aprono ostelli per viaggiatori zaino in spalla, e a chi con 300 euro di pensione dichiara: 'Ci vuole molto più coraggio a vivere in Italia con la mia pensione che stare in Senegal'. Un pensionato comasco che ho intervistato in un piccolo villaggio di pescatori, nella sede della sua associazione, un punto di riferimento per tutti i bambini di strada, qui possono avere una doccia, abiti puliti, cibarsi, giocare e imparare a scrivere in wolof e in francese. Tra un italiano e l' altro ci sono le testimonianze anche di alcuni senegalesi che dopo anni in Italia hanno deciso di tornare a casa, preferendo qualità di vita rispetto a qualche euro in più in tasca. Dal 2011 in Italia se ne sono andati circa 800mila immigrati , ma anche se i dati non sono mai certi, pare i numero siano destinato a salire.



Il lavoro si intitola Ricchi di cosa e poveri di cosa?: perché questa scelta?

Nel nostro Occidente alla deriva credo sia necessario pensare a una nuova definizione delle parole “ricchezza” e “povertà”, il Pil non può essere l'unica unità di misura; credo sia giunto, da tempo, il momento di chiedersi "Ricchi di cosa e poveri di cosa?", O meglio è questa la vera domanda a cui dovremmo impegnarci a rispondere. In scena dico: "Qui da noi la Festa oggi pare essere proprio finita, non ci resta che imparare a guardare con altri occhi". Il reportage non a caso inizia con il prologo (in video) dedicato a Thomas Sankara, “il Che Guevara africano”, con alcuni estratti del suo discorso sul debito pubblico.




Rai 3 domenica 9 febbraio 2014 ha dedicato la puntata di "Persone" , approfondimento del TG3,  registrata in occasione della messa in scena di "Ricchi di cosa?" all'interno dell'Edge festival Teatro/carcere.

Il link è :


La prossima data di "Ricchi di cosa e poveri di cosa" sarà il 15 marzo allo Spazio Har Baje, via Zuretti 47, nella stessa via dove è stato ucciso un ragazzo africano di 19 anni, per avere rubato un pacco di dolciumi da un chiosco. Abba. Dopo il reading ci sarà una cena africana.

Le nuove storie di resistenza al femminile di Livia Grossi saranno in scena per la prima volta allo Spazio Oberdan, di Milano il 19 marzo ore 20.15. per il festival Sguardi Altrove.