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lunedì 4 maggio 2015

Il “tira e molla” per i luoghi di culto




A distanza di una settimana dalla ricorrenza del 25 aprile in cui si è manifestato per ogni forma di libertà e a pochi giorni di Expo 2015 a Milano, torna in evidenza, nell'agenda politica, la questione della costruzione di nuovi luoghi di culto, soprattutto in Lombardia e nel capoluogo che accoglierà turisti provenienti da tutto il mondo e di ogni confessione religiosa.

A febbraio (come si legge nella nota in calce) il governo italiano ha impugnato la legge redatta da Roberto Maroni e dal Cosiglio regionale lombardo, legge definita “anti-moschee” in quanto andava ad intervenire con una serie di regole urbanistiche che, secondo Maroni, avrebbero contrastato l'abuso edilizio, mentre secondo gli oppositori, avrebbero violato il diritto di libertà religiosa.

Ovviamente il centrodestra ha fatto sentire la propria voce. “Renzi ormai impugna ogni legge di Regione Lombardia, che si tratti di moschee, sanità o di nutrie. E' solo ritorsione, ma non ci intimidisce”; gli ha fatto eco Matteo Salvini che ha su Facebook ha scritto: “Il governo ha impugnato la legge regionale lombarda che regolamenta i nuovi luoghi di culto, in particolare le moschee. Renzi e Alfano, ecco i nuovi imam”.

Al contrario per il segretario del PD lombardo, Alessandro Alfieri, “l'impugnativa era più che prevedibile perchè legiferare in modo ideologico e populista non può che portare a questi risultati” e Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano ha commentato con un “bravo Renzi” la decisione del governo.

Si prevede ancora battaglia, ma speriamo che le delibere vadano nella direzione della ragionevolezza e del rispetto di tutte le confessioni.




La nota del Governo:
Legge Regione Lombardia n. 2 del 03/02/2015  “
Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi” in quanto alcune disposizioni, al fine di regolamentare la realizzazione di  luoghi di culto e di attrezzature religiose nel territorio regionale, impongono agli enti rappresentanti di organizzazioni religiose una serie di  stringenti obblighi e requisiti che incidono sull’esercizio in concreto del diritto fondamentale e inviolabile della libertà religiosa, in violazione degli artt. 3, 8 e 19 della Costituzione, nonché dell’art. 117,  lett. c),  Cost.,  per invasione  nella competenza esclusiva dello Stato in materia di rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose. Tali disposizioni regionali violano inoltre l’art. 117, primo e secondo comma, lett. a), Cost., per contrasto con i principi  contenuti in trattati europei ed internazionali in materia di libertà di religione e di culto, nonché, prevedendo il coinvolgimento di organi statali preposti alla sicurezza pubblica, l’art. 117, comma 2, lett. h)  Cost., che riserva alla competenza esclusiva dello Stato la materia dell’ordine pubblico e della sicurezza e l’art. 118, comma 3, Cost., che affida alla sola legge statale il potere di disciplinare forme di coordinamento fra Stato e Regioni nella materia della sicurezza pubblica.

domenica 3 maggio 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MIGRANTI e ACCOGLIENZA A MILANO





Alla presenza di Pierfrancesco Majorino (assessore alle Politiche sociali) Caterina Sarfatti (legale presso il Comune di Milano) e LEMNAOUER AHMINE (regista)












DOMENICA 10 MAGGIO

ORE 17.30
presso



CENTRO ASTERIA
Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...
In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.

In questo incontro dal titolo MIGRANTI E ACCOGLIENZA A MILANO si affronterà il tema delle MIGRAZIONI: quali le politiche sbagliate in Europa, quali quelle locali per l'accoglienza dei migranti, profughi e dei rifugiati. Come Milano ha accolto i siriani e gli etiopi e molto altro. Presentazione del dossier “Milano, come Lampedusa?” con inserti del documentario intitolato “La trappola”.



IL DOSSIER


Migliaia di profughi attraversano il Mediterraneo per raggiungere l'Europa. Molti di loro approdano a Milano che è terra di passaggio e spazio umanitario da cui ripartire per raggiungere i Paesi desiderati. Questo libro racconta il vissuto delle fatiche, speranze, difficoltà e delle assenze di alcuni e distrazioni di altri.


PIERFRANCESCO MAJORINO

  
   
Pierfrancesco Majorino, politico e scrittore, è nato a Milano, città dove vive e lavora, nel 1973.
Dal 2011 è l'Assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute della Giunta Pisapia e Vicepresidente nazionale della Rete Città sane.
E' membro dell'Assemblea nazionale del Partito Democratico.

 

CATERINA SARFATTI

Legale e consulente del Comune di Milano. Precedentemente ha fatto parte del Consiglio d'Europa per i rifugiati e della Fédération Internationale des Droits de l'Homme.


LEMNAOUER AHMINE

Ahmine nasce in Algeria ma vive da anni in Italia, dove si è trasferito definitivamente nel 1994. Segue corsi sul cinema e sulla TV. Dopo una lunga esperienza come pubblicitàrio, approda alla realizzazione di documentari per la TV, che raccontano spesso il viaggio e l'incontro. I suoi lavori sono stati premiati in vari festival nazionali e internazionali.






venerdì 24 aprile 2015

I bambini sanno: domande e risposte semplici e vere...dai più piccoli

 
 





Il nuovo documentario di Walter Veltroni, dal titolo I bambini sanno, è appena uscito nelle sale cinematografiche e fa riflettere il fatto che un uomo, adulto, padre e con un ruolo pubblico importante si ponga all'altezza di bambino per cercare risposte e domande. Gli occhi, le espressioni, i gesti delle bimbe e dei bimbi riportano tutto ad una dimensione più umana, vera, genuina.

Un lavoro interessante perchè affronta temi seri e universali, ma anche perchè li dipana senza infrastrutture ideologiche. Dare voce ai piccoli è come ritornare ad un terreno incontaminato, da dove si può ripartire per un futuro migliore.


L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Walter Veltroni e lo ringrazia per questa opportunità.




Da quale assunto nasce il soggetto di questo documentario?

 

Sono sempre stato molto affascinato dai bambini. Mi piace la loro purezza, il loro modo di vedere le cose. Si pongono tantissime domande. Anch’io lo ricordo sulla mia pelle, quando ero piccolo e mi ritrovavo la notte da solo nella mia stanza al buio, quello era il momento delle domande, la vita, la morte, la religione…Mi interessava capire come ci vedono i bambini, come vedono il nostro paese oggi.



Dove ha incontrato i bimbi che ha ripreso e perché la scelta di parlare con gli adulti e i cittadini di domani?


Abbiamo visto 350 bambini in tutta Italia, alla fine ho scelto trentanove bambini dagli 8 ai 13 anni. In quella fascia d’età si interrogano su tutto poi, dopo i 13 anni, cominciano a darsi anche le risposte, per questo mi interessavano i bambini proprio di questa età. Sono all’avvio della vita, sono puri ma, allo stesso tempo, hanno una grande profondità.



Certo che ha posto loro domande impegnative...da qui il titolo del documentario: ce lo vuole spiegare?



Per il titolo sono partito da una citazione di Saint Exupéry: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stufano di spiegargli tutto ogni volta.” Ho scelto il titolo prima di girare le interviste ma dopo ho capito che era giusto, che funzionava. Ho posto delle domande su temi complessi, la crisi, la religione, l’amore, l’omosessualità. I bambini hanno un loro sguardo su tutto, rispondono con grande semplicità ma, allo stesso tempo, le loro affermazioni sono dirette, efficaci, sorprendenti, oneste.

 

Interessante che un uomo adulto si confronti con i più piccoli: quale può essere, o dovrebbe la comunicazione oggi tra generazioni diverse?



Credo che oggi ci sia poca comunicazione fra generazioni. Prendiamo il caso dei bambini, noi adulti non li ascoltiamo mai veramente e invece loro hanno una grande quantità di cose da dire. Nelle interviste del film mi pare si siano sentiti liberi, ascoltati davvero. Se prendevano una strada, li seguivo, andavo insieme a loro. A parte la timidezza iniziale, erano a loro agio, nelle loro stanze mi hanno raccontato anche cose che non avevano mai detto a nessuno.

La comunicazione fra generazioni diverse ci aiuta a capirci meglio. Una bambina, dopo aver visto il film ha detto: “Spero di portarci i miei genitori così mi capiranno meglio.” Questa frase ci ha colpito a tal punto che abbiamo deciso di metterla sul manifesto del film.


C'è un messaggio che vuole mandare, attraverso questo suo ultimo lavoro, a chi come lei si occupa di politica?


Direi che bisogna saper ascoltare e sapere quanto bisogno ci sia di comunità oggi.




martedì 7 aprile 2015

Palestina, il voto italiano e le due letture dalla Terrasanta. Saeb Erekat e Yael Dayan: bene il riconoscimento. Ma Israele plaude per il contrario




di Umberto De Giovannangeli, L'Huffington Post

 


La “limatura” dei verbi, l’edulcorazione di alcuni passaggi, le due mozioni che sembrano eludersi a vicenda, tutto questo relativizza ma non cancella la sostanza politica dell’evento consumatosi oggi a Montecitorio: dopo Francia, Spagna, Gran Bretagna, Danimarca, Portogallo, Irlanda, Belgio, Svezia, Lussemburgo, anche il Parlamento italiano si è espresso per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Decisione sofferta, ritardata, con contraddizioni interne, ma la cui valenza politica, oltre che simbolica, non sfugge al Governo israeliano che puntava molto sull’ "amico Matteo” perché l’Italia non si unisse, neanche con qualche distinguo filoisraeliano, al coro dei “filopalestinesi”.
Così non è stato. O almeno questa è la lettura di chi vede il bicchiere mezzo pieno (sul fronte palestinese) rispetto al voto di Montecitorio. Quel voto intenderebbe rappresentare anche un sostegno a “Lady Pesc”, Federica Mogherini, che non ha mai nascosto la sua speranza di veder nascere uno Stato palestinese, a fianco d’Israele, durante gli anni del suo mandato di Alto Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea.
Il voto porta con sé strascichi di politica interna, di letture “retrosceniste” sulle dinamiche interne alle varie anime del Partito Democratico, sulla spaccatura nella maggioranza poi ricomposta, almeno all’apparenza, con il parere favorevole del governo a due mozioni: quella Pd, sostenuta anche da Sel, che ha ottenuto 300 voti favorevoli e 45 contrari; e quella stilata da Nce e Ap-Sc, approvata con 237 voti favorevoli e 84 contrari, e che ha già aperto discussioni sul “messaggio” che la fronda di sinistra pieddina ha inteso lanciare al premier “decisionista”.
Strascichi, per l’appunto. Perché la sostanza è ben altra e investe il senso di marcia della nostra politica estera, soprattutto nell’area per noi più nevralgica, sul piano geopolitico e per la difesa degli interessi nazionali: il Vicino Oriente. Un Vicino Oriente in fiamme: dalla Libia alla Siria, dall’Iraq alla Palestina. Ad affermarsi, nel mondo arabo, sono “Generali” o “Califfi”, mentre in difficoltà, se non in rotta, sono le leadership moderate. Come quella del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). L’ "intifada diplomatica” da lui voluta era ed è anche una risposta alle spinte militariste che prendono corpo dall’azione dei “lupi solitari” palestinesi e, soprattutto, dall’affermarsi anche in Cisgiordania e a Gaza dei gruppi salafiti vicini allo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.
"C’è il diritto dei palestinesi a un loro Stato e il diritto dello stato di Israele a vivere in sicurezza di fronte a chi per statuto vorrebbe cancellarne l’esistenza. La soluzione è quella dei due Stati, per la quale la comunità internazionale si pronuncia da tempo, il che vuol dire il diritto dei palestinesi a un loro Stato e il diritto dello Stato di Israele a vivere in sicurezza, di fronte a chi vorrebbe addirittura per statuto cancellarne la stessa esistenza", ha rimarcato il titolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, nel suo intervento in Aula.
Il testo presentato dai democratici impegna il governo "a continuare a sostenere in ogni sede l'obiettivo della Costituzione di uno Stato palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo Stato d'Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo". C'è quindi l'impegno per il governo a "promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, tenendo pienamente in considerazione le preoccupazioni e gli interessi legittimi dello Stato di Israele".
Un messaggio, quest’ultimo che intendeva essere rassicurante per il governo israeliano. E in parte c’è riuscito, vista la prima reazione a caldo dell’Ambasciata d’Israele:
Accogliamo positivamente – recita una nota dell’Ambasciata - la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi, sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace. Così come scritto all'inizio della mozione: "La soluzione potrà essere raggiunta soltanto attraverso i negoziati". Tutti i governi d'Israele, a partire dagli accordi di Oslo, hanno accettato e fatto propria l'idea di due Stati per due popoli. Dopo le elezioni e la formazione di un nuovo governo in Israele a marzo , è necessario che i palestinesi decidano di tornare al tavolo delle trattative senza precondizioni, per portare avanti la pace e la sicurezza fra i due popoli”.
Resta il fatto che la nota dell’Ambasciata israeliana glissa sul fatto che, nella mozione Pd, si fa esplicito riferimento a uno Stato palestinese “con Gerusalemme quale capitale condivisa” e a uno Stato “sovrano entro i confini del 1967”: due punti su cui il governo israeliano in carica si è detto sempre contrario.
Di segno opposto a quella della sede diplomatica dello Stato ebraico a Roma, sono le reazioni, e le letture, date a caldo dai palestinesi e dagli israeliani aperti sostenitori del dialogo. “Il voto del Parlamento italiano è un atto politico importante, che può dare un nuovo impulso al negoziato e far capire ai governanti israeliani che l’Europa intende giocare un ruolo da protagonista nello scenario mediorientale”, dice all’Hp il capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat. “Il problema - aggiunge Erekat – non è dichiararsi a parole favorevoli al negoziato, ma esserlo con i fatti. E ogni atto compiuto dai governanti israeliani è andato nella direzione opposta: dalla colonizzazione dei Territori all’assedio di Gaza”.
Sulla stessa lunghezza d’onda è Yael Dayan, scrittrice israeliana, più volte parlamentare laburista, una delle 800 personalità israeliane firmatarie di un appello rivolto all’Europa perché riconoscesse lo Stato di Palestina. “Apprezzo la scelta del Parlamento italiano – dice la figlia dell’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan, raggiunta telefonicamente a Tel Aviv dall’Hp – e da israeliana che ha combattuto per la sicurezza del proprio Paese, non la considero un atto di ostilità, ma al contrario di amicizia verso Israele. Penso questo perché sono convinta che la nascita di uno Stato palestinese non rappresenti un cedimento al “nemico” ma un investimento sul futuro per Israele. Un futuro che le destre mettono a repentaglio, riproponendo una politica fondata su una cultura militarista, cavalcando l’insicurezza e vendendo una illusione: quella di una pace a costo zero”.
È terribile odiare ed essere odiati per così tanto tempo. È estenuante occupare ed essere occupati per così tanto tempo. Questa liberazione riguarda anche noi israeliani”, le fa eco David Grossman, tra i più affermati scrittori israeliani, anche lui, come Yael Dayan, tra i promotori dell’appello all’Europa.
Resta la rabbia dei falchi. Il pronunciamento del Parlamento italiano interviene nel vivo della campagna elettorale in Israele – si vota il 17 marzo – e a pochi giorni dal viaggio negli Stati Uniti di Benjamin Netanyahu – parlerà al Congresso ma non sarà ricevuto dal presidente Barack Obama – e stride con quanto sostenuto dai leader delle destre dello Stato ebraico, decisamente ostili, per ragioni ideologiche o di sicurezza, alla nascita di uno Stato palestinese, con o senza negoziati diretti. Un tema, questo, che è parte della campagna elettorale in corso, nella quale le destre sottolineano che non c’è differenza fra Hamas e l’Isis, e che Abu Mazen ha scelto di “governare con i terroristi (Hamas, ndr) sacrificando la pace”.
Sul versante opposto, il leader dei Laburisti, Yitzhak Herzog, mette in evidenza come “le chiusure di Netanyahu hanno rafforzato gli estremisti nel campo palestinese e incrinato le relazioni tra Israele e l’Amministrazione Obama”. Herzog ha anche annunciato che, se diventerà primo ministro, si farà promotore di un “piano Marshall” per la smilitarizzazione e la ricostruzione di Gaza.
In proposito, a sei mesi dal cessate il fuoco che ha messo fine all’operazione “Protective Edge”, Oxfam ha lanciato l’allarme sulla disperata situazione in cui ancora versano gli 1,8 milioni di persone che vivono nella Striscia, a causa delle carenze e progressive riduzioni delle quantità di materiali da costruzione in entrata a Gaza. A farne le spese sono le circa 100.000 persone, di cui la metà bambini, che ancora sono costrette a vivere in rifugi e sistemazioni temporanee, mentre decine di migliaia di famiglie vivono in abitazioni gravemente danneggiate dai bombardamenti della scorsa estate. Senza la fine del blocco israeliano a Gaza - avverte l’Ong con sede centrale a Londra - ci vorrà oltre un secolo per completare la ricostruzione di case, scuole e ospedali.
Herzog – un dei leader del “Blocco sionista” di centrosinistra - ha anche sottolineato che “pace e sviluppo degli insediamenti sono tra loro inconciliabili”. L’esatto opposto di ciò che pensano, e fanno, le destre israeliane. Secondo uno studio dell’associazione israeliana Peace Now, i bandi per le nuove costruzioni sono triplicati dal 2013 rispetto al precedente governo, sempre guidato da Netanyahu. Sono state fatte 4.485 gare d’appalto nel 2014 e 3.710 nel 2013 (2007 erano state meno di 900). L’incremento demografico annuale dei coloni è di circa il 5,5%, contro l’1,7% degli altri israeliani.
Le considerazioni avanzate dal leader laburista israeliano sullo stato (pessimo) dei rapporti tra Netanyahu e Obama trovano conferma nelle parole della la consigliera per la sicurezza nazionale del presidente Obama, Susan Rice, secondo cui la visita che il premier israeliano farà a Washington il 3 marzo sarà "distruttiva". E a Netanyahu, che rilancia la linea “interventista” contro l’Iran, il segretario di Stato Usa, John Kerry, risponde seccamente: ci ha spinto a invadere l’Iraq, visto com’è finita?
Per il riconoscimento dello Stato di Palestina si batte da tempo Mairead Corrigan Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976: “Se i governi europei avessero un sussulto d’orgoglio, se credessero davvero a quei principi universali di cui si fanno vanto – afferma Maguire – allora non dovrebbero perdere un attimo in più e seguire l’esempio svedese, compiendo un atto riparatorio che sarebbe dovuto accadere già da tempo: riconoscere lo Stato palestinese. Per farlo non c’è bisogno del “permesso” d’Israele”.


sabato 22 novembre 2014





Riceviamo questa comunicazione che riteniamo interessante, per chi è a Roma



Espulsi trattenuti. Gli esiti estremi dell’immigrazione in Italia
 

Presentazione del libro:

Crimini contro l’ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri

24 Novembre, ore 17 – Sala della Mercede, Via della Mercede 55




Un libro di denuncia politica e un reportage filosofico.

Un viaggio nei CIE, quei Centri di Identificazione ed Espulsione dove vengono trattenuti gli immigrati irregolari in attesa del ripatrio. Un limbo invisibile e nascosto, spesso collocato ai margini delle città, dove vengono relegate le vittime della Fortezza Europa. Nei CIE vengono private della libertà personale donne e uomini che non hanno commesso alcun reato. Esso è descritto come “campo”, e i detenuti sono chiamati "ospiti". Eppure troppo spesso siamo in presenza di un luogo del non diritto, dove la legge è emanazione diretta di chi ha responsabilità di controllo in quell'istante.

Ne parleranno con l’autrice del libro Donatella Di Cesare




On. Khalid Chaouki, deputato del PD, Coordinatore intergruppo immigrazione

On. Gennaro Migliore, deputato PD, Presidente Commissione d’inchiesta Centri di accoglienza

Roberto Zaccaria, Costituzionalista, ex presidente Rai, Presidente del Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati)

Simone Regazzoni, docente universitario, filosofo e scrittore

Gabriella Guido, coordinatrice della campagna “LasciateCIEntrare”

Modera: Iman Sabbah, giornalista di RaiNews

Donatella Di Cesare è professore ordinario di Filosofia Teoretica all’Università La Sapienza di Roma.

Per accreditarsi all’evento segnalare il proprio nominativo a Silvia De Marchi silvia.demarchi@camera.it





lunedì 27 gennaio 2014

Verso l'abolizione del reato di clandestinità




Con 182 sì, 16 no e 7 astenuti è passata in Senato, nei giorni scorsi, la norma che abroga il reato di immigrazione clandestina, ma si mantiene il “rilievo penale delle condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi adottati in materia”. Il reato, quindi, da una lato viene abolito e, dall'altro, viene trasformato in illecito amministrativo.

Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, ha spiegato: “Chi per la prima volta entra clandestinamente nel nostro Paese non verrà sottoposto a procedimento penale, ma verrà espulso. Ma, se rientrasse, a quel punto commetterebbe reato” e ha precisato che: “Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti e questo non solo per ragioni di ordine pubblico, ma anche per motivi umanitari. A persone che cercano di sfuggire da situazioni di estrema indigenza e spesso disumane dobbiamo garantire un'ospitalità dignitosa. Occorre, invece, continuare a punire con severità chi sfrutta e favorisce questi fenomeni migratori incontrollati che possono causare tragedie come quelle di Lampedusa”; infine, dal punto di vista tecnico, Ferri ha aggiunto: “ La sanzione penale appare sproporzionata e ingiustificata e quella pecuniaria è di fatto ineseguibile considerato che i migranti sono privi di qualsiasi bene. Oltretutto il numero delle persone che potrebbero essere potenzialmente incriminate sarebbe tale da intasare completamente la macchina della giustizia penale, soprattutto nei luoghi di sbarco”.

L'Onorevole Khalid Chaouki, esponente dei Nuovi Italiani del Partito Democratico, ha così commentato il voto della Commissione Giustizia: “Con il voto al Senato inizia un percorso che, in tempi brevi, dovrà cancellare questo odioso reato che criminalizza i sopravvissuti alla drammatica tragedia di Lampedusa e porre le basi per una nuova legge sull'immigrazione”.

L'emendamento è stato presentato dal Movimento 5 Stelle che ha precisato: “Rimangono in piedi tutti i procedimenti per l'espulsione e tutte le altre fattispecie di reato collegati, compresi dalla Bossi-Fini. Alla prova dei fatti il 'reato di clandestinità' non ha risolto nulla aggravando solo i costi per la Giustizia con meno sicurezza per le strade, senza combattere il fenomeno e lo sfruttamento legato a quest'ultimo, addirittura aggravandolo...Con questo procedimento il clandestino rimane clandestino, ma sarà più facile procedere con le espulsioni. Con questo emendamento le espulsioni dei cittadini irregolari potranno procedere per via civile, senza inghippi, senza inutili spese burocratiche (che gravano sulle tasche dei cittadini italiani), chi troverà persone in mezzo al mare potrà salvarle senza incorrere in nessun tipo di reato. Non lasceremo più morire nessuno in maniera inumana, ci sarà più sicurezza, più legalità, più umanità”.

La Lega Nord ha risposto a queste parole e a questo voto promettendo battaglia:

L'abolizione del reato di clandestinità è una vergogna”, ha affermato Massimo Bitonci, chiedendo che il Ministro Alfano e tutto il Pdl “siano coerenti con quanto fatto e detto fino ad oggi” e che sia posto rimedio a “questo grave errore”.

venerdì 12 luglio 2013

Khalid for president ! : il documentario





Khalid Chaouki

Khalid for president ! ripercorre le tappe del percorso, politico e personale, di Khalid Chaouki, giornalista italiano di origine marocchina e primo deputato italiano di Seconda Generazione eletto al Parlamento Italiano nelle fila del Partito Democratico.
Il lavoro cinematografico è stato prodotto da Babel ed è stato scritto e diretto da Arrigo Benedetti: Khalid Chaouki, nato in Marocco nel 1983, a soli 9 anni, si trasferisce con la famiglia in Italia, crescendo tra Parma e Raggio Emilia.
Nel documentario Khalid racconta senza la vita politica - con la sua elezione a deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione XX Campania 2 per il PD - ma racconta anche della sua famiglia e dell'Islam.

Il documentario andrà in onda questa sera, venerdì 12 luglio 2013, su Cielo, alle ore 21.00
con repliche fino al 18 agosto.



Abbiamo intervistato Arrigo Benedetti

Il documentario è stato preceduto da una sceneggiatura? Come avete preparato il film?

Il documentario è nato per caso. Durante la presentazione dei candidati nuovi italiani alla sede del PD Khalid (che giá conoscevo) mi disse che stava per cominciare la sua campagna elettorale. Prima tappa Lampedusa. La sceneggiatura è stata scritta dai fatti dai suoi impegni dai suoi viaggi.

Quanto è difficile, per un nuovo italiano, essere considerato italiano?

Per quanto possa vale la risposta di un italiano penso che sia abbastanza difficile. Ma la cosa più paradossale è che è ancora più difficile per quelli che sono più italiani di tutti, cioè i nuovi italiani di seconda generazione. È più conflittuale per questi ragazzi perché lo sentono molto di più, in modo quasi viscerale. E rimanere sospesi in uno stato di attesa non fa sentire loro pienamente cittadini.

Come conciliare le due culture di appartenenza, quella italiana e quella marocchina?

Guardate Il documentario e le scene dove si racconta la famiglia di Khalid. Guardate le seconde generazioni che vivono in Italia e amano il tricolore parlano con forte accento regionale ma senza dimenticare da dove vengono.

Qual è il futuro dell'Italia quando si parla di immigrazione, di inclusione e di “seconde generazioni”?

Il futuro dell'Italia si lega al futuro dei flussi migratori di tutto il pianeta. L'immigrazione è ancora il grande tema. Lo è nell'Unione Europea, negli Stati Uniti. L'Italia deve affrontare l'immigrazione con un'ottica di consapevolezza del fenomeno globale, e cercare di reinterpretare quello che accade in una chiave nazionale, dove l'inclusione e la partecipazione alla vita civile sono i presupposti per poter gestire qualcosa spesso più grande di noi.

Dal punto di vista cinematografico: sembra che, in alcuni momenti, la cinepresa sospenda la narrazione, come a voler lasciare alcuni minuti allo spettatore per formulare riflessioni...Quali altre scelte di regia o di sonoro sono state fatte nel raccontare questa storia?

Sì è vero la sospensione ha quella funzione. E i luoghi sono fondamentali per dare allo spettatore anche un immaginario non solo narrativo ma anche visivo. Sono luoghi simbolici. Macchina a spalla, audio ambiente, una sorta di inseguimento del protagonista. Un tentativo anche di lasciare alla sorpresa un ruolo importante. La fotografia e la musica, che spesso è non musica, rende il documentario meno giornalistico e ogni tanto quasi di finzione, anche se tutto quello che si racconta è la realtà.