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sabato 19 settembre 2015

La repressione dei crimini internazionali in Africa: il caso Habré




di Veronica Tedeschi




Ho passato quattro anni in prigione, nelle peggiori condizioni. Per sette mesi sono rimasto curvo al suolo. Mi si sono staccate le gengive, non riuscivo neanche a mangiare riso cotto. Ciò che mi ha segnato in questi quattro anni è che sono stato obbligato insieme a dei miei compagni a seppellire chi moriva per malattie causate da questo trattamento inumano (…). Il mio sogno è di vedere Hissène Habrè dietro le sbarre. Quel giorno danzerò”

- Abaifouta, vittima ciadiana della macchina repressiva di Habré. -




Quello che abbiamo vissuto è inimmaginabile. Ci volevano uccidere se non eseguivamo i loro ordini, ci impedivano di curarci, di fare sapere alle nostre famiglie dove fossimo. E io che ora sono davanti a voi, sappiate che quando mi hanno arrestato venivo dall’ospedale, il 2 ottobre 1998, non ho rivisto più l’ospedale fino al dicembre 2010.

In qualsiasi posto del mondo i prigionieri sono curati, ma noi non potevamo. Ci davano da mangiare cose che se le date al vostro cane le rifiuta, volevano aiutarci a morire con il cibo che ci davano”

- Dichiarazione rilasciata da Souleymane Guengueng durante la conferenza stampa fatta in occasione dell’apertura delle Camere Africane Straordinarie. Guengueng è membro dell’Associazione delle vittime dei crimini di guerra del regime di Hissène Habrè e del comitato di pilotaggio per il processo e lui stesso una delle vittime scampate alla morte del dittatore. -



Il 7 settembre è ripreso a Dakar, in Senegal, il processo contro l’ex presidente del Ciad, Hissène Habré, accusato di crimini di guerra, tortura e crimini contro l’umanità. Il processo si era riaperto il 20 luglio, ma era stato sospeso per 45 giorni per consentire agli avvocati di aggiornarsi sul procedimento. La situazione è critica, Habrè rifiuta di parlare con i suoi avvocati e non si è presentato al processo, al quale è stato condotto con la forza.

La vicenda giudiziaria di Habré si era conclusa nel 2012, anno in cui fu creata una giurisdizione penale ad hoc, in seno alle corti senegalesi, incaricata di perseguire i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani avvenute nel Ciad nel periodo compreso tra il 7 giugno 1982 e il 1 dicembre 1990 (arco di tempo che comprende la dittatura di Habré). Il dittatore è sospettato di essere responsabile della morte di migliaia di persone, il numero esatto è sconosciuto. Nel novembre 1990 circa 300 detenuti politici sono stati giustiziati e questo è solo un esempio tra i tanti di dissidenti giustiziati durante la sua dittatura. Venne accusato di crimini contro l’umanità e tortura ma l’azione penale presentata contro di lui incontrò molte difficoltà, dal difetto di giurisdizione proclamato dalle autorità senegalesi alla possibile violazione del principio di non retroattività.

Questo processo rappresenta un segno di svolta vista la creazione, per la prima volta nel continente africano, di una giurisdizione penale ad hoc volta a giudicare i crimini commessi da Habré nel periodo della sua dittatura. È stato sotto la nuova presidenza di Macky Sall che la situazione in Senegal si è finalmente sbloccata: dopo aver stretto un accordo con l’Unione Africana, il 19 dicembre 2012 il governo senegalese ha votato una legge per istituire le quattro Camere Africane Straordinarie richiesta dall’istituzione africana “con lo scopo di perseguire e giudicare i principali responsabili dei crimini e delle gravi violazioni di diritto internazionale commesse sul territorio ciadiano durante il periodo dal 7 luglio 1982 al 1 dicembre 1990”. Il Senegal doveva agire anche in nome delle Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che aveva ratificato e che lo obbligava, quando una persona era accusata di atti di tortura ed era sotto la sua giurisdizione, a giudicarlo o estradarlo. Qualcuno vide male la creazione di Camere ad hoc ma queste furono create per rispondere alla giurisdizione internazionale, così come il Tribunale speciale per il Ruanda rispondeva agli standard delle Nazioni Unite.

E’ la prima volta che l’Unione Africana costituisce un tribunale ad hoc internazionale. Siamo i primi a rivendicare un processo giusto ed equo e ne va anche della credibilità dell’Africa” commenta Assane Dioma Ndiaye, avvocato senegalese delle vittime di Habrè. Tali camere si prestano, quindi, ad essere qualificate come “mixed tribunal” o “hybrid tribunal”; in altri termini, questo nuovo organo giurisdizionale presenta taluni aspetti che permettono di assimilarlo ad un tribunale statale ed altri che, invece, ne consentono l’inquadramento tra i tribunali internazionali.



Per quanto riguarda il coinvolgimento del Senegal nella repressione di crimini commessi in Ciad, ciò che sorprende non è la circostanza che a procedere alla repressione sia uno Stato diverso da quello nel quale i crimini sono stati perpetrati, poiché in tal senso deporrebbe il principio della giurisdizione universale affermatosi proprio con riguardo alla repressione dei crimini internazionali. La cosa che fa pensare è che per la prima volta si assiste all’istituzione di un tribunale penale misto per perseguire finalità diverse da quelle che hanno giustificato in precedenza l’istituzione di simili organi giurisdizionali.

Infatti, le precedenti esperienze mostravano l’esigenza di far fronte alle inefficienze se non al collasso degli apparati giudiziari nazionali dello Stato nel cui territorio i crimini erano stati perpetrati, alla quale si affianca l’obiettivo più generale di contribuire ad un processo di riconciliazione nazionale dopo periodi di guerra civile.

Diversamente, la scelta del Senegal di procedere alla punizione dei responsabili dei crimini commessi in Ciad è legata alla volontà di tale Stato di rispettare quanto disposto dalla Corte di Giustizia dell’ECOWAS e di adempiere all’obbligo di giudicare sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite conto la tortura e ribadito nella citata sentenza della Corte Internazionale di Giustizia nel caso Belgio c. Senegal.

La riapertura del processo contro l’ex dittatore del Ciad, ci fa sperare in una giustizia possibile. Il Senegal ha dimostrato di voler condannare i responsabili della commissione di crimini internazionali tanto gravi e la punizione di Habré porterà ad una soddisfazione morale più che economica ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime cadute sotto la dittatura di Hissène Habré.
 
 
 


mercoledì 16 aprile 2014

Quando l'arte fa intercultura



Cari amici, oggi vi diamo comunicazione di alcuni appuntamenti culturali, organizzati a Milano e a Bergamo, che speriamo possano interessarvi.

L'arte, antica e contemporanea, può essere uno strumento valido per fare intercultura, per far avvicinare popoli e persone, per viaggiare anche con l'immaginazione. Per questi e molti altri motivi pensiamo che queste iniziative siano da prendere in considerazione, magari nei prossimi week end...

Brera: un’altra storia




La Pinacoteca di Brera raccontata da mediatori museali stranieri per una valorizzazione del patrimonio artistico in chiave interculturale.
Due città. Quattro musei. Un’unica concezione della cultura e una nuova modalità di accostarsi al museo: ecco in sintesi il progetto “Altrestorie” attraverso il quale un network di istituzioni pubbliche e private (il GAMeC, la Pinacoteca di Brera, l'Accademia Carrara di Bergamo, il Museo del Novecento di Milano, Tramiteteatro e Storyville) offre il proprio patrimonio a nuove narrazioni nella convinzione che l’arte sia tra i principi fondamentali attraverso cui si (ri)costruisce una comunità.
A Brera otto mediatori museali (Francesca Cambielli-Italia, Connie Castro-Filippine, Biljana Dizdarevic-Bosnia, Anita Gazner-Ungheria, Rosana Gornati-Brasile, Dudù Kouate-Senegal, Margaret Nagap-Egitto e Almir San Martin-Perù) conducono sia percorsi individuali su singoli quadri sia percorsi collettivi incentrati su filoni tematici in cui la storia delle opere interagisce con le storie e i vissuti personali. L’intreccio fra saperi diversi e la proposta di nuove chiavi di lettura amplifica le potenzialità narrative, la complessità e la ricchezza dei significati rendendo non solo la Pinacoteca più accessibile agli stranieri (a richiesta sono disponibili anche visite guidate nella lingua madre di ciascun mediatore) ma svelando anche nuovi significati agli italiani fino a trovare segni di contaminazione e reciproco influsso figurativo.


I percorsi sono gratuiti (compresi nel biglietto del museo) durano circa 45 minuti in gruppi di massimo 12 persone.
Per informazioni e prenotazioni:
paola.strada@beniculturali.it

 Ed ecco il calendario del mese di maggio:

 Sabato 10 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Un incontro” a cura di Francesca Cambielli, Dudù Kouate e Anita Gazner



Domenica 11 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Di madre in figlio” a cura di Margaret Nagap e Biljana Dizdarevic



Sabato 17 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Luoghi” a cura di Rosana Gornati, Connie Castro, Anita Gazner e Francesca Cambielli



Domenica 18 maggio ore 15.00



Percorso tematico “Sguardi diversi su La Predica di S. Marco ad Alessandria d’Egitto, di Gentile e Giovanni Bellini” a cura di Dudù Kouate, Rosana Gornati e Almir San Martin



Sabato 24 maggio ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate



Domenica 25 maggio ore 14.30



Percorso tematico “Tra terra e cielo” a cura di Biljana Dizdarevic, Connie Castro e Almir San Martin



ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate





E una mostra di pittura...presso la Casa delle culture del mondo di Milano




 Tracce: opere di Ousseynou Diop, in arte Ouzin    


La Casa delle culture del mondo della Provincia di Milano propone dal 17 aprile al 14 maggio la mostra “Tracce”, quindici tele in acrilico realizzate nell’ultimo anno dall’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin. La mostra, curata da Daniela Frigo, Mediatrice Artistica, Linguistica e Culturale, è promossa dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano. La mostra "Tracce" dell’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin, affronta un tema spesso ridondante per chi lascia il proprio paese, ovvero il segno ci si porta dietro e che rimane dentro la propria anima una volta che si abbandona ciò che più si ama: la propria terra. La traccia è un'orma, un’impronta che ritorna, che graffia, che ricorda: è un colore, una forma, un oggetto, una parola ripetuta, un viso sfumato, una nota suonata, un riflesso di luce sullo specchio dell'acqua, la donna amata. La tela permette di immortalare il dolore, la fatica, il desiderio di riscatto, ma anche la passione, la speranza, l'amore. Le tracce sono fondamentali per ricostruire il proprio passato, per ricordare le proprie radici e riallacciarsi al presente: ed è ciò che fa l'artista, che attraverso colori materici, corde, conchiglie e altri utensili manifesta l'esigenza di creare un ponte con tutto ciò che oggettivamente non è più presente, ma che si rende vivo nelle sue creazioni.


Informazioni al pubblico:



- Provincia di Milano/La Casa delle culture del mondo, tel. 02 334968.54/30



www.provincia.milano.it/cultura - culturedelmondo@provincia.milano.it



- Daniela Frigo, daniela.frigo@hotmail.it, 3496102158



La Casa delle culture del mondo, Via Giulio Natta 11, Milano (M1 Lampugnano)



dal 17 aprile al 14 maggio 2014



orari: martedì-venerdì ore 10-18.30, sabato e domenica ore 14-20, lunedì chiuso



chiuso: 19, 20, 21, 25, 26, 27, 28 aprile e 1° maggio



aperto: 22, 23, 24, 29, 30 aprile e 2, 3, 4 maggio



ingresso libero



Inaugurazione mercoledì 16 aprile 2014, ore 18.30








mercoledì 12 marzo 2014

Ricchi di cosa, poveri di cosa? Burkina Faso, Senegal, Italia. Reportage teatrale tra giornalismo, fotografia e musica




testo e voce Livia Grossi

foto e video Emiliano Boga

musica Jali Omar Suso

scrittura scenica Emanuela Villagrossi

Emiliano Boga
 

Senegalesi che tornano a casa dopo anni di emigrazioni, lavori degradanti in Europa e tante umiliazioni; europei che decidono di andare in Burkina Faso per essere poveri sì, ma più felici. Questa la situazione paradossale che viene raccontata da Livia Grossi in un reportage che, alla forza della sua indagine giornalistica unisce le bellissime foto - un paio qui pubblicate – e i video di Emiliano Boga.
La giornalista del Corriere della sera accompagna gli spettatori in un viaggio reso affascinante anche dalle note della
kora (tipico strumento africano) di Jali Omar Suso che come tanti altri nel suo Paese è un “griot”, un cantastorie. Storie che dovremmo solo imparare ad ascoltare con attenzione.






Abbiamo intervistato per voi Livia Grossi che ci ha anche scritto:

Emiliano è stato il mio compagno di viaggio, amico e fotografo: è scomparso recentemente per un incidente. Ogni replica di questo reading la dedico a lui”.  



Quando è come si è sviluppato il suo progetto sul teatro africano?

Da oltre vent'anni viaggio per il continente africano, ma solo nel 2012 ho deciso di partire per il Burkina Faso, "il paese degli uomini integri", come l'aveva battezzato Thomas Sankara, ex presidente del Paese assassinato nel 1987. A farmi prendere la decisione di partire è stata una notizia a dir poco bizzarra: in Burkina, il 6° paese più povero al mondo, ci sono oltre 200 compagnie che lavorano e si mantengono facendo teatro. Per una giornalista come me che scrive di cultura e teatro è quasi una provocazione: ho deciso di prendere l'aereo e partire, ovviamente a mie spese , senza alcuna sicurezza di pubblicare l'articolo, fa parte del pacchetto 'rischi e libertà' del free lance.


Che cosa significa "fare teatro" nei paesi africani, in particolare in Burkina Faso e in Senegal?                        


In Burkina Faso, ma anche in Senegal spesso gli spettacoli sono un mezzo d’informazione e formazione sociale. Si parla di aids, emigrazione, infibulazione, decessi per parto, ma anche di come ci si cura con le erbe. Si fa teatro ovunque, sotto i baobab nei villaggi, in piazza tra la polvere rossa della strada, sotto le stelle del teatro della capitale Ouagadogou, o tra i panni stesi nella Casa della Parola di Bobo Doulasso, l'antica corte di Sotigui Kouyaté, il griot scelto da Peter Brook per il suo Mahabharata. Il teatro è essenziale per la vita del popolo burkinabé, e qui se c'è da pagare qualche centesimo per il biglietto nessuno si tira indietro, perchè tutti ne riconoscono il valore.
"Le “case della parola” nate nei villaggi come luoghi dove discutere responsabilità e conflitti, proprio come in tribunale, in Burkina Faso sono diventati palcoscenici dove raccontare e raccontarsi. La sede africana di quell’agorà, dove il Teatro delle Origini è nato. Un rito sociale antico che noi con il tempo abbiamo dimenticato, lasciando il palcoscenico a forme d’ intrattenimento non sempre di buon gusto".



Il teatro può essere una forma di giornalismo?


Certo, qui si fa teatro per conoscere tutto ciò che è utile sapere, e gli attori e i cantastorie (i griot), in qualche modo diventano miei colleghi. Come m'interessa ritrovare quel “Teatro delle origini” che al di là di ogni luogo comune, stabilisca una rinnovata forma di condivisione della realtà attraverso il racconto e la sua rappresentazione. m'interessa un “giornalismo delle origini”, capace di trasmettere, con sentimento e ragione, nuove e necessarie motivazioni. Da qui nascono i miei reportage teatrali, una forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una pagina di un magazine, con contributi fotografici, interviste in video e la giornalista che 'dice il pezzo' guardando negli occhi il lettore.



Quali sono, oggi, gli stereotipi sugli africani in Italia? Ed esistono anche stereotipi al contrario?


I media spesso fanno passare un'immagine che conferma e rassicura su posizioni di ricchezza e povertà. Il bambino nero con la pancia gonfia e la mosca sull'occhio e il bianco grasso e opulento con la sua Range Rover. Certo, questo è uno degli aspetti della realtà ma non l'unico. La seconda parte del mio reportage offre al lettore/spettatore un 'altro punto di vista. Racconto che in tempo di crisi l'emigrazione inizia a invertire le rotte.
I senegalesi incominciano tornare a casa perché il gioco non vale più la candela, gli italiani pensano all’Africa per fuggire da solitudine e povertà. Non sto ovviamente dicendo che gli aerei oggi si stanno riempiendo di italiani in fuga, ma cerco di far riflettere dando voce alle testimonianze di alcuni "emigrati al contrario": insegnanti precari tagliati dalla Gelmini che per sei mesi all'anno fanno imparare a leggere e scrivere ai bambini della spiaggia (i figli dei pescatori), ragazzi in cerca di futuro e socialità che aprono ostelli per viaggiatori zaino in spalla, e a chi con 300 euro di pensione dichiara: 'Ci vuole molto più coraggio a vivere in Italia con la mia pensione che stare in Senegal'. Un pensionato comasco che ho intervistato in un piccolo villaggio di pescatori, nella sede della sua associazione, un punto di riferimento per tutti i bambini di strada, qui possono avere una doccia, abiti puliti, cibarsi, giocare e imparare a scrivere in wolof e in francese. Tra un italiano e l' altro ci sono le testimonianze anche di alcuni senegalesi che dopo anni in Italia hanno deciso di tornare a casa, preferendo qualità di vita rispetto a qualche euro in più in tasca. Dal 2011 in Italia se ne sono andati circa 800mila immigrati , ma anche se i dati non sono mai certi, pare i numero siano destinato a salire.



Il lavoro si intitola Ricchi di cosa e poveri di cosa?: perché questa scelta?

Nel nostro Occidente alla deriva credo sia necessario pensare a una nuova definizione delle parole “ricchezza” e “povertà”, il Pil non può essere l'unica unità di misura; credo sia giunto, da tempo, il momento di chiedersi "Ricchi di cosa e poveri di cosa?", O meglio è questa la vera domanda a cui dovremmo impegnarci a rispondere. In scena dico: "Qui da noi la Festa oggi pare essere proprio finita, non ci resta che imparare a guardare con altri occhi". Il reportage non a caso inizia con il prologo (in video) dedicato a Thomas Sankara, “il Che Guevara africano”, con alcuni estratti del suo discorso sul debito pubblico.




Rai 3 domenica 9 febbraio 2014 ha dedicato la puntata di "Persone" , approfondimento del TG3,  registrata in occasione della messa in scena di "Ricchi di cosa?" all'interno dell'Edge festival Teatro/carcere.

Il link è :


La prossima data di "Ricchi di cosa e poveri di cosa" sarà il 15 marzo allo Spazio Har Baje, via Zuretti 47, nella stessa via dove è stato ucciso un ragazzo africano di 19 anni, per avere rubato un pacco di dolciumi da un chiosco. Abba. Dopo il reading ci sarà una cena africana.

Le nuove storie di resistenza al femminile di Livia Grossi saranno in scena per la prima volta allo Spazio Oberdan, di Milano il 19 marzo ore 20.15. per il festival Sguardi Altrove.

lunedì 24 febbraio 2014

Per la cittadinanza a Mohamed Ba



Il 26 febbraio, in collaborazione con l’associazione Asnada e con il patrocinio della Fondazione Cariplo, verrà proiettato il film Va’ Pensiero del regista Dagmawi Yimer presso il Cinema Anteo di Milano (ore 21,00) per voltare pagina e rilanciare la petizione che chiede il conferimento della cittadinanza a Mohamed Ba. Firmala anche tu ora, aiutaci a raggiungere quota mille, manca pochissimo.
http://www.change.org/it/petizioni/al-presidente-della-repubblica-giorgio-napolitano-cittadinanza-per-mohamed-ba-vittima-di-attentato-razzista.



L'Associazione per i Diritti Umani sostiene questa richiesta importantissima.

E, nell'occasione, certi di farvi cosa gradita,ripubblichiamo i due incontri che la nostra associazione ha realizzato proprio con Mohamed Ba nei mesi scorsi, ringraziandolo ancora tantissimo per questi momenti di riflessione così ricchi e interessanti.







Vi ricordiamo che il materiale video di tutti i nostri incontri è disponibile anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.


martedì 17 dicembre 2013

Và pensiero. Storie ambulanti, il nuovo film di Dagmawi Yimer


Mohamed Ba, accoltellato da uno sconosciuto mentre aspettava un autobus in pieno centro, a Milano; Mor Sougou e Cheike Mbengue, feriti gravemente a Firenze, nel 2011, in occasione dell'eccidio di Piazza Dalmazia; e poi ancora due persone uccise. Queste sono le storie di chi è sopravvissuto ad episodi di violenza ingiustificata e ingiustificabile, esperienze e testimonianze raccolte nel film Và pensiero. Storie ambulanti di Dagmawi Yimer, presentato nei giorni scorsi a Bologna e prodotto da Amm-Archivio delle memorie migranti. Un film importante per mantenere viva la memoria su fatti recenti e per continuare un approfondimento sui temi dell'immigrazione e del razzismo. Un fenomeno questo che può far paura o far torcere il naso a qualcuno ma che, in forme più o meno sottili, serpeggia ancora nella società italiana, una società che, come può ricordare il titolo del film con un omaggio a Giuseppe Verdi, dovrebbe essere ricca di Cultura e la Cultura dovrebbe aprire la mentalità.
Il regista, rifugiato dall'Etiopia, vuole raccontare al pubblico la violenza attraverso la voce e le emozioni di chi l'ha subita sulla propria pelle a causa del colore di quella pelle. E l'intento è duplice: far uscire le vittime dall'anonimato e far capire che, dietro ai corpi e ai volti, ci sono degli uomini e tutti gli esseri umani sono uguali.
Il film parte da un fatto di cronaca: l'11 dicembre 2011 Gianluca Casseri, estremista di destra, spara e uccide quelli che, su molti organi di stampa, vengono definiti genericamente “due immigrati senegalesi”: Yimer, invece, li fa conoscere attraverso il loro nome e cognome per dare sostanza e dignità alle loro vite a alla loro morte: Diop Mor che ha lasciato un bambino che, all'epoca, aveva sei anni e Sam Modu, 40 anni che lavorava in Italia per mandare i soldi in Senegal, dove vive sua figlia tredicenne che lui non aveva mai conosciuto.
Mohamed Ba, ferito nel 2009 e sopravvissuto ad un accoltellamento, racconta che la ferita ancora più dolorosa (e probabilmente inguaribile) gli è stata inflitta dall'indifferenza delle persone che, al momento dell'aggressione, hanno fatto finta di niente e delle istituzioni che, in seguito all'accaduto, non hanno dato alcun segnale. Un uomo con la testa rasata gli si avvicina e dice “Qui c'è qualcosa che non va” e Mohamed risponde: “No, non c'è niente che non va, è una spledida giornata di sole”. L'uomo estrae il coltello e gli affonda la lama nello stomaco. Non contento, quando Mohamed cade a terra, gli sputa addosso. E ancora: Moustafa Dieng, a causa dell'aggressione di Casseri, ha perso l'uso delle gambe e ora vive in centro per disabili per seguire corsi di riabilitazione senza, però, riuscire a riprendere a lavorare.
Queste quattro persone sono due volte vittime, secondo il regista: vittime dell'odio cieco e ottuso, ma vittime anche della stampa e dei mezzi di informazione che invece di mettere al centro della notizia le conseguenze per gli stranieri aggrediti, hanno scelto di parlare (e di accandere i riflettori) sui delinquenti. Questo film vuole ristabilire un giusto equilibrio e una corretta prospettiva nell'analisi dei fatti.


giovedì 12 settembre 2013

Senegal in divenire: tradizione e sguardo al futuro nelle opere di Mor Talla Seck e Diop, in arte Job



Mercoledì 18 settembre, presso “La Fabbrica Birrificio Artigianale” di Saronno, si terrà il vernissage della Mostra collettiva Senegal in divenire: tradizione e sguardo al futuro nelle opere di Mor Talla Seck e Diop, in arte Job; musica dal vivo eseguita da Naby Eco Camara.

Mor Talla Seck, è nato a Thies, in Senegal e si è diplomato in Belle Arti a Dakar; si è dapprima avvicinato alla grafica e poi alla pittura e alla scultura; oggi, oltre a questo, scrive testi per il teatro dei bambini e anima laboratori di pittura nelle scuole.
Con questa esposizione, l'artista continua il suo percorso sui Boschi Sacri, opere con cui accompagna il visitatore in un viaggio alla scoperta delle tradizioni dei Diolas, una popolazione del sud del Senegal legata ancora alle credenze ancestrali della religione animista. Totem, feticci, oggetti propiziatori sono i soggetti che riempiono le tele , rese materiche dall'uso di pigmenti e catrame. Oggetti e figure simboliche si muovono all'interno di un bosco, luogo degli spiriti e degli numi tutelari. Un immaginario, suggestivo e poetico, in cui si rappresenta l'esistenza umana che mai è disgiunta dalla Natura e dal cosmo.
In questa mostra vengono prese in considerazione, in particolare, tre fasi del rito di iniziazione: l’Equilibrio, i Fantasmi e i Talismani. Dopo essere passati dall’adolescenza all’età adulta, l’Equilibrio è la fase in cui si può ancora cadere nell’oscurità o salire verso la luce. I Fantasmi sono quindi il risultato di una conoscenza acquisita che può svanire all’improvviso. A meno che non si ricorra ai Talismani, oggetti sacri che, nella fase finale di questo cammino, consentono di mantenere un costante contatto con gli antenati, solide guide a cui affidarsi.

All’interno della mostra il pittore Job, non dimentica la sua terra, ma rivolge comunque lo sguardo verso la nuova dimensione in cui è approdato, coniugando amore per la tradizione e sensibilità per il contemporaneo, senza tralasciare una visione di speranza e perseveranza verso il futuro.



La mostra in sintesi:
Vernissage: 18 Settembre 2013, ore 21.30; esecuzione musicale dal vivo di Naby Eco Camara.
Quando: la mostra, già presente negli spazi del birrificio dal 2 Settembre, sarà visibile fino al 31 Ottobre 2013.
Dove: La Fabbrica Birrificio Artigianale, Via Padre Giuliani 38, 21047 Saronno
Apertura al pubblico: Dal Lunedì al Giovedì: 12.00 – 01.00; Venerdì e Sabato: 12.00 – 02.00

domenica 10 febbraio 2013

Mostra "Diar-Diar": per un gemellaggio artistico tra Milano e Dakar

Fino al 28 di febbraio è possibile visitare l'esposione Diar-Diar ovvero Percorso che propone l'incontro dell'artista senegalese "Douts" (Mohamadou Ndoye) e del suo connazionale Mor Talla Seck provenienti, entrambi, dalla Scuola di Belle Arti di Dakar (ENBA).
La mostra è ospitata presso la B.D.- ART GALLERY, Black Diaspora Art, di Via Mac Mahon, 84 a Milano, una galleria che si pone come luogo di aggregazione e di scambio per gli artisti africani, centro di esposizione permanente delle loro opere e laboratorio artistico per adulti e bambini. 
In occasione della mostra in corso, Douts presenta - oltre ai suoi dipinti (vedi fotografie) - il film di animazione intitolato Train-Train Medina in cui racconta la complessità e la bellezza di un quartiere della citàà di Dakar , una città che brulica di case, di strade, di persone che prendono forma da sabbia, cartone, vernice e stoffa. e poi le televisioni, le antenne, le partite di calcio e il passaggio degli autobus. Un caos e un sottofondo di povertà.
Il rischio è che il quartiere possa soccombere al disordine e al ritmo urbano. Ma, nell'opera di Douts, emergono la vivacità, i colori che pulsano vita e, soprattutto, la tenacia degli abitanti che cercano sempre soluzioni nuove e non conoscono la rassegnazione.

Per vedere il film :   http://vimeo.com/22070859

L'arte di Douts dialoga con quella di Mor Talla Seck - pittore e scultore - che presenta una serie di opere intitolata Sous Verre (Sotto vetro). La tecnica consiste nel disegnare e dipingere, in negativo dietro il vetro, in modo da far vedere, davanti, la parte positiva. Ed è un messaggio, una metafora, un consiglio: per comprendere meglio ciò che si ha davanti, è necessario osservarlo da ogni punto di vista. In particolare - quando si tratta di persone - è possibile valutarne i lati positivi...prima di giuducarle in base a stereotipi o pregiudizi.
Le opere di Mor Talla Seck (che ha lavorato anche per il TAM, Trattamento Artistico dei Metalli di Arnaldo pomodoro) sono definite "piani mistificati" e il loro significato affonda le proprie radici - come nei lavori di Douts - nella vita quotidiana senegalese, nella cultura e nella tradizione, toccando i temi della solidarietà e del rispetto, del libero arbitrio e della spiritualità.







giovedì 31 gennaio 2013

Lo sguardo degli altri: parole e immagini verso il 23° Festival del cinema africano, d'Asia e America latina


L'associazione Sunugal, c/o lo spazio Maschere Nere alla Fabbrica del vapore di Via Procaccini 4 , a Milano, domenica 3 febbraio presenta due cortometraggi africani in attesa della nuova edizione del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina che si terrà, nel capoluogo lombardo, dal 4 al 10 maggio 2013.
Una guardia giurata e una statua africana a grandezza naturale: l'uomo è di turno davanti a un edificio, la statua è incatenata, come gli antichi schiavi, all'ingresso di una galleria d'arte. Un confronto silenzioso e significativo, per riflettere sugli stereotipi del colonialismo e dello schiavismo moderno. Tutto questo in Abandon de post, di Mohamed Bouhari, che, alla XXIma edizione del Festival, si è aggiudicato il Premio Fondazione ISMU con la seguente motivazione: “ Un film originale, intelligente, sarcastico, che confronta, con sguardo ironico e disincantato, gli stereotipi del colonialismo e dello schiavismo con le figure dei “nuovi schiavi” della società occidentale, affidando il proprio senso all'intensità degli sguardi, alle allusioni del non detto, più che alle parole. Attraverso il rigore del bianco e nero e la geometria delle immagini, il film ci porta “dentro” la ribellione del protagonista e ci fa partecipi del risveglio del suo orgoglio”.
E un'altra storia, di registro diverso, in Un trasport en commun, per la regia di Dyan Gaye, presentato nel 2009. Tutto prende l'avvio da un viaggio, a bordo di un taxi tradizionale adibito al trasporto collettivo, da Dakar a Saint-Louis. Sei passeggeri si incontrano sul luogo di partenza, ma manca il settimo. Dopo un periodo di attesa, i passeggeri dividono equamente la quota mancante e decidono di partire. Stretti nei sedili dell'auto, viaggiano individui diversi tra loro, ma accomunati da sentimenti, desideri, nostalgie e speranze. Si intrecciano le storie di Souki, diretta al funerale di suo padre; di Malick che vuole salutare la sua fidanzata prima di emigrare in Italia in cerca di un lavoro; di Madame Berry che vuole ricongiungersi ai suoi figli, lasciati anni prima...Ma l'originalità del cortometraggio consiste nell'approfondire temi seri e attuali con la leggerezza del musical. La sceneggiatura del film, infatti, non è solo recitata, ma anche cantata a ritmo di blues.
Un trasport en commun ha vinto due premi: il Premio ENI “per la scelta di utilizzare un genere come il musical, inconsueto nel cinema sub-sahariano, senza rinunciare a raccontare gli aspetti sociali e individuali della realtà contemporanea senegalese”; e il Premio CINIT che consiste nell'acquisizione dei diritti di distribuzione home-video in Italia. I due cortometraggi, infatti, si possono acquistare presso il COE (Centro Orientamento Educativo) di Via Lazzaroni, a Milano, che organizza il Festival, aspettando le novità della prossima edizione.