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venerdì 29 novembre 2013

L'Africa che fa !!!: due culture a confronto per conoscersi meglio

E' possibile leggere un saggio interessante e ascoltare una canzone? E' possibile guardare disegni colorati e informarsi? Sì, tutto questo è possibile grazie al libro di Pegas Ekamba Bessa intitolato "L'AFRICA CHE FA!!! Tradizione e cultura, sorgenti di sviluppo per l'Africa". Un viaggio affascinante nelle parole, nei simboli, nella spiritualità e la ricchezza della cultura africana messa a confronto con quella Occidentale. E poi la musica e il ritmo come sorgenti di vita e di conoscenza..
Questi argomenti (e molti altri) sono stati al centro dell'incontro della "Carovana dei diritti", l'ultimo di questa prima parte che si è tenuto, lo scorso 20 novembre, presso il Bistrò del tempo ritrovato a Milano.
Come sempre, vi proponiamo il video:  le emozioni (anche la commozione) che abbiamo provato quella sera non si possono restituire attraverso lo schermo, ma le informazioni e le riflessioni importanti, sì.
La Carovana dei Diritti "seconda parte" ripartirà all'inizio del prossimo anno e intanto ci saranno molte altre sorprese e proposte per tutti coloro che vorranno continuare il viaggio insieme a noi. Grazie ancora a Pegas, al suo amico/fratello, a tutti !





venerdì 15 novembre 2013

Ancora un appuntamento con la carovana

Cari tutti,
vi presentiamo il prossimo appuntamento con la carovana dei diritti: si tratta della presentazione del libro di Pegas Ekamba Bessa dal titolo:

 " L'Africa che fa!!!: cultura, tradizione, sorgenti di sviluppo per l'Africa".

L'incontro si terrà mercoledì 20 novembre alle ore 19.00, presso il Bistrò del tempo Ritrovato, in Via Foppa, 4   a Milano (MM Sant'Agostino)

Sarà un incontro interessante e originale. 

Vi aspettiamo!








domenica 13 ottobre 2013

Mohamed Ba: un incontro ricco di riflessioni e poesia

Pubblichiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato ieri, sabato 12 ottobre, con Mohamed Ba per la presentazione del suo libro "Il tempo dalla mia parte". 
Ringraziamo tutti coloro che hanno partecipato, il Centro Asteria per aver ospitato questa iniziativa e Mohamed per le sue parole, per gli approfondimenti e per aver condiviso tutto questo con noi (e ora anche con chi non è potuto venire) anche e soprattutto in un momento così importante per la nostra società.



lunedì 9 settembre 2013

Laboratorio Taivè: un progetto di sartoria per donne rom

  Foto di Lara Pischedda DS Visual School

Otto donne provenienti da Romania, Macedonia, Kosovo e Serbia ( e una decine di volontarie) danno vita, ogni giorno, al Laboratorio Taivè. “Taivè”, in lingua romanì, vuol dire “filo”: infatti il laboratorio offre, a prezzi concorrenziali rispetto al mercato, servizi di stireria e piccola sartoria: orli, cambio cerniere, accorciamento maniche. Tutti quei piccoli lavori domestici che molte donne non sanno più fare o a cui non riescono a dedicare il proprio tempo. Le lavoratrici del Taivè producono, inoltre, oggetti per la cucina (strofinacci, guanti, grembiuli), vestiti e borse.
Il laboratorio si trova nel cuore del quartiere di Lambrate, a Milano, all'angolo tra via Carpi e via Wildt e nasce da un progetto volto allo scopo di offrire un'occasione formativa e lavorativa alle donne che abitavano nei campi rom di via Novara e di via Triboniano.
Il percorso è partito dalla Caritas Ambrosiana e dalla Cooperativa Ies-Impresa Etica Sociale e ha ottenuto il sostegno di vari enti e istituzioni: il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (che ha finanziato la prima annualità del 2009-2010), coordinato dalla Fondazione ISMU; la Caritas Italiana; e Fondazione Cariplo. 
  Foto di Lara Pischedda DS Visual School
Le otto signore, e le loro aiutanti, lavorano in un piccolo, accogliente spazio e - dato importante - si alternano ad un unico tavolo, proprio a sottolineare il lavoro di squadra e senza gerarchie. Un lavoro sì, perchè sono assunte regolarmente e vantano una discreta clientela.
Questo è l'epilogo positivo di un'esperienza di inclusione e di emancipazione femminile all'interno della comunità; un'opportunità professionale che si è venuta a creare grazie al fatto che queste persone abbiano seguito corsi di formazione con lezioni di italiano e lezioni pratiche di sartoria per poi mettere in pratica le conoscenze e le abilità acquisite.
Foto di Lara Pischedda DS Visual School
E non è finita qui: il laboratorio Taivè oggi è in grado di offrire un nuovo servizio: “Et voilà!”, questo è il suo nome, gioioso e ironico, per proporre i lavori di sartoria, ma anche la possibilità di stirare...a domicilio.

Per chi fosse interessato:

Laboratorio Taivè
Via E. Carpi angolo via A. Wildt (M2 Lambrate, Bus 55)
tel: 02 26822423
Aperto dal martedì al venerdì 10-13 / 14-18 e il sabato 10-13/ 14-17


mercoledì 5 giugno 2013

Parlare di intercultura, diversità e diritto al futuro: a scuola e con il Cinema



Pubblichiamo, con gioia, alcune recensioni realizzate dagli studenti della terza F della Scuola Media statale “Carlo Porta” di Milano come conclusione di un percorso in cui si sono affrontati, attraverso opere cinematografiche (lungo e cortometraggi) i temi della diversità, dell'intercultura e del diritto al futuro.
Da anni svolgiamo questo tipo di attività nelle scuole, un'attività che si inserisce nell'ambito della programmazione annuale e che affianca le materie curricolari: il Cinema è un linguaggio che include l'educazione all'immagine e l'uso della parola, scritta e parlata; può, quindi, aiutare ad approfondire temi di attualità oppure universali e, spesso, aiuta i ragazzi a scoprire potenzialità e interessi e ad esprimere sentimenti e creatività.
I film di cui i ragazzi hanno scritto le recensioni sono: il cortometraggio Black sushi di Dean Blunberg e il lungometraggio Un giorno questo dolore ti sarà utile di Roberto Faenza. 
 




BLACK SUSHI a cura di Caterina Esposito

Vittorie a confronto.
Tutto nelle sue mani. Uscito di prigione, Zama cerca lavoro e si imbatte in un ristorante giapponese. Andando contro Mia, il suo superiore, Zama prova e riprova l'arte del sushi. Il protagonista riesce nel suo intento, andando anche contro gli amici che progettano rapine.
Film quasi privo di dialoghi, ma ricco di immagini, accompagnato da colonne sonore che sottolineano l'accostamento fra Zama e Mia, così diversi culturalmente ma così vicini nella passione per la cucina. E' un cortometraggio a finale aperto e un film che riesce a far capire quanto due culture diverse possano avvicinarsi in un unico simbolo, evidenziando e inquadrando diverse volte l'importanza dell'uso delle mani, di come la passione si trasmetta dall'anima all'arte pratica. E, come insegna il Maestro nel film: “Non sono le mani a fare qualcuno, ma è il cuore a fare la differenza”.



BLACK SUSHI a cura di Jacopo Bianchi

Si può cambiare vita

Anche in mezzo alle diversità e ai giudizi altrui, con l'impegno, si può raggioungere i propri obiettivi.
Un ragazzo sudafricano di nome Zama, con un passato difficile e da dimenticare, può finalmente uscire di prigione e cercarsi un lavoro onesto per migliorare la propria vita e rimediare ai propri errori. Trova, dopo poco tempo, un posto in un ristorante di cucina giapponese dove incomincia a lavorare come semplice inserviente. Nasce, però, in lui la passione per questo lavoro e inizia, di nascosto, a cucinare sushi al fine di arrivare, un giorno, al livello del proprietario del ristorante.
Zama vive assieme ad alcuni suoi amici e familiari che, però, continuano la loro vecchia vita di ladri e malfattori. Attraverso mille difficoltà, dopo aver convinto Mia - il proprietario e Maestro - ad insegnarli a cucinare, può finalmente servire un pasto ai clienti del ristorante che, contrariamente alle aspettative, lo accettano come “discepolo” del Maestro.
In questo cortometraggio è spesso presente ed importante, nelle scene salienti, la colonna sonora che sottolinea i sentimenti e i pensieri dei protagonisti. Il regista decide di affidare un posto molto importante all'uso delle mani che rappresentano il duro lavoro, l'impegno, la pazienza.
Questo film suggerisce che, anche se è difficile, è possibile cambiare la propria vita in meglio e rendere fiere di sé le persone che non hanno il coraggio o la forza di fare lo stesso. Black sushi non è ricchissimo di dialoghi, ma è ricco di importanti significati, spesso espressi soltanto attraverso le immagini, permettendo allo spetttaore di riflettere.





Un giorno questo dolore ti sarà utile a cura di Bianca Ferrante

Un brindisi alla vita

Imparare ad affrontare gli ostacoli: è questo che il protagonista non sa fare.
Sì, perchè James è un ragazzo che scappa e non affronta gli ostacoli della vita, anzi non la sa proprio affrontare.
Il film racconta di lui, un diciottenne che, una volta diplomato, non sa se andare all'università oppure no. In realtà non vuole andarci, ma ha una famiglia che vuole mandarlo a tutti i costi e che, allo stesso tempo, crede che James sia un disadattato e, per questo motivo, lo obbliga ad andare da una “life coach” che lo aiuterà durante il suo percorso di crescita. In effetti, James, all'inizio, è un ragazzo asociale, chiuso in se stesso e che pensa spesso alla morte. Per fortuna c'è Nanette, sua nonna, che è un'amante della vita e che lo aiuterà ad aprirsi al mondo e agli altri.
Questo film si concentra sul protagonista: infatti, tutti i personaggi e tutte le loro azioni sono in realzione a lui. Il regista, Roberto Faenza, con questo racconto vuole esercitare una critica alla società di oggi, rappresentandone una buona parte; la storia è ambientata a New York e le inquadrature sono realizzate “dalla parte del protagonista”, nel senso che è come se James girasse il film e noi spettatori vediamo la realtà attraverso il suo punto di vista.
Il film è bello e anche costruttivo perchè fa capire come guardarsi dentro e anche riscoprirsi, ma soprattutto, come modificarsi. Il titolo nasconde anche un altro significato: l'”utilità” del dolore che, a volte, ci rende migliori.


Un giorno questo dolore ti sarà utile a cura di Virginia Attisani

C'era una volta un futuro

Diciotto anni, poche idee e confuse. Questa è la descrizione di james, un ragazzo la cui unica certezza è la nonna Nanette. I genitori e gli amici non riescono a capire James: nel corso del film gli assegnano aggettivi come disadattato oppure asociale e così lo convincono di avere un carattere di questo tipo.
James si sente diverso perchè non gli piace stare in compagnia dei suoi coetanei, perchè gli piace stare da solo, perchè tutti, a New York, sembrano avere un proprio ritmo e hanno chiari i propri obiettivi. Tutti, eccetto lui!
James, infatti, non sa nemmeno quali siano i propri obiettivi. I genitori vogliono che frequenti l'università, non importa quale, purchè decida dove indirizzare il proprio futuro. Ma James ha solo una vaga idea di fare l'artigiano: adora intagliare il legno. Il padre è un ricco avvocato che cerca in tutti i modi, tra cui la chirurgia plastica, di apparire più giovane. La madre, invece, gestisce una galleria nella quale vende contenitori, simili a bidoni dell'immondizia, che contengono dei meccanismi che producono suoni differenti tra loro. James ha anche una sorella, Gillian, che vuole scrivere un'autobiografia alla sola età di venitrè anni e ha un fidanzato molto più grande di lei, con una moglie e un figlio.
La nonna è l'unica persona che sembra capire James, aiutandolo ad agire subito invece di riflettere senza realizzare nulla. Alla fine del film Nanette morirà lasciando, però, a James bellissimi ricordi dei loro numerosi brindisi “alla vita”.
La madre di James lo convince ad andare, periodicamente, da una life coach che dovrebbe aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi, questa, però, cerca di metterlo a disagio, ambientando le visite in luoghi e situazioni insoliti, come nella sua cucina o praticando jogging...Ma, grazie a tutto questo, James arriverà alla conclusione che, in fondo, nessuno è “normale” e tantomeno “perfetto”.
Questo lungometraggio si rivolge a ognuno di noi poiché tutti, nella vita, abbiamo avuto dei momenti in cui non abbiamo saputo rispondere alle domande: “Chi sono?” o “Cosa vorrei dalla mia vita?” E, tuttavia, proprio come James, siamo usciti brillantemente, rinforzati da queste fasi di indecisione e di confusione.






lunedì 27 maggio 2013

Milano: prove tecniche di cittadinanza




Duecento bambini nati a Milano, ma con genitori stranieri, hanno ricevuto la cittadinanza, simbolica.
La cerimonia, voluta e organizzata dall'amministrazione comunale,si è tenuta presso la Sala Viscontea del Castello sforzesco dalla quale, il Ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge e madrina per l'occasione, ha lanciato un appello: “ Non abbiate paura del meticciato: la nostra ricchezza parte dalle tante culture che ci troviamo di fronte”. E ha proseguito, dicendo: “Il meticciato è una realtà: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle strade. E la fotografia del Paese ce lo dice ed è una risorsa e non dobbiamo averne paura”. “Qualunque tipo di violenza è da condannare, in qualunque veste si manifesti. La violenza è violenza. La violenza non ha colore, etnia, appartenenza. Siamo tutti uguali davanti alla legge”, queste le parole del Ministro sul tema del razzismo.
Secondo Cécile Kyenge iniziative come quella organizzata dal Comune meneghino “sono una buona pratica che bisogna sostenere con forza nel Paese per far capire che siamo tutti cittadini”. Intanto, però, soprattutto dopo il fatto di cronaca accaduto in zona Niguarda, la Lega Nord raccoglie firme contro lo ius soli, una raccolta in atto a Milano e in altre città italiane accompagnata da volantini, distribuiti nei gazebo, che riportano una fotografia del Ministro dell'Integrazione con la scritta: “Se questo è un ministro...la clandestinità è un reato”. Il segretario della Lega Lombarda ha spiegato: “ Non ci accusino di razzismo, vogliamo solo passeggiare a casa nostra tranquillamente” e ha aggiunto: “ E non si cancelli la Bossi-Fini, anci va resa più severa. Non si può morire per strada a colpi di piccone. Regalare la cittadinanza significherebbe portare migliaia e migliaia di stranieri in Italia, dove già ci sono 3 milioni di disoccupati italiani”.
Il dibattito è ancora aperto e il dialogo fra le forze politiche non facile, ma la giornata che ha visto dare la cittadinanza, per ora, simbolica a tanti bambini (una rappresentanza dei 34.000 residenti a Milano) è stata importante per segnare un punto a favore della volontà di garantire i diritti a tutti, senza distinzioni geografiche o di altra natura.



mercoledì 15 maggio 2013

The CUT – Lo strappo: contro le mutilazioni femminili




12 maggio a Genova, 22 maggio a Senigallia, 23 maggio ad Ancona: questi sono alcuni degli appuntamenti in cui si può assistere all'incontro-performance contro le mutilazioni femminili dal titolo The cut – Lo strappo.
Il progetto nasce come spettacolo tra teatro e poesia nell'ambito del Gugu Women Lab, un collettivo nato a Cape Town con l'intento di coinvolgere donne di culture ed esperienze diverse in un percorso di scrittura creativa e interculturale, sul ruolo dell'Arte e della letteratura nella promozione dei diritti umani e civili di ciascuno e in ogni parte del mondo.
Il collettivo ha lavorato per quasi un anno, confrontandosi sulle responsabilità civiche dell'individuo in funzione di una società capace di includere tutti, indiepndentemente dalle frizioni che possono svilupparsi dalla convivenza di persone di diversa provenienza. Durante il laboratorio sono stati realizzati schizzi letterari, poesie e due testi teatrali. Uno di questi ha come tema centrale le mutilazioni genitali femminili, una pratica ancora molto utilizzata in diversi Paesi del mondo e che, ogni anno, viene inferta sul corpo di circa 135 milioni di donne; questo tema ha prevalso su altri perchè alcune donne del collettivo avevano subito mutilazioni, donne provenienti dall'Etiopia, dalla Somalia, dal Senegal, dal Mali, dal Kenya e dall'Egitto.
Durante l'incontro l'autrice, Valentina Acava Mmaka, parlerà delle complesse dinamiche della migrazione, mentre il monologo nasce dall' esperienza di alcune donne, vittime di mutilazione genitale. Il testo propone un linguaggio poetico capace di trasmettere la sofferenza, ma al tempo stesso, di tradurre la privazione in un percorso formativo di consapevolezza: la donna mutilata/violata incontra la scrittura e riconosce alla parola un potere salvifico perchè, tessendo un racconto, ricuce lo strappo e recupera la propria identità femminile.

venerdì 19 aprile 2013

Pegas Ekamba Bessa: musica e parole



Pegas Ekamba Bessa è nato e cresciuto nella Repubblica Democratica del Congo ed è in Italia da circa quindici anni. Attore di formazione, diplomato all'Istituto Nazionale d'Arte e di Spettacoli a Kinshasa, è anche scrittore di pièce teatrali e ha da poco pubblicato un lavoro di parole, disegni e musica.
Il suo libro - che verrà presentato il 12 maggio presso il Centro Asteria di Milano - si intitola L'Africa che fa !!! (proprio con tre punti esclamativi) in cui l'autore ha voluto raccontare l'Africa e il suo tempo, ma non quello scandito dall'orologio: il tempo come maestro di vita e l'Africa come la vita stessa senza trascurare temi importanti quali: le guerre etniche, la fame, il lavoro e le differenze religiose, ma senza mai scadere nel folklore o nella retorica.
Un libro che racconta e affascina, come fanno i griots con le loro storie: un CD accompagna, con il ritmo delle note e degli strumenti, le parole che narrano di uomini e di bambini, dell' arte dei miracoli e dei prodigi, della madre terra e di civiltà, di scienza e di Natura. Perchè l'Africa è tutto questo. Ma, soprattutto, un testo che parla della donna: donna madre, nutrice come la stessa Africa è libertà, pazienza, forza ed energia.

Riportiamo una breve intervista che abbiamo fatto a Pegas Ekamba Bessa:

A chi è rivolto il suo ultimo lavoro editoriale?

Si tratta di un messaggio che ho pensato a lungo, soprattutto per chi non conosce l'Africa profonda. Quell'Africa che ho sempre considerato non come un continente, ma come una famiglia in cui due genitori - che magari vengono da due culture diverse – generano figli che, a loro volta, saranno diversi tra loro. L'Africa è un albero, con tante radici e un tronco da cui partono tanti rami che vanno in sensi diversi, ma la made rimane una sola

Quando ascoltano una favola, che differenza c'è tra i bambini africani e quelli occidentali? E, poi, esistono queste differenze?

Le favole hanno sempre un insegnamento e la sera è il momento ideale per raccontarle. Ma la differenza sta nel modo in cui i bambini gestiscono il tempo della loro giornata: un bambino africano usa le ore del giorno, seguendo il ritmo del suo villaggio e della Natura e, di sera, è in grado di seguire con attenzione la morale della favola che gli viene narrata. Il bambino occidentale, invece, durante la giornata, ha tanti impegni e la favola serale diventa per lui soltanto una ninnananna per la buonanotte; ecco perchè le favole, ad esempio in Italia, vengono raccontate a scuola. Comunque, di sera o di giorno, le favole servono a capire il senso della vita

Nel suo libro è riportata una poesia in cui si parla di una strada nuova e di una strada vecchia. Cosa porta con sé della strada vecchia e cosa ha scoperto su quella nuova?

La mia lingua esprime una cultura radicata. Si dice, ad esempio: “Per fare un bel salto, bisogna fare un passo indietro”. Quindi, per vedere chiaro il Futuro, ho bisogno del mio Passato. E' necessario ricordare gli insegnamenti ricevuti e che hanno fatto di me la persona che sono oggi. Sono arrivato in Italia che avevo già quasi 27 anni; quindi, avevo un buon bagaglio culturale. La strada nuova è quella di trasmettere questo bagaglio attraverso varie forme di comunicazione; e, al contrario, potrò portare in Africa le esperienze e le conoscenze che ho acquisito qui in Occidente.

Secondo lei, gli italiani sono aperti alle culture diverse?

E' difficile rispondere a questa domanda perchè sto ancora studiando l'Italia...Ciò che posso dire è che siamo noi a portare la nostra cultura e, quindi, siamo noi che abbiamo la responsabilità di farla conoscere, cercando di affascinare i curiosi. La speranza è di convivere con entusiasmo.

Cosa significa, per lei, la musica?

Per me la musica sono le emozioni. Per me la musica è il tempo, il tempo scandito da ogni battito del cuore.

Pegas Ekamba Bessa



L’Africa che fa!!!
Cultura e tradizione, sorgenti di sviluppo per l’Africa
Fondazione Nigrizia onlus, Verona
e Gruppo Solidarietà Africa, Seregno (Mi)
2011, pp. 95, 20 euro

martedì 29 gennaio 2013

Milano, fin qui tutto bene: l'ultimo libro di Gabriella Kuruvilla





Via Padova, Viale Monza, Via Paolo Sarpi e la zona di Corvetto: queste sono le quattro zone della città di Milano che accolgono o escludono le esistenze di molti, italiani e stranieri. E quattro persone raccontano le loro storie nel nuovo lavoro di Gabriella Kuruvilla, scrittrice italo-indiana, ma anche giornalista e pittrice, intitolato Milano, fin qui tutto bene, Editori Laterza.
Le storie sono quella di Samir, lavapiatti egiziano che si sente come un rifiuto umano e dice: “Siamo gettati nel mare sulle coste e veniamo lasciati in attesa di essere smaltiti altrove”; oppure quella di Anita - una ragazza madre, orfana perchè ha perso i genitori in un incidente stradale – che, al contrario di Samir, si sente protetta proprio in quella Via Padova che tutti indicano come il ghetto pericoloso della città meneghina. Anita sostiene che qui è “tutto una ex-industria”, il centro commerciale, come la chiesa evangelica: in effetti, la lunga via non è “bella” o elegante, ma è un tripudio di casermoni e di insegne di negozi in tutte le lingue, ma lei (e la sua creatura) si trovano bene, hanno trovato un posto pieno di varia umanità e quella moltitudine di facce, di colori, di odori, per loro è “casa”. E poi ancora, la storia di Tony che – nella zona altrettanto periferica di Corvetto – fa il ragazzo di strada ed è convinto che non ci sia una gran differenza tra gli immigrati dall'estero della Milano di oggi e i migranti dal meridione della città di ieri. E Stefania che, abbandonata dal marito, dipinge i cinesi di Via Paolo Sarpi, la chinatown colorata e chiassosa nonostante i volti impassibili dei suoi nuovi abitanti.Ma, oltre a queste storie, si racconta anche di Pietro, Lejla, Gioia...
Gabriella Kuruvilla mescola parole e immagini (le fotografie all'interno del testo sono di Silvia Azzari), slang e dialetti, per restituire al lettore un quadro sensoriale, una mappa originale e, forse, poco conosciuta a fondo, di una città, Milano, in continua trasformazione, dove la ricchezza è data anche e soprattutto dalla presenza, dalle idee, dalle proposte e anche dalle lamentele, dalle richieste e dalle speranze di chi l'ha scelta come nuovo approdo.



lunedì 28 gennaio 2013

Workshop: "Le competenze interculturali dei migranti nei progetti di co-sviluppo"

Il 28 e il 29 gennaio 2013, a Milano - presso la Biblioteca centrale Sala del Grechetto di Corso di Porta Vittoria e presso l'Acquario Civico di Viale Gadio - la Rete Europea per le Migrazioni e lo Sviluppo (EUNOMAD) e il Comune di Milano presentano un programma di incontri per relazionare i risultati del workshop intitolato: "Le capacità interculturali dei migranti nelle pratiche del cosviluppo"
Ma cosa si intende per "capacità interculturali"? Basate sull'appartenenza a culture differenti, esse si riferiscono alla capacità di creare uno scambio tra due o più dimensioni culturali, favorendo idee, proposte, valori.
In questo senso i migranti sono degli attori importanti in grado di avvicinare comunità distanti tra loro e di innescare un'interazione e un arricchimento utili a tutti i gruppi coinvolti. 
I percorsi di cosviluppo condivisi, in particolare, si propongono proprio come azioni rivolte allo sviluppo della cittadinanza attiva dei migranti, sia nei luoghi in cui vivono, sia nei luoghi da cui provengono.
Durante il workshop - proposto nel mese di ottobre 2012 e a cui hanno partecipato molte associazioni e ONG - si è indagato il ruolo delle associazioni stesse di migranti all'interno della cooperazione: a partire dall'analisi delle pratiche, sono stati evidenziati i meccanismi che permettono oppure ostacolano il riconoscimento delle competenze interculturali e l'impatto di queste competenze nelle iniziative di coesione sociale e opportunità socio-economiche.

lunedì 7 gennaio 2013

La paura dell'Altro - scritto da Viorel Boldis, poeta e scrittore rumeno


Forse la parola che più delle volte viene abbinata allo straniero è la PAURA! Nell’abbordare il tema della paura, bisogna prescindere dal seguente quesito: i confini culturali coincidono con i confini geografici? Lo spostamento, lo sradicamento migratorio, non essendo soltanto geografico, ma anche identitario e socioculturale, come facciamo a capire dove finisce una cultura e dove comincia un’altra?

Oggi il mondo, oltre a essere diviso e insicuro, è anche abitato sempre più da culture diverse che entrano in contatto molto più velocemente rispetto al passato. Queste altre culture generano ombre, paura, intolleranza, inquietudine, proprio perché sono sconosciute, perché portano mondi e modi diversi di vivere la quotidianità.

La diversità culturale è diventato uno dei problemi maggiori con il quale il mondo globalizzato si confronta. La diversità culturale non produce necessariamente incompatibilità di convivere e di comunicare. È l’immagine sbagliata che si crea attraverso percezioni e stereotipi veicolati ripetutamente che ci fa credere che l’altro, il nuovo arrivato, non è compatibile con il nostro modo di vivere, e così, ogni tentativo di comunicazione viene frainteso, e più delle volte il dibattito si trasforma in conflitto.

È naturale chiedersi quali sono le cause della paura del diverso in generale, e della diversità culturale che il diverso, l’altro, porta con se. Si potrebbe attingere agli archetipi primordiali e non saremo in errore, poiché la maggior parte delle paure che l’essere umano sperimenta, hanno radici proprio negli archetipi primordiali. Ma, se vogliamo una spiegazione più semplice e vicina ai giorni nostri, possiamo rispondere cercando di capire come viene percepito e giudicato oggi lo straniero: lo straniero, l’altro, viene giudicato non per quello che è, ma per come viene definito dai mass media e dalla politica. Di conseguenza, le comunità straniere appaiono agli occhi della popolazione ospitante, non così come sono, ma come sono definite.

In realtà, la paura della diversità culturale in un mondo che attraverso la globalizzazione si sta sempre più uniformizzando, è, in un certo senso, un paradosso.

Un’altra causa che contribuisce alla paura della diversità culturale è, senza ombra di dubbio, la velocità, la rapidità delle mutazioni che avvengono a livello planetario, ma anche la velocità con la quale viaggiano le notizie. L’informatizzazione dei media, ma soprattutto l’avvento dell’internet, ha fatto si che, praticamente, qualsiasi notizia venga divulgata in tempo reale. Ma quello che influisce di più sulla percezione delle notizie che riguardano il diverso, lo straniero, è la filtrazione, l’alterazione di tali notizie da parte dei mass media. Tante volte abbiamo visto come le notizie che riguardano i stranieri vengono distorte. I giornalisti, purtroppo, si lasciano influenzare dagli stessi stereotipi che, in realtà, dovrebbero combattere. E, siccome oggi il mondo viene percepito soprattutto attraverso i mass media, possiamo affermare che i mass media hanno il ruolo principale per quello che riguarda la percezione della diversità culturale.

Possiamo dire che la cultura che ogni individuo sperimenta, è una cultura di tipo stanziale, che non va oltre la conoscenza acquisita e le esperienze vissute. Una cultura di tipo stanziale è anche una cultura statica, che rischia di coinvolgere e influenzare anche le altre sfere della società, inclusa quella economica. La crisi che l’Italia attraversa è un esempio eloquente da questo punto di vista.

Tra le cause che contribuiscono alla paura dell’altro, non possiamo non aggiungere le differenze religiose che separano i popoli. In questo caso, il più delle volte, ci accorgiamo come la paura della diversità culturale si trasforma in odio. Il diverso viene percepito sempre più come l’ostile, l’avversario da combattere, il nemico per eccellenza, perché non credendo nel nostro Dio, il diverso viene percepito come amico del nostro Diavolo. Purtroppo questo è uno degli stereotipi più diffusi e pericolosi, che da sempre genera guerre e divisioni.

Come fare per contrastare tali convinzioni? Quali mezzi, quali strumenti dobbiamo o possiamo usare noi stranieri, per primi, per farci conoscere per quello che siamo, per allontanare i sospetti, per far sì che la diversità culturale sia percepita come ricchezza, e non come fonte di paure, inquietudini, conflitti?

Per contrastare tali stereotipi, bisogna comprendere e dialogare, questi sono i principali pilastri dell’interculturalità: comprendere e dialogare, ragionare insieme, condividere.

Innanzitutto bisogna contrastare la stereotipizzazione mediatica della diversità culturale, rispecchiata sia nei mass media che nei discorsi populisti che ogni tanto si sentono nei periodi delle campagne elettorali.

Bisogna svestire l’interculturalità tanto sbandierata nei ultimi tempi, e renderla più visibile, più alla portata della società che la circonda.

L’intreccio di culture diverse non deve, per forza, amalgamare concetti e idee, valori e verità: nessuna cultura ha l’esclusività della verità o dei valori. L’intreccio di culture diverse può, e deve coesistere, non contrastandosi a vicenda, ma generando magari nuovi valori, e perché no, nuove società.

Volendo, possiamo liberaci dagli stereotipi, possiamo non essere sempre prigionieri della nostra cultura stanziale, o del nostro linguaggio, o delle nostre tradizioni. Questo non significa rinunciare alla nostra cultura, o ai nostri valori, o alla nostra lingua, o alle nostre tradizioni, significa semplicemente coesistere e condividere, e all’occorrenza tollerare.

La paura della diversità culturale non riguarda soltanto il ricco occidente, ma, con l’avvento della globalizzazione, agisce in modo trasversale, e trasversale è anche l’angoscia e l’ansia che essa genera. Di conseguenza, se vogliamo trovare un rimedio alla paura del diverso e della diversità culturale, questo deve essere e deve agire in modo trasversale. E non c'è niente di meglio in questo senso, de la cultura, de la letteratura, de la musica, dell'arte in tutte le sue forme.

Il ricorso alla cultura per affermare la propria identità è inevitabile, perché le comunità straniere diventano “visibili” attraverso la “matrice” culturale che le caratterizza, che mette in luce le loro abitudini e tradizioni, i loro valori.

La definizione dell’altro attraverso i principi culturali, implica la sua collocazione su una scala di valori materiali e spirituali riconosciuta dalla comunità ospitante.

La cultura favorisce la conoscenza in profondità dell’altro e, di conseguenza, evidenzia i suoi lati fondamentali, oltre alle sue abilità sociali.

Più delle volte l’immigrato lascia il suo paese senza trovarne un altro, senza capire dov’è e qual’è il suo vero posto nel mondo. È anche per questo che l'arte, la musica e la letteratura di quelli cher vivono in un paese che non è loro, non rispondono soltanto alle ambizioni letterarie o musicali, ma hanno una motivazione supplementare, sociale e politica. Così, per il pittore, per il musicista, per lo scrittore migrante, i problemi sociali, le ingiustizie, il continuo districarsi tra le varie leggi, l’insicurezza, la lotta con se stesso per capire e farsi capire, diventano parte della sua opera.

L’ingiustizia e la sofferenza in special modo, chiedono di essere espresse, e gli artisti e gli scrittori migranti si sentono obbligati a raccontare le loro storie, ma anche a raccontare l’Italia dal loro punto di vista.

Tutti vogliono raccontare tutto, vogliono rappresentare in un certo senso i loro compagni di viaggio, di sofferenze. Quasi si può dire che l'arte e la letteratura dei migranti sono un fenomeno che si spiega attraverso un processo di tramutare, di delegare a delle funzioni e speranze dentro all’opera, la quale non soltanto gli rappresenta, ma anche gli giustifica e difende.