Campo
Rom di Castel Romano, Via Pontina km 24, Roma.
Stiamo
parlando di un progetto artistico - promosso da Qwatz-residenza
per artisti a Roma e
dal
Centro per la Giustizia minorile del Lazio, e realizzato con il
patrocinio del Municipio di Roma EUR e il sostegno di Arci
Solidarietà - rivolto in particolare ai minori del campo rom di
Castel Romano in continuità con il percorso intitolato “Fuori
campo” che, da anni, vede gli operatori del Centro di Prima
Accoglienza di Roma impegnati nel seguire i bambini e i ragazzi rom
residenti nel campo e sottoposti a misure penali.
Il
progetto è organizzato in forma laboratoriale: gli esperti - Rosa
Ciacci, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia - prima di tutto
hanno cercato codici linguistici comuni tra loro (che sono i
formatori) e i partecipanti (i rom). Durante le lezioni, poi, si è
venuto a creare un vero e proprio scambio di strumenti e di mezzi che
hanno portato alla realizzazione di opere artistiche, all'interno del
campo, con l'obiettivo di suscitare la curisosità dei cittadini nei
confronti di chi abita proprio lì dentro.
A
partire dallo scorso marzo, il progetto ha visto anche la preziosa
collaborazione di Giuseppe Stampone che ha realizzato un suo
intervento. Il lavoro si intitola “Saluti da Castel Romano” ed è
a cura di Benedetta di Loreto. All'interno del campo si trova una
casetta di legno, uno spazio comune per i rom, ma anche uno spazio di
collegamento tra il campo e il resto della città perchè il piccolo
edificio è ben visibile dalla strada: ecco, proprio quella casetta è
stata scelta per la realizzazione dell'opera di Spampone, l'artista
che da tempo collabora anche con Solstizio.it, un gruppo molto
attento ai temi dell'ambiente, della sostenibilità e dei conflitti
sociali.
Stampone
è l'autore di altri due progetti, “Saluti dall'Aquila” e
“Greetings from New Orleans”, in cui denunciava, con la propria
creatività, l'assenza delle istituzioni nella ricerca di soluzioni
per le città e i cittadini colpiti da gravi calamità naturali, ma
in questo suo ultimo lavoro nel campo rom di Roma si spinge oltre:
afferma una “teoria del fallimento” sul ruolo dell'arte e chiede
ad artisti e curatori, italiani e internazionali, di fare “rete”
per creare insieme opere utili davvero nell'affrontare i problemi
relativi a situazioni sociali complesse. Non un lavoro
autoreferenziale, quindi, ma un lavoro artistico davvero importante
per la riflessione e per il bene comune.
Abbiamo
chiesto un contributo a Benedetta di Loreto, che ringraziamo
tantissimo, che così ci ha scritto:
Il progetto "Saluti da
Castel Romano" è stato portato avanti dalla fine di
Novembre fino ad aprile scorso. Abbiamo realizzato un laboratorio
di arte, che ha poi portato alla produzione di un lavoro
dell'artista Giuseppe Stampone, presentato pubblicamente lo
scorso 26 giugno. Durante i mesi di laboratorio tre formatori
(Rosa Ciacci di qwatz, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia)
hanno lavorato con alcuni minori che vivono nel campo. Il
progetto è stato promosso dal Centro per la Giustizia Minorile
del Lazio, in continuità con il percorso progettuale “Fuori
campo”, che ormai da alcuni anni vede gli operatori del Centro
di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire le minori Rom
residenti nel campo, sottoposte a misure penali. Lo scopo
di questo progetto è di continuare il dialogo con i Rom
attraverso la condivisione di presupposti culturali. Nel corso
del laboratorio, Rosa Ciro e Fabio sono riusciti a creare un
bello scambio con i ragazzi, con cui hanno condiviso strumenti e
mezzi, e hanno impostato i presupposti per costruire qualcosa
insieme. Nel tempo si è formata una “classe” composta da
circa 10 ragazzini, principalmente maschi tra i 6 e i 15 anni. Di
questi, ovviamente non tutti sono stati sempre presenti; spesso
si sono uniti bambini di 3-4 anni incuriositi e desiderosi di
fare qualcosa di diverso, e delle ragazze. Durante le lezioni
sono state presentate alcune tecniche artistiche come la
lavorazione del gesso, la scultura, il collage, la fotografia;
sono stati approcciati temi quali lo studio dello spazio e la sua
identità, l’autoritratto, l'analisi di immagini mediatiche
legate alla moda e allo sport. Tutto questo ha prodotto dei
disegni e dei collage realizzati collettivamente, e varie
fotografie tra autoscatti, ritratti, e i risultati di prove di
utilizzo del mezzo. I ragazzi sembrano molto sensibili
all’auto-rappresentazione e amano farsi ritrarre assumendo pose
compiaciute e autoironiche. In particolare, si sono divertiti
moltissimo a lavorare sulle immagini, costruendole e
modificandole per creare un immaginario fantastico che potesse
rappresentarli. Per i ragazzi, il laboratorio è stato uno
stimolo importante: le loro giornate sono spesso uguali le une
alle altre, e a parte per chi va a scuola, non fanno attività
particolari. Durante il lavoro, i ragazzi hanno partecipato ad un
esempio di collaborazione tra di loro e con persone esterne al
campo. Hanno rispettato i formatori e hanno accolto i loro
presupposti; i formatori hanno insistito nel cercare di
trasmettere loro il senso della condivisione.
L'associazione
qwatz sviluppa progetti di arte contemporanea, e il nostro
obiettivo in questo caso era quello di usare l'arte come
possibile strumento di comunicazione e mezzo per attirare
l'attenzione sulle condizioni di vita di 1500 persone. Per questo
è stato coinvolto Giuseppe Stampone il quale, essendo un artista
piuttosto seguito, ha usato la propria visibilità per mettere
l'attenzione sulla situazione dei Rom di Castel Romano. Nel campo
si trova una casetta di legno, uno spazio comune, che rappresenta
un link tra il campo stesso e la città, perché visibile dalla
strada. La casetta è quindi stata scelta come luogo su cui
Stampone - in collaborazione con il network Solstizio.org -
ha realizzato una sua opera, considerandola un possibile schermo
di dialogo tra il campo e chi ci passa di fronte. Sul tetto della
casetta è stata posizionata una scritta che dice "I AM
HERE", io sono qui, con accanto il simbolo usato sulle mappe
di google (la goccia rovesciata color arancione) per indicare
luoghi specifici. Passando quindi sulla via Pontina, dove si
trova il campo, è possibile vedere la scritta. Il senso della
frase è di sottolineare il fatto che in quel luogo, anonimo,
simile ad una discarica e decisamente poco vivibile, vivono delle
persone, tante persone. E queste persone ci sono, esistono, hanno
dei diritti e vivono una condizione di esclusione e difficoltà
che sembra non suscitare l'attenzione che meriterebbero.
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