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mercoledì 10 giugno 2015

Punire il reato, non l'etnia


Pochi giorni fa, a Roma, un Rom di diciasette anni, senza patente, mentre si trovava alla guida di un'auto ha ucciso una donna e ferito altre nove persone. Un fatto gravissimo, che va punito severamente. Questo, però, non deve far cadere nell'errore di considerare TUTTI i Rom allo stesso modo, ovvero come delinquenti assassini; non bisogna fare l'errore di scadere nello stereotipo. Colpire i colpevoli sì, colpire tutti indistintamente, no.




A questo proposito, pubblichiamo la nota dell'Associazione 21 luglio:



La notizia della tragedia avvenuta ieri a Roma in prossimità della fermata metro Battistini, nella quale una donna di 44 anni ha perso la vita e otto persone sono state ferite, travolte da un’auto che viaggiava a folle velocità, addolora e sconvolge.

Con l’auspicio che il corso delle indagini conduca all’individuazione dei responsabili di tale gesto, l’Associazione 21 luglio non può non constatare, tuttavia, che la notizia, come è stata riportata da molti media locali e nazionali, rischia di sfociare in una pericolosa deriva etnica dei fatti accaduti, in quanto ad essere sottolineata con forza è la presunta origine etnica dell’autista dell’autovettura che ha provocato la strage.

Le colpe di un gesto di tale gravità non possono e non debbono ricadere sull’insieme di persone appartenenti alla stessa comunità degli autori della strage, a Roma e nel resto d'Italia. E gli organi di informazione dovrebbero prendere tutte le opportune precauzioni perché questo non accada, evitando per esempio titoli, articoli e servizi che diano rilevanza maggiore all’origine etnica dei responsabili piuttosto che al fatto - gravissimo - in sé.

L’etnicizzazione delle notizie, infatti, rischia di esacerbare il già esasperato clima di ostilità e odio diffuso nell’opinione pubblica nei confronti di rom e sinti. Simili trattamenti delle notizie portarono già, ad esempio, a derive fortemente violente, in passato, a Ponticelli (Napoli) nel 2008 e a Torino nel 2011, quando contro i “campi rom” si svilupparono, in seguito alla diffusione di notizie poi rivelatesi infondate, veri e propri raid incendiari.

Per chi sarà chiamato ad indagare e per i giudici, nella ricostruzione dei fatti e nella successiva auspicabile condanna, poco importa l’origine etnica della persona colpevole, o la sua cittadinanza o il colore della sua pelle. Alla guida di quella macchina c’era una persona che va perseguita. Questo basta e avanza.

Se dovesse scoprirsi che dietro quel volante omicida c’era una persona di origini islamiche dovremmo tornare a invocare le misure del post 11 settembre 2011? O se c’era una persona di origini campane o venete dovremmo aprire una discussione sulla presenza di tali comunità nella nostra città?

L’isteria mediatica, declinata in una “etnicizzazione del reato” fa danni. Così come lo fa il razzismo. E razzismo è anche ricondurre il DNA di un popolo al crimine di un individuo.

lunedì 1 giugno 2015

Una riflessione su «Il silenzio e il tumulto» di Nihhad Sirees

 






di Monica Macchi     (da La bottega del Barbieri)





La settimana scorsa a Milano l’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato un incontro sui profughi in fuga dalla Siria, la cui situazione è stata raccontata attraverso il romanzo «Il silenzio e il tumulto» (*) di Nihhad Sirees.

Il titolo è la chiave di lettura del libro: il Tumulto è quello del potere e della propaganda del regime mentre il Silenzio è di vari tipi; può essere il silenzio della prigione, della tomba, quello che evita i guai, quello che permette ai suoni melodiosi di arrivare fino a noi ma è anche il silenzio in cui è ridotto Fathi, uno scrittore-giornalista accusato di essere “non-patriota” e che nel giorno del 20° anniversario della presa del potere del Leader cerca di sfuggire al tumulto delle manifestazioni.

Il libro è il racconto di questa giornata in cui si intrecciano diverse storie (uno studente picchiato, un medico che si interroga sul nome da dare alla perdita di rispetto per la vita umana, alcuni addetti agli interrogatori…) e diventa un ritratto dei meccanismi del regime attraverso la paura, la responsabilità e l’Arte. Se la paura è l’arma predominante, si intreccia strettamente alla responsabilità individuale (l’autore scrive “siamo schiavi per colpa nostra” lanciandosi in una dissertazione sulla differenza tra i Persiani e i Macedoni nella divinizzazione di Alessandro Magno…) ma soprattutto dell’intellettuale che si ribella “non per il gusto di ribellarsi ma perché non gli piace quello che succede”. Infatti l’arte diventa «patriottica» che sa manipolare l’umore nazionale e suscita l’ardore per il Leader: gli slogan vengono creati da poeti in quanto la poesia, e in particolare il ritmo e l’allitterazione, impedisce la riflessione e dissolve l’individualità nella folla. Ma oltre alla ribellione aperta ci sono altre strategie di resistenza incarnate dalle 3 figure femminili: Lama, l’amante, Samira, la sorella e Ratiba Khanem, la madre. La madre rappresenta la scelta dell’indifferenza, del “lasciar perdere” perché le vicende quotidiane sono prive di importanza e la compensazione è la cura dell’aspetto esteriore: pur di assecondare la sua fragile vanità, tradisce gli ideali del figlio e anche la memoria del padre. L’amante rappresenta il sesso, un grido contro il silenzio che restituisce l’equilibrio e toglie le maschere del pudore e della vergogna permettendo di ridere e scherzare. La sorella rappresenta l’umorismo e l’ironia (si può ridere del Partito ma non del Leader) ma anche l’auto-ironia e alla fine del libro dà il consiglio fondamentale per sopravvivere nel regime: “sii idiota tra gli idioti e ridine”.




(*) Pubblicato in Libano nel 2004 e poi tradotto in tedesco, francese, inglese (ha vinto il Premio Pen Writing in translation nel 2013) e ora in italiano dalla casa editrice Il Sirente.


venerdì 19 dicembre 2014

Appello per i siriani in Grecia



L'Associazione per i Diritti Umani aderisce al seguente appello:




Sono morti due dei giovani siriani che stanno dando vita a una protesta in piazza Syntagma, ad Atene, davanti al Parlamento greco, per affermare il loro diritto ad essere accolti in Europa, con piena libertà di residenza e di movimento. La manifestazione va avanti dal 19 novembre e coinvolge centinaia di rifugiati – uomini, donne e bambini – riuniti in presidio permanente e, quasi tutti gli adulti, in sciopero della fame. Sciopero che molti minacciano di prolungare ad oltranza. Chiedono, in sostanza, di revocare o modificare il trattato di Dublino 3 che, vincolando i richiedenti asilo al primo paese Schengen al quale si rivolgono, vieta loro di spostarsi in altri paesi Ue.




Il primo dei due giovani è stato stroncato da un infarto proprio nel corso della protesta: debilitato dallo sciopero della fame, si è sentito male e poco dopo ha cessato di vivere nell’ospedale dove era stato trasportato. Ancora più drammatica la sorte del secondo: stanco di aspettare ad Atene il permesso di raggiungere un altro paese europeo, ha tentato di passare di nascosto il confine tra Grecia e Albania attraverso i monti ma è stato ucciso dal freddo.




Sono le ultime due vittime delle barriere alzate dalla Fortezza Europa contro il diritto di migliaia di rifugiati e migranti ad essere accolti, ascoltati, aiutati, come prevede il diritto internazionale. Le ultime due delle almeno 3.600 che, dall’inizio del 2014 ad oggi, si sono registrate nel Mediterraneo, nel deserto africano, nei paesi di transito e prima sosta. Un numero enorme ma che è certamente sottostimato, perché poco o nulla si sa di quanto accade ai profughi durante la traversata del Sahara, al momento del passaggio dei vari confini statali che incontrano nel loro viaggio verso il Mediterraneo, nelle carceri e nei centri di detenzione in cui spesso vengono rinchiusi in Africa.




Il Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos esprime il suo cordoglio per queste ennesime vite innocenti spezzate e la sua totale solidarietà con i protagonisti della protesta di Atene per il rispetto dei diritti umani. E invita ad aderire all’appello lanciato da numerosi esponenti della cultura e della società civile europea ed italiana a sostenere la manifestazione in corso in piazza Syntagma.




Per aderire all’appello contattare il seguente indirizzo mail: ggabrielle65yahoo.it

martedì 8 luglio 2014

Cercando Lindiwe: senza memoria non c'è identità





Valentina Acava Mmaka è una scrittrice italo-sudafricana, giornalista e attivista per i diritti umani. E' da poco uscito un suo romanzo - già edito nel 2007 e ora ripubblicato per Kabiliana Press - intitolato Cercando Lindiwe. Lindiwe è una donna nera, costretta ad abbandonare il Sudafrica a causa del massacro di Shaperville, avvenuto nel 1960 quando decine e decine di manifestanti pacifici vengono massacrati perchè protestano contro il pass, il lasciapassare dei neri per poter uscire dai ghetti.

Dopo 33 anni di esilio, la protagonista torna in patria, con il nome di Ruth. Ritorna sul proprio Passato e su quello del Paese: sull'apartheid, sulle discriminazioni, sui delitti. Una donna che vuole ricomporre la propria idendità perchè, come scrive l'autrice: “Non esiste identità se non c'è memoria”.

Un romanzo che rapisce e indigna. Un romanzo che ridà speranza solo, però, dopo un percorso di consapevolezza e riconciliazione.



Abbiamo rivolto alcune domande a Valentina Acava Mmaka e la ringraziamo molto per questo suo intervento.



Ci può, brevemente, spiegare cosa significhi essere esiliati?



L’Esilio è l’esperienza migratoria più estrema e ineluttabile. L’esilio è una separazione non solo dalla propria casa, dagli affetti ma anche dal proprio passato.

Il poeta Wallace Stevens lo definisce una “mente invernale”, la tensione verso una stagione più mite è solo un’illusione per l’esule. L’esilio di Lindiwe, nel romanzo, rispecchia questa immagine, quasi di fissità, di congelamento, di irrigidimento. L’essere partiti con il biglietto di sola andata è una condizione psichica estrema che trasforma la percezione della realtà nuova, quella dell’esilio, e anche quella del passato lasciato alle spalle. Stuart Hall diceva che ogni migrazione, dunque anche l’esilio, è in ogni caso sempre un viaggio di sola andata.



Qual è il prezzo che la protagonista ha dovuto pagare in nome della propria libertà? E quella libertà è strettamente collegata ai concetti di “appartenenza” e di “identità” che attraversano tutta la narrazione?



Lindiwe paga il prezzo più alto dalla sua esperienza di esilio rinunciando in primis alla nozione di appartenenza. L’esilio spazza via tutte le certezze e la spinge in un limbo che la rende estranea persino alla causa per la quale ha sempre lottato. La sua idea iniziale di continuare la lotta nell’altrove, in un luogo più “sicuro” nel quale enfatizzare la causa anti segregazione, è morta nel preciso momento in cui la nave è partita dal porto di Durban. La mancanza di tangibilità con il luogo della sua lotta diventa un deterrente. L’esilio definisce l’esule in relazione al luogo a cui appartiene, dove è nato, dove custodisce gli affetti e nel quale gli viene spesso negata la libertà, un rapporto di amore e di odio al tempo stesso. Per estremo l’altrove le impone, direttamente e indirettamente, di vivere uno spazio disconnesso senza corrispondenze, anche la vicinanza con altri esuli non sortisce in lei alcuna empatia o riconoscimento, poiché l’esilio è una esperienza legata al luogo che si lascia e in quanto tale, alla lingua, alla storia, è un legame di di affinità, di corrispondenze. L’esilio rappresenta un’ “assenza” ed è in essa che nasce il conflitto identitario della protagonista, dove attraverso un gioco di sdoppiamento della persona, tenta di capire le ragioni della sua inerzia, del suo “inverno” interiore.



Che cosa si intende per “ubuntu”?



L’ubuntu fa riferimento all’etica secondo cui io sono ciò che sono perché gli altri sono. È un principio fondamentale che può prestarsi come premessa di una società basata sul rispetto, sulla solidarietà, sul confronto, sulla riconciliazione. Un’utopia allo stato attuale in cui si trovano le società mondiali.


Può approfondire anche il tema che riguarda l'importanza della Memoria? Memoria storica, Memoria collettiva...


La scrittrice Toni Morrison scrive che non si può dare una passata di bianco al passato. Per quanto doloroso, anzi, maggiore esso è doloroso, con maggior vigore la fiamma del suo ricordo va alimentata. La memoria storica è un bene cui la collettività non può e non deve rinunciare. E’ importante per una società stabilire una relazione permanente costante e continua con il proprio passato, ci permette di sapere dove vogliamo che la “nostra” storia personale si collochi .La memoria aiuta una comprensione più ampia della Storia. Essa seleziona e moltiplica i significati degli eventi e li pone sul piano dei sentimenti e delle emozioni. In questo senso la memoria collettiva è indispenssabile ai fini dell’identità che rischia altrimenti di essere corrosa dalla frentica corsa verso la globalizzazione del presente.

La scrittura è il luogo che incarna il mio ideale di libertà. La scrittura declina concetti come patria, casa, paese nell’unico modo accettabile. In essa trovo possibile tradurre la realtà interna ed esterna trasferendola ad un piano immaginario dove posso riscriverla. La scrittura è la mia coscienza e la mia responsbailità come artista e donna.

martedì 24 giugno 2014

Salviamo Razieh



Nel nostro piccolo, ci uniamo alla voce della comunità internazionale (HumanRights Watch, Amnesty International e molte altre organizzazioni) per salvare la giovane vita di Razieh Ebrahimi che, durante questa settimana, potrebbe essere mandata al patibolo, letteralmente.

Una breve, intensa vita che potrebbe spezzarsi troppo presto: a 14 anni è stata data in sposa ad un uomo molto più grande di lei; l'anno successivo è diventata madre e a 17 ha ucciso il marito.

Tutto accade in Iran. La bambina era stata data in sposa, da suo padre, al vicino di casa, di professione insegnante: mesi e mesi di umiliazioni e di botte fino a quando lei ha deciso di reagire, con altrettanta violenza. Gli ha sparato e ha nascosto il corpo in giardino.

Sembra la trama di un brutto film e, invece, si tratta di una realtà ancora troppo presente nel tessuto sociale di una società contraddittoria e complessa, come quella persiana.

Si chiede, con questo articolo/appello, una giusta pena per la ragazzina, magari accompagnata da un percorso di recupero psicologico e la condanna di ogni forma di uccisione di Stato.

Il caso di Razieh fa riflettere, ancora una volta, su temi e questioni ancora irrisolte, in Iran come in molte altre aree del mondo: quello delle spose-bambine e quello delle esecuzioni per reati commessi prima della maggiore età, o comunque prima dei 18 anni. Pensiamo,a de sempio, anche alle ragazze stuprate e impiccate in India, alle studentesse rapite in Nigeria, ai soprusi in Yemen, Sudan, Arabia Saudita...

Una speranza per evitare a Razieh l'impiccagione sarebbe data dal perdono dei famigliari della vittima e un riscatto in denaro. Ma il problema dovrebbe essere risolto alla radice, con un cambiamento della legislazione e per questo anche la società civile iraniana si sta mobilitando in nome della Giustizia umana e del diritto alla vita.

martedì 22 aprile 2014

Federica Angeli: il coraggio di una moglie, madre e giornalista




Non è da tutti prendere posizione contro la mafia, ma c'è chi decide di farlo, senza scendere a compromessi con nessuno, nemmeno con se stesso. Federica Angeli è una di queste persone: una donna, una moglie, una madre, una professionista - giornalista di Repubblica - che non ha avuto paura di scrivere, di denunciare, di impegnare la propria vita nella lotta alla criminalità organizzata per dimostrare che le mafie esistono, che sono infiltrate ovunque, ma anche per spronare tutti a stare all'erta e a non piegarsi a una cultura del ricatto e della sopraffazione.

Abbiamo intervistato per voi Federica Angeli, vincitrice del premio donna X Municipio 2014 e che ringraziamo per queste sue parole e anche perchè ha risposto alle nostre domande anche con il cuore.   





Ripercorriamo, brevemente, la sua esperienza: vive sotto scorta perchè denunciò una rissa tra clan a Ostia, in un quartiere caratterizzato da un forte abusivismo edilizio?
Non proprio. Sono stata messa sotto scorta per il combinato congiunto di un’inchiesta che ho condotto a Ostia, nel corso della quale ho ricevuto pesanti minacce di morte da parte di un appartenente alla famiglia Spada, un clan di origine nomade molto spietato, e della mia testimonianza, come cittadina, rispetto a quanto accaduto davanti a una sala scommesse la notte a cavallo tra il 15 e il 16 luglio 2013. Il quartiere non è affatto caratterizzato da un abusivismo edilizio, quello di cui parla è l’Idroscalo, che dista almeno due chilometri da dove è accaduta la rissa e dove morì Pasolini. La strada in cui è avvenuto lo scontro a colpi di coltelli e di pistola è sicuramente caratterizzata dalla presenza di pregiudicati e criminali che gravitano attorno a quella bisca, l’Italy Poker, davanti alla quale scoppiò l’inferno in una notte d’estate.
Vivere sotto scorta ed essere moglie e madre, oltre che giornalista: come conciliare tutto questo? E in nome di quali ideali ha fatto questa scelta professionale e di vita?
E’ davvero molto complicato conciliare il tutto. Diciamo che io e mio marito abbiamo scelto di far vivere ai bambini tutto questo sulla falsa riga del film "La Vita è bella". Tutto è un gioco in cui abbiamo quattro straordinarie persone (i carabinieri del nucleo scorte) che per i bambini sono i nostri autisti. Tolta la maschera del gioco, resta una grande amarezza e preoccupazione per lo stato delle cose. Ai bimbi in strada personaggi di grosso spessore criminale hanno fatto il segno della croce, sono venuti a gridarci sotto casa, dopo la mia denuncia, "infami, gli infami muoiono". Insomma è molto dura vivere senza libertà, trovare un sorriso rassicurante ogni giorno per i miei cuccioli, rassicurare un marito che si è trovato con una vita sconvolta per aver subìto una mia scelta e continuare ad avere la concentrazione per portare avanti il mio lavoro. Tuttavia nei miei momenti più bui, penso sempre al forte credo che è in me, al senso innato di giustizia che mi ha sempre caratterizzato. Mi piace pensare di poter cambiare un mondo in cui in molti cominciano a sentirsi stretti, mi piace contribuire, in virtù della mia penna e delle mie inchieste-denuncia, a raddrizzare questo mondo che sembra non avere più un verso e in cui molti ideali sembrano perduti, dimenticati. Ecco io non mi rassegno, non mi adeguo a vivere secondo regole che non mi appartengono, a cui molti si sono, loro malgrado, piegati. Per cui lotto, come posso. Ed è tutto questo che mi ha sempre guidato nel mio percorso professionale. Ma le garantisco, mai avrei immaginato di finire sotto scorta dal luglio scorso.
Ora i tre che l'hanno minacciata sono liberi: lo Stato è debole, impotente o altro?
La sensazione che sicuramente questi criminali hanno, è di debolezza dello Stato. Tanto che, il giorno in cui sono stati messi ai domiciliari (il 16 ottobre) sono venuti sotto la mia abitazione a fare un brindisi. Io praticamente in prigione, senza la mia libertà e loro liberi di scorrazzare. Il mio punto di vista è decisamente più critico nei confronti della magistratura in questo caso. Perché se un pubblico ministero che prende in mano un fascicolo in cui i carabinieri scrivono che due soggetti (affiliati peraltro al potente clan dei Triassi a processo per 416 bis, associazione a delinquere di stampo mafioso) vengono accoltellati ai polmoni e alla giugulare con prognosi di 60 e 30 giorni e un periodo in terapia intensiva in ospedale, che questi soggetti reagiscono alle coltellate ferendo con un colpo di pistola al polpaccio Ottavio Spada, già indagato per un duplice omicidio di due grossissimi pregiudicati nel 2011, ecco, mi chiedo: perché classificare il reato in rissa aggravata, piuttosto che tentato omicidio? Qual è stata la valutazione del pubblico ministero Erminio Amelio nel valutare lo spessore criminale dei soggetti coinvolti? Visto poi che ci sono testimoni - io nella fattispecie - e sono state ritrovate le armi del delitto: cos’è che ha fatto scegliere al pubblico ministero un reato che prevede sei mesi di detenzione? Incompetenza? Sottovalutazione di un fenomeno criminale? Certo è che, di questo passo, lo Stato rischia di rafforzare i clan, che gongolano in un senso di impunità garantito dalla giustizia stessa.
Nel suo percorso professionale ha visto in faccia la mafia: ci può raccontare - e commentare – l'episodio che più l'ha colpita? Ad esempio, il suo rapporto con la famiglia Fasciani...
Ce ne sono tantissimi di aneddoti che potrei raccontarle. Con la famiglia Fasciani ho sempre avuto un rapporto di estrema onestà. Entrambi sapevano chi eravamo, non ci siamo mai nascosti dietro finzioni. Le loro regole del gioco sono molto ferree: guai a tradirsi, guai a fare "l’infame". E per infame intendono anche il giornalista, ad esempio, che si nasconde dietro una sigla o uno pseudonimo quando scrive di loro. Uno che li attacca alle spalle. Di me avevano stima, perché, mi dicevano, avevo avuto il coraggio di guardarli negli occhi, di bussare alla loro porta e di scrivere sempre le cose correttamente, senza sparare a zero, senza aggiungere particolari per fare folklore. Insomma, malgrado sapessero che stavo conducendo un’inchiesta su Ostia che avrebbe coinvolto anche la loro famiglia, non hanno mai cercato di stopparmi. Ma ricordo una volta in cui la moglie di don Carmine mi chiamò e mi fece avvicinare a lei: fissava un gatto e mi disse che lei adorava i gatti. "E sa perché? Per due motivi: il primo è perché non parlano, il secondo è perché non tradiscono mai". Un messaggio importante, che mi colpì.
Cosa si può fare per combattere indifferenza e omertà?
Io le posso dire quello che faccio io. Denuncio con le mie inchieste, vado nelle scuole, nei licei della capitale a raccontare la mia esperienza, cerco di lasciare un semino in ogni ragazzo che guardo negli occhi, tento di farli ragionare e di far capire loro quanto, nella vita, sia importante prendere posizione, fare una scelta. Non importa quale sia, paradossalmente possono anche scegliere di avvicinarsi alla criminalità. Ma restare nel silenzio, avere il timore di fare dei nomi e dei cognomi, girarsi dall’altra parte: ebbene questo è anche peggio di stare dalla parte dei cattivi, per come la vedo io. Mi ha colpito uno degli incontri che ho fatto al liceo Enriques di Ostia. I ragazzi avevano preparato, prima dell’appuntamento con me, un video, in cui avevano girato per Ostia con una telecamera e avevano intervistato le persone chiedendo loro se erano consapevoli che in quel territorio esistesse la mafia: tutti gli intervistati hanno risposto sì, senza paura, hanno fatto persino i nomi. Esattamente un anno prima io, per il mio giornale, avevo fatto la stessa cosa e nessuno aveva parlato. Ecco le coscienze si sono svegliate, tutto sta avendo un senso. Quei ragazzi, inconsapevolmente, col loro prezioso lavoro mi hanno dato molta carica e così la mia libertà sacrificata ha riacquistato un significato. Bisogna capire che l’omertà e l’indifferenza sono il pane di cui si alimenta la malavita, ed è per questo che la voce della stampa dà così fastidio. E bisogna uscire dal guscio del "che schifo il mondo ma non posso farci nulla, quindi taccio". Fare qualcosa si può. Perché, sono fermamente convinta, siamo ancora in tempo per vivere una vita migliore. Forse anche io un giorno tornerò libera e mi unirò alla festa di chi ha combattuto per i miei stessi ideali, non scoraggiandosi mai. E sarà davvero un bel giorno. Per tutti.





mercoledì 16 aprile 2014

Quando l'arte fa intercultura



Cari amici, oggi vi diamo comunicazione di alcuni appuntamenti culturali, organizzati a Milano e a Bergamo, che speriamo possano interessarvi.

L'arte, antica e contemporanea, può essere uno strumento valido per fare intercultura, per far avvicinare popoli e persone, per viaggiare anche con l'immaginazione. Per questi e molti altri motivi pensiamo che queste iniziative siano da prendere in considerazione, magari nei prossimi week end...

Brera: un’altra storia




La Pinacoteca di Brera raccontata da mediatori museali stranieri per una valorizzazione del patrimonio artistico in chiave interculturale.
Due città. Quattro musei. Un’unica concezione della cultura e una nuova modalità di accostarsi al museo: ecco in sintesi il progetto “Altrestorie” attraverso il quale un network di istituzioni pubbliche e private (il GAMeC, la Pinacoteca di Brera, l'Accademia Carrara di Bergamo, il Museo del Novecento di Milano, Tramiteteatro e Storyville) offre il proprio patrimonio a nuove narrazioni nella convinzione che l’arte sia tra i principi fondamentali attraverso cui si (ri)costruisce una comunità.
A Brera otto mediatori museali (Francesca Cambielli-Italia, Connie Castro-Filippine, Biljana Dizdarevic-Bosnia, Anita Gazner-Ungheria, Rosana Gornati-Brasile, Dudù Kouate-Senegal, Margaret Nagap-Egitto e Almir San Martin-Perù) conducono sia percorsi individuali su singoli quadri sia percorsi collettivi incentrati su filoni tematici in cui la storia delle opere interagisce con le storie e i vissuti personali. L’intreccio fra saperi diversi e la proposta di nuove chiavi di lettura amplifica le potenzialità narrative, la complessità e la ricchezza dei significati rendendo non solo la Pinacoteca più accessibile agli stranieri (a richiesta sono disponibili anche visite guidate nella lingua madre di ciascun mediatore) ma svelando anche nuovi significati agli italiani fino a trovare segni di contaminazione e reciproco influsso figurativo.


I percorsi sono gratuiti (compresi nel biglietto del museo) durano circa 45 minuti in gruppi di massimo 12 persone.
Per informazioni e prenotazioni:
paola.strada@beniculturali.it

 Ed ecco il calendario del mese di maggio:

 Sabato 10 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Un incontro” a cura di Francesca Cambielli, Dudù Kouate e Anita Gazner



Domenica 11 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Di madre in figlio” a cura di Margaret Nagap e Biljana Dizdarevic



Sabato 17 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Luoghi” a cura di Rosana Gornati, Connie Castro, Anita Gazner e Francesca Cambielli



Domenica 18 maggio ore 15.00



Percorso tematico “Sguardi diversi su La Predica di S. Marco ad Alessandria d’Egitto, di Gentile e Giovanni Bellini” a cura di Dudù Kouate, Rosana Gornati e Almir San Martin



Sabato 24 maggio ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate



Domenica 25 maggio ore 14.30



Percorso tematico “Tra terra e cielo” a cura di Biljana Dizdarevic, Connie Castro e Almir San Martin



ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate





E una mostra di pittura...presso la Casa delle culture del mondo di Milano




 Tracce: opere di Ousseynou Diop, in arte Ouzin    


La Casa delle culture del mondo della Provincia di Milano propone dal 17 aprile al 14 maggio la mostra “Tracce”, quindici tele in acrilico realizzate nell’ultimo anno dall’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin. La mostra, curata da Daniela Frigo, Mediatrice Artistica, Linguistica e Culturale, è promossa dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano. La mostra "Tracce" dell’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin, affronta un tema spesso ridondante per chi lascia il proprio paese, ovvero il segno ci si porta dietro e che rimane dentro la propria anima una volta che si abbandona ciò che più si ama: la propria terra. La traccia è un'orma, un’impronta che ritorna, che graffia, che ricorda: è un colore, una forma, un oggetto, una parola ripetuta, un viso sfumato, una nota suonata, un riflesso di luce sullo specchio dell'acqua, la donna amata. La tela permette di immortalare il dolore, la fatica, il desiderio di riscatto, ma anche la passione, la speranza, l'amore. Le tracce sono fondamentali per ricostruire il proprio passato, per ricordare le proprie radici e riallacciarsi al presente: ed è ciò che fa l'artista, che attraverso colori materici, corde, conchiglie e altri utensili manifesta l'esigenza di creare un ponte con tutto ciò che oggettivamente non è più presente, ma che si rende vivo nelle sue creazioni.


Informazioni al pubblico:



- Provincia di Milano/La Casa delle culture del mondo, tel. 02 334968.54/30



www.provincia.milano.it/cultura - culturedelmondo@provincia.milano.it



- Daniela Frigo, daniela.frigo@hotmail.it, 3496102158



La Casa delle culture del mondo, Via Giulio Natta 11, Milano (M1 Lampugnano)



dal 17 aprile al 14 maggio 2014



orari: martedì-venerdì ore 10-18.30, sabato e domenica ore 14-20, lunedì chiuso



chiuso: 19, 20, 21, 25, 26, 27, 28 aprile e 1° maggio



aperto: 22, 23, 24, 29, 30 aprile e 2, 3, 4 maggio



ingresso libero



Inaugurazione mercoledì 16 aprile 2014, ore 18.30








martedì 18 marzo 2014

Fumetti, attualità e libertà di pensiero

 
 
 
 
 

Takoua Ben Mohamed è una ragazza di origine tunisina, figlia di un rifugiato politico, che vive in Italia dall'età di otto anni. Takoua è fumettista e usa la sua creatività per raccontare la propria storia e quella di tante altre giovani donne musulmane che hanno affrontato un percorso di integrazione in un Paese nuovo. Nelle opere dell'artista si parla anche di molti altri argomenti di stretta attualità.



Abbiamo intervistato per voi Takoua Ben Mohamed che ringraziamo tanto per questo racconto.



Quali sono gli argomenti di cui parli nei suoi fumetti?


Gli argomenti di cui parlo generalmente nei miei fumetti e nei corti animati sono la primavera araba come nasce in Tunisia fino ad arrivare in Siria, Palestina, etc; i diritti umani che vengono violati soprattutto nei Paesi in guerra e ciò che è stato prima della primavera araba, cioè la vita sotto le dittature; il razzismo in ogni suo genere e forma; la questione del velo, soprattutto nell'età adolescenziale, e come si affronta la scelta di indossarlo in una società non musulmana, tra i pregiudizi o all'incontrario la positività che molto spesso gli viene trasmessa per l'atto di coraggio.
Ora mi sto anche dedicando a tematiche più educative nel settore dei cartoni animati...ovviamente senza mai perdere d'occhio il mio obbiettivo principale, la libertà di pensiero, d'espressione attraverso i fumetti e l'animazione. 



Perché la scelta delle graphic-novel per affrontare temi di grande attualità?         


La scelta dei graphic-novel, a dire la verità, oltre ad essere quella che esprime di più l'immagine di ciò che voglio raccontare, ciò che voglio trasmettere, è anche una mia passione...fin da piccola disegno e guardo i cartoni animati, ho provato ogni genere di arte e mi sono trovata bene nei graphic-novel, allora ho cominciato a prendere i fumetti e a sfogliarli per imparare a farli. Ho cominciato fin da subito a scrivere su tematiche così importanti soprattutto per me, perché in qualche modo mi rappresentato e molti episodi l'ho vissuti in prima persona. Penso sempre che l'arte sia fatta per esprimere la realtà.



Ci può raccontare brevemente la sua storia personale e quella della sua famiglia? 



Come dicevo, molti episodi l'ho vissuti in prima persona, tra i quali la primavera araba e la vita sotto la dittatura. La mia famiglia ed io abbiamo vissuto negli anni '90 sotto la dittatura di Ben Alì, mio padre lasciò la Tunisia nel 1991, quattro mesi dopo la mia nascita, perché era perseguitato dalle autorità tunisine essendo un membro di uno dei movimenti oppositori al governo dittatore, mio zio è stato arrestato e messo in carcere per molti anni e torturato fino alla morte, mia madre ha dovuto lavorare e mantenere da sola sei figli sotto i 10 anni e due anziani, per 8 anni da sola, con la pressione del governo che le rendeva la vita difficile, ma lei è una persona forte e paziente e non si è mai arresa. Durante la mia prima infanzia sono cresciuta senza sapere come era fatto mio padre, dove era e non conoscevo la sua voce, ma poi da un giorno all'altro all'età di otto anni,nel 1999, mi son ritrovata in Italia con mio padre davanti, orgogliosa di lui e felice. Da quel giorno non siamo più tornati in Tunisia.
In seguito, passata la fase della dittatura, ho deciso di mettere il velo a 11 anni, un anno dopo l'11 settembre: per molti mi sono resa la vita difficile, ma in realtà mi ha aiutata a crescere e a sfidare un muro di pregiudizi nonostante la mia giovanissima età perchè ero e sono molto ottimista.
Arrivata la primavera araba, nel 2011, io e la mia famiglia per la prima volta dopo 12 anni (e papà dopo vent'anni di separazione dalla nostra terra) siamo tornati in Tunisia, nessuno aveva sperato in quel giorno, né noi in Italia, né loro in Tunisia. Ma quel giorno è arrivato, si è riunita la famiglia tra lacrime a abbracci: non ci hanno mai dimenticati, è stata una grande emozione.
Oltre a tutto questo ho sempre partecipato a manifestazioni, eventi, incontri per la Palestina, primavera araba e tutto in ciò in cui credo e scrivo.




Quali sono state (se ci sono state) le sue difficoltà nel processo di inserimento nella società italiana?



Di sicuro non è stato facile inserirmi nella società italiana, sono stata vista sempre come quella diversa in un certo senso, ma questo non mi dispiaceva, anzi mi piaceva molto, mi faceva sentire che ho qualcosa in più rispetto agli altri, anche perché non è solamente la questione del velo, è anche il fatto che sono straniera, quindi un'altra cultura, altra mentalità, altre usanze ecc. ma questo non mi ha per niente influenzato: sì, sono musulmana velata, straniera, di altra cultura e mentalità, ma mi sono perfettamente integrata in questa società, cioè mi considero una persona con una doppia appartenenza doppia cultura perché ho sempre frequentato scuole italiane dalle elementari fino ad oggi, ma comunque a casa, in moschea e alla scuola di arabo che frequentavo nel weekend non mi hanno mai fatto dimenticare le mie origini la mia lingua madre. E questo è una ricchezza a mio parere!
Durante le elementari è stato un periodo sereno, ero abbastanza coccolata dalle maestre, ero l'unica straniera di origine araba; dalle medie in poi, invece, ho cambiato carattere e sono diventata più forte per farmi rispettare per ciò che sono senza cambiare ed essere solo la metà di ciò che sono!



Come convivono, in lei, l'anima romana e quella tunisina?




L'anima romana si sente tantissimo soprattutto nel mio italiano che è praticamente romano.. ricordo che il primissimo fumetto che ho scritto, avevo 14 anni allora, parla proprio di questa ragazza che decide di indossare il velo il primo giorno di scuola alle superiori, con tutte le difficoltà a scuola, ma comunque il suo italiano era in perfetto dialetto romano... il testo del fumetto era tutto in ''romanaccio'', proprio per far risaltare la sua integrazione nella periferia romana, mi piaceva tanto, mi ero proprio innamorata di quel fumetto, lo conservo tutt'ora e penso di rifarlo bene e pubblicarlo !



Cosa pensa della "questione del velo" per le donne islamiche? Pongo anche a lei la stessa domanda che abbiamo già fatto ad altre donne e ragazze musulmane: è una scelta religiosa, politica, culturale?



La questione del velo in Italia e nel mondo è un po' sopravvalutata, spesso collegano ad esso un' interpretazione che non è giusta, soprattutto dopo l'11 settembre 2001.
Ricordo quando indossai il velo per la prima volta, avevo 11 anni, esattamente un anno dopo quella data, la prima cosa che mi dissero uscendo di casa fu ''talebana, terrorista'' nonostante fossi una bambina, ma ho continuato ad indossarlo lo stesso. Lo indossai sia per religione che per politica perchè ero convinta della mia scelta come donna, ragazza, bambina musulmana, come un qualcosa che mi completa, essendo un obbligo religioso ma soprattutto una scelta personale che deve venire dal cuore di ogni donna che sceglie liberamente di metterlo, un qualcosa che completa la mia fede, e che mi aiuta a crescere. Per scelta politica nel senso che, prima di scegliere di indossarlo, vedevo come venivano giudicate le mie sorelle maggiori per strada, come venivano guardate, mi ero incuriosita di sapere il perchè, e alla fine ho deciso di metterlo per mia liberissima scelta!



Sono stati pubblicati i suoi lavori?



I miei lavori sono stati pubblicati per la prima volta nel libro della professoressa Renata Pepiccelli ''Il velo nell'islam. storia politica, estetica.'' Poi ho organizzato mostre per molti eventi culturali organizzati da associazioni culturali e giovanili e organizzazioni umanitarie. Ho collaborato al docufilm di Luca Bauccio ''al qaeda! al qaeda! come fabbricare qualcosa in tv!"
Ora pubblico mensilmente fumetti di genere graphic journalism con i mittenti ''
villageuniversel.com'', vignette con ''italianipiu.it'' e ora inizierò con retenear.it dell'Unar, Oltre a questo studio alla Nemo Academy of digital arts di Firenze per un corso di Cinema d'animazione e, grazie ai miei studi, sto lavorando su vari progetti d'animazione.




sabato 8 marzo 2014

Un libro contro la violenza sulle donne e sull'amore vero




In occasione della “ Giornata internazionale della donna” pubblichiamo la recensione del libro Chiamarlo amore non si può. Recensione a cura di Monica Macchi che ringraziamo sempre per la sua collaborazione.


  Lo scorso 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è stato presentato il libro “Chiamarlo amore non si può” (Mammeonline Edizioni), titolo che riprende un verso della canzone “La Fata” di Edoardo Bennato che canta appunto “c’è chi ti esalta, chi ti adula, c’è chi ti espone anche in vetrina: si dice amore, però no, chiamarlo amore non si può”.
Questo libro è stato pensato e dedicato agli adolescenti e pre-adolescenti da 23 donne che raccontano 23 storie completamente diverse ma con un unico messaggio semplice e inequivocabile: esistono tante forme d’amore e sono tutte accomunate dal rispetto per l’altro e per le sue scelte; in nessun caso è sopraffazione, violenza o dominio come nel racconto “A piedi nudi” in cui Silvia riceve in dono un bracciale che termina con un lucchetto “simbolo di una catena invisibile che mi sta trasformando in una marionetta” o in “Taddeo e la pasticcera” in cui Maddalena si lascia divorare a pezzi e solo alla fine “rimpiange di aver confuso l’amore col possesso”. Le protagoniste sono bambine, ragazze, donne in qualche caso raccontate da occhi maschili su cui è fondamentale intervenire per spezzare la cristallizzazione della dialettica vittima/carnefice. Infatti Donatella Caione, l'editore, ha sottolineato l'importanza di offrire nell’età in cui si costruisce l'identità di genere, modelli altri, lontani dallo stereotipo di una donna intrappolata tra seduzione/docilità e di un uomo “forte e quindi violento” definendo invece la violenza come espressione di debolezza. Questo libro si inserisce nella cultura della prevenzione e dell’educazione; nelle varie storie sono spesso presenti figure di insegnanti che svolgono un ruolo cruciale: nel racconto “Ferita” in cui Elena “osa” lasciare Marco e lui le mette contro tutta la scuola dicendole “Sei la prima che fa tanto la preziosa con me… quello che ti succede te lo meriti” e lo sguardo e le parole della prof le fanno capire che “la prof. aveva visto quello che agli altri restava nascosto, la sua ferita… se solo non fosse stato così difficile fidarsi, pensare che qualcuno le avrebbe creduto” o nel racconto “Luna Park” in cui usando la metafora la bimba racconta quello che succede a casa di notte e sente che “il maestro capisce, capisce che l’orsacchiotto sono io e io capisco che se qualcuno doveva vergognarsi non ero io”. Per questo è presente anche un percorso formativo ad hoc per le scuole che utilizza la narrativa come strumento di educazione emotiva, relazionale e sentimentale partendo proprio dai racconti del libro con strumenti e materiali di guida all’uso del testo in classe.





Copertina di Paola Sorrentino



Libro collettivo con racconti di: Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl’Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione, Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri, Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya.


 Postfazione di Daniela Finocchi, giornalista e scrittrice, ideatrice del concorso letterario Lingua Madre, dedicato ai racconti di donne straniere che vivono in Italia; qui vengono forniti dati Onu secondo cui la violenza maschile è la prima causa di morte e invalidità per le donne in tutto il mondo e si sottolinea come il numero delle donne vittime di violenza superi ogni quattro anni quello delle vittime dell’Olocausto.




PS: I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno devoluti al progetto “Salute e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili in Burkina Faso” dell’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) perché “ Non si lucra sulla violenza contro le donne”. 





mercoledì 19 febbraio 2014

Dahab e Hurria



di Monica Macchi


Dahab Abdel Hamid, una ragazza di 19 anni è stata arrestata a Shubra, quartiere tra i più poveri del Cairo (dove Yousef Chahine ha ambientato il suo ultimo film Hyya Fauda, denuncia della corruzione della polizia all’epoca di Mubarak) lo scorso 14 gennaio nei tafferugli seguiti ad alcune manifestazioni a sostegno dell’ex presidente Mohammed Morsi. Dahab è stata arrestata nonostante fosse incinta all’ottavo mese: da allora è stata incarcerata nella stazione di polizia di El Amirya, con continui rinnovi di detenzione per esigenze d’indagine (quindi senza né processo né condanna): l’accusa è “appartenenza a un gruppo terroristico”, cioè i Fratelli Musulmani che sono da mesi ufficialmente fuorilegge, e “partecipazione a protesta non autorizzata”, nonostante suo marito Ashraf Sayed abbia dichiarato che Dahab aveva appuntamento dal ginecologo per una visita di controllo e si sia così trovata per caso coinvolta per caso nelle retate. 


Due giorni fa Dahab ha partorito all’ospedale Zaitoun con un taglio cesareo ammanettata alla barella: l’attivista per i diritti umani Nermeen Yosri è andata a trovarla e ha postato in rete alcune foto che hanno scatenato un’indignazione collettiva tanto più che Dahab è stata riportata subito in cella e il marito ha denunciato al canale televisivo Al-Nahar che le viene impedito persino di allattare o tenere in braccio la figlia perché le manette le vengono tolte solo per andare in bagno. Per tutta risposta un funzionario del ministero degli interni ha dichiarato che Dahab sta ricevendo “la migliore assistenza possibile” aggiungendo che la foto di lei ammanettata “potrebbe essere stata scattata mentre veniva trasportata in ospedale”….alquanto improbabile come si può arguire dalla presenza della neonata per di più già vestita!


Il Consiglio nazionale per i diritti umani e ben sedici organizzazioni che a vario titolo sostengono e tutelano i diritti umani hanno chiesto indagini non solo sul caso di Dahab e sulle persone in stato di detenzione ma anche sull’aumento delle accuse di torture e molestie sessuali tra cui il “ritorno” dell’obbligo dei test di verginità per le ragazze arrestate. Del resto, Abdel-Fattah al-Sisi, accreditato come prossimo presidente, nell’aprile del 2012, quando era ancora un militare semisconosciuto, ha difeso e sostenuto i test di verginità come strumento “per proteggere le ragazze dallo stupro, e i soldati e gli ufficiali dalle accuse di stupro”. Secondo Mohammed Emessiry, ricercatore di Amnesty International, le varie forme di torture non sono più riservate solo ai prigionieri politici, ma sono utilizzate per far passare il messaggio di cosa potrebbe accadere a tutti coloro che si oppongono al governo. Il Ministero dell'Interno ha rifiutato di rispondere alle domande di vari giornali e siti che hanno rilanciato le accuse sul trattamento dei detenuti in custodia egiziana, ma ha rilasciato una dichiarazione negando qualsiasi abuso e dicendo che era aperto e disponibile a ricevere denunce da presunte vittime.

Oggi, sotto l’onda delle proteste, soprattutto ma non solo in rete, il quotidiano egiziano Al-Ahram on line ha dato la notizia che il Procuratore generale ha ordinato la liberazione di Dahab per “motivi di salute”.



PS Dahab ha deciso di chiamare sua figlia Hurrya, “Libertà”.




mercoledì 8 gennaio 2014

Routine is fantastic. Donne


 

dols.it


Albania, Siria, Afghanistan, Pakistan, Myanmar, Libano, Iraq, Somalia: questi sono i Paesi e gli scenari in cui vivono le donne la cui vita è stata segnata dai conflitti, dalla violenza, dalla brutalità. Ma queste donne sono ancora capaci di portare, nella loro esistenza quotidiana, la luce della speranza e la tenacia di chi vuole andare avanti, nonostante tutto.

Sono riprese dallo sguardo, attento e sensibile, di Franco Pagetti in un'interessante mostra ancora in corso presso il Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta, 61 a Milano. Una mostra, ad ingresso libero, visitabile fino al 12 gennaio e ad ingresso libero.

dols.it
Il titolo è: Routine is fantastic. Donne: “fantastic” nel senso di sorprendente perchè, come scrive il fotografo nella presentazione del lavoro: “ La straordinarietà di queste donne è il saper sempre anteporre le necessità altrui alle proprie. Sono donne che cercano il cibo e lo preparano, che portano l'acqua a casa e la sera, dopo le fatiche, riescono ancora a sorridere e trasmettere serenità”. L'obiettivo riesce a cogliere segni di amicizia, intimità, atmosfere di quieta normalità anche quando - nella maggior parte dei casi - si tratta di persone che trascorrono le giornate nei campi profughi e negli alloggi di fortuna per gli sfollati.

L'esposizione contribuisce alla campagna di raccolta fondi per l'UNHCR a sostegno delle donne rifugiate (per informazioni: liperni@unhcr.org, Giovanna Liperni): l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati protegge, infatti, i rifugiati, garantendo loro che non vengano rimandati in Paesi in cui la loro incolumità sarebbe in pericolo e fornendo l'assistenza necessaria affinché possano integrarsi nei Paesi d'asilo. Ogni passaggio della fuga verso un luogo più sicuro è particolarmente pericoloso per le donne e i bambini perchè - in condizioni di deficit economico, sanitario e scolastico - per loro è facile rimanere vittime di pratiche tradizionali primitive quali, ad esempio, le mutilazioni genitali o i matrimoni in giovanissima età. Se rientrano nel Paese d'origine, inoltre, le donne sono sempre escluse dai processi di ricostruzione post-bellica e incontrano difficoltà a rientrare anche nelle abitazioni o a tornare in possesso delle terre e dei propri beni.

pianetadonna.it
Come recita la Convenzione di Ginevra del 1951 è una rifugiato o una rifugiata: “Colui o colei che temendo, a ragione, di essere perseguitato/a per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino/a e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

E' bene ricordare che queste persone sono fuggite dal proprio Paese perchè perseguitate e sono costrette a vivere lontano dalle proprie radici, in condizioni di indigenza e sotto la continua minaccia di aggressioni e ricatti.

mercoledì 13 novembre 2013

Aung San Suu Kyi e il premio in ritardo





Era il 1990: la leader dell'opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, si trovava agli arresti domiciliari a causa della dittatura militare, ma continuava la sua lotta per i diritti umani e per la democrazia. Una detenzione che è durata quindici anni.
Nel '90 le viene assegnato il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero e, l'anno dopo, il Nobel per la Pace.
Nel 2013, a 68 anni e con un fiore giallo tra i capelli, l'attivista ha potuto finalmente ricevere il primo riconoscimento direttamente dalle mani del presidente dell'Europarlmento, Martin Schultz.
Tanta commozione e un lungo applauso hanno accompagnato questo giorno importante che ha segnato l'inizio di un percorso in Europa. Il viaggio di Aung San Suu Kyi si pone l'obiettivo di chiedere una nuova Costituzione per il Myanmar perchè quella attuale attribuisce il 25% dei seggi nelle assemblee ai militari e rappresenta un ostacolo per la candidatura della stessa attivista alle prossime elezioni presidenziali, nel 2015.
Appoggiata dal suo partito, la National League for Democracy, San Suu Kyi chiede “il diritto ad esistere in base alla propria coscienza”. La leader democratica ha, infatti, puntualizzato: “ La nostra gente sta solamente iniziando ad imparare che la libertà di pensiero è possibile. Ma vogliamo che diventi una certezza la necessità di preservare il diritto a un credo libero e a una vita in pieno accordo con la propria coscienza”.
Importanti anche le sue parole riguardo alla principio di libertà e, in particolare, ancora sulla libertà di pensiero: “ La libertà di pensiero inizia con il diritto di fare domande. A molti dei nostri cittadini, tra i tanti che sono stati arrestati con cadenza quotidiana, abbiamo dovuto insegnare a chiedere a coloro che andavano a metterli in manette: Perchè?...La libertà di pensiero è essenziale per il progresso umano, se interrompiamo la libertà di pensiero interromperemo anche il progresso del nostro mondo...Perchè è una delle parole più importanti in ogni lingua. E' importante che lavoriamo sulle imperfezioni delle nostre società, che lavoriamo sulle leggi che ci colpiscono come esseri umani, sulle leggi che erodono le fondamenta della dignità umana. E questo perchè la nostra ricerca della democrazia non è terminata”.
A proposito di leggi che ostacolano la candidatura alla presidenza democratica del Paese: la Costituzione attuale vieta ad un birmano sposato ad uno straniero di occupare la Presidenza dello Stato: il marito di Aung San Suu Kyi, oggi scomparso, era di nazionalità britannica, come lo sono i figli. Anche per loro continuerà la battaglia, come donna, come moglie, come madre e come cittadina.

lunedì 2 settembre 2013

Dalla letteratura al teatro: il conflitto israelo-palestinese


L'edizione 2013 del Festival di Todi (23 agosto -1 settembre) ha aperto con uno spettacolo importante e di attualità: Ritorno ad Haifa, tratto dall'omonimo romanzo breve di Ghassan Kanafani.
Siamo nel 1948, quando la città di Haifa viene occupata dall'esercito israeliano. La maggior parte della popolazione palestinese è costretta ad abbandonare le proprie case che saranno abitate da famiglie ebree. Vent'anni dopo le frontiere verranno aperte, per un breve periodo, e questo permetterà ad una coppia palestinese di tornare ad Haifa in quella che, una volta, era la propria quotidianità, la propria vita.
Shalom” ha tanti significati, ma quello principale è “pace”: è “shalom” è la parola con cui inizia lo spettacolo, per la regia di Patrick Rossi Gastaldi, che mantiene sul palco una narrazione semplice e diretta che si fa poetica nello scivolare delle parole quando il confronto tra uomini e donne - che appartengono a due mondi diversi, ma provano gli stessi sentimenti - si fa intenso. Sentimenti di rabbia e di amarezza, di rassegnazione e di tristezza.
La coppia di ebrei non esita ad accogliere in casa la coppia di palestinesi, ma presto gli uomini cominciano a discutere sulla possibilità di scelta: resistere di fronte all'imposizione di lasciare la propria terra oppure andarsene? Miriam, la donna ebrea, ha cresciuto Khaldun, il figlio degli altri coniugi, come se fosse suo. Khaldun non prova alcun affetto per Said e Safiya, i suoi genitori naturali: è arruolato nell'esercito sionista e li accusa di essere solo dei codardi. Inoltre, ha un fratello, Khaled, che milita invece tra i Fedayyn e, un giorno, potrebbe ritrovarsi a combattere contro di lui.
E' un gioco di specchi, quello che si viene a creare nell'intreccio dei personaggi e delle loro vicende in questa pièce di Kanafani, uno dei più grandi esponenti della letteratura araba contemporanea, assassinato dai servizi segreti israeliani, insieme a una nipote, nel 1972.
L'autore ha sempre avvicinato l'attività artistica a quella politica e fu il primo a parlare di “letteratura della resistenza”. Con questo suo lavoro lo scrittore palestinese parla di due diaspore: quella palestinese e quella ebraica. Sì, perchè Miriam, la donna ebrea, e suo marito sono scampati ad Auschwitz e, durante la fuga, sono stati costretti ad abbandonare il loro unico figlio. Madri e padri, uomini e donne che hanno perso tutto, a causa della violenza e dell'ottusità di altri: hanno perso la propria terra, la propria casa, i propri cari e anche, in fondo, la propria identità. Ma è possibile il perdono? E' possibile riconoscersi gli uni negli altri?
E i figli della guerra, nati e cresciuti in un clima di sopraffazione e di odio, perpetuano gli errori...La quarta parete della scenografia scompare mentre la voce narrante recita: “ Che cos'è la patria? Sono queste due sedie rimaste per vent'anni in questa stanza, il tavolo, le rose di stoffa? Khaldun, le nostre illusioni sul suo conto, essere padre, essere figlio. Che cos'è la patria, me lo domando ancora...”.