"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Eccovi
l'interessantissimo incontro con la giornalista e scrittrice Monica
Lanfranco organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani per la
nostra manifestazione "D(i)RITTI al CENTRO!". Si parla di violenza contro le
donne, relazioni di genere, sesso e virilità e di molto altro,
partendo dal saggio "Uomini che (odiano) amano le donne"
per MAREA edizioni.
Lullaby, della
scrittrice Ava Homa, si basa sulla
storia vera di Farzad Kamangar. Un insegnante di scuola elementare
e avvocato civilista del Kurdistan iraniano arrestato dalle forze
di sicurezza nel 2006 e accusato di collaborare con i gruppi di
opposizione curdi. Kamagar è stato accusato di essere un mohareb o
"nemico di Dio", ma si è rifiutato di confessare,
nonostante quattro anni di detenzione e tortura; le sue lettere
dalla cella hanno portato le più importanti organizzazioni
internazionali, come l'UNICEF, a condannare la sua
prigionia.
Il lavoro di Ava Homa è apparso in
The Literary Review of Canada, Toronto
Quarterly, Windsor Review, il Toronto Star e Rabble.
La sua opera riguarda sempre la resistenza da parte delle donne
iraniane moderne. Le storie sono raccontate su scala universale e
parlano di sentimenti come l'amore e la passione (anche
politica). Ava Homa è un giornalista, scrive sul giornale Bas,
insegna scrittura creativa e inglese al George Brown College di
Toronto. Ava Homa è stata esiliata dal Kurdistan nel 2007 e ha
dovuto lasciare la sua famiglia e gli amici.
Ecco, per voi, un
brano tratto da Lullaby.
Per avere altre notizie sul libro: www.novelrights.com
"La
chiamata risuona. Mi dico che gli studenti stanno ancora imparando,
in segreto, la storia dei curdi. L'invito alla preghiera echeggia
nella prigione di Evin. Mi avvolge di freddo e paura.
Passi!
Conosco il suono di quegli stivali pesanti. Io li conosco bene. La
mia penna cade dal letto e mi arriccio in una palla, contrazione di
paura. Il dolore alla testa e al viso, alle gambe e alla schiena,
allo stomaco e alle costole diventa più nitido. Stringermi al
cuscino non mi impedisce di tremare. I passi si fermano prima di
raggiungere il mio rione. "Mani in alto," penso, e lo dico
quasi ad alta voce.
"Mani in alto", dice la vecchia
guardia.
So quello che stanno facendo in altre cellule. La
benda, lo scatto delle manette e le guardie prendono Ali, con spinte
e calci.
Mi tiro su e mi giro e nella mia testa li seguo,
come Ali è trascinato al piano di sotto, trascinato giù per le
scale e a portata di mano per diciannove interrogatori. Sotto la sua
benda, Ali conterà le paia di scarpe in camera: quattro, sei, otto.
. . nero, scarpe formali che fanno tutt'uno con il sangue, levigate
dal sangue. La fustigazione inizierà subito dopo le maledizioni. Se
l'uomo che chiamano "bastardo" è lì, l'interrogatorio
durerà più a lungo e sarà molto più doloroso. Ogni curdo conosce
la strana voce di quell'uomo, un insolito mix di alto e basso. Nel
suo vocabolario, "fottuti selvaggi assassini" significa
"curdi." Si dice che il fratello di Mongrel sia stato
ucciso in Kurdistan trent'anni fa durante una delle rivolte. Cinque,
sei frustate e Ali penserà ai campi di concentramento, alle
piramidi, alla Grande Muraglia cinese, ma lui non sentirà più le
frustate. Spero.
Il numero di crepe sul muro è 305, oggi. Io
di nascosto tiro fuori una penna da sotto il materasso e prendo un
po 'di carta, ripiegata quattro volte, dal mio abbigliamento intimo.
"Cari studenti," Scrivo, sdraiata sulla mia sinistra su
una coperta militare puzzolente. "Tutto quello che ho potuto
fare per voi è di insegnare segretamente il nostro alfabeto curdo,
la nostra letteratura e la nostra storia. Per favore, ricordateli ai
bambini e trasmettete il vostro patrimonio. Cari piccoli, non
permettete che questa conoscenza vi rubi la gioia dell'infanzia.
Possiate mantenere la gioia dei giovani nella vostra mente per
sempre. Può essere l'unico e solo investimento che potrete
utilizzare in seguito, quando avrete la necessità di guadagnare del
'pane e burro', cari figli “dominanti” e quando dovrete vincere
il peccato di essere il “secondo sesso”, care figlie. Quando
raccoglierete i fiori nelle valli per fare corone per i vostri
bambini, raccontate loro della purezza e della felicità
dell'infanzia. Ricordatevi di non voltare le spalle ai vostri sogni
e amori, alla musica, alla poesia e alla magica natura del
Kurdistan. State insieme, cantate le canzoni e recitate la poesia
come siamo abituati a fare. "
"The call rings out. I tell the students are
still learning, in secret, the history of the Kurds. The call to
prayer echoes Evin prison. It turns me cold with fear.
Steps!
I know the sound of those heavy boots. I know them well. My pen
falls out of bed and I curl into a ball, the contraction of fear.
The pain in my head and face, legs and back, stomach and ribs become
much sharper. Clutching the pillow does not prevent me from shaking.
The footsteps stopped before reaching my ward. "Hands up,"
I think, and almost say it out loud.
"Hands up,"
says the old guard.
I know what they are doing in other
cells. The blindfold, the click of the handcuffs, and the guards
take out Ali, pushing and kicking.
I toss and turn, and I
follow them in my head as Ali is taken downstairs, dragged nineteen
steps to the right, down the stairs and handed nineteen
interrogations. Under his blindfold, Ali will count the pairs of
shoes in the room, four, six, eight. . . black, formal shoes that
are thick with blood, smoothed by the blood. Flogging will begin
immediately after the curses. If the man they call "bastard"
is there, the questioning will last longer and will be much more
painful. Every Kurd knows strange man's voice, an unusual mix of
high and low. In his vocabulary, "fucking murdering savages"
means "the Kurds." It is said that his brother had been
killed in Kurdistan Mongrel thirty years ago during one of the
riots. Five, six lashes and Ali will think about the concentration
camps, the pyramids, the Great Wall of China, but he no longer feels
the flogging. I hope.
The number of cracks on the wall 305 is
today. I sneak a pen out from under the mattress and take a bit 'of
paper, folded four times, from my underwear. "Dear students,"
I write, lying on my left side on a blanket military smelly. "All
I could do for you is to teach secretly our Kurdish alphabet, our
literature and our history. Please, kids, remember your heritage and
transmit it. Dear children, do not allow this knowledge to steal
from you the joy of childhood. May you keep the joy of the young
people in your mind forever. It may be the one and only investment
you can use later, when the agony of earning the 'bread and butter'
you, my children dominates, and the sin of being 'second sex' you
win, my daughters. When you are picking flowers in the valleys to
make crowns for your children, tell them about the purity and
happiness of childhood. Remember not to turn on the back on your
dreams, love, music, poetry and magical nature of Kurdistan. Getting
together, sing songs and recite poetry as we usually do."
è
lieto di riservare ai lettori del sito dell'Associazione per i
Diritti Umani una speciale promozione:
Biglietti
a 10€ (anziché 18€)
dal
2 all'8 marzo 2015 - PRIMA NAZIONALE
produzioneLe
BrugoleeAnfiteatro
SudPER
UNA BIOGRAFIA DELLA FAME Liberamente
ispirato al romanzo “Biografia della fame” di Amélie Nothomb di
e conAnnagaia
Marchioro collaborazione alla drammaturgiaChiara
Boscaro disegno animato dal vivoAnna
Resmini
regiaAlessia
Gennari
Liberamente
ispirato all’omonimo romanzo di Amélie Nothomb, “Per una
biografia della fame” è il racconto ironico, lieve e al tempo
stesso drammatico, di un’esistenza famelica. Una donna ci racconta
il suo rapporto con la fame: fin da bambina il cibo è la sua gioia,
la sua divinità, la sua salvezza, la sua ossessione. La sua fame è
una superfame: di zucchero, di cioccolato, di biscotti, ma
soprattutto di amore e di vita, di storie e di riconoscimento. La
protagonista di questa drammaturgia per attrice sola ci racconta la
sua storia, una storia in cui la famiglia, la scuola, la scoperta
dell’amore e dei dolori dell’adolescenza sono riletti sotto la
grande lente d’ingrandimento dell’appetito. Un appetito
sconfinato che serve a colmare i vuoti. Un appetito che lei stessa
cerca di uccidere, scegliendo di imporre al suo corpo, diventato
estraneo e nemico, l’anoressia, di cui si ammala a quattordici
anni, e dalla quale si salva, dopo due anni di sofferenza fisica e
mentale, anche grazie al desiderio di cercare altrove, nella
scrittura e nella passione, nell’amore e, più in generale, nella
semplicità della vita stessa, un nuovo sfogo alla sua fame.
“Per
una biografia della fame” non è solo una storia di cibo, di vuoti
da trasformare in pieni: è la storia dell’amore più difficile,
quello che ognuno deve a se stesso, un amore così difficile da
imparare e comunicare.
Per
prenotare con la riduzione occorre mandare una mail a
promozione@teatrodellacooperativa.it
con oggetto BIOGRAFIA
promo 10,
nome, cognome, numero dei biglietti e data della replica scelta.
Presentarsi
in biglietteria 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo con la
stampa della presente mail.
Un
incontro importante e serio: una raccolta di racconti sulla violenza
contro le donne, alla presenza di alcune autrici: Fulvia
Degl'Innocenti, Elena Peduzzi e Chiara Segre, edito dalla casa
editrice MammeOnline. Il titolo del libro: Chiamarlo
amore non si può.
Un'occasione
per riflettere sulla violenza fisica e psicologica, sui motivi che
inducono troppe donne a subirla; per riflettere anche su come si è
arrivati al femminicidio e sul perchè gli uomini si comportano così
nei confronti di chi li ama e li aveva scelti come compagni di vita.
Ringraziamo
le autrici e il Bistrò del tempo ritrovato per aver accolto
l'iniziativa organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani
nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!”.
Se
apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una
piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage
trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la
vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo.
GRAZIE!
Di Anna Giuffrida
(www.annagiuffrida. Wordpress.com)
“Le
femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie
sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano
la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”.
Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo
teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle
donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier
dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne
libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la
parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che,
dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco
del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle”
morte ammazzate. Nove donne, delle oltre 150 vittime della
criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma
anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini
sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla
convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la
donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie,
la “cosa”. Eppure queste donne non hanno rinunciato alla loro
dignità, alla loro libertà, anche se innamorate. Anzi. Hanno
combattuto con coraggio in nome dell’amore, anche per se stesse.
Come ha fatto la piccola Palmina Martinelli, innamorata di un giovane
che voleva farla prostituire e uccisa con “alcol e fiammiferi”
per essersi rifiutata di farlo. E Tita Buccafusca, che amò e sposò
Pantaleone Mancuso potente boss della ‘ndrangheta, considerata da
tutti come la “matta” dopo una lunga depressione. Ma per amore
del figlio decise di allontanarsi e raccontare quello che sapeva. La
solitudine ebbe poi il sopravvento, e fu così spinta al suicidio che
mise in atto ingerendo acido muriatico. E anche Lea Garofalo, che
guardò negli occhi le storture della criminalità sposando un uomo
di ‘ndrangheta di cui si era innamorata, e che per amore della
figlia scelse la libertà della verità e di non tenere più la bocca
chiusa, fino alla fine. Storie di donne, figlie, madri vissute
nell’ombra e quasi sempre delegittimate, persino come esseri umani.
Vittime spesso rimaste senza giustizia, perché la giustizia al
massimo ha scelto di considerarle morte per femminicidio. Una comoda
distorsione della realtà, come ha fatto notare la deputata di SEL
Celeste Costantino al termine dello spettacolo: “Il dossier
(“Sdisonorate” di DaSud, ndr)
vuole dare forza alla memoria e svelare un falso storico: che le
mafie non toccano donne e bambini. Bisogna anche raccontare
l’eccezionalità dentro la normalità. Questa specificità delle
mafie di uccidere le donne ha una sua normalità, cioè che il
femminicidio è stato sempre considerato un’emergenza e invece
avviene quotidianamente. Si parla solo dell’atto finale, ma prima
di arrivare a quell’uccisione c’è un calvario”. Per questo
amore coraggioso ma anche fragile, per queste donne innamorate ma
anche libere Fata Morgana/Marica Roberto si addolora ma combatte. In
un palco lasciato nudo ed essenziale, come la verità, l’attrice
messinese presta il suo corpo a quell’amore, a quel dolore, in un
ritmo incalzante che spezza il fiato e le lacrime. La sola incessante
scenografia, con la presenza di tamburi marranzano e zampogna suonati
con forza e passione, la ricreano le canzoni e sonorità della
compagnia siciliana Unavantaluna. La legalità ha bisogno del
sostegno della cultura, e il teatro è il luogo dove la parola non
può essere modulata e va dritta al cuore. Eppure la compagnia Attori
& Musici, e la nostra Marica Roberto, questo testo in lingua
quasi del tutto siciliana non è riuscita ancora a mostrarlo nelle
scuole del sud, come vorrebbe. Mancate risposte, o anche risposte
sbrigative del tono “Non abbiamo i soldi per ospitare lo
spettacolo”. Peccato. Peccato che non ci siano fondi da destinare
all’educazione alla legalità. E che il sistema scuola non sappia
tenersi al passo con le nuove esigenze culturali che deve
trasmettere.
L'Associazione
per i Diritti Umani ha incontrato Pierfrancesco Majorino, assessore
alle Politiche sociali del Comune di Milano, ma in questo caso anche
autore del romanzo intitolato Maledetto amore mio, Laurana
edizioni.
E' stata
l'occasione per parlare di periferie, diritto alla casa, servizi al
cittadino, immigrazione, ma anche dei temi cari a Majorino scrittore: il rispetto
per la diversità, l'amore come solidarietà e il rapporto tra padri
e figli.
L'incontro si è svolto presso Spazio Tadini, lo scorso 18 novembre.
Tutti i nostri video, anche quelli della manifestazione "D(i)ritti al centro", sono pubblicati anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani. Potete consultarli e condividerli citando, ovviamente, la fonte.
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piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage
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GRAZIE!
Il
regista Andrea Patierno, lo sceneggiatore Alessandro Caruso e il
regista Francesco Raganato, con l'aiuto di Francesco Sardello,
organizzatore sul posto, pianificano i provini per trovare
l'attrice principale, poi sistemano i set, chiedono alle
maestranze di costruire un carrello per il dolly: questo per
girare Looking for Kadija, lavoro girato tra le città di Asmara
e Massaua e i villaggi di Agada, Cheren, Cheru, ricostruendo una
vicenda poco nota e molto avventurosa (raccontata da Vittorio Dan
Segre in "La guerra privata del tenente Guillet. La
resistenza italiana in Eritrea durante la seconda guerra
mondiale", Corbaccio 2008). Sono giovani donne che
raccontano del servizio militare civile oppure obbligatorio, di
amori e di emigrazioni. Si racconta, così, un Paese fortemente
militarizzato che fa molta fatica ad ottenere qualche spiraglio
di democrazia.
L'Associazione per i Diritti
Umani ha posto alcune domande al regista Francesco Raganato e lo
ringrazia.
Il
suo documentario nasce da una storia lontana: ce la può raccontare?
La
storia che raccontiamo nel documentario nasce da lontano, sia nel
tempo che nello spazio.
Siamo
in Eritrea, colonia italiana, alla fine della seconda guerra
mondiale. Dopo la resa e la firma dell’armistizio in Europa, un
ufficiale di cavalleria italiano di stanza in Eritrea, Amedeo
Guillet, si rifiuta di consegnare il paese agli inglesi e organizza
la resistenza eritrea, di fatto diventandone il capo carismatico. Al
suo fianco Kadija, la bellissima figlia di un capotribù locale.
Dopo
oltre mezzo secolo, una troupe italiana, composta da me, dal
produttore Andrea Patierno e dallo sceneggiatore Alessandro Caruso,
giunge in Eritrea per preparare un film dedicato a questa grande
storia di amore ed eroismo.
I
casting per trovare la protagonista del film diventano l'occasione
per conoscere, attraverso le storie delle giovani aspiranti e delle
loro famiglie, la condizione e le speranze di un paese isolato dal
resto del mondo da vent'anni di dittatura militare.
Così
nasce “Looking for
Kadija”.
L'Eritrea,
come molti Paesi africani, vede molte persone emigrare verso un
futuro migliore e, spesso, però sono gli uomini a farlo. Molte
madri, mogli, sorelle restano e aspettano: avete raccolto le storie
di queste famiglie spezzate?
Inevitabilmente
intervistando le ragazze è venuta fuori la questione
dell’emigrazione, soprattutto di quella maschile. In ogni famiglia
c’è almeno un caso di emigrazione, è una situazione che tocca
davvero tutti.
L’argomento
però non è mai approfondito, è sempre accennato, velato, forse per
paura, forse per pudore, questo non lo sappiamo.
Qual
è la condizione femminile nell'Eritrea di oggi?
E’ una
domanda a cui posso rispondere solo parzialmente, poiché il nostro
film non è un’inchiesta, ma è un viaggio incentrato sulla ricerca
di una attrice.
Quello
che posso dire con certezza, perché mi si è palesato davanti agli
occhi durante i casting, è che le donne eritree hanno una fierezza
ed una dignità invidiabili. Hanno una scintilla nei loro occhi che
mette quasi soggezione, hanno voglia di fare, di emergere, di
realizzare i loro sogni, ai quali per fortuna non rinunciano. Hanno
amore fortissimo per il loro paese e per la loro cultura, un amore
sano, oltre a una enorme voglia di riscatto, una voglia reale, che si
tocca con mano.
Il
film intreccia presente e passato. Una domanda che ci sta sempre
molto a cuore è: quanto è importante la memoria storica, anche alla
luce degli avvenimenti attuali, nei naufragi nel Mediterraneo?
La
memoria storica è sempre di fondamentale importanza, non solo perché
banalmente si può imparare a non ripetere gli errori del passato, ma
soprattutto perché tutto ciò che è accaduto in passato ci dà una
chiave per leggere e interpretare (e migliorare) il presente.
Per
essere più concreti, ad un certo punto del film, un signore di
Massaua, con un italiano impeccabile, ci racconta di come gli
italiani durante gli anni del colonialismo erano arrivati in Eritrea
per rimanere, per vivere una vita magari migliore di quella che
avevano in Italia. Di conseguenza hanno costruito edifici
meravigliosi, strade efficienti, ferrovie all’avanguardia. Hanno
dotato il paese di infrastrutture da cui ancora oggi gli Eritrei
traggono beneficio.
Ci ha
raccontato sostanzialmente un esempio di una sana compenetrazione
culturale ed economica, in cui tutte e due le parti traggono
beneficio.
All’opposto,
e non dico nulla di nuovo, i naufragi del Mediterraneo in realtà
sono l’evidente risultato di una scellerata politica colonialista,
un colonialismo da saccheggio, perpetrata da molti governi
extra-africani (non è esatto dire “occidentali”) a danni delle
fragili democrazie africane (ove ce ne siano). Ma è un discorso
lungo e complicato da affrontare in poche battute.
Quando
e come è stato realizzato questo suo lavoro?
Nell’ottobre
del 2013 siamo stati in Eritrea per circa 20 giorni per fare le
riprese. Abbiamo visitato Asmara, poi Massaua e Cheren dove oltre
alla ricerca delle location per il fim che vogliamo fare abbiamo
organizzato i casting per trovare Kadija. Ci siamo spinti anche verso
la piana di Cheru, che fu il teatro della tremenda battaglia in cui
morirono molti italiani e ascari eritrei che fianco a fianco
combatterono contro gli inglesi.
Poi da
gennaio 2014 fino ad aprile c’è stato un lunghissimo lavoro di
montaggio con Alice Roffinengo, la nostra editor, e Chiara Laudani,
autrice del documentario con Alessandro Caruso.
Rai
Cinema ha creduto sin da subito al progetto e ci ha concesso il
sostegno finanziario per realizzare questo lavoro.
La
vittoria al Festival di Roma è giunta davvero inaspettata, e questo
ha messo in moto ciò che speravamo, ovvero la possibilità di
pensare davvero di realizzare finalmente un film sulla storia di
Amedeo Guillet e Kadija.
Pubblichiamo
questa recensione di Raffaele Taddeo (già sulla rivista on-line
El Ghibli) che ci presenta il libro intitolato
Il caffè delle donne, edito
da Mondadori, di Widad Tamimi.
Il
romanzo di Widad Tamimi si presta o molteplici piani di lettura. E’
un libro inteso in cui sono presenti molte più problematiche di
quelle che forse sono percepibili ad una prima lettura. Spesso il
senso ultimo di un romanzo si ricava da descrizioni, comunicazioni
del narratore veicolate dai personaggi, in questo caso molti sensi
e significati si ricavano con altri strumenti. Il testo per essere
compreso fino in fondo deve essere sezionato mediante macro
sequenze, la loro successione e giungere così significato che da
questa analisi se ne può ricavare.
Una tematica peraltro molto
implicita che è possibile rintracciare in più parti è il
confronto fra mondo occidentale e mondo arabo. L’attenzione del
narratore si accentua molto nel sottolineare che accanto alla
diversità fra una cultura e un’altra vi è comunque una
complementarietà, vi è comunque un cammino che si sviluppa
secondo modi e ritmi diversi, ma entrambi pieni di senso e di
valori. “Qamar – dice Leila, cugina di Qamar – non sono mai
stata in Occidente, ma non credo che queste cose vadano tanto
diversamente. Un uomo e una donna si incontrano e vibrano per un
po’, poi si conoscono, si accettano e camminano a lungo l’uno a
fianco dell’altra. I problemi stanno ovunque”. Nell’essenza,
nella quotidianità, nella vita concreta di ogni giorno, tutto il
mondo è paese diremmo noi, e non ci sono differenze fra una
cultura ed un’altra. La protagonista ritrova in sé elementi
di arabità che si coniugano assieme alla sua cultura e modalità
di vita di donna occidentale. “Ora mi rassicuro che Giacomo
indossi la camicia ben stirata, lo inseguo per casa con un rotolo
appiccicato per togliere i pelucchi dal suo abito, gli preparo il
pranzo al sacco per paura che non mangi. Tracce di un’arabità
vissuta in modo del tutto originale, sempre in conflitto con
l’emancipazione della donna occidentale, cresciuta a ritmo di
marce femministe”. Tuttavia quasi in netto contrasto con
questi intenti conciliativi si sviluppa la storia d’amore fra
Qamar e suo cugino Yousef. I due hanno giocato insieme da piccoli,
hanno scherzato, riso, e poi arriva il momento dell’adolescenza e
Qamar nell’ultima estate che trascorre ad Amman si innamora del
cugino. Anche questi è innamorato di lei. Si preannuncia una
storia d’amore, che, interrotta da eventi e tempo, sembra ad un
certo momento possa riprendere con pieno vigore, quando Yousef,
ormai adulto e Iman, arriva in Italia per una serie di conferenze
sulla cultura islamica. Questo amore però viene frustrato per il
secco rifiuto da parte di Yousef di riprendere anche minimamente
una traccia di confidenza e dar adito ad una infinitesima
possibilità di riprendere la storia d’amore. Emerge
l’impossibilità dell’amore. Sul piano narrativo la storia
affettiva fra Yousef e Qamar ha un esito totalmente negativo. Il
senso di questo elemento narrativo è indizio dell’impossibilità
di un incontro, di uno sposalizio fra i due mondi culturali, quello
arabo e quello occidentale. Proprio il fatto che l’amore nato fra
i due non arrivi a concludersi positivamente pone di fatto
l’affermazione implicita della incommensurabilità fra le due
culture. Sono indifferenti gli elementi narrativi che sostengono
l’impossibilità della perpetuazione dell’amore fra Yousef e
Qamar, il dato più significativo e determinante ai fini della
comprensione del significato del romanzo è proprio la mancanza
della continuazione del rapporto d’amore fra i due. Strettamente
connesso a questo tema vi è quello della dialettica fra mondo
della fanciullezza e quello della maturità. Il romanzo, penso
volutamente, pone in strutture parallele l’evoluzione della
crescita e del rapporto che Qamar ha col mondo arabo da bambina,
con quello del rapporto da adulta con Giacomo, suo convivente e
successivamente marito, con il quale cerca di dar luogo ad una
generazione nuova, cioè ad avere un figlio, che poi perderà prima
che possa nascere e diventerà l’elemento di crisi della
protagonista. Il parallelismo, però poi si risolve in una
dialettica fra il tempo della fanciullezza- adolescenza e quello
della maturità, della vita adulta. Il primo che è fatto di
giochi, di piccole trasgressioni, di sapori, di profumi, di sole,
di polvere, si svolge ad Amman e viene contrapposto ad una vita da
fanciulla in occidente piena di regole e sotto molti aspetti
costrittiva; il secondo fatto di sogni frustrati, di paure, di
angosce, di incapacità di riconoscersi, di continue domande, di
contorsioni psicologiche. E’ una dialettica fra i due tempi, e
fin qui siamo nella normalità della vita, dell’esistenza
dell’uomo, ma poi se si va a riflettere attentamente si constata
che il tempo libero della fanciullezza-adolescenza è descritto in
uno spazio e quello della maturità in un altro spazio; il primo in
una certa cultura e il secondo in un’altra. Allora la dialettica
ancora una volta si stabilisce fra i due mondi culturali che
confliggono fra di loro, conflitto che viene impersonato da Qamar,
la quale per cercare di ritrovare se stessa ha bisogno, adulta, di
rimmergersi nel mondo, nello spazio che l’ha vista crescere da
bambina. Non avviene una sintesi, perché ancora una volta Qamar
decide di riconquistare Giacomo, da cui s’era momentaneamente
separata e ritornare allo spazio dell’Occidente. Ancora una volta
è la descrizione narrativa ad affermare l’impossibilità di
coesistenza fra i due mondi. Oltre tutto la arabità è
strettamente connessa a sogno, a libertà, a giochi, a cibo,
sapori, mentre l’occidentalità, pur nella sua emancipazione, è
intessuto di regole, di logica, anche se piena di libertà
personale, dal muoversi, al vestirsi, al rapportarsi agli
altri. L’impossibilità di una sintesi, ancora sul piano
narrativo viene accentuato dall’esito della storia di
Aymad. Questi è figlio piccolo di Leila cugina di Qamar. E’
l’unico maschio avuto dopo molte femmine. Qamar, entra in un
rapporto affettivo intenso con lui quando ritorna ad Amman. Leila
le fa la proposta di condurlo con sé in Europa per dargli una
possibilità di futuro migliore, certamente negato in Giordania
date le condizioni economiche della famiglia e di un rapporto
difficile con il padre. A Qamar non sembra vero, anche se decide di
rinunciare momentaneamente perché è sola e non si sente sicura di
poter curare questo ragazzetto. Una volta sposatosi con Giacomo
e condotto quest’ultimo ad Amman perché conosca la famiglia che
era stata così importante nella sua crescita, si pone veramente il
problema se portar via il ragazzetto in Europa o lasciarlo alla
famiglia. Decidono di lasciarlo ad Amman dalla famiglia e di
aiutarlo economicamente negli studi. Indipendentemente ancora
dalle ragioni, dalle logiche, dai sentimenti che non permettono che
si realizzi il trasferimento di Aymad in Europa, il fatto narrativo
denota ancora una volta l’impossibilità di una conciliazione fra
i due mondi, che devono procedere separati nel loro percorso e nel
loro destino. Aymad rappresenta emblematicamente la possibilità
concreta di meticciare le due culture. L’esito della vicenda nega
ogni possibilità di questo genere. Altri piani di lettura sono
possibili come ad esempio, il rapporto d’amore fra Qamar e
Giacomo, tutto giocato all’interno della cultura occidentale, ma
proprio per questo risoltosi positivamente. Poi ancora quello
della ricerca del figlio, naturale dapprima, ma poi adottivo forse.
Ma ce ne possono essere ancora altri come il rapporto fra la
protagonista e la madre, quello di Qamar col territorio della
metropoli giordana. Sul piano strutturale per buona metà del
libro si assiste ad una sorta di conduzione parallela e binaria,
con tempi sfasati, quello delle sue vacanze ad Amman e l’altro di
vita con Giacomo e della gravidanza, trasformatosi poi in aborto.
Sono posti in parallelo due maturazioni, la prima che sfocia nella
frattura della vita di vacanze di Qamar che non ritornerà più per
molti anni in Giordania, la seconda che sfocerà nella rottura con
Giacomo. Due storie parallele in due spazi diversi, ancora una
volta in una sorta di dialettica osservazione, entrambe concluse
con fratture e rotture. Ma mentre la prima non porterà a
riconciliazione, la seconda invece si risolverà
positivamente. Anche quindi sul piano strutturale, la dicotomia
Occidente-mondo arabo continua ad esistere. La cornice del
romanzo è dato dalla ritualità del caffè, tutta femminile e
corale, nonchè dai sensi nascosti che essa veicola, dalla
possibilità di una predizione. E qui siamo in totale immersione
del mondo arabo e islamico perché la realtà sembra quasi già
precostituita, l’uomo non farebbe altro che seguire quanto il
destino, o meglio Allah, ha già scritto per ciascuno di noi. E’
indicativo il fatto che il libro si chiude con queste parole:
Bismillah arrahman arrahim” che vogliono dire “Nel nome di
Allah, Clemente Misericordioso”.Mi
pare che i testi, di qualunque natura siano, prodotti nel mondo
islamico in special modo dagli osservanti, dai più pii, partano
ancora oggi da un’invocazione ad Allah. Ciò avveniva anche nel
mondo occidentale fino all’epoca rinascimentale, quando si ebbe
la rottura e totale emancipazione dell’uomo rispetto alla
divinità. La chiusura del romanzo rimarcherebbe con più
intensità le tracce di arabismo in questo caso di islamismo
presenti nel testo, contraddette però dalle strutture
narrative. Gli elementi di dialettica interna, di contraddizioni
e contrasti fanno del romanzo di Widad Tamini un interessante e bel
libro segnato anche dalla delicatezza di descrizione delle varie
storie che si intrecciano.
“Nel
nostro Paese dicono che la persona umana conserva pienamente, anche
nella condizione di detenzione, il suo diritto inalienabile alla
manifestaizone della propria personalità nell'affettività. Eppure
io - condannato alla cosiddetta “Pena di Morte Viva” (l'ergastolo
ostativo) - e la mia compagna sono ventitrè anni che sognamo l'amore
senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che
avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime parole, i suoi
primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni
smarriti, perduti e disperati”: queste le parole inziali di una
lunga lettera che Carmelo Musumeci, detenuto presso l'istitituto di
pena di Padova, ha inviato al Ministro della Giustizia, Andrea
Orlando, per chiedere una maggiore attenzione, da parte della
politica, nei confronti anche dell'aspetto affettivo-sessuale di chi
è recluso.
Sappiamo
quanto nelle carceri italiane siano carenti le risorse sanitarie e
manchi un adeguato controllo dell'igiene. Siamo stati sanzionati
anche per il sovraffollamento, ma è necessario prendere in
considerazione anche le condizioni psicologiche dei detenuti: stanno
scontando, giustamente, la loro pena, ma le istituzioni non possono
evitare di garantire alcuni diritti fondamentali, tra cui quello alla
sessualità. Scrive ancora Musumeci: “ In carcere gli affetti e le
relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate,
con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte
all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme
frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate
dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di
potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore...”: questa
lettera/appello è stata accolta anche dall'associazione Antigone e
inserita sulla piattaforma Change.org/amoretralesbarre.
Al di là
delle ipocrisie o di una mentalità vendicativa, chi ha sbagliato
resta fuori dalla società civile, ma la sua dignità di persona va
comunque rispettata.
Enea, un
nome epico per un ragazzo speciale: Enea ha ventotto anni e soffre di
autismo, ma ha anche il forte desiderio di sperimentare il rapporto
sessuale. Due suoi cari amici, Alex e Carlo, decidono di aiutarlo e i
tre partono, a bordo di uno sgangherato pulmino, per un viaggio on
the road, che diventa iniziatico per Enea e istruttivo per gli
spettatori.
Questa
il soggetto di The special
need, il film documentario
del regista Carlo Zoratti, alla sua opera prima e già vincitrice del
Trieste Film Festival e del Dok Leipzig.
La prima
tappa del percorso è l'Austria, in una casa di appuntamenti, ma qui
Alex e Carlo si rendono conto che per il loro amico è necessario un
incontro con una persona sensibile e in grado di intercettare
difficoltà non espresse. Il cammino, allora, riprende per giungere
alla seconda tappa: a Trebel, in Germania, dove si trova la sede di
un centro che si occupa di assistere disabili nella scoperta della
propia sessualità.
Qui
balza subito all'occhio la netta differenza nella tutela dei diritti
delle persone affette da autismo (o con altri problemi) tra l'Italia
e il Nord Europa, in particolare in Germania: nel nostro Paese certi
argomenti sono ancora tabù e le istituzioni non se ne occupano
nella maniera più adeguata perchè si pensa, anche a livello
giuridico, che l'autistico rimanga un bambino che non crescerà mai.
Zoratti
è un autodidatta, ma soprattutto è amico di Enea da tanti anni e
l'idea del film, come i due hanno raccontato in numerose interviste
anche televisive, è nata: “ ...Quattro anni fa, in piedi davanti
alla fermata 11 dell'autobus di Udine. Quel giorno gli ho chiesto se
aveva una ragazza: io ne avevo conosciute molte, perchè lui no? Nel
2012, quando sono iniziate le riprese, non sapevamo dove sarebbe
arrivata la nostra storia, quale sarebbe stata la strada. Ogni giorno
Enea cambiava la traiettoria e io dovevo seguirlo, accettando che
fosse lui a guidarmi”. Ecco, forse è proprio questo il segreto
quando si ha a che fare con persone speciali: lasciarsi guidare,
mettendo da parte sovrastrutture e pregiudizi.
Alex e
Carlo sono gli “angeli custodi” di Enea e anche Enea, in un
finale del film sorprendete nella sua semplicità, dà a tutti una
bella lezione, facendo emergere il nucleo fondamentale della sua
ricerca che è, in fondo, una ricerca condivisa: il bisogno di amore.
di
seguito pubblichiamo il video del terzo incontro della “Carovana
dei diritti/parte seconda” con la presentazione del libro
Extra-Comunitaria: Diario della Prima Vera Araba, alla presenza
dell'autrice, Gihèn Ben Mahmoud, e di Monica Macchi.
E' stato
un incontro piacevole e interessante. Si è parlato della rivoluzione
tunisina e dei cambiamenti nella società contemporanea; della
condizione femminile; del rapporto uomini e donne; di immigrazione e
di intercultura.
Tante
riflessioni, ma anche qualche risata.
Ringraziamo
moltissimo le nostre ospiti, il pubblico e i ragazzi della Ligera per
quest'altra occasione di confronto, di conoscenza, di arricchimento.
(I
nostri video sono disponibili anche sul canale Youtube
dell'Associazione per i Diritti Umani)
Cari amici, oggi vi diamo comunicazione di alcuni appuntamenti culturali, organizzati a Milano e a Bergamo, che speriamo possano interessarvi. L'arte, antica e contemporanea, può essere uno strumento valido per fare intercultura, per far avvicinare popoli e persone, per viaggiare anche con l'immaginazione. Per questi e molti altri motivi pensiamo che queste iniziative siano da prendere in considerazione, magari nei prossimi week end... Brera: un’altra storia
La Pinacoteca di Brera raccontata da mediatori museali stranieri per una valorizzazione del patrimonio artistico in chiave interculturale. Due città. Quattro musei. Un’unica concezione della cultura e una nuova modalità di accostarsi al museo: ecco in sintesi il progetto “Altrestorie” attraverso il quale un network di istituzioni pubbliche e private (il GAMeC, la Pinacoteca di Brera, l'Accademia Carrara di Bergamo, il Museo del Novecento di Milano, Tramiteteatro e Storyville) offre il proprio patrimonio a nuove narrazioni nella convinzione che l’arte sia tra i principi fondamentali attraverso cui si (ri)costruisce una comunità. A Brera otto mediatori museali (Francesca Cambielli-Italia, Connie Castro-Filippine, Biljana Dizdarevic-Bosnia, Anita Gazner-Ungheria, Rosana Gornati-Brasile, Dudù Kouate-Senegal, Margaret Nagap-Egitto e Almir San Martin-Perù) conducono sia percorsi individuali su singoli quadri sia percorsi collettivi incentrati su filoni tematici in cui la storia delle opere interagisce con le storie e i vissuti personali. L’intreccio fra saperi diversi e la proposta di nuove chiavi di lettura amplifica le potenzialità narrative, la complessità e la ricchezza dei significati rendendo non solo la Pinacoteca più accessibile agli stranieri (a richiesta sono disponibili anche visite guidate nella lingua madre di ciascun mediatore) ma svelando anche nuovi significati agli italiani fino a trovare segni di contaminazione e reciproco influsso figurativo.
I percorsi sono gratuiti (compresi nel biglietto del museo) durano circa 45 minuti in gruppi di massimo 12 persone. Per informazioni e prenotazioni: paola.strada@beniculturali.it Ed ecco il calendario del mese di maggio:
Sabato 10 maggio ore 16.00
Percorso tematico “Un incontro” a cura di Francesca Cambielli, Dudù Kouate e Anita Gazner
Domenica 11 maggio ore 16.00
Percorso tematico “Di madre in figlio” a cura di Margaret Nagap e Biljana Dizdarevic
Sabato 17 maggio ore 16.00
Percorso tematico “Luoghi” a cura di Rosana Gornati, Connie Castro, Anita Gazner e Francesca Cambielli
Domenica 18 maggio ore 15.00
Percorso tematico “Sguardi diversi su La Predica di S. Marco ad Alessandria d’Egitto, di Gentile e Giovanni Bellini” a cura di Dudù Kouate, Rosana Gornati e Almir San Martin
Sabato 24 maggio ore 16.00
Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate
Domenica 25 maggio ore 14.30
Percorso tematico “Tra terra e cielo” a cura di Biljana Dizdarevic, Connie Castro e Almir San Martin
ore 16.00
Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate
E una mostra di pittura...presso la Casa delle culture del mondo di Milano
Tracce: opere di Ousseynou Diop, in arte Ouzin
La Casa delle culture del mondo della Provincia di Milano propone dal 17 aprile al 14 maggio la mostra “Tracce”, quindici tele in acrilico realizzate nell’ultimo anno dall’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin. La mostra, curata da Daniela Frigo, Mediatrice Artistica, Linguistica e Culturale, è promossa dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano. La mostra "Tracce" dell’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin, affronta un tema spesso ridondante per chi lascia il proprio paese, ovvero il segno ci si porta dietro e che rimane dentro la propria anima una volta che si abbandona ciò che più si ama: la propria terra. La traccia è un'orma, un’impronta che ritorna, che graffia, che ricorda: è un colore, una forma, un oggetto, una parola ripetuta, un viso sfumato, una nota suonata, un riflesso di luce sullo specchio dell'acqua, la donna amata. La tela permette di immortalare il dolore, la fatica, il desiderio di riscatto, ma anche la passione, la speranza, l'amore. Le tracce sono fondamentali per ricostruire il proprio passato, per ricordare le proprie radici e riallacciarsi al presente: ed è ciò che fa l'artista, che attraverso colori materici, corde, conchiglie e altri utensili manifesta l'esigenza di creare un ponte con tutto ciò che oggettivamente non è più presente, ma che si rende vivo nelle sue creazioni.
Informazioni al pubblico:
- Provincia di Milano/La Casa delle culture del mondo, tel. 02 334968.54/30
Pierfrancesco Majorino non è solo
l'Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano, ma è anche
uno scrittore. E' da poco stato pubblicato, per Laurana Editore, il
suo nuovo romanzo intitolato Maledetto
amore mio, ambientato in
una periferia milanese, sconvolta dal suicidio di Markus, un uomo
grande e grosso che, un giorno, decide di gettarsi da un balcone. In
quel palazzo popolare vivono anche Lisa, una donna anziana e il
vecchio Ivo; Erika che ama Thomas e Little Boy. Generazioni diverse,
italiani e stranieri, un microcosmo di persone che animano una
comunità che deve fare i conti con problemi quotidiani e sentimenti
universali. Un romanzo profondo che mette in scena la commedia della
vita, più o meno amara, ma che vale sempre la pena vivere fino in
fondo.
Abbiamo intervistato per voi
Pierfrancesco Majorino che ringraziamo molto per il tempo che ci ha
dedicato.
Una storia ambientata in una
periferia contemporanea, quella milanese, per parlare di amore e di
solitudine: sembra una contraddizione, ma non lo è...
No, infatti non è una
contraddizione. Non vi è niente di più ricco, vario, denso di un
quartiere popolare. Con le sue passioni, le sue solitudini, i suoi
legami. La solitudine e l'amore vanno poi sempre insieme. La ricerca
dell'altro, il proprio vuoto, il desiderio: impossibile non
"mescolare" ingredienti simili. Almeno per me.
Un uomo si toglie la vita,
gettandosi da un balcone: si può dire che anche i corpi delle
persone, in questo racconto, siano centrali? E perché?
Il corpo delle persone è centrale,
per me. Forse lo è anche perchè sono una persona timida, riservata,
"pudica". Che tende a mantenere nella vita le distanze. E
quindi se scrivo, se mi butto nel vortice delle vite altrui, lo
faccio andando a caccia anche di ciò rispetto a cui sono più
distante o sento maggiore curiosità e inquietudine. Quindi,
nell'importanza dei corpi, assolutamente da voi "colta", vi
è la mia curiosità che un po' libero, attraverso la scrittura.
C'è un muro che separa le
generazioni: i figli non comunicano con i genitori. Quali sono le
aspettative dei giovani e quali le disillusioni degli adulti?
Sul tema generazione
giovani-adulti: non siamo di fronte ad un saggio, è bene ricordarlo.
Mi interessa sempre, e lo dico pure da figlio di genitori separati e
padre, ahimè poi separato, di un bimbo a cui è attaccatissimo,
raccontare delle distanze e delle ricerche degli altri, anche dentro
le famiglie e tra le generazioni e sulle famiglie mi interessa la
pluralità, cioè il fatto che le famiglie oggi siano veramente tante
e diverse e che la "famiglia" una, univoca, non esista più.
Poi venendo alla domanda, beh, vi rispondo se faccio una saggio...
Si intrecciano storie di persone
eterogenee, che si muovono all'interno di una comunità composta da
italiani e stranieri, donne e uomini, giovani e vecchi: come trovare
un'armonia quando tutto sembra andare alla deriva?
Ancora: l'equilibrio nella
diversità... Beh, diciamo che non lo so, non voglio dare risposte.
Credo solo che la società debba guardare con fiducia alla propria
ricchezza. Questa idea positiva della società plurale mi accompagna,
sono gli occhi con cui guardo quel che vedo facendo il politico,
l'assessore, lo scrittore e probabilmente tutto ciò si vede. Questo
non è buonismo: anzi, in politica, la capacità di guardare alla
pluralità della società domanda scelte molto più radicali di
quelle fatte sin qui, ad es. sulle azioni contro le povertà, perchè
i poveri non devono essere invisibili, o sul piano dei diritti civili
e del loro riconoscimento. Potrei cavarmela in questo modo. Il
romanzo parla di vita vera e quindi non può scappare, non può far
finta che oggi il mondo sia disordinato, problematico, vario e
difficile.
Lo stile narrativo mescola durezza
e poesia, malinconia e speranza: forse la speranza consiste anche nel
"fare famiglia"?
No, la speranza consiste nel
vivere: come si vuole e come si è, nel rispetto degli altri e della
propria dignità.
L’Italia
ha festeggiato il compleanno di Mahmud Darwish con un reading
collettivo organizzato in dodici città dall’associazione Arabismo:
un omaggio al cantore della Palestina ed insieme un atto contro il
rischio di oblio e di progressiva scomparsa. Infatti, da quando ha
chiuso la casa editrice Epochè, i suoi testi sono reperibili con
sempre maggior difficoltà. Ma si è trasformato anche in una
denuncia contro la censura visto che alla
Fiera del Libro di Riyadh le opere di Darwish sono state tolte dagli
stand perchè,
come dichiarato da Abdulaziz Khoja, Ministro della Cultura e
dell’Informazione, “destabilizzano l’unità e la sicurezza del
regno”.
A
Milano la serata è stata organizzata in collaborazione con
l’Associazione Barzakh ed è stata presentata da Jolanda Guardi e
Giacomo Longhi che hanno scelto le poesie seguendo il filo conduttore
della molteplicità delle voci del poeta: non solo la memoria della
terra e la vicinanza agli oppressi, ma anche la sottile vena ironica, come in أنا
يوسف يا أبيdove
Darwish scrive:
“i
miei fratelli sperano che io muoia per poi elogiarmi…il lupo è
stato più compassionevole dei miei fratelli”) e anche poesie
d’amore come “Lezioni dal Kamasutra”
اُنتظرها
بسبعِ
وسائدَ مَحْشُوَّةٍ بالسحابِ الخفيفِ
اُنتظرها
تحدَّثْ إليها
كما يتحدَّثُ نايٌ
إلى
وَتَرٍ خائفٍ
“Aspettala con sette cuscini riempiti di nuvole leggere, aspettala, parlale come parla il flauto alla corda spaventata del violino”
Darwish poeta, ma non solo: a luglio è infatti prevista la pubblicazione per la casa editrice Feltrinelli di una trilogia in prosa che conterrà “Diario di ordinaria tristezza”; “Una memoria per l’oblio” e “In presenza dell’assenza”, tradotte in italiano da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.
Ed ora la parola a Darwish:
(Lettura in arabo di Khaled Al Nassiry, lettura in italiano di Silvia Rigon, al pianoforte Riccardo Rijoff)
Paolo
Poli e Ninetto Davoli sono i pochi personaggi famosi che rendono la
loro testimonianza nel documentario di Gianni Amelio, dal titolo
Felice chi è diverso,
presentato in anteprima a Milano lo scorso 8 marzo al cinema Mexico e
passato alla scorsa edizione del Festival di Berlino. Gli altri
protagonisti sono persone comuni, di tutta Italia e di varia
estrazione sociale: persone che si raccontano come omosessuali, come
coppie, come amanti nel senso di “coloro che amano”.
L'originalità
del film consiste nel parlare di “diversità” attraverso il
vissuto di persone anziane e di frammezzare il racconto con spezzoni
di altri film celebri, cinegiornali e pagine di riviste
scandalistiche anni'50, come Lo
specchio o Il
borghese, che
rimarcavano pregiudizi e stereotipi spesso offensivi. Anche nel
documentario di Amelio non si usano termini politically correct,
quali omosessuale o gay, ma si sentono pronunciare parole come:
“finocchio”, “invertito”, “femminiello”. A volte per
biasimarne l'utilizzo, ma più spesso per sdoganarlo, per rivendicare
l'orgoglio di amare chi si vuole e di vivere le stesse emozioni e gli
stessi sentimenti di tutti.
Certo,
le persone intervistate parlano di clandestinità, di umiliazione, di
derisione, di emarginazione: raccontano di aver vissuto in periodi
storici in cui era davvero difficile fare coming
out, ma siamo sicuri che,
oggi, ci sia più libertà, che la diversità (soprattutto
dell'orientamento sessuale) sia accettata ?
Una
coppia di signori torinesi accenna alla necessità di estendere i
diritti di base ad ogni tipo di famiglia; nel film le persone
intervistate sono in maggioranza di genere maschile e restano sullo
sfondo le coppie formate dalle donne: qualcosa, forse, nella società
sta cambiando, ma se è necessario un documentario per approfondire e
riflettere sull'argomento, vuol dire che c'è ancora tanta strada da
fare.
Diventa
necessario, il lavoro del regista calabrese, perchè racconta il
percorso culturale di un secolo di Storia italiana, dalla caccia alle
streghe durante il periodo fascista ai giorni nostri; perchè è un
buon manifesto contro l'omofobia ancora imperante, nonostante alcuni
passi avanti fatti dalle istituzioni e dai cittadini; e perchè
propone la capacità di vivere l'amore, tra persone dello stesso
sesso, con equilibrio, con gioia e con rispetto. E, di questi tempi,
non è poco.
In occasione della “ Giornata internazionale della donna” pubblichiamo la recensione del libro Chiamarlo amore non si può. Recensione a cura di Monica Macchi che ringraziamo sempre per la sua collaborazione.
Lo scorso 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è stato presentato il libro “Chiamarlo amore non si può” (Mammeonline Edizioni), titolo che riprende un verso della canzone “La Fata” di Edoardo Bennato che canta appunto “c’è chi ti esalta, chi ti adula, c’è chi ti espone anche in vetrina: si dice amore, però no, chiamarlo amore non si può”. Questo libro è stato pensato e dedicato agli adolescenti e pre-adolescenti da 23 donne che raccontano 23 storie completamente diverse ma con un unico messaggio semplice e inequivocabile: esistono tante forme d’amore e sono tutte accomunate dal rispetto per l’altro e per le sue scelte; in nessun caso è sopraffazione, violenza o dominio come nel racconto “A piedi nudi” in cui Silvia riceve in dono un bracciale che termina con un lucchetto “simbolo di una catena invisibile che mi sta trasformando in una marionetta” o in “Taddeo e la pasticcera” in cui Maddalena si lascia divorare a pezzi e solo alla fine “rimpiange di aver confuso l’amore col possesso”. Le protagoniste sono bambine, ragazze, donne in qualche caso raccontate da occhi maschili su cui è fondamentale intervenire per spezzare la cristallizzazione della dialettica vittima/carnefice. Infatti Donatella Caione, l'editore, ha sottolineato l'importanza di offrire nell’età in cui si costruisce l'identità di genere, modelli altri, lontani dallo stereotipo di una donna intrappolata tra seduzione/docilità e di un uomo “forte e quindi violento” definendo invece la violenza come espressione di debolezza. Questo libro si inserisce nella cultura della prevenzione e dell’educazione; nelle varie storie sono spesso presenti figure di insegnanti che svolgono un ruolo cruciale: nel racconto “Ferita” in cui Elena “osa” lasciare Marco e lui le mette contro tutta la scuola dicendole “Sei la prima che fa tanto la preziosa con me… quello che ti succede te lo meriti” e lo sguardo e le parole della prof le fanno capire che “la prof. aveva visto quello che agli altri restava nascosto, la sua ferita… se solo non fosse stato così difficile fidarsi, pensare che qualcuno le avrebbe creduto” o nel racconto “Luna Park” in cui usando la metafora la bimba racconta quello che succede a casa di notte e sente che “il maestro capisce, capisce che l’orsacchiotto sono io e io capisco che se qualcuno doveva vergognarsi non ero io”. Per questo è presente anche un percorso formativo ad hoc per le scuole che utilizza la narrativa come strumento di educazione emotiva, relazionale e sentimentale partendo proprio dai racconti del libro con strumenti e materiali di guida all’uso del testo in classe.
Copertina di Paola Sorrentino
Libro collettivo con racconti di: Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl’Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione, Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri, Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya.
Postfazione di Daniela Finocchi, giornalista e scrittrice, ideatrice del concorso letterario Lingua Madre, dedicato ai racconti di donne straniere che vivono in Italia; qui vengono forniti dati Onu secondo cui la violenza maschile è la prima causa di morte e invalidità per le donne in tutto il mondo e si sottolinea come il numero delle donne vittime di violenza superi ogni quattro anni quello delle vittime dell’Olocausto.
PS: I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno devoluti al progetto “Salute e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili in Burkina Faso” dell’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) perché “ Non si lucra sulla violenza contro le donne”.
E' ancora nelle sale italiane il film vincitore dell'ultima edizione del Festival di Cannes. Ripubblichiamo per voi la nostra recensione
“Ringrazio
la bella gioventù di Francia che ho incontrato durante la
lavorazione e che mi ha fatto sentire lo spirito di libertà e la
gioia di vivere e ringrazio la gioventù tunisina che ha fatto la sua
rivoluzione con la giusta aspirazione di vivere liberamente, pensare
liberamente e amare liberamente”: con queste parole il regista
Abdellatif Kechiche ha ritirato la Palma D'Oro all'ultima edizione
del Festival di Cannes, premio ottenuto per il suo film intitolato La
vie d'Adèle.
Kechiche,
nato a Tunisi, ma cittadino francese, porta sempre sul grande schermo
storie intense e complicate sullo sfondo di una società altrettanto
complessa e stratificata: ricordiamo, infatti, Tutta
colpa di Voltaire,
La schivata,Cous Cous
e Venere Nera
in cui parla di immigrazione, dell'inclusione, di multiculralismo,
andando ad analizzare le radici, le conseguenze e le sfaccettature
degli argomenti trattati.
Con
il suo ultimo lavoro prende in considerazione, ancora una volta, un
tema molto attuale: l'amore omosessuale, declinato al femminile. Con
grande sensibilità, ma anche realismo visivo, racconta la storia di
Adèle, nell'arco di circa otto anni. Adèle è una quindicenne,
liceale, di famiglia operaia; studia, ama leggere e da grande
vorrebbe diventare una maestra. Vive la sua prima esperienza sessuale
con un coetaneo, Thomas, ma poco dopo prova a dare un bacio ad
un'amica che la respinge. Un giorno, la strada di Adèle incrocia
quella di Emma, una ragazza più grande, dai capelli blu e che studia
all'Accademia di Belle Arti e, da quel momento, Adèle scopre la
passione vera, la travolgente bellezza dell'intimità e la pienezza
dell'essere se stessi.
Anche
ne La vie d'Adèle
scorgiamo i tratti tipici dello stile narrativo di Kechiche: usa il
teleobiettivo per girare le scene di sesso da lontano e rendere
maggiormente la verosomiglianza degli amplessi, espliciti, insistiti,
coinvolgenti. Non fa sconti all'immaginazione: riporta i corpi nudi,
i movimenti, gli spasimi e i respiri. Perchè il sesso può e deve
essere vitale e libero. Come in tutte le storie d'amore forti e
profonde ci sono i momenti di rottura, per un tradimento, per qualche
incomprensione: e questo accade anche a Emma e ad Adèle che si
incontreranno di nuovo, ma ormai non sarà più come prima.
Il
presidente, Steven Spielberg, e la giuria della 66ma edizione del
Festival hanno sorpreso pubblico e giornalisti conferendo il premio
principale non solo al film, ma anche alle due attrici protagoniste,
Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux, e hanno affermato: “...Come
giurati siamo rimasti stregati da queste attrici formidabili, e il
fatto che negli Stati Uniti il film potrebbe essere censurato non
poteva né doveva diventare un criterio del nostro giudizio”.
Il
film è stato premiato in un momento molto particolare: lo stesso
giorno in cui, a Parigi, sfilava la manifestazione contro la legge
che ha legalizzato i matrimoni di coppie omosessuali, decisione che
ha portato al suicidio dello scrittore e attivista di estrema destra,
Antoine Lerougetel.
Abdellatif
Kechiche ha dichiarato di aver realizzato un film “non militante”,
ma l'opera - di coproduzione francese, spagnola e tedesca - è già
al centro di un dibattito, almeno culturale.