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lunedì 17 agosto 2015

Uomini e donne: una relazione costruttiva è possibile




Eccovi l'interessantissimo incontro con la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani per la nostra manifestazione "D(i)RITTI al CENTRO!".
Si parla di violenza contro le donne, relazioni di genere, sesso e virilità e di molto altro, partendo dal saggio "Uomini che (odiano) amano le donne" per MAREA edizioni.



mercoledì 1 aprile 2015

Lullaby: la prigionia del curdo Kamangar e la bellezza della gioventù



Lullaby, della scrittrice Ava Homa, si basa sulla storia vera di Farzad Kamangar. Un insegnante di scuola elementare e avvocato civilista del Kurdistan iraniano arrestato dalle forze di sicurezza nel 2006 e accusato di collaborare con i gruppi di opposizione curdi. Kamagar è stato accusato di essere un mohareb o "nemico di Dio", ma si è rifiutato di confessare, nonostante quattro anni di detenzione e tortura; le sue lettere dalla cella hanno portato le più importanti organizzazioni internazionali, come l'UNICEF, a condannare la sua prigionia.                 




Il lavoro di Ava Homa è apparso in
The Literary Review of Canada, Toronto Quarterly, Windsor Review, il Toronto Star e Rabble
. La sua opera riguarda sempre la resistenza da parte delle donne iraniane moderne. Le storie sono raccontate su scala universale e parlano di sentimenti come l'amore e la passione (anche politica).
Ava Homa è un giornalista, scrive sul giornale
Bas, insegna scrittura creativa e inglese al George Brown College di Toronto. Ava Homa è stata esiliata dal Kurdistan nel 2007 e ha dovuto lasciare la sua famiglia e gli amici.


Ecco, per voi, un brano tratto da Lullaby. Per avere altre notizie sul libro: www.novelrights.com




"La chiamata risuona. Mi dico che gli studenti stanno ancora imparando, in segreto, la storia dei curdi. L'invito alla preghiera echeggia nella prigione di Evin. Mi avvolge di freddo e paura.

Passi! Conosco il suono di quegli stivali pesanti. Io li conosco bene. La mia penna cade dal letto e mi arriccio in una palla, contrazione di paura. Il dolore alla testa e al viso, alle gambe e alla schiena, allo stomaco e alle costole diventa più nitido. Stringermi al cuscino non mi impedisce di tremare. I passi si fermano prima di raggiungere il mio rione. "Mani in alto," penso, e lo dico quasi ad alta voce.

"Mani in alto", dice la vecchia guardia.

So quello che stanno facendo in altre cellule. La benda, lo scatto delle manette e le guardie prendono Ali, con spinte e calci.

Mi tiro su e mi giro e nella mia testa li seguo, come Ali è trascinato al piano di sotto, trascinato giù per le scale e a portata di mano per diciannove interrogatori. Sotto la sua benda, Ali conterà le paia di scarpe in camera: quattro, sei, otto. . . nero, scarpe formali che fanno tutt'uno con il sangue, levigate dal sangue. La fustigazione inizierà subito dopo le maledizioni. Se l'uomo che chiamano "bastardo" è lì, l'interrogatorio durerà più a lungo e sarà molto più doloroso. Ogni curdo conosce la strana voce di quell'uomo, un insolito mix di alto e basso. Nel suo vocabolario, "fottuti selvaggi assassini" significa "curdi." Si dice che il fratello di Mongrel sia stato ucciso in Kurdistan trent'anni fa durante una delle rivolte. Cinque, sei frustate e Ali penserà ai campi di concentramento, alle piramidi, alla Grande Muraglia cinese, ma lui non sentirà più le frustate. Spero.

Il numero di crepe sul muro è 305, oggi. Io di nascosto tiro fuori una penna da sotto il materasso e prendo un po 'di carta, ripiegata quattro volte, dal mio abbigliamento intimo. "Cari studenti," Scrivo, sdraiata sulla mia sinistra su una coperta militare puzzolente. "Tutto quello che ho potuto fare per voi è di insegnare segretamente il nostro alfabeto curdo, la nostra letteratura e la nostra storia. Per favore, ricordateli ai bambini e trasmettete il vostro patrimonio. Cari piccoli, non permettete che questa conoscenza vi rubi la gioia dell'infanzia. Possiate mantenere la gioia dei giovani nella vostra mente per sempre. Può essere l'unico e solo investimento che potrete utilizzare in seguito, quando avrete la necessità di guadagnare del 'pane e burro', cari figli “dominanti” e quando dovrete vincere il peccato di essere il “secondo sesso”, care figlie. Quando raccoglierete i fiori nelle valli per fare corone per i vostri bambini, raccontate loro della purezza e della felicità dell'infanzia. Ricordatevi di non voltare le spalle ai vostri sogni e amori, alla musica, alla poesia e alla magica natura del Kurdistan. State insieme, cantate le canzoni e recitate la poesia come siamo abituati a fare. "


"The call rings out. I tell the students are still learning, in secret, the history of the Kurds. The call to prayer echoes Evin prison. It turns me cold with fear.

Steps! I know the sound of those heavy boots. I know them well. My pen falls out of bed and I curl into a ball, the contraction of fear. The pain in my head and face, legs and back, stomach and ribs become much sharper. Clutching the pillow does not prevent me from shaking. The footsteps stopped before reaching my ward. "Hands up," I think, and almost say it out loud.

"Hands up," says the old guard.

I know what they are doing in other cells. The blindfold, the click of the handcuffs, and the guards take out Ali, pushing and kicking.

I toss and turn, and I follow them in my head as Ali is taken downstairs, dragged nineteen steps to the right, down the stairs and handed nineteen interrogations. Under his blindfold, Ali will count the pairs of shoes in the room, four, six, eight. . . black, formal shoes that are thick with blood, smoothed by the blood. Flogging will begin immediately after the curses. If the man they call "bastard" is there, the questioning will last longer and will be much more painful. Every Kurd knows strange man's voice, an unusual mix of high and low. In his vocabulary, "fucking murdering savages" means "the Kurds." It is said that his brother had been killed in Kurdistan Mongrel thirty years ago during one of the riots. Five, six lashes and Ali will think about the concentration camps, the pyramids, the Great Wall of China, but he no longer feels the flogging. I hope.

The number of cracks on the wall 305 is today. I sneak a pen out from under the mattress and take a bit 'of paper, folded four times, from my underwear. "Dear students," I write, lying on my left side on a blanket military smelly. "All I could do for you is to teach secretly our Kurdish alphabet, our literature and our history. Please, kids, remember your heritage and transmit it. Dear children, do not allow this knowledge to steal from you the joy of childhood. May you keep the joy of the young people in your mind forever. It may be the one and only investment you can use later, when the agony of earning the 'bread and butter' you, my children dominates, and the sin of being 'second sex' you win, my daughters. When you are picking flowers in the valleys to make crowns for your children, tell them about the purity and happiness of childhood. Remember not to turn on the back on your dreams, love, music, poetry and magical nature of Kurdistan. Getting together, sing songs and recite poetry as we usually do."





martedì 3 marzo 2015

Una promozione per i nostri lettori: Teatro della Cooperativa. Una biografia della fame




Il Teatro della Cooperativa



è lieto di riservare ai lettori del sito dell'Associazione per i Diritti Umani una speciale promozione:



Biglietti a 10€ (anziché 18€)

dal 2 all'8 marzo 2015 - PRIMA NAZIONALE


produzione
Le Brugole e Anfiteatro SudPER UNA BIOGRAFIA DELLA FAME
Liberamente ispirato al romanzo “Biografia della fame” di Amélie Nothomb
di e con
Annagaia Marchioro
collaborazione alla drammaturgia
Chiara Boscaro
disegno animato dal vivo
Anna Resmini


regia
Alessia Gennari



Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Amélie Nothomb, “Per una biografia della fame” è il racconto ironico, lieve e al tempo stesso drammatico, di un’esistenza famelica. Una donna ci racconta il suo rapporto con la fame: fin da bambina il cibo è la sua gioia, la sua divinità, la sua salvezza, la sua ossessione. La sua fame è una superfame: di zucchero, di cioccolato, di biscotti, ma soprattutto di amore e di vita, di storie e di riconoscimento. La protagonista di questa drammaturgia per attrice sola ci racconta la sua storia, una storia in cui la famiglia, la scuola, la scoperta dell’amore e dei dolori dell’adolescenza sono riletti sotto la grande lente d’ingrandimento dell’appetito. Un appetito sconfinato che serve a colmare i vuoti. Un appetito che lei stessa cerca di uccidere, scegliendo di imporre al suo corpo, diventato estraneo e nemico, l’anoressia, di cui si ammala a quattordici anni, e dalla quale si salva, dopo due anni di sofferenza fisica e mentale, anche grazie al desiderio di cercare altrove, nella scrittura e nella passione, nell’amore e, più in generale, nella semplicità della vita stessa, un nuovo sfogo alla sua fame.

Per una biografia della fame” non è solo una storia di cibo, di vuoti da trasformare in pieni: è la storia dell’amore più difficile, quello che ognuno deve a se stesso, un amore così difficile da imparare e comunicare.



Per prenotare con la riduzione occorre mandare una mail a promozione@teatrodellacooperativa.it con oggetto BIOGRAFIA promo 10, nome, cognome, numero dei biglietti e data della replica scelta.

Presentarsi in biglietteria 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo con la stampa della presente mail.



Teatro della Cooperativa

Via privata Hermada, 8

20162 Milano

tel. 02 6420761


venerdì 2 gennaio 2015

Violenza contro le donne: Chiamarlo amore non si può




Un incontro importante e serio: una raccolta di racconti sulla violenza contro le donne, alla presenza di alcune autrici: Fulvia Degl'Innocenti, Elena Peduzzi e Chiara Segre, edito dalla casa editrice MammeOnline. Il titolo del libro: Chiamarlo amore non si può.

Un'occasione per riflettere sulla violenza fisica e psicologica, sui motivi che inducono troppe donne a subirla; per riflettere anche su come si è arrivati al femminicidio e sul perchè gli uomini si comportano così nei confronti di chi li ama e li aveva scelti come compagni di vita.

Ringraziamo le autrici e il Bistrò del tempo ritrovato per aver accolto l'iniziativa organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!”.


 
 
Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. GRAZIE!




venerdì 26 dicembre 2014

Fata morgana e le mafie (S)disonorate



Di Anna Giuffrida (www.annagiuffrida. Wordpress.com)

Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate. Nove donne, delle oltre 150 vittime della criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie, la “cosa”. Eppure queste donne non hanno rinunciato alla loro dignità, alla loro libertà, anche se innamorate. Anzi. Hanno combattuto con coraggio in nome dell’amore, anche per se stesse. Come ha fatto la piccola Palmina Martinelli, innamorata di un giovane che voleva farla prostituire e uccisa con “alcol e fiammiferi” per essersi rifiutata di farlo. E Tita Buccafusca, che amò e sposò Pantaleone Mancuso potente boss della ‘ndrangheta, considerata da tutti come la “matta” dopo una lunga depressione. Ma per amore del figlio decise di allontanarsi e raccontare quello che sapeva. La solitudine ebbe poi il sopravvento, e fu così spinta al suicidio che mise in atto ingerendo acido muriatico. E anche Lea Garofalo, che guardò negli occhi le storture della criminalità sposando un uomo di ‘ndrangheta di cui si era innamorata, e che per amore della figlia scelse la libertà della verità e di non tenere più la bocca chiusa, fino alla fine. Storie di donne, figlie, madri vissute nell’ombra e quasi sempre delegittimate, persino come esseri umani. Vittime spesso rimaste senza giustizia, perché la giustizia al massimo ha scelto di considerarle morte per femminicidio. Una comoda distorsione della realtà, come ha fatto notare la deputata di SEL Celeste Costantino al termine dello spettacolo: “Il dossier (“Sdisonorate” di DaSud, ndr) vuole dare forza alla memoria e svelare un falso storico: che le mafie non toccano donne e bambini. Bisogna anche raccontare l’eccezionalità dentro la normalità. Questa specificità delle mafie di uccidere le donne ha una sua normalità, cioè che il femminicidio è stato sempre considerato un’emergenza e invece avviene quotidianamente. Si parla solo dell’atto finale, ma prima di arrivare a quell’uccisione c’è un calvario”. Per questo amore coraggioso ma anche fragile, per queste donne innamorate ma anche libere Fata Morgana/Marica Roberto si addolora ma combatte. In un palco lasciato nudo ed essenziale, come la verità, l’attrice messinese presta il suo corpo a quell’amore, a quel dolore, in un ritmo incalzante che spezza il fiato e le lacrime. La sola incessante scenografia, con la presenza di tamburi marranzano e zampogna suonati con forza e passione, la ricreano le canzoni e sonorità della compagnia siciliana Unavantaluna. La legalità ha bisogno del sostegno della cultura, e il teatro è il luogo dove la parola non può essere modulata e va dritta al cuore. Eppure la compagnia Attori & Musici, e la nostra Marica Roberto, questo testo in lingua quasi del tutto siciliana non è riuscita ancora a mostrarlo nelle scuole del sud, come vorrebbe. Mancate risposte, o anche risposte sbrigative del tono “Non abbiamo i soldi per ospitare lo spettacolo”. Peccato. Peccato che non ci siano fondi da destinare all’educazione alla legalità. E che il sistema scuola non sappia tenersi al passo con le nuove esigenze culturali che deve trasmettere.


giovedì 11 dicembre 2014

Maledetto amore mio: l'incontro con Pierfrancesco Majorino scrittore



L'Associazione per i Diritti Umani ha incontrato Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, ma in questo caso anche autore del romanzo intitolato Maledetto amore mio, Laurana edizioni.

E' stata l'occasione per parlare di periferie, diritto alla casa, servizi al cittadino, immigrazione, ma anche dei temi cari a Majorino scrittore: il rispetto per la diversità, l'amore come solidarietà e il rapporto tra padri e figli.

 

 
 
 


L'incontro si è svolto presso Spazio Tadini, lo scorso 18 novembre.

Tutti i nostri video, anche quelli della manifestazione "D(i)ritti al centro", sono pubblicati anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani. Potete consultarli e condividerli citando, ovviamente, la fonte.
 
 
 
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mercoledì 19 novembre 2014

Looking for Kadija: l'Eritrea, il colonialismo, l'amore





Il regista Andrea Patierno, lo sceneggiatore Alessandro Caruso e il regista Francesco Raganato, con l'aiuto di Francesco Sardello, organizzatore sul posto, pianificano i provini per trovare l'attrice principale, poi sistemano i set, chiedono alle maestranze di costruire un carrello per il dolly: questo per girare Looking for Kadija, lavoro girato tra le città di Asmara e Massaua e i villaggi di Agada, Cheren, Cheru, ricostruendo una vicenda poco nota e molto avventurosa (raccontata da Vittorio Dan Segre in "La guerra privata del tenente Guillet. La resistenza italiana in Eritrea durante la seconda guerra mondiale", Corbaccio 2008).
Sono giovani donne che raccontano del servizio militare civile oppure obbligatorio, di amori e di emigrazioni. Si racconta, così, un Paese fortemente militarizzato che fa molta fatica ad ottenere qualche spiraglio di democrazia.
L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande al regista Francesco Raganato e lo ringrazia.



Il suo documentario nasce da una storia lontana: ce la può raccontare?

 

La storia che raccontiamo nel documentario nasce da lontano, sia nel tempo che nello spazio.

Siamo in Eritrea, colonia italiana, alla fine della seconda guerra mondiale. Dopo la resa e la firma dell’armistizio in Europa, un ufficiale di cavalleria italiano di stanza in Eritrea, Amedeo Guillet, si rifiuta di consegnare il paese agli inglesi e organizza la resistenza eritrea, di fatto diventandone il capo carismatico. Al suo fianco Kadija, la bellissima figlia di un capotribù locale.

Dopo oltre mezzo secolo, una troupe italiana, composta da me, dal produttore Andrea Patierno e dallo sceneggiatore Alessandro Caruso, giunge in Eritrea per preparare un film dedicato a questa grande storia di amore ed eroismo.

I casting per trovare la protagonista del film diventano l'occasione per conoscere, attraverso le storie delle giovani aspiranti e delle loro famiglie, la condizione e le speranze di un paese isolato dal resto del mondo da vent'anni di dittatura militare.

Così nasce “Looking for Kadija”.



L'Eritrea, come molti Paesi africani, vede molte persone emigrare verso un futuro migliore e, spesso, però sono gli uomini a farlo. Molte madri, mogli, sorelle restano e aspettano: avete raccolto le storie di queste famiglie spezzate?



Inevitabilmente intervistando le ragazze è venuta fuori la questione dell’emigrazione, soprattutto di quella maschile. In ogni famiglia c’è almeno un caso di emigrazione, è una situazione che tocca davvero tutti.

L’argomento però non è mai approfondito, è sempre accennato, velato, forse per paura, forse per pudore, questo non lo sappiamo.




Qual è la condizione femminile nell'Eritrea di oggi?



E’ una domanda a cui posso rispondere solo parzialmente, poiché il nostro film non è un’inchiesta, ma è un viaggio incentrato sulla ricerca di una attrice.

Quello che posso dire con certezza, perché mi si è palesato davanti agli occhi durante i casting, è che le donne eritree hanno una fierezza ed una dignità invidiabili. Hanno una scintilla nei loro occhi che mette quasi soggezione, hanno voglia di fare, di emergere, di realizzare i loro sogni, ai quali per fortuna non rinunciano. Hanno amore fortissimo per il loro paese e per la loro cultura, un amore sano, oltre a una enorme voglia di riscatto, una voglia reale, che si tocca con mano.





Il film intreccia presente e passato. Una domanda che ci sta sempre molto a cuore è: quanto è importante la memoria storica, anche alla luce degli avvenimenti attuali, nei naufragi nel Mediterraneo?



La memoria storica è sempre di fondamentale importanza, non solo perché banalmente si può imparare a non ripetere gli errori del passato, ma soprattutto perché tutto ciò che è accaduto in passato ci dà una chiave per leggere e interpretare (e migliorare) il presente.

Per essere più concreti, ad un certo punto del film, un signore di Massaua, con un italiano impeccabile, ci racconta di come gli italiani durante gli anni del colonialismo erano arrivati in Eritrea per rimanere, per vivere una vita magari migliore di quella che avevano in Italia. Di conseguenza hanno costruito edifici meravigliosi, strade efficienti, ferrovie all’avanguardia. Hanno dotato il paese di infrastrutture da cui ancora oggi gli Eritrei traggono beneficio.

Ci ha raccontato sostanzialmente un esempio di una sana compenetrazione culturale ed economica, in cui tutte e due le parti traggono beneficio.

All’opposto, e non dico nulla di nuovo, i naufragi del Mediterraneo in realtà sono l’evidente risultato di una scellerata politica colonialista, un colonialismo da saccheggio, perpetrata da molti governi extra-africani (non è esatto dire “occidentali”) a danni delle fragili democrazie africane (ove ce ne siano). Ma è un discorso lungo e complicato da affrontare in poche battute.





Quando e come è stato realizzato questo suo lavoro?



Nell’ottobre del 2013 siamo stati in Eritrea per circa 20 giorni per fare le riprese. Abbiamo visitato Asmara, poi Massaua e Cheren dove oltre alla ricerca delle location per il fim che vogliamo fare abbiamo organizzato i casting per trovare Kadija. Ci siamo spinti anche verso la piana di Cheru, che fu il teatro della tremenda battaglia in cui morirono molti italiani e ascari eritrei che fianco a fianco combatterono contro gli inglesi.

Poi da gennaio 2014 fino ad aprile c’è stato un lunghissimo lavoro di montaggio con Alice Roffinengo, la nostra editor, e Chiara Laudani, autrice del documentario con Alessandro Caruso.

Rai Cinema ha creduto sin da subito al progetto e ci ha concesso il sostegno finanziario per realizzare questo lavoro.

La vittoria al Festival di Roma è giunta davvero inaspettata, e questo ha messo in moto ciò che speravamo, ovvero la possibilità di pensare davvero di realizzare finalmente un film sulla storia di Amedeo Guillet e Kadija.

giovedì 23 ottobre 2014

Il caffè delle donne


Pubblichiamo questa recensione di Raffaele Taddeo (già sulla rivista on-line El Ghibli) che ci presenta il libro intitolato Il caffè delle donne, edito da Mondadori, di Widad Tamimi.




Il romanzo di Widad Tamimi si presta o molteplici piani di lettura. E’ un libro inteso in cui sono presenti molte più problematiche di quelle che forse sono percepibili ad una prima lettura. Spesso il senso ultimo di un romanzo si ricava da descrizioni, comunicazioni del narratore veicolate dai personaggi, in questo caso molti sensi e significati si ricavano con altri strumenti. Il testo per essere compreso fino in fondo deve essere sezionato mediante macro sequenze, la loro successione e giungere così significato che da questa analisi se ne può ricavare.

Una tematica peraltro molto implicita che è possibile rintracciare in più parti è il confronto fra mondo occidentale e mondo arabo. L’attenzione del narratore si accentua molto nel sottolineare che accanto alla diversità fra una cultura e un’altra vi è comunque una complementarietà, vi è comunque un cammino che si sviluppa secondo modi e ritmi diversi, ma entrambi pieni di senso e di valori. “Qamar – dice Leila, cugina di Qamar – non sono mai stata in Occidente, ma non credo che queste cose vadano tanto diversamente. Un uomo e una donna si incontrano e vibrano per un po’, poi si conoscono, si accettano e camminano a lungo l’uno a fianco dell’altra. I problemi stanno ovunque”. Nell’essenza, nella quotidianità, nella vita concreta di ogni giorno, tutto il mondo è paese diremmo noi, e non ci sono differenze fra una cultura ed un’altra.
La protagonista ritrova in sé elementi di arabità che si coniugano assieme alla sua cultura e modalità di vita di donna occidentale. “Ora mi rassicuro che Giacomo indossi la camicia ben stirata, lo inseguo per casa con un rotolo appiccicato per togliere i pelucchi dal suo abito, gli preparo il pranzo al sacco per paura che non mangi. Tracce di un’arabità vissuta in modo del tutto originale, sempre in conflitto con l’emancipazione della donna occidentale, cresciuta a ritmo di marce femministe”.
Tuttavia quasi in netto contrasto con questi intenti conciliativi si sviluppa la storia d’amore fra Qamar e suo cugino Yousef. I due hanno giocato insieme da piccoli, hanno scherzato, riso, e poi arriva il momento dell’adolescenza e Qamar nell’ultima estate che trascorre ad Amman si innamora del cugino. Anche questi è innamorato di lei. Si preannuncia una storia d’amore, che, interrotta da eventi e tempo, sembra ad un certo momento possa riprendere con pieno vigore, quando Yousef, ormai adulto e Iman, arriva in Italia per una serie di conferenze sulla cultura islamica. Questo amore però viene frustrato per il secco rifiuto da parte di Yousef di riprendere anche minimamente una traccia di confidenza e dar adito ad una infinitesima possibilità di riprendere la storia d’amore. Emerge l’impossibilità dell’amore. Sul piano narrativo la storia affettiva fra Yousef e Qamar ha un esito totalmente negativo.
Il senso di questo elemento narrativo è indizio dell’impossibilità di un incontro, di uno sposalizio fra i due mondi culturali, quello arabo e quello occidentale. Proprio il fatto che l’amore nato fra i due non arrivi a concludersi positivamente pone di fatto l’affermazione implicita della incommensurabilità fra le due culture.
Sono indifferenti gli elementi narrativi che sostengono l’impossibilità della perpetuazione dell’amore fra Yousef e Qamar, il dato più significativo e determinante ai fini della comprensione del significato del romanzo è proprio la mancanza della continuazione del rapporto d’amore fra i due.
Strettamente connesso a questo tema vi è quello della dialettica fra mondo della fanciullezza e quello della maturità.
Il romanzo, penso volutamente, pone in strutture parallele l’evoluzione della crescita e del rapporto che Qamar ha col mondo arabo da bambina, con quello del rapporto da adulta con Giacomo, suo convivente e successivamente marito, con il quale cerca di dar luogo ad una generazione nuova, cioè ad avere un figlio, che poi perderà prima che possa nascere e diventerà l’elemento di crisi della protagonista.
Il parallelismo, però poi si risolve in una dialettica fra il tempo della fanciullezza- adolescenza e quello della maturità, della vita adulta. Il primo che è fatto di giochi, di piccole trasgressioni, di sapori, di profumi, di sole, di polvere, si svolge ad Amman e viene contrapposto ad una vita da fanciulla in occidente piena di regole e sotto molti aspetti costrittiva; il secondo fatto di sogni frustrati, di paure, di angosce, di incapacità di riconoscersi, di continue domande, di contorsioni psicologiche.
E’ una dialettica fra i due tempi, e fin qui siamo nella normalità della vita, dell’esistenza dell’uomo, ma poi se si va a riflettere attentamente si constata che il tempo libero della fanciullezza-adolescenza è descritto in uno spazio e quello della maturità in un altro spazio; il primo in una certa cultura e il secondo in un’altra. Allora la dialettica ancora una volta si stabilisce fra i due mondi culturali che confliggono fra di loro, conflitto che viene impersonato da Qamar, la quale per cercare di ritrovare se stessa ha bisogno, adulta, di rimmergersi nel mondo, nello spazio che l’ha vista crescere da bambina. Non avviene una sintesi, perché ancora una volta Qamar decide di riconquistare Giacomo, da cui s’era momentaneamente separata e ritornare allo spazio dell’Occidente. Ancora una volta è la descrizione narrativa ad affermare l’impossibilità di coesistenza fra i due mondi.
Oltre tutto la arabità è strettamente connessa a sogno, a libertà, a giochi, a cibo, sapori, mentre l’occidentalità, pur nella sua emancipazione, è intessuto di regole, di logica, anche se piena di libertà personale, dal muoversi, al vestirsi, al rapportarsi agli altri.
L’impossibilità di una sintesi, ancora sul piano narrativo viene accentuato dall’esito della storia di Aymad.
Questi è figlio piccolo di Leila cugina di Qamar. E’ l’unico maschio avuto dopo molte femmine. Qamar, entra in un rapporto affettivo intenso con lui quando ritorna ad Amman. Leila le fa la proposta di condurlo con sé in Europa per dargli una possibilità di futuro migliore, certamente negato in Giordania date le condizioni economiche della famiglia e di un rapporto difficile con il padre. A Qamar non sembra vero, anche se decide di rinunciare momentaneamente perché è sola e non si sente sicura di poter curare questo ragazzetto.
Una volta sposatosi con Giacomo e condotto quest’ultimo ad Amman perché conosca la famiglia che era stata così importante nella sua crescita, si pone veramente il problema se portar via il ragazzetto in Europa o lasciarlo alla famiglia. Decidono di lasciarlo ad Amman dalla famiglia e di aiutarlo economicamente negli studi.
Indipendentemente ancora dalle ragioni, dalle logiche, dai sentimenti che non permettono che si realizzi il trasferimento di Aymad in Europa, il fatto narrativo denota ancora una volta l’impossibilità di una conciliazione fra i due mondi, che devono procedere separati nel loro percorso e nel loro destino.
Aymad rappresenta emblematicamente la possibilità concreta di meticciare le due culture. L’esito della vicenda nega ogni possibilità di questo genere.
Altri piani di lettura sono possibili come ad esempio, il rapporto d’amore fra Qamar e Giacomo, tutto giocato all’interno della cultura occidentale, ma proprio per questo risoltosi positivamente.
Poi ancora quello della ricerca del figlio, naturale dapprima, ma poi adottivo forse. Ma ce ne possono essere ancora altri come il rapporto fra la protagonista e la madre, quello di Qamar col territorio della metropoli giordana.
Sul piano strutturale per buona metà del libro si assiste ad una sorta di conduzione parallela e binaria, con tempi sfasati, quello delle sue vacanze ad Amman e l’altro di vita con Giacomo e della gravidanza, trasformatosi poi in aborto. Sono posti in parallelo due maturazioni, la prima che sfocia nella frattura della vita di vacanze di Qamar che non ritornerà più per molti anni in Giordania, la seconda che sfocerà nella rottura con Giacomo. Due storie parallele in due spazi diversi, ancora una volta in una sorta di dialettica osservazione, entrambe concluse con fratture e rotture. Ma mentre la prima non porterà a riconciliazione, la seconda invece si risolverà positivamente.
Anche quindi sul piano strutturale, la dicotomia Occidente-mondo arabo continua ad esistere.
La cornice del romanzo è dato dalla ritualità del caffè, tutta femminile e corale, nonchè dai sensi nascosti che essa veicola, dalla possibilità di una predizione. E qui siamo in totale immersione del mondo arabo e islamico perché la realtà sembra quasi già precostituita, l’uomo non farebbe altro che seguire quanto il destino, o meglio Allah, ha già scritto per ciascuno di noi.
E’ indicativo il fatto che il libro si chiude con queste parole: Bismillah arrahman arrahim” che vogliono dire “Nel nome di Allah, Clemente Misericordioso”.
Mi pare che i testi, di qualunque natura siano, prodotti nel mondo islamico in special modo dagli osservanti, dai più pii, partano ancora oggi da un’invocazione ad Allah. Ciò avveniva anche nel mondo occidentale fino all’epoca rinascimentale, quando si ebbe la rottura e totale emancipazione dell’uomo rispetto alla divinità.
La chiusura del romanzo rimarcherebbe con più intensità le tracce di arabismo in questo caso di islamismo presenti nel testo, contraddette però dalle strutture narrative.
Gli elementi di dialettica interna, di contraddizioni e contrasti fanno del romanzo di Widad Tamini un interessante e bel libro segnato anche dalla delicatezza di descrizione delle varie storie che si intrecciano.

martedì 21 ottobre 2014

Il diritto all'affettività, in carcere




Nel nostro Paese dicono che la persona umana conserva pienamente, anche nella condizione di detenzione, il suo diritto inalienabile alla manifestaizone della propria personalità nell'affettività. Eppure io - condannato alla cosiddetta “Pena di Morte Viva” (l'ergastolo ostativo) - e la mia compagna sono ventitrè anni che sognamo l'amore senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime parole, i suoi primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni smarriti, perduti e disperati”: queste le parole inziali di una lunga lettera che Carmelo Musumeci, detenuto presso l'istitituto di pena di Padova, ha inviato al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, per chiedere una maggiore attenzione, da parte della politica, nei confronti anche dell'aspetto affettivo-sessuale di chi è recluso.

Sappiamo quanto nelle carceri italiane siano carenti le risorse sanitarie e manchi un adeguato controllo dell'igiene. Siamo stati sanzionati anche per il sovraffollamento, ma è necessario prendere in considerazione anche le condizioni psicologiche dei detenuti: stanno scontando, giustamente, la loro pena, ma le istituzioni non possono evitare di garantire alcuni diritti fondamentali, tra cui quello alla sessualità. Scrive ancora Musumeci: “ In carcere gli affetti e le relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore...”: questa lettera/appello è stata accolta anche dall'associazione Antigone e inserita sulla piattaforma Change.org/amoretralesbarre.

Al di là delle ipocrisie o di una mentalità vendicativa, chi ha sbagliato resta fuori dalla società civile, ma la sua dignità di persona va comunque rispettata.


giovedì 24 aprile 2014

The special need: l'amore è per tutti


Enea, un nome epico per un ragazzo speciale: Enea ha ventotto anni e soffre di autismo, ma ha anche il forte desiderio di sperimentare il rapporto sessuale. Due suoi cari amici, Alex e Carlo, decidono di aiutarlo e i tre partono, a bordo di uno sgangherato pulmino, per un viaggio on the road, che diventa iniziatico per Enea e istruttivo per gli spettatori.

Questa il soggetto di The special need, il film documentario del regista Carlo Zoratti, alla sua opera prima e già vincitrice del Trieste Film Festival e del Dok Leipzig.

La prima tappa del percorso è l'Austria, in una casa di appuntamenti, ma qui Alex e Carlo si rendono conto che per il loro amico è necessario un incontro con una persona sensibile e in grado di intercettare difficoltà non espresse. Il cammino, allora, riprende per giungere alla seconda tappa: a Trebel, in Germania, dove si trova la sede di un centro che si occupa di assistere disabili nella scoperta della propia sessualità.

Qui balza subito all'occhio la netta differenza nella tutela dei diritti delle persone affette da autismo (o con altri problemi) tra l'Italia e il Nord Europa, in particolare in Germania: nel nostro Paese certi argomenti sono ancora tabù e le istituzioni non se ne occupano nella maniera più adeguata perchè si pensa, anche a livello giuridico, che l'autistico rimanga un bambino che non crescerà mai.

Zoratti è un autodidatta, ma soprattutto è amico di Enea da tanti anni e l'idea del film, come i due hanno raccontato in numerose interviste anche televisive, è nata: “ ...Quattro anni fa, in piedi davanti alla fermata 11 dell'autobus di Udine. Quel giorno gli ho chiesto se aveva una ragazza: io ne avevo conosciute molte, perchè lui no? Nel 2012, quando sono iniziate le riprese, non sapevamo dove sarebbe arrivata la nostra storia, quale sarebbe stata la strada. Ogni giorno Enea cambiava la traiettoria e io dovevo seguirlo, accettando che fosse lui a guidarmi”. Ecco, forse è proprio questo il segreto quando si ha a che fare con persone speciali: lasciarsi guidare, mettendo da parte sovrastrutture e pregiudizi.

Alex e Carlo sono gli “angeli custodi” di Enea e anche Enea, in un finale del film sorprendete nella sua semplicità, dà a tutti una bella lezione, facendo emergere il nucleo fondamentale della sua ricerca che è, in fondo, una ricerca condivisa: il bisogno di amore.


giovedì 17 aprile 2014

Extra-Comunitaria. Diario della Prima Vera Araba


Cari lettori,

di seguito pubblichiamo il video del terzo incontro della “Carovana dei diritti/parte seconda” con la presentazione del libro Extra-Comunitaria: Diario della Prima Vera Araba, alla presenza dell'autrice, Gihèn Ben Mahmoud, e di Monica Macchi.

E' stato un incontro piacevole e interessante. Si è parlato della rivoluzione tunisina e dei cambiamenti nella società contemporanea; della condizione femminile; del rapporto uomini e donne; di immigrazione e di intercultura.

Tante riflessioni, ma anche qualche risata.

Ringraziamo moltissimo le nostre ospiti, il pubblico e i ragazzi della Ligera per quest'altra occasione di confronto, di conoscenza, di arricchimento.



(I nostri video sono disponibili anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani)


mercoledì 16 aprile 2014

Quando l'arte fa intercultura



Cari amici, oggi vi diamo comunicazione di alcuni appuntamenti culturali, organizzati a Milano e a Bergamo, che speriamo possano interessarvi.

L'arte, antica e contemporanea, può essere uno strumento valido per fare intercultura, per far avvicinare popoli e persone, per viaggiare anche con l'immaginazione. Per questi e molti altri motivi pensiamo che queste iniziative siano da prendere in considerazione, magari nei prossimi week end...

Brera: un’altra storia




La Pinacoteca di Brera raccontata da mediatori museali stranieri per una valorizzazione del patrimonio artistico in chiave interculturale.
Due città. Quattro musei. Un’unica concezione della cultura e una nuova modalità di accostarsi al museo: ecco in sintesi il progetto “Altrestorie” attraverso il quale un network di istituzioni pubbliche e private (il GAMeC, la Pinacoteca di Brera, l'Accademia Carrara di Bergamo, il Museo del Novecento di Milano, Tramiteteatro e Storyville) offre il proprio patrimonio a nuove narrazioni nella convinzione che l’arte sia tra i principi fondamentali attraverso cui si (ri)costruisce una comunità.
A Brera otto mediatori museali (Francesca Cambielli-Italia, Connie Castro-Filippine, Biljana Dizdarevic-Bosnia, Anita Gazner-Ungheria, Rosana Gornati-Brasile, Dudù Kouate-Senegal, Margaret Nagap-Egitto e Almir San Martin-Perù) conducono sia percorsi individuali su singoli quadri sia percorsi collettivi incentrati su filoni tematici in cui la storia delle opere interagisce con le storie e i vissuti personali. L’intreccio fra saperi diversi e la proposta di nuove chiavi di lettura amplifica le potenzialità narrative, la complessità e la ricchezza dei significati rendendo non solo la Pinacoteca più accessibile agli stranieri (a richiesta sono disponibili anche visite guidate nella lingua madre di ciascun mediatore) ma svelando anche nuovi significati agli italiani fino a trovare segni di contaminazione e reciproco influsso figurativo.


I percorsi sono gratuiti (compresi nel biglietto del museo) durano circa 45 minuti in gruppi di massimo 12 persone.
Per informazioni e prenotazioni:
paola.strada@beniculturali.it

 Ed ecco il calendario del mese di maggio:

 Sabato 10 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Un incontro” a cura di Francesca Cambielli, Dudù Kouate e Anita Gazner



Domenica 11 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Di madre in figlio” a cura di Margaret Nagap e Biljana Dizdarevic



Sabato 17 maggio ore 16.00



Percorso tematico “Luoghi” a cura di Rosana Gornati, Connie Castro, Anita Gazner e Francesca Cambielli



Domenica 18 maggio ore 15.00



Percorso tematico “Sguardi diversi su La Predica di S. Marco ad Alessandria d’Egitto, di Gentile e Giovanni Bellini” a cura di Dudù Kouate, Rosana Gornati e Almir San Martin



Sabato 24 maggio ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate



Domenica 25 maggio ore 14.30



Percorso tematico “Tra terra e cielo” a cura di Biljana Dizdarevic, Connie Castro e Almir San Martin



ore 16.00



Percorso dedicato ad alcune opere della Pinacoteca a cura di Dudù Kouate





E una mostra di pittura...presso la Casa delle culture del mondo di Milano




 Tracce: opere di Ousseynou Diop, in arte Ouzin    


La Casa delle culture del mondo della Provincia di Milano propone dal 17 aprile al 14 maggio la mostra “Tracce”, quindici tele in acrilico realizzate nell’ultimo anno dall’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin. La mostra, curata da Daniela Frigo, Mediatrice Artistica, Linguistica e Culturale, è promossa dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano. La mostra "Tracce" dell’artista senegalese Ousseynou Diop, in arte Ouzin, affronta un tema spesso ridondante per chi lascia il proprio paese, ovvero il segno ci si porta dietro e che rimane dentro la propria anima una volta che si abbandona ciò che più si ama: la propria terra. La traccia è un'orma, un’impronta che ritorna, che graffia, che ricorda: è un colore, una forma, un oggetto, una parola ripetuta, un viso sfumato, una nota suonata, un riflesso di luce sullo specchio dell'acqua, la donna amata. La tela permette di immortalare il dolore, la fatica, il desiderio di riscatto, ma anche la passione, la speranza, l'amore. Le tracce sono fondamentali per ricostruire il proprio passato, per ricordare le proprie radici e riallacciarsi al presente: ed è ciò che fa l'artista, che attraverso colori materici, corde, conchiglie e altri utensili manifesta l'esigenza di creare un ponte con tutto ciò che oggettivamente non è più presente, ma che si rende vivo nelle sue creazioni.


Informazioni al pubblico:



- Provincia di Milano/La Casa delle culture del mondo, tel. 02 334968.54/30



www.provincia.milano.it/cultura - culturedelmondo@provincia.milano.it



- Daniela Frigo, daniela.frigo@hotmail.it, 3496102158



La Casa delle culture del mondo, Via Giulio Natta 11, Milano (M1 Lampugnano)



dal 17 aprile al 14 maggio 2014



orari: martedì-venerdì ore 10-18.30, sabato e domenica ore 14-20, lunedì chiuso



chiuso: 19, 20, 21, 25, 26, 27, 28 aprile e 1° maggio



aperto: 22, 23, 24, 29, 30 aprile e 2, 3, 4 maggio



ingresso libero



Inaugurazione mercoledì 16 aprile 2014, ore 18.30








giovedì 10 aprile 2014

Maledetto amore mio: un romanzo, la periferia, l'umanità




Pierfrancesco Majorino non è solo l'Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano, ma è anche uno scrittore. E' da poco stato pubblicato, per Laurana Editore, il suo nuovo romanzo intitolato Maledetto amore mio, ambientato in una periferia milanese, sconvolta dal suicidio di Markus, un uomo grande e grosso che, un giorno, decide di gettarsi da un balcone. In quel palazzo popolare vivono anche Lisa, una donna anziana e il vecchio Ivo; Erika che ama Thomas e Little Boy. Generazioni diverse, italiani e stranieri, un microcosmo di persone che animano una comunità che deve fare i conti con problemi quotidiani e sentimenti universali. Un romanzo profondo che mette in scena la commedia della vita, più o meno amara, ma che vale sempre la pena vivere fino in fondo.






Abbiamo intervistato per voi Pierfrancesco Majorino che ringraziamo molto per il tempo che ci ha dedicato.






Una storia ambientata in una periferia contemporanea, quella milanese, per parlare di amore e di solitudine: sembra una contraddizione, ma non lo è...



No, infatti non è una contraddizione. Non vi è niente di più ricco, vario, denso di un quartiere popolare. Con le sue passioni, le sue solitudini, i suoi legami. La solitudine e l'amore vanno poi sempre insieme. La ricerca dell'altro, il proprio vuoto, il desiderio: impossibile non "mescolare" ingredienti simili. Almeno per me.



Un uomo si toglie la vita, gettandosi da un balcone: si può dire che anche i corpi delle persone, in questo racconto, siano centrali? E perché?



Il corpo delle persone è centrale, per me. Forse lo è anche perchè sono una persona timida, riservata, "pudica". Che tende a mantenere nella vita le distanze. E quindi se scrivo, se mi butto nel vortice delle vite altrui, lo faccio andando a caccia anche di ciò rispetto a cui sono più distante o sento maggiore curiosità e inquietudine. Quindi, nell'importanza dei corpi, assolutamente da voi "colta", vi è la mia curiosità che un po' libero, attraverso la scrittura.




C'è un muro che separa le generazioni: i figli non comunicano con i genitori. Quali sono le aspettative dei giovani e quali le disillusioni degli adulti?




Sul tema generazione giovani-adulti: non siamo di fronte ad un saggio, è bene ricordarlo. Mi interessa sempre, e lo dico pure da figlio di genitori separati e padre, ahimè poi separato, di un bimbo a cui è attaccatissimo, raccontare delle distanze e delle ricerche degli altri, anche dentro le famiglie e tra le generazioni e sulle famiglie mi interessa la pluralità, cioè il fatto che le famiglie oggi siano veramente tante e diverse e che la "famiglia" una, univoca, non esista più. Poi venendo alla domanda, beh, vi rispondo se faccio una saggio...



Si intrecciano storie di persone eterogenee, che si muovono all'interno di una comunità composta da italiani e stranieri, donne e uomini, giovani e vecchi: come trovare un'armonia quando tutto sembra andare alla deriva?



Ancora: l'equilibrio nella diversità... Beh, diciamo che non lo so, non voglio dare risposte. Credo solo che la società debba guardare con fiducia alla propria ricchezza. Questa idea positiva della società plurale mi accompagna, sono gli occhi con cui guardo quel che vedo facendo il politico, l'assessore, lo scrittore e probabilmente tutto ciò si vede. Questo non è buonismo: anzi, in politica, la capacità di guardare alla pluralità della società domanda scelte molto più radicali di quelle fatte sin qui, ad es. sulle azioni contro le povertà, perchè i poveri non devono essere invisibili, o sul piano dei diritti civili e del loro riconoscimento. Potrei cavarmela in questo modo. Il romanzo parla di vita vera e quindi non può scappare, non può far finta che oggi il mondo sia disordinato, problematico, vario e difficile.



Lo stile narrativo mescola durezza e poesia, malinconia e speranza: forse la speranza consiste anche nel "fare famiglia"?



No, la speranza consiste nel vivere: come si vuole e come si è, nel rispetto degli altri e della propria dignità.




giovedì 27 marzo 2014

Reading per Darwish, di Monica Macchi

 


على هذه الأرض
كَانَتْ تُسَمَّى فِلِسْطِين. صَارَتْ تُسَمَّى
فلسْطِين. سَيِّدَتي: أَستحِقُّ، لأنَّكِ سيِّدَتِي، أَسْتَحِقُّ الحَيَاةْ

 

Su questa terra
si chiamava Palestina,
si chiama ancora Palestina,
su questa terra mia Signora, ho diritto alla vita
 
 
 
L’Italia ha festeggiato il compleanno di Mahmud Darwish con un reading collettivo organizzato in dodici città dall’associazione Arabismo: un omaggio al cantore della Palestina ed insieme un atto contro il rischio di oblio e di progressiva scomparsa. Infatti, da quando ha chiuso la casa editrice Epochè, i suoi testi sono reperibili con sempre maggior difficoltà. Ma si è trasformato anche in una denuncia contro la censura visto che alla Fiera del Libro di Riyadh le opere di Darwish sono state tolte dagli stand perchè, come dichiarato da Abdulaziz Khoja, Ministro della Cultura e dell’Informazione, “destabilizzano l’unità e la sicurezza del regno”.




A Milano la serata è stata organizzata in collaborazione con l’Associazione Barzakh ed è stata presentata da Jolanda Guardi e Giacomo Longhi che hanno scelto le poesie seguendo il filo conduttore della molteplicità delle voci del poeta: non solo la memoria della terra e la vicinanza agli oppressi, ma anche la sottile vena ironica, come in
أنا يوسف يا أبي dove Darwish scrive:
 
 

وَالذِّئْبُ أَرْحَمُ مِنْ إِخْوَتِي يَمْدَحُونِي يُرِيدُونَنِي أَنْ أَمُوتَ لِكَيْ إِخْوَتِي

i miei fratelli sperano che io muoia per poi elogiarmi…il lupo è stato più compassionevole dei miei fratelli”) e anche poesie d’amore come “Lezioni dal Kamasutra”
 
 

اُنتظرها

بسبعِ وسائدَ مَحْشُوَّةٍ بالسحابِ الخفيفِ

اُنتظرها

تحدَّثْ إليها كما يتحدَّثُ نايٌ

 

إلى وَتَرٍ خائفٍ


 “Aspettala con sette cuscini riempiti di nuvole leggere, aspettala, parlale come parla il flauto alla corda spaventata del violino”



Darwish poeta, ma non solo: a luglio è infatti prevista la pubblicazione per la casa editrice Feltrinelli di una trilogia in prosa che conterrà “Diario di ordinaria tristezza”; “Una memoria per l’oblio” e “In presenza dell’assenza”, tradotte in italiano da Elisabetta Bartuli e Ramona Ciucani.




Ed ora la parola a Darwish:

 




(Lettura in arabo di Khaled Al Nassiry, lettura in italiano di Silvia Rigon, al pianoforte Riccardo Rijoff)

venerdì 14 marzo 2014

Felice chi è diverso: il documentario di Amelio sull'omosessualità



Paolo Poli e Ninetto Davoli sono i pochi personaggi famosi che rendono la loro testimonianza nel documentario di Gianni Amelio, dal titolo Felice chi è diverso, presentato in anteprima a Milano lo scorso 8 marzo al cinema Mexico e passato alla scorsa edizione del Festival di Berlino. Gli altri protagonisti sono persone comuni, di tutta Italia e di varia estrazione sociale: persone che si raccontano come omosessuali, come coppie, come amanti nel senso di “coloro che amano”.

L'originalità del film consiste nel parlare di “diversità” attraverso il vissuto di persone anziane e di frammezzare il racconto con spezzoni di altri film celebri, cinegiornali e pagine di riviste scandalistiche anni'50, come Lo specchio o Il borghese, che rimarcavano pregiudizi e stereotipi spesso offensivi. Anche nel documentario di Amelio non si usano termini politically correct, quali omosessuale o gay, ma si sentono pronunciare parole come: “finocchio”, “invertito”, “femminiello”. A volte per biasimarne l'utilizzo, ma più spesso per sdoganarlo, per rivendicare l'orgoglio di amare chi si vuole e di vivere le stesse emozioni e gli stessi sentimenti di tutti.

Certo, le persone intervistate parlano di clandestinità, di umiliazione, di derisione, di emarginazione: raccontano di aver vissuto in periodi storici in cui era davvero difficile fare coming out, ma siamo sicuri che, oggi, ci sia più libertà, che la diversità (soprattutto dell'orientamento sessuale) sia accettata ?

Una coppia di signori torinesi accenna alla necessità di estendere i diritti di base ad ogni tipo di famiglia; nel film le persone intervistate sono in maggioranza di genere maschile e restano sullo sfondo le coppie formate dalle donne: qualcosa, forse, nella società sta cambiando, ma se è necessario un documentario per approfondire e riflettere sull'argomento, vuol dire che c'è ancora tanta strada da fare.

Diventa necessario, il lavoro del regista calabrese, perchè racconta il percorso culturale di un secolo di Storia italiana, dalla caccia alle streghe durante il periodo fascista ai giorni nostri; perchè è un buon manifesto contro l'omofobia ancora imperante, nonostante alcuni passi avanti fatti dalle istituzioni e dai cittadini; e perchè propone la capacità di vivere l'amore, tra persone dello stesso sesso, con equilibrio, con gioia e con rispetto. E, di questi tempi, non è poco.
 
 
 

sabato 8 marzo 2014

Un libro contro la violenza sulle donne e sull'amore vero




In occasione della “ Giornata internazionale della donna” pubblichiamo la recensione del libro Chiamarlo amore non si può. Recensione a cura di Monica Macchi che ringraziamo sempre per la sua collaborazione.


  Lo scorso 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è stato presentato il libro “Chiamarlo amore non si può” (Mammeonline Edizioni), titolo che riprende un verso della canzone “La Fata” di Edoardo Bennato che canta appunto “c’è chi ti esalta, chi ti adula, c’è chi ti espone anche in vetrina: si dice amore, però no, chiamarlo amore non si può”.
Questo libro è stato pensato e dedicato agli adolescenti e pre-adolescenti da 23 donne che raccontano 23 storie completamente diverse ma con un unico messaggio semplice e inequivocabile: esistono tante forme d’amore e sono tutte accomunate dal rispetto per l’altro e per le sue scelte; in nessun caso è sopraffazione, violenza o dominio come nel racconto “A piedi nudi” in cui Silvia riceve in dono un bracciale che termina con un lucchetto “simbolo di una catena invisibile che mi sta trasformando in una marionetta” o in “Taddeo e la pasticcera” in cui Maddalena si lascia divorare a pezzi e solo alla fine “rimpiange di aver confuso l’amore col possesso”. Le protagoniste sono bambine, ragazze, donne in qualche caso raccontate da occhi maschili su cui è fondamentale intervenire per spezzare la cristallizzazione della dialettica vittima/carnefice. Infatti Donatella Caione, l'editore, ha sottolineato l'importanza di offrire nell’età in cui si costruisce l'identità di genere, modelli altri, lontani dallo stereotipo di una donna intrappolata tra seduzione/docilità e di un uomo “forte e quindi violento” definendo invece la violenza come espressione di debolezza. Questo libro si inserisce nella cultura della prevenzione e dell’educazione; nelle varie storie sono spesso presenti figure di insegnanti che svolgono un ruolo cruciale: nel racconto “Ferita” in cui Elena “osa” lasciare Marco e lui le mette contro tutta la scuola dicendole “Sei la prima che fa tanto la preziosa con me… quello che ti succede te lo meriti” e lo sguardo e le parole della prof le fanno capire che “la prof. aveva visto quello che agli altri restava nascosto, la sua ferita… se solo non fosse stato così difficile fidarsi, pensare che qualcuno le avrebbe creduto” o nel racconto “Luna Park” in cui usando la metafora la bimba racconta quello che succede a casa di notte e sente che “il maestro capisce, capisce che l’orsacchiotto sono io e io capisco che se qualcuno doveva vergognarsi non ero io”. Per questo è presente anche un percorso formativo ad hoc per le scuole che utilizza la narrativa come strumento di educazione emotiva, relazionale e sentimentale partendo proprio dai racconti del libro con strumenti e materiali di guida all’uso del testo in classe.





Copertina di Paola Sorrentino



Libro collettivo con racconti di: Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl’Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione, Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri, Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya.


 Postfazione di Daniela Finocchi, giornalista e scrittrice, ideatrice del concorso letterario Lingua Madre, dedicato ai racconti di donne straniere che vivono in Italia; qui vengono forniti dati Onu secondo cui la violenza maschile è la prima causa di morte e invalidità per le donne in tutto il mondo e si sottolinea come il numero delle donne vittime di violenza superi ogni quattro anni quello delle vittime dell’Olocausto.




PS: I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno devoluti al progetto “Salute e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili in Burkina Faso” dell’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) perché “ Non si lucra sulla violenza contro le donne”. 





domenica 24 novembre 2013

La vie d'Adèle vince a Cannes: un'intensa storia d'amore al femminile

E' ancora nelle sale italiane il film vincitore dell'ultima edizione del Festival di Cannes. Ripubblichiamo per voi la nostra recensione

 


Ringrazio la bella gioventù di Francia che ho incontrato durante la lavorazione e che mi ha fatto sentire lo spirito di libertà e la gioia di vivere e ringrazio la gioventù tunisina che ha fatto la sua rivoluzione con la giusta aspirazione di vivere liberamente, pensare liberamente e amare liberamente”: con queste parole il regista Abdellatif Kechiche ha ritirato la Palma D'Oro all'ultima edizione del Festival di Cannes, premio ottenuto per il suo film intitolato La vie d'Adèle.
Kechiche, nato a Tunisi, ma cittadino francese, porta sempre sul grande schermo storie intense e complicate sullo sfondo di una società altrettanto complessa e stratificata: ricordiamo, infatti, Tutta colpa di Voltaire, La schivata, Cous Cous e Venere Nera in cui parla di immigrazione, dell'inclusione, di multiculralismo, andando ad analizzare le radici, le conseguenze e le sfaccettature degli argomenti trattati.
Con il suo ultimo lavoro prende in considerazione, ancora una volta, un tema molto attuale: l'amore omosessuale, declinato al femminile. Con grande sensibilità, ma anche realismo visivo, racconta la storia di Adèle, nell'arco di circa otto anni. Adèle è una quindicenne, liceale, di famiglia operaia; studia, ama leggere e da grande vorrebbe diventare una maestra. Vive la sua prima esperienza sessuale con un coetaneo, Thomas, ma poco dopo prova a dare un bacio ad un'amica che la respinge. Un giorno, la strada di Adèle incrocia quella di Emma, una ragazza più grande, dai capelli blu e che studia all'Accademia di Belle Arti e, da quel momento, Adèle scopre la passione vera, la travolgente bellezza dell'intimità e la pienezza dell'essere se stessi.
Anche ne La vie d'Adèle scorgiamo i tratti tipici dello stile narrativo di Kechiche: usa il teleobiettivo per girare le scene di sesso da lontano e rendere maggiormente la verosomiglianza degli amplessi, espliciti, insistiti, coinvolgenti. Non fa sconti all'immaginazione: riporta i corpi nudi, i movimenti, gli spasimi e i respiri. Perchè il sesso può e deve essere vitale e libero. Come in tutte le storie d'amore forti e profonde ci sono i momenti di rottura, per un tradimento, per qualche incomprensione: e questo accade anche a Emma e ad Adèle che si incontreranno di nuovo, ma ormai non sarà più come prima.
Il presidente, Steven Spielberg, e la giuria della 66ma edizione del Festival hanno sorpreso pubblico e giornalisti conferendo il premio principale non solo al film, ma anche alle due attrici protagoniste, Adele Exarchopoulos e Lea Seydoux, e hanno affermato: “...Come giurati siamo rimasti stregati da queste attrici formidabili, e il fatto che negli Stati Uniti il film potrebbe essere censurato non poteva né doveva diventare un criterio del nostro giudizio”.
Il film è stato premiato in un momento molto particolare: lo stesso giorno in cui, a Parigi, sfilava la manifestazione contro la legge che ha legalizzato i matrimoni di coppie omosessuali, decisione che ha portato al suicidio dello scrittore e attivista di estrema destra, Antoine Lerougetel.
Abdellatif Kechiche ha dichiarato di aver realizzato un film “non militante”, ma l'opera - di coproduzione francese, spagnola e tedesca - è già al centro di un dibattito, almeno culturale.