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giovedì 7 gennaio 2016

Nuovo sito

Carissimi lettori,
 
è online il nuovo sito:

 
 
 
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Grazie.

domenica 20 dicembre 2015

Regalo di Natale? Regalate cultura e diritti !

Volete fare o farvi un regalo di Natale ( o da mettere nella calza della befana)? Ecco per voi il nostro libro che raccoglie tutte le interviste realizzate in due anni di attività!


 
 
MOSAIKON – Voci e immagini per i Diritti Umani


L'Associazione per i Diritti Umani è felice di comunicare l'uscita di “MOSAIKON – Voci e immagini per i Diritti Umani”, di Arcipelago edizioni, un libro in cui sono raccolte le interviste realizzate per il sito www.peridirittiumani.com, durante i nostri primi due anni di attività.
L'intento è quello di proporre un testo - cartaceo e fruibile - ricco di notizie e approfondimenti che permette di muoversi nella geopolitica, all'interno dei nuovi assetti sociali e religiosi, tra le vite quotidiane di uomini, donne e bambini per rimanere aggiornati sulla Storia contemporanea e sui temi di attualità. Crediamo, per questo, che il testo possa essere utilizzato anche a scopi didattici, come punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

Per l'acquisto della vostra copia:

potete effettuare il pagamento di euro 12,50 tramite Paypall (in alto a destra sul sito) con carta di credito o bonifico.

Poi inviate una mail all'indirizzo peridirittiumani@gmail.com con i dati e l'indirizzo esatto compreso di CAP e provvederemo a inviarvela subito per posta.
 
 

domenica 13 dicembre 2015

La situazione odierna in Medioriente e le prospettive possibili nel conflitto israelo-palestinese



di Monica Macchi



LECTIO MAGISTRALIS DI GIDEON LEVY



Israele è come certi maestosi alberi del New England in Usa,

che sembrano solidissimi e forti, ma crollano all’improvviso,

perché sono marci dal di dentro.

Ecco la società israeliana è ormai persa,

ma dalle vostre società civili può arrivare una scossa,

attraverso il boicottaggio e altre iniziative”

Gideon Levy



Mercoledì scorso alla Casa della Cultura di Milano, organizzata dall’Associazione Oltre il Mare e senza patrocini istituzionali, la conferenza stampa del pomeriggio è andata deserta ma all’incontro serale con Gideon Levy la sala era strapiena per ascoltare una versione lontana dal pensiero unico mainstream…eccola anche a voi:
 
Figlio di rifugiati europei, giornalista di Ha’aretz e di Internazionale, Gideon Levy si autodefinisce come il tipico prodotto del sistema socio-educativo israeliano: convinto dello status di vittima obbligata ad una difesa permanente, non ha mai sentito parlare della Nakba fino agli anni ‘80 quando, durante la Prima Intifada, va in Cisgiordania come inviato e scopre “il dramma nel cortile dietro casa”, dramma che pochi giornalisti documentano. Ed è proprio per questo ha iniziato e continua a denunciare i crimini commessi ai danni dei palestinesi: “ci sarà un giorno in cui ci verrà chiesto conto di tutto questo. Ed è giusto che ne resti memoria. Gli israeliani non sono consapevoli e non sono informati, ma non potranno dire ‘io non sapevo’”.



Il filo conduttore di questo intervento è la domanda di apertura che Levy fa al pubblico e a sé stesso: “Perché un popolo generoso come gli israeliani che danno spesso aiuti nelle calamità internazionali (come è successo recentemente dopo il terremoto in Nepal e con i rifugiati siriani ospitati nelle sinagoghe di diversi Paesi) non ha dubbi morali e non protesta per il dramma e i crimini che stanno compiendo contro i Palestinesi?”

La risposta parte dalla constatazione che Israele è l’unico Stato al mondo con 3 regimi al suo interno: una democrazia liberale per gli ebrei (seppur resa debole e fragile da una legislazione anti-democratica); un regime discriminatorio per la minoranza palestinese (20% della popolazione) che partecipa solo formalmente; un regime totalitario e di apartheid nei Territori Occupati Militarmente. Dunque la prima cosa da fare è sfatare il mito di “Israele unica democrazia del Medio Oriente”: una democrazia non può essere “a metà” solo per un gruppo privilegiato di cittadini; o c’è uguaglianza o non c’è democrazia. E la seconda immagine iconica da abbattere è “l’eccezionalismo”: dall’unicità della Shoah per cui gli ebrei sono le uniche vittime della Storia..e anzi sono vittime anche degli occupati che impongono loro l’occupazione (Golda Meir è arrivata a dire non perdoneremo mai i Palestinesi per averci obbligato a uccidere i loro figli”) fino alla convinzione di essere il “popolo eletto” per cui le norme del diritto internazionale valgono solo per gli altri popoli e non si applicano agli ebrei che hanno invece un diritto di origine divina la cui fonte è direttamente nella Bibbia. Parallelamente si sta assistendo anche da parte dei media ad una deumanizzazione e criminalizzazione dei Palestinesi rappresentati come sub-umani (quindi obtorto collo non si possono neppure applicare i diritti umani a “loro”); sono “intrinsecamente cattivi”, “nati per uccidere” e la recente “Intifada dei coltelli” viene raccontata come se accoltellare ebrei fosse il nuovo hobby degli adolescenti palestinesi… esattamente come altri adolescenti collezionano farfalle, figurine o francobolli.

Gideon Levy non vede quindi una possibilità di cambiamento endogena nella società israeliana, che negli anni è diventata sempre più nazionalista, razzista e militarista e delegittima voci coraggiose ed impegnate come quella di “Breaking the silence”, un’associazione che raccoglie e diffonde testimonianze di soldati sui crimini dell’occupazione. Ripone invece speranze in variabili esogene, non tanto nell’Europa troppo paralizzata dal suo passato e dalla sua storia né negli Stati Uniti che danno un supporto cieco ed automatico a Israele al punto tale che Gideon Levy chiede provocatoriamente: “chi è il burattino e chi la super-potenza?” ma nel Sud-Africa… o meglio nel modello del Sud-Africa. Infatti dopo un viaggio a Johannesburg, si è reso conto che l’apartheid è stato sconfitto dal boicottaggio e dal fatto che i responsabili siano stati chiamati a render conto dei loro comportamenti: solo la giustizia può disinnescare l’odio. E ha cambiato idea sull’ipotesi dei 2 Stati, di cui è stato a lungo sostenitore. Visto che è dal 1967 che esiste un unico Stato ma il problema è il regime, propone di applicare il principio “una testa, un voto” perché “Israele non avrà altra scelta che accettare o essere costretta ad ammettere di praticare l’Apartheid. E chi è disposto ad accettarlo nel 2015?”.



venerdì 16 ottobre 2015

La crisi dell'attività agricola nelle opere di Moira Ricci



Un progetto intitolato “Capitale terreno” racchiude due mostre interessanti dell'artista Moira Ricci, nata nella campagna maremmana e da sempre fedele alla cultura della (sua) terra. Moira Ricci è presente a Milano – presso lo Spazio Oberdan, fino al 18 ottobre 2015 – con due lavori: Da buio a buio e Dove il cielo è più vicino in cui, attraverso fotografie, video, installazioni, raccoglie narrazioni, racconti popolari, testimonianze di un mondo, quello contadino, in via di estinzione. La sua arte fa riflettere sulle nuove forme di economia, sulla fine della tradizione, sulla crisi contemporanea, attraverso metafore e suggestioni che affondano le radici nel Passato e nell'attualità.



Abbiamo rivolto alcune domande a Moira Ricci e la ringraziamo.






Qual è il filo conduttore tra la civiltà contadina e la contemporaneità?



Ogni civiltà nasce contadina. Mi sembra che l'economia mondiale, basata su un capitalismo che pensa solo ai consumi, non sia più in grado di preservare non solo la libertà degli individui e il loro benessere, ma anche la salute del pianeta stesso. Sarebbe prezioso recuperare un po' della consapevolezza contadina per ritrovare un equilibrio tra gli uomini e il mondo che abitano.



Quanto è importante il recupero della Memoria per porre le basi di un futuro di uguaglianza e di giustizia (anche nella redistribuzione dei prodotti della terra)?



Penso che sia fondamentale tener conto della memoria. Se si conoscesse bene la storia, non si continuerebbe a sbagliare.



Quale sarà il futuro dell'attività agricola in Italia?



Purtroppo io ho una visione pessimistica per l'imminente futuro. Adesso siamo dentro al passaggio da un'era all'altra e l'impatto con il cambiamento è stato forte. Credo che sarà un periodo lunghissimo e molto doloroso. Anche l'agricoltura in questo momento è in piena crisi grazie alle leggi sempre più stupide da parte dei governi e delle multinazionali e grazie al quasi totale disinteresse sull'argomento da parte dei mezzi d'informazione.




Ci può anticipare una leggenda che ha raccolto durante le ricerche che ha effettuato per il suo lavoro?

 

Quelle che ho conosciuto durante le ricerche sono “l'uomo-cavallo” che aveva una metà del corpo somigliante ad un equino e “la donna col foco al culo” (scusate il termine ma la chiamavano così), una signora che, a seguito dell'incendio alla sua casa nella collina vicino a casa mia, è scesa di corsa giù verso il mare tutta infuocata. Era diventata un personaggio pauroso per i bambini della zona degli anni '50-'60 perchè gli adulti usavano questa storia per intimorirli. Le storie di cui parlo invece in mostra sono le uniche quattro che conoscevo fin da piccola.

domenica 11 ottobre 2015

Corso: CINEMA e DIRITTI


L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con Arci Scuotivento di MONZA

presenta il corso di cinematografia:

CINEMA e DIRITTI



TEMI

Un corso di cinema – declinato in vari modi: tecniche, generi, approfondimenti tematici, etc. - riguarda la capacità di leggere un film come se fosse un testo scritto. La domanda principale è : “Da quali elementi è costituito un film?”. Il Cinema può essere usato come momento di approfondimento per alcune materie di studio e di argomenti di grande attualità (Storia, Intercultura, Geografia/Geopolitica, Filosofia, Sociologia) .

Il linguaggio cinematografico è, infatti, caratterizzato da un codice , come un testo letterario, che va decifrato per coglierne i significati profondi, i messaggi diretti e indiretti in modo che, chi guarda e ascolta un'opera filmica (come un'altra opera d'ARTE) sia consapevole del contenuto della stessa.

Ecco, quindi, che proponiamo un corso che coniuga l'aspetto tecnico con il contenuto. Verranno analizzati cortometraggi, documentari sui temi dei diritti umani, verranno analizzati spezzondi di film che hanno segnato la Cinematografia per una riflessione partecipata sugli argomenti trattati e sulle tecniche di comunicazione degli stessi.

Siamo – soprattutto i giovani- costantemente bombardati da immagini e dal linguaggio dei mass-media che è composto da immagini, appunto, suoni, parole. Pensiamo alla tv, al computer con Internet, al Cinema, ai videogames...In questa giungla di sollecitazioni è necessario saper scegliere il prodotto utile alla crescita, alla giusta e corretta informazione, alla buona conoscenza di sé e di ciò che accade intorno a noi.



FINALITA’ e OBIETTIVI

La finalità principale è quella di dare agli utenti tutti gli strumenti per decodificare il linguaggio delle immagini, da cui siamo costantemente stimolati. Ogni prodotto audiovisivo, infatti, è veicolo di comunicazione di un messaggio: ma di quali messaggi ? E come tali messaggi vengono comunicati ?

Come già detto, i percorsi si pongono gli obiettivi di insegnare a scegliere, tra i vari messaggi,quelli positivi; di stabilire quale sia un buon prodotto filmico; di “difendersi” dalle informazioni, opinioni e altro che pilotano le nostre scelte all’interno della società contemporanea, società dell’immagine e non del contenuto.

METODOLOGIA

Il progetto prevede 4 incontri in cui l’esperto parlerà, con lezioni frontali, delle tecniche cinematografiche di base ( a cui potranno seguire approfondimenti). Ogni lezione sarà accompagnata dalla visione guidata di spezzoni tratti dai film più importanti della cinematografia mondiale, passata e recente. Analisi critica degli spezzoni insieme ai partecipanti.

Alla fine del percorso, si lavorerà insieme sulla decodifica di un cortometraggio. Verranno consegnate dispense sui termini tecnici più usati.



DURATA e COSTI

4 incontri di 90 minuti ciascuno

Quota per partecipante: 60 euro



DATE e ORARI

 

venerdì 30 ottobre, ore 21.00

venerdì 6 novembre, ore 21.00

venerdì 13 novembre, ore 21.00

venerdì 20 novembre, ore 21.00


lunedì 5 ottobre 2015

Corso di narrazione sociale, LIBRERIA LES MOTS, Milano


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con Libreria LES MOTS

via Carmagnola angolo via Pepe - Milano (MM2 e MM5 Garibaldi)



 
 
 


presenta

corso di narrazione civile

con STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello – Opera prima



LA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO

In particolare: narrazione sociale e civile



La narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita. Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto, scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di costruzione civile.

La narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire quello che accade.

Per narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.

La narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione culturale, e del racconto civile.

RACCONTARE SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI

Obiettivi: aprirsi e condividere con altri un racconto personale significa sapere esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.

Regalando e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei conflitti.

Condividere e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri, ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per entrambi.

SCRIVERE IL RACCONTO



Obiettivi: il Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre narrazioni. Raccontare è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e condividere con l’altro la propria vita. Narrare è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara a rappresentarsi il mondo.



La lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con particolare riferimento al romanzo civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana – stimolerà la fantasia e permetterò il confronto su diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei partecipanti e determinando l’affabulazione, l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di un'opera narrativa facilitandone la produzione.

Partendo dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.

Temi: tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile personale.

Destinatari: studenti, insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e sociosanitari.

Durata minima sei ore. 4 incontri di due ore ciascuno.

Costi: ( totale per 6 ore : 120 euro



DATE e ORARI:

mercoledì 7 ottobre, ore 19

mercoledì 21 ottobre, ore 19

mercoledì 4 novembre, ore 19




Il laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone






Corso di narrazione sociale: Bistrot del tempo ritrovato, Milano


L'Associazione per i Diritti Umani presenta



in collaborazione con il Bistro' del tempo ritrovato

(Via Foppa 4, MM Sant'Agostino - Milano)



PRESENTA

 
 
 
 


un corso di narrazione civile

con STEFANO VALENTI, autore del romanzo “La fabbrica del panico”, vincitore del Premio Campiello – Opera prima



LA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA: DAL RACCONTO ORALE AL RACCONTO SCRITTO





La narrazione è un affidabile metodo di condivisione in quanto permette al soggetto narrante di esporre fatti reali inerenti la propria vita. Nel raccontarla, il narratore tende a intensificare la conoscenza pratica che ha di sé stesso e del mondo perché, attraverso la trasposizione in forma orale e scritta degli eventi che ha vissuto, scopre un significato più profondo della sua esistenza. Fin da epoche remote, e indistintamente ai quattro angoli del mondo, le storie tramandate sono state veicolo di trasmissione culturale e di costruzione civile.

La narrazione è una metodologia che permette di raccontare sé stessi e il proprio vissuto, ma trasformando l’esperienza personale e il proprio punto di vista in un racconto interessante e fruibile da un pubblico vasto e variegato. In particolare nel caso di vicende drammatiche e dolorose, o quando ci si trova in momenti di grande cambiamento personale e sociale, l’esigenza di raccontare si fa impellente, sia che si tratti di costruire memoria per quelli che verranno sia che si tratti di verbalizzarla per riuscire a chiarire quello che accade.

Per narrazione s’intende quindi sia l’arte di usare il linguaggio, la vocalità e la gestualità, sia quella di verbalizzarlo, per rivelare a un pubblico specifico gli elementi o le immagini di una storia la cui fruizione primaria è in tempo reale e da persona a persona.

La narrazione trova il proprio raggio d’azione non solo in ambito performativo ma anche nel settore dell’istruzione, della mediazione culturale, e del racconto civile.

RACCONTARE SE STESSI E RACCONTARE GLI ALTRI

Obiettivi: aprirsi e condividere con altri un racconto personale significa sapere esprimere il proprio punto di vista e la propria sensibilità attraverso simboli archetipi universali e tradurre il proprio vissuto in un linguaggio artistico filtrato dalla realtà.

Regalando e condividendo una storia personale si può raggiungere la giusta distanza dall’esperienza o dall’emozione vissuta, che consente di oggettivarla e relativizzarla, facilitando così il superamento dei conflitti.

Condividere e scambiarsi storie, consentendo ad altri di collaborare alla creazione del racconto, crea un forte sentimento di gruppo, di fiducia reciproca e di intimità. Chi impara a raccontare impara anche ad ascoltare meglio, a cogliere nella voce, nelle parole e nei gesti di chi si incontra lo spirito, il senso profondo della narrazione. Essere capaci di ascoltare attivamente, di raccogliere le storie che incontriamo o che ci vengono regalate, ci apre agli altri, ci avvicina a loro in uno scambio piacevole e gratificante per entrambi.

SCRIVERE IL RACCONTO



Obiettivi: il Laboratorio mira a risvegliare la capacità narrativa e ad esercitarla e arricchirla attraverso il confronto con altre narrazioni. Raccontare è ricordare e trasmettere, affidare all’immaginario dell’altro e condividere con l’altro la propria vita. Narrare è anche una necessità civile, e attraverso la narrazione l’adulto rielabora e conserva il proprio vissuto, così come il ragazzo impara a rappresentarsi il mondo.



La lettura di brani di narrativa italiana moderna e contemporanea, con particolare riferimento al romanzo civile, alla narrativa d'inchiesta, al reportage narrativo – le forme che ha assunto la più interessante narrativa italiana – stimolerà la fantasia e permetterò il confronto su diversi generi di narrazione arricchendo l'immaginario civile dei partecipanti e determinando l’affabulazione, l'Intreccio dei fatti e degli eventi che costituiscono la trama di un'opera narrativa facilitandone la produzione.

Partendo dagli stimoli ricevuti i partecipanti svilupperanno racconti e il laboratorio diventerà una officina di narrativa in costruzione. I racconti saranno analizzati e rielaborati insieme, per sperimentare come nella verbalizzazione tutto si trasforma e si tradisce.

Temi: tecnica base della narrazione, metodo delle immagini, memorizzazione e narrazione, raccolta del materiale, costruzione dello stile personale.

Destinatari: studenti, insegnanti, professionisti, operatori culturali, sociali e sociosanitari.

Durata minima sei ore. 3 incontri di due ore ciascuno.

Costi: 20 euro all'ora ( totale per 6 ore : 120 euro)



DATE e ORARI:



martedì 13 ottobre, ore 18.30

martedì 20 ottobre, ore 18.30

martedì 27 ottobre, ore 18.30



Il laboratorio parte con una partecipazione minima di 10 persone




domenica 4 ottobre 2015

Proposte di incontri per le scuole MEDIE


L'ASSOCIAZIONE PER I DIRITTI UMANI





INCONTRI CON GLI AUTORI:

proposte per le classi seconde e terze medie




IL ROMANZO: “In piedi nella neve” di Nicoletta Bortolotti, edito da Einaudi



IL LIBRO:






Sasha ha quasi tredici anni e una passione bruciante: il calcio. Come potrebbe essere altrimenti? Suo padre è Nikolai Trusevyc, portiere della squadra più forte del Paese: la Dynamo Kiev. Ma in Ucraina, nel 1942, il pallone non è cosa per ragazze. E dopo l'invasione da parte del Reich non è cosa nemmeno per i campioni della Dynamo: accusati dai nazisti di collaborare con i sovietici e ridotti per questo alla fame e all'inattività, i giocatori hanno perso la voglia di vivere. Quando, a sorpresa, i tedeschi organizzano un campionato cittadino, non lo fanno certo per perdere; Sasha, d'altra parte, sa che suo padre e i compagni giocano sempre per vincere... Stavolta, però, vincere significherebbe morire. E qual è la vera vittoria? Lottare fino all'ultima azione, come chiede il pallone, o sabotare la partita, come le ha intimato un misterioso spettro, nel buio di un sottopasso? Mentre il fiume Dnepr, gelido, si porta via l'infanzia di Sasha, la Storia segue il proprio corso: il match avrà un esito cosi incredibile che nessuno, per lungo tempo, potrà raccontarlo.




IL ROMANZO: “Sulle onde della libertà” di Nicoletta Bortolotti , edito da Mondadori

Il LIBRO:

"Mi chiamo Mahmud e abito in un posto che dicono terra di tutti e di nessuno.
O anche prigione a cielo aperto. Ma il suo vero nome è Gaza City. Ho un'unica passione, un unico sogno, un'unica fissa: il surf."
Mahmud vive a Gaza City, una città colpita ogni giorno dai bombardamenti, e adora il surf. Anche Samir adora il surf. Ma il primo è palestinese e l'altro israeliano. Ma che differenza fa? Hanno tutti e due gli stessi sogni e aspettano tutti e due la stessa onda da cavalcare. E non importa se quell'onda sarà israeliana o palestinese...

Nicoletta Bortolotti, nata in Svizzera, vive in provincia di Milano. Lavora come redattrice e ghost writer nell’editoria per ragazzi, e ha firmato diversi libri di successo per adulti, tra i quali E qualcosa rimane (Sperling&Kupfer). Mamma di due bambini trova il tempo di scrivere in treno, che è la sua “casa viaggiante”.



RACCOLTA DI RACCONTI: “CHIAMARLO AMORE NON SI PUO'. La violenza di genere”, di 23 autrici, edito da MAMMEONLINE



IL LIBRO:

Cari ragazzi e care ragazze che vi affacciate al mondo dei grandi, questo libro è per voi. Perché impariate dai nostri errori, impariate che amore vuol dire rispetto e non sopraffazione, che amare vuol dire permettere all'altro/a di essere se stessi. Insomma l'amore non può essere egoista, altrimenti non lo si può chiamare amore.
23 scrittrici per ragazzi vi offrono questi racconti per aiutarvi a riflettere e a dialogare, perché non rimaniate in silenzio di fronte ai tremendi fatti di cronaca. Ma anche perchè sappiate reagire a ciò che può succedere intorno a voi, non solo quando si tratta di violenza fisica, ma anche di gesti e comportamenti che comunque feriscono profondamente.
Non è facile crescere, né diventare uomini né diventare donne, e noi adulti non vi stiamo offrendo dei grandi modelli. I messaggi proposti dai nostri media spesso denigrano il corpo e il ruolo di voi ragazze e così facendo offendono e confondono anche voi ragazzi. E tutto diventa più difficile se ai modelli dei media si sovrappongono quelli familiari, poi quelli educativi e ancora quelli delle diverse culture che vanno mescolandosi nella nostra società sempre più multiculturale ma ancora non interculturale.
Per tutti questi motivi contiamo sull'enorme importanza dell'educazione affettiva e sentimentale. E nell'educazione al genere, di cui tutti ci dobbiamo fare carico, come famiglia, come scuola, come società.
Ed è per questo motivo che il nostro libro è per tutti.


Romanzo/Diario: Il diario di Edo. Un adolescente in tempesta, di Fabiana Sarcuno, La spina Edizioni

Il LIBRO:

La storia parla di un ragazzo di nome Edo, il quale sta attraversando un periodo difficile ma molto importante per il resto della sua vita.
Reduce dalla separazione dei suoi genitori, il protagonista deve affrontare un altro faticoso anno scolastico nel quale ci saranno molti cambiamenti: l’arrivo del Prof Verano e il cambio di scuola di un suo compagno.
Il nuovo anno è difficile anche per Aurora, una grande amica e anche “l’amore” del protagonista, la quale ha scoperto di avere una malattia grave.
Tra mille avventure i ragazzi (il protagonista ed i suoi amici), tra le quali il viaggio a Praga, alla fine dell’anno si vedono molto diversi da i ragazzi che erano il settembre dell’anno precedente; queste esperienze infatti hanno aiutato loro a crescere.


Fabiana Sarcuno, Contestualmente al lavoro scolastico, svolgo l'attività di autrice, rivolgendomi soprattutto al pubblico degli adolescenti e dei preadolescenti. Inoltre, sempre nell'ambito della narrativa per ragazzi, eseguo curatele di classici, curandone la redazione e l'apparato didattico.

DOCUMENTARIO: “LEVARSI LA CISPA DAGLI OCCHI”, di Carlo Concina e Cristina Maurelli

IL FILM/DOC: dalla presentazione di Vito Mancuso

La realtà del progetto "leggere libera-mente" la sto seguendo da qualche mese ma dopo essere stato all'interno delle mura di Opera mi sono reso conto che quest'idea meravigliosa sarebbe potuta diventare patrimonio di molte persone attraverso l'invito del film.
"Levatevi la cispa dagli occhi" viene rivolto in primo luogo a chi è fuori dalle mura: liberatevi dall'idea comune che avete dal carcere perchè ad Opera sta succedendo qualcosa che può diventare modello per altri sistemi carcerari.
I detenuti che si vedono in questo film sono persone libere nello spirito, hanno ritrovato un nuova libertà, un motivo di vita all'interno del carcere attraverso i percorsi di lettura e scrittura creativa. In secondo luogo l'invito è rivolto a chi è dentro e non vuole vedere l'opportunità che gli è davanti agli occhi.
L'immagine che più mi ha colpito della giornata all'interno del carcere è quella dopo la proiezione: i protagonisti del film sono saliti su palco e si sono rivolti a tutti gli altri detenuti che probabilmente non credono all'importanza del progetto. E allora l'invito più forte è rivolto a loro con le parole di Dino: "Leggere e scrivere all'interno del carcere è importantissimo per non essere fagocitati da questa realtà".
Mi auguro che questo film possa far conoscere questo progetto a più persone possibili, a partire dai giovani, che sono la nuova generazione, all'interno della quale deve formarsi l'idea che il carcere non deve solo essere "punitivo" ma anche "costruttivo".





INFORMAZIONI

Coordina gli incontri: Alessandra Montesanto, Vicepresidente dell'Associazione per i Diritti Umani



Gli alunni possono realizzare un loro lavoro sulle tematiche proposte: un video, un reportage fotografico, un contributo scritto che:



sarà pubblicato su www.peridirittiumani.com

sarà presentato durante l'incontro con gli autori



COSTI:



Contributo di 4 euro per alunno partecipante



Eventuali spese di viaggio per i relatori



Gli incontri potranno svolgersi al mattino oppure al pomeriggio, in base alle esigenze scolastiche. Si terranno direttamente nelle scuole, anche a classi accorpate.



Per ulteriori informazioni e prenotazioni, scrivere a: peridirittiumani@gmail.com

sabato 3 ottobre 2015

INTERNAZIONALE a Roma: documentari di attualità e sui diritti umani

Internazionale a Roma

I migliori documentari su attualità e diritti umani

un progetto a cura di CineAgenzia per Internazionale

Torna l’atteso appuntamento con i documentari d’attualità selezionati in tutto il mondo per il festival di giornalismo Internazionale a Ferrara e che, dopo Roma, saranno presentati in molte altre città italiane. Dopo ormai sei edizioni del festival e centinaia di proiezioni, quando a CineAgenzia e a Internazionale ci mettiamo alla ricerca dei film candidati a una nuova edizione della rassegna, quel che cerchiamo ci è ben chiaro: documentari su questioni urgenti, su contesti geopolitici di massima attualità, che però somiglino il meno possibile a dei reportage, e sappiano invece elevare i testimoni al ruolo di indimenticabili protagonisti. Anche quest'anno è attraverso le loro storie che invitiamo il pubblico a confrontarsi con temi che spesso i media osservano da lontano, mentre qui la prospettiva si inverte, e diventa quella di registi che guardano al mondo insieme ai loro soggetti. Vi invitiamo a scoprire otto nuovi film, otto vicende illuminanti: in Cina l'esemplare parabola dell'ambizioso e sfuggente sindaco Geng Yanbo e in Colombia quella del coraggioso e visionario leader politico Antanas Mockus, negli Stati Uniti una paradossale operazione contro l'islamismo radicale e in Iran la spietata repressione contro la libertà di informazione, in Spagna il dramma della crisi e della nuova migrazione, in Messico la controversa reazione dei gruppi di autodifesa alla violenza del narcotraffico, in Zimbabwe il complesso ma appassionante cammino verso la democrazia. Resta un film: Voyage en barbarie è la rivelazione dell'ennesima tragedia lungo una delle più segrete rotte della migrazione, e l'esempio più evidente che ognuna di queste è una storia che ci riguarda.

Info
Palazzo delle Esposizioni - Sala Cinema
scalinata di via Milano 9 a, Roma
INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
I posti verranno assegnati a partire da un’ora prima dell’inizio di ogni proiezione. Possibilità di prenotare riservata ai soli possessori della membership card. L’ingresso non sarà consentito a evento iniziato.

Dal: 06/10/2015
Al: 11/10/2015







06/10/2015 21:00
Cartel land - Cinema
ingresso libero
di Matthew Heineman, Messico, Stati Uniti, 2015 (98’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presentano Alessio Marchionna (Internazionale) e Sergio Fant (CineAgenzia)
In Messico il medico José Mireles comanda la rivolta contro il cartello della droga dei Cavalieri Templari. Nel frattempo, lungo la valle Altar dell’Arizona, Tim “Nailer” Foley, veterano statunitense, è a capo degli Arizona Border Recon, per impedire alla guerra tra i narcotrafficanti messicani di oltrepassare il confine. Quando il governo non è in grado di proteggere le persone dalla violenza delle organizzazioni criminali, se ne occupano privati cittadini.
 




07/10/2015 21:00
We are journalists - Cinema
ingresso libero
di Ahmad Jalali Farahani, Danimarca, Iran, 2014 (85’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Catherine Cornet (Internazionale)
Ahmad Jalali Farahani è un giornalista iraniano costretto all’esilio. Il film rivela non solo le sue sofferenze personali in una instancabile lotta per la libertà di espressione in Iran, ma anche la situazione di tanti suoi colleghi: quelli che hanno perso il lavoro in seguito alla chiusura dei loro giornali e quelli che da un esilio forzato continuano a battersi per la libertà e la democrazia nel loro paese.
 




08/10/2015 21:00
The Chinese mayor - Cinema
ingresso libero

di Zhou Hao, Cina, 2015 (86’), v.o. con sottotitoli in italiano
presenta Junko Terao (Internazionale)
Un tempo florida capitale della Cina imperiale, la città di Datong è oggi quasi in rovina. Il sindaco Geng Yanbo è convinto di poter invertire la rotta e ha piani ambiziosi per restituire alla città la gloria passata, ma a caro prezzo: abbattere migliaia di case e trasferire mezzo milione di persone. Le possibilità di successo dipendono dalla sua abilità di tenere a bada cittadini inferociti e una élite di partito infastidita dalla sua ambizione.
 




09/10/2015 21:00
Life is sacred - Cinema
ingresso libero
di Andreas M. Dalsgaard, Danimarca, Irlanda, Norvegia, Colombia, 2014 (104’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Camilla Desideri (Internazionale)
La Colombia è spesso citata per le sue storie di narcotrafficanti, paramilitari e corruzione. Ma il paese ha anche un altro volto, quello di chi lavora duramente e combatte per una vera democrazia, come Antanas Mockus, un leader eccentrico e senza paura che usando mimi, matite, flashmob e costumi da supereroe ha dichiarato guerra alle ingiustizie e alla violenza, scoprendo quanto è difficile cambiare una società contaminata dall’illegalità.
 




10/10/2015 18:30
Voyage en barbarie - Cinema
ingresso libero
di Cécile Allegra e Delphine Deloget, Francia, 2014 (72’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
Il Sinai è diventato teatro di una vera tratta degli schiavi: a partire dal 2009 cinquantamila eritrei sono passati da qui e diecimila non ne sono mai usciti. Giovani, di buona famiglia, cristiani e in fuga da una dittatura, vengono rapiti durante la marcia verso il Sudan e torturati da beduini per ottenere un riscatto dalle famiglie. Tre sopravvissuti svelano una vicenda avvolta ancora dal silenzio, l’ennesimo dramma sulle rotte della migrazione.
 




10/10/2015 21:00
Democrats - Cinema
ingresso libero
di Camilla Nielsson, Danimarca, 2014 (100’), v.o. con sottotitoli in italiano
presenta Stefania Mascetti (Internazionale)
Il destino dello Zimbabwe è stato per oltre tre decenni legato a quello del presidente Robert Mugabe. Nel 2008 il partito di Mugabe ha perso la maggioranza e i paesi vicini hanno costretto il presidente e l’opposizione a un governo di unità nazionale. In questa atmosfera tesa, due giovani politici di opposte fazioni sono incaricati di gestire il delicato processo di stesura della nuova costituzione, coinvolgendo tutta la cittadinanza, per uno Zimbabwe democratico.
 




11/10/2015 18:30
En tierra extraña - Cinema
ingresso libero
di Iciar Bollaín, Spagna, 2014 (73’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
presenta Annalisa Camilli (Internazionale)
Gloria è una dei duecentomila spagnoli emigrati a Edimburgo per sfuggire alla crisi economica e costruirsi una vita migliore. Per raccontare la condizione di migrante, ha deciso di creare un’opera d’arte collettiva dal titolo Ni perdidos, ni callados. È solo una delle tante storie, comuni o straordinarie, incoraggianti o sconfortanti, per raccontare la migrazione interna europea verso il nord del continente.
 




11/10/2015 21:00
(T)error - Cinema
ingresso libero
di Lyric R. Cabral e David Felix Sutcliffe, Stati Uniti, 2015 (93’), v.o. con sottotitoli in italiano
Anteprima italiana
Il diario dietro le quinte, girato nel corso di due anni, di un agente segreto dell’Fbi che si muove sul labile confine tra la prevenzione dei reati e la loro invenzione e che per più di vent’anni si è infiltrato nelle reti del terrorismo e ha fatto amicizia con persone sospettate di farne parte. Un tentativo di far luce sull’ossessione per la sorveglianza nell’America di oggi, e rispondere all’inquietante domanda: chi controlla chi ci controlla?

 
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venerdì 4 settembre 2015

Prigionieri della violenza




Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica.


di Donatella Di Cesare (da La lettura – Corriere della Sera)




Il mondo è pieno di violenza. Subdola, strisciante, imprevedibile, ci attende in agguato a ogni angolo, ci coglie di sorpresa a ogni istante. La violenza è il sottofondo della nostra vita quotidiana, il basso insistente e perturbante, il ritmo stonato e importuno, la cadenza stridente e sconcertante. La violenza è all’ordine del giorno. Non c’è forse parola che abbia un rilievo analogo nel vocabolario dell’attualità. Ma è davvero un fenomeno così esteso? Oppure parliamo di violenza in un senso troppo ampio e impreciso? Certo è che il dilagare della violenza sembra lo spettacolo che si ripete sotto gli occhi di tutti.
Eppure le statistiche dicono che le cose non starebbero così. Nel complesso le cifre dell’atto violento per eccellenza, l’omicidio, sono in calo sia nel nostro Paese, sia in generale in tutti i continenti, anche se, in base a un recente rapporto dell’Onu, restano differenze considerevoli tra Sud e Nord del globo.
Se dovessimo prestar fede alle cifre, potremmo quindi trarre un respiro di sollievo. Il Novecento, inaugurato da grandi speranze e finito nella più buia disperazione, segnato dalla mattanza delle guerre mondiali, dalla brutalità delle dittature, dalle fabbriche dello sterminio, è deflagrato in una esplosione di violenza senza precedenti. Dopo il secolo breve e crudele, ci siamo ripromessi: «Mai più!». Questo «mai più!» impronta il nostro atteggiamento verso ogni forma di violenza, ci rende guardinghi e vigilanti. Ci rende, soprattutto, estremamente sensibili.
Forse mai come oggi la violenza è stata condannata moralmente, stigmatizzata politicamente, sanzionata giuridicamente. Per noi rappresenta la sconfitta dell’etica, l’attentato alla convivenza civile, la ferita alla dignità umana. Ne siamo consapevoli. Non vogliamo dimenticarlo. E non esitiamo perciò a spingere lo sguardo fin dentro quei territori dove — come ci ha insegnato Walter Benjamin — il diritto mostra la sua ambigua vicinanza alla violenza.
Perché ci sembra allora che la violenza aumenti in modo preoccupante? E perché captiamo ovunque indizi gravi e inequivocabili di una recrudescenza che ci tiene con il fiato sospeso? L’oscena esibizione di una testa mozzata, i corpi sulla spiaggia dei turisti inermi, il cadavere di un bambino che galleggia nelle acque del Mediterraneo, il corpo di una donna ferita a morte — quante visioni potremmo ancora richiamare alla memoria? Quante inquietano le nostre notti e allarmano i nostri giorni?
La violenza è lo spettacolo, drammatico e disumanizzante, a cui assistiamo in quella seconda vita che quotidianamente viviamo nei media, travolti dal flusso ininterrotto delle informazioni, sopraffatti dal vortice delle immagini. Ci sentiamo spettatori impotenti, paradossalmente ridotti alla passività, proprio mentre il mondo segue il corso opposto a quello che ci eravamo figurati.
Se percepiamo molta violenza, più che nel passato, è perché alla nostra sensibilità, resa acuta dalla storia, si aggiunge l’effetto prodotto dalla risonanza mediatica. Lo spettacolo della violenza, non di rado esibita con disinvoltura, anche nella spietata incontrollabilità della diretta, è parte integrante della nostra esistenza. Virtuale e reale si confondono e, anzi, il virtuale finisce per avere un effetto più perturbante del reale stesso. Sui rischi di un uso spregiudicato delle foto che, nella loro presunta immediatezza, «nascondono più di quel che svelino», ha avvertito Susan Sontag.
Lo spettacolo della violenza ha il suo contrappeso nella violenza spettacolarizzata. Si fa labile il confine tra i fatti di cronaca e la trama del film dove l’eroico detective rischia la vita per la sicurezza di tutti. Serie tv, fiction, videogiochi mettono in scena un mondo suddiviso fra criminali e custodi dell’ordine, fra assassini e astuti investigatori. Ma ansia, timore, preoccupazione, svaniscono d’incanto nello scontato happy end, in una preannunciata vittoria del bene sul male.
Questa visione del mondo, dove la violenza viene ogni volta sconfitta, diventa un modello fuorviante. Ci aspettiamo che la realtà abbia lo stesso esito della finzione. Dato che non è così, siamo frustrati, quasi risentiti. E anche questo, certo, aumenta il grado di violenza percepita. È il caso allora di chiedersi se si tratta solo di una percezione. Forse quella nostra frequente esclamazione «che violenza!» non è casuale. La violenza è sulla bocca di tutti, perché non ha mai smesso di percorrere sotterraneamente la storia. E ora riemerge tra le crepe, assumendo le forme più diverse, subdole o sfrontate, sottili o prepotenti. Malgrado le statistiche rassicuranti, la riconosciamo subito, anche se non avremmo voluto vederla più. Né avremmo voluto che fosse ancora la protagonista di pagine di storia e di cronaca. Per questo quasi ci vergogniamo. E la nostra cattiva coscienza vorrebbe indurci a negarla.
Ma perché la violenza nelle sue forme attuali ci sconvolge, ci irrita, ci imbarazza? E soprattutto: che cos’è la violenza? Perché è ben riconoscibile, ma si lascia afferrare con difficoltà?
La violenza non è un oggetto né una sostanza; ma non è neppure una qualità. Nessun essere umano è, come tale, violento. Ad essere violenti sono un atto, un gesto, una parola. La violenza alberga nella relazione, esplode nei rapporti tra gli individui, resta nascosta nei legami sociali, intacca perciò la convivenza.
Per Aristotele la violenza è un movimento contro natura. Questa spiegazione ci soddisfa solo in parte. E per noi, che veniamo dopo la modernità, la violenza appare piuttosto relegata in quello stato di natura che la cultura dovrebbe aver elevato e nobilitato per sempre. In breve, per noi la violenza è opposta alla cultura. Quanto più la cultura prevale, tanto più la violenza dovrebbe essere tacitata. Ma la storia ci fa riflettere e la cronaca, nazionale e internazionale, ci smentisce.
Sarebbe comodo identificare la violenza con la barbarie, vederla come una caduta nello stadio primitivo e selvaggio, che l’umanità si è da tempo lasciata alle spalle, o magari relegarla ai confini della ragione, demonizzarla o tacciarla di follia. La violenza accompagna la storia nelle sue fasi alterne e assume forme diverse, perché è guidata dall’immaginazione e dall’inventiva. Soltanto gli esseri umani hanno escogitato la tortura, la pena di morte, i massacri.
Quasi impercettibile, la violenza attuale risponde ai comandi della tecnica; è soft, corre rapida lungo i flussi dei dispositivi elettronici e telematici, per condensarsi in quella sorta di esperanto visivo costituito dalle immagini digitali. La nostra è l’epoca delle immagini violente e della violenza delle immagini.
Eppure si può mettere da parte l’iPad, spegnere la tv. Quelle immagini crudeli e atroci di una strage, di un attentato, di una guerra, sono insieme vicine e lontane. Potremmo allontanarcene, come avviene al termine di un film. Ma ecco la novità di oggi: la violenza passa dalla virtualità alla realtà, il suo spettro ci insegue al di là dello spettacolo. Brutalmente siamo stati strappati al nostro abituale ruolo di spettatori per entrare d’improvviso nella scena concreta dell’aggressione, e per giunta come vittime inermi della violenza.
Siamo disorientati, turbati, increduli, delusi. Scopriamo di essere vulnerabili. E questa estrema, irrimediabile vulnerabilità, aumenta via via che viene meno il miraggio di un ordine del mondo. La violenza ci investe, scalfisce, offende, incrina la nostra vita. È stata Judith Butler, dopo l’11 Settembre, a parlare di «vite precarie». Ed è interessante che negli ultimi anni soprattutto le filosofe — da Butler ad Adriana Cavarero — si siano soffermate su questo tema. La precarietà della nostra vita ci fa avvertire un incremento della violenza. Ne scorgiamo ovunque l’incombere, ne constatiamo il dilagare. Ed è qui che il terrorismo porta la sua sfida. Il video di una decapitazione non è solo la cruda violenza contro l’altro; è anche un messaggio. Il «risentimento fondamentalista» — come lo ha definito Slavoj Žižek — fa del jihadista dell’Isis non un barbaro, bensì un postmoderno. Se brandisce una testa mozzata come un trofeo, se giunge a farsi beffardamente un selfie , a scattarsi un autoritratto celebrativo, è per dirci che il progresso non ha eliminato la violenza, che la razionalizzazione tecnica non è in grado di proteggere davvero nessuna vita.
La violenza temuta ci rende più sensibili a quella subita, in una pericolosa escalation. Tanto più che l’accelerazione del nostro tempo, questa vertigine dell’illimitato, che ci dà straordinari poteri, ci rende insofferenti al limite. Non sopportiamo alcun ostacolo, non tolleriamo alcun impedimento. Reagiamo immediatamente. Come già aveva osservato Hannah Arendt, non ci fermiamo a riflettere sui fini e le ripercussioni del nostro agire. L’altro è solo il nostro limite. Di qui le stragi familiari, gli infanticidi, gli stupri. Per un nonnulla il vicino insospettabile può diventare un assassino, lo studente modello può compiere una strage. La disponibilità delle armi fa sì che la furia estatica dell’io possa facilmente tradursi nell’annientamento dell’altro. Rabbia, rancore, rivalsa, disperazione, esibizionismo, indifferenza, persino noia o assuefazione, innumerevoli sono i motivi della violenza — nessuno può spiegarla.
L’intelligenza tecnica ha aumentato a dismisura i mezzi della distruttività inaugurando nuove forme di aggressione. E, d’altra parte, la violenza meno eclatante, più invisibile, della miseria, della fame, dell’immigrazione, delle catastrofi ecologiche, resta il portato della globalizzazione. Più l’intensità della violenza ci sconvolge, più siamo chiamati a riflettere, a partire dalla vulnerabilità che ci accomuna.

giovedì 20 agosto 2015

Dalla “mala” milanese alle frontiere dell'anima


 


Gli appassionati di Massimo Carlotto conosceranno sicuramente Beniamino Rossini, uno dei suoi personaggi più amati. In La terra della mia anima (sempre edito da E/O) lo stesso compagno di avventure dell'Alligatore decide di raccontare la propria esistenza, una vita che attraversa l'immediato dopoguerra - quando inizia a fare lo “spallone” trafficando in sigarette - per arrivare alla guerra civile, passando per la Resistenza.

Beniamino ha un animo nomade, batte le terre d'Italia e d'Europa e si spinge fino al Libano; ma la sua anima viene ancorata nel mare, in quella distesa aperta e infinita che promette libertà eterna. E di libertà ne ha vissuta, il Rossini, una libertà sfrenata fatta di soldi e di femmine. Una libertà spezzata, a periodi, da anni di galera che non hanno fiaccato lo spirito indomito. Una vita appassionata, vissuta ai margini di frontiere fisiche e interiori, ma con princìpi saldi, un'etica criminale che oggi non esiste più e poi un amore, quello per un uomo diventato donna.

Il romanzo, uno dei più intensi di Carlotto, attraversa il Novecento, i momenti più bui del nostro Paese, con riflessioni di stretta attualità, come quella che riguarda le carceri: “Ora le rivolte non esistono più, le nuove carceri e le ristrutturazioni di quelle già esistenti sono state concepite per impedire ogni forma di protesta organizzata. In passato però furono un fenomeno molto diffuso, provocato dalle condizioni di vita inaccettabili nelle prigioni della Repubblica. Se oggi i detenuti hanno a disposizione un water e un lavandino, un fornello da campeggio, una caffettiera e un pentolino, lo si deve solo al sacrificio di quelli che si ribellarono e vennero picchiati, trasferiti e condannati. Sbaglia chi pensa che quel minimo di decenza venne portato nelle carceri da politici o intellettuali illuminati che sono arrivati sempre dopo e con un ritardo imbarazzante” e questo è solo un esempio. Così come può esserlo, oggi, la passione politica di Beniamino che, parlando di un suo mèntore, Enrico il Barbùn, dice: “Era comunista, in Svizzera aveva avuto problemi con la polizia, ma era un nemino dichiarato del partito. Aveva sempre considerato Stalin un dittatore sanguinario e all'inizio fu difficile discutere di politica. Quando parlava male dell'Unione sovietica mi veniva voglia di saltargli addosso”.

Ma il libro commuove per la capacità di scandagliare l'animo umano. Una frase su tutte, da sottolineare e ricordare: “ Voglio tentare di andarmene pervaso da un senso di appartenenza. Forse è una furbizia per sentirmi meno solo, ma il desiderio è sincero e preferisco il cuore in tumulto e la testa piena di sogni alla rassegnazione e all'urgenza del pentimento”.