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venerdì 23 ottobre 2015

Hate speech e libertà di espressione




Lo scorso 9 ottobre 2015, presso l'Università Statale di Milano, Dipartimento di Giurisprudenza, si è svolto un convegno, organizzato dall'ASGI, dal titolo: Hate speech e libertà di espressione: tanti gli ospiti che hanno animato i dibattiti e che hanno approfondito gli argomenti relativi al tema.

L'Associazione per i Diritti Umani ha seguito il workshop che ha riguardato il “Linguaggio d'odio nella rete e nei media”.

Il primo punto su cui si è discusso riguarda la precisazione secondo la quale l'odio non passa solo attraverso un FATTO, ma anche attraverso elementi extra giuridici come, ad esempio, gli strumenti tecnici che vengono utilizzati. Ecco perchè sono nati, negli ultimi tempi, molti progetti che monitorano proprio gli strumenti tecnologici a disposizione delle persone.

Gabriella Klein ha illustrato il progetto RADAR per dare ad avvocati, giudici, Polizia e associazioni strumenti adatti a regolare l'antidiscriminazione e l'antirazzismo. Il progetto fornisce delle guide con raccomandazioni che servono anche a livello europeo e che riguardano, spesso, anche i testi di legge. Per fare un esempio: in alcuni comunicati dell'Unione europea si usa il termine “razza”: viene specificato che il termine non è usato in senso genetico, ma non viene nemmeno specificato in che senso venga utilizzato e questo contribuisce a creare confusione. In Finlandia, invece, il concetto di “razza” non viene mai utilizzato, così come il suo derivato “razziale”.

Nell'analisi delle sentenze si evidenziano e si analizzano le parole, ma anche la comunicazione non verbale (i gesti) e le immagini per verificare che non passino messaggi discriminatori, così come risulta importante la comunicazione paraverbale, ovvero il tono di voce con il quale possiamo veicolare i significati che corrispondono a ciò che pensiamo veramente, ma anche quelli sottesi. Nelle sentenze italiane non si considerano mai questi fattori comunicativi, ma al limite, ci si sofferma ad analizzare solo le parole. Questi fattori, invece, sono importanti perchè la comunicazione crea le pratiche sociali e vanno analizzati nella loro complessità e nella loro dinamica – attraverso l'analisi della conversazione, molto usata in sociolinguistica – perchè permettono di vedere la reazione dell'Altro, soprattutto quando sono state fatte delle videoriprese (ci riferiamo, quindi, all'analisi dei talk show, delle pubblicità, delle conversazioni in rete, scritte e visive).

Un altro progetto interessante è stato esposto da Alessandra Giannoni del Cospe. Il progetto europeo si chiama BRICKS e si occupa di capire come le testate online gestiscono le interazioni degli utenti in tema di immigrazione e minoranze, puntando sull'Educazione ai media per promuovere un approccio critico.

In collaborazione con l'Università di Firenze, sono state raccolte – tra gennaio e marzo 2015 – interviste a testate giornalistiche online ed ad esperti (dell'Unar e della Carta di Roma): le conclusioni, ad oggi, dimostrano che l'utente denominato “AGGRESSIVO” è colui il quale scrive: “Io li conosco, ho la soluzione perchè sono armato” oppure “Non sono razzista, ma...” oppure “ Non sono ipocrita, dico quello che penso...”: in questi casi siamo nel campo dell'opinione e chi scrive o pronuncia questa frasi, sa di poterlo fare perchè ormai sono accettate e non vengono sanzionate. Per contrastarle e monitorare i discorsi d'odio si potrebbe intervenire sui toni con cui vengono detti e scritti oppure rispondere alle persone in maniera privata, convincendole a non insistere.

L'UNICRI, l'Unità di Prevenzione del Crimine e Giustizia penale ha realizzato un progetto, PRISM, di cui si è parlato sempre durante il convegno. La relatrice, Elena D' Angelo, ha esposto i risultati comparativi di un'indagine che si è verificata in 28 Paesi europei per la lotta contro i crimini e i discorsi d'odio online e sui nuovi media (i Paesi che hanno risposto all'indagine sono stati, però, 18).

Il punto di partenza: quanto il Diritto può essere utile? E' in parte necessario, le misure giuridiche sono utili, ma non sono sufficienti. Innanzitutto manca una definizione precisa di “discorso d'odio” e poi mancano le tecniche di indagine COMUNI a livello europeo: in alcuni Paesi le legislazioni sono ancora vaghe, mentre in altri sono talmente nuove che non riescono ad essere efficaci, come ad es. in Grecia o in Spagna.

Le segnalazioni sono fondamentali perchè aiutano anche a dare un quadro completo del fenomeno: non solo le denunce alla Polizia, dunque, ma sarebbe necessario implementare anche applicazioni sui cellulari oppure una nuova e precisa modulistica online.

Chiara Minicucci, di CITTALIA, ha presentato un'altra ricerca, sempre nell'ambito del progetto PRISM, sui gruppi che più si caratterizzano per i discorsi di odio e come si rapportano i giovani riguardo al tema. Emerge, in Italia, una presenza massiccia di gruppi di destra e di destra radicale che non ripudiano il fascismo e il colonialismo e nemmeno il razzismo e la violenza. Una domanda interessante, emersa dall'indagine, è: “Chi scrive sui social, potrebbe passare dalla scrittura ai fatti?” (Vedi il caso di Stormfont Italia)...

Infine si è parlato anche di antisemitismo e islamofobia, con Giulia Dessì di MEDIA DIVERSITY. In Italia, oggi, non si parla di antisemitismo, invece in altri Paesi europei la situazione è molto grave: si leggono ancora, infatti, frasi che riguardano l'uso del sangue dei bambini per riti religiosi, di complotto giudaico e di negazionismo della Shoà anche se nei media mainstream l'antisemitismo è meno frequente, in Europa, rispetto ad altre forme di razzismo o di islamofobia. A questo proposito, si tende a dipingere l'Islam come un blocco monolitico, come portatore di valori inconciliabili con quelli europei ed occidentali tramite la visione di uomini violenti e dediti al terrorismo. Le fonti di ricerca hanno visto le analisi dei servizi de “Il Giornale” o di “Fox news” dove, spesso, le immagini non corrispondono al testo.

Le azioni di contrasto suggerite da questo progetto sono: presentare esposti e denunce ai giornalisti, all'Ordine dei giornalisti e alle associazioni e agli organismi regolatori indipendenti (ad es. IPSO per l'Inghilterra).

Al termine dell'incontro è stato ribadito che il RAZZISMO è solo un fenomeno CULTURALE: tutte le teorie sul razzismo biologico hanno clamorosamente fallito.


lunedì 24 agosto 2015

Ecco perché una semplice zanzariera può salvare molte vite






Fratelli Dimenticati insegna ai bambini come utilizzare le zanzariere per la prevenzione della malaria in India.



Cosa succede se ti punge una zanzara? Per noi, in Italia, è solo un gran fastidio! Ma in alcuni paesi, tra cui l'India, può essere un grave problema. È con questo concetto che Fratelli Dimenticati ha scelto di far riflettere su un tema che ci tocca, soprattutto durante il periodo estivo.


I rimedi contro le punture degli insetti in Italia sono davvero molti: dagli spray anti-zanzare alle pomate, le soluzioni per evitare le punture sono pressoché infinite. Ma in India? Secondo i dati forniti da
Fratelli Dimenticati, l’India è uno dei 106 paesi al mondo in cui la malaria rappresenta un grave problema, si stima che circa il 70% della popolazione sia a rischio di contrarre la malattia. La principale causa di diffusione è la puntura della zanzara anofele, le altre sono legate alla sua riproduzione: le piogge copiose creano delle pozze d'acqua che diventa stagnante, l’igiene è scarsa, in molti luoghi non esistono i bagni e tantomeno un adeguato sistema fognario. Per fare un paragone, si pensi che in Italia, le punture di zanzara non sono più pericolose dagli anni '70, mentre in India, ancora oggi, basta una puntura per mettere in serio pericolo la vita di una persona e in taluni casi a portarla alla morte.


La zanzara anofele morde principalmente nel cuore della notte e all'alba, momento in cui si è già in un sonno profondo e non ci si può difendere. Ammalarsi di malaria in India significa avere delle conseguenze fisiche e psicologiche, spesso i bambini devono stare a casa da scuola per 2 settimane e prima di poter affrontare l'apprendimento scolastico con mente lucida hanno bisogno di circa un mese. Ma il problema si fa ancora più grave se la malaria colpisce un adulto, o peggio il capofamiglia, in questo caso può accadere di restare senza salario, c'è il pericolo di contrarre debiti, sia per le medicine che semplicemente per comprare del cibo. Inoltre le persone che si ammalano spesso non hanno la possibilità di curarsi, non solo per la mancanza di ospedali o ricoveri nelle vicinanze, ma anche perché non esistono mezzi adeguati per spostarsi su lunghe distanze e non ci sono strade di comunicazione adeguate per il soccorso.                  



La soluzione proposta da Fratelli Dimenticati è la zanzariera: un semplice oggetto, per noi molto conosciuto, ma poco utilizzato in India per questioni economiche o di ignoranza. La fondazione ha scelto di parlare ai bambini, trasmettendo loro un forte segnale che potesse contribuire a salvare le loro vite e quelle delle loro famiglie. Ha distribuito quante più zanzariere da letto possibile ai bambini nelle scuole, anche nelle zone rurali e più povere, insegnando loro come utilizzarle affinché al loro ritorno a casa potessero illustrarne l'utilità anche in famiglia. I bambini sono stati invitati a riflettere sulle conseguenze che la malattia potrebbe avere e si sono mostrati entusiasti di portare il nuovo messaggio alle loro famiglie. Sono così divenuti veicolo di informazioni essenziali al fine della prevenzione della malaria.


Fratelli Dimenticati si batte da diversi anni per l'aiuto alle popolazioni povere e dal 2012, con il progetto
“Malaria, No Grazie!”, è riuscita consegnare 5585 zanzariere da letto ad altrettanti bambini e alle loro famiglie, in 58 missioni negli Stati del Jharkhand, Chattisgarh, Punjab, Assam e Meghalaya. Le zanzariere sono state acquistate da produttori locali, in questo modo si è contribuito allo sviluppo economico dell'area.






Per informazioni:

Marta Perin


cell. 348.240.66.56



Elisa Sisto

elisa.sisto@mocainteractive.com

tel. 0422.174.35.74

domenica 29 marzo 2015

Mappare le mafie: un progetto importante per la legalità


Mappare le mafie: un nuovo progetto etico da sostenere



L'Associazione per i Diritti Umani ringrazia Marco Fortunato, Osservatorio sulla 'ndrangheta e decide di dare visibilità a questo progetto, utile e importante per garantire un futuro di legalità e giustizia al nostro Paese. Ogni cittadino può fare qualcosa e tutti insieme possiamo dar vita al cambiamento.





MafiaMaps è il primo progetto di un’App per smartphone e tablet che permetta a chiunque la ricerca e la visualizzazione di carte geografiche sul fenomeno mafioso in tutta Italia.



Nata dall’evoluzione di un progetto di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie, grazie alla completa integrazione con quest’ultima sarà qualcosa di più di semplici mappe: sarà la prima enciclopedia geografica sul fenomeno mafioso.



Il cittadino potrà avere sempre a portata di mano il più grande database sulla criminalità organizzata e non solo avrà accesso a tutte le informazioni rilevanti sul fenomeno mafioso di tutta Italia, ma sarà in grado di fare ricerche avanzate in maniera semplice e veloce in qualsiasi luogo d’Italia si trovi su qualsiasi aspetto di suo interesse.



Uno strumento per diffondere conoscenza, ma anche per coltivare Memoria: di quello che è stato il fenomeno mafioso in Italia e di chi lo ha combattuto, molto spesso pagando con il sacrificio estremo della vita.  E proprio per evitare che si ripetano scenari già visti, dare visibilità a chi oggi li combatte tutti i giorni sul territorio, rilanciando direttamente le iniziative e gli eventi, ma anche notificando in tempo reale le ultime notizie di mafia provenienti da un territorio, grazie alla collaborazione con le nostre testate partner.



Come è nata l’idea di MafiaMaps



Quando è nata WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie nel 2012, uno dei principali progetti che avevamo annunciato erano le "Mappe delle principali attività mafiose in Italia", in quanto eravamo convinti che non vi fosse solo l’esigenza di riorganizzare in maniera scientifica tutta la conoscenza accumulata in oltre 30 anni sul fenomeno mafioso, ma anche di dare a questa conoscenza una proiezione geografica che aiutasse il cittadino a comprendere effettivamente l’entità della minaccia mafiosa. Eravamo e siamo convinti che la mancata consapevolezza del cittadino comune (che permette alle organizzazioni mafiose di radicarsi e di inquinare sempre più territori al di fuori degli originari contesti di insediamento) sia anche figlia della mancata percezione anzitutto geografica del fenomeno nel proprio territorio.



Questa mancata percezione, nonostante svariate e documentate inchieste giornalistiche che irrimediabilmente finiscono nel dimenticatoio, è la prima ragione del dominio mafioso in sempre più ampi settori della vita socio-economica in Italia (e non solo). Per questo nel dicembre 2014 abbiamo deciso di dare una propria autonomia alle "Mappe", trasformandole nel progetto di MafiaMaps.



Perché il Crowdfunding



La mole di informazioni da processare e la necessità di un team che si occupi a tempo pieno del progetto fa sì che non possiamo affidarci alle esigue risorse (poco più di 150 euro) con cui in due anni siamo riusciti a far conquistare a WikiMafia non solo il titolo di "prima", ma anche di "più grande" enciclopedia sul fenomeno mafioso. Per questo motivo sabato 21 marzo 2015 abbiamo lanciato la campagna di crowdfunding #mappiamolitutti, perché pensiamo che questa nuova e innovativa pagina della Storia del contrasto alle organizzazioni mafiose debba essere scritta anche con voi che come noi condividete l’ideale di un mondo senza mafie. Perché questa volta c’è bisogno dell’aiuto di TUTTI affinché il sogno si concretizzi.



Ci rivolgiamo, quindi, a VOI, studenti, studiosi, giornalisti, professori, blogger, appassionati, associazioni, comitati, antimafiosi e cittadini di ogni ordine e grado. Scrivete questa pagina del movimento antimafia con NOI, condividete la nostra PASSIONE, realizziamo INSIEME questo sogno.



Perché aveva ragione Paolo Borsellino, quel 18 dicembre 1991, quando diceva che “lo Stato può cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle sue potenzialità. Se il cittadino non aspetta che dall’alto arrivi qualche cambiamento ma si adopera per trasformare”.



Per realizzare il sogno dobbiamo raccogliere almeno 100mila e ci serve un anno di lavoro: poiché le probabilità di successo della campagna sono molto basse, persone più sagge di noi ci hanno sconsigliato di imbarcarci in questa avventura. Ma a noi non importa: qualora non dovessimo raccogliere tutti i soldi necessari, useremo quelli raccolti per realizzare una versione “minima” ed “essenziale” di MafiaMaps.



Perché noi non facciamo questa cosa per guadagnarci uno stipendio: lo facciamo perché ci siamo stancati di subire questa gente. Non siamo noi che dobbiamo andarcene, sono loro che devono andarsene, li dobbiamo cacciare a pedate dai nostri quartieri e dalle nostre città: ovunque ci sia un mafioso devono esserci cento antimafiosi preparati e consapevoli che gli stanno col fiato sul collo.



Diceva Giovanni Falcone che “se le cose vanno così non è detto che debbano andare così. Ma per cambiarle bisogna pagare un prezzo ed è qui che la stragrande maggioranza delle persone preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”



Noi abbiamo deciso di smettere di lamentarci e di fare. Ci auguriamo che vogliate combattere questa battaglia insieme a noi. Perché l’Italia è un paese troppo bello per lasciarlo in mano loro. Riprendiamocelo.



Come puoi finanziare il progetto



Puoi contribuire come Singolo, Associazione o Sponsor. La via più rapida è su www.mafiamaps.it: scegli l’importo da donare ed esegui la donazione con PayPal. Puoi però anche sostenerci durante gli eventi di WikiMafia di sostegno a MafiaMaps: compili al momento il modulo di donazione con i tuoi dati, fai la donazione in contanti e penseremo noi a registrare il tuo contributo sul sito.



Se preferisci usare la formula del bonifico bancario, inviaci via mail la ricevuta (mafiamaps@wikimafia.it) con i tuoi dati, penseremo noi a registrare il tuo profilo e il tuo contributo. Le donazioni vanno fatte su un conto dedicato che abbiamo aperto appositamente per la campagna, intestato a Pierpaolo Farina, responsabile del progetto, con la causale "Raccolta Fondi MafiaMaps", IBAN IT 68 F 02008 01621 000103664219.





La nostra squadra



MafiaMaps viene pensata a metà dicembre 2014 da Pierpaolo Farina, con l’idea di rilanciare il progetto originario della “Mappa delle Principali attività mafiose in Italia” di WikiMafia. Il progetto iniziale è stato elaborato insieme a Francesco Moiraghi, Chiara Sanvito, Adriana Varriale, Marco Fortunato ed Ester Castano. La campagna di crowdfunding #mappiamolitutti è stata ideata anche grazie al supporto di Hermes Mariani, Samuele Motta, Thomas Aureliani, Mattia Mercuri, Claudio Paciello, Eleonora Di Pilato, Francesco Terragno, Monica De Astis, Ilaria Meli, Federica Cabras, Martina Bedetti, Dario Parazzoli, Marco Salfi.



Il team di sviluppo sarà composto da giovani ricercatori under-30, la gran parte dei quali appartenenti a WikiMafia, tutti laureati con tesi sulla criminalità organizzata con il Prof. Nando dalla Chiesa. La Startup che nascerà dopo la campagna di crowdfunding avrà sede a Milano.



Vogliamo fare Rete!



Siamo consapevoli che esistono tante realtà sul territorio che hanno svolto lavori eccellenti di mappatura (non dinamica). Il nostro obiettivo è instaurare quante più partnership possibili con realtà e associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio, dando visibilità a loro e al loro lavoro, che andrebbero a far parte della bibliografia e dei Credits dell’App. Le associazioni che vogliono sostenere il progetto possono farlo o con un semplice contributo economico oppure dichiarando di volerci aiutare nella mappatura (in questo caso, scriveteci a mafiamaps@wikimafia.it). In entrambi i casi guadagnano la possibilità di caricare i propri eventi sulla criminalità organizzata nell'App e un account gratuito di 1 anno per usare l'App. Le associazioni "mapper" ottengono la geolocalizzazione sulla mappa in qualità di associazione partner di MafiaMaps.



Cosa succede dopo?



La campagna di crowdfunding partirà sabato 21 marzo 2015, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, e terminerà sabato 23 maggio 2015, nel 23° anniversario della Strage di Capaci. Qualora alla chiusura della campagna di crowdfunding venisse raggiunto il traguardo per sviluppare l’App sia per Android che per IoS con la mappatura in tutta Italia (100mila euro), il team di ricerca comincerebbe subito a lavorare e si impegna a rilasciare l'App nella primavera 2016. Qualora dovessimo superare il minimo individuato per la campagna, useremmo le maggiori risorse per sviluppare l’App anche per i dispositivi Windows e per assumere nuovi collaboratori e velocizzare i lavori di sviluppo. Molte delle informazioni necessarie sono state già da noi raccolte in questi due anni di lavoro con WikiMafia, necessitano solamente di essere riorganizzate. Altre invece vanno reperite ex-novo e sistematizzate.



Qualora non raggiungessimo il traguardo iniziale, ma dovessimo fermarci a molto meno, useremmo comunque le minori risorse per sviluppare un'App "minima", con la mappatura delle principali città italiane.



I sostenitori del progetto potranno in qualsiasi momento seguire i progressi dell’App dalle pagine social (Facebook, Twitter, Google+) e dalla newsletter preposta (che invierà ogni mese 1 mail di aggiornamento). In esclusiva per i "Gold Supporter" (vedi sezione ricompense), il 21 marzo 2016 verrà rilasciata una beta in anteprima. L’App sarà completamente gratuita per i sostenitori del progetto, a seconda dell'importo donato (vedi la sezione ricompense per maggiori dettagli), mentre costerà 0,99 centesimi ogni anno per tutti gli altri. L’abbonamento ricorsivo all’applicazione implica l’assoluta assenza di qualsiasi tipo di pubblicità al suo interno. Puntiamo nel lungo periodo a rendere completamente gratuita l'App.



Cosa puoi fare (oltre a sostenere economicamente il progetto)



Se credi in questo progetto e vuoi aiutarci a far diventare il sogno una realtà nel 2016, sarà determinante il “passaparola”: è decisamente improbabile che finiremo in televisione o sui grandi giornali, quindi far conoscere il progetto ai propri amici e convincerli a donare anche solo 1 euro è importante.



Condividi la pagina della campagna sui social network e segnalala via mail ai tuoi contatti. Crea un cartello con #mappiamolitutti e scattati una foto, usando l’hashtag per dare visibilità alla campagna.



Se conosci qualche giornalista che potrebbe fare eco alla campagna, fagliela notare. Se MafiaMaps diventerà realtà, dipende anzitutto da te: anche un piccolo gesto, come una condivisione su Facebook, può essere determinante.
 


 


venerdì 20 febbraio 2015

Progetto ONDA D'URTO: progetto di prevenzione del tumore al seno



L'Associazione per i Diritti Umani segnala un importante progetto di prevenzione del tumore al seno, "ONDA D'URTO".

Il progetto, al quale è stato concesso il patrocinio congiunto degli Assessorati Politiche Sociali e Cultura del Comune di Milano, è organizzato dall'Associazione Scuola Italiana di Senologia Onlus.


E' rivolto a tutte le donne di Milano ma in particolare a quelle appartenenti ad alcune categorie che, per ragioni sociali, economiche e culturali, sono meno attente alla salvaguardia della salute e, per questo, presentano, purtroppo, elevati tassi di mortalità per cancro al seno.


L'iniziativa si articolerà in più fasi e avrà una durata triennale.




In particolare, in collaborazione con il Tavolo di Lavoro "Donne e Culture" del Forum della Città Mondo, saranno organizzati 12 incontri con le donne delle comunità internazionali presenti nel territorio milanese. Obiettivo è la promozione di sani stili di vita e la presentazione degli strumenti finalizzati alla prevenzione precoce del tumore al seno

Saranno anche occasioni di informazione e confronto con senologi esperti e fra donne che porteranno le loro esperienze.



Il primo incontro si svolgerà giovedì 26 febbraio dalle ore 18.00 presso la Casa dei Diritti via De Amicis, 10 Milano.

Gli altri incontri, attualmente previsti, si svolgeranno nello stesso spazio, stessa ora

Giovedì 12 Marzo
Giovedì 9; 16; 23 e 30 Aprile
Giovedì 7; 14 ; 21 e 28 Maggio




venerdì 10 ottobre 2014

Il progetto B.LIVE per i giovani oncologici




Fino al 10 ottobre, presso il negozio SHARE in Via Padova 36 a Milano, tra cappotti, maglioni, jeans e altri capi di abbigliamento sono esposte anche magliette, biciclette, spille e CD musicali che hanno un valore aggiunto: sono, infatti, oggetti disegnati dai ragazzi del progetto B.LIVE, giovani in cura all'Istituto Nazionale dei Tumori, nell'ambito del progetto più ampio chiamato, appunto, Progetto giovani.

B.LIVE coinvolge i pazienti in percorsi creativi guidati da professionisti di diversi settori e nasce con il contributo della Fondazione Magica Cleme onlus, dell'Associazione Bianca Garavaglia e di Fondazione Near onlus. Il primo progetto B.LIVE, del 2012, è stato proprio quello di moda con il coordinamento della stilista Gentuccia Bini: i ragazzi hanno partecipato a tutto il percorso di realizzazione dei capi, dal cartamodello, alla sfilata, creando una vera e propria collezione. Attraverso Facebook (per una volta usato con criterio) i giovani hanno potuto lavorare e partecipare al progetto anche dalle loro abitazioni oppure dall'ospedale nel caso fossero in terapia o dovessero effettuare i controlli medici. Interessante notare che i prodotti sono esposti, in questo periodo, nel negozio SHARE, un locale speciale perchè raccoglie capi di abbigliamento, usati e garantiti, che provengono dall'Italia e dall'estero per uno scambio commerciale etico, solidale e responsabile; il negozio, inoltre, fa parte di un progetto di housing sociale che prevede la ristrutturazione di 19 appartamenti a canone calmierato.

Il secondo progetto di B.LIVE riguarda la musica: nel 2013 è stato realizzato il CD “Nuovole di ossigeno” con la partecipazione di Faso, il bassista del gruppo di Elio e le storie tese e i ragazzi dell'Istituto che hanno scritto e cantato i pezzi.

Nel contesto del Progetto Giovani sono attive varie attività, percorsi sportivi e formativi per restituire, ai pazienti, la qualità del tempo e un ambiente, anche all'interno dell'ospedale, in cui trovare serenità e svago e in cui dar via libera alla creatività. “ Questo progetto mi ha aiutato a pensare a me stesso non come a un malato, ma come a un ragazzo che può andare in palestra, disegnare, progettare. Non sono un medico, ma credo che questo atteggiamento aiuti anche a superare la malattia”, ha affermato Matteo Davide: bastano queste parole, come quelle di altri, per capire il valore di questa idea. Un'idea dove il commercio consapevole, l'Arte e il senso sociale, finalmente, si uniscono per affermare il diritto alla vita.

mercoledì 2 luglio 2014

L'Arte come ponte culturale e sociale




Campo Rom di Castel Romano, Via Pontina km 24, Roma.

Stiamo parlando di un progetto artistico - promosso da Qwatz-residenza per artisti a Roma e dal Centro per la Giustizia minorile del Lazio, e realizzato con il patrocinio del Municipio di Roma EUR e il sostegno di Arci Solidarietà - rivolto in particolare ai minori del campo rom di Castel Romano in continuità con il percorso intitolato “Fuori campo” che, da anni, vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire i bambini e i ragazzi rom residenti nel campo e sottoposti a misure penali.

Il progetto è organizzato in forma laboratoriale: gli esperti - Rosa Ciacci, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia - prima di tutto hanno cercato codici linguistici comuni tra loro (che sono i formatori) e i partecipanti (i rom). Durante le lezioni, poi, si è venuto a creare un vero e proprio scambio di strumenti e di mezzi che hanno portato alla realizzazione di opere artistiche, all'interno del campo, con l'obiettivo di suscitare la curisosità dei cittadini nei confronti di chi abita proprio lì dentro.

A partire dallo scorso marzo, il progetto ha visto anche la preziosa collaborazione di Giuseppe Stampone che ha realizzato un suo intervento. Il lavoro si intitola “Saluti da Castel Romano” ed è a cura di Benedetta di Loreto. All'interno del campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune per i rom, ma anche uno spazio di collegamento tra il campo e il resto della città perchè il piccolo edificio è ben visibile dalla strada: ecco, proprio quella casetta è stata scelta per la realizzazione dell'opera di Spampone, l'artista che da tempo collabora anche con Solstizio.it, un gruppo molto attento ai temi dell'ambiente, della sostenibilità e dei conflitti sociali.

Stampone è l'autore di altri due progetti, “Saluti dall'Aquila” e “Greetings from New Orleans”, in cui denunciava, con la propria creatività, l'assenza delle istituzioni nella ricerca di soluzioni per le città e i cittadini colpiti da gravi calamità naturali, ma in questo suo ultimo lavoro nel campo rom di Roma si spinge oltre: afferma una “teoria del fallimento” sul ruolo dell'arte e chiede ad artisti e curatori, italiani e internazionali, di fare “rete” per creare insieme opere utili davvero nell'affrontare i problemi relativi a situazioni sociali complesse. Non un lavoro autoreferenziale, quindi, ma un lavoro artistico davvero importante per la riflessione e per il bene comune.



Abbiamo chiesto un contributo a Benedetta di Loreto, che ringraziamo tantissimo, che così ci ha scritto:



Il progetto "Saluti da Castel Romano" è stato portato avanti dalla fine di Novembre fino ad aprile scorso. Abbiamo realizzato un laboratorio di arte, che ha poi portato alla produzione di un lavoro dell'artista Giuseppe Stampone, presentato pubblicamente lo scorso 26 giugno.
Durante i mesi di laboratorio tre formatori (Rosa Ciacci di qwatz, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia) hanno lavorato con alcuni minori che vivono nel campo. Il progetto è stato promosso dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, in continuità con il percorso progettuale “Fuori campo”, che ormai da alcuni anni vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire le minori Rom residenti nel campo, sottoposte  a misure penali. Lo scopo di questo progetto è di continuare il dialogo con i Rom attraverso la condivisione di presupposti culturali.
Nel corso del laboratorio, Rosa Ciro e Fabio sono riusciti a creare un bello scambio con i ragazzi, con cui hanno condiviso strumenti e mezzi, e hanno impostato i presupposti per costruire qualcosa insieme. Nel tempo si è formata una “classe” composta da circa 10 ragazzini, principalmente maschi tra i 6 e i 15 anni. Di questi, ovviamente non tutti sono stati sempre presenti; spesso si sono uniti bambini di 3-4 anni incuriositi e desiderosi di fare qualcosa di diverso, e delle ragazze. Durante le lezioni sono state presentate alcune tecniche artistiche come la lavorazione del gesso, la scultura, il collage, la fotografia; sono stati approcciati temi quali lo studio dello spazio e la sua identità, l’autoritratto, l'analisi di immagini mediatiche legate alla moda e allo sport. Tutto questo ha prodotto dei disegni e dei collage realizzati collettivamente, e varie fotografie tra autoscatti, ritratti, e i risultati di prove di utilizzo del mezzo. I ragazzi sembrano molto sensibili all’auto-rappresentazione e amano farsi ritrarre assumendo pose compiaciute e autoironiche. In particolare, si sono divertiti moltissimo a lavorare sulle immagini, costruendole e modificandole per creare un immaginario fantastico che potesse rappresentarli.
Per i ragazzi, il laboratorio è stato uno stimolo importante: le loro giornate sono spesso uguali le une alle altre, e a parte per chi va a scuola, non fanno attività particolari. Durante il lavoro, i ragazzi hanno partecipato ad un esempio di collaborazione tra di loro e con persone esterne al campo. Hanno rispettato i formatori e hanno accolto i loro presupposti; i formatori hanno insistito nel cercare di trasmettere loro il senso della condivisione.

L'associazione qwatz sviluppa progetti di arte contemporanea, e il nostro obiettivo in questo caso era quello di usare l'arte come possibile strumento di comunicazione e mezzo per attirare l'attenzione sulle condizioni di vita di 1500 persone. Per questo è stato coinvolto Giuseppe Stampone il quale, essendo un artista piuttosto seguito, ha usato la propria visibilità per mettere l'attenzione sulla situazione dei Rom di Castel Romano. Nel campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune, che rappresenta un link tra il campo stesso e la città, perché visibile dalla strada. La casetta è quindi stata scelta come luogo su cui Stampone  - in collaborazione con il network Solstizio.org - ha realizzato una sua opera, considerandola un possibile schermo di dialogo tra il campo e chi ci passa di fronte. Sul tetto della casetta è stata posizionata una scritta che dice "I AM HERE", io sono qui, con accanto il simbolo usato sulle mappe di google (la goccia rovesciata color arancione) per indicare luoghi specifici. Passando quindi sulla via Pontina, dove si trova il campo, è possibile vedere la scritta. Il senso della frase è di sottolineare il fatto che in quel luogo, anonimo, simile ad una discarica e decisamente poco vivibile, vivono delle persone, tante persone. E queste persone ci sono, esistono, hanno dei diritti e vivono una condizione di esclusione e difficoltà che sembra non suscitare l'attenzione che meriterebbero.





mercoledì 9 aprile 2014

Immigrazione e omosessualità



Durante i primi flussi migratori, le persone che lasciavano il Paese d'origine per cercare altrove una vita migliore, erano soprattutto di genere maschile con un progetto di immigrazione a breve termine adesso, invece, le comunità straniere in Italia sono formate da nuclei familiari che vorrebbero inserirsi stabilmente nel tessuto sociale.

In Italia, all'interno di queste comunità, vi è numero sempre più crescente di persone omosessuali o transessuali che, nel loro percorso di inclusione, incontrano ostacoli specifici che si vanno a sommare a quelli già vissuti dagli stranieri.

Nasce, così, nel 2009, uno sportello dedicato alle persone migranti gay-lesbiche, trans e bisessuali (GLBTQ): un'iniziativa a cura di Arcigay Nazionale che ha lo scopo di fornire servizi e supporto specifici attraverso attività culturali per sensibilizzare i cittadini alle problematiche legate alle discriminazioni multiple.

Come si legge, infatti, nel documento di presentazione del progetto: “ ...I servizi rivolti ai migranti sono progettati e forniti senza considerare la dimensione dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere. Questo limita l'efficacia della relazione operatore-utente, diminuisce l'incisività di alcuni interventi, (per esempio nel supporto e nell'orientamento) e può addirittura dimostrarsi controproducente (come le campagne sanitarie per la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale pensate per stranieri, ma che non fanno menzione delle possibilità di contagio tra persone dello stesso sesso). Dall'altro lato i servizi forniti dalla comunità LGBT sono fortemente connotati dal modello culturale di uomo-gay e donna-lesbica occidentali, modelli in cui i migranti con comportamenti omosessuali non si riconoscono”.

A questo si aggiunge il fatto che le reti informali interne alle comunità di origine dei migranti non sono accessibili a causa dei tabù o del rifiuto radicale delle tematiche relative all'orientamento sessuale e all'identità di genere, soprattutto in materia di omosessualità.

Ecco, dunque, perchè l'importanza di questo sportello i cui ambiti di intervento sono:

 

- dare voce e visibilità ad un tema spesso misconosciuto e sottaciuto



- introdurre il tema dell' intercultura all'interno del movimento GLBTQ italiano ed il tema dell'orientamento sessuale all'interno del movimento e tra le organizzazioni che si occupano di migranti in Italia



- contribuire a ridurre il razzismo tra le persone GLBTQ italiane e l'omofobia tra le persone migranti nel nostro Paese

 

- fornire aiuto tecnico ed un supporto sociale a quei migranti che si rivolgono allo sportello attraverso la rete creata con le associazioni che nel territorio milanese da anni si occupano di immigrazione



Per informazioni : progettoio@arcigaymilano.org


giovedì 20 marzo 2014

Senzatetto non più per strada



Via Aldini 74, Milano: un indirizzo utile e un progetto di recupero. Nel rione Vialba, a Quarto Oggiaro, in una scuola comunale dimessa da oltre sei anni, oggi vengono ospitate persone senza fissa dimora, grazie alla Fondazione Progetto Arca e a Medici Senza Frontiere.

Si tratta della prima esperienza a livello nazionale: l'istituto scolastico è sttao trasformato in una struttura che accoglie circa 90 persone in stato di emarginazione e gravi difficoltà, (italiane e straniere), in un edificio che si va ad aggiungere agli altri già attivi sul territorio milanese, quali: il Centro di Aiuto Stazione Centrale o la Casa dell'Accoglienza di Viale Ortles, 69. Ma il valore aggiunto della “casa” di Via Aldini consiste nel fatto che qui è presente un laboratorio che fornisce l'assistenza sanitaria di base 24 ore su 24: Medici Senza Frontiere, infatti, monitora costantemente la salute degli ospiti e se qualcuno, alla prima visita, ha bisogno di cure approfondite o specialistiche, viene indirizzato presso gli ospedali della città. Al progetto lavorano anche l'associazione Mia Milano in Azione che si impegna ad accogliere i senzatetto e Fondazione Patrizio Paoletti che finanzia il rifornimento dei pasti caldi.

Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, ha dichiarato: “ Nel 1999, MSF ha inaugurato il progetto Missione Italia per fornire assistenza sanitaria agli stranieri regolari e irregolari che si trovano nel nostro Paese con l'obiettivo di garantire l'accesso alle cure a queste persone e assistere chi sbarcava sulle nostre coste. Oggi, dopo oltre 13 anni di attività, le problematiche sociali, acuite a causa della attuale congiuntura economica, hanno spinto MSF a fare una riflessione sula necessità di intervenire non solo a favore dei migranti, ma delle persone più vulnerabili sul suolo italiano, senza distinzioni. L'invito da parte del Comune di Milano per un intervento medico sanitario all'interno del progetto di assistenza dei senzatetto nel periodo invernale ci è, dunque, sembrata l'occasione migliore per concretizzare un primo intervento di questa natura”. A queste parole si sono aggiunte quelle dell'assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino: “ Questa struttura e questo ambulatorio sono un piccolo miracolo, nato da un progetto sinergico che ha coinvolto il Comune e tre associazioni e che da solo rappresenta il modello di politiche sociali che vorremmo. Oltre ad arricchire l'offerta di posti letto nelle settimane di maggiore freddo, questo edificio - per anni inspiegabilmente inutilizzato e recuperato a tempo di record grazie al grande lavoro di numerosi volontari tra cui molti senzatetto - diventerà un punto di riferimento per l'accoglienza di chi si trova in difficoltà tutto l'anno. Abbiamo l'obiettivo di far diventare questo posto un pensionato sociale per famiglie bisognose. Aver recuperato questo grande e spazioso edificio è già un grande passo avanti...Un contributo significativo contro la povertà al di là delle stagioni”.


I numeri utili a cui segnalare casi di persone che dormono per strada o per informazioni sui servizi offerti sono: 02-884.47.645 / 02. 884.47.646 / 02. 884. 47.647 attivi tutti i giorni dalle ore 8.30 alle ore 23.00



 




mercoledì 15 gennaio 2014

La malnutrizione delle donne e dei bambini in Madagascar




Le foto che qui pubblichiamo - ringraziando un nostro lettore che ce le ha mandate - ritraggono bambini e ragazzi sani: molti hanno entrambi i genitori, vivono insieme a loro di pesca, sono sereni anche se poveri.

Sono bambini e ragazzi del Madagascar, la quarta isola più grande del mondo dove, invece, tantissimi - tra donne e minori - soffrono di malnutrizione acuta grave.

La situazione, nell'isola africana è particolarmente grave in quanto - secondo l'ultima Ricerca Demografica e Sanitaria Onu del 2009 e secondo i dati Unicef 2012 - il 76,5% della popolazione vive in condizioni di miseria. Sappiamo che i numeri sono fastidiosi, soprattutto quando si parla di persone, ma in questo caso dobbiamo far parlare le statistiche: il 26% delle donne in gravidanza soffre di ritardo della crescita e il 19% è deperito; solo il 50% dei bambini malgasci viene allattato al seno fino ai sei mesi e molti bambini sotto i cinque anni soffrono di anemia; ogni anno circa 44.000 bambini muoiono a causa di malattie quali: la malaria, la dissenteria, la polmonite e questo accade, soprattutto, nelle aree più a rischio, come sugli altopiani e nelle zone meridionali e sud-orientali dell'isola. 


La fase critica della vita in cui si può agire per combattere la malnutrizione va dall'inizio della gravidanza ai due anni per cui la maggior parte degli investimenti dovrebbe essere destinata a questo periodo per ottenere un risultato di lunga durata che possa aiutare sia le madri sia i figli.

Dal 2012 l'UNICEF Italia ha partecipato al progetto intitolato “Ridurre la malnutrizione materna e infantile in 30 distretti”, un progetto che prevede la fornitura alle strutture periferiche di alimenti terapeutici, farmaci e attrezzature utili per il monitoraggio e la cura dei casi di malnutrizione cronica; l'assistenza tecnica ai medici del posto; campagne di sensibilizzazione e formazione di operatori sanitari. In particolare - nei 30 distretti urbani delle 12 regioni a rischio - l'intervento capillare dell'organizzazione ha portato ad alcuni risultati positivi: l'allattamento al seno entro la prima ora del parto e proseguito fino ai 24 mesi di vita dei neonati; l'alimentazione integrativa adeguata a partire dai sei mesi con l'uso dei micronutrienti; la riduzione del tasso di mortalità infantile.


Interessante notare, infine, che i progetti formativi sul tema della malnutrizione sono rivolti anche agli stessi capi-villaggio per una maggiore consapevolezza e autonomia nel gestire il problema e, magari col tempo, risolverlo.

venerdì 6 dicembre 2013

Scatti e riscatti



Per la maggior parte sono giovani, alcuni italiani e molti stranieri provenienti dal Nord Africa, dall'America latina, dall'Europa dell'Est: sono i detenuti del carcere di Bollate che hanno avuto l'opportunità di fotografare e di farsi ritrarre grazie ad un corso tenuto, tra il 2009 e il 2013, da Rodolfo Tradardi e Mariagrazia Pumo.
Il carcere di Bollate è riconosciuto, da sempre, come una tappa fondamentale per un percorso esistenziale riabilitativo: molte, infatti, le attività proposte ai detenuti, attività offerte nell'ambito di progetti rieducativi. In questo caso il corso di fotografia rientra in un'idea realizzata dalla Cooperativa Articolo 3 in accordo con la Direzione dell'istituto penitenziario.
I partecipanti al progetto si trovano nel cosiddetto “ Reparto a Trattamento Avanzato”, nel quarto reparto e sono persone già consapevoli del percorso – di pena, ma soprattutto umano – che si trovano a dover affrontare e sono responsabili nel farlo. Ecco, quindi, che il mezzo fotografico diventa uno strumento di scelta: una scelta di contenuto, una scelta di estetica, una scelta etico-morale.
Le fotografie sono raccolte, ora, in una mostra intitolata proprio “Riscatti”, inaugurata il 4 dicembre scorso ed esposte fino al 21 del mese presso la galleria Ostrakon, in Via Pastrengo 15 a Milano. E' importante sottolineare il fatto che non si tratta di un lavoro eseguito da un'agenzia esterna che è entrata nel carcere, ma di un lavoro portato avanti dagli ospiti stessi dell'istituto che, durante la loro permanenza, hanno sviluppato una sensibilità particolare rivolta alle altre persone e alle situazioni, spesso difficili, che si verificano nella loro quotidianità. 
La fotografia diventa, così, uno specchio su cui proiettare sentimenti e sensazioni, paure e desideri. Volti malinconici o, a tratti, gioiosi; lo spazio della palestra come ring della sfida per la ricostruzione di sé e dell'autostima; le riprese originali di alcuni oggetti che, in cella, diventano “altro” per sopravvivenza, per necessità; angolature ricercate e luci originali per restituire poesia, mescolata alla realtà anche di un luogo tanto ristretto.
Tutto questo e molto altro nelle immagini dei detenuti che scattano e si ri-scattano, nell'attesa e nella speranza di recuparare la libertà fisica, dopo quella mentale regalata, per un po', dall'obiettivo di una macchina fotografica.

martedì 3 dicembre 2013

Progetto “Il lavoro è cittadinanza”



E' in continuo aumento la quota dei titolari di permesso CE per soggiornati di lungo periodo, che già costituiscono la maggioranza dei cittadini non comunitari. Questo dato dimostra che l'immigrazione in Italia non è fatta di lavoratori temporaneamente ospiti, né di intrusi come crede una parte dell'opinione pubblica, ma soprattutto di persone che intendono rimanere, costruire o ricongiungere le loro famiglie, divenendo pienamente cittadini. Si continua a chiamarli “stranieri” (o, peggio, “extracomunitari”), ma non ci si accorge che gli immigrati sono cittadini di fatto, autorizzati a un soggiorno a tempo indeterminato in base al diritto comunitario recepito nell'ordinamento italiano.
E' chiaro che ci sono dei settori dove le discriminazioni sono molto forti, come per esempio nello sport e nell'accesso al lavoro e credo che anche il lavoro che portiamo avanti serve proprio per dare risposte concrete per l'accesso a tutti, soprattutto per le pari opportunità.
La crisi non ha colore, tutti ne possiamo uscire soltanto uniti. La crisi colpisce tutti, cittadini italiani e stranieri. Si può uscire vincenti dalla crisi, ma non credo che una guerra fra poveri possa essere la soluzione”.
Queste le parole del Ministro per l'integrazione, Cècile Kienge, durante la presentazione del Dossier statistico immigrazione 2013, redatto grazie alla collaborazione tra il centro studi Idos e l'Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio (UNAR): secondo il dossier sono 5 milioni e 186 mila gli stranieri regolarmente presenti sul territorio italiano. Moltissimi di loro forniscono un apporto decisamente positivo in termini di valore aggiunto nel Pil e per la contribuzione nel nostro sistema previdenziale.
A fine ottobre è stato proprio presentato anche un progetto, promosso dal Ministro Kyenge e dall'Inps, che si pone l'obiettivo di dimostrare che i lavoratori provenienti da altri Paesi costituiscono una parte importante dello sviluppo economico, sociale e culturale del nostro Paese, sia come lavoratori dipendenti o autonomi sia come imprenditori.
Il progetto intende sensibilizzare l'opinione pubblica, attraverso i media e gli organi di stampa, sul fatto che un migrante che lavora non è un ospite, ma un lavoratore nel pieno dei suoi diritti così come stabilito dalla Costituzione italiana. Un lavoratore che produce reddito per sé è una risorsa per tutto il Paese.
Anche Antonio Mastrapasqua, Presidente dell'Inps, ha dichiarato a questo proposito: “ E' importante comunicare a tutti i cittadini che il lavoro non ha colore, etnia, lingua o religione. Il lavoro è lo strumento di contribuzione alla crescita della comunità nazionale”.
Durante la presentazione del progetto è stato lanciato lo spot intitolato Il lavoro è cittadinanza: un imprenditore straniero cerca un candidato per la sua azienda. Come? Mettendo a nudo i pregiudizi che circolano in Italia riguardo al lavoro dei migranti. L'imprenditore immigrato, infatti, gira per le strade e nei luoghi frequentati dai ragazzi per offrire un posto di lavoro, ma riceve solo rifiuti. Usa una telecamera nascosta e riprende i ragazzi che, al momento dell'offerta del lavoro, diostolgono lo sguardo o proseguono dritto per la loro strada. Lo spot termina con un messaggio: sono un imprenditore immigrato, i lavoratori migranti producono il 10% del Pil nazionale, riconoscerne l'importanza significa riconoscere un'opportunità.



giovedì 14 marzo 2013

Brutte e buone notizie dall'ambito carcerario


Il 31 marzo 2013 chiuderanno i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) presenti sul territorio italiano. 800 malati mentali saranno a rischio di cure e questo è un fatto piuttosto grave perchè, come spiega Claudio Mencacci - Presidente della Sip, Società Italiana di Psichiatria – circa il 10% delle persone che presentano disturbi sono pericolosi e potrebbero creare qualche problema di sicurezza; il rischio è molto basso, ma non si può escludere del tutto che possano reiterare i reati.
Gli Opg chiudono in base al disegno di legge n. 9/2012, voluto dai Ministeri della Salute e della Giustizia e le conseguenze potrebbero essere negative a causa della mancanza di strutture alternative, della mancata gradualità, di una proroga o di interventi che garantiscano la sicurezza dei pazienti, degli operatori e della comunità; la Sip denuncia, inoltre, la carenza di cure psichiatriche nei penitenziari dove confluiranno molti dei malati mentali. In Italia sono tra le 1000 e le 1500 persone internate negli Opg e, ad oggi, non sono ancora pronte le 20 strutture che dovrebbero sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Virgilio De Mattos
Per accompagnare questo percorso, ancora confuso, è arrivato nel nostro Paese, Virgilio De Mattos  ,docente dell'Università di Belo Horizonte, in Brasile che nel suo libro intitolato Una via d'uscita, edizioni Alphabeta, riporta l'esperienza del PAJ-PJ-TJMG, “Programma di attenzione integrale” che si basa, principalmente, sul concetto di “prevenzione”: i pazienti, aiutati dai familiari e dal personale specializzato, affrontano il proprio caso e ne indicano la soluzione attraverso l'azione giuridica, sociale e clinica.
I malati di mente autori di reato, infatti, vengono riconosciuti responsabili del reato, ma non vengono isolati in un carcere; possono circolare liberamente nelle strutture adibite per poter affrontare le cure necessarie e per poter relazionarsi meglio e lavorare sul problema; tutti i cittadini devono essere sottoposti a un giudizio penale con tutte le garanzie previste dal codice, con la possibilità di essere sottoposti ad un processo con il contraddittorio e la difesa legale; in caso di condanna, infine, deve essere fissata la pena con la possibilità - valutando i casi - di detrazione o progressione del regime di detenzione, la sospensione o la prescrizione.
Un ulteriore passo verso il rispetto dei diritti fondamentali anche per chi ha commesso reato è dato da un progetto in atto dal 1994 presso il carcere di San Vittore di Milano. Si tratta di uno spazio di produzione musicale, creato da Alejandro Jarai che, dal sette anni, ha dato vita al progetto VLP Sound: la stanza 17 del 3° Raggio diventa un luogo dove si fa musica tutti i giorni, con la partecipazione dei detenuti e con la collaborazione di istituzioni, educatori e associazioni che operano nel settore.
Il progetto prevedere la realizzazione di CD - distribuiti gratuitamente - e la realizzazione di concerti e di registrazioni per creare un ponte tra la realtà interna all'istituto e la realtà esterna. La “persona” è, infatti, al centro del progetto: i detenuti, grazie alla musica, imparano di nuovo ad ascoltare. Ascoltano, prima di tutto, se stessi e poi gli altri; recuperano le proprie emozioni e la propria umanità; migliorano la relazione con “il diverso da sè” e con il mondo esterno. La musica, quindi, come comunicazione, come veicolo di nuovi valori, come opportunità di crescita e di riscatto.