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venerdì 18 dicembre 2015

"Transito": un approfondimento, un'analisi sul tema della richiesta di asilo...in un utile pamphlet






“Transito” è la parola chiave di questo piccolo ma prezioso volume che esce proprio mentre sono in atto in tutta Europa dei cambiamenti profondi che riguardano il diritto d’asilo e il diritto dell'immigrazione; cambiamenti che, in ultima analisi, riguardano le società europee nel loro complesso dal momento che ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi temporanea,ma un cambiamento strutturale che obbliga l’Europa a modificarela sua politica in materia di asilo. Possiamo quindi dire che è il diritto d’asilo in Europa a essere in transito, ma verso dove? Le risposte finora fornite dalla politica dei singoli stati, ma anche dall’Unione, non sono incoraggianti. Come, con le debite differenze di contesto, avvenne negli anni trenta, i profughi di oggi vagano per l’Europa mentre molti Stati, feroci od ottusi, li respingono e li rimpallano da una frontiera all’altra; per i profughi di oggi la legge non sembra esistere, oppure esiste soltanto per disconoscerli. Gli autori:Annapaola Ammirati, Caterina Bove,Anna Brambilla, Nicole Garbin,Loredana Leo, Valeria Marengoni,Noris Morandi, Giulia Reccardini,Gianfranco Schiavone.


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domenica 26 ottobre 2014

La Norvegia si appresta a deportare un richiedente asilo disabile verso l'Afghanistan




Di Basir Ahang



Oggi, 25 ottobre 2014 il governo norvegese si appresta a deportare Gholam Nabi, un richiedente asilo hazara proveniente dalla provincia di Baghlan nel nord dell’Afghanistan. In questa provincia secondo Human Rights Watch nel maggio del 2000 sono state massacrate decine di persone da parte dei talebani solo perché appartenevano all’etnia hazara. Quattro di queste persone uccise erano parenti di Gholam Nabi. Nabi in questo momento si trova all’aeroporto di Gardermoen, ad Oslo. La sua deportazione è prevista per le sei di questa sera.

Nabi è arrivato in Norvegia nel febbraio del 2008 all’età di 17 anni. Il suo unico desiderio era quello di avere una vita normale, lontana dalla violenza e dalla morte. Appena arrivato ha inoltrato la richiesta di protezione internazionale. Pochi mesi dopo, mentre stava uscendo da un café nel centro di Oslo con alcuni suoi amici, è stato investito da una macchina sulle strisce pedonali. La notizia è stata pubblicata su molti giornali di Oslo e alcuni clienti del cafè hanno persino fotografato l’accaduto.

Per due giorni Nabi è rimasto in coma all’ospedale e quando si è risvegliato i medici gli hanno detto che alcune vertebre della spina dorsale si erano rotte e che se non avesse subito un’operazione sarebbe rimasto paralizzato per sempre.

Mentre si trovava in ospedale, Nabi ha ricevuto il diniego di protezione internazionale da parte dell’UDI (the Norwegian Directorate of Immigration). Secondo l’UDI infatti Nabi in Afghanistan non correrebbe alcun pericolo. In seguito l’ospedale ha comunicato a Nabi che non avrebbero potuto effettuare l’operazione in quanto il governo norvegese non avrebbe sostenuto le spese ospedaliere per un immigrato al quale era stata rifiutata la protezione internazionale. Nabi si è quindi rivolto alla polizia per denunciare la persona che lo aveva investito.

Alla centrale però si è sentito rispondere che visto che la sua richiesta di protezione era stata rifiutata non si sarebbero potuti occupare della denuncia. L’unica possibilità, gli dissero i poliziotti, era quella di tornare in Afghanistan, trovare un avvocato e da lì sporgere denuncia. Ho conosciuto Gholam Nabi nel mese di aprile durante un mio viaggio in Norvegia.

Quando ho sentito la sua storia sono rimasto molto colpito ed amareggiato. Ho fotocopiato alcuni suoi documenti e ho ascoltato il suo dolore.

Nabi prende ancora oggi sei tipi di medicinali diversi per non sentire il dolore. Nabi mi ha detto di aver bussato a tutte le porte per ottenere aiuto ma nulla gli è valso ad ottenere giustizia. Invece di aiutarlo, il suo avvocato, senza vergogna, gli ha detto che probabilmente la sua spina dorsale era rotta ancora prima di arrivare in Norvegia. La Norvegia viene presentata all’opinione pubblica come la patria dei diritti umani.




Norway is preparing to deport asylum seeker with disabilities to Afghanistan



by Basir Ahang




Today, October 25, 2014, the Norvegian government is preparing to deport Gholam Nabi, a hazara asylum seeker coming from Baghlan province in northern Afghanistan. In this province, according to Human Rights Watch, in May 2000 dozens of people were massacred by taliban just because they belonged to ethnic hazaras. Four of those killed were relatives of Gholam Nabi. Nabi at this time is located at the airport in Gardermoen, Oslo. This deportation is scheduled for six o'clock this evening.

Nabi has arrived in Norway in February 2008 at the age of 17 years. His only desire was to have a normal life, away from violence and death. Just get the requesting international protection. A few months later, while he was leaving a cafe in the center of Oslo with some friends, was hit by a car in the crosswalk. The news was published in many newspapers in Oslo and some customers of the cafe have even photographed the incident.

For two days Nabi was in coma and when he woke up in the hospital the doctor told him that some vertebrae of the spine were broken and that if he had not had an operation would be paralyzed forever.

While in hospital, Nabi received the denial of intrnational protection from UDI (the norwegian Directorate of Immigration). According to the UDI fact Nabi in Afghanistan would face any danger. Later, the hospital announced in Nabi that they could not support the hospital charges for an immigrant who had been denied intrnational protection. Nabi was then called the police to report the person who had invested.

At the center, however, he was told that because his request for protection was rejected, would not have been able to take up the complaint. The only possibility, they said the police, had to go back to Afghanistan, find a lawyer and file a complaint here.

I met Gholam Nabi in April during my trip in Norway. When I heard his story I was very impressed and disappointed. I copied some of his papers and listened to his pain.

Nabi still takes six types of different drugs to not feel the pain. Nabi told me that he had knocked on every door to get help, but nothing brought him to justice. Rather than help him, his lawyer, without shame, told him that perhaps his spine was broken even before he arrived in Norway.

Norway is presented to public opinion as the home of human rights.

giovedì 9 ottobre 2014

CIE: una vergogna!


 
di Alessandra Ballerini, legale genovese, da anni impegnata nella tutela dei diritti dei migranti e autrice del saggio La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri esclusi, edito da Melampo.


Ringraziamo tantissimo la dott.ssa Ballerini per questo suo contributo.
 
 


Parlare della riapertura di un Cie oggi, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, è compito decisamente più semplice.
Nel rapporto viene ribadito quello che qualsiasi esperto del settore già sa o quanto meno sospetta: nei Cie la dignità umana non è garantita.
"La popolazione delle persone trattenute appare eterogenea da un punto di vista sociale, psicologico, sanitario e giuridico e difficilmente gestibile in centri chiusi verso l'esterno, strutturalmente afflittivi, spesso inadeguati nei servizi offerti e con scarsi mezzi di gestione... Dall'indagine svolta.. sono emerse numerose e profonde incongruenze riguardo alle funzioni che essi dovrebbero svolgere, e ciò in ragione di rilevanti insufficienze strutturali, nonché di modalità di trattenimento inadeguate rispetto alla tutela della dignità e dei diritti degli interessati" (Rapporto approvato in Commissione il 24 settembre 2014).
Tanto basta non solo ad opporsi anima e corpo all’apertura di nuove o vecchie strutture ma anche a chiedere l'immediata chiusura di quelle ancora aperte.
Peraltro già il Tribunale di Crotone nel dicembre 2012 aveva assolto tre cittadini stranieri imputati per aver, nel corso di una rivolta, danneggiato la struttura dove erano trattenuti, in quanto “è risultato che gli imputati sono stati trattenuti.. in strutture che nel loro complesso sono al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere esseri umani: e si badi, esseri umani in quanto tali, e non in quanto stranieri... Tali condizioni risultano lesive della dignità umana soprattutto se si tiene conto che si tratta di persone la cui libertà non è stata compressa come conseguenza della commissione di un reato e che sono state costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione.”
I Cie sono lesivi della dignità umana.
E sono anche inutili e costosissimi.
Inutili perché nel 2013 sono stati rimpatriati in seguito al trattenimento solo lo 0,9 % del totale (stimato) dei migranti irregolari.
Costosissimi perché, seppure sul tema spese non ci sia la benché minima trasparenza, in base ai calcoli effettuati dall'associazione Lunaria, si stima siano non meno di 55 milioni annui le spese di gestione dei Cie. Ma a queste vanno aggiunti i costi di manutenzione straordinaria nonché i costi relativi al personale delle forze dell'ordine impiegato nelle operazioni di sorveglianza e rimpatrio.
I Cie poi, a dirla tutta, sono pure incostituzionali anche perché le strutture e le modalità di trattenimento non sono indicate o stabilite per legge come impone il perfetto art. 13 Costituzione ma disposto dal Viminale o dai Prefetti.
Se a un qualunque individuo normodotato spiegassimo che ci sono luoghi in Italia che costano tantissimo, non servono a nulla, dove le persone vengono rinchiuse per mesi (fino a un massimo di 18) non per quello che fanno ma per quello che sono e che in più in questi posti viene sistematicamente violata la dignità umana, l'uomo medio ti implorerebbe di chiuderli subito.
I nostri amministratori invece, ignorando rapporti, buon senso, sentenze e norme della Costituzione, vogliono riaprire quelli già chiusi.
Senza neppure considerare che i cinque Cie (sugli undici presenti) attualmente funzionanti sono pure semivuoti tanto che a luglio di quest'anno il ministro Alfano dava per disponibili nei centri già aperti almeno 500 posti.
Viene da domandarsi perché qualcuno voglia ancora aprire dei Cie.
E viene da ribellarsi.
Un signore qualche giorno fa, durante la visita al Cie di Pian del Lago per la Campagna LasciateCie Entrare si lamentava di un giornalista che, seppure da lontano, lo stava riprendendo: "non voglio che i miei figli possano vedermi cosi, in gabbia, mi vergogno".
La vergogna in realtà è solo nostra, che costruiamo gabbie per migranti e leggi che ne consentono la "detenzione amministrativa".
E la vergogna dovrebbe sommergere chi anche solo pensa di (ri)aprirne ancora.


 

giovedì 3 luglio 2014

La villa dei mafiosi ai profughi siriani

Foto Arcimilano.it


Una villa circondata da decine di ettari di terra. Siamo a Chiaravalle e la villa apparteneva a un affiliato alla criminalià organizzata, condannato per un reato gravissimo. Mille metri quadrati, tra l'edificio, una depandance e il terreno agricolo. Mille metri che sono stati messi al bando dal Comune e che diventerà un punto di riferimento per l'accoglienza a famiglie che hanno perso la casa e in particolare a famiglie di profughi siriani, scappati e arrivati in Italia a causa della guerra civile nel proprio Paese.

Mentre, purtroppo, molti migranti perdono la vita nel “Mare nostrum”, per quelli che ce la fanno l'Italia è un luogo di transito, soprattutto per quei profughi e richiedenti asilo che vorrebbero raggiungere il Nord Europa dove le condizioni di vita sono migliori grazie anche a programmi di inserimento sociale e lavorativo approntati apposta per loro, come avremo modo di raccontarvi con una delle prossime interviste che pubblicheremo. E Milano e l'hinterland si stanno attrezzando per dare ospitalità, almeno per un periodo, alle persone che arrivano dal Medioriente e dall'Africa.

Una soluzione è stata, appunto, quella di affidare la villa confiscata alla mafia ad alcune associazioni (Arci e Sistema-Imprese-Sociali-SIS) che la stanno trasformando in un pensionato: da circa una settimana sono già state accolte trenta famiglie.

...Abbiamo ripetutamente chiesto al Ministero dell'Interno di organizzare un piano nazionale di accoglienza profughi e a Regione Lombardia di mettere a disposizione strutture e assistenza sanitaria. Ma fino ad oggi non hanno dato alcuna risposta, lasciando Milano da sola”, così hanno dichiarato Pierfrancesco Majorino e Marco Granelli, assessore alla sicurezza.

Non solo siriani. Nel capoluogo lombardo sono arrivati più di 200 profughi dal Corno d'Africa, soprattutto dall'Eritrea, che hanno attraversato il Sahara e il Mediterraneo, sono approdati in Libia e poi sono riusciti a giungere sulle coste italiane.

Molti in fuga da regimi ditttatoriali, come gli eritrei che risultano poco identificabili e sono per lo più maschi minorenni tra i 15 e i 18 anni di età, ma sempre Granelli dice: “Garantiamo l'anonimato dato che le fotosegnalazioni li costringerebbero a chiedere asilo e a rimanere qui” quando, invece, il loro desiderio sarebbe quello di recarsi in Germania o in Olanda.

Tra i profughi anche alcune donne con figli piccoli. A Milano si trovano nella zona di porta Venezia dove è concentrata la loro comunità: alcuni sono stati smistati nel centro ascolto in Via Ferrante Aporti, vicino alla Stazione Centrale, da poco aperto, dopo che molti altri profughi, soprattutto siriani, hanno trascorso l'inverno, all'aperto e al freddo.

Per il cibo: sono aperte le mense della Comunità di Sant'Egidio, dell'Opera di San Francesco, della Fondazione di San Francesco e della Caritas, ma resta grave il problema dei posti letto e delle condizioni sanitarie di queste persone. Intanto, pochi giorni fa, una signora ha regalato un ombrello a un ragazzo eritreo, in una Via Vittorio Veneto piovosa e grigia.






venerdì 20 giugno 2014

Dall'Afghanistan alla Turchia, direzione Europa: per il diritto alla vita

di Basir Ahang

Ringraziamo tantissimo Basir Ahang per aver scritto per noi il seguente articolo che pubblichiamo in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, oggi 20 giugno 2014. 

La Giornata Mondiale del Rifugiato si celebra in tutto il mondo il 20 giugno. Indetta dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2001 in occasione del cinquantesimo anniversario della Convenzione di Ginevra, questa giornata serve a ricordare ogni anno le milioni di persone che a causa della guerra o delle persecuzioni sono costrette a fuggire dal loro Paese. Oggi vi sono più di 36 milioni di rifugiati nel mondo e il numero sembra tragicamente destinato a salire. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) seleziona un tema comune per coordinare gli eventi celebrativi in tutto il mondo. Quest’anno un tema che molti rifugiati vorrebbero proporre all’UNHCR è quello dei richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan bloccati in Turchia da anni e delle tragedie che colpiscono queste persone quando tentando di raggiungere la Grecia. In Turchia il 12 aprile di quest’anno, i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, avevano iniziato una manifestazione pacifica e uno sciopero della fame di fronte all’ufficio dell’UNHCR ad Ankara per protestare contro la mancata verifica delle loro richieste di protezione internazionale e della conseguente situazione di precarietà ed incertezza in cui gli stessi sono costretti a vivere. La manifestazione è stata condotta soprattutto dalle donne, molte delle quali si sono cucite la bocca in segno di protesta. 




 
 

Senza un documento i rifugiati in Turchia non possono lavorare, i bambini non possono studiare e i loro diritti più basilari non vengono nemmeno presi in considerazione. La registrazione dei rifugiati è di vitale importanza anche perché permette il loro reinsediamento in un Paese Terzo. Dal primo dicembre 2012 l’UNHCR ha sospeso la registrazione dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan, come si può leggere nell’annuncio esposto sulla porta del loro ufficio ad Ankara. Interrogato sulla vicenda da alcuni giornalisti UNCHR non ha fornito alcuna spiegazione delle nuove politiche da loro adottate nei confronti dei rifugiati. 



Traduzione dell’annuncio: “L’Alto commissariato delle Nazioni Unite ha sospeso la registrazione per la verifica dello status di rifugiato e per il reinsediamento in Paesi Terzi dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan. Il provvedimento è stato rinnovato a partire dal 6 maggio 2013”.




La Turchia rappresenta da sempre il corridoio attraverso il quale accedere all’Europa. Dal 2010 Frontex (l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) ha tentato di chiudere le vie di accesso al confine tra Grecia e Turchia, ma ciò non ha comunque impedito ai richiedenti di continuare a rischiare la loro vita per fuggire dalla guerra e dalle persecuzioni. In Grecia i rifugiati subiscono ogni tipo di angherie e di violenza da parte della polizia greca. Un caso in particolare è tragicamente salito alle cronache. Nel gennaio di quest’anno un gruppo di rifugiati che stava tentando di raggiungere le coste greche è stato respinto in mare con la forza dalla guardiacostiera greca. Durante il respingimento la barca si è rovesciata e molte donne e bambini a bordo sono caduti in acqua; quando chi stava annegando ha tentato disperatamente di aggrapparsi all’imbarcazione dei guardiacosta, gli uomini a bordo li hanno rigettati in mare ed hanno impedito ai rifugiati di salvare i loro cari minacciandoli con delle pistole. Alla fine nove bambini e tre donne sono morte, uccise dalla guardiacostiera greca.




Uno degli intervistati del seguente video era riuscito in precedenza a raggiungere la Norvegia, Paese dal quale era stato rimpatriato in Afghanistan. Dall’Afghanistan, l’uomo, assieme alla sua famiglia aveva tentato nuovamente di fuggire con la speranza di salvarsi la vita. 

Questa situazione non riguarda solo i rifugiati provenienti dall’Afghanistan, ma anche quelli che fuggono dalle altre guerre che insanguinano oggi il nostro mondo. Non resta che augurarsi che arrivi presto il giorno in cui non occorrerà più una giornata mondiale per ricordare i morti ed i vivi a cui non è concesso vivere.



English version: 
 
From Afghanistan to Turkey, Europe direction: for the right to life.
By Basir Ahang


We’d like to thank very much Basir Ahang for writing the following article that we are going to publish today, 20th June 2014, on the occasion of the World Refugee Day.

The World Refugee Day is celebrated worldwide on June 20th. Held for the first time in 2001, by the United Nations, on occasion of the 15th anniversary of the Geneva Convention, this day celebrates the million people who are forced to leave their countries, every year, because of wars or persecutions. Today there are more than 36 million refugees in the world, and this number seems tragically destined to rise. On the occasion of the World Refugee Day, the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) selects a common theme to coordinate the celebratory events throughout the world. This year, a theme that many refugees would like to propose to UNHCR, is that of asylum seekers from Afghanistan, who have been blocked in Turkey for years, and of the tragedies that affect these people when they try to reach Greece. In Turkey, this year, on 12th April, the refugees from Afghanistan started a peaceful demonstration and a hunger strike in front of the UNHCR office in Ankara, to protest against the lack of verification of their applications for international protection and the resulting situation of precariousness and uncertainty in which they were forced to live. The event was carried out mainly by women, many of them with their mouths sewn in protest.

In Turkey, without any document, refugees cannot work, children cannot study and their most basic rights are not even taken into consideration. The registration of refugees is vital, also because it allows them to resettle in a Third Country. From 1st December 2012, the UNHCR has interrupted the registration of refugees from Afghanistan, as it is written in the notice on the door of their office in Ankara. When questioned on the matter by some journalists, UNCHR did not provide any explanation of the new policies adopted by them

concerning refugees.


 
 
Translation of the announcement: "The High Commissioner of the United Nations has suspended the registration for the verification of refugee status and resettlement in third countries of refugees from Afghanistan. The measure has been renewed since May 6, 2013”.

Turkey has always been the corridor for access to Europe. Since 2010, Frontex (European Agency for the Management of Operational Cooperation at the External Borders of the Member States of the European Union) has been attempting to close the access to the border between Greece and Turkey, but this has not prevented the applicants to keep on risking their lives to escape from war and persecution. In Greece, the refugees suffer all kinds of harassment and violence by the Greek police. In particular, a case has tragically gone up to the news. Last January, a group of refugees trying to reach the Greek coasts was violently rejected by the Greek coast guard. During the rejection the boat capsized and many women and children on board fell into the water. Those of them who were drowning, desperately tried to cling to the boat of the coast guards, but they were thrown again into the sea by the men on board, who also prevented refugees to save their relatives and friends threatening them with guns.

Finally, nine children and three women died, killed by the Greek coast guard.

One of the protagonists of the following video had once been able to reach Norway, country from which he had been repatriated to Afghanistan. Once in Afghanistan, he had tried to escape again, with his family, hoping of saving his life.

This situation affects not only the refugees from Afghanistan, but also the ones escaping from the several wars that afflict our world today.

Our hope is that, one day, to have a world day to remember dead people and living ones who are not allowed to live, won’t be necessary any more.