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venerdì 20 novembre 2015

PARIGI: CHAOUKI-MANCONI, PIENO SOSTEGNO A MANIFESTAZIONE MUSULMANI A ROMA.

Pieno apprezzamento e sostegno alla manifestazione nazionale promossa dalle comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime di Parigi e contro il terrorismo di Daesh sabato 21 alle ore 15. La manifestazione nazionale, che si terrà a Roma, vedrà un largo coinvolgimento delle musulmane e musulmani d’Italia, riuniti per ribadire il loro “Not In My Name”. Sarà importante che tutti i cittadini italiani insieme alle associazioni religiose e laiche siano in piazza insieme ai musulmani italiani per ribadire la nostra piena solidarietà alle vittime del terrorismo di Daesh e per affermare i valori condivisi della nostra società. Le musulmane e i musulmani d’Italia in questo difficile momento storico sono dunque nostri preziosi alleati in questa sfida al terrore, una sfida che vinceremo tutti uniti e animati dai comuni valori del rispetto della sacralità della vita e dalla netta condanna di qualsiasi forma di radicalismo. Lo affermano Khalid Chaouki, deputato Pd e coordinatore dell'Intergruppo parlamentare immigrazione e Luigi Manconi, senatore e Presidente della Commissione per i diritti umani.

mercoledì 14 ottobre 2015

La Carta di Bolzano per il diritto di asilo



di Luigi Manconi   (da Il Manifesto)



All’alba del 3 otto­bre del 2013 nau­fra­gava, al largo di Lam­pe­dusa, un pesche­rec­cio pro­ve­niente dal porto libico di Misu­rata. Le vit­time accer­tate — ma chissà quanti i dispersi — furono 366: prin­ci­pal­mente uomini di nazio­na­lità eri­trea.
L’ennesima tra­ge­dia del Medi­ter­ra­neo in cui a per­dere la vita, ancora una volta erano per­sone in fuga da situa­zioni atro­ce­mente invi­vi­bili e inten­zio­nate a chie­dere pro­te­zione in Europa.


Dai primi anni ’90 si cal­co­lano oltre ven­ti­mila morti in quel tratto di mare, quasi tre­mila solo negli ultimi nove mesi.
Chi rie­sce a soprav­vi­vere approda in Ita­lia, con­si­de­rata nella mag­gior parte dei casi una terra di tran­sito: attra­ver­sata da migranti che, in genere, vogliono rag­giun­gere il nord Europa per­ché lì pos­sono ritro­vare parenti e amici; per­ché lì hanno mag­giori pos­si­bi­lità di intra­pren­dere un per­corso di studi e di tro­vare lavoro; e,infine, per­ché lì rice­vono fin da subito un’accoglienza che con­si­de­rano migliore e più effi­cace di quella dispo­ni­bile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei pas­saggi cri­tici di que­sta lunga tra­ver­sata è Bol­zano, o più pre­ci­sa­mente la sua stazione.
Qui avviene il cam­bio del treno per rag­giun­gere e ten­tare di oltre­pas­sare il con­fine con l’Austria. È un punto di tran­sito molto impor­tante e supe­rarlo può essere un’impresa dav­vero ardua.
Negli ultimi anni, infatti, ai pro­fu­ghi è stato impe­dito di par­tire dal ter­ri­to­rio ita­liano in quanto sprov­vi­sti del rego­lare titolo di sog­giorno e di viag­gio. E, tut­ta­via, nono­stante le dif­fi­coltà, nel 2015 sono pas­sate per la sta­zione di Bol­zano 21.000 per­sone, in media cento al giorno, pro­ve­nienti dai luo­ghi dello sbarco e par­tite dalle coste del nord Africa.
Ma non è que­sta l’unica rotta. Tran­si­tano da Bol­zano e dal Bren­nero anche migranti che arri­vano via terra dalla Tur­chia e dall’Ungheria. Ecco per­ché quest’anno la Com­mis­sione per la tutela dei diritti umani del Senato ha deciso di ricor­dare le vit­time del 3 otto­bre pro­prio in quella città, con un’iniziativa che si terrà nelle offi­cine FS dal titolo «Bol­zano fron­tiera d’Europa». Non si tratta di un sem­plice evento com­me­mo­ra­tivo poi­ché sarà anche l’occasione per pre­sen­tare la Carta di Bol­zano: ovvero un docu­mento in cui si afferma il diritto ina­lie­na­bile alla libera cir­co­la­zione degli esseri umani.
Nel testo sono for­mu­late pro­po­ste con­crete riguar­danti la rea­liz­za­zione di un sistema di asilo euro­peo e di un piano di rein­se­dia­mento con numeri supe­riori rispetto a quelli, pres­so­ché irri­sori, pre­vi­sti dall’agenda dell’Unione. Ma, soprat­tutto, con una filo­so­fia dell’asilo e dell’accoglienza com­ple­ta­mente diversa.
Si pro­pone, inol­tre, un piano di ammis­sione uma­ni­ta­ria per evi­tare altri nau­fragi, anti­ci­pando e avvi­ci­nando il momento della richie­sta di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei paesi di tran­sito dei pro­fu­ghi. E ancora: una nuova poli­tica di ingresso rego­lare in Europa, attual­mente tutt’altro che garantito.
Oggi, gli ingressi rego­lari si rive­lano total­mente ina­de­guati rispetto agli impe­ra­tivi della demo­gra­fia e dell’economia e alle richie­ste del mer­cato del lavoro, oltre che alle ine­lu­di­bili esi­genze di una emer­genza uma­ni­ta­ria desti­nata a ripro­dursi nel tempo. Infine, viene posto all’ordine del giorno il supe­ra­mento dell’attuale Rego­la­mento di Dublino.
Sono tutte pro­po­ste rea­liz­za­bili sin da ora, a comin­ciare dai tra­sfe­ri­menti verso altri paesi euro­pei, diversi da quello di ingresso, dove poter rea­liz­zare il pro­getto di vita desi­de­rato, qua­lora vi fos­sero moti­va­zioni fami­liari o umanitarie.
A soste­gno di que­sta ini­zia­tiva a Bol­zano inter­ver­ranno i rap­pre­sen­tanti delle isti­tu­zioni e dell’ asso­cia­zio­ni­smo, dalla por­ta­voce dell’Unhcr, Car­lotta Sami, al sot­to­se­gre­ta­rio per gli Affari Esteri, San­dro Gozi, fino agli espo­nenti di Volon­ta­rius e di Bina­rio 1. E ascol­te­remo i suoni e le voci di Paolo Fresu e Moni Ova­dia, del coro di Arda­dioungo e di Paolo Rossi, di Mau­ri­zio Mag­giani e dei Tetes de Bois. Il pro­blema vero, ora, è quello di farsi sen­tire da un’Europa che — oltre a rive­larsi troppo spesso afa­sica — appare dram­ma­ti­ca­mente sorda.


lunedì 18 maggio 2015

Abolire il carcere?




di Francesco Lo Piccolo (direttore di “Voci di dentro” - da Huffigton Post, 9 maggio 2015)




Ho appena finito di leggere "Abolire il carcere - una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini", libro edito da Chiarelettere scritto da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Centoventi pagine (compresa la postfazione di Gustavo Zagrebelsky) nelle quali si affronta un tema spinoso come quello del carcere per dire in sostanza, finalmente, che è arrivato il momento di abolirlo.
Certo una battaglia non facile, specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque perfettamente efficiente.
Ma torno al libro, a questo percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si legge nella parte centrale, è:
1) intollerabile (degradazione e non rieducazione, un luogo fatto di sbarre e celle dove rinchiudere i propri simili come "animali feroci", come dice Zagrebelsky),
2)
insostenibile per i costi (3 miliardi all'anno in grandissima parte spesi per il personale e per il funzionamento del sistema, lasciando ai detenuti per il vitto poco più di 24 milioni annui),
3) inutile e incapace di garantire la sicurezza dei cittadini (non riduce il tasso di criminalità, al contrario è scuola di criminalità, affinando le capacità delinquenziali di chi viene incarcerato),
4) inefficace come strumento di punizione, o come sistema per "insegnare" ai detenuti a non delinquere di nuovo (
sette condannati su dieci commettono un nuovo reato dopo aver scontato la pena; ad esempio nel 1998 su 5.772 persone scarcerate, sette anni dopo ben 3.951 sono tornate in carcere, ovvero il 68,45 per cento),
5) afflizione e tortura (vedi sentenza Torregiani del 2013, e sentenza Sulejmanovic nel 2009),
6) gratuita violenza (vedi i casi di Asti, Parma, o l'uccisione di Stefano Cucchi).
Ed è da qui, secondo Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, che nasce appunto la "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" frutto di un atto di coraggio contro la società carcero-centrica. "È arrivato il momento di osare" scrivono gli autori. Dove osare per me significa più semplicemente tornare a ripercorrere un pensiero di civiltà, come una specie, a me pare, di antica strada maestra, quella strada che un tempo veniva percorsa non tanto con coraggio ma piuttosto con buon senso e senso civile. Nel 1985 il tema dell'abolizione del carcere fu al centro di un convegno che si tenne a Parma organizzato da Mario Tomassini, morto nel 2006, grande nome della psichiatria italiana, amico di Basaglia, da sempre in prima fila contro manicomi e istituzioni totali.
Nel 1945 subito dopo la Guerra, il padre dell'Europa libera e unita Altiero Spinelli, così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro Calamandrei:
"Più penso ai problemi del carcere più mi convinco che la riforma carceraria da effettuare è quella di abolire il carcere penale e sostituirlo con un luogo dove sia possibile una vita normale, controllata da magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver casa, di vivere civilmente".
E non è certo un caso che nella nostra Costituzione non ci sia mai la parola carcere e piuttosto si parli di pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Dunque una proposta che va accompagnata - come scrivono Manconi, Anastasia, Calderone e Resta - con una rivoluzione di tipo culturale, giuridica e politica. Ovvero con modifiche che "riducano l'ambito dell'applicazione del carcere sostituendolo con misure limitative della libertà (extramurarie) solo nei casi più gravi e per il resto con sanzioni di natura interdittiva, patrimoniale o riparatoria". In definitiva con la "riduzione del diritto penale". Una specie di passo indietro, se intendo bene il pensiero degli autori, del potere-strapotere del giudiziario. Il tutto attraverso un programma diviso in dieci punti che rappresenta la via per arrivare alla definitiva abolizione della prigione. In sintesi:
1) diritto penale come extrema ratio,
2) eliminazione dell'ergastolo e riduzione delle pene detentive,
3) decarcerizzazione nel codice e nella legislazione penale speciale,
4) giurisdizione penale minima,
5) eliminazione della carcerazione preventiva,
6) sanzioni invece che carcerazioni,
7) garanzie e rieducazione effettiva per i carcerati colpevoli di gravi reati,
8) umanizzazione e superamento dell'alta sicurezza e 41 bis,
9) escludere il carcere per i minori,
10) fine delle misure di sicurezza detentive.
Perché nessuno, nemmeno Berlusconi, spiegano, deve andare in galera.
A pagina 120 così scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:


In una società che prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia ripartiva, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso. Una prospettiva nuova e antichissima, al tempo stesso, che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale...



Dunque un libro da leggere. Per capire.


venerdì 27 marzo 2015

L'ultimo inganno per i migranti



di Stefano Liberti  (da internazionale.it)


L’idea di istituire in alcuni paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa “permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.


martedì 10 febbraio 2015

Il dossier. Art.3: lo stato dei diritti in Italia



Disabilità e persona; omosessualità e diritti; dallo ius migrandi all'inclusione; profughi e richiedenti asilo; l'accesso alla giustizia; la tutela dei minori; istruzione e mobilità sociale.; libertà religiosa: questi sono alcuni degli argomenti trattati nel primo Dossier sullo stato dei diritti in Italia intitolato: “L’Articolo 3. Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia” (Ediesse 2014, a cura di Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Lorenzo Fanoli)

Si tratta di un rapporto periodico realizzato dall'Associazione “A buon diritto” con il finanziamento di Open Society Foundation e con il sostegno della Compagnia di San Paolo: in 360 pagine vengono analizzati e approfonditi i temi relativi ai diritti fondamentali della persona, proprio perchè l'intento è quello di monitorarne l'attuazione nel nostro Paese.

L'art. 3 della Costituzione enuncia i due principi di eguaglianza formale («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») e sostanziale («è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»). La Carta costituzionale garantisce i diritti solo ai cittadini (italiani), mentre in Italia soggiornano milioni di cittadini della Unione Europea, per i quali sono i trattati intercomunitari a garantire i medesimi diritti fondamentali dei cittadini italiani, ma anche milioni di cittadini stranieri di cittadinanza extra-comunitaria, buona parte in maniera legale (cioè muniti di permesso di soggiorno in Italia) e parte in maniera illegale anche ai quali è la Convenzione dei diritti dell'uomo a garantire i diritti fondamentali, anche se la Corte europea per i diritti dell'uomo (CEDU) ha parecchie volte sanzionato l'Italia per violazione di tale convenzione. A molti sembra opportuno che una revisione della Costituzione (di cui si parla da anni) affronti anche questo problema, parificando i diritti almeno dei regolarmente residenti stranieri in Italia a quelli dei cittadini, anche se sarebbe opportuno che la Costituzione espressamente garantisse i diritti umani fondamentali a tutti coloro che per qualunque ragione si trovino in Italia, così come l'Italia si è impegnata a fare sottoscrivendo e ratificando le convenzioni internazionali.

Ecco, quindi, l'importanza del dossier: ogni sezione tematica è affidata ad un esperto di settore; il dossier, inoltre, presenta una corposa cronologia degli eventi più importanti che hanno influito sulla tutela giuridica dei diritti di base negli ultimi anni. Gli scritto sono di: Daniela Bauduin, Valentina Brinis, Valentina Calderone, Valeria Casciello, Angela Condello, Ulderico Daniele, Angela De Giorgio, Silvia Demma, Valeria Ferraris, Domenico Massano, Caterina Mazza, Ezio Menzione, Paolo Naso, Giovanna Pistorio, Federica Resta, Mauro Valeri. Altri contributi di: Alessandro Leogrande e Eligio Resta.

La tutela e l'effettività dei diritti umani non è affare esotico che riguarda lande e continenti lontani. Al contrario, è bene partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicarne il valore e l'urgenza. L'Art.3 è un resoconto e un progetto politico. Il progetto politico della Costituzione repubblicana e del principio d'uguaglianza scritto in nome della dignità e dei diritti di ogni essere umano”, queste le parole di Luigi Manconi, Presidente dell'Associazione “A buon diritto” e della Commissione Diritti Umani del Senato. “La dignità è di ogni essere umano in quanto tale e dunque la dignità, prosegue Manconi, «si presenta sulla scena pubblica come fattore di valutazione e di commisurazione di quei valori di libertà, eguaglianza, solidarietà su cui si fondano le nostre società e i nostri regimi democratici. Come la storia degli ultimi due secoli insegna, non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili.

E noi, dell'Associazione per i Diritti Umani di Milano, non possiamo che essere d'accordo!

Seguite, quindi, anche le nostre iniziative pubbliche in cui diamo voce – attraverso le parole e l'operato di esperti, professionisti, autori – a chi non ce l'ha.