
"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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venerdì 20 novembre 2015
PARIGI: CHAOUKI-MANCONI, PIENO SOSTEGNO A MANIFESTAZIONE MUSULMANI A ROMA.
Pieno apprezzamento e sostegno alla manifestazione nazionale promossa dalle comunità islamiche italiane che hanno deciso di scendere in piazza in solidarietà con le vittime di Parigi e contro il terrorismo di Daesh sabato 21 alle ore 15.
La manifestazione nazionale, che si terrà a Roma, vedrà un largo coinvolgimento delle musulmane e musulmani d’Italia, riuniti per ribadire il loro “Not In My Name”.
Sarà importante che tutti i cittadini italiani insieme alle associazioni religiose e laiche siano in piazza insieme ai musulmani italiani per ribadire la nostra piena solidarietà alle vittime del terrorismo di Daesh e per affermare i valori condivisi della nostra società.
Le musulmane e i musulmani d’Italia in questo difficile momento storico sono dunque nostri preziosi alleati in questa sfida al terrore, una sfida che vinceremo tutti uniti e animati dai comuni valori del rispetto della sacralità della vita e dalla netta condanna di qualsiasi forma di radicalismo.
Lo affermano Khalid Chaouki, deputato Pd e coordinatore dell'Intergruppo parlamentare immigrazione e Luigi Manconi, senatore e Presidente della Commissione per i diritti umani.
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mercoledì 14 ottobre 2015
La Carta di Bolzano per il diritto di asilo
di Luigi Manconi (da Il Manifesto)
All’alba del 3 ottobre del 2013 naufragava, al largo di Lampedusa, un peschereccio proveniente dal porto libico di Misurata. Le vittime accertate — ma chissà quanti i dispersi — furono 366: principalmente uomini di nazionalità eritrea.
L’ennesima tragedia del Mediterraneo in cui a perdere la vita, ancora una volta erano persone in fuga da situazioni atrocemente invivibili e intenzionate a chiedere protezione in Europa.
Dai primi anni ’90 si calcolano oltre ventimila
morti in quel tratto di mare, quasi tremila solo negli ultimi
nove mesi.
Chi riesce a sopravvivere approda in Italia, considerata nella maggior parte dei casi una terra di transito: attraversata da migranti che, in genere, vogliono raggiungere il nord Europa perché lì possono ritrovare parenti e amici; perché lì hanno maggiori possibilità di intraprendere un percorso di studi e di trovare lavoro; e,infine, perché lì ricevono fin da subito un’accoglienza che considerano migliore e più efficace di quella disponibile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei passaggi critici di questa lunga traversata è Bolzano, o più precisamente la sua stazione.
Qui avviene il cambio del treno per raggiungere e tentare di oltrepassare il confine con l’Austria. È un punto di transito molto importante e superarlo può essere un’impresa davvero ardua.
Negli ultimi anni, infatti, ai profughi è stato impedito di partire dal territorio italiano in quanto sprovvisti del regolare titolo di soggiorno e di viaggio. E, tuttavia, nonostante le difficoltà, nel 2015 sono passate per la stazione di Bolzano 21.000 persone, in media cento al giorno, provenienti dai luoghi dello sbarco e partite dalle coste del nord Africa.
Ma non è questa l’unica rotta. Transitano da Bolzano e dal Brennero anche migranti che arrivano via terra dalla Turchia e dall’Ungheria. Ecco perché quest’anno la Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato ha deciso di ricordare le vittime del 3 ottobre proprio in quella città, con un’iniziativa che si terrà nelle officine FS dal titolo «Bolzano frontiera d’Europa». Non si tratta di un semplice evento commemorativo poiché sarà anche l’occasione per presentare la Carta di Bolzano: ovvero un documento in cui si afferma il diritto inalienabile alla libera circolazione degli esseri umani.
Nel testo sono formulate proposte concrete riguardanti la realizzazione di un sistema di asilo europeo e di un piano di reinsediamento con numeri superiori rispetto a quelli, pressoché irrisori, previsti dall’agenda dell’Unione. Ma, soprattutto, con una filosofia dell’asilo e dell’accoglienza completamente diversa.
Si propone, inoltre, un piano di ammissione umanitaria per evitare altri naufragi, anticipando e avvicinando il momento della richiesta di protezione internazionale nei paesi di transito dei profughi. E ancora: una nuova politica di ingresso regolare in Europa, attualmente tutt’altro che garantito.
Oggi, gli ingressi regolari si rivelano totalmente inadeguati rispetto agli imperativi della demografia e dell’economia e alle richieste del mercato del lavoro, oltre che alle ineludibili esigenze di una emergenza umanitaria destinata a riprodursi nel tempo. Infine, viene posto all’ordine del giorno il superamento dell’attuale Regolamento di Dublino.
Sono tutte proposte realizzabili sin da ora, a cominciare dai trasferimenti verso altri paesi europei, diversi da quello di ingresso, dove poter realizzare il progetto di vita desiderato, qualora vi fossero motivazioni familiari o umanitarie.
A sostegno di questa iniziativa a Bolzano interverranno i rappresentanti delle istituzioni e dell’ associazionismo, dalla portavoce dell’Unhcr, Carlotta Sami, al sottosegretario per gli Affari Esteri, Sandro Gozi, fino agli esponenti di Volontarius e di Binario 1. E ascolteremo i suoni e le voci di Paolo Fresu e Moni Ovadia, del coro di Ardadioungo e di Paolo Rossi, di Maurizio Maggiani e dei Tetes de Bois. Il problema vero, ora, è quello di farsi sentire da un’Europa che — oltre a rivelarsi troppo spesso afasica — appare drammaticamente sorda.
Chi riesce a sopravvivere approda in Italia, considerata nella maggior parte dei casi una terra di transito: attraversata da migranti che, in genere, vogliono raggiungere il nord Europa perché lì possono ritrovare parenti e amici; perché lì hanno maggiori possibilità di intraprendere un percorso di studi e di trovare lavoro; e,infine, perché lì ricevono fin da subito un’accoglienza che considerano migliore e più efficace di quella disponibile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei passaggi critici di questa lunga traversata è Bolzano, o più precisamente la sua stazione.
Qui avviene il cambio del treno per raggiungere e tentare di oltrepassare il confine con l’Austria. È un punto di transito molto importante e superarlo può essere un’impresa davvero ardua.
Negli ultimi anni, infatti, ai profughi è stato impedito di partire dal territorio italiano in quanto sprovvisti del regolare titolo di soggiorno e di viaggio. E, tuttavia, nonostante le difficoltà, nel 2015 sono passate per la stazione di Bolzano 21.000 persone, in media cento al giorno, provenienti dai luoghi dello sbarco e partite dalle coste del nord Africa.
Ma non è questa l’unica rotta. Transitano da Bolzano e dal Brennero anche migranti che arrivano via terra dalla Turchia e dall’Ungheria. Ecco perché quest’anno la Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato ha deciso di ricordare le vittime del 3 ottobre proprio in quella città, con un’iniziativa che si terrà nelle officine FS dal titolo «Bolzano frontiera d’Europa». Non si tratta di un semplice evento commemorativo poiché sarà anche l’occasione per presentare la Carta di Bolzano: ovvero un documento in cui si afferma il diritto inalienabile alla libera circolazione degli esseri umani.
Nel testo sono formulate proposte concrete riguardanti la realizzazione di un sistema di asilo europeo e di un piano di reinsediamento con numeri superiori rispetto a quelli, pressoché irrisori, previsti dall’agenda dell’Unione. Ma, soprattutto, con una filosofia dell’asilo e dell’accoglienza completamente diversa.
Si propone, inoltre, un piano di ammissione umanitaria per evitare altri naufragi, anticipando e avvicinando il momento della richiesta di protezione internazionale nei paesi di transito dei profughi. E ancora: una nuova politica di ingresso regolare in Europa, attualmente tutt’altro che garantito.
Oggi, gli ingressi regolari si rivelano totalmente inadeguati rispetto agli imperativi della demografia e dell’economia e alle richieste del mercato del lavoro, oltre che alle ineludibili esigenze di una emergenza umanitaria destinata a riprodursi nel tempo. Infine, viene posto all’ordine del giorno il superamento dell’attuale Regolamento di Dublino.
Sono tutte proposte realizzabili sin da ora, a cominciare dai trasferimenti verso altri paesi europei, diversi da quello di ingresso, dove poter realizzare il progetto di vita desiderato, qualora vi fossero motivazioni familiari o umanitarie.
A sostegno di questa iniziativa a Bolzano interverranno i rappresentanti delle istituzioni e dell’ associazionismo, dalla portavoce dell’Unhcr, Carlotta Sami, al sottosegretario per gli Affari Esteri, Sandro Gozi, fino agli esponenti di Volontarius e di Binario 1. E ascolteremo i suoni e le voci di Paolo Fresu e Moni Ovadia, del coro di Ardadioungo e di Paolo Rossi, di Maurizio Maggiani e dei Tetes de Bois. Il problema vero, ora, è quello di farsi sentire da un’Europa che — oltre a rivelarsi troppo spesso afasica — appare drammaticamente sorda.
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lunedì 18 maggio 2015
Abolire il carcere?
di
Francesco Lo Piccolo (direttore
di “Voci di dentro” - da Huffigton Post, 9 maggio 2015)
Ho appena finito di leggere
"Abolire
il carcere - una ragionevole proposta per la sicurezza dei
cittadini",
libro edito da Chiarelettere scritto da Luigi Manconi, Stefano
Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta. Centoventi pagine
(compresa la postfazione di Gustavo
Zagrebelsky)
nelle quali si affronta un tema spinoso come quello del carcere per
dire in sostanza, finalmente, che è arrivato il momento di
abolirlo.
Certo una battaglia non facile, specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque perfettamente efficiente.
Ma torno al libro, a questo percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si legge nella parte centrale, è:
Nel 1945 subito dopo la Guerra, il padre dell'Europa libera e unita Altiero Spinelli, così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro Calamandrei:
A pagina 120 così scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:
Dunque un libro da leggere. Per capire.
Certo una battaglia non facile, specie in questi tempi - a mio avviso - dove lo slogan "più galera" spunta da ogni parte, in ogni momento, per qualunque cosa. Oliato e alimentato. Slogan acefalo, soddisfazione viscerale che alle volte mi tocca sentire anche tra gli stessi carcerati. È proprio vero che dal male nasce solo male. Prova provata di un sistema che non risolve il problema in sé, ma semplicemente e con gran convinzione lo allontana, segregandolo, nascondendolo nelle periferie. Sistema grigio e lontano. Ignorato nella sua realtà ma sempre presente. Il toccasana. In realtà il toccasana che non sana un bel nulla, medicina placebo, rimedio pronto e infallibile, cura del male con la creazione della vittima sacrificale. Dunque perfettamente efficiente.
Ma torno al libro, a questo percorso per l'abolizione della moderna galera, per l'abolizione di questa istituzione nata appena 250 fa e che invece mi appare percepita come antichissima, quasi preistorica, del tipo "così è sempre stato, così sempre sarà". Il ragionamento che fanno gli autori, e che mi trova ovviamente in accordo, nasce da alcune semplici considerazioni, ovvero dal fatto che il carcere, come si legge nella parte centrale, è:
1) intollerabile (degradazione e non rieducazione, un luogo fatto di sbarre e celle dove rinchiudere i propri simili come "animali feroci", come dice Zagrebelsky),Ed è da qui, secondo Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, che nasce appunto la "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" frutto di un atto di coraggio contro la società carcero-centrica. "È arrivato il momento di osare" scrivono gli autori. Dove osare per me significa più semplicemente tornare a ripercorrere un pensiero di civiltà, come una specie, a me pare, di antica strada maestra, quella strada che un tempo veniva percorsa non tanto con coraggio ma piuttosto con buon senso e senso civile. Nel 1985 il tema dell'abolizione del carcere fu al centro di un convegno che si tenne a Parma organizzato da Mario Tomassini, morto nel 2006, grande nome della psichiatria italiana, amico di Basaglia, da sempre in prima fila contro manicomi e istituzioni totali.
2) insostenibile per i costi (3 miliardi all'anno in grandissima parte spesi per il personale e per il funzionamento del sistema, lasciando ai detenuti per il vitto poco più di 24 milioni annui),
3) inutile e incapace di garantire la sicurezza dei cittadini (non riduce il tasso di criminalità, al contrario è scuola di criminalità, affinando le capacità delinquenziali di chi viene incarcerato),
4) inefficace come strumento di punizione, o come sistema per "insegnare" ai detenuti a non delinquere di nuovo (sette condannati su dieci commettono un nuovo reato dopo aver scontato la pena; ad esempio nel 1998 su 5.772 persone scarcerate, sette anni dopo ben 3.951 sono tornate in carcere, ovvero il 68,45 per cento),
5) afflizione e tortura (vedi sentenza Torregiani del 2013, e sentenza Sulejmanovic nel 2009),
6) gratuita violenza (vedi i casi di Asti, Parma, o l'uccisione di Stefano Cucchi).
Nel 1945 subito dopo la Guerra, il padre dell'Europa libera e unita Altiero Spinelli, così scriveva in una lettera indirizzata a Pietro Calamandrei:
"Più penso ai problemi del carcere più mi convinco che la riforma carceraria da effettuare è quella di abolire il carcere penale e sostituirlo con un luogo dove sia possibile una vita normale, controllata da magistrati, con possibilità di guadagnare, di sposarsi, di aver casa, di vivere civilmente".E non è certo un caso che nella nostra Costituzione non ci sia mai la parola carcere e piuttosto si parli di pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Dunque una proposta che va accompagnata - come scrivono Manconi, Anastasia, Calderone e Resta - con una rivoluzione di tipo culturale, giuridica e politica. Ovvero con modifiche che "riducano l'ambito dell'applicazione del carcere sostituendolo con misure limitative della libertà (extramurarie) solo nei casi più gravi e per il resto con sanzioni di natura interdittiva, patrimoniale o riparatoria". In definitiva con la "riduzione del diritto penale". Una specie di passo indietro, se intendo bene il pensiero degli autori, del potere-strapotere del giudiziario. Il tutto attraverso un programma diviso in dieci punti che rappresenta la via per arrivare alla definitiva abolizione della prigione. In sintesi:
1) diritto penale come extrema ratio,Perché nessuno, nemmeno Berlusconi, spiegano, deve andare in galera.
2) eliminazione dell'ergastolo e riduzione delle pene detentive,
3) decarcerizzazione nel codice e nella legislazione penale speciale,
4) giurisdizione penale minima,
5) eliminazione della carcerazione preventiva,
6) sanzioni invece che carcerazioni,
7) garanzie e rieducazione effettiva per i carcerati colpevoli di gravi reati,
8) umanizzazione e superamento dell'alta sicurezza e 41 bis,
9) escludere il carcere per i minori,
10) fine delle misure di sicurezza detentive.
A pagina 120 così scrive al termine della postfazione il profesor Zagrebelsky:
In una società che prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura? Da qualche tempo si discute di giustizia ripartiva, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso. Una prospettiva nuova e antichissima, al tempo stesso, che potrebbe modificare profondamente le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale...
Dunque un libro da leggere. Per capire.
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venerdì 27 marzo 2015
L'ultimo inganno per i migranti
di
Stefano Liberti (da internazionale.it)
L’idea di istituire in alcuni
paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso
l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle
varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo
semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di
Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro
dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e
austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti
positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della
commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa
“permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del
Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti
asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma
siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha
lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.
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martedì 10 febbraio 2015
Il dossier. Art.3: lo stato dei diritti in Italia
Disabilità e persona; omosessualità e diritti; dallo ius migrandi all'inclusione; profughi e richiedenti asilo; l'accesso alla giustizia; la tutela dei minori; istruzione e mobilità sociale.; libertà religiosa: questi sono alcuni degli argomenti trattati nel primo Dossier sullo stato dei diritti in Italia intitolato: “L’Articolo 3. Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia” (Ediesse 2014, a cura di Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Lorenzo Fanoli)
Si tratta di un rapporto periodico realizzato dall'Associazione “A buon diritto” con il finanziamento di Open Society Foundation e con il sostegno della Compagnia di San Paolo: in 360 pagine vengono analizzati e approfonditi i temi relativi ai diritti fondamentali della persona, proprio perchè l'intento è quello di monitorarne l'attuazione nel nostro Paese.
L'art. 3 della Costituzione enuncia i due principi di eguaglianza formale («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») e sostanziale («è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»). La Carta costituzionale garantisce i diritti solo ai cittadini (italiani), mentre in Italia soggiornano milioni di cittadini della Unione Europea, per i quali sono i trattati intercomunitari a garantire i medesimi diritti fondamentali dei cittadini italiani, ma anche milioni di cittadini stranieri di cittadinanza extra-comunitaria, buona parte in maniera legale (cioè muniti di permesso di soggiorno in Italia) e parte in maniera illegale anche ai quali è la Convenzione dei diritti dell'uomo a garantire i diritti fondamentali, anche se la Corte europea per i diritti dell'uomo (CEDU) ha parecchie volte sanzionato l'Italia per violazione di tale convenzione. A molti sembra opportuno che una revisione della Costituzione (di cui si parla da anni) affronti anche questo problema, parificando i diritti almeno dei regolarmente residenti stranieri in Italia a quelli dei cittadini, anche se sarebbe opportuno che la Costituzione espressamente garantisse i diritti umani fondamentali a tutti coloro che per qualunque ragione si trovino in Italia, così come l'Italia si è impegnata a fare sottoscrivendo e ratificando le convenzioni internazionali.
Ecco, quindi, l'importanza del dossier: ogni sezione tematica è affidata ad un esperto di settore; il dossier, inoltre, presenta una corposa cronologia degli eventi più importanti che hanno influito sulla tutela giuridica dei diritti di base negli ultimi anni. Gli scritto sono di: Daniela Bauduin, Valentina Brinis, Valentina Calderone, Valeria Casciello, Angela Condello, Ulderico Daniele, Angela De Giorgio, Silvia Demma, Valeria Ferraris, Domenico Massano, Caterina Mazza, Ezio Menzione, Paolo Naso, Giovanna Pistorio, Federica Resta, Mauro Valeri. Altri contributi di: Alessandro Leogrande e Eligio Resta.
“La tutela e l'effettività dei diritti umani non è affare esotico che riguarda lande e continenti lontani. Al contrario, è bene partire da noi, prima di andare in giro per il mondo a predicarne il valore e l'urgenza. L'Art.3 è un resoconto e un progetto politico. Il progetto politico della Costituzione repubblicana e del principio d'uguaglianza scritto in nome della dignità e dei diritti di ogni essere umano”, queste le parole di Luigi Manconi, Presidente dell'Associazione “A buon diritto” e della Commissione Diritti Umani del Senato. “La dignità è di ogni essere umano in quanto tale e dunque la dignità, prosegue Manconi, «si presenta sulla scena pubblica come fattore di valutazione e di commisurazione di quei valori di libertà, eguaglianza, solidarietà su cui si fondano le nostre società e i nostri regimi democratici. Come la storia degli ultimi due secoli insegna, non c’è libertà, non c’è eguaglianza, non c’è reciprocità senza il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano in relazione con i suoi simili.
E noi, dell'Associazione per i Diritti Umani di Milano, non possiamo che essere d'accordo!
Seguite, quindi, anche le nostre iniziative pubbliche in cui diamo voce – attraverso le parole e l'operato di esperti, professionisti, autori – a chi non ce l'ha.
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