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giovedì 17 dicembre 2015

Il Consiglio deve impegnarsi a ricollocare i richiedenti asilo bloccati in Grecia e Italia



Bruxelles, 11 dicembre 2015

Barbara Spinelli ha presentato un'interrogazione al Consiglio sull'attuazione delle decisioni relative alla ricollocazione di 160'000 richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia. Le due decisioni del Consiglio dell'Unione Europea sono state adottate nel corso delle riunioni del Consiglio straordinario Giustizia e Affari Interni il 14 e 21 settembre e prevedono la ricollocazione di un totale di 160'000 richiedenti asilo provenienti da Grecia e Italia negli altri Stati membri dell'Unione europea. “Come indicato nella comunicazione della Commissione (COM (2015) 510 definitivo), entrambe le decisioni richiedono un immediato follow-up delle istituzioni dell'UE, degli Stati membri sotto pressione e degli Stati membri che si sono impegnati ad ospitare persone ricollocate", afferma l'eurodeputata del gruppo GUE/NGL.

"Lo stesso documento sottolinea che, a partire dal 14 ottobre, ventuno Stati membri hanno individuato i punti di contatto nazionali, e fino ad ora solo sei Stati membri hanno notificato le capacità di accoglienza messe a disposizione per i profughi da ricollocare. Fino a quel giorno, appena 86 richiedenti asilo erano ricollocati dall’Italia con il nuovo regime. Il 3 novembre, un comunicato stampa della Commissione ha sottolineato che il primo volo di trasferimento dalla Grecia con 30 richiedenti asilo era pronto a partire per il Lussemburgo".

Barbara Spinelli, insieme a 24 eurodeputati di vari gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede dunque al Consiglio quali misure intenda prendere perché i rappresentanti degli Stati membri si impegnino a ricollocare quanto prima i richiedenti asilo bloccati in Grecia e in Italia in condizioni di allarmante precarietà.

 

domenica 20 settembre 2015

Gli infetti. Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali



di Lucio Caracciolo       (da La Repubblica)




Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali.
Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo la faglia Nord-Sud, ovvero “formiche” contro “cicale”, spingendoci a evocare per la prima volta l’espulsione di un inquilino per morosità. Poi, medicata ma non curata tanta ferita, ecco lo tsunami dei migranti. Stavolta la partizione distingue, zigzagando, l’Est dall’Ovest, ossia alcuni paesi in paranoia xenofoba da altri che cercano di non farsene contagiare, aggrappandosi ai valori fondativi della moderna civiltà europea.
I muri portanti dell’architettura comunitaria si stanno sbriciolando. Al loro posto proliferano arcigni tramezzi o loro surrogati in lamiera e filo spinato. A disegnare sinistre enclave protette, che si vorrebbero impenetrabili ai migranti d’ogni sorta, profughi inclusi. Neanche fossero portatori d’infezione culturale. Forse però gli infetti siamo noi.
Come possiamo considerarci associati in una comunità di destino con un paese come l’Ungheria, che nel 1956, invasa dai carri sovietici, suscitò in Europa occidentale (Italia compresa) una gara di solidarietà con i suoi profughi, e che oggi si trincera dietro un muro, dichiara criminali coloro che vorrebbero passarlo e mobilita polizia ed esercito contro chi s’azzarda a bucarlo? Quando nel 2000 i “liberali” austriaci di Jorg Haider furono ammessi al governo dell’Austria, gli altri quattordici Stati membri (l’Ungheria e gli altri ex satelliti di Mosca erano ancora in lista d’attesa) imposero blande sanzioni politiche a Vienna. Oggi a Budapest domina, legittimato dal voto popolare, un carismatico leader xenofobo, Viktor Orbán, appetto del quale Haider si staglia campione di tolleranza. Per Orbán i migranti sono animali pericolosi e per tali vanno trattati.
Esasperati, i tedeschi minacciano di colpire l’Ungheria e gli altri paesi che equiparano i migranti ai criminali con sanzioni economiche, tagliando i fondi strutturali loro dedicati. È notevole che, nel penoso annaspare della Commissione e nella decadenza della Francia, Berlino si muova per conto del resto d’Europa, avendo constatato che persino i vertici intergovernativi non servono più a nulla, se non a riconoscersi diversi. Certo non è con le multe, per quanto onerose, che si può spaventare chi si considera in lotta per la sopravvivenza contro un’invasione nemica. L’unica coerente misura sarebbe di separarci con un taglio netto da chi viola apertamente e ripetutamente le regole di base della convivenza umana, prima che lettera e spirito dei trattati europei. Se questa è la sua Europa, se la tenga.
Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. Al Centro-Est del continente, tra Balcani e Baltico, persiste una radicata concezione etnica dello Stato: l’Ungheria è degli ungheresi (naturalmente anche di quelli in provvisoria diaspora, specie fra Slovacchia, Serbia e Ucraina), la Slovacchia degli slovacchi, la Romania dei romeni (inclusi quelli di Moldavia) eccetera. All’Ovest resiste a stento l’idea di cittadinanza, che fonda la nazione su valori e regole condivise al di là del sangue. Modello inaugurato dalla Francia rivoluzionaria, che oggi trova nella Germania multietnica l’esempio migliore. Geograficamente siamo tutti europei. Culturalmente e politicamente apparteniamo a continenti diversi. Ancora per poco, forse. Da questo sabba xenofobo potremmo essere travolti anche noi euroccidentali, italiani non esclusi. Il mito della comunità monoetnica, votata a proteggersi dalle impure razze che bussano alle porte, ha rivelato nella storia la sua potenza di fascinazione. Partita nel 1957 come Europa occidentale, avanguardia veterocontinentale dello schieramento atlantico, questa Unione Europea può scadere nel suo perfetto opposto: un caotico subbuglio di nazionalismi etnici. Arcipelago di reciproci apartheid. Ciascuno arroccato dietro le sue fortificazioni. Con le eurocrazie elitiste a salmodiare nei palazzi blu di Bruxelles e Strasburgo, mimando riti cui esse stesse hanno rinunciato a credere.
Nelle emergenze storiche le democrazie europee hanno saputo talvolta ispirarsi a leader decisi a difenderle. Vorremmo sbagliarci, ma oggi non ne vediamo traccia.

giovedì 10 settembre 2015

I rifugiati in cammino abbattono il “Muro di Dublino”. Il commento del Centro Astalli





La colonna di bambini, donne e uomini nel cuore dell’Europa sono quel canale umano che con caparbietà i siriani hanno costruito per sopperire alla mancanza di canali umanitari. La forza di questa gente dà a tutti noi una lezione di civiltà”. Così P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli, commenta la decisione di Austria e Germania di aprire le frontiere e accogliere i migranti in cammino dall’Ungheria.

Oggi assistiamo alla caduta del cosiddetto”
muro di Dublino
”, grazie alla volontà e alla determinazione di un popolo in cammino per ottenere quanto viene chiesto incessantemente da anni a un’Europa sorda: pace e libertà.

L’Europa centrale in queste ore sta vivendo la medesima situazione che da anni ormai Italia, Spagna e Grecia si trovano ad affrontare riguardo agli arrivi di migranti forzati da paesi come Eritrea, Somalia, Nigeria dove conflitti atroci, terrorismo e persecuzioni, troppo spesso trascurati dal racconto mediatico, costringono le persone alla fuga.

Il Centro Astalli esorta le istituzioni nazionali ed europee a rendere strutturali e attivi sul lungo periodo 
canali umanitari sicuri
.
Chiede inoltre la
 sospensione definitiva della Convenzione di Dublino e l’istituzione al suo posto di meccanismi di quote permanenti per un'equa distribuzione dei rifugiati tra tutti gli Stati membri visti umanitari europei
.

Invita inoltre la società civile a trasformare l’emotività e la commozione di questi giorni in atteggiamenti costrutti e fattivi  per
 un’accoglienza nei territori che sia dignitosa e rispettosa dei diritti dei rifugiati.


domenica 6 settembre 2015

Due interventi di Barbara Spinelli a Bruxelles: no impronte ai minori migranti per l' identicazione e ritardi dei fondi alla Grecia per i migranti


BARBARA SPINELLI: “ALLARMANTE LA RISPOSTA DEL COMMISSARIO AVRAMOPOULOS SULL’USO DELLA FORZA NEL PRELIEVO DELLE IMPRONTE PER L’IDENTIFICAZIONE DI MINORI”

Bruxelles, 3 settembre 2015

Il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha risposto a nome della Commissione all’interrogazione depositata il 13 maggio 2015 dall’eurodeputata Barbara Spinelli, congiuntamente ai colleghi Elly Schlein, Laura Ferrara, Ignazio Corrao, Eleonora Forenza e Curzio Maltese. Nell’interrogazione si chiedevano chiarimenti sulle violenze subite da numerosi richiedenti asilo nei centri di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa e Pozzallo. Fonti diverse e concordanti avevano infatti documentato l’uso illegittimo della forza per costringere i migranti, anche minori, all’identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali. Un comportamento in palese violazione delle salvaguardie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Vari cittadini stranieri, anche minori, dichiararono di aver subito percosse con manganelli elettrici.

«La risposta della Commissione è allarmante», ha dichiarato Barbara Spinelli. «Pur preannunciando l’intenzione di intraprendere le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l'adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali, la Commissione mantiene la più grande ambiguità sull'uso della violenza, anche sui minori. In effetti, nella risposta, la Commissione evidenzia che "eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell'integrità fisica della persona interessata” e che "ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali”: destando con ciò il sospetto che l'uso di misure coercitive sia da considerarsi legittimo, se applicato a minori dai 14 ai 18 anni».

«La Commissione fa riferimento ai propri orientamenti, pubblicati nel maggio 2015, in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale. In tali orientamenti, la Commissione propone – al paragrafo 7 – che "gli Stati membri possano considerare che non sia mai opportuno utilizzare la coercizione per costringere la rilevazione delle impronte digitali di alcune persone vulnerabili, come minori o donne in stato di gravidanza. Se un certo grado di coercizione viene utilizzato per persone vulnerabili, occorre garantire che la procedura utilizzata sia specificamente adattata a tali persone».

MATERIALI:

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-007777/2015

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Curzio Maltese (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Laura Ferrara (EFDD) e Ignazio Corrao (EFDD)

Oggetto:Uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa, Italia, per l'acquisizione delle impronte digitali dei migranti, comprese quelle dei minori, a fini di identificazione

Dal 28 aprile 2015 70 minori non accompagnati sono stati rinchiusi per oltre due settimane in un Centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA ) sull'isola italiana di Lampedusa. Dal 25 aprile 2015 113 siriani e palestinesi sono stati detenuti per una settimana in un CPSA a Pozzallo, Sicilia. Varie fonti e documenti attestano l'uso illegale della forza al CPSA di Pozzallo per il rilevamento delle impronte digitali dei migranti – comprese quelle dei minori – a fini di identificazione, in violazione delle norme di salvaguardia sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Inoltre, i cittadini stranieri detenuti al CPSA di Pozzallo, compresi i minori, hanno dichiarato di essere stati colpiti con dispositivi tipo Taser.

Intende la Commissione far luce su questi recenti avvenimenti e valutare se ciò che accade a Lampedusa e al CPSA di Pozzallo costituisca una violazione dell'articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, degli articoli 3 e 5, paragrafo 4, della CEDU, degli articoli 14, lettera b), 17 e 19 della direttiva sull'accoglienza (2003/9/CE) e dell'articolo 8 del regolamento (CE) n. 2725/2000 (regolamento" Eurodac")?

Intende altresì la Commissione chiarire quali misure pensa di adottare per impedire la detenzione di bambini migranti, vietata dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo?

Risposta della Commissione

Risposta di Dimitris Avramopoulos

a nome della Commissione

(1.9.2015)

La Commissione non è a conoscenza dei presunti fatti citati dall'onorevole parlamentare, né di alcun elemento di prova di questo tipo. La Commissione intraprenderà le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l'adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali.

Nell'ambito del pacchetto di misure introdotte nell'agenda europea sulla migrazione nel maggio 2015, la Commissione ha proposto degli orientamenti per gli Stati membri in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale[1]. Tali orientamenti prevedono un approccio comune basato sulle migliori prassi in materia di rilevamento delle impronte digitali, conformemente al regolamento Eurodac e al diritto dell'UE. Le eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell'integrità fisica della persona interessata. Inoltre, ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali.

La Commissione sostiene pienamente i diritti dei bambini, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, compreso il diritto alla libertà. Il diritto dell'UE pone dei limiti precisi alla detenzione amministrativa per i bambini, che dovrebbe essere utilizzata solo in ultima istanza, ove si ritenga impossibile applicare in maniera efficace misure meno coercitive. Ciò è stabilito all'articolo 11 della direttiva 2013/33/UE sulle condizioni di accoglienza, che si applica a decorrere dal 20 luglio 2015.
 
BARBARA SPINELLI: SCANDALOSO RITARDO NEL VERSAMENTO DEI FONDI PER LA MIGRAZIONE ALLA GRECIA
Barbara Spinelli ha indirizzato una lettera – firmata da 55 eurodeputati - a Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Dimitris Avramopoulos, Commissario per Migrazione, affari interni e cittadinanza e Christos Stylianides, Commissario per Aiuti umanitari e gestione delle crisi.
 
Il testo:
Caro Presidente,
Cari Commissari,

sono numerosi i paesi bisognosi di solidarietà nell’Unione, davanti al forte afflusso di migranti e richiedenti asilo, ma la Grecia – da anni in profonda crisi recessiva –  fatica più di ogni altro e in misura intollerabile nella gestione dell’accoglienza dei profughi: 160.000 tra gennaio e metà agosto 2015. L’incremento rispetto al 2014 è del 750%. Migliaia di migranti sono bloccati sul confine tra Grecia e Macedonia, violentemente respinti dalle autorità di Skopje.
Il direttore europeo dell’Unhcr descrive la situazione dei migranti in Europa come “la peggiore” che abbia visto in trent’anni di esperienza umanitaria. Papa Francesco ha equiparato i respingimenti dei migranti ad atti di guerra.
La Commissione europea ha deciso nell’agosto 2015 uno stanziamento di fondi speciali per assistere i Paesi in maggiore difficoltà, sulla base dell’articolo 79 dei trattati. Per il 2014-2020, la Grecia dovrebbe ricevere 260 milioni di euro dal Fondo per la migrazione, integrazione e asilo, e 195 milioni di euro dal Fondo di sicurezza interna [1].
Sembra tuttavia che i primi versamenti tardino a venire, come ammesso il 17 agosto dal Commissario Avramopoulos [2] in un’intervista a “Repubblica”.
Chiediamo:
  • La Commissione è cosciente della gravità di ogni ritardo nei versamenti, vista la drammatica situazione di abbandono in cui versano i rifugiati nelle isole greche?
  • La Commissione ritiene sufficienti le cifre stanziate, di fronte ad aumenti così ingenti dei flussi migratori?
  • Come sarà organizzata la ricollocazione di 16.000 richiedenti asilo dalla Grecia in altri Paesi dell’Unione, decisa dal Consiglio europeo il 25-26 giugno?


venerdì 27 marzo 2015

L'ultimo inganno per i migranti



di Stefano Liberti  (da internazionale.it)


L’idea di istituire in alcuni paesi africani dei campi dove esaminare le richieste d’asilo verso l’Unione europea è sempre più dibattuta a Bruxelles e nelle varie capitali. Lanciata dal governo italiano durante il suo semestre di presidenza nel 2014 con il nome di “processo di Khartoum”, la proposta ha raccolto l’adesione del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière e dei governi francese e austriaco. In linea teorica, tale idea avrebbe alcuni risvolti positivi: come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani del senato, che ne è un sostenitore, essa “permetterebbe di evitare l’attraversamento illegale del Mediterraneo, con i rischi che comporta, e distribuire i richiedenti asilo in Europa secondo quote equilibrate di accoglienza”. Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo principale di chi l’ha lanciata? E, soprattutto, siamo sicuri che sia praticabile?
Basta guardare al precedente più vicino alla proposta italiana, nel tempo e nella sostanza, per avanzare qualche perplessità: nel 2011, quando scoppiò la guerra in Libia, migliaia di profughi fuggirono in Tunisia, dove fu allestito il campo di Choucha, a poca distanza dalla frontiera libica. Questo campo era un esempio ante litteram di quelli che oggi si discutono a livello europeo: le domande dei richiedenti asilo erano esaminate alla presenza dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. E chi aveva diritto alla protezione otteneva un via libera per il “reinsediamento” in paesi terzi. Nella vicina Europa? Non proprio. Delle 3.167 persone alle quali era stato riconosciuto il diritto di asilo, circa 2.600 sono state accettate dagli Stati Uniti, e solo qualche decina da Svezia, Norvegia e Germania (unici stati europei a dare il proprio assenso).
L’Italia, che aveva ricevuto la richiesta di cinque casi di ricongiungimento familiare (cioè di profughi con famiglia nel nostro paese), ha impiegato più di un anno a rilasciare i visti necessari – che pure, secondo le nostre leggi e le convenzioni internazionali, spettavano di diritto ai richiedenti. I numeri poi ci dicono anche altro: a Choucha, dopo lo scoppio della guerra, vivevano 18mila persone. Che fine hanno fatto? Molte di loro, stanche di aspettare che la loro richiesta fosse esaminata, sono rientrate in Libia e hanno preso un barcone per l’Italia.
Cosa fa pensare che, una volta realizzati, questi campi non diventeranno parcheggi a tempo indeterminato come fu Choucha? E perché, se si vuole evitare l’attraversamento del mare, non prevedere da subito la possibilità di chiedere asilo presso le ambasciate nei paesi di transito piuttosto che in megacampi allestiti ad hoc? Tutto lascia presagire che il processo di Khartoum non sia tanto un modo per bloccare il business del trasporto clandestino e distribuire più equamente i rifugiati tra i vari stati membri, ma piuttosto uno stratagemma per delegare ancora una volta la gestione dei flussi migratori a paesi terzi che hanno delle dubbie credenziali democratiche.


lunedì 23 marzo 2015

A Bruxelles si parla di immigrazione




Bruxelles: la scorsa settimana si è riunito il Consiglio dei Ministri degli Esteri e ha trattato anche del tema dell'immigrazione. Ecco la lettera inviata da Federica Mogherini (Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e Dimitris Avramopoulos (Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza) a riguardo.





In view of the Foreign Affairs Council of 16 March, the High Representative for Foreign Affairs and Security Policy and Vice-President of the European Commission, Federica Mogherini and Commissioner for Migration, Home Affairs and Citizenship, Dimitris Avramopoulos, addressed a letter to EU Foreign Ministers calling for action on “the increasing migratory pressure” on Europe.
 
 
 

sabato 21 marzo 2015



Giornata mondiale contro il razzismo

La Milano dell’EXPO e la Milano dei Rom



Incontro con l’europarlamentare Soraya Post

Con Dijana Pavlovic, Consulta Rom e Sinti, e le donne rom di Milano





Sabato 21 Marzo 2015, Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, alle ore 12 presso la Sala Gialla di Palazzo Marino la Consulta Rom e Sinti di Milano organizza una conferenza stampa con l’europarlamentare Soraya Post sul tema:

La Milano dell’EXPO e la Milano dei Rom: diritti strabici

Nelle molte Milano parallele “l’EXPO dei popoli” può essere un’occasione d’incontro con un popolo escluso per definizione, bersaglio prediletto del razzismo nostrano? Un confronto con e tra donne Rom per un percorso e obiettivi possibili.


Soraya Post, padre ebreo, madre rom che subì a soli 21 anni la sterilizzazione forzata dal governo, una pratica toccata a molte donne rom e saami interrotta solo nel 1974, è la prima donna dichiaratamente femminista e rom ad avere un seggio a Bruxelles. Leader del partito svedese Iniziativa Femminista che non ha ricevuto alcun finanziamento pubblico, propone un programma basato sul rispetto dei diritti umani e sulla parità di genere.

All’incontro partecipano Dijana Pavlovic, portavoce della Consulta Rom e Sinti di Milano, Basilio Rizzo, presidente del Consiglio comunale di Milano, Anita Sonego, presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano. Saranno presenti le donne delle comunità rom del Comune di Milano.

È stata invitata l’onorevole Giovanna Martelli, delegata del governo italiano per le Pari Opportunità.




Per informazioni: +39.3397608728 - +32. 491743678 - +39.3391170311



martedì 6 maggio 2014

Nissa TV: un canale tutto al femminile



di Monica Macchi





NISSA TV, con quartier generale a Tunisi e sede a Bruxelles, è il primo canale euromediterraneo impegnato nella promozione della parità tra donne e uomini sfidando la percezione dei ruoli di genere e abbattendo gli stereotipi. Ad esempio lo studio “Who Makes the News?” del 2010 ha mostrato che il 46 % di tutte le notizie diffuse dai media europei rafforzano gli stereotipi di genere, cifra che in Medio Oriente arriva all’81%. Il palinsesto di otto ore giornaliere (in inglese, arabo e francese) è visibile via satellite ed anche in streaming via Internet e comprende programmi economici e culturali, ma anche di intrattenimento (bellezza, moda e cucina) sempre da un’ottica femminile attraverso scambi di idee e confronti di esperienze tra i diversi paesi coinvolti nel progetto.

Alla regia di Nissa c’è Lila Lefèvre, una giornalista libanese che ha lavorato in ENTV Algeria, a Hiwar TV e a Euromed Audiovisual Productions, un’organizzazione non profit che si occupa dello sviluppo dei media nei paesi dell’Unione del Mediterraneo. Come ha recentemente dichiarato: “Sarebbe ingenuo pensare che la televisione possa cambiare tutto ma sicuramente possiamo influenzare gli atteggiamenti delle persone… anche se tocca poi ai politici , alle ONG e alla società civile agire”.

E visto che gli atteggiamenti che si vogliono cambiare sono soprattutto quelli maschili, il target primario a cui Nissa Tv si rivolge sono proprio gli uomini, sia per scalfire la mentalità patriarcale sia per non implementare a propria volta pratiche sessiste, come fanno altri canali tra cui l’egiziano Maria Tv. Infatti lo slogan di questa tv satellitare è “Solo donne, solo col Niqab” ed è uno spazio vietato agli uomini dove le giornaliste si rifiutano persino di rispondere a domande poste da voci maschili.

mercoledì 12 febbraio 2014

Brutto segnale dalla Svizzera




Già da qualche anno, nelle vie e nelle piazze delle città svizzere, campeggiano manifesti “anti-immigrazione”: alcuni mostrano un enorme albero che si schianta sulla mappa della Svizzera, altri una donna velata con la scritta “Un milione di musulmani presto?”; nel 2009 gli elettori approvarono la proposta di vietare la costruzione di nuovi minareti.

Ma gli immigrati che fanno paura non sono solo arabi o musulmani.

Domenica 9 febbraio è passato un referendum dal titolo “Contro l'immigrazione di massa”, fortemente voluto dal partito di destra dell'Unione democratica di centro (Udc/Svp) che ha proposto l'iniziativa, accompagnandola con una serie di slogan che, purtroppo, sentiamo ripetere anche in Italia: l'immigrazione fuori controllo porterebbe all'aumento della disoccupazione per gli “autoctoni”, problemi di sicurezza, aumento degli affitti, treni sovraffollati, etc.

L'iniziativa è stata approvata dal 50,3% dei votanti ed è stata accolta, in particolare, nei cantoni di lingua italiana, tedesca e nelle zone rurali: nel 2011 la Svizzera aveva introdotto delle quote per gli immigrati provenienti da otto Paesi dell'Europa centrale e orientale, ma da oggi le quote si estenderanno anche ai migranti provenienti dall'area occidentale. Il piano, quindi, vede coinvolti cittadini di tutta Europa, frontalieri e richiedenti asilo.

L'esito del referendum che comporta un cambiamento nelle politiche migratorie: viene, infatti, introdotto un nuovo articolo nella Costituzione secondo il quale vengono limitati i permessi di dimora per gli stranieri, attraverso tetti massimi e contingenti annuali, definibili in funzione degli interessi generali dell'economia svizzera. Inoltre, in caso di assunzione di nuovi lavoratori, le imprese devono dare la preferenza agli svizzeri.

Bruxelles ha espresso “rammarico” e un portavoce dell'Ue ha dichiarato: “Esamineremo le implicazioni di questa iniziativa sui rapporti complessivi fra Ue e Svizzera”, anche perchè la Svizzera non è membro dell'Unione, ma ha firmato molti accordi di cooperazione bilaterale con Bruxelles, tra cui quello che garantisce ai cittadini europei di vivere e lavorare in Svizzera e ai cittadini svizzeri di fare lo stesso in Europa. Si attendono, quindi, nuovi negoziati e nuove disposizioni riguardanti l'Accordo sulla libera circolazione delle persone in vigore con l'Ue dal 2002.