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lunedì 31 agosto 2015

La Carta delle donne: letteratura, cibo e donne




"Alla fine aprii il cancello e lentamente, con la cartella in mano, varcai il portone e, mentre salivo verso il primo piano, mi arrivò un leggero odore che stava attraversando varie porte di legno e qualche tramezzo e che si trascinava lungo le scale. (...) Qualunque cosa fosse successa, non era così brutta da impedire che mia madre facesse la tortilla di patate del venerdì". I ricordi della romanziera spagnola Clara Sánchez, ne L'odore dei venerdì, una delle novelle dell'antologia culinario-sentimentale che prende spunto dalla "ricetta del cuore" che fa parte di "WE - Women for Expo", un progetto realizzato dal ministero degli Esteri e la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, con guide d'eccezione: Federica Mogherini, presidente; Emma Bonino, presidente onorario; Marta Dassù, presidente esecutivo.

Lo scorso 6 giungo è stata presentata a Expo il documento-manifesto "Women for Expo Alliance", una "Carta di Milano" al femminile contro lo spreco alimentare, per il rafforzamento del loro ruolo nell'agricoltura mondiale; un documento che suggella l'alleanza tra le donne di tutti i paesi partecipanti all'Esposizione nella lotta alla fame. Il docuemnto è stato introdotto alla presenza di Michelle Bachelet, primo presidente donna cileno, e,
dopo la conferma ufficiale da parte della Casa Bianca, Michelle Obama.



La premessa della 'carta delle donne' è che loro siano maggiormente consapevoli, più degli uomini, di quanto l'alimentazione sia un diritto universale e siano più brave dei maschi a preparare, conservare e riciclare le risorse naturali. "Le donne costituiscono ancora la maggioranza di coloro che lavorano la terra nei paesi emergenti, ma sono invisibili. Non hanno accesso al credito né, a volte, al diritto di proprietà", dicono le organizzatrici. Secondo i dati della FAO - l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura - il 43% della forza lavoro globale agricola è costituita da donne, raggiungendo la fascia del 50%-70% nell'Africa subsahariana (Mozambico), le stesse zone, con l'Asia occidentale, dove si concentra anche la fame. "Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze e tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di prendersi cura. Non solo di se stesse, ma anche degli altri".

Scaricabile gratuitamente dal sito, arriva l'ebook
Novel of the World, opera corale dedicata al nutrimento del corpo e della mente, scaricabile gratuitamente dal sito. 424 pagine, che vede la partecipazione di 104 scrittrici, provenienti da 100 Paesi, che hanno raccontato in 28 lingue la loro "ricetta del cuore". Dal farsi all'italiano, dall'armeno al bosniaco, dal lettone al mongolo. E poi, le lingue europee e anglosassoni, il cinese, il russo. Il mondo diventa un romanzo e alle autrici, che hanno partecipato senza scopo di lucro, regalando il loro racconto, mettendoci, nella maggior parte dei casi, qualcosa di personale: un ricordo, una confessione, una storia di famiglia.
Tra le autrici ricordiamo: Sánchez , Amélie Nothomb e Banana Yoshimoto. La Sánchez racconta , nella già citata ricetta, la tortilla di patate, specialità di sua madre, che aveva una capacità rara di saltarla in padella. La tortilla era preparata il venerdì, mentre l'autrice tornava da scuola, e la consumavano tutti insieme di sera, in terrazza, tranne un giorno: suo padre aveva avuto un infarto e la mangiarono attorno al suo letto. Basta una frittatina per raccontare il terrore che si prova da bambini davanti alla malattia di un familiare. La Nothomb parla di sé nel racconto
La fame è un'Arte sulle parole che salvano la vita e sulla necessità che l'artista sia sempre affamato di successo e ispirazione. Con un retroscena autobiografico: l'autrice accenna al periodo in cui soffriva di anoressia, quando provava piacere a uccidere se stessa, superato grazie alla scrittura. La Yoshimoto con Quello che nutre l'anima, rievoca, al pari della Sánchez, la malattia del padre: il ristorante vicino l'ospedale è quello in cui andavano tutti e quattro, comprese la madre e sua sorella, a mangiare gli spaghetti di soia.




http://www.we.expo2015.org/sites/default/files/attaches/project/novel_of_the_world_-_we_women_for_expo.pdf


venerdì 21 agosto 2015

Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile





"Metà di quello che ho scritto è uscito in una notte. Il resto sul tram, mentre andavo al lavoro" racconta Massimiliano Verga, padre di Jacopo, Cosimo e Moreno, un bellissimo bambino di otto anni, nato sano e diventato gravemente disabile nel giro di pochi giorni. "Così ho raccolto gli odori, i sapori e le immagini della vita con mio figlio Moreno. Odori per lo più sgradevoli, sapori che mi hanno fatto vomitare, immagini che i miei occhi non avrebbero voluto vedere. Ho perfino pensato che fosse lui ad avere il pallino della fortuna in mano, perché lui non può vedere e ha il cervello grande come una Zigulì. Ma anche ai sapori ci si abitua. E agli odori si impara a non farci più caso. Non posso dire che Moreno sia il mio piatto preferito o che il suo profumo sia il migliore di tutti. Perché, come dico sempre, da zero a dieci, continuo a essere incazzato undici. Però mi piacerebbe riuscire a scattare quella fotografia che non mi abbandona mai, quella che ci ritrae quando ci rotoliamo su un prato, mentre ce ne fottiamo del mondo che se ne fotte di noi." Dalla quarta di copertina del libro Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile, di Massimiliano Verga (Mondadori).




L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi l'autore e lo ringrazia moltissimo per il suo racconto e la sua testimonianza.



Quando siete venuti a conoscenza della disabilità di vostro figlio, come avete iniziato a “prepararvi” alla situazione?


Preparati mai. Moreno ha quasi 12 anni e c'è stato un percorso di conoscenza e, rispetto all'inizio, è tutta un'altra cosa, anche per merito suo.

Di fronte a una disabilità o fragilità, nessuno può avere l'arroganza o la presunzione di sentirsi preparato.

Moreno è nato sano, poi si è ammalato di un “qualcosa” che non so, a un mese di vita: è stato ricoverato in patologia neonatale ed è tornato a casa con gli esiti che ho raccontato nel libro. Non abbiamo una diagnosi e il fatto che Moreno non sarebbe più stato il bambino che ho cominciato a conoscere quando è nato, l'abbiamo saputo il giorno della dimissione e dopo alcuni mesi abbiamo scoperto che Moreno era anche non vedente.


Voi familiari avete fatto un percorso psicologico oppure avete affrontato tutto da soli?


Non abbiamo fatto nulla: io no, ma credo nemmeno la mamma (io e la mamma non viviamo più insieme). Anche i fratelli di Moreno non sono seguiti perchè è una situazione che hanno imparato a gestire con loro stessi in modo relativamente sereno.

Sono contrario ad un percorso che possa etichettarli e farli sentire i “fratelli di” quando, invece, stanno cercando di uscirne per conto loro.


Quali sono i sentimenti che ha provato da quando è nato Moreno e quali quelli che prevalgono?


Sono molto banale in questo, ma uno su tutti è l'amore. Poi, certo, c'è un contorno di rabbia e di frustrazione legato a quell'impreparazione di cui parlavamo prima.



Siete aiutati da servizio sanitario e dalle istituzioni?

Sono abbastanza fortunato rispetto alle altre realtà che conosco di situazioni di abbandono. E' noto che le istituzioni siano molto deficitarie, ma ho avuto fortuna nel senso che, fin dall'inizio, abbiamo trovato una brava fisioterapista che da subito ha seguito Moreno e anche il servizio scolastico è stato buono perchè alla materna ho trovato delle maestre molto attente. Adesso Moreno frequenta una scuola speciale in cui i bambini hanno una disabilità grave e mi trovo benissimo; avrà capito che sono favorevole alle scuole speciali perchè ci sono dei bambini che possono essere accolti solo in luoghi costruiti e pensati per loro.


Stanno aiutando Moreno a diventare più autonomo?


La parola “autonomo” per Moreno è una parola grossa perchè non lo sarà mai: ha bisogno che ci sia sempre una persona a mezzo metro da lui, ma il fatto che abbia imparato a riconoscere un water, che salga sul camper da solo, che si muova nello spazio in modo più sicuro lo devo alla testa dura mia e di sua madre, alla scuola, alla terapista e a tutti coloro che lo seguono.


Gli altri due fratelli come si rapportano a Moreno?


Chiaro che per loro è molto difficile. Moreno è un “alieno”: non parla, urla, sbatte. E' molto difficile avvicinarsi e interagire con lui.

I fratelli hanno delle modalità differenti legate non tanto all'età (il grande ha 13 anni e il più piccolo ne ha 8), ma perchè il grande ha visto nascere Moreno e ha vissuto insieme a noi e insieme a lui gli anni più duri e, quindi, prova sentimenti diversi rispetto al fratello piccolo che si è trovato un fratello “alieno” senza provare lo shock della scoperta della sua disabilità.



Perchè ha deciso di raccontare la vostra storia pubblicamente?


Zigulì era il mio diario nel quale mi sono sfogato, nel giro di una notte, come è scritto in quarta di copertina. Quando l'ho ripreso in mano ho pensato, forse con un po' di presunzione, che potesse essere utile per qualcun altro.

L'idea che quei sentimenti e quei frammenti potessero essere condivisi da altri genitori mi ha portato a pubblicarlo. Il riscontro è enorme e non me lo aspettavo: ricevo tantissime mail, ho fatto un centinaio di incontri pubblici, mi invitano. Mi sembra di aver raccontato qualcosa che appartiene a tante persone ma io, forse, ho avuto un pizzico di coraggio in più nel raccontare la realtà per quella che è.


Parliamo, infine, del tema dell'accettazione...


L'accettazione non riguarda il bambino, riguarda i genitori: tu devi imparare ad accettare te stesso come genitore di quel bambino.

Il bambino, ovviamente, è accettato, è tuo figlio, ma il genitore deve fare i conti con se stesso e questo è l'aspetto che a volte, purtroppo, crea atteggiamenti di chiusura. Peggio ancora nei casi in cui i genitori sono lasciati da soli per cui per loro è ancora più difficile: su questo dovremmo lavorare come comunità.





venerdì 6 febbraio 2015

Contro le mutilazioni genitali femminili, di Valentina Acava Mmaka


Oggi, per la Giornata contro le infibulazioni delle donne, ripubblichiamo il testo di Valentina Acava Mmaka e la ringraziamo ancora per questo suo importante contributo.







Ho da poco concluso la prima parte di un tour in Italia cominciato a marzo di quest’anno in cui ho portato in giro una performance poetico-teatrale “The Cut-Lo Strappo” che è nata da una esperienza che ho fatto in Sudafrica a Cape Town. Nel 2011 ho dato vita ad un collettivo di donne con le quali volevo lavorare ad un progetto di scrittura e diritti umani. Nel corso del periodo in cui abbiamo lavorato insieme, sono state tante le tematiche affrontate, quella che alla fine ha preso il sopravvento sulle altre è stata le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF). Il tema non mi era nuovo, avevo già scritto di MGF, avevo già avuto modo anni addietro di incontrare donne infibulate. Ma questa volta è stato diverso, perché questa volta si è presentata a me in modo inaspettato. Nel corso del lavoro una donna del collettivo mi ha confidato di essere stata vittima del “taglio”. Ad un certo punto del nostro lavoro, nel momento in cui riflettevamo sulla percezione di limiti e divieti imposti dalla società, si deve essere creato in lei un conflitto tra la sua esperienza e la possibilità di condividerla con il gruppo di lavoro. Era sorto in lei un dubbio (è possibile condividere un tabu’?), che al tempo stesso era una richiesta (come uscire dal dolore? come riappropriarsi o costruirsi una vita senza una parte di sé?). Sicuramente il potere della parola, dell’immaginario hanno sortito in lei la consapevolezza che l’arte può essere rappresentativa di una presa di posizione, di un’idea, di un cambiamento. Lei aveva percepito, anche se non completamente a livello conscio, che per cambiare si deve dire di NO a ciò che ad un certo punto della tua vita ha impedito una scelta.

Oggi sono 140 milioni circa le vittime nel mondo. Due milioni le bambine che ogni anno nel mondo vengono sottoposte alle Mutilazioni Genitali Femminili, denominazione entro cui rientrano diverse pratiche: dal taglio del clitoride, l’escissione, l’infibulazione. Sono tutte pratiche invalidanti e irreversibili, questo significa che la donna mutilata è una donna che porta sul suo corpo il dolore fisico nel quotidiano; il semplice urinare, il ciclo mestruale, la maternità, sono tutti eventi in cui la donna patisce rischiando continuamente la sua vita a causa di infezioni, setticemia, tetano, senza contare che le mutilazioni aumentano il rischio di infertilità.

Le MGF vengono praticate per diversi motivi: inibire il piacere sessuale nella donna, che deve essere esclusivo dell’uomo; controllare la fedeltà della donna (il dolore che la donna prova nel rapporto sessuale e il suo piacere inibito, scoraggiano la donna a intraprendere relazioni adulterine); rendere la donna pura asportando quella parte del corpo ritenuta imperfetta. E’ importante sottolineare che le MGF non sono una pratica prescritta da alcuna religione, né tantomeno sono un problema solamente africano. Certamente l’Africa è il continente con il maggior numero di paesi dove sono praticate, ma ricordo che l’Indonesia, l’India, il Sud America sono tra i le aree geografiche dove le MGF sono una pratica tradizionale presso alcuni popoli. Uno degli aspetti raramente condivisi e sottolineati è l’implicazione che questa pratica ha non solo a livello culturale ma anche socio economico. Le MGF praticate nei paesi di origine, non rispondo solo alla necessità di ribadire un ideale che vuole la donna facilmente controllabile dall’uomo, ma anche ad una esigenza di tipo economico. Innanzi tutto la daya che pratica le MGF vive di questo, viene pagata per farlo, è il suo lavoro. Quindi al di là del ruolo di prestigio sociale tramandato, la daya svolge una professione che è la sua fonte di guadagno. Inoltre la bambina senza il taglio è una bambina che non potrà mai accedere al mondo femminile delle sue coetanee tagliate, non potrà cioè sposarsi e questo vuol dire per la famiglia niente dote, altra implicazione di tipo economico. Un altro degli aspetti sconcertanti è che in alcune situazioni, soprattutto là dove le mutilazioni sono praticate in altissima percentuale, talvolta sono le bambine stesse a richiederla per non essere discriminate a scuola o addirittura per andare a scuola visto che chi non si sottopone al taglio, viene bandito dalla frequenza della scuola. Questo è inquietante perché significa che è una pratica talmente radicata e stigmatizzata che la mancanza di partecipazione finisce per diventare una ulteriore condanna dalla società, significa diventare ad un tratto delle “invisibili”, delle “fuori casta” con le conseguenze del caso: discriminazione, impossibilità di studiare, allontanamento della famiglia dal resto della società. In questi casi estremi sembra 0non esserci una via d’uscita. Ci sono due punti su cui mi piace riflettere: da una parte c’è l’aspetto dei diritti umani che vanno tutelati in toto, ad esempio, condannando anche qualunque tipo di rito alternativo lieve come quello proposto dal medico somalo Omar Abdulcadir. E su questo tema ci sarebbe molto da dire perché il concetto di Diritti Umani non è riconosciuto universalmente allo stesso modo ovunque. Essendo i diritti umani non riconosciuti universalmente occorre legittimarli attraverso il confronto pluralista con le culture che non li contemplano nel loro sistema sociale tradizionale. Dall’altra è il ruolo dei migranti nei paesi di immigrazione rispetto a questa pratica. La pratica delle MGF si è diffusa a livello mondiale nella nostra contemporaneità grazie ai flussi migratori di persone provenienti da paesi dove essa è parte della tradizione socio culturale. Anche in Sudafrica dove le MGF non sono precipue delle culture locali, capitolo a parte i Venda che la praticano, ho incontrato migranti provenienti dall’Africa orientale e occidentale che continuavano a “tagliare” le loro bambine. 






Credo che il cambiamento sia possibile come è già avvenuto in alcuni paesi e presso diverse comunità, soprattutto africane, nella diaspora. Cambiare significa dire di NO non solo a livello individuale, come scelta e decisione personale ma a livello familiare e collettivo dell’intera comunità di appartenenza. L’opposizione del singolo non porta all’abbandono collettivo della pratica, tuttavia alzarsi in piedi e rivendicare i propri diritti che sono i dritti fondamentali come quelli alla salute, a condurre una vita completa, è fondamentale, può offrire una occasione per altre donne di confrontarsi con la possibilità di cambiare collettivamente. Lavorare sul cambiamento è possibile grazie ad un percorso di conoscenza ed emancipazione nei paesi dove le mutilazioni sono praticate. Le donne che si oppongono alle MGF vengono emarginate e non godono più di quel sostegno economico che una famiglia può darle per sopravvivere. Ecco che sradicare la pratica del taglio deve nascere da un percorso dove la donna viene messa nella condizione di scegliere e questa condizione prevede l’accesso all’istruzione e l’acquisizione di una autonomia economica sostenibile che le permetta di non doversi più sottomettere all’autorità maschile. Il miglioramento della condizione femminile all’interno della propria società originaria porta di riflesso anche ad una diversa percezione delle tradizioni culturali e quindi ad esaminare credenze e valori optando per un cambiamento nella loro pratica.

Un ruolo determinante è quello rappresentato dalle comunità dei migranti. I migranti che provengono da aree geografiche dove le MGF sono praticate anche contro la legge, possono diventare mediatori di un cambiamento. Vivere l’altrove inevitabilmente mette la persona nella situazione di rapportarsi a nuove idee, a nuovi “modelli”, a un concetto diverso della donna e dei suoi diritti. Conoscere significa prendere coscienza. Se nell’altrove le comunità migranti riescono ad acquisire consapevolezza circa la dannosità di questa pratica e riescono, attraverso i loro figli, quindi i migranti di seconda generazione, a interrompere il supplizio, allora possono diventare gli interlocutori-fautori del cambiamento anche nei loro paesi originari. Anche in questo caso, statisticamente si evidenzia che le donne che godono di una istruzione di livello superiore e hanno comunque una autonomia economica derivante dal lavoro, non sottopongono le loro figlie alle MGF. Quindi anche nella diaspora, tali condizioni di emancipazione vanno garantite in modo da creare mediatrici efficaci di un cambiamento sostenibile in patria.

E’ un passaggio fondamentale, il cui primo scoglio da superare è proprio la condivisione. Le MGF sono un tabù, le comunità che le praticano non ne parlano, difficile immaginare una dodicenne che condivida questa esperienza con una coetanea in una scuola italiana, inglese o spagnola. Sono comprensibili anche i motivi: innanzi tutto si prova un senso di vergogna perché il proprio corpo è stato mutilato mentre il corpo delle altre bambine no, poi esiste un disagio evidente fisico, un trauma psicologico derivato dall’impossibilità di condurre una vita attiva pari a quella condotta fino al taglio. Inoltre c’è il dubbio giustificato di come si possa condividere qualcosa che altri non potrebbero capire o addirittura che potrebbero giudicare? La scuola secondo me dovrebbe essere il luogo primario da cui cominciare a riflettere sulla tematica fornendo ai ragazzi una documentazione completa sulle MGF, degli strumenti da utilizzare insieme agli educatori e alle famiglie per avvicinarli al problema con la consapevolezza che sta alla base di ogni cambiamento sostanziale. Di MGF si parla solo quando la cronaca riporta notizie drammatiche come quella della bambina egiziana Suahir morta dopo essere stata infibulata. La letteratura che ne parla in Italia è insufficiente anche perché è quasi tutta incentrata sugli aspetti antropologici della pratica, manca ad esempio una letteratura per ragazzi, a parte il libro di Silvana de Mari Il gatto dagli occhi d’oro, non ho trovato una pubblicazione per bambini/ragazzi che tratti l’argomento sotto forma di racconto-favola-fiaba. Sempre in Italia, e sempre secondo la mia esperienza, i consultori sono privi di materiale informativo sulle MGF, forse qualche eccezione saranno i consultori delle grandi città, ma realmente manca ogni possibilità di “sentire” che questo problema esiste anche qui. La legge del 2006 prevedeva uno stanziamento economico di diversi milioni di euro da destinare alla formazione del personale medico sanitario e alla realizzazione di opuscoli informativi, e sportelli di accesso per le donne vittime del taglio. Resta inteso che tali finanziamenti non sono stati investiti come previsto.

E’ per questo motivo, con uno sguardo speciale rivolto al mondo dei giovani, che io e il documentarista Lorenzo Moscia stiamo cercando di realizzare un film documentario che parli di MGF sempre però bypassando l’argomento attraverso i diversi linguaggi dell’arte che meglio di altri, sa veicolare il dolore e stimolare un pensiero creativo e sensibile. Il film documentario vuole essere uno strumento di dialogo e confronto, un’occasione per cominciare a riflettere sulla tematica coinvolgendo tutte le parti della società, e offrire anche proposte per un cambiamento sostenibile che abbatta gli stereotipi e i pregiudizi che purtroppo non aiutano le vittime ad aprirsi verso una possibilità di confronto. Il progetto di questo lavoro si chiama Breaking The Cut e per poterlo realizzare si avvale anche di un sistema di sottoscrizione popolare attraverso cui le persone diventano co-produttori del documentario. Una formula che oltre a permettere la realizzazione dello stesso, pone in essere un interesse nella gente che partecipando al progetto sostiene questa causa di impegno civile. Stiamo anche coinvolgendo artisti in giro per l’Italia che vogliono sostenerci con delle serate di poesia, musica, teatro, danza, una sorta di staffetta Artisti contro le MGF” .


giovedì 23 ottobre 2014

Quando l'Africa è donna

Abbiamo ricevuto, cari amici, la seguente comunicazione che vi giriamo.



Martedì 28 Ottobre 2014



Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto
Camera dei Deputati, Via del Seminario, 76 – Roma



La proposta nasce dalla constatazione del ruolo crescente che le donne africane stanno acquisendo nella vita quotidiana in Africa e non solo. Nel 2011 due donne africane, Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee e una yemenita, Tawakkul Karman, sono state insignite del premio Nobel per la pace. Le donne sono protagoniste e trainanti, sia nei settori della vita quotidiana che nell’attività politica e sociale. Sono capaci nell’organizzazione e gestione economica. Occupano ruoli importanti sia a livello politico e tante sono manager di imprese importanti in diversi paesi africani.
Nonostante la crisi che sta attraversando l’Italia, dove l’impiego femminile vive la condizione di maggiore debolezza, le donne sono su tutti i fronti gestendo o aprendo imprese, impegnandosi nella politica e nel sociale, accogliendo le sfide che si presentano e trasformando le stesse in opportunità. Quindi il convegno vuole anche raccontare l’impegno delle donne africane in Italia attraverso testimonianze dirette.



Prima parte
9.30 – 9.50
Registrazione dei partecipanti – Apertura dei lavori



9.50 – 10.15
Saluti



10.15 – 11.45
Apertura convegno: On. Cecile Kashetu Kyenge, Europarlamentare



“L’impegno politico delle donne in Africa”
Tra gli ambasciatori africani in Italia tante sono donne. Vogliamo chiedere a loro di raccontarsi e raccontare il loro lavoro. Cosa vuole dire essere donna, africana, ambasciatrice? quale può essere il ruolo della donna nelle sfide che dovrà, o dovrebbe, affrontare l’Africa per proseguire nel percorso di sviluppo socio-economico?



Relatori: Ambasciatrici africane in Italia



Break Caffé
11.45 – 12.00

Seconda parte
12.00- 13.00


“L’Italia delle donne africane”
Introduzione: Dott.ssa Suzanne Diku


In Italia sono presenti diverse donne africane e/o di origine africane impegnate sia sul piano politico/sociale che sul piano imprenditoriale. Abbiamo avvocati, medici, sindacaliste, politici e imprenditrici di grande rilievo. Dall’europarlamentare Cecile Kashetu Kyenge alla giornalista Elisa Kidane, dall’imprenditrice Edith Elise Jaomazava all’avvocato Katouar Badrane; possiamo dire che le donne africane non sono rimaste a guardare ma hanno cercato di portare avanti un messaggio di possibilità e opportunità soprattutto adesso che l’Italia, e il mondo, si trova ad affrontare una crisi dalla portata storica. Perciò, nella seconda parte del convegno, vogliamo raccontare l’Italia delle donne africane.

Relatrici:
Kaoutar Badrane (italo – marocchina) – Avvocato
Edith Elise Jaomazava (Madagascar)-imprendritrice
(1 moderatore, 3 interventi – 15 min. / intervento)


13.00 – 13.30
Q&A e chiusura del Convegno


La partecipazione al Convegno è gratuita, previa iscrizione (obbligatoria) mandando una mail a info@ottobreafricano.org



domenica 3 agosto 2014

Una dichiarazione su Gaza





Foad Aodi, cittadino italiano, di origini palestinesi, medico fisiatra ortopedico e Presidente della Comunità del mondo arabo in Italia, ci ha fatto pervenire la seguente dichiarazione:




GAZA ,FOAD AODI ,OGGI 61 MORTI ,TOTALE PIU' DI 1700 E 9000 FERITI ,BENE RENZI IN EGITTO ,MA SERVE UN PIANO ITALIANO -EUROPEA PIU' IMMEDIATO ,INCISIVO E COINVOLGENTE.

COSI DICHIARA IL PRESIDENTE DELLA CO-MAI ,COMUNITA' DEL MONDO ARABO IN ITALIA ED AMSI ,ASSOCIAZIONE MEDICI DI ORIGINE STRANIERA IN ITALIA AGGIORNANDO LA SITUAZIONE TRAGICA ODIERNA DI GAZA DOVE CI SONO GIA' PIU' DI 1700 MORTI E 9000 FERITI ED ANCORA SI DISCUTE DEL CESSATE IL FUOCO DOVE GLI OSPEDALI GIA' DISTRUTTI E NON CE' LA LUCE E SPERANZA A GAZA .

APPREZZIAMO E RINGRAZIAMO L'EGITTO E L'ITALIA PER L'IMPORTANTE INIZIATIVA A FAVORE DEL CESSATE DEL FUOCO E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE MA NOI RIBADIAMO E CONCORDIAMO CON IL PRESIDENTE RENZI SERVE UNA AZIONE FORTE ,UNITARIA ,UMANITARIA E SANITARIA DA PARTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA ED AGGIUNGIAMO ANCHE DA PARTE DELL'AMERICA .

CONCORDIAMO CON I PRESIDENTI RENZI ED AL SISI SU L'IMMIGRAZIONE ED AIUTARE GLI IMMIGRATI NEI LORO PAESI TRAMITE UNA FORTE COOPERAZIONE INTERNAZIONE ,PER QUESTO ACCOGLIAMO CON SODDISFAZIONE L'INIZIATIVA ED IL NUOVO NOME DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI INVECE INVITIAMO IL MINISTRO ANGELINO ALFANO DI STARE PIU' ATTENTO SULLE PAROLE , I PREGIDIZI E LE DIVISIONI TRA ITALIANI ED IMMIGRATI VISTO SOLO PER FINI ELETTORALE PERCHE' NESSUNO HA INTENZIONE DI RUBARE IL LAVORO AGLI ITALIANI BASTA VEDERE L'ESPERIENZA DI AMSI ,CO-MAI ED UNITI PER UNIRE COSI CHIUDE FOAD AODI PRESIDENTE DEL MOVIMENTO UNITI PER UNIRE.


www.co-mai.org

www.unitiperunire.org

mercoledì 5 marzo 2014

Iscrizione dei bambini stranieri al Servizio Sanitario Regionale

Dal 23 gennaio di quest'anno, i minori di 14 anni anche "irregolari", ovvero figli di genitori non iscritti all'anagrafe, possono ricevere le cure necessarie. La disposizione arriva dopo l'apertura del Servizio civile nazionale agli stranieri.
Per quanto riguarda la possibilità di accedere al Servizio Sanitario Regionale, la decisione affermativa fa seguito all' appello di molte associazioni e da Asgi (Avvocati Per Niente), Naga e Anolf-Cisl che, a dicembre 2013, avevano intentato una causa per discriminazione contro la Regione Lombardia.
I genitori del minore possono recarsi in una Asl che accerta l'età, le condizioni e le circostanze per poi rilasciare un documento cartaceo con cui il paziente potrà essere essere ricevuto da un pediatra, eventualmente sempre lo stesso e anche per un numero di volte illimitato, anche se resta aperta la questione della scelta del professionista. I genitori dei bambini e dei ragazzi stranieri non possono ancora avere libertà di scelta del medico, a differenza di quanto accade per gli italiani. In ogni caso, la visita sarà pagata direttamente dalla Regione.
 


Di seguito le indicazioni in lingua francese e inglese

Per ulteriori informazioni consultare anche il sito del Naga: www.naga.it

Contatti: naga@naga.it , tel- 02.58102599 – 349 1603305












Pediatra per “minori irregolari” YOUTUBE

martedì 11 giugno 2013

Il caso di Stefano Cucchi

La morte di mio fratello non è un caso di malasanità: Stefano non sarebbe mai arrivato in ospedale se non fosse stato massacrato”. E i medici, “indegni di indossare il camice”, “hanno le loro responsabilità, loro lo hanno lasciato morire”. Queste sono state le prime parole pronunciate da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che si è sempre battuta per far emergere la verità sulla morte del fratello e che continuerà a farlo, anche dopo la sentenza di primo grado.
Ma ripercorriamo, brevemente, la vicenda, premettendo che, nella maggior parte dei casi, i poliziotti e i medici, in Italia, lavorano bene, proteggono, salvano, tutelano e curano i cittadini ma, qualche volta, si verificano delle eccezioni. Che fanno paura, che fanno rabbia.
Stefano aveva 31 anni, era un geometra, appassionato di boxe. Ma soffriva anche di epilessia ed era tossicodipendente e, per questo, era stato in cura presso alcune comunità terapeutiche.
Il 15 ottobre 2009 viene trovato in possesso di 21 grammi di hashish e il giudice decide per la custodia cautelare. Una settimana dopo, Stefano Cucchi muore.
Al momento dell'arresto pesava 43 kg (per 176 cm di altezza) magro sì, ma in buone condizioni fisiche. Il giorno successivo, durante il processo - avvenuto per direttissima - il ragazzo presenta difficoltà a camminare e a parlare e ha evidenti ematomi agli occhi; ancora una volta, il giudice stabilisce, per lui, la custodia cautelare. Le condizioni di Stefano continuano a peggiorare: la visita presso l'ospedale Fatebenefratelli accerta lesioni ed ecchimosi alle gambe, la frattura di una mascella e alla colonna vertebrale e un'emorragia alla vescica: il 22 ottobre, Stefano muore all'ospedale Sandro Pertini.
Cosa è successo dopo il decesso?
Il personale carcerario nega di aver picchiato Stefano e sostiene che il ragazzo sia morto a causa della tossicodipendenza oppure per condizioni fisiche già precarie oppure ancora per aver rifiutato il ricovero al Fatebenefratelli; il sottosegretario di Stato, Carlo Giovanardi, insiste col dire che sia morto sempre per abuso di sostanze stupefacenti o per anoressia, aggiungendo anche che fosse sieropositivo (in seguito si è dovuto scusare con i familiari di Cucchi per queste sue dichiarazioni); i medici sostengono che il giovane rifiutava il cibo e le cure. Con le indagini preliminari si riesce a dimostrare che, a causare la morte, sarebbero stati i traumi causati dalla violenza subita in carcere e dall'ipoglicemia causata dal digiuno per la mancata assistenza sia da parte degli operatori sanitari sia da parte degli agenti penitenziari.
Le indagini procedono, dal 2009 al 2013, e il 13 dicembre 2012 i periti incaricati anche dalla Corte stabiliscono che le lesioni riscontrate sul corpo del ragazzo potrebbero essere state causate da un pestaggio o da una caduta accidentale e che “non vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva”, nonostante le testimonianze di alcuni detenuti che fanno chiari riferimenti all'uso della violenza da parte dei secondini.
Il 5 giugno scorso, la III Corte d'Assise condanna in primo grado sei medici dell'ospedale Sandro Pertini a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) e assolve sei persone, tra infermieri e guardie penitenziarie, per non aver commesso alcuna azione che abbia contribuito al decesso di Stefano Cucchi o, per dirla con precisione, per “mancanza di prove”.
La lettura della sentenza ha suscitato lo sdegno da parte del pubblico in aula e le lacrime di Ilaria, la sorella di Stefano che continuerà a combattere per affermare la verità e la giustizia.
Molti gli omaggi, le dediche e anche gli approfondimenti culturali su questa vicenda: ricordiamo, ad esempio, il documentario 148 Stefano, mostri dell'inerzia, realizzato da Maurizio Cartolano e sponsorizzato da Amnesty e Articolo 21 e anche la canzone Fermi con le mani di Fabrizio Moro, un modo diretto per veicolare un messaggio sul diritto alla vita e per avvicinare anche i più giovani a questa storia e alle necessarie riflessioni che essa fa scaturire.