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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

venerdì 21 agosto 2015

Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile





"Metà di quello che ho scritto è uscito in una notte. Il resto sul tram, mentre andavo al lavoro" racconta Massimiliano Verga, padre di Jacopo, Cosimo e Moreno, un bellissimo bambino di otto anni, nato sano e diventato gravemente disabile nel giro di pochi giorni. "Così ho raccolto gli odori, i sapori e le immagini della vita con mio figlio Moreno. Odori per lo più sgradevoli, sapori che mi hanno fatto vomitare, immagini che i miei occhi non avrebbero voluto vedere. Ho perfino pensato che fosse lui ad avere il pallino della fortuna in mano, perché lui non può vedere e ha il cervello grande come una Zigulì. Ma anche ai sapori ci si abitua. E agli odori si impara a non farci più caso. Non posso dire che Moreno sia il mio piatto preferito o che il suo profumo sia il migliore di tutti. Perché, come dico sempre, da zero a dieci, continuo a essere incazzato undici. Però mi piacerebbe riuscire a scattare quella fotografia che non mi abbandona mai, quella che ci ritrae quando ci rotoliamo su un prato, mentre ce ne fottiamo del mondo che se ne fotte di noi." Dalla quarta di copertina del libro Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile, di Massimiliano Verga (Mondadori).




L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi l'autore e lo ringrazia moltissimo per il suo racconto e la sua testimonianza.



Quando siete venuti a conoscenza della disabilità di vostro figlio, come avete iniziato a “prepararvi” alla situazione?


Preparati mai. Moreno ha quasi 12 anni e c'è stato un percorso di conoscenza e, rispetto all'inizio, è tutta un'altra cosa, anche per merito suo.

Di fronte a una disabilità o fragilità, nessuno può avere l'arroganza o la presunzione di sentirsi preparato.

Moreno è nato sano, poi si è ammalato di un “qualcosa” che non so, a un mese di vita: è stato ricoverato in patologia neonatale ed è tornato a casa con gli esiti che ho raccontato nel libro. Non abbiamo una diagnosi e il fatto che Moreno non sarebbe più stato il bambino che ho cominciato a conoscere quando è nato, l'abbiamo saputo il giorno della dimissione e dopo alcuni mesi abbiamo scoperto che Moreno era anche non vedente.


Voi familiari avete fatto un percorso psicologico oppure avete affrontato tutto da soli?


Non abbiamo fatto nulla: io no, ma credo nemmeno la mamma (io e la mamma non viviamo più insieme). Anche i fratelli di Moreno non sono seguiti perchè è una situazione che hanno imparato a gestire con loro stessi in modo relativamente sereno.

Sono contrario ad un percorso che possa etichettarli e farli sentire i “fratelli di” quando, invece, stanno cercando di uscirne per conto loro.


Quali sono i sentimenti che ha provato da quando è nato Moreno e quali quelli che prevalgono?


Sono molto banale in questo, ma uno su tutti è l'amore. Poi, certo, c'è un contorno di rabbia e di frustrazione legato a quell'impreparazione di cui parlavamo prima.



Siete aiutati da servizio sanitario e dalle istituzioni?

Sono abbastanza fortunato rispetto alle altre realtà che conosco di situazioni di abbandono. E' noto che le istituzioni siano molto deficitarie, ma ho avuto fortuna nel senso che, fin dall'inizio, abbiamo trovato una brava fisioterapista che da subito ha seguito Moreno e anche il servizio scolastico è stato buono perchè alla materna ho trovato delle maestre molto attente. Adesso Moreno frequenta una scuola speciale in cui i bambini hanno una disabilità grave e mi trovo benissimo; avrà capito che sono favorevole alle scuole speciali perchè ci sono dei bambini che possono essere accolti solo in luoghi costruiti e pensati per loro.


Stanno aiutando Moreno a diventare più autonomo?


La parola “autonomo” per Moreno è una parola grossa perchè non lo sarà mai: ha bisogno che ci sia sempre una persona a mezzo metro da lui, ma il fatto che abbia imparato a riconoscere un water, che salga sul camper da solo, che si muova nello spazio in modo più sicuro lo devo alla testa dura mia e di sua madre, alla scuola, alla terapista e a tutti coloro che lo seguono.


Gli altri due fratelli come si rapportano a Moreno?


Chiaro che per loro è molto difficile. Moreno è un “alieno”: non parla, urla, sbatte. E' molto difficile avvicinarsi e interagire con lui.

I fratelli hanno delle modalità differenti legate non tanto all'età (il grande ha 13 anni e il più piccolo ne ha 8), ma perchè il grande ha visto nascere Moreno e ha vissuto insieme a noi e insieme a lui gli anni più duri e, quindi, prova sentimenti diversi rispetto al fratello piccolo che si è trovato un fratello “alieno” senza provare lo shock della scoperta della sua disabilità.



Perchè ha deciso di raccontare la vostra storia pubblicamente?


Zigulì era il mio diario nel quale mi sono sfogato, nel giro di una notte, come è scritto in quarta di copertina. Quando l'ho ripreso in mano ho pensato, forse con un po' di presunzione, che potesse essere utile per qualcun altro.

L'idea che quei sentimenti e quei frammenti potessero essere condivisi da altri genitori mi ha portato a pubblicarlo. Il riscontro è enorme e non me lo aspettavo: ricevo tantissime mail, ho fatto un centinaio di incontri pubblici, mi invitano. Mi sembra di aver raccontato qualcosa che appartiene a tante persone ma io, forse, ho avuto un pizzico di coraggio in più nel raccontare la realtà per quella che è.


Parliamo, infine, del tema dell'accettazione...


L'accettazione non riguarda il bambino, riguarda i genitori: tu devi imparare ad accettare te stesso come genitore di quel bambino.

Il bambino, ovviamente, è accettato, è tuo figlio, ma il genitore deve fare i conti con se stesso e questo è l'aspetto che a volte, purtroppo, crea atteggiamenti di chiusura. Peggio ancora nei casi in cui i genitori sono lasciati da soli per cui per loro è ancora più difficile: su questo dovremmo lavorare come comunità.





venerdì 8 maggio 2015

Gli ospedali psichiatrici giudiziari, in graphic novel




Per Antonio, 25 anni, quell'edificio fortificato nella prima periferia della sua città è sempre stato, semplicemente, "il manicomio". La scoperta di quello che avviene dentro quelle mura, le vite delle persone (gli internati, ma non solo) che lì dentro passano la maggior parte delle loro giornate, e la scoperta di tutte le tensioni e i conflitti che gli si muovono intorno, lo porterà a trasformare la sua paura iniziale in una consapevolezza necessaria, ma non sempre piacevole.


Abbiamo rivolto alcune domande a Antonio Recupero che ringraziamo.


Il libro nasce da una sua esperienza personale: ce ne vuole parlare?


Quando mi sono laureato avevo 25 anni, e facevo parte di uno degli ultimi scaglioni tenuti alla leva obbligatoria. Come moltissima altra gente, senza particolari spinte ideologiche, optai per il servizio civile sostitutivo, considerandola una alternativa “comoda”. Riuscii ad essere assegnato presso un circolo ARCI della mia città, Barcellona Pozzo di Gotto, alle cui attività partecipavo abitualmente. Come scoprii, questo non mi dava diritto a nessun trattamento di favore (per fortuna, dico ora). Tra le varie attività in cui venne richiesto il mio impegno, ci fu quella della risocializzazione di alcuni gruppi di internati dell’OPG locale. Io a malapena sapevo cosa era un OPG, e nell’accezione comune lo si definiva abitualmente “il manicomio”. E’ ovvio quindi che la cosa mi spaventò non poco all’inizio. Ma la conoscenza della realtà dell’OPG, e degli internati come uomini vivi, pensanti, con fantasie, desideri e pulsioni che i farmaci riuscivano a malapena a mascherare e mai a sopprimere, mi ha fatto cambiare prospettiva molto in fretta. Le loro storie, anche se spesso terribili, erano affascinanti, e meritavano di andare oltre le mura e le sbarre che li contenevano.



Quali sono le condizioni, all'interno dell'OPG, sia per gli internati sia per gli operatori?


Gli OPG, come la galera, sono istituzioni totalizzanti, al di là delle loro finalità. Chi ci è costretto, ma anche chi ci lavora, si ritrova a vivere in una realtà assoluta e distante anni luce da quella che consideriamo abitualmente “la società civile”. Per alcuni internati, la privazione della libertà è quanto di più antiterapeutico possa esserci, e credo di poter dire questo sulla scorta di quanto emerso negli anni: valutazioni di pericolosità sociale rilasciate con leggerezza e in maniera preventiva e presuntiva hanno di fatto condannato ad un ergastolo bianco decine, se non centinaia, di persone che avrebbero potuto condurre vite normali con l’aiuto delle giuste terapie e con sostegno specialistico, e che invece hanno avuto la sorte di commettere un reato, spesso lieve, per via di una situazione di alterazione psichica. E se la malattia mentale (che una volta giuridicamente, comportava la c.d. incapacità di intendere e di volere, e quindi la non punibilità) diventa un motivo di colpa in sè e comporta pene più severe del normale, è evidente che vi è di fondo una aberrazione sia giuridica che umana. Chi si trova a lavorare a contatto con gli internati, che per primi patiscono questa situazione aberrante, rischia, come provato scientificamente, di sviluppare a sua volta situazioni di alterazione psicologica, stress e ansie, che si risolvono a volte in situazioni di abuso, a volte invece in una empatica incondizionata e acritica. E difficilmente si riesce a concepire, in entrambi i casi una nuova vita fuori dall’istituzione, per quanto intensamente la si desideri.


Quali segni ha lasciato, dentro di lei, quell'esperienza?


Sicuramente una maggiore consapevolezza di un fenomeno che è stato per troppo tempo ignorato per questioni di comodo, o peggio strumentalizzato da varie parti politiche. Proprio per questo ho voluto concentrarmi sulle persone, sul lato umano della questione, tralasciato con troppa frequenza.



 Quali sarebbero le attività di risocializzazione dedicate ai ricoverati? E risultano efficaci?


Intanto qualunque esperienza possa ridurre il senso di emarginazione e di coercizione è sicuramente utile. Parlare agli internati, portarli fuori dalle mura in cui si sentono costretti, concedergli qualche “fuga” se vogliamo metterla così. E in ogni caso la prima attività di risocializzazione e di terapia per gli internati è sempre il lavoro, perché è l’elemento che permette alle persone di costruire qualcosa nella loro vita, e di entrare in una fase “progettuale” della loro vita privata e sociale.



Parliamo anche dei disegni di Jacopo Vecchio che accompagnano i testi e della scelta di unire immagini e parole…


Con Jacopo si è creata subito una buona sintonia sulla storia, e ha saputo centrare immediatamente le fisicità di molti personaggi, associandoli perfettamente al loro carattere e, in alcuni casi, alla patologia che si portavano appresso. Nei primi studi aveva lavorato con uno stile molto complesso, fortemente caratterizzato, per poi invece scegliere di personalizzarlo di più, lavorando in sottrazione e arrivando ad una sintesi più efficace e meno appariscente. Nelle scene in cui appaiono gli internati, la linea chiara lascia spazio a delle sfumature di grigio che vanno ad accrescere la profondità delle scene. Il risultato è sotto gli occhi del lettore, che viene catturato immediatamente anche a livello visivo nei punti in cui il focus narrativo è più intenso. La scelta del fumetto ha permesso di raccontare questa realtà particolare con un approccio diverso, e il talento di Jacopo ha valorizzato particolarmente questa scelta.

domenica 1 febbraio 2015

La fragilità nell 'epoca contemporanea


L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con il Centro Asteria

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
LA FRAGILITA' nella SOCIETA' CONTEMPORANEA



Alla presenza di GIGI GHERZI (attore, scrittore e regista teatrale)



DOMENICA 15 FEBBRAIO



ORE 16.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



Milano 12/01/2015 - L’Associazione per i Diritti Umani presenta il secondo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vice presidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “La fragilità nella società contemporanea” si affronta il tema della fragilità: della sensibilità non accolta nella società omologata in cui vigono le leggi del mercato, dell'arrivismo e dell'individualismo. Non c'è spazio per le persone sensibili, per i non allineati, per gli affetti profondi. Si approfondiranno questi e molti altri temi attraverso il romanzo ATLANTE DELLA CITTA' FRAGILE, edito da Sensibili alle foglie, di Gianluigi (Gigi) Gherzi. Sarà presente l'autore che ci parlerà anche dello spettacolo teatrale tratto dal volume.

 


IL LIBRO:

Riprendi a viaggiare!”, si dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che? A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso, indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili, dappertutto. Personaggi straordinari e quotidiani insieme: una giovane professoressa precaria che incontra il giovane principe somaro, un’adolescente bellissimo in fuga dallo specchio e dai rituali dell’apparenza, un manager potentissimo e delocalizzato che cerca di ricordare rogge e canali, una giovane pubblicitaria con l’amore per le parole, che ne vorrebbe inventare tante ma non sa se sopravviverà ai tirocini e agli stage. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi, panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili, confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno. Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e preziosa del vivere.





L' AUTORE:

Scrittore, attore e regista teatrale, vincitore dei premi teatrali “Scenario” e “ETI Stregagatto”, ha firmato testi e regie per alcuni dei più importanti gruppi di teatro di ricerca italiani. Ha più volte portato l’esperienza del teatro e della scrittura all’interno di carceri, centri sociali autogestiti, scuole e comunità. Insegna teatro e scrittura e cura progetti di ricerca e spettacolo sul tema dell’incontro tra migranti e realtà italiana. Nel 2011 fonda il progetto “Teatro degli Incontri” a Milano. Per queste edizioni ha pubblicato, con Giovanni Giacopuzzi, Tuani, nel 2004; Pacha della strada, nel 2008.







martedì 28 ottobre 2014

Atlante della città fragile: intervista a Gigi Gherzi



Uscito da pochissimo per una casa editrice che ha un nome molto bello: Sensibili alle foglie. Stiamo parlando del romanzo di Gianluigi Gherzi, già conosciuto come attore teatrale. Il titolo del suo lavoro è Atlante della città fragile da cui è stato tratto anche lo spettacolo “”Antigone nella città” in scena fino al 2 novembre al Teatro Out Off di Milano.

Riprendi a viaggiare!”, si dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che? A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso, indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili, dappertutto. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi, panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili, confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno. Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e preziosa del vivere.





Abbiamo realizzato, per voi, questa intervista a Gigi Gherzi che ringraziamo molto per la disponibilità.





Cosa vuol dire essere “fragili”?



Essere fragili, in realtà, è qualcosa che appartiene profondamente all'umano. E' una condizione di esposizione, di rischio che è stata vista, ultimamente come un disvalore, come un segno di debolezza, come un segno di fallimento e di inadeguatezza rispetto agli impegni e all'immagine che la società ti chiede di avere e questo ha creato molta sofferenza perchè, invece di consolidare la fragilità anche come un atto costitutivo della perona, è considerata una colpa, un peccato di cui vergognarsi. Tutto questo trasforma la fragilità in patologia, in un senso di fallimento psicologico.



I protagonisti delle sue storie sono vittima di un'ingiustizia sociale? Le istituzioni potrebbero fare qualcosa di più per le persone che fanno parte della “città fragile”?





Non sono vittime di un'ingiustizia sociale specifica, sono quello che rimane quando si scuote fortemente un corpo sociale per cercare di renderlo omogeneo e rimane qualcosa impigliato dentro a quelle reti e sono proprio quelle persone che non hanno voluto omologarsi.

Non c'è nessun intento di denunciare una persecuzione specifica, ma si denuncia semmai quel meccanismo che appiattisce la diversità dell'essere umani e si cerca, invece, un'attenzione alle potenzialità delle persone e alle loro particolarità. In questo senso tutti viviamo in una situazione di ingiustizia, di disagio; tutti siamo fuori dai nostri panni perchè spesso siamo chiamati a preformances che non appartengono alla nostra vita.

In passato era molto più facile individuare i portatori di fragilità estreme e c'era una forte suddivisione tra loro e il mondo della normalità; oggi, invece, se si parla con molti psichiatri dicono che la maggior parte dei pazienti viene chiamata “normaloide” perchè sono si tratta di persone che sembrano assolutamente normali, ma al loro interno portano i segni di un enorme disagio, segni legati alla complessità dei problemi attuali e a quel sistema sociale che chiede massima operatività e omologazione. La nostra non è una società che rispetta la fragilità, è una società della forza, della violenza che è presente nelle relazioni, soprattutto in quelle lavorative perchè è un modello competitivo.



Oggi il disagio mentale fa paura?



Sì, fa molta paura. Fa paura perchè porta con sé lo stigma di una condanna al non poter essere protagonisti, al non poter fare carriera e al non poter essere socialmente presentabili.

Per questi motivi, oggi, c'è un uso nuovamente smodato dello psicofarmaco, come farmaco adattativo che tampona o nasconde questa realtà. Secondo me, è un disagio molto diverso dal passato perchè anche la malattia sembra aver preso contorni più insidiosi e sfumati in quanto si incrocia con un disagio legato all'esistenza stessa.



Come ha raccolto le storie per il suo libro (e per lo spettacolo)? 


 

Le storie sono state raccontate in due modi: da una parte, cercavo persone appartenenti a una certa normalità e che testimoniassero la loro capacità ad essere fragili all'interno di questo mondo come, ad esempio, una ragazza che fa uno stage all'interno di un'agenzia pubblicitaria, una professoressa precaria, e anche un manager di multinazionale. Questo per uscire da un'idea di fragilità di coloro che dichiaratamente soffrono di un disturbo, vanno al CPS o hanno subito un trattamento o un ricovero. Dall'altra parte, ho intervistato persone che vivono o lavorano all'interno dell'ex ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano dove l'associazione Olinda, da tanto tempo, lavora sui diritti dei malati, sperimentando percorsi di reinserimento dentro a una normalità professionale, relazionale e anche di creatività culturale.

Si tratta, però, di un romanzo per cui mi sono preso tutta la libertà di incrociare le storie e, nel passaggio dall'intervista alla tecnica narrativa, ho dovuto operare dei “tradimenti”, ma per mantenere la verità.



 

















venerdì 17 ottobre 2014

Antigone nella città: il teatro si cala nel reale








16 ottobre > 2 novembre (Prima nazionale)

Teatro Out Off

ANTIGONE NELLA CITTA’

di Gigi Gherzi

con Gigi Gherzi e Lorenzo Loris

scene Daniela Gardinazzi, costumi Nicoletta Ceccolini

audio e video Alessandro Canali

regia Lorenzo Loris



Dall'incontro tra Gigi Gherzi, attore e autore, che già sta portando i temi e le forme della tragedia greca all'interno dell'esperienza di Teatro degli Incontri e il Teatro Out Off e Lorenzo Loris, da sempre attento alla sperimentazione drammaturgica e al teatro del contemporaneo, nasce “Antigone nella città”.

Antigone ritorna nella città. Percorre la città di oggi con la sua ansia di giustizia, con le domande che oggi, come al tempo di Sofocle, continua a rivolgere alla nostra vita e ai nostri buchi neri.

Domande che non lasciano insensibili i due attori che si fronteggiano in scena, tesi a cercare e trovare pro e contro, affermazioni e negazioni, della necessità di quella storia.

Così lo spettatore viaggerà, insieme ad Antigone, nei mondi della crudeltà contemporanea e antica, passeggerà nel Circo Massimo insieme ai leoni, cercherà scampo dal crollo delle Torri Gemelle, sarà sulla sabbia dell'arena insieme al toro ucciso.

E lì , in quei posti, riconoscerà e riattraverserà la forza delle parole di Antigone.

Si parlerà di entertainment, dello spettacolo diventato merce, per interrogarsi sulla possibilità , oggi, di una rinascita del teatro come rito, come luogo d'incontro del pubblico, aperto alla festa e al pensiero.

Un teatro che vede, nella tragedia greca, la vita di archetipi eterni e, nello stesso tempo, trova lì suggestioni per il proprio futuro utopico.

Antigone ritorna nella città chiedendosi il senso del teatro, nella città.



Un ringraziamento particolare a Luigi Zoja. Il suo saggio “Contro Ismene” è stato per noi grande fonte di riflessioni e di suggestioni.



Gigi Gherzi è attore, autore e regista. Vincitore dei premi teatrali Scenario e Stregagatto, ha firmato testi e regie per alcuni dei più importanti gruppi di teatro di ricerca italiani. Negli ultimi anni ha prodotto performance e spettacoli interattivi col pubblico, esperienze di “teatro dello spettatore”.Ha sperimentato teatro nei luoghi sociali e dell'esclusione, è fondatore di “Teatro degli Incontri” , progetto teatrale sul rapporto tra città e comunità.










Durante la programmazione si svolgeranno alcuni incontri di approfondimento con docenti ed esperti:








Il programma degli incontri:



16/10 Luigi Zoja – LO SPETTATORE E I DEMONI



Luigi Zoja ha lavorato in clinica a Zurigo, poi privatamente a Milano, a New York e ora nuovamente a Milano come psicoanalista. Presidente del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) dal 1984 al ‘93. Dal 1998 al 2001 presidente della IAAP (International Association for Analytical Psychology), l’Associazione degli analisti junghiani nel mondo.



Pubblicazioni in quindici lingue. Alcune tra le più recenti pubblicazioni in italiano; Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza, Bollati Boringhieri, 2009 (Premio Internazionale Arché); Al dilà delle intenzioni: etica e analisi, Bollati Boringhieri, Torino 2011 (Gradiva Award per l’edizione americana); Utopie minimaliste, Chiarelettere, Milano 2013 (Premio Rhegium Julii); (con Leonardo Boff) Tra eresia e verità, Chiarelettere, Milano 2014.



21/10 Gerardo Guccini – LA POLIS E IL TEATRO NECESSARIO



Gerardo Guccini insegna Drammaturgia e Teoria e Tecniche della Composizione Drammatica all’Università di Bologna. È Responsabile Scientifico del CIMES (Centro di Musica e Spettacolo, Università di Bologna) e dirige la rivista di inchieste teatrali “Prove di Drammaturgia” edita da Titivillus. Scopo centrale di quest’ultima è fornire un contesto di riflessione e uno strumento di testimonianza a formazioni e artisti operanti nell'area dell'innovazione. Studioso di teatro del Settecento e dello spettacolo operistico, ma anche di teatro di narrazione e dei teatri di interazione sociale, Guccini coniuga nell'analisi drammaturgica le varianti e le permanenze che attraversano le esperienze storiche e contemporanee.



23/10 Roberta Gandolfi - LA RIVENDICAZIONE DI ANTIGONE



Roberta Gandolfi è ricercatrice presso l'Università di Parma, dove insegna storia del teatro contemporaneo. I suoi ambiti di ricerca e intervento riguardano in particolare la regia e la scrittura scenica, la dimensione politica del teatro, gli intrecci fra pratiche teatrali e culture delle donne. Fra le sue pubblicazioni, i volumi La prima regista. Edith Craig, fra rivoluzioni della scena e cultura delle donne (Roma, Bulzoni, 2003) e Un teatro attraversato dal mondo. Il Théâtre du Soleil, oggi (con Silvia Bottiroli, Pisa, Titivillus, 2012 ).



28/10 Roberta Carpani - IL TEATRO E IL PANE QUOTIDIANO



Roberta Carpani è ricercatrice confermata in Discipline dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Drammaturgia e Storia del Teatro e dello Spettacolo. Si è occupata di ricerche storiche sul teatro e la teatralità in Lombardia in Antico Regime, di teatro della scuola, delle trasformazioni contemporanee del teatro performativo. Ha collaborato a progetti di formazione in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, il CTB Teatro Stabile di Brescia, la Pinacoteca Ambrosiana, l’IRRSAE-Lombardia e altre istituzioni culturali milanesi. E' membro dell'Accademia Ambrosiana, Classe di Studi Borromaici.








Prenotel 0234532140 lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20; sabato ore 16 >20



Ritiro biglietti Uffici via Principe Eugenio 22. Lunedì > venerdì ore 11 > 13;



Botteghino del teatro, via Mac Mahon 16 da martedì a venerdì ore 18 > 22, sabato ore 16 > 21, domenica ore 15 > 17








Abbonamento Outoffcard



Intero 60 Euro 6 spettacoli a scelta (escluso i Festival “Danae”, “Mito e gli spettacoli del Teatro dei bambini) Under 25 54 Euro; over 65 42 Euro








Intero 18 Euro - costo prevendita e prenotazione 1,50/1,00 Euro



Riduzione 12 Euro under 25 ; 9 Euro over 65 Convenzione con il Comune di Milano



Orari spettacoli da martedì a venerdì ore 20.45; sabato ore 19.30; domenica ore 16.00



trasporti pubblici tram 12-14 bus 78 Accesso disabili con aiuto



Teatro Out Off 20155 Milano via Mac Mahon 16, Uffici via Principe Eugenio 22 telefono 02.34532140



Fax 02.34532105
info@teatrooutoff.it; www.teatrooutoff.it , Bistrot del teatro tel. 0239436960


venerdì 18 aprile 2014

Lo Stato della follia




Vincitore del Premio “Ilaria Alpi”, nel 2013 e di molti altri riconoscimenti in Festival nazionali, il documentario Lo Stato della follia, del regista Francesco Cordio, apre le porte di alcuni ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) italiani per denunciare le condizioni in cui versano le persone in essi detenute. Ma non solo: l'indagine si interroga anche sui motivi per cui alcuni vengono internati e troppo a lungo, sulle modalità di analisi delle loro condizioni psichiatriche, sul rapporto, del tutto burocratico, tra medici, magistrati e pazienti.



Abbiamo fatto, per voi, un'intervista a Francesco Cordio che ringraziamo molto per il tempo che ci ha voluto dedicare.





Il progetto nasce da una sua esperienza negli OPG a seguito dei lavori della Commissione parlamentare, commissione presieduta dal Senatore Ignazio Marino, sull'efficacia ed efficienza del Servizio sanitario Nazionale: come sono nati il suo interesse verso questo argomento e il progetto cinematografico?



Alcuni Senatori della Commissione d'inchiesta - che è una commissione straordinaria e non permanente – avevano visto dei miei lavori precedenti e, quando hanno deciso di andare a documentare in video quello che succedeva dentro gli ospedali psichiatrici giudiziari, mi hanno contattato.

Io non avevo alcuna conoscenza degli OPG e ho accettato un po' senza sapere dove mi stessero portando, ma dal primo ingresso che ho fatto non ho potuto fare altro, oltre allo shock, che appassionarmi al tema. Ho, quindi, chiesto ai Senatori di poter utilizzare quel materiale che stavo filmando per un loro lavoro interno (che per la prima volta nella storia della Repubblica è andato agli atti nei lavori della Commissione) anche un mio lavoro esterno più ampio, che potesse arrivare a un pubblico più vasto. La cosa mi è stata riconosciuta per cui, negli anni successivi, ho continuato ad occuparmi di questo tema e ho avuto la fortuna di di conoscere l'attore Luigi Rigoni che, invece, ha avuto la sfortuna di finire in un ospedale psichiatrico giudiziario, quello di Aversa, e ho deciso di far raccontare a lui la sua disavventura. Questo suo racconto si intreccia alle immagini che ho filmato dentro gli ospedali.



Il titolo del film può essere anche un gioco di parole: come può, lo Stato, ripristinare una psichiatria più democratica, che garantisca i diritti di base alle persone internate?

Ho optato per mettere nel titolo la “S” maiuscola perchè la cosa più assurda e paradossale è che sia lo Stato a rappresentare la parte folle: se devono essere curate delle persone che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e di volere e, invece, vengono mandate ad ammalarsi o a peggiorare la propria situazione, allora vuol dire che è lo Stato ad essere folle.

Il percorso più opportuno da seguire, secondo me, potrebbe esserci suggerito dalla Spagna dove la persona incapace di intendere e di volere che compie un reato non può essere internata per un tempo più lungo della durata della pena di una persona che è in possesso delle proprie facoltà e che ha commesso un reato.

 

Qual è il nesso tra crimine e follia? E come mettere in pratica misure di sicurezza adeguate, tenendo conto della sentenza n. 139 della Corte Costituzionale del 1982 secondo la quale la pericolosità sociale “non può essere definita come un attributo naturale di quella persona o di quella malattia”?



E' fondamentale una valutazione psichiatrica più adeguata e,soprattutto, il percorso all'interno delle strutture ospedaliere deve avere una maggiore assistenza psichiatrica.

Se noi calcoliamo che dentro un OPG la visita dura in media 32 minuti...vuol dire che si è completamente abbandonati.

E' importante che gli psichiatri facciano valutazioni più appropriate nella fase della perizia ed è importante che, poi, i magistrati decidano confrontandosi di persona con gli psichiatri e con le persone che stanno per mandare in OPG perchè, spesso, magistrati e medici si relazionano tra loro solo tramite fax. E' tutto un fatto di carte e di burocrazia, ma in questo modo si gioca con la vita di persone deboli, indifese, che a volte non hanno una famiglia che le aspetta fuori. In questo senso lo Stato è molto colpevole.

Le misure di sicurezza risalgono ad un codice antico, al codice Rocco, e vengono comminate nel momento in cui la persona, incapace di intendere e di volere, compie un reato: se è minimo, la misura di sicurezza consta in due anni di internamento e, durante questo periodo, la Sanità nazionale dovrebbe curare l'internato per far scemare la sua pericolosità sociale. Se, al termine della misura di sicurezza, la nuova perizia stabilisce che la persona è ancora pericolosa, si può decidere per una eventuale proroga. E si arriva a 20,30 anni o ai famosi “ergastoli bianchi”.



Ci può riportare le voci di qualche persona rinchiusa, ad esempio, a Montelupo Fiorentino, a Reggio Emilia o ad Aversa, per citare solo poche strutture?



Tra le tante testimonianze che ho registrato, quella che più mi ha colpito è quella di un ragazzo internato a Reggio Emilia che, con grande lucidità, dice una frase: “ L'Uomo è un animale che può abituarsi a tutto, ma qua viene messo a dura prova”. Dopo qualche mese il ragazzo ha deciso di togliersi la vita.

Nei titoli di coda scrivo che il film è dedicato a lui e a tutti coloro che non ce l'hanno fatta.


domenica 23 marzo 2014

Cercere e dintorni e lo sportello migranti




L'Associazione per i Diritti Umani seguirà il seguente incontro - promosso dall'Ufficio
Garante dei Diritti delle persone private della libertà per il Comune di Milano -
e vi proporrà il video che faremo per voi nell'occasione, ma vi consigliamo di partecipare di persona.


Consigli di lettura su carcere e dintorni

SORVEGLIARE, PUNIRE, CONTENERE
Passato, presente e futuro degli OPG
Milano - martedì 25 marzo 2014 - ore 18
Urban Center - Galleria Vittorio Emanuele II
Il memoriale di un internato, un video clandestino, gli atti di un’inchiesta e del successivo processo che, tra il 1974 e il 1975, svelano la disumana realtà dei manicomi criminali. La stessa che, quasi 40 anni dopo, emergerà dai video choc girati dalla Commissione Marino negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Dai lavori di questa Commissione è stata elaborata una legge che imponeva la chiusura degli OPG entro marzo 2013; poi è stato deciso il primo rinvio di un anno e, a tutt’oggi, gli OPG restano ancora pienamente operativi.
Passato, presente e futuro degli OPG: ne parleremo con Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito autori del libro “Cronache da un manicomio criminale” (edizioni Dell’Asino).


Un'altra comunicazione che riteniamo utile e importante: la creazione dello SPORTELLO MIGRANTI

   
L'Associazione Cad Onlus con il contributo di Fondazione Cariplo ha avviato l'apertura di uno Sportello Migranti, servizi integrati per l'immigrazione in via Wildt, 27 Milano. E' uno sportello gratuito di aiuto e consulenza per i cittadini stranieri, rifugiati e richiedenti asilo.
Lo sportello consiste in un servizio che fornirà gratuitamente agli stranieri, non solo di Milano, consulenze in tema di:
- ricongiungimenti familiari
- invito e visto turistico
- richiesta/rinnovo del permesso, carta e contratto di soggiorno
- regolarizzazione (coesione, decreto flussi, richiesta di asilo politico, art.31)
- cittadinanza
- verifica delle pratiche in sospeso
- accompagnamento alla ricerca di lavoro.

E' necessario fissare un appuntamento chiamando il numero 02.7380529.
Volantino nella sezione "Allegati" del sito web del Forum della Città Mondo.




giovedì 14 marzo 2013

Brutte e buone notizie dall'ambito carcerario


Il 31 marzo 2013 chiuderanno i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) presenti sul territorio italiano. 800 malati mentali saranno a rischio di cure e questo è un fatto piuttosto grave perchè, come spiega Claudio Mencacci - Presidente della Sip, Società Italiana di Psichiatria – circa il 10% delle persone che presentano disturbi sono pericolosi e potrebbero creare qualche problema di sicurezza; il rischio è molto basso, ma non si può escludere del tutto che possano reiterare i reati.
Gli Opg chiudono in base al disegno di legge n. 9/2012, voluto dai Ministeri della Salute e della Giustizia e le conseguenze potrebbero essere negative a causa della mancanza di strutture alternative, della mancata gradualità, di una proroga o di interventi che garantiscano la sicurezza dei pazienti, degli operatori e della comunità; la Sip denuncia, inoltre, la carenza di cure psichiatriche nei penitenziari dove confluiranno molti dei malati mentali. In Italia sono tra le 1000 e le 1500 persone internate negli Opg e, ad oggi, non sono ancora pronte le 20 strutture che dovrebbero sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Virgilio De Mattos
Per accompagnare questo percorso, ancora confuso, è arrivato nel nostro Paese, Virgilio De Mattos  ,docente dell'Università di Belo Horizonte, in Brasile che nel suo libro intitolato Una via d'uscita, edizioni Alphabeta, riporta l'esperienza del PAJ-PJ-TJMG, “Programma di attenzione integrale” che si basa, principalmente, sul concetto di “prevenzione”: i pazienti, aiutati dai familiari e dal personale specializzato, affrontano il proprio caso e ne indicano la soluzione attraverso l'azione giuridica, sociale e clinica.
I malati di mente autori di reato, infatti, vengono riconosciuti responsabili del reato, ma non vengono isolati in un carcere; possono circolare liberamente nelle strutture adibite per poter affrontare le cure necessarie e per poter relazionarsi meglio e lavorare sul problema; tutti i cittadini devono essere sottoposti a un giudizio penale con tutte le garanzie previste dal codice, con la possibilità di essere sottoposti ad un processo con il contraddittorio e la difesa legale; in caso di condanna, infine, deve essere fissata la pena con la possibilità - valutando i casi - di detrazione o progressione del regime di detenzione, la sospensione o la prescrizione.
Un ulteriore passo verso il rispetto dei diritti fondamentali anche per chi ha commesso reato è dato da un progetto in atto dal 1994 presso il carcere di San Vittore di Milano. Si tratta di uno spazio di produzione musicale, creato da Alejandro Jarai che, dal sette anni, ha dato vita al progetto VLP Sound: la stanza 17 del 3° Raggio diventa un luogo dove si fa musica tutti i giorni, con la partecipazione dei detenuti e con la collaborazione di istituzioni, educatori e associazioni che operano nel settore.
Il progetto prevedere la realizzazione di CD - distribuiti gratuitamente - e la realizzazione di concerti e di registrazioni per creare un ponte tra la realtà interna all'istituto e la realtà esterna. La “persona” è, infatti, al centro del progetto: i detenuti, grazie alla musica, imparano di nuovo ad ascoltare. Ascoltano, prima di tutto, se stessi e poi gli altri; recuperano le proprie emozioni e la propria umanità; migliorano la relazione con “il diverso da sè” e con il mondo esterno. La musica, quindi, come comunicazione, come veicolo di nuovi valori, come opportunità di crescita e di riscatto.