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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

giovedì 3 dicembre 2015

“So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire”, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom

Come vivono i minori rom all’interno di un ghetto, isolati dal centro abitato e senza spazi per giocare ed esprimere la propria personalità? Quali disagi provocano la povertà, la discriminazione della società e la mancanza totale di stimoli e riconoscimenti all’interno del proprio contesto abitativo?
Sono questi gli interrogativi alla base di “So Dukhalma – Quello che mi fa soffrire, il nuovo rapporto dell’Associazione 21 luglio sul disagio interiore dei minori e delle famiglie rom residenti negli insediamenti istituzionali che verrà presentato giovedì 10 dicembre alle ore 17.30, presso l’aula V della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università la Sapienza di Roma (città universitaria), in Piazzale Aldo Moro, 5.
La ricerca ha sviluppato un’indagine su un campione di minori tra gli 8 e i 15 anni che vivono nel “villaggio della solidarietà” di Castel Romano, comparando dati e osservazioni con le famiglie rom che vivono in abitazioni convenzionali.
 
Interverranno alla presentazione del rapporto:
 
Carlo STASOLLA, presidente dell’Associazione 21 luglio
Natale LOSI, antropologo-medico e direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma
Angela TULLIO CATALDO, autrice della ricerca, Associazione 21 luglio
 
Ai partecipanti sarà distribuita copia gratuita del reportage fotografico ispirato alla ricerca, “So Dukhalma –Quello che mi fa soffrire“.
La ricerca è stata realizzata con il sostegno della Fondazione Bernard Van Leer.
L’autrice del testo, Angela Tullio Cataldo, ha condotto la ricerca con il supporto di Luca Facchinelli, Cristiana Ingigneri, Emiliana Iacomini e sotto la supervisione scientifica di Natale Losi, direttore della Scuola Quadriennale di Psicoterapia Etno Sistemico Narrativa di Roma.
Le fotografie del reportage sono state scattate da
Stefano Sbrulli, photoreporter e digital designer, presso il “villaggio della solidarietà” Castel Romano e presso le famiglie rom residenti in abitazioni private a Roma.

martedì 17 novembre 2015

Bollino rosso



di Mayra Landaverde



Finchè non sono arrivata in Italia non ero pienamente consapevole di tutti i diritti che venivano negati sistematicamente alle donne in Messico. Non che in Italia non ci siano problemi di violenza sulle donne ma obiettivamente si sta meglio da queste parti.

Nel mio primo ritorno al mio Paese ho capito che non sarei stata capace di rimanere per lunghi periodi.

Una sera mentre aspettavo per strada un taxi , mi sono accesa una sigaretta. Due signore mi hanno insultato perché era ignobile guardare una donna fumare in pubblico, che svergognata!

Un vecchio mi ha chiesto se ero prostituta ed io ho deciso di spegnere la sigaretta. Avrei fumato comunque nel locale con le mie amiche.

Trovato il taxi, ovviamente guidato da un maschio che non ha smesso di farmi dei “complimenti” e di provarci insistentemente, sono arrivata al locale, pieno di ragazze in minigonna, tacchi alti, truccate. Si fumava si beveva e si ballava. Tutti, maschi e femmine.

Finalmente, eravamo tutti dei giovani con la voglia di divertirci, ero sicura di passare una bella serata con gli amici. Lì nessuno mi ha detto niente. Fumavo tranquilla, ho bevuto la birra e ho ballato. Pensavo che dopo tutto il Messico non era male, che a volte qualcuno ti diceva qualcosa in merito al tuo corpo ma non per offenderti. O sì?

 

Da tutte le conversazioni che ho sostenuto con le donne in questo mio viaggio, nove su dieci avevano subìto in qualche modo degli abusi fisici o psicologici da parte di un maschio.



Insomma se voglio andare avanti al lavoro devo lasciarmi palpeggiare dal capo ogni volta che ci passo vicina. Ma non c’è la faccio più, dovrò per forza trovarmi un altro impiego”: questo lo raccontava A mentre eravamo in bagno al locale. Io sono rimasta stupita che la cosa che più preoccupava la ragazza non fosse il fatto dell’abuso di potere del capo nei suoi confronti nè l’umiliazione subìta in quanto donna. No, la cosa che la preoccupava di più era che cambiare lavoro sarebbe stato difficile. Certo che pensava a quello, ha un bambino, ha un mutuo, deve mangiare, deve pagare le bollette, quindi la violenza di genere in questo caso passa in secondo piano. Ed è sempre così. Ormai noi donne pensiamo che il nostro corpo sia un oggetto. Ce l’hanno sempre detto, allora sarà vero. Vediamo donne- oggetto in tv, nelle pubblicità, ovunque. E se il capo ti molesta o stai zitta e glielo fai fare oppure cambi lavoro. Ma di lavoro ce n'è pochissimo.



La vicina di casa di mia sorella era convinta (e forse lo è ancora adesso) che il marito potesse forzarla ad avere rapporti sessuali solo in quanto è suo marito: le ho spiegato che quello si chiama stupro ma lei quasi offesa mi ha chiesto ma come fa a violentarmi? Lui è mio marito! .

In Messico ogni 4 minuti e mezzo viene stuprata una donna e, nella maggior parte dei casi avviene in casa, da parte del coniuge. Le denunce di questi casi sono in pratica inesistenti.



Quest’anno il Ministero degli Interni ha annunciato alerta de género in 11 località del paese.

La “alerta de género” è una specie di bollino rosso che nomina le città in cui più donne muoiono in modo violento, per stupri, torture, sequestri ecc. Violenza sulle donne. Soltanto quest’anno se ne parla apertamente.



Il governo messicano forse si sta dimenticando dei femminicidi di Cd. Juarez.

Dal 1993 si contano più di 700 donne violentate, torturate, uccise e abbandonate nel deserto.

Le primissime vittime erano tutte bambine.

Nel 2006 hanno trovato il corpo irriconoscibile di una bambina di tre anni.

Nello stesso anno la polizia messicana arrestò e incarcerò un cittadino egiziano di nome Omar Sherif Latifh con l'accusa di guidare una banda di delinquenti e stupratori. Secondo le indagini avrebbero fatto tutto; stranamente le donne hanno continuato a sparire da vive e ritrovate da morte. Anche adesso nel 2015.

Davanti a così tanta corruzione e indifferenza mi sembra inutile scrivere su tutte le altre false indagini e arresti che la Polizia ha fatto. Nessuna ha portato a niente. Le donne vengono lasciate morire dallo Stato. Vengono lasciate anche le famiglie che, al contrario delle istituzioni governative, si sono ben organizzate per protestare, chiedendo una reazione forte da parte dello Stato.

Stiamo ancora aspettando risposte. Anzi stiamo ancora aspettando azioni concrete che fermino la violenza smisurata sulle donne messicane. Metterci su un bollino rosso come allarme non serve a nulla. Servono delle azioni reali. Ora.






giovedì 5 novembre 2015

Una lettura psicoanalitica di Alla Ricerca di Fatima: Una Storia palestinese, memoir di Ghada Karmi




"Alla ricerca di Fatima: una storia palestinese" narra la vita di Ghada Karmi, medico palestinese, che trascorre l'infanzia in un sobborgo benestante di Gerusalemme con due fratelli, i genitori e il cane Rex, affidata alle cure della domestica Fatima. Quando la famiglia è costretta a fuggire in Inghilterra a causa delle crescenti violenze degli ebrei nei confronti della popolazione araba, Ghada deve imparare a convivere con la perdita progressiva e definitiva del paese in cui è nata, sostituito da Israele. L'impatto con l'Inghilterra non è troppo traumatico: la scelta di privilegiare l'identità inglese è naturale e all'inizio risolutiva. Quando, ormai laureata in medicina, sceglie di sposare un inglese, Ghada difende il suo matrimonio agli occhi della famiglia tradizionalista e giudicante, difendendo allo stesso tempo la fittizia identità inglese che ha attribuito a se stessa e rifiutando in toto quella araba. Ma ben presto le contraddizioni di una tale decisione esplodono in tutta la loro violenza: durante la guerra dei Sei giorni Ghada farà i conti con l'indifferenza, o addirittura l'ostilità, di tutti quelli che credeva vicini, marito incluso. Consapevole di non potersi più nascondere e convinta di dover cercare se stessa scavando nel passato, Ghada si getta anima e corpo nell'impegno politico, quasi cercasse un'assoluzione per aver trascurato la storia del suo popolo: negli anni Settanta inizia a lottare per far sentire la voce dimenticata degli esuli palestinesi, si reca nei campi...



Una lettura psicoanalitica di Alla Ricerca di Fatima: Una Storia palestinese, memoir di Ghada Karmi







di Flavia Donati



La vita di Ghada Karmi ha attraversato gli snodi drammatici della storia del suo popolo ed è stata attraversata e travolta insieme alla sua famiglia e alla sua comunità.
Parlo di una donna. Parlo di una storica.
Historia, nel suo significato originale usato da Erodoto, vuole dire "conoscenza".
Ghada Karmi ha attraversato il trauma della catastrofe del suo popolo, superando, come mostrerò, il diniego transgenerazionale ed arrivando con la sua scrittura a rendere testimonianza dell'orrore che è accaduto "là e allora".
I disastri causati dall'uomo e dalla mano dell'uomo, le guerre, le persecuzioni politiche ed etniche, mirano all'annichilimento dell'esistenza sociale e individuale dell'essere umano. Questa è la de-umanizzazione cui il lavoro paziente dello storico si oppone. Lo storico integra le esperienze traumatiche in un atto narrativo.
Questo ha fatto, questa donna-studiosa, Ghada, di cui vi parlerò.
Il mio scriverne è un rendergliene grazia.
Lo storico Walid Khalidi ha dovuto scrivere “All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948”, pubblicato nel 1992, per salvare alla memoria ciò che il sionismo e, poi, lo stato israeliano hanno rubato (case, terre, acqua, alberi, ulivi millenari) hanno distrutto (vite umane, villaggi popolati e inermi) hanno espulso (centinaia di migliaia di abitanti resi profughi o esuli come Ghada) per costruirci sopra cancellandone i nomi arabi per azzerarne anche il ricordo. Per negarne l’ esistenza.
La vita di Ghada inizia come una bimbetta riflessiva, con tanti legami affettivi ben radicati nella comunità di appartenenza, con una nutrice che è per lei una vera àncora di accoglienza e sicurezza e con un cane, Rex, compagno di giochi e di intesa. Parlerò della sua famiglia e dell’intreccio con le complessità di lutti e della loro impossibile elaborazione.
Questa bimbetta un giorno perde tutto. Messa di fretta in un taxi, lasciando Gerusalemme senza il tempo per capire e per un vero addio, vede per l’ ultima volta, una mattina all’alba, Fatima, la nutrice e Rex; li vede figure sempre più piccole in lontananza finché si perdono. Non le vedrà mai più e non saprà nemmeno mai quale fu il loro destino (pag. 113). Era l’ aprile del 1948. La nakba, la catastrofe. Confusi, storditi, ammassati, annegati nel dolore e nella paura, prima tappa Damasco, poi Londra.

Il libro intreccia la grande storia e la storia personale. Ghada Karmi è medico e storica accurata, dallo sguardo ampio ed è mossa da una dolorosa sincerità personale sui suoi percorsi, ingenuità, errori, illusioni, fallimenti e ritrovamenti della strada perduta.
La cornice della grande storia: La Dichiarazione di Balfour novembre 1917, in merito alla spartizione dell’ impero ottomano, venne mandata dall’allora Ministro degli Esteri inglese Balfour a Lord Rothschild inteso come rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista. In questo documento ufficiale il governo inglese guardava con favore alla creazione di un focolaio ebraico in Palestina. Dice Ghada Karmi: ”con quella dichiarazione il governo inglese aveva promesso ad un popolo la terra di un altro, benché non potesse rivendicare alcun diritto di proprietà su quella terra” (pag. 71). La Dichiarazione di Balfour fu inserita nel trattato di Sevres del 1920 che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia e assegnava la Palestina al Regno Unito, successivo titolare del Mandato della Palestina. Nei primi capitoli del libro si seguono le vicende prima della trasformazione di Gerusalemme nel XIX secolo: “quando si stabilirono le prime missioni cristiane…in appena cinquant’anni costruirono centinaia di chiese, scuole, ospedali…” (pag. 31) . La ferrea occupazione del mandato inglese, attivamente contrastata da movimenti di resistenza palestinese “dal 1936 al 1939 la protesta palestinese contro la linea politica seguita dalle autorità del mandato britannico che governavano il paese era inarrestabile…ma i capi della rivolta non riuscirono ad accordarsi su una strategia comune per sconfiggere l’ avanzata ebraica né tantomeno gli inglesi...” (pag. 10-11) “i due partiti pro Husseini e pro Nashashibi, ai ferri corti, stavano conducendo la resistenza palestinese alla disfatta, lasciando il campo agli ebrei immigrati, ogni giorno più decisi a prendere il potere” (pag. 44). La progressiva migrazione ebraica in Palestina: “Prima dell’ inizio dell’immigrazione ebraica in Palestina nel 1880 la comunità (ebraica ndr) contava circa 3.000 persone, su un totale di 350.000 abitanti nel paese” (pag. 37). Quella piccola comunità che Ghada Karmi chiama “i nostri ebrei” era indistinguibile dagli arabi, perché ne parlava la lingua ed era fisicamente indistinguibile. Ma si ingrossò il fiume della migrazione ebraica sotto gli occhi dell’ occupazione militare del mandato inglese. Ebrei poveri degli anni ’20-’30…ma anche ebrei benestanti “ricevevano sostanziosi aiuti economici dal governo britannico” (pag. 13) diventavano sempre più possidenti. Ghada dice: “lasciati a se stessi, i popoli si mescolano. Matrimoni misti, amicizie tra i vicini di casa …..” ( pag. 45)…..
Ma i sionisti avevano un altro piano. Il JNF (il Fondo Nazionale Ebraico) fondato nel 1901 al congresso sionista di Basilea, mappò la terrà e pianificò la sua espropriazione. Le strutture politiche e militari sioniste, inizialmente addestrate ed armate dall’esercito inglese, progressivamente diventarono il braccio armato (Haganah, esercito clandestino, Irgun, Banda Stern) contro la popolazione palestinese e contro l’esercito inglese che divenne obbiettivo di attacchi sanguinari (ad es King David Hotel quartier generale del governo britannico in Palestina fu devastato da una bomba nel luglio 1946 (pag. 54), o per es la Goldsmith House sede degli ufficiali britannici (pag. 61). Dice Ghada Karmi: “Le autorità inglesi sembravano sopraffatte dalla ferocia delle aggressioni degli ebrei”.

La popolazione palestinese, la comunità intorno a Ghada, la sua famiglia divennero sempre più terrorizzate dagli attacchi delle milizie sioniste (ai mezzi pubblici ad Haifa, alla folla alla Porta di Damasco, ai cinema, ai caffè, agli Hotel ritenuti sedi delle deboli organizzazioni palestinesi di resistenza, divise e malamente organizzate e dirette, il massacro di Deir Yassin il 9 aprile 1948…) fino a quel giorno di aprile del 1948 quando per non morire, lasciarono la loro terra.
Lascio alle pagine di Ghada la storia della fine del Mandato britannico e la Dichiarazione Onu e il dramma della popolazione palestinese, di quella che rimase nel territorio e di quella che diventò esule, 800.000 donne, uomini e bambini e dei 531 villaggi distrutti.


Io mi devo occupare della storia piccola, della storia personale che si dipana in questa grande storia. Vorrei proporvi 4 aree di lettura di questa storia per entrare nei suoi aspetti psicologici, per come io ho cercato di comprenderli. Spero che Ghada senta il mio rispetto per lei e per l’onestà del suo racconto, lo senta anche se devo concentrare in pochi paragrafi l’ entrare in grandi complessità e in intense emozionalità e ciò lo sento rischioso.



1)Aree di fragilità pre-nakba
2) Il trauma ed i suoi fattori PRE-disponenti l’impossibilità di una elaborazione compiuta
3) I tentativi difensivi (per es: pseudo-integrazione post-migratoria)
4) La riconnessione con la propria storia




La bambina Ghada viveva nella sua famiglia con il papà, la mamma, una sorella nata nel ‘32 ed un fratello nato nel ’36 più grandi di lei nata nel nov ’39 . Immersa, radicata in una comunità ricca di scambi umani e di attività commerciali.
Ghada guarda alla sua storia da adulta e la pietà per i dolori della vita dei suoi genitori le permette di ricordare con tenerezza aspetti della dinamica intra-famigliare che avrebbero potuto essere ricordati con venature critiche che si permette solo in alcune pagine, dimostrando la sua profonda consapevolezza e sincerità.



Ma non solo questo: questo sguardo pietoso è un primo movimento di elaborazione del lutto che le permette di attingere alla memoria sia della sua storia individuale sia alla grande storia.
Ghada chiede a Fatima “dimmi cosa succede?” (pag. 107) quando l’angoscia nella comunità cresce. Non lo chiede alla madre, non lo chiede al padre. Per lei l’àncora è Fatima. La madre è una donna volitiva e intelligente ma sembra distratta dalla sua intensa necessità di interazioni sociali che inseriscono la famiglia in un tessuto affettivo sociale stretto ma lasciano Ghada un po’ solitaria. Ghada dice: “io non venivo notata da nessuno, mi vedevo pelle ed ossa, mi sentivo brutta ed ero gelosa marcia” dei cuginetti coccolati dalla madre e dei maschi che avevano diritto a trattamenti speciali (pag. 22)...“dai bambini, come dagli adulti ci si aspettava che se la cavassero da soli”….”la vita senza Rex e Fatima era impensabile” (pag. 76).
Queste frasi danno l’ immagine di una bambina che non trovava sufficiente accoglimento e attenzione e che non si sentiva vista dagli occhi della madre. E quindi poteva trovare difficoltà nella formazione dell’immagine di sé. Un vissuto di svalutazione, di insufficiente rispecchiamento e rassicurante conferma che può rendere il bambino più esposto a inquietudini-insicurezza-autocriticità nel suo senso di sé stesso e all’ ansia di rifiuto nella relazione con il mondo esterno. L’ancoraggio a Fatima è di tipo affettivo-protettivo, una grande tenerezza calda. Fatima era una donna saggia ma nella società palestinese del tempo la posizione di Fatima era svalutata: “Anche se ero piccola avevo già assimilato la tripartizione usuale della società palestinese: in fondo alla scala c’era la gente di campagna, poi i proprietari terrieri e in cima gli abitanti delle città” (pag. 17)… “fin dall’ inizio considerai Fatima come mia madre…sapevo che lei non era la mia vera madre ma nutrivo un affetto così profondo che i miei fratelli mi canzonavano: Non sei mica nostra sorella…Ti abbiamo trovata in giardino…i tuoi genitori sono contadini come Fatima…prima o poi ti rimandiamo da loro...”… “piangevo disperata”...”mia madre li rimproverava”…”Ma il mio strazio era solo in parte dovuto al fatto di non voler essere considerata una reietta nella mia stessa famiglia. In maggior misura mi turbava l’ idea di essere associata ai contadini”...( pag. 16). Quindi già da allora il modellamento sull’immagine della figura femminile di riferimento era complessa. Complessa la formazione dell’ immagine di sé. Da una parte Ghada trovava la sicurezza, pace, tenerezza e accoglienza incondizionata con Fatima, dall’altra era in conflitto con quell’ immagine di riferimento da introiettare in quanto svalutata e che l’avrebbe messa fuori dalla famiglia.
Il rapporto con il padre è tenero. Siede sulle sue ginocchia quando la madre esce e lui legge, gli parla anche se lui non si sa quanto ascolti. E’ un uomo responsabile con aspirazioni intellettuali e lavora all’interno dell’ entourage inglese cosa che gli crea forti imbarazzi per la sua forte collocazione leale dentro la sua comunità. Una complicazione che lo accompagnerà anche dopo la migrazione in Inghilterra perché troverà lavoro nella divisione araba della BBC. Ghada dice: “i padri hanno un’importanza cruciale nella nostra cultura. Rappresentano la principale figura di riferimento, l’ autorità, sono gli artefici della reputazione della famiglia, l’ unico suo mezzo di sostentamento economico e la base della sua identità” (pag. 76). Ma il padre, lui stesso vittima della grande storia che si abbatte sulla sua terra dice: “non andremo da nessuna parte e nessuno farà nulla ai miei libri” (pag. 83). E quindi che cosa succede alla bambina Ghada verso questa autorità che doveva essere, per lei ancora piccola, guida autorevole nella lettura della realtà ed efficace protezione consapevole? Lo si perdona in quanto vittima ma: che ferita lascia? Quanto traumatica è la perdita improvvisa dell’aura di onnipotenza che i nostri genitori dovrebbero perdere un po’ alla volta nel corso della nostra adolescenza mentre ci attrezziamo a navigare da soli la realtà?
Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio il senso di fragilità e di dubbio identitario che sarà parte della fase successiva, post-migratoria.
Sia la mamma che il papà di Ghada hanno difficoltà a parlare delle esperienze e di ciò che succede a loro e nei loro figli sia prima della nakba che negli anni del post-migrazione. Ghada ne parla con stupore, con tristezza, a volte con dolore arrabbiato. “nessuno dei due sembrava interessato alle nostre vite” (pag. 205) “non riesco a perdonare i miei genitori per averci gettato con tanta noncuranza in simili sabbie mobili culturali e politiche” (pag. 191) “lacrime di papà per che cosa? Era impossibile dirlo perché papà non parlava mai dei suoi sentimenti” (pag. 144). Noi lettori possiamo cercare di immaginare lo stato di angoscia continua e sotterranea nel quale i genitori vivevano intuendo, forse non a livello conscio, che il loro mondo era minacciato e sarebbe stato distrutto. Forse non erano in grado di ascoltare perché non potevano dare risposte. Non potevano avvicinarsi al lutto che stavano per vivere, stavano vivendo, avevano vissuto e avrebbero continuato a vivere. Ma se guardiamo l’esperienza dalla parte di Ghada possiamo sentirci vicini alla sua esperienza interiore. I bambini hanno bisogno di essere aiutati a mettere in parole le loro esperienze perché vengano accolte senza reprimerne le emozioni, anzi per aiutarli a capirle e collegarle, per validare le loro risorse per poter affrontare le sfide, per non vergognarsi della paura, per non dover far finta di…. e per consolidare il senso della propria identità. Gli attacchi di panico di cui Ghada ci racconta soffrirà a Londra per molti anni (pag. 186) iniziati al museo delle cere di Madame Tussauds (forse non per caso: tutti come morti, come un cimitero) rimandano forse a questa scissione tra forti emozioni e un insufficiente tentativo di contenimento negli anni formativi attraverso l’ascolto-rassicurazione attraverso la sintonizzazione dell’ adulto-affidabilità della parola dell’ altro.
Gli impatti forti della nostra vita vanno a mettere in evidenza le nostre aree deboli e poi, come Ghada arriverà a fare nel suo percorso, se riusciamo a riconnetterci con le nostre risorse e le correnti dinamiche autentiche della nostra identità abbiamo l’opportunità di riparare, di occuparci in modo curativo di quelle aree friabili.



2) Il trauma: Palestina Damasco Londra
Perdita del mondo che è la sua vita. Affetti, legami identitari, comunità di riferimento. Odori. Suoni. Paesaggi. Fisionomie. Arriva l’ Aprile 1948.
Prima il montare di una paura che impregna tutti. I genitori erano terrorizzati (pag. 104) i bambini non possono contare su alcuna rassicurazione, conforto, spiegazione su ciò che sta avvenendo e potrà essere di loro: “nemmeno il tempo di dire addio alla nostra casa, al nostro paese a tutto ciò che avevamo amato un tempo” (pag. 113). La fuga a Damasco dove c’erano i nonni.
C’è un dolore che tutto pervade ma un meccanismo difensivo, la negazione, che illusoriamente protegge dal dolore ma ne complica enormemente la possibilità di elaborarlo senza eccessive scissioni che invece congelano parti del proprio mondo interno con conseguenze complesse emotive-cognitive-relazionali: “dopo il nostro arrivo a Damasco, nessuno accennò più alla vita di prima. I nostri genitori non parlavano più né di Fatima….nè della casa o di Gerusalemme. Mi sembrava di essere l’ unica a serbarne il ricordo…così stordita e confusa decisi di seguire il loro esempio e tenni per me la confusione. La mia devozione a Fatima, alla nostra casa e alla mia infanzia divennero una questione privata, un segreto da custodire e proteggere.” (pag. 126)…”i ricordi congelati nel tempo” (pag. 161).
“Scappare è fare il gioco degli ebrei, rimanere è esporre i figli alla morte” (pag. 82). Fuggiti lasciando gli anziani indietro per salvare i bambini: come si può elaborare o convivere con una tale colpa? Come affiorerà o si cercherà di non farla affiorare?
Poi, dopo varie traversie, e “una temporanea follia dei genitori” (pag. 145) la famiglia arriva a Londra. A Londra la famiglia Karmi tiene una stretta routine araba; la infelicissima mamma entra in una vera fase depressiva (pag. 167): isolata, rifiuta per anni di attrezzare con il riscaldamento la casa gelida e umida; rifiuta di considerare quella casa, quel luogo come destinazione permanente, definitivo, finale. Non imparerà mai l’inglese, e non stringerà mai amicizie con gli inglesi. Molto diversamente da come aveva fatto in Palestina dove le porte di casa erano sempre aperte e i vicini di casa erano amici al di là di appartenenze e caratteri. Mai mise piede nella scuola dei figli (pag. 179) e spegneva la musica classica che sempre aveva allietato la casa in Palestina (pag. 183).
Come si può elaborare una perdita così globale e drammatica? Il fallimento della migrazione nella generazione adulta si appoggia su una prevalenze di un dolore che eccede la proprie capacità di sopportarlo, sulla negazione come mezzo difensivo
prevalente, sulla natura obbligata dell’esilio, sulla globalità della perdita di ciò che ancora esiste ma è stato devastato e rubato. Gli invasori vivono nella loro casa. Il presente viene congelato perché non è più il passato e perché non deve diventare quel futuro. Congelamento dell’oggetto perduto insieme a ciò che di noi si esprimeva nella relazione con esso.
Idealizzazione del mondo perduto-estraniazione e denigrazione del mondo presente sono oscillazioni che rendono difficile la vita anche ai ragazzi che invece escono da casa, vanno a scuola, devono imparare la lingua e devono negoziare il loro inserimento in una nuova cultura, con nuovi valori, abitudini, validazioni.
Infatti come scrive Faimberg (2006) una negazione trasmessa di generazione in generazione impedisce il più delle volte di elaborare il lutto delle varie catastrofi del ‘900. La cripta di questo lutto incistato, chiusa quasi irrimediabilmente, dà luogo ad uno spazio intra-soggettivo e inter-soggettivo dove ciò che è negato ritorna nella forma di una mutilazione, in senso stretto ed in senso lato. Ma non sono solo i bambini ad essere “mutilati” della possibilità di affidarsi ai genitori: i genitori sono a loro volta “mutilati” non solo della loro patria ma della possibilità di essere per i loro figli punti di riferimento forti. Il terrore li fissa nella negazione. Gli adulti, si sa, sono meno plastici dei bambini, incistano il trauma in una cripta irrevocabilmente.
Quali operazioni mentali Ghada deve fare per poter continuare a vivere?



3) La pseudo-integrazione post-migratoria
Non può accettare la denigrazione del presente se vuole vivere, congela ricordi e perdite e gli elementi fondanti la sua identità culturale. “iniziai a cancellare il passato come se non fosse mai esistito...mi chiedo se i nostri genitori stessero cercando di favorire quella cancellazione un po’ per non rivivere il dolore e il trauma e un po’ forse, per una ragione più oscura e diversa. Magari a spingerli era la vergogna per aver disertato la madre patria, per averla lasciata, indifesa, nelle mani dell’invasore” (pag. 193). Verso chi era stato abbandonato, lasciato là. Inizia per Ghada un lungo processo di adattamento che potremmo chiamare camaleontico, facilitato dalla sua frequenza in una scuola cattolica dove le suore la trattavano con una certa dolcezza, un gusto di accoglienza femminile quasi un’associazione a Fatima. La sua migliore amica è Leslie e viene ben accolta dalla sua famiglia ebrea.
“Mi ero fatta l’ idea che tutto quello che era arabo…era mediocre e non meritava il mio interesse” (pag. 208). La svalorizzazione è tra i sintomi del lutto patologico. “avevo fatto mio il risentimento verso gli immigrati, come se io e la mia famiglia appartenessimo alla popolazione indigena…secondo lo stesso principio volevo confondermi con gli inglesi, imitare il loro comportamento, il loro modo di vivere….non mi sfiorò mai il pensiero di essere io stessa oggetto di quel disprezzo che gli inglesi provavano per i miei compagni immigrati e nemmeno che, in quanto palestinese, era proprio a loro che dovevo la perdita recente del mio paese…(208-209).
Qui va messo in luce il doppio livello della scissione e della negazione: una negazione della perdita da parte dei genitori e una negazione della storia del popolo palestinese da parte degli inglesi, nei media e nell’insegnamento scolastico, che volevano dimenticare il loro ruolo pre-nakba e stavano sempre di più promuovendo, per associazione coloniale, Israele a paese amico dimenticando tutta la storia del mandato britannico in Palestina finita con il loro sangue oltre a quello palestinese. Infatti i due momenti cruciali di rottura del suo percorso “adattativo” dal ’49 al ‘67 sono legati alla guerra per lo stretto di Suez del ottobre-novembre 1956 e alla cosiddetta guerra dei 6 giorni del 1967. Queste crisi internazionali vedono emergere nell’ambiente sociale e scolastico intorno a Ghada forti spinte di alleanza tra gli ebrei inglesi e Israele in aperta ostilità anti-araba e contro l’Egitto di Nasser, e una chiara collocazione inglese in alleanza anti-araba insieme agli altri stati post e neo-coloniali. “gli ebrei inglesi iniziarono con il ‘67 il loro coming out per appartenenza religiosa e per i loro legami con Israele (pag. 351). Ghada subisce penose esperienze di bullismo a scuola (pag. 262) e raffreddamenti nelle sue relazioni sociali: si sente dire “ti sembra giusto quello che ha fatto il vostro Nasser?” (pag. 252). Scrive: “Mi ci sarebbero voluti un altro decennio e un’altra crisi profondissima perché quell’edifico alla fine crollasse. Ma, senza che lo sapessi, a seguito della guerra di Suez, le prime crepe si erano già aperte.” (pag. 268).
Ghada per un po’ non aveva avuto scampo: aveva cercato di inserirsi per assimilazione. Ha la cittadinanza nel ’52. Vive come se avesse una doppia vita. Si accentua un distacco affettivo dai suoi genitori che vivono in un mondo a parte, soprattutto la madre. Ad un certo punto viene accolta con affetto e calore dalla famiglia di John che la vuole sposare. Ghada tentenna perché “sa” che John per lei è la casa inglese che le dà un senso di appartenenza ma, credo, sentisse la voragine che sottostava al suo rapporto. Quel senso di appartenenza si basava sulla negazione della sua storia - di cui non si parlava - della sua identità araba originaria e delle ragioni storiche della sua forzata migrazione delle quali non si parlava (pag. 332).
Ghada sceglie inconsapevolmente come data per le nozze il 15 maggio: la data della nakba. La data della perdita della sua terra ora diventa anche la data del distacco dalla sua famiglia che non riesce ad accettare la sua scelta. Forse il sovrapporre le date è nella scia della negazione. O all’ opposto accendere i riflettori sulla storia.
Ma la grande storia entra di nuovo nella sua vita questa volta ridandole una nuova possibilità di elaborazione e di integrazione personale. È la guerra delle 3 ore…chiamata dei 6 giorni con la disfatta araba e il trionfo di Israele. Nel 1967. Si afferma nel mondo la saldatura tra i colonialismi in funzione anti-araba con la possibilità di oscurare la responsabilità europea nell’olocausto passando agli arabi il ruolo di minaccia agli ebrei.
Momento cruciale con John che le dice: “non posso non ammirare Israele” . Il matrimonio viene travolto ma Ghada fa soprattutto precipitare dentro di sé una crisi profonda, difficile: “adesso mi sentivo doppiamente sola. Era come se quella settimana di guerra mi avesse smascherata. Mi chiedevo chi fossi in realtà”, (pag. 344). Pagine dolorose, turbolente ma che indicano quel lavoro di riconnessione interna alla realtà della propria storia e ai propri legami culturali sotterrati.
Le aree di ambiguità che dobbiamo mantenere - per permettere un adattamento che viene associato alla sopravvivenza, scindendo e sopprimendo aree importanti della nostra identità - è proporzionale alla fragilità della nostra identità, alla quota di vergogna e di autodenigrazione che la minaccia, alle dinamiche collusive dell’ambiente circostante (nella negazione, nella denigrazione, nell’ amnesia) alla violenza dell’esclusione sociale e della punizione in caso di manifestata diversità o critica.
L’integrazione interna (eredità, appartenenza, modelli identificatori, transgenerazionali, la nostra individuazione=creazione della nostra originalità nella fase infantile, i suoi dilemmi…) è l’ unico presupposto per un‘integrazione esterna che non sia basata sulla perdita di parti importanti di noi stessi e su un camaleontismo superficiale.
Israele riuscì attraverso un’articolata e abilissima strategia politico-mediatica a trasformare l’immagine del popolo palestinese, la vittima che era stato espulsa dalla sua terra, nell'immagine di una presenza senza diritti, intrusoria, aggressiva, che andava annullata e distrutta in quanto minacciosa. Gli stati arabi, divisi, con poteri autocratici miopi e disorganizzati, non ebbero mai, dopo Nasser, alcun ruolo nello scacchiere geo-politico dell’area medio-orientale e mediterranea. Ora in Israele con la legge del marzo 2011 lo Stato toglie i fondi statali a quelle istituzioni che commemorino il giorno della fondazione dello stato di Israele come giorno di un loro lutto. Parlare della nakba è proibito a scuola. Cioè i migliaia di palestinesi che sono rimasti in quello che è diventato lo Stato ebraico, non possono ricordare il giorno in cui hanno perso la loro coesione comunitaria e migliaia di loro amici e parenti sono diventati profughi permanenti, alcuni esuli sparsi per il mondo (come la famiglia di Ghada), molti altri, milioni di altri ora vivono ancora in campi profughi senza diritti e senza identità nazionale. Il vero “negazionismo” impedisce alla vittime di essere riconosciute: Ghada scrive “compresi amareggiata che non avevo solamente perso la mia patria ma anche il diritto di piangerla e di volerne a qualcuno perché se ne era appropriato” (pag. 354).


4) Riconnessione alla propria storia

Ghada inizia un’attività politica che non è più terminata a tutt’oggi. E da medico diventa una storica e una studiosa. Questa parte della sua vita ci è più nota. La porta ad un certo punto a pensare di voler vivere e lavorare come medico in Siria, rientrando in un mondo culturale arabo. Sperimenta come sa chi vive, attraversa e studia la complessità del processo migratorio, che l’ individuo diventa un individuo originale che deve accettare di non collocarsi perfettamente né nella cultura di origine né in quella di arrivo. E lei è mossa da necessità di restituire alla storia la storia.
La enorme fatica elaborativa che ha fatto sul piano personale dà le radici ad un suo pensiero coraggioso ed originale, una sua proposta strategica che è stata espressa nel suo libro “Sposata ad un Altro Uomo” (così fu descritta la Palestina dai due inviati dal primo congresso sionista del 1897 di Basilea, cioè che era una terra già abitata, rivendicata da una popolazione nativa arabo-palestinese della quale era madrepatria) che Ghada venne a presentare in Italia 4 anni fa. Ghada dice: “Sono consapevole che l’ipotesi di uno Stato unico non sia un argomento del quale scrivere facilmente. Si finisce immediatamente per far parte di una minoranza marginale e si è oggetto di accuse di utopismo, antisemitismo, e persino di tradimento. Si tratta di pregiudizi per evitare di pensare idee in contrasto con quelle divenute familiari, convenzionali, o che servono interessi costituiti. Al contrario, l’ipotesi di uno Stato unico, laico e democratico nella Palestina storica, è da affrontare con un dibattito onesto perché, come spero, di dimostrare è l’unica strada possibile tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani”.
Grazie Ghada e grazie Fatima che, credo, Ghada abbia ritrovato dentro di sé come un nucleo caldo e amorevole grazie al quale è riuscita, nonostante la sua terra sia stata distrutta e lei ripetutamente ferita, a portare al suo popolo un messaggio costruttivo e di speranza.
…… Cesare Pavese “ Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”
“La Luna e i Falò” Einaudi 1950
Flavia Donati , psichiatra e psicoanalista SPI-IPA

Roma, 5 maggio 2014
Relazione richiesta da ISM-Italia e presentata in occasione del tour in Italia del maggio 2014 per la presentazione del libro memoir di Ghada Karmi “Alla Ricerca di Fatima - Una Storia Palestinese”, Atmosphere Libri 2013.




domenica 25 ottobre 2015

Un cortometraggio per parlare del tumore al seno




L’idea di Segni, nasce dalla voglia di raccontare delle storie di dolore nella fase di“rinascita”. Protagoniste del delicato racconto sono tre donne (Donatella Gimigliano, Monica Periccioli e Arianna Stabile), una narratrice e un’artista del mondo della musica.

La narratrice (Rita Dalla Chiesa), è colei che raccoglie la testimonianza di tre donne coraggiose, che hanno affrontato la violenza psicofisica del tumore al seno, il tutto con le musiche e le incursioni della cantante (Fiordaliso). Attraverso i loro racconti, in chiave di conversazione/confessione, scopriamo quello che le donne raramente dicono: il percorso che hanno dovuto affrontare (o che stanno affrontando), spesso da sole, per superare la dirompente violenza che il cancro esercita sul loro corpo, sulla loro mente e sulla loro vita. Cinque i punti cardine: combattere il male per riappropriarsi del proprio corpo e dell'equilibrio psichico, dei rapporti interpersonali (che spesso vengono meno), col resto della società e col mondo del lavoro. Riappropriarsi anche dei piccoli gesti quotidiani che fanno parte del mondo femminile, come truccarsi, scegliere un bel vestito per uscire, sistemarsi i capelli. Riprendere consapevolezza della propria femminilità, della bellezza che fa parte di ogni donna. Il simbolo che accompagna le nostre quattro protagoniste nei loro racconti è il fiore di camomilla. La camomilla rappresenta la forza e il coraggio nei momenti difficili, ma viene anche utilizzata in natura con un nobile scopo: travasandola accanto a piante malate, ha il potere di rinvigorirle.
Il cortometraggio si chiude con un'immagine allegra e serena: le donne protagoniste e la narratrice stringono in mano ognuna dei mazzolini di camomilla, e decidono di offrirli a noi, come gesto di forza e solidarietà per chiunque ne avesse bisogno.

Per un'anticipazione del corto:




venerdì 21 agosto 2015

Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile





"Metà di quello che ho scritto è uscito in una notte. Il resto sul tram, mentre andavo al lavoro" racconta Massimiliano Verga, padre di Jacopo, Cosimo e Moreno, un bellissimo bambino di otto anni, nato sano e diventato gravemente disabile nel giro di pochi giorni. "Così ho raccolto gli odori, i sapori e le immagini della vita con mio figlio Moreno. Odori per lo più sgradevoli, sapori che mi hanno fatto vomitare, immagini che i miei occhi non avrebbero voluto vedere. Ho perfino pensato che fosse lui ad avere il pallino della fortuna in mano, perché lui non può vedere e ha il cervello grande come una Zigulì. Ma anche ai sapori ci si abitua. E agli odori si impara a non farci più caso. Non posso dire che Moreno sia il mio piatto preferito o che il suo profumo sia il migliore di tutti. Perché, come dico sempre, da zero a dieci, continuo a essere incazzato undici. Però mi piacerebbe riuscire a scattare quella fotografia che non mi abbandona mai, quella che ci ritrae quando ci rotoliamo su un prato, mentre ce ne fottiamo del mondo che se ne fotte di noi." Dalla quarta di copertina del libro Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile, di Massimiliano Verga (Mondadori).




L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi l'autore e lo ringrazia moltissimo per il suo racconto e la sua testimonianza.



Quando siete venuti a conoscenza della disabilità di vostro figlio, come avete iniziato a “prepararvi” alla situazione?


Preparati mai. Moreno ha quasi 12 anni e c'è stato un percorso di conoscenza e, rispetto all'inizio, è tutta un'altra cosa, anche per merito suo.

Di fronte a una disabilità o fragilità, nessuno può avere l'arroganza o la presunzione di sentirsi preparato.

Moreno è nato sano, poi si è ammalato di un “qualcosa” che non so, a un mese di vita: è stato ricoverato in patologia neonatale ed è tornato a casa con gli esiti che ho raccontato nel libro. Non abbiamo una diagnosi e il fatto che Moreno non sarebbe più stato il bambino che ho cominciato a conoscere quando è nato, l'abbiamo saputo il giorno della dimissione e dopo alcuni mesi abbiamo scoperto che Moreno era anche non vedente.


Voi familiari avete fatto un percorso psicologico oppure avete affrontato tutto da soli?


Non abbiamo fatto nulla: io no, ma credo nemmeno la mamma (io e la mamma non viviamo più insieme). Anche i fratelli di Moreno non sono seguiti perchè è una situazione che hanno imparato a gestire con loro stessi in modo relativamente sereno.

Sono contrario ad un percorso che possa etichettarli e farli sentire i “fratelli di” quando, invece, stanno cercando di uscirne per conto loro.


Quali sono i sentimenti che ha provato da quando è nato Moreno e quali quelli che prevalgono?


Sono molto banale in questo, ma uno su tutti è l'amore. Poi, certo, c'è un contorno di rabbia e di frustrazione legato a quell'impreparazione di cui parlavamo prima.



Siete aiutati da servizio sanitario e dalle istituzioni?

Sono abbastanza fortunato rispetto alle altre realtà che conosco di situazioni di abbandono. E' noto che le istituzioni siano molto deficitarie, ma ho avuto fortuna nel senso che, fin dall'inizio, abbiamo trovato una brava fisioterapista che da subito ha seguito Moreno e anche il servizio scolastico è stato buono perchè alla materna ho trovato delle maestre molto attente. Adesso Moreno frequenta una scuola speciale in cui i bambini hanno una disabilità grave e mi trovo benissimo; avrà capito che sono favorevole alle scuole speciali perchè ci sono dei bambini che possono essere accolti solo in luoghi costruiti e pensati per loro.


Stanno aiutando Moreno a diventare più autonomo?


La parola “autonomo” per Moreno è una parola grossa perchè non lo sarà mai: ha bisogno che ci sia sempre una persona a mezzo metro da lui, ma il fatto che abbia imparato a riconoscere un water, che salga sul camper da solo, che si muova nello spazio in modo più sicuro lo devo alla testa dura mia e di sua madre, alla scuola, alla terapista e a tutti coloro che lo seguono.


Gli altri due fratelli come si rapportano a Moreno?


Chiaro che per loro è molto difficile. Moreno è un “alieno”: non parla, urla, sbatte. E' molto difficile avvicinarsi e interagire con lui.

I fratelli hanno delle modalità differenti legate non tanto all'età (il grande ha 13 anni e il più piccolo ne ha 8), ma perchè il grande ha visto nascere Moreno e ha vissuto insieme a noi e insieme a lui gli anni più duri e, quindi, prova sentimenti diversi rispetto al fratello piccolo che si è trovato un fratello “alieno” senza provare lo shock della scoperta della sua disabilità.



Perchè ha deciso di raccontare la vostra storia pubblicamente?


Zigulì era il mio diario nel quale mi sono sfogato, nel giro di una notte, come è scritto in quarta di copertina. Quando l'ho ripreso in mano ho pensato, forse con un po' di presunzione, che potesse essere utile per qualcun altro.

L'idea che quei sentimenti e quei frammenti potessero essere condivisi da altri genitori mi ha portato a pubblicarlo. Il riscontro è enorme e non me lo aspettavo: ricevo tantissime mail, ho fatto un centinaio di incontri pubblici, mi invitano. Mi sembra di aver raccontato qualcosa che appartiene a tante persone ma io, forse, ho avuto un pizzico di coraggio in più nel raccontare la realtà per quella che è.


Parliamo, infine, del tema dell'accettazione...


L'accettazione non riguarda il bambino, riguarda i genitori: tu devi imparare ad accettare te stesso come genitore di quel bambino.

Il bambino, ovviamente, è accettato, è tuo figlio, ma il genitore deve fare i conti con se stesso e questo è l'aspetto che a volte, purtroppo, crea atteggiamenti di chiusura. Peggio ancora nei casi in cui i genitori sono lasciati da soli per cui per loro è ancora più difficile: su questo dovremmo lavorare come comunità.





sabato 27 giugno 2015

Bambini soldato in Sud Sudan



di Veronica Tedeschi





Bambini drogati e imbottiti di stupefacenti per non farli arrendere durante lo scontro.

I più sfortunati nascono già in una delle fazioni ribelli, come se il loro destino fosse segnato, in altri casi, da giovanissimi vengono sottratti alle loro famiglie per essere cresciuti in contesti di guerra e sofferenza.

Questa è la situazione di molti dei bambini che vengono ingaggiati come soldati senza averne la consapevolezza; in alcune rare situazioni, si pensa che alcuni di questi aderiscano come volontari per motivi legati alla sopravvivenza, alla fame o al bisogno di protezione.

I bambini diventano i soldati migliori per diversi motivi: non concepiscono il livello di gravità della situazione, hanno dimensioni piccole e sono veloci, sono in grado di infilarsi in tombini, fori e quant’altro. Infine, non si schiereranno mai per la fazione concorrente, se gli prometti, o minacci, qualcosa faranno quello che gli dici a prescindere. Le bambine, sebbene impiegate in misura minore, spesso sono usate per scopi sessuali, ma anche per cucinare o piazzare esplosivi, non devono essere pagate e non si ribellano.



Lo scorso 22 febbraio è stata la Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato, una piaga che sta minando psicologicamente intere future generazioni. Il problema non riguarda solo l’Africa, sono 22 i Paesi in tutto il mondo che utilizzano bambini soldato durante le loro guerre, tra questi troviamo il Sud Sudan (Stato indipendente dal 2011) ripiombato nella guerra civile da più di un anno.

Il 21 febbraio, un giorno prima della Giornata internazionale, uomini armati sono entrati nel paese e hanno rapito 89 ragazzini dal campo profughi di Malaki, nella regione settentrionale dell’Alto Nilo.

Secondo la Bbc, i soldati hanno circondato i campi profughi, cercando tenda per tenda, e prelevando con la forza i ragazzi di età superiore ai 12 anni.

Il 10 febbraio, pochi giorni prima, l’Unicef aveva organizzato a Pibor, nel Sud Sudan orientale, la cerimonia di disarmo nella quale furono liberati circa 300 bambini tra gli 11 e i 17 anni. Questo fu il terzo rilascio di bambini a seguito di un accordo di pace tra la fazione e il governo. L’Unicef, il Government's National Disarmament e il Demobilization and Reintegration Commission (NDDRC), ancora oggi, stanno lavorando insieme per prendersi cura dei bambini e reintegrarli di nuovo nelle loro comunità.
Cobra Faction, la fazione di ribelli che rilasciò questi bambini, nel suo gruppo armato detiene ancora fino a 3.000 bambini soldato.


Il rapimento e lo sfruttamento di bambini nell’atto di conflitti è considerato una violazione del diritto umanitario internazionale, che è quella parte di diritto che definisce le norme da rispettare in tempo di conflitto armato e le regole che proteggono le persone che non prendono, o non prendono più, parte alle ostilità e pongono limiti all'impiego di armamenti, mezzi e metodi di guerra.

Non solo, anche lo Statuto della Corte Penale internazionale (il tribunale per i crimini internazionali), include, fra i crimini di guerra nei conflitti armati, l’arruolamento di ragazzi minori di 18 anni o il fatto di farli partecipare attivamente alle ostilità.

Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. Chi combatte non si cura delle Convenzioni di Ginevra e spesso considera anche i bambini come nemici. Secondo uno studio dell’Unicef, all’inizio del secolo le vittime civili rappresentavano il 5% delle vittime di guerra, oggi quasi il 90%.



Le regole di diritto internazionale, sia umanitario che penale, come si è visto, puniscono duramente questi comportamenti ma, nonostante questo, tali pratiche continueranno fino a quando non saranno duramente imposte sanzioni contro gli Stati sostenitori di queste pratiche, come, per esempio, il Sud Sudan.




giovedì 4 giugno 2015

Bullismo omofobico: conoscerlo per combatterlo





Mi hanno rotto un braccio e mi hanno pure detto che ero fortunato che non fosse il destro. Mi hanno spento sigarette sul collo mentre in due o tre mi tenevano fermo”; “Un professore mi ha detto che la colpa dei miei problemi era mia: perchè non dicevo ai miei compagni che ero etero?”: queste sono alcune frasi di Davide, che racconta la sua vicenda nel saggio intitolato Bullismo omofobico. Conoscerlo per combatterlo di Ian Rivers, edito in Italia da il Saggiatore (per l'edizione italiana è stato scritto con Vittorio Lingiardi).

Rivers è docente presso la Brunel University di Londra e da vent'anni conduce ricerche sul bullismo omofobico. Ma di cosa si tratta ? Esso consiste in azioni deliberate con la finalità di emarginare, deridere o denigrare compagni di scuola, perchè omosessuali o presunti tali per un atteggiamento troppo effemminato oppure troppo mascolino. Il bullismo omofobico si esprime attraverso parolacce e insulti, ma troppo spesso attraverso minacce e violenza fisica.

Il libro di Rivers raccoglie tante storie di ragazze e ragazzi vittime di questo fenomeno, raccontate in prima persona, ma non si limita a fare un quadro della situazione: propone, infatti, anche delle schede e dei percorsi didattici che possano aiutare gli insegnanti (e gli adulti tutti) a contrastare questo grave problema. Contrastare il bullismo e l'omofobia, infatti, “è una sfida comune” come ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon “ Abbiamo tutti un ruolo in quanto genitori, familiari, insegnanti, vicini di casa, dirigenti di comunità, giornalisti, figure religiose o funzionari pubblici”; così come ha sottolineato anche il Presidente degli Stati Uniti, che ha affermato: “ Dobbiamo sfatare il mito che il bullismo sia semplicemente un rito di passaggio, una componente inevitabile del processo di crescita e formazione. Non è così. Abbiamo l'obbligo di garantire che le nostre scuole siano sicure per tutti i nostri figli”.

E' stato accertato scientificamente che le conseguenze del bullismo (soprattutto omofobico, ma di ogni tipologia) siano molto serie sulle vittime: può causare, infatti, disturbi post-traumatici da stress anche a lungo termine, ansia, problemi di socializzazione e anche tendenze suicide, quest'ultime molto più frequenti di quanto si sappia. Importantissimo, quindi, il ruolo delle famiglie e dell'ambiente scolastico per non far sentire isolati questi giovani che, con un percorso di consapevolezza e di fiducia in se stessi e negli altri, possono sentirsi liberi di fare coming out.



In Italia stanno nascendo alcune associazioni che si occupano di questo tema: citiamo, ad esempio, il progetto Lecosecambiano@Roma, promosso da Roma Capitale in collaborazione con la Sapienza che, lo scorso anno, ha visto la partecipazione di 24 istituti scolastici della città.



Sarà possibile incontrare Ian Rivers il prossimo 9 luglio, a Milano, in occasone del ciclo di incontri “Alimentare la mente” organizzato dall'Ordine degli psicologi della Lombardia.


martedì 3 marzo 2015

Una promozione per i nostri lettori: Teatro della Cooperativa. Una biografia della fame




Il Teatro della Cooperativa



è lieto di riservare ai lettori del sito dell'Associazione per i Diritti Umani una speciale promozione:



Biglietti a 10€ (anziché 18€)

dal 2 all'8 marzo 2015 - PRIMA NAZIONALE


produzione
Le Brugole e Anfiteatro SudPER UNA BIOGRAFIA DELLA FAME
Liberamente ispirato al romanzo “Biografia della fame” di Amélie Nothomb
di e con
Annagaia Marchioro
collaborazione alla drammaturgia
Chiara Boscaro
disegno animato dal vivo
Anna Resmini


regia
Alessia Gennari



Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Amélie Nothomb, “Per una biografia della fame” è il racconto ironico, lieve e al tempo stesso drammatico, di un’esistenza famelica. Una donna ci racconta il suo rapporto con la fame: fin da bambina il cibo è la sua gioia, la sua divinità, la sua salvezza, la sua ossessione. La sua fame è una superfame: di zucchero, di cioccolato, di biscotti, ma soprattutto di amore e di vita, di storie e di riconoscimento. La protagonista di questa drammaturgia per attrice sola ci racconta la sua storia, una storia in cui la famiglia, la scuola, la scoperta dell’amore e dei dolori dell’adolescenza sono riletti sotto la grande lente d’ingrandimento dell’appetito. Un appetito sconfinato che serve a colmare i vuoti. Un appetito che lei stessa cerca di uccidere, scegliendo di imporre al suo corpo, diventato estraneo e nemico, l’anoressia, di cui si ammala a quattordici anni, e dalla quale si salva, dopo due anni di sofferenza fisica e mentale, anche grazie al desiderio di cercare altrove, nella scrittura e nella passione, nell’amore e, più in generale, nella semplicità della vita stessa, un nuovo sfogo alla sua fame.

Per una biografia della fame” non è solo una storia di cibo, di vuoti da trasformare in pieni: è la storia dell’amore più difficile, quello che ognuno deve a se stesso, un amore così difficile da imparare e comunicare.



Per prenotare con la riduzione occorre mandare una mail a promozione@teatrodellacooperativa.it con oggetto BIOGRAFIA promo 10, nome, cognome, numero dei biglietti e data della replica scelta.

Presentarsi in biglietteria 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo con la stampa della presente mail.



Teatro della Cooperativa

Via privata Hermada, 8

20162 Milano

tel. 02 6420761


domenica 22 febbraio 2015

Violenza contro le donne e la rieducazione ai sentimenti




L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con il Centro Asteria

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
UOMINI CHE ODIANO (AMANO) LE DONNE



Alla presenza di MONICA LANFRANCO (giornalista e scrittrice)



LUNEDI 9 MARZO



ORE 18.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Uomini che odiano (amano) le donne” di Monica Lanfranco, per Marea Edizioni, affronteremo il tema della violenza contro le donne: un'analisi del fenomeno anche dal punto di vista maschile. Si parlerà di femminismo e di emancipazione in Italia e all'estero, di percorsi psicoterapeutici, dell'importanza di una rete sociale e molto altro.



IL LIBRO:

Tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale: la giornalista inglese Laurie Penny, (collaboratrice del Guardian) racconta di aver provato a fare alcune domande rivolte agli uomini sulla loro sessualità, chiedendo ai suoi contatti maschili, in forma anonima, se avessero avuto voglia di rispondere.
Le domande: 1) Che cosa è per te la sessualità? 2) Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? 3) Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? 4) Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? 5) Essere virile: che significa? 6) La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità?

Per una volta, invece che parole di donne sulla sessualità e la violenza, si è chiesto agli uomini di esporsi, di mettersi in relazione, di soffermarsi a pensare su di loro, il loro corpo, il loro desiderio, i lati oscuri del loro genere.
Uomini che odiano amano le donne è il risultato del lavoro di raccolta e sistemazione delle oltre 200 risposte arrivate, ma non solo: è la testimonianza dell’esistenza di voci di uomini connotate da curiosità, voglia di capire e comunicare. L’intento del testo è di restituire questa interlocuzione, e di offrire a chi legge parole e riflessioni maschili su virilità, sesso, violenza, pornografia, desiderio.


L' AUTRICE

Giornalista, attivista femminista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto.




 
 

martedì 18 novembre 2014

Due giorni, una notte: ritornano i fratelli Dardenne con il loro cinema sociale




Un cinema lucido e senza orpelli, quello Luc e Jean Pierre Dardenne che con il nuovo film, da pochi giorni nelle sale cinematografiche italiane, affrontano come sempre un tema di grande attualità: in questo caso, si parla della perdita del lavoro.

Due giorni, una notte: questo il titolo della pellicola presentata all'ultima edizione del festival di Cannes senza un premio, ma con applausi scroscianti.

Regia asciutta, colonna sonora ridotta al minimo, dialoghi precisi e ficcanti per raccontare la storia di Sandra. Sandra (una brava e convincente Marion Cotillard, già premio Oscar) ha un obiettivo preciso: convincere i suoi colleghi a rinunciare a un bonus di mille euro in cambio di un voto per il licenziamento di un collega. Sandra farà di tutto per evitare la votazione e l'incasso del “premio” da parte dei colleghi perchè teme di perdere il proprio posto in fabbrica. La donna, in questa sua battaglia individuale che diventa sociale e collettiva, avrà al suo fianco il marito, una figura maschile finalmente positiva, un uomo amorevole e comprensivo che non si tira indietro anche quando la moglie decide di tentare di far accettare la proposta ai colleghi, proprio in quel lasso di tempo che dà il titolo al film: in due giorni e una notte.

La denuncia dei registi belgi è rivolta a quel sistema lavorativo europeo che si fa sempre più ricattatorio e a quei padroni che, con cinismo e freddezza, attuano ricatti nei confronti dei loro dipendenti arrivando, come in questo caso, a fomentare una guerra tra poveri.

Apparentemente le sceneggiature dei film dei Dardenne sono scarne e di semplice lettura, ma non è affatto così: basta osservare con attenzione gli sguardi della protagonista, ad esempio, per capire la complessità del suo personaggio. E' vero che risulta facile la dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, ma andando oltre si svelano i meccanismi di scelte politiche e finanziarie furbe e distruttive, almeno per quelle fasce della popolazione che sono sempre più svantaggiate e che stanno sempre più a cuore agli autori del film.

Il lavoro che dovrebbe essere una base solida per l'identità di una persona adulta, che dovrebbe dare autostima e riconoscimento, sicurezza e stabilità si trasforma - sullo schermo, ma purtroppo, nella realtà - in paura, destabilizzazione psicologica, diffidenza verso gli altri (che si trovano nella stessa condizione di chi prova questi sentimenti), malattia del corpo e dell'anima. E, ancora una volta, i Dardenne scandaglaindo le conseguenze di tutto questo, pongono agli spettatori una questione morale: alla quale nessuno può sottrarsi.

martedì 21 ottobre 2014

Il diritto all'affettività, in carcere




Nel nostro Paese dicono che la persona umana conserva pienamente, anche nella condizione di detenzione, il suo diritto inalienabile alla manifestaizone della propria personalità nell'affettività. Eppure io - condannato alla cosiddetta “Pena di Morte Viva” (l'ergastolo ostativo) - e la mia compagna sono ventitrè anni che sognamo l'amore senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime parole, i suoi primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni smarriti, perduti e disperati”: queste le parole inziali di una lunga lettera che Carmelo Musumeci, detenuto presso l'istitituto di pena di Padova, ha inviato al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, per chiedere una maggiore attenzione, da parte della politica, nei confronti anche dell'aspetto affettivo-sessuale di chi è recluso.

Sappiamo quanto nelle carceri italiane siano carenti le risorse sanitarie e manchi un adeguato controllo dell'igiene. Siamo stati sanzionati anche per il sovraffollamento, ma è necessario prendere in considerazione anche le condizioni psicologiche dei detenuti: stanno scontando, giustamente, la loro pena, ma le istituzioni non possono evitare di garantire alcuni diritti fondamentali, tra cui quello alla sessualità. Scrive ancora Musumeci: “ In carcere gli affetti e le relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore...”: questa lettera/appello è stata accolta anche dall'associazione Antigone e inserita sulla piattaforma Change.org/amoretralesbarre.

Al di là delle ipocrisie o di una mentalità vendicativa, chi ha sbagliato resta fuori dalla società civile, ma la sua dignità di persona va comunque rispettata.


lunedì 5 agosto 2013

Un'interessante novità letteraria: Nessun requiem per mia madre



Claudiléia Lemes Dias - nata a Rio Brilhante, nel cuore del Brasile - dopo essersi laureata in Legge si trasferisce in Italia dove consegue il Master in Mediazione Familiare e in Tutela Internazionale dei Diritti Umani e oggi è al suo esordio letterario con il romanzo intitolato “Nessun requiem per mia madre”, per Fazi Editore.
Marta è arrivata in Italia dal Brasile. Non è una ragazza in fuga, non ha un passato da dimenticare. Marta ha soltanto un futuro da costruire: qui studia, si innamora e si sposa. È felice della propria vita. Ma allora perché è l’unica grande assente al funerale di sua suocera, Genuflessa De Benedictis? La madre di suo marito Franco, salutata ora con commozione dall’intero quartiere Parioli in cui viveva, è stata in realtà la più terribile e distruttiva delle suocere. Possessiva e pronta a tutto pur di non lasciare il figlio prediletto nelle grinfie dell’“approfittatrice straniera”.

Abbiamo intervistato l'autrice


Nel suo romanzo fa un ritratto feroce della famiglia italiana - borghese e cattolica - a contatto con lo straniero: possiamo chiederle se è una storia di fantasia o, in parte, autobiografica?

Le suocere e le nuore hanno spesso tratti comuni un po’ in tutto il mondo. Sono arrivata in Italia per approfondire gli studi con un Master in Mediazione Familiare, che pensavo, sarebbe stato il campo del mio futuro lavorativo. Molti degli avvenimenti provengono da testimonianze ascoltate in quegli anni di studio. Certamente l’atmosfera ricreata nel libro proviene dalle storie più estreme e patologiche che hanno modificato e segnato, fino a devastare, matrimoni basati su affinità che sembravano solide. Il mio tentativo è stato quello di immedesimarmi, sia nella madre che nel figlio, ed essere voce narrante di una asfissiante simbiosi in cui la madre non ammette che venga sottratto “il suo bastone della vecchiaia”. Non penso però sia solo una storia italiana dello stereotipato “mammone” o ultimamente politicizzato “bamboccione”. Le dinamiche dell’accettazione dello straniero sono quasi in secondo piano rispetto al rifiuto di una separazione fisica, che agli occhi della madre è vista come un tradimento. Poco importa che Marta, la nuora, sia straniera o autoctona. È la possibilità di aprirsi al mondo e di abbandonare le vecchie morbose abitudini a spaventare Genuflessa.

Cosa rappresenta Genuflessa De Benedictis, la “madre”, la “suocera”, al di là del suo ruolo familiare? E il suo è vero amore nei confronti dei figli o c'è dell'altro?

Genuflessa De Benedictis è madre e nella sua personale religione è Dio. Non ha solo procreato, ma creato i propri figli, uomini che vengono descritti nel romanzo come una sua propaggine inalienabile, cellule omozigote...Essendo ermeticamente chiusa in sé stessa, solo di sé (e quindi dei figli), Genuflessa crede di potersi fidare. Direi che non è amore ma spietato narcisismo.

Quali sono gli stereotipi da demolire quando si parla di brasiliani, sudamericani e di immigrati in genere?

Ridurre con le parole un popolo è il modo più semplice per odiarlo o per provarne simpatia. Se parlo dei romeni si pensa immediatamente alle badanti o ai pirati della strada, se dico peruviano o filippino la mente si sposta su bravi domestici, al brasiliano invece si associa alla trans della Cassia o della Cristoforo Colombo, al calcio e alle mulatte che camminano sulle spiagge bianche di Ipanema. Quanto di più fuorviante ci può essere, se con sei termini ho sintetizzato circa 350 milioni di persone? Gli stereotipi sono molti e cambiano spesso sulla base della volontà politica di strumentalizzare determinate situazioni o momenti storici.

L'Italia è un Paese razzista?

L’Italia ha una storia complessa. Non va capita ma psicanalizzata come un’affascinante donna profondamente insicura e impaurita che ha bisogno di eterne conferme sulla propria identità. Un Paese andrebbe misurato non attraverso lo spread o i rating delle banche, ma attraverso l’umanità e cultura che ha sviluppato nei secoli di storia. Da questo punto di vista definire l’Italia un Paese razzista sarebbe storicamente sbagliato, si pensi solamente alla globalità dell’impero Romano con il suo straordinario Diritto, ma anche alla storia più recente come la Carta dei Diritti dell’Uomo (Carta di Roma). Atteggiamenti incivili di pochi non possono condizionare un quadro generale che si presenta positivo e in costante evoluzione, anche se non voglio tuttavia minimizzare una certa inquietudine recente verso atteggiamenti sessisti e di fanatismo religioso.

Ci può rivelare il significato del titolo del romanzo?

È l’incapacità di perdonare le debolezze di chi ci ha generato. È l’eterno risentimento che si ha quando i genitori affidano nei figli il proprio riscatto.


Claudiléia Lemes Dias