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lunedì 7 dicembre 2015

L’Ufficio della Schiavitù Sessuale



di Eve Ensler (da La Repubblica)

A Yanar e alle mie sorelle in Iraq e in Siria



Penso al listino del mercato delle schiave sessuali dell’ISIS in cui donne e bambine sono prezzate come il bestiame.
L’ISIS ha dovuto calmierare i prezzi per timore di un calo del mercato: 40 dollari per le donne tra i 40 e i 50 anni, 69 dollari per le trenta-quarantenni, 86 per le venti-trentenni fino a 172 per le bimbe da 1 a 9 anni. Le ultracinquantenni non compaiono neppure in lista, considerate prive di valore di mercato. Vengono gettate via come i cartoni di latte scaduti. Ma non ci si limita ad abbandonarle in qualche fetida discarica.
Prima probabilmente vengono torturate, decapitate, stuprate, poi gettate su un cumulo di cadaveri in putrefazione.
Penso al corpicino in vendita di una bambina di un anno, a un soldato trentenne corpulento, affamato di guerra e di sesso che la compra, la incarta e se la porta a casa, come un televisore nuovo. Cosa proverà o penserà scartando quella carne bambina e stuprandola con un pene delle dimensioni del suo corpicino? Penso che nel 2015 sono qui a leggere un manuale online sul modo corretto di praticare la schiavitù sessuale, con tanto di istruzioni e regole puntigliose su come trattare la propria schiava, pubblicato da un’istituzione molto ben organizzata(l’Ufficio della schiavitù sessuale) di un governo canaglia, incaricata senza alcun imbarazzo di regolamentare gli stupri, le percosse, l’acquisto e la riduzione in schiavitù delle donne. 
Cito qualche esempio tratto dal manuale: "E’ permesso percuotere la schiava come [forma di ] darb ta'deeb [percosse disciplinari], [ma ] è vietato [ricorrere alle ] darb al-takseer [letteralmente percosse massacranti], [darb] al-tashaffi [percosse allo scopo di ottenere gratificazione], oppure [darb] al-ta'dheeb [percosse come tortura]. Inoltre è proibito colpire al volto. "
Mi chiedo come facciano i burocrati dell’ISIS a distinguere i pugni, i calci e lo strangolamento inflitti a scopi disciplinari dagli atti mirati alla gratificazione sessuale. Ogniqualvolta una schiava verrà picchiata interverrà una squadra a verificare se c’è erezione?
E come faranno a stabilire cosa esattamente l’ha provocata? Certi uomini si eccitano soltanto nel momento in cui affermano il proprio potere.
E se verrà stabilito che il soldato picchia, strangola e prende a calci la sua schiava per puro piacere, in che modo sarà punito?
Lo costringeranno a restituire la schiava perdendo il deposito, a pagare una multa salata, o semplicemente dovrà pregare di più?
Penso alla facilità con cui si considera l’ISIS una mostruosa aberrazione quando in realtà è l’esito di una lunga serie ininterrotta di crimini e disordini. Le atrocità sessuali inflitte dall’ISIS si differenziano solo nella forma e nella prassi da quelle perpetrate da molti altri signori della guerra in altri conflitti. Sconvolgente e nuovo è lo sfoggio sfrontato e impudente che si fa questi crimini pubblicizzati su internet, lo sdoganamento commerciale di queste atrocità, le app in cui il sesso è usato come mezzo di reclutamento. Le azioni e la rapida proliferazione dell’ISIS non nascono dal nulla, sono frutto di un’escalation legittimata da secoli di impunità della violenza sessuale dilagante .
Mi vengono in mente le Comfort women, le prime schiave sessuali dell’era moderna, giovani donne asiatiche rapite nel fiore degli anni dall’esercito imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale e detenute nelle ‘stazioni di conforto’, per soddisfare le esigenze sessuali dei sodati al servizio del loro paese.
Le donne subivano anche 70 stupri al giorno. Quando, esauste, non riuscivano più a muoversi, venivano incatenate al letto e stuprate ancora come sacchi molli. A queste donne la vergogna ha tappato la bocca per quarantacinque anni e per altri venticinque hanno marciato e atteso, vigili, sotto la pioggia, chiedendo giustizia. 
Sono rimaste in poche ormai e non più tardi di un mese fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha perso l’ennesima occasione di fare ammenda. Penso all’inerzia, al silenzio, alla paralisi che ha bloccato e impedito le indagini e l’incriminazione nei casi di abuso sessuale ai danni delle donne musulmane, croate e serbe stuprate nei campi dell’ex Yugoslavia, delle donne e delle bambine afroamericane stuprate nelle piantagioni del Sud, delle donne e delle bambine ebree stuprate nei campi di concentramento tedeschi, delle donne e delle bambine native americane stuprate nelle riserve degli Stati Uniti. Ascolto le urla delle anime in pena delle donne e delle bambine violate in Bangladesh, Sri Lanka, Haiti, Guatemala, Filippine, Sudan, Cecenia, Nigeria, Colombia, Nepal e la lista si allunga.
Penso agli ultimi otto anni che ho trascorso nella Repubblica Democratica del Congo dove un’analoga conflagrazione di capitalismo rapace, secoli di colonialismo, guerra e violenza senza fine ha lasciato migliaia di donne e bambine prive di organi, salute mentale, famiglia o futuro.
E penso che lo stupro ormai sia un’azione reiterata. 
Penso che scrivo queste cose da vent’anni.
Ho provato a farlo con i numeri e con distacco, con passione e suppliche, con disperazione esistenziale e anche adesso, scrivendo, mi chiedo se abbiamo creato un linguaggio adatto a questo secolo che sia più potente del pianto. 
Penso che le istituzioni patriarcali non hanno saputo intervenire in maniera efficace e che le strutture come L’ONU amplificano il problema nel momento in cui le forze di pacekeeping che dovrebbero proteggere le donne e le bambine si macchiano a loro volta di stupri. 
Penso all’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza)e a come ha contribuito a scatenare questa, che potremmo definire Stupra e decapita.
Quando noi cittadini, a milioni, in tutto il mondo, manifestavamo contro la guerra inutile e immorale in Iraq restando inascoltati , eravamo perfettamente consapevoli del dolore, dell’umiliazione e dell’oscurità che avrebbero generato quei letali 3000 missili Tomahawk americani. 
Penso al fondamentalismo religioso a Dio padre, a quante donne sono state stuprate in suo nome , a quante massacrate e assassinate.
Penso al concetto di stupro come preghiera e alla teologia dello stupro, alla religione dello stupro.
Penso che è una delle maggiori religioni mondiali, in crescita con centinaia di conversioni al giorno, dato che un miliardo di donne nella sua vita subirà percosse o uno stupro (dati ONU). Penso alla velocità folle a cui si moltiplicano nuovi e grotteschi metodi per mercificare e profanare i corpi delle donne in un sistema in cui ciò che più è vivo, sia esso la terra o le donne, deve essere ridotto a oggetto e annichilito per aumentare i consumi, la crescita e l’amnesia. Penso alle migliaia di giovani occidentali, uomini e donne, tra i 15 e i 20 anni, che si sono arruolati nell’ISIS.
In cerca di cosa, in fuga da cosa? Povertà, alienazione, islamofobia, desiderio di avere un senso e un obiettivo? Penso a quello che mi ha detto mia sorella, attivista, in una conversazione su Skype da Baghdad questa settimana: “L’Isis è un virus e l’unica cosa da fare con i virus è sterminarli.” Mi chiedo come si stermina una mentalità, come si bombarda un paradigma, come si fanno saltare la misoginia, il capitalismo, l’imperialismo e il fondamentalismo religioso. Penso, o forse non riesco a pensare, prigioniera come sono della confusione mentale imperante in questo secolo. Sono consapevole da un lato che l’unico modo per andare avanti è riscrivere da zero la storia attuale, procedere a un esame collettivo approfondito e ponderato delle cause che stanno alla base delle varie violenze in tutte le loro componenti economiche, psicologiche, razziali, patriarcali, che richiedono tempo e contemporaneamente so che, in questo preciso istante, tremila donne yazide subiscono percosse, stupri e torture. 
Penso alle donne, alle migliaia di donne che in tutto il mondo hanno operato senza pausa per anni e anni, esaurendo ogni fibra del loro essere per denunciare lo stupro, per porre fine a questa patologia di violenza e odio nei nostri confronti , e la razionalità , la pazienza, l’empatia, la mole della ricerca, le cifre che mostriamo, le sopravvissute che curiamo, le storie che ascoltiamo, le figlie che seppelliamo, il cancro di cui ci ammaliamo non contano, la guerra contro di noi infuria ogni giorno più metodica, più sfacciata, brutale, psicotica.
Penso che L’ISIS come l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai, le temperature assassine sia forse il segnale che per le donne si approssima lo scontro finale. E’ giunta l’ora in cui secoli eterni di rabbia femminile si fondano in un’ impetuosa forza vulcanica, scatenando la furia globale della vagina delle divinità femminili Kali, Oya, Pele, Mama Wati, Hera, Durga, Inanna e Ixchel, lasciando che sia la nostra ira a guidarci. Penso alla cantante folk yazida Xate Zhangali che dopo aver visto le teste delle sue sorelle penzolare dai pali nella piazza del suo villaggio ha chiesto al governo curdo di armare e addestrare le donne e alle Sun Girls, la milizia femminile da lei creata, che combatte l’ISIS sulle montagne del Sinjar. E in questo momento, dopo anni di attivismo contro la violenza, sogno che migliaia di casse di ak47, cadano dal cielo sui villaggi, i centri, le fattorie e le terre delle donne, questi guerrieri con il seno che insorgono combattendo per la vita. Sono arrivata così a pensare all’amore, a come il fallimento di questo secolo sia un fallimento dell’amore.
Cosa siamo chiamati a fare, di che cosa siamo fatti tutti noi che siamo in vita su questo pianeta oggi.
Che tipo di amore serve, quanto deve essere profondo, intenso e bruciante. Non un amore ingenuo sentimentale neoliberale, ma un amore ossessivamente altruista.
Un amore che sconfigga i sistemi basati sullo sfruttamento di molti a vantaggio di pochi.
Un amore che trasformi il nostro disgusto passivo di fronte ai crimini contro le donne e l’umanità in una resistenza collettiva inarrestabile.
Un amore che veneri il mistero e dissolva la gerarchia.
Un amore che trovi valore nella connessione e non nella competizione tra noi.
Un amore che ci faccia aprire le braccia ai profughi in fuga invece di costruire muri per tenerli fuori, bersagliarli con i lacrimogeni o rimuovere i loro colpi enfiati dalle nostre spiagge.
Un amore che bruci di fiamma viva tanto da pervadere il nostro torpore, squagliare i nostri muri, accendere la nostra immaginazione e motivarci a uscire infine, liberi, da questa storia di morte.
Un amore che ci dia la scossa, spingendoci a dare la nostra vita per la vita, se necessario.
Chi saranno i coraggiosi, furibondi, visionari autori del nostro manuale di amore rivoluzionario?





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venerdì 6 novembre 2015

Parlare di “gender”, di adolescenti e società




A partire dal testo dello spettacolo Comuni marziani di Stefano Botti e Aldo Torta, l'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande agli autori per continuare ad approfondire il tema.

Lo spettacolo è rivolto a tutti e, in particolare, alle ragazze e ai ragazzi che stanno cercando la propria identità.

Comuni Marziani è stato selezionato dal Sistema Teatro Torino nell’ambito di “Rigenerazione 2007”, come uno dei migliori lavori presentati alla vetrina.

Lo spettacolo ha come tema l’omosessualità, intesa come uno dei modi di vivere la sfera affettiva. Lo spettacolo si propone di affrontare quella sottile linea d’ombra che non ha età e che costituisce il passaggio dell’individuo da una fase di non accettazione e spesso di solitudine – in cui ci si sente “sbagliati”, “marziani” appunto – ad una fase di riconoscimento di se stessi, di apertura al mondo, di confronto, di accettazione che i propri sentimenti hanno gli stessi sapori, le stesse dinamiche e gli stessi profumi di quelli vissuti dagli altri, con la differenza che sono indirizzati ad un compagno dello stesso sesso.

Attraverso situazioni teatrali che prediligono il linguaggio della danza, la vita reale ispirata a racconti, storie ed esperienze personali si colora in scena di tinte surreali, a volte comiche, spesso grottesche affrontate secondo uno stile nel quale i linguaggi del teatro, della danza e del canto si fondono in una ricerca su gesto, movimento e parola.

In Comuni marziani la scena si trasforma continuamente, passando con disinvoltura “da un luogo a un altro”: dalla balera popolare in cui i protagonisti si cimentano in una vorticosa mazurca con incursioni coreografiche di gusto contemporaneo, alla moderna discoteca affollata di teen-agers, dall’ambiente della famiglia e dalla relazione con la figura della madre, al mondo patinato della televisione e delle sfilate di moda.
 
 





Ringraziamo molto Stefano Botti e Aldo Tortora per questo contributo.



Il titolo si riferisce al fatto che, spesso, le persone omosessuali si sentono “diverse”, “marziane” appunto: come superare il senso di solitudine, isolamento causato da una società ancora omofobica?



Ciascun adolescente che scopre la propria omosessualità attraversa, almeno in principio, un momento di solitudine e isolamento, sentendosi appunto un “marziano”, un “diverso”. Fortunatamente il mondo della rete e il grande lavoro che negli anni hanno fatto le associazioni LGBT, permettono abbastanza rapidamente di poter entrare in contatto con altri “marziani”, relazionarsi con persone di età differente che magari hanno già attraversato quelle stesse situazioni. Nel corso di questi anni di vita del progetto ComuniMarziani abbiamo potuto riscontrare con piacere come l'isolamento degli adolescenti LGBT è sempre meno, le comunità si fortificano, ma questo non significa però che l'omofobia della società intorno sia svanita. Crediamo nell'importanza di progetti che continuino a creare dialogo e conoscenza reale tra le persone, solo in questo modo le barriere dei pregiudizi possono essere abbattute.  




Lo spettacolo si rivolge anche alle ragazze e ai ragazzi, studenti delle scuole superiori. Cosa dire a coloro che vivono con imbarazzo la propria scelta affettiva e cosa dire ai loro compagni etero?



Considerando ad esempio che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’omosessualità come una variante naturale del comportamento cerchiamo di aiutare un adolescente a rendersi conto che il proprio sentire non è affatto innaturale. Il processo che porta alla definizione dell’identità di una persona, e di conseguenza dell’identità sessuale e affettiva, non è il risultato di una scelta. Durante il dibattito dopo lo spettacolo ad esempio chiediamo spesso ai ragazzi in maniera provocatoria : “Quando avete scelto di essere etero-sessuali?” Dalla non-risposta a questa domanda i ragazzi possono comprendere che l’orientamento sessuale e affettivo è un processo molto più complesso non legato semplicemente alla volontà. L’imbarazzo spesso nasce da stratificazioni culturali e comportamentali che cerchiamo di mettere in luce e condividere attraverso il dialogo.



Gli adulti - genitori e insegnanti, in particolare – da dove possono iniziare un percorso di comprensione e accettazione?



Ancora una volta è il dialogo la chiave per conoscere, confrontarsi, abbattere pregiudizi e comprendere l’altro. Attraverso un confronto nutrito dalla reale esperienza di vita quotidiana e dando dei volti e dei nomi alla parola “omosessuale” si mette in moto un processo di comprensione e accettazione dell’altro. Ecco allora che il ragazzo o la ragazza davanti a noi smette di essere “l’omosessuale” ma appare in tutta la sua bellezza di essere umano con tantissime caratteristiche che lo rendono unico, tra cui il suo orientamento sessuale.

Gli adulti, genitori e insegnanti, possono rivolgersi a varie associazioni LGBT che costituiscono in Italia un importante punto di riferimento, vista la situazione nel nostro paese a livello sociale e istituzionale. Tra queste senz’altro l’AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) offre un sostegno fondamentale a quei genitori che non sanno come gestire il loro disorientamento quando scoprono che i loro figli hanno un orientamento sessuale diverso da quello che loro prevedevano e davano per scontato. Ecco…se un genitore già sapesse che i loro figli una volta venuti al mondo potranno manifestare durante il naturale processo di crescita un orientamento sessuale che non è unico e definito per tutti..penso che allevierebbe di molto il dolore che arriva appunto dalla non conoscenza. C’è un video bellissimo prodotto dall’Agedo, “Due volte genitori” che racconta proprio il cammino dei genitori. Tutti dovrebbero vederlo..




Un padre e una madre hanno un sentire differente e un ruolo diverso nell'aiutare la figlia o il figlio ad accettarsi e ad essere accettato?



Questa è una domanda da rivolgere forse ad uno psicologo o ad un educatore. Personalmente crediamo che molto dipenda dal percorso che a sua volta ha fatto un padre o una madre come essere umano prima ancora che come genitore. I retaggi culturali che si porta con sé come bagaglio, le possibilità che ha di confrontarsi con altre esperienze e maturare una visone di vita più ampia, le proprie risorse di sensibilità e carattere..Tutto questo e altro ancora fanno si che un padre e una madre possano reagire in modo molto differente l’uno dall’altra al di là del genere sessuale.



Lo spettacolo fa parte di un progetto più ampio: ce ne vuole parlare? E quanto è importante il linguaggio del teatro per discutere di questi argomenti?



Seguendo la direzione dell’impegno sociale e civile della sua azione artistico-culturale, la nostra Compagnia Tecnologia Filosofica attraverso il progetto Comuni Marziani propone ai giovani un'occasione di confronto e riflessione sulle discriminazioni e sui pregiudizi legati alla sfera dell’orientamento sessuale attraverso momenti di impatto emotivo grazie al linguaggio del teatro-danza e momenti dedicati alle domande e al confronto con esperienze diverse dalle proprie. Sulla base dell’esperienza maturata in quasi sette anni sul territorio piemontese e nazionale con oltre 10.000 ragazzi incontrati, il progetto COMUNI MARZIANI si candida ad essere un valido strumento educativo e di sensibilizzazione, in collaborazione con AGEDO e altre associazioni impegnate sul territorio italiano, ottenendo nel 2013 il patrocinio dell’UNAR oltre che della Regione Piemonte, della Città di Torino, Biella, Bitonto le Province di Foggia, Brindisi, Taranto

Il progetto prevede un Incontro propedeutico nelle classi organizzato con l’aiuto delle associazioni di categoria del territorio ed il supporto degli insegnanti durante il quale viene introdotto il tema dello spettacolo anche con l’ausilio del video “Nessuno uguale” di Agedo. Successivamente i ragazzi partecipano ad una mattinata in teatro che prevede due momenti significativi : la visione dello spettacolo di teatro-danza “Comuni Marziani” (1 ora) e un confronto e dibattito con studenti e docenti,  moderato da esponenti di associazioni ed agenzie impegnate in attività di sensibilizzazione e con una formazione specifica sulla tematica trattata e con la presenza attiva degli artisti della compagnia. Nell’esperienza in Piemonte il Progetto si avvalso della collaborazione del “Servizio LGBT per il Superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” del Comune di Torino.






sabato 31 ottobre 2015

I soldati di 38 unità delle forze armate greche: «Non partecipiamo alla guerra contro i migranti, non reprimiamo le lotte sociali»



carni lacerate dal filo spinato, bambini annegati sulle coste, affamati nelle piazze, folle accalcate che implorano per i loro documenti, …

Molti di noi hanno visto e hanno vissuto queste scene vergognose prima che arrivassero sulle prime pagine e nei telegiornali, sul fiume Evros e sulle isole, là dove ci hanno mandati per svolgere obbligatoriamente il servizio dell’assurdo. Lavoratori schiavi e contemporaneamente carne per i loro cannoni.

Queste scene ci scioccano, monopolizzano i nostri discorsi. Non vogliamo, però, che diventino routine. Come non ci siamo abituati e non riconosciamo i memorandum e le politiche anti-popolari, gli interventi imperialistici e le loro sporche guerre, così non accetteremo e non ci abitueremo al dramma dei profughi. È il dramma delle nostre genti, del nostro mondo, del mondo del lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dal sesso!

Il cosiddetto «aumento dei flussi migratori» è in realtà fuga dalla guerra e sradicamento. Non è un fenomeno naturale, ci sono dei responsabili. È la loro crisi capitalistica. Per far sì che passi, aboliscono i nostri diritti, ci lasciano nella fame, nella povertà, nella disoccupazione, nella nuova necessità di migrare. Sono gli USA, la NATO, l’Europa, la Cina e la Russia. Impongono i loro interessi economici con la paura e la morte, mantengono e resuscitano nuovi alleati e nemici, alimentano il fondamentalismo religioso. Sono le forze della periferia dell’impero (Turchia, Israele, Grecia, paesi Arabi), che inaspriscono gli antagonismi di quest’area.

Sono quelli che parlano di stati falliti e di popoli inferiori, quelli che affrontano gli uomini come spazzatura e fanno rastrellamenti, trasformando interi territori in discariche di persone e in dispense per il crudo sfruttamento! Uno solo è il nemico della classe borghese e dei suoi governi: i lavoratori, sia che si battano per i loro diritti, sia che si muovano senza documenti, anche se sono stati i loro interventi militari a portarli allo sradicamento. E inoltre, non sono i rifugiati a decidere dove andare: i flussi migratori vengono incanalati verso i moderni campi di concentramento, gli hot spot, perché i lavoratori scelgano dove essere sfruttati! Se ne libereranno, chiaramente, quando non avranno più bisogno di loro, o quando si azzarderanno a reagire, rimettendoli di nuovo sul mercato …

Lo stato greco e l’esercito sono parte del problema e non la soluzione. Il governo SYRIZA-ANEL continua la guerra al terrorismo, prende parte ai programmi imperialistici, combatte le «minacce non conformi» (migranti, movimenti sociali). Replica la falsa ripartizione tra profughi di guerra buoni e migranti economici cattivi. Le forze armate chiedono a noi, i soldati di leva, insieme a quelli in ferma stabile e agli ufficiali, di fare la guerra al «nemico interno», come nel caso recente dell’esercitazione PARMENIONE 2015! Al ciclo morte-sfruttamento-oppressione collaborano in armonia i “nemici” Grecia e Turchia, che pattuglieranno congiuntamente l’Egeo! Il fronte di guerra dell’Europa, per altro, comincia a Gibilterra e termina nell’Egeo, con Frontex con un ruolo preponderante.

Un sommergibile greco si unirà alla flotta europea che opera nelle acque territoriali libiche. La 16° divisione, sull’Evros, è in stato d’allerta per i migranti che arrivano da Edirne. Ci ordinano di esercitarci per reprimere le folle, come quando a Kos, dopo i drammatici eventi di Kalymnos, il generale ha richiesto che venisse dichiarato lo stato di emergenza e che fossimo mandati armati contro i migranti reclusi senza cibo né acqua. Facciamo la guardia a questa cortina assassina che è anche la ragione di tutti questi annegamenti nell’Egeo.

NON COMBATTIAMO, NON REPRIMIAMO, NON DIAMO LA CACCIA AI MIGRANTI.

Noi soldati in lotta siamo contro tutto questo, contro i loro crimini vecchi e nuovi.

Chiamiamo a un Movimento di massa, sia dentro che fuori l’esercito.

Per bloccare in ogni modo Frontex, la NATO e l’esercito europeo, l’azione delle forze armate in questo massacro continuo. Non partecipiamo alle ronde.

Aiutiamo ad abbattere le cortine e non a costruirne di nuove. Che nessun soldato salga sulle navi dirette in missione.

Navi, sommergibili e aeroplani facciano ritorno alle loro basi. Nessun supporto ai loro rifornimenti.

Rifiutiamo la trasformazione dell’esercito greco in un dispositivo capitalista, sia a discapito dei migranti che dei movimenti sociali. Non accetteremo di rimediare come «lavoratori volontari» alle carenze delle infrastrutture sociali. Per noi la minaccia non conforme sono la guerra dichiarataci contro dai governi e gli interessi che essi sostengono.

Chiediamo ai nostri colleghi non solo di mostrare pietà e compassione, ma anche di considerare i comuni interessi di classe. Sono le stesse istituzioni borghesi, le stesse politiche borghesi, gli stessi governi borghesi che distruggono anche i nostri sogni.

Quello che adesso vivono i profughi, la continua persecuzione da parte di dispositivi totalitaristici di ogni tipo, la lotta per la dignità e la sopravvivenza, il loro tragico presente, sono per molti di noi l’incubo di un presente e di un futuro che non dobbiamo vivere: lo stato del totalitarismo parlamentare con i collaboratori NAZISTI di Alba Dorata.

Sappiamo bene che le prossime rivolte vedranno gli sfruttati uniti o gli uni contro gli altri.

Non esiste oggi una solidarietà più pragmatica e un aiuto più grande a noi stessi che il colpire il male alle radici.

Siamo parte del moderno movimento dei lavoratori e contro la guerra, che può esistere solo attraverso un’ottica di classe, anticapitalista e internazionalista. Con la resistenza, l’opposizione, il rifiuto in toto del governo, dei dispositivi imperialistici, del mondo borghese dell’oppressione.

(seguono nel testo originale le sottoscrizioni dei soldati di 38 unità delle forze armate, n.d.t.)

RETE DI SOLDATI LIBERI “SPARTAKOS”

COMITATO DI SOLIDARIETA’ AI SOLDATI DI LEVA*


Traduzione di AteneCalling.org

http://atenecalling.org/comunicato-dei-soldati-di-50-unita-delle-forze-armate-greche-non-partecipiamo-alla-guerra-contro-i-migranti-non-reprimiamo-le-lotte-sociali/

domenica 11 ottobre 2015

Roosh V e la legalizzazione dello stupro





Mentre tornavo a casa, ho capito quanto lei fosse ubriaca,

ma non posso dire che mi interessasse o che io abbia esitato….

l’unica cosa che mi interessa è fare sesso”

 

 
Roosh V (nome d’arte di Daryush Valizadeh) è uno scrittore che si autodefinisce “antifemminista” e che ha recentemente lanciato una proposta di legge per legalizzare lo stupro “se fatto in una proprietà privata”. Secondo questa brillante idea “le donne smetterebbero di seguire strani sconosciuti nelle loro case e gli uomini non sarebbero ingiustamente incarcerati”.



Ebbene i suoi libri (tra cui spiccano la “Bibbia” che insegna a rimorchiare le ragazze durante il giorno e un manuale che insegna come portarsi a letto le ragazze polacche… ma ci sono anche le varianti per le ukraine, le lituane e le estoni) vengono contestati negli USA ma sono in vendita su Amazon: la scorsa settimana è stata lanciata da Caroline Charles una petizione su change.org per chiedere a Jeff Bezos – CEO di Amazon – il ritiro immediato dei libri per garantire che nessuno tragga profitti dallo stupro.


Ecco il link per firmare:





venerdì 25 settembre 2015

Petting zoo: un film sui diritti negati delle ragazze-madri singles

di Monica Macchi







Domenica 27 settembre 2015 presso cinema Beltrade (Milano) ore 15.00







I texani stanno crescendo, generazione dopo generazione,

come adulti sessualmente analfabeti

David C. Wiley, presidente dell’American School Health Association







Il Texas ha il più alto numero di ragazze madri, gli adolescenti che hanno rapporti sessuali sono il 52,5 % (la media nazionale è del 47%), e il tasso di diffusione dell’hiv è tra i più alti del Paese ma a causa di sostenitori molto influenti come George W. Bush e al fatto che i distretti scolastici hanno completa autonomia in tema di educazione sessuale, l’astinenza viene presentata come l’unico metodo sicuro per prevenire le malattie sessualmente trasmissibili, le gravidanze e i “traumi emotivi legati ai rapporti sessuali”. Recentemente poi è stata approvata una legge secondo cui le cliniche che praticano aborti devono dotarsi di locali, attrezzature e personale, equivalenti a quelli delle sale chirurgiche degli ospedali: il governo conservatore sostiene che queste misure servano a garantire la sicurezza delle donne, ma per le associazioni contrarie alla legge il vero obiettivo del provvedimento è rendere ancora più difficile l’interruzione di gravidanza. E in effetti in tutto il Texas, che ha una superficie di 700.000 chilometri quadrati ed è il secondo Stato più popoloso degli Usa, le cliniche che praticano aborti erano 41 nel 2012, e oggi sono solo18.   
 




Questo è l’ambiente sottoproletario e puritano in cui si muove Layla, una diciassettenne che dopo aver ricevuto una borsa di studio per Austin, scopre di essere incinta e pressata dalla sua famiglia, contraria all’aborto, rinuncia al college e va a vivere con la nonna in una roulotte.




Ecco la recensione completa:




lunedì 17 agosto 2015

Uomini e donne: una relazione costruttiva è possibile




Eccovi l'interessantissimo incontro con la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani per la nostra manifestazione "D(i)RITTI al CENTRO!".
Si parla di violenza contro le donne, relazioni di genere, sesso e virilità e di molto altro, partendo dal saggio "Uomini che (odiano) amano le donne" per MAREA edizioni.



giovedì 13 agosto 2015

Memory Banda e il suo impegno per le spose-bambine




Memory Banda ha 18 anni ed è una delle poche ragazze che sono riuscite a scappare da quel ciclo infernale, culturale ed economico, che vuole le bambine date in spose a uomini adulti, in Africa meridionale.
 
 

Memory e le sue sorelle sono del Malawi: una delle più piccole, Mercy, alla sola età di 11 anni è stata mandata in un campo di “iniziazione sessuale” dove le giovani subiscono la cosiddetta “ cerimonia di pulizia”, ovvero vengono preparate ad essere moglie e madri. In realtà subiscono violenza. Mercy rimane incinta ed è costretta a sposare l'uomo che l'ha stuprata, ma l'unione dura poco anche se Mercy, oggi, ha 16 anni e già tre figli.

La sorella, Memory, anche alla luce di questa esperienza, ha incontrato, alcuni anni fa, le ragazze dell'”Empowerment Network”, una ONG che ha sede proprio in Malawi e che si batte per cancellare la pratica delle spose-bambine.

Fin dalla sua adolescenza, Memory aiuta le sue coetanee ad aprirsi, a confidarsi anche attrverso laboratori di scrittura; ha raccolto, così, tantissime testimonianze che le hanno permesso di presentare, ai legislatori, una proposta per innalazare l'età del matrimonio almeno ai 18 anni compiuti. La legge è passata lo scorso febbraio, ma bisogna essere certi che venga applicata. Ecco perchè Memory Banda continua a tenere corsi di formazione di educazione sessuale e sui diritti delle donne, con la speranza che la sorella minore possa tornare a scuola e possa realizzare il proprio sogno: quello di divenare, a sua volta, insegnante.

mercoledì 5 agosto 2015

Lo Stato indifferente: la Corte Europea ha riconosciuto all’Italia una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare dei propri cittadini



di Stefano Rodotà (da La Repubblica 22.07.2015)



La decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo sui diritti da riconoscere alle unioni tra persone dello stesso sesso, che già suscita polemiche, era prevedibile per chi conosce la giurisprudenza di quella Corte, la sua evoluzione, le novità introdotte proprio in questa materia anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Interviene in un momento in cui la discussione si è fatta sempre più accesa dopo l'annuncio del Presidente del Consiglio di arrivare prima delle ferie parlamentari all'approvazione, almeno da parte di una delle Camere, cli una legge in materia. Siamo di fronte ad un invito esplicito al legislatore italiano, con indicazioni importanti e che non possono essere trascurate. I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto cli sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione. Su questo punto la sentenza è chiarissima.

I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte agli espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte costituzionale e nel 2012 dalla Corte di Cassazione, l'assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. E qui le parole dei giudici cli Strasburgo si fanno sferzanti. L'assoluto disinteresse di Governo e Parlamento per il gran lavoro fatto dalla magistratura italiana ha finito con il rappresentare una sua inammissibile delegittimazione, compromettendo il rispetto e l'effettività delle decisioni giudiziarie (a proposito: la somma indifferenza di Governo e Parlamento per l'elezione di tre giudici della Corte costituzionale non è forse già diventata una forma di delegittimazione di questa fondamentale e scomoda istituzione di garanzia?).

La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata, ed è bene ricordare che essa è stata presa all'unanimità. Si dice e si ribadisce che siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l'identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone. In questi casi, la Corte lo sottolinea più volte, il margine di discrezionalità del legislatore è ristretto. Alle unioni stabili tra persone dello stesso sesso deve essere assicurato un riconoscimento effettivo attraverso una "solenne istituzione giuridica", unioni civili riconosciute o partnerships registrate, che le sottraggano alla casualità e alla inaffidabilità che caratterizzano oggi la situazione italiana. L'esistenza non può essere affidata all'incertezza o a semplici patti privati o a regole limitate agli aspetti patrimoniali del rapporto. Siamo di fronte ad un "dovere positivo", che lo Stato deve integralmente rispettare, soprattutto perché solo così può essere cancellata una inammissibile discriminazione, fondata com'è solo sull'orientamento sessuale.

Nelle argomentazioni dei giudici di Strasburgo si coglie una particolare attenzione per lo scarto crescente, e sempre più evidente, tra dinamiche della realtà sociale e immobilità del diritto. La Corte mette in evidenza che la maggioranza dei paesi aderenti al Consiglio d'Europa, 23 su 47, hanno già disciplinato in forme adeguate unioni tra le persone dello stesso segno, segno di una tendenza da considerare ormai irreversibile. Così l'inaccettabilità della situazione italiana diviene particolarmente evidente, il suo protrarsi nel tempo è giudicato inammissibile, e questo spiega anche la ragione per la quale alle coppie ricorrenti è stato riconosciuto il diritto ad un risarcimento del danno che dovrà essere pagato dallo Stato italiano. Nella sentenza viene anche citato un sondaggio dal quale risulta che la maggioranza degli italiani è favorevole ad una legge che riconosca le unioni tra persone dello stesso sesso.

Ma i tempi non sono propizi né alle discussioni ragionate, né alla consapevolezza della centralità del riconoscimento dei diritti fondamentali. Già si sono manifestate reazioni scomposte, con insolenze nei confronti dei giudici di Strasburgo che dimostrano ir assenza di una cultura delle garanzie. Non consideriamole manifestazioni folkloristiche, come troppe volte si è fatto in passato, favorendo così la regressione culturale e politica. Ma più preoccupanti devono essere considerati i tentativi di svuotare dall'interno la riforma in discussione al Senato, nei quali si riflette anche una rinnovata pretesa di valutare le leggi in primo luogo secondo la morale cattolica, e non alla luce dei diritti delle persone. La buona politica, se c'è ancora, può trovare in questa sentenza di Strasburgo un forte sostegno. Il passo avanti, che la sentenza impone, è significativo. Ma non è destinato a chiudere definitivamente la questione.

Dal mondo LGBT viene sempre più perentoria la richiesta di un riconoscimento anche alle coppie di persone dello stesso sesso del diritto a contrarre matrimonio. Di questo bisognerà discutere, soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha imboccato decisamente questa strada. La Corte di Strasburgo ci ha ricordato che qui la discrezionalità del legislatore nazionale è più larga, perché solo 9 nazioni su 47 hanno accettato questa linea. Ma si può prevedere che questi numeri cambieranno presto, sì che le corti dovranno prendere atto della crescita di questo consenso.

E ai nostrani polemisti bisognerà pur ricordare che l'Italia ha firmato, e il Parlamento ha votato, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il cui articolo 9 ha cancellato il requisito della diversità di sesso per tutte le forme giuridiche di costruzione di una famiglia.


lunedì 27 luglio 2015

Condanna all'Italia per le unioni omosessuali

 
 




L'Articolo 8 della Convenzione dei Diritti umani parla di “diritto al rispetto della vita familiare e privata”: l'Italia è stata condannata, dalla Corte europea dei diritti umani, proprio per la violazione di questo articolo. La violazione riguarda tre coppie omosessuali.

Una coppia vive a Trento, una a Milano e la terza a Lissone (in provincia del capoluogo lombardo); le persone convivono da anni e avevano chiesto alle proprie municipalità di fare le pubblicazioni per celebrare il matrimonio, ma la loro proposta è stata rifiutata. Enrico Oliari – presidente di Gaylib (Associazione dei gay liberali e di centrodestra) – ha fatto ricorso a Strasburgo e, nei giorni scorsi, è arrivata la sentenza.

Come abbiamo sentito dai telegiornali, la presidente della Camera,Laura Boldrini, ha commentato così la decisione della Corte: “Ora bisogna agire. Il Parlamento non può più rinviare, deve esprimersi chiaramente su un tema così centrale. Farò tutto quanto è nelle mie facoltà perchè ciò avvenga. Non possiamo continuare ad essere un Paese malato di disuguaglianza, economica prima di tutto, ma anche sociale”.

Nella nota della Corte europea dei diritti umani – che non è un organismo della Ue – si legge: “La Corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile” e dunque: “un'unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso”. Ma non si limita a questo: Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare a ognuno dei concorrenti la somma di 5 mila euro per danni morali.

Anche il Parlamento europeo di recente si era espresso sul tema: a giugno ha approvato una relazione in cui si chiede di riconoscere i diritti alle famiglie composte da persone dello stesso genere, ma solo 27 Stati su 47, tra gli Stati membri, hanno una legislazione adeguata.

domenica 28 giugno 2015

Gender. Il nuovo mostro




di Maria G. Di Rienzo (da comune-info.net)




Il 20 giugno, leggo, si terrà una manifestazione a Roma per difendere i bambini da qualcosa che non esiste: l’ideologia gender (genere) nelle scuole. Il concetto di genere, purtroppo, nelle scuole italiane non c’è ancora entrato e anche per questo si può turlupinare gente dal fioco lume con la stronzata dell’ideologia gender. Il genere non è un’ideologia, è un criterio di analisi che parte dalla differenza sessuale fra uomini e donne e analizza i modi in cui i loro ruoli sono socialmente costruiti. A cosa serve? A trattare donne, uomini, bambine e bambini con meno violenza, a garantire e rispettare i loro diritti umani, ad avere giustizia.
Ora, io posso ripetere la pura e semplice realtà delle cose sino a sgolarmi, ma ho scarsa audience e nessuno mi paga. Le persone che sto per nominare, invece, le pago io – assieme al resto della popolazione italiana, perciò:
se l’onorevole Giovanna Martelli, consigliera del presidente del consiglio dei Ministri in materia di Pari Opportunità, non ha niente da dire al proposito, io voglio ad esempio sapere cosa ci faceva al Forum sul futuro dell’uguaglianza di genere tenutosi a Bruxelles (Belgio) il 20 e 21 aprile scorsi. (Emma Bonino ha inviato un video-messaggio al Forum: se sta un po’ meglio, ha qualcosa da dire?)
Presieduto da Věra Jourová, Commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’eguaglianza di genere il Forum partiva con questa premessa:
Le proiezioni stimano che, al tasso attuale di cambiamento, ci vorranno almeno trent’anni per raggiungere l’obiettivo del 75% di donne con un impiego in Europa, oltre 70 per far diventare l’eguaglianza salariale realtà, oltre vent’anni per raggiungere un bilanciamento di Genere nei consigli d’amministrazione delle più grandi compagnie quotate in borsa e almeno 40 anni per assicurare che il lavoro domestico sia equamente diviso fra donne e uomini”.
Sui dieci seminari previsti per la prima giornata, sette contenevano nel titolo la parola Genere. Durante la seconda giornata il lavoro era concentrato sul “Costruire il prossimo livello della politica di Genere europea” eccetera.
Perché, se l’On. Giovanna Martelli non apre bocca per spiegare cos’è il Genere e difendere le istanze relative, io vedo solo due motivazioni possibili: 1) nonostante la partecipazione ad eventi internazionali non ha ancora fatto mente locale sul significato del termine e quindi non lo spiega perché non lo sa; 2) parlare potrebbe essere disagevole, compromissorio, disturbante per il signore che è tenuta a consigliare in materia di pari opportunità.
Forse, allora, potrebbero dire qualcosa al proposito il ministro Paolo Gentiloni e i direttori e vice direttori coinvolti nel Programma di Cooperazione Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura)/Italia tramite la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo: Giampaolo Cantini, Fabio Cassese e Luca Maestripieri. Perché? Semplicemente perché la Fao dichiara di avere una politica di Genere:
L’eguaglianza di Genere è centrale per il mandato della Fao di raggiungere sicurezza alimentare per tutti innalzando i livelli di nutrizione, migliorando la produttività agricola e il maneggio delle risorse naturali, e migliorando le vite delle popolazioni rurali. L’eguaglianza di Genere non è solo un mezzo essenziale con cui la Fao può eseguire il suo mandato, è anche un fondamentale diritto umano” (2013)
Se nemmeno costoro aprono bocca per spiegare cos’è il Genere e difendere le istanze relative, credo che il motivo, qui, sia uno soltanto: non lo sanno (perché forse non leggono i protocolli che firmano).
Allora, dovrebbero poterci dire qualcosa la ministra della Salute Beatrice Lorenzin e la dottoressa Daniela Rodorigo, a capo della Direzione generale della comunicazione e dei rapporti europei e internazionali, giacché sono in rapporto diretto con l’Organizzazione mondiale della sanità, che ha una politica di Genere:
L’eguaglianza di Genere fa bene alla salute. Nessuno dovrebbe ammalarsi o morire a causa della diseguaglianza di Genere. (…) Gli Stati membri dell’Oms e gli accordi internazionali ribadiscono che le differenze (fra uomini e donne) devono essere riconosciute, analizzate e indirizzate tramite l’analisi di Genere e azioni di Genere. Senza la dovuta attenzione all’eguaglianza di Genere i servizi sanitari, i programmi, le leggi e le politiche avranno effetti limitati”. (2010)
E se anche in questo caso né la ministra né la dottoressa intendono spiegare cos’è il Genere e difendere le istanze relative, io sono incline a pensare che – come sopra – non sappiano di che si tratta e che – come sopra – l’attenzione ai protocolli che firmano sia un tantino superficiale.
Naturalmente, mai quanto gli analfabeti di ritorno che (persino pagati da vari portali) scrivono come “l’ideologia Gender gradualmente e silenziosamente sta diffondendosi nelle scuole (…) nelle scuole si stanno insinuando attività organizzate dalle lobby, volte a educare la mente dei bambini sottoponendoli ad esperienze sessuali delle quali i genitori sono tenuti all’oscuro. Queste attività vengono promosse sotto forma di progetti mirati a combattere i fenomeni delle discriminazioni e del bullismo ma in realtà mirano a realizzare dei programmi di sessualità e di affettività con il fine di consentire ai bambini di vivere esperienze nuove e capaci di mutarne il pensiero fin dall’età evolutiva.” Un’età cui l’autrice deve evidentemente ancora giungere: il suo pensiero è davvero involuto. D’altronde, è molto chiaro che Parlamento Europeo, Fao e Oms sono costituti da un branco di ideologi gender il cui fine è sottoporre i figli della signora confusa ad esperienze sessuali…
Il bollettino meteo, in occasione della manifestazione del 20 contro il Nulla, prevede (citazione letterale) “risentimenti e rallentamenti al traffico”. Viva l’Italia, però io voglio emigrare.


sabato 30 maggio 2015

STAY HUMAN – AFRICA

La rubrica di Veronica Tedeschi


La violenza sessuale come arma di guerra, il caso del Congo



Qui in Congo le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi, più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. Finora ne abbiamo curate 384 ma continuano ad aumentare. Parecchie, atterrite dalla violenza, sono fuggite nella giungla e hanno paura di tornare per farsi curare” (Giorgio Trombatore, capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC - International Medical Corp).



Durante la guerra del 1998, decine di centinaia di persone furono violentate nella Repubblica Democratica del Congo; si parla di più di 200.000 sopravvissuti a stupri. Goma fu il campo di battaglia maggiore durante la prima e la seconda guerra del Congo e, nonostante gli accordi di pace tra il Governo della Repubblica Democratica del Congo ed i governi dei Paesi confinanti Uganda, Ruanda e Burundi, sono state perpetrate continue violenze sulla popolazione civile. Queste violenze sono state definite “arma di guerra”, atti designati a sterminare la popolazione; lo stupro è stato ed è ancora oggi una semplice ed economica arma su tutti i fronti, più facilmente ottenibile di proiettili e bombe. Nonostante il processo di pace, cominciato nel 2003, l’aggressione sessuale da parte di soldati di gruppi armati e dell’esercito nazionale, continua in tutte le province orientali del Congo.

Lo stupro di guerra disumanizza, umilia e disonora. È un modo per negare l’umanità della donna come portatrice della vita; le milizie sia governative che ribelli, oltre a saccheggiare e distruggere paesi, villaggi e città che trovano sul loro cammino, si lasciavano alle spalle numerose e devastanti violenze sessuali compiute su donne e bambine.

In Congo furono documentati più di 500 stupri nell’agosto del 2010, conclusi con una semplice richiesta di scuse da parte di Atul Khare, il funzionario dell’Onu che fallì nel tentativo di proteggere la popolazione dalle brutalità messe in atto dai soldati e dall’esercito.

Il governo congolese ha ben presente la situazione delle donne nel suo Paese, è cosciente dei rischi che queste puntualmente incontrano nella vita sociale e familiare ma, nonostante questo, non riesce a creare un sistema di protezione adeguato per costituire una società civile in cui ogni donna possa vivere senza paura. Un esempio su tutti: la Repubblica del Congo, per una tassa non pagata, ha bloccato i fondi del Panzi Hospital, ospedale sito a otto chilometri dalla città di Bukavu. Il fondatore di tale struttura, Denis Mukwege, è l’unico dottore congolese che aiuta le donne vittime di stupri di guerra e per tale motivo risulta scomodo al governo. In un’intervista del 2014 le sue parole colpirono molto la platea: “Salviamo le donne il cui corpo è trasformato in campo di battaglia. La violenza sessuale di gruppo è un atto pianificato di guerra, per conquistare territorio”. Questo comportamento della Repubblica del Congo rappresenta un segnale di totale disinteresse da parte dello Stato che preferisce colpire un personaggio come il Dott. Mukege piuttosto che cercare di capire e affrontare in modo deciso quanto effettivamente sta accadendo.


A livello nazionale la situazione è, quindi, critica, gli stupratori operano nell’impunità totale; le donne che subiscono le violenze si trovano davanti membri delle forze dell’ordine che sono gli stessi perpetratori della violenza.

A livello internazionale la situazione sembra migliore: la Commissione Africana dei diritti umani e dei popoli, pur senza approfondire il ragionamento giuridico, ha dichiarato lo stupro una forma di tortura contraria a quanto disposto dall’art. 5 della Carta Africana dei Diritti umani e dei popoli. Questo ci fa tirare un sospiro di sollievo, se solo non sapessimo che, purtroppo, la “forza” e il lavoro della Commissione è pressoché nullo all’interno del continente africano.

La Commissione non ha alcun potere per assicurare l’attuazione di quanto da essa indicato, che rimane pertanto affidata alla buona fede degli Stati. L’unica misura possibile è l’invio da parte della Commissione di “richiami periodici” agli Stati responsabili di violazioni di diritti riconosciuti nella Carta Africana dei Diritti umani e dei popoli. L’evidente insufficienza di tali strumenti procedurali ha spinto gli Stati africani a redigere un Protocollo ad hoc alla Carta africana, adottato a Ouagadougou (Burkina Faso) nel giugno 1998 ed entrato in vigore il 25 gennaio 2004. Gli Stati che hanno ratificato il Protocollo per l’istituzione della Corte africana dei Diritti umani e dei popoli ad oggi (maggio 2015) sono 27. La mole di lavoro di tale istituzione, in questi primi anni di operato, risulta minima e quasi nessuno degli Stati africani riconosce realmente l’importanza e il potere degli atti da essa emanati.

Come si può desumere da questa sintetica ricostruzione, il Congo, come la maggior parte degli Stati africani, vede da sempre fianco a fianco i problemi derivanti da una legislazione interna inesistente e una legislazione internazionale che non è in grado di reagire per sconfiggere i reali problemi dell’Africa.


venerdì 29 maggio 2015

Le immagini che raccontano i fatti salienti dell' ultimo anno




Come ogni anno torna la mostra del World Press Photo, in contemporanea a Roma e a Milano.

Più di 5000 fotografi, provenienti da 131 Paesi, hanno partecipato al prestigioso concorso che si dipana in otto categorie: ritratti, natura, sport, attualità, vita quotidiana, lavoro, notizie spot e generali.

L'attualità sempre in primo piano come dimostra la fotografia di Massimo Sestini (vincitore del secondo premio della categoria “News”) che ritrae un salvataggio di migranti stipati su un barcone nel Mediterraneo. Entriamo, poi, nella vita misera e nella cucina di un'abitazione sventrata in Ucraina; mentre la svedese Asia Sjostrom, con una sola immagine, ci racconta la storia di Igor e Arthur, due fratellini gemelli che fanno parte dei tanti “orfani bianchi”, in Moldavia, bambini che cercando di sopravvivere senza i genitori, forse emigrati in cerca di un lavoro.

Le persone, i colori, le luci colpiscono il cuore ed emozionano mentre guardiamo, sconcertati, i tragici effetti della diffusione dell'ebola in Africa, o le divise delle giovani studentesse rapite in Nigeria da Boko Haram.

In pochi casi lo spettatore può tirare un sospiro di sollievo, osservando le immagini di una Natura potente e straordinaria, ma la realtà – spesso creata e voluta dagli Uomini – è sempre lì a ricordarci la nostra finitezza e i nostri errori.

La fotografia vincitrice dell'edizione 2015 del World Press Photo pone al centro della riflessione l'omofobia in Russia (e non solo): l'autore danese, Mads Nissen, usando in maniera delicata e sapiente la penombra, accarezza due giovani uomini, Jon e Alex, in un momento di intimità, a San Pietroburgo. Questa immagini fa parte di un progetto più ampio di Nissen, scattato per Scanpix, un progetto importante perchè, in Russia come in molte altre aree del mondo, le minoranze sessuali affrontano una profonda discriminazione sociale e legale, molestie e perfino violenti attacchi di fanatici religiosi o nazionalisti. Il presidente della giuria del Premio (in questo caso si parla della categoaria “Vita contemporanea) e direttore della fotografia del New York Times ha dichiarato: “E' un momento storico per la fotografia...l'immagine vincitrice deve avere un'estetica, essere di impatto e avere il potenziale per diventare un'icona. Questa foto è esteticamente potente e possiede umanità”...quell'umanità che dobbiamo rimettere al centro dei nostri comportamenti e delle nostre scelte.



World Press Photo

a Milano

Galleria Sozzani

Corso Como, 10

martedì 24 marzo 2015

Aggiornamento unioni omosessuali





La scorsa settimana è arrivato un segnale chiaro dall'Europarlamento in tema di unioni civili fra persone dello stesso genere. Con 390 voti favorevoli, 151 contrari e 97 astensioni è, infatti, passato il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone omosessuali. Per la nostra associazione è importante sottolineare che tale riconoscimento sia stato affermato come un “diritto dell'uomo”. Il passaggio si trova al punto 162 della relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo.

Pier Antonio Panzeri, firmatario della relazione, scrive: “Il Parlamento europeo prende atto della legalizzazione del matrimonio e delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in un numero crescente di Paesi nel mondo, attualmente diciassette, incoraggia le istituzioni e gli Stati membri dell'Ue a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento del matrimonio o delle unioni civili tra persone dello stesso sesso in quanto questione politica, sociale e di diritti umani e civili”.

Secondo Daniele Viotti, co-presidente dell'Intergruppo LGBT al Parlamento europeo:

l'Europa ha fatto importanti passi in avanti sul fronte dei diritti LGBT e la parità di genere” anche se non mancano le polemiche da parte dei gruppi cattolici (come avvenuto anche durante la commissione in tema di interruzione di gravidanza) e da parte del Presidente di Arcigay, Flavio Romani, il quale ha affermato: “Ben vengano tutti gli inviti e le raccomandazioni, peccato però che non siano in nessun modo obbligatori per gli Stati membri dell'Unione europea. Anche ciò che è stato approvato va a finire nel cassetto delle belle intenzioni. Se poi gli Stati non vogliono mettere in atto questi inviti, sono liberi di farlo”.

Ricordiamo che l'Italia, rispetto ai 28 paesi membri dell'Unione, si trova tra i nove che ancora non prevedono alcun tipo di tutela dei diritti delle coppie omosessuali anche se, come detto, nella relazione di Panzeri, i governi e le istituzioni vengono incoraggiate a contribuire ulteriormente alla riflessione sul tema.

martedì 3 marzo 2015

Una promozione per i nostri lettori: Teatro della Cooperativa. Una biografia della fame




Il Teatro della Cooperativa



è lieto di riservare ai lettori del sito dell'Associazione per i Diritti Umani una speciale promozione:



Biglietti a 10€ (anziché 18€)

dal 2 all'8 marzo 2015 - PRIMA NAZIONALE


produzione
Le Brugole e Anfiteatro SudPER UNA BIOGRAFIA DELLA FAME
Liberamente ispirato al romanzo “Biografia della fame” di Amélie Nothomb
di e con
Annagaia Marchioro
collaborazione alla drammaturgia
Chiara Boscaro
disegno animato dal vivo
Anna Resmini


regia
Alessia Gennari



Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Amélie Nothomb, “Per una biografia della fame” è il racconto ironico, lieve e al tempo stesso drammatico, di un’esistenza famelica. Una donna ci racconta il suo rapporto con la fame: fin da bambina il cibo è la sua gioia, la sua divinità, la sua salvezza, la sua ossessione. La sua fame è una superfame: di zucchero, di cioccolato, di biscotti, ma soprattutto di amore e di vita, di storie e di riconoscimento. La protagonista di questa drammaturgia per attrice sola ci racconta la sua storia, una storia in cui la famiglia, la scuola, la scoperta dell’amore e dei dolori dell’adolescenza sono riletti sotto la grande lente d’ingrandimento dell’appetito. Un appetito sconfinato che serve a colmare i vuoti. Un appetito che lei stessa cerca di uccidere, scegliendo di imporre al suo corpo, diventato estraneo e nemico, l’anoressia, di cui si ammala a quattordici anni, e dalla quale si salva, dopo due anni di sofferenza fisica e mentale, anche grazie al desiderio di cercare altrove, nella scrittura e nella passione, nell’amore e, più in generale, nella semplicità della vita stessa, un nuovo sfogo alla sua fame.

Per una biografia della fame” non è solo una storia di cibo, di vuoti da trasformare in pieni: è la storia dell’amore più difficile, quello che ognuno deve a se stesso, un amore così difficile da imparare e comunicare.



Per prenotare con la riduzione occorre mandare una mail a promozione@teatrodellacooperativa.it con oggetto BIOGRAFIA promo 10, nome, cognome, numero dei biglietti e data della replica scelta.

Presentarsi in biglietteria 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo con la stampa della presente mail.



Teatro della Cooperativa

Via privata Hermada, 8

20162 Milano

tel. 02 6420761


sabato 14 febbraio 2015

Uomini che odiano (amano) le donne





Il nuovo libro di Monica Lanfranco dà la parola agli uomini per indagare, ancora più a fondo, quali sono le radici e i motivi di tanta violenza nei confronti delle donne.






L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande all'autrice e giornalista e vi ricorda che sarà possibile dialogare con lei in occasione dell'incontro che si svolgerà: lunedì 9 MARZO, alle ore 18.30, presso il Centro Asteria, in Piazza Carrara 17.1 Milano



Ringraziamo molto Monica Lanfranco.





L'idea del libro nasce da sei domande che ha posto ad alcuni uomini: come hanno reagito alle sue sollecitazioni?



Avevo chiesto espressamente che chi desiderava rispondere scrivesse alla mia e-mail. Online ci sono state più di mille risposte e molte negative: si passava dal dileggio all'insulto diretto, dato che nella mia presentazione dicevo di essere giornalista, formatrice e femminista. La parola “femminista” in Italia, in Europa è una parolaccia e ha scatenato reazioni che mi hanno molto turbata.

Alcuni, invece, hanno risposto alle domande, forse per attirare l'attenzione, mentre per altri era un bisogno e queste reazioni sono state il motore che ha messo in moto il desiderio di renderle pubbliche perchè, dalle frasi più piccole fino ai flussi di coscienza, mi hanno molto emozionata. Le domande più cogenti rispetto ai problemi che ci sono nella realzione uomo-donna, cioè la violenza manifesta e occulta, venivano indagate e questo ha dato origine al libro.



Quali risposte sono state date alle domande sul rapporto tra violenza e sessualità?



Non sono state risposte inaspettate: entrando da molti anni nelle scuole e facendo iniziative pubbliche, emerge una verità di fondo rispetto alla percezione della violenza: il grande problema è la difficoltà, se non il rifiuto, di riconoscerla, per cui alcuni comportamenti non vengono proprio rubricati come violenza ma, da parte degli uomini in particolare, c'è una presa di distanza che va sotto la denominazione “Io non ne faccio, la fanno gli altri” e sono quasi sempre gli stranieri. Pochissimi annoverano la possibilità della violenza dentro di sé.

A differenza delle donne che hanno fatto un percorso nel femminismo, gli uomini non hanno fatto questo percorso di presa di coscienza; per questo c'è ancora una cultura patriarcale e gli uomini non si assumono la responsabilità di appartenenza al genere maschile.



Gli uomini hanno bisogno di una rieducazione affettiva? Uomini e donne possono intraprendere insieme un percorso che li riavvicini?



Credo che ci sia bisogno di una educazione ai sentimenti e all'affettività così come un'educazione antisessista che riconosca le matrici profonde sociali, culturali e umane che portano il sessismo ad essere la prima forma di violenza.

La violenza contro le donne è un problema globale, ma si può contrastare fin dall'inizio: segnalo l'ultima parte del bel documentario “Giulia ha picchiato Filippo” che racconta la storia narrata dalle donne ospiti di un centro contro la violenza e, negli ultimi dieci minuti, si racconta come nasce la stereotipizzazione delle femmine e dei maschi: un bimbo picchia una bambina e la bambina viene colta nel momento in cui si sta difendendo e diventa lei la carnefice...Il racconto è il racconto della matrice di questa situazione: la famiglia, quella madre e quel padre, quel non voler vedere, quel cominciare a dire subito “Tu sei una femmina e quelle cose non le fai, tu sei un maschio e alcune cose le puoi fare”.

C'è, inoltre, molto bisogno di una cultura di base che coinvolga uomini e donne in un riavvicinamento legato all'abbassamento della febbre che percorre il pianeta, la febbre della guerra fatta alle donne; è necessario, quindi, reimpostare il dialogo tra i generi perchè un mondo violento per la metà di chi lo abita, è un mondo violento per tutti.