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martedì 19 maggio 2015

Un angolo di Eritrea a Milano



di Igiaba Scego (da “Internazionale” 5 maggio 2015)




Neoclassica, austera, trionfale, così appare porta Venezia, una delle sei principali porte di Milano, al visitatore. Il quartiere noto per i suoi ristorantini alla moda è tra i più amati dagli under 30 milanesi. Certo gli spritz, gli apericena l’hanno resa trendy e al passo con i tempi, ma porta Venezia è qualcosa di più profondo. Di fatto racchiude in sé una storia complessa fatta di separazioni e ricongiungimenti, una storia che odora di caffè caldo e cardamomo, una storia che la lega all’Africa come nessuna.
Infatti da tempo il quartiere è il ritrovo della comunità eritrea-etiope che dagli anni settanta del secolo scorso ha fatto di questa zona il centro della propria esistenza. Ed è sempre qui che gli eritrei di oggi, in fuga dalla dittatura feroce e insensata di Isaias Afewerki, cercano rifugio dopo essere approdati a Lampedusa con una carretta scassata. Sanno che a porta Venezia una zuppa calda e qualcuno che sa parlare la loro lingua lo troveranno di sicuro. Porta Venezia è Milano, ma è anche Asmara. È Italia, ma anche Eritrea.
Il colonialismo italiano, diceva nel suo bel libro Rifugiati lo scrittore somalo Nuruddin Farah, occupa un territorio coloniale ambiguo nella coscienza degli italiani. Infatti l’Italia spesso non si ricorda di aver avuto un legame storico con Libia, Somalia, Etiopia ed Eritrea. Disconosce il vincolo e quando poi arrivano i rifugiati proprio da quei paesi un tempo colonizzati (e spesso brutalizzati) non riesce a tracciare una linea che la colleghi a quell’intreccio di corpi. È più facile dimenticare. E così si dimenticano non solo le nefandezze del periodo coloniale, ma anche quelle più moderne fatte di affari sporchi con i dittatori di turno e di rifiuti sversati in mare o tombati nelle zone di pascolo. L’Africa, come diceva Ennio Flaiano, rimane ancora lo sgabuzzino delle porcherie e meno se ne parla meglio è.
Ma ormai, per fortuna, fioccano le contronarrazioni. Ed ecco che il docufilm Asmarina di Alan Maglio e Medhin Paolos ci regala una panoramica su una comunità, quella eritrea-etiope, presente nel territorio da decenni di cui però si è sempre parlato molto poco. Il titolo, tratto da una canzone coloniale degli anni trenta, è già di per sé evocativo. Il docufilm nasce per accumulazione. Colpisce, fin dalle prime scene, la presenza ossessiva e permeante delle fotografie dovuta a un grande lavoro di ricerca da parte dei registi.



Ed ecco che lo schermo si riempie di bambine sorridenti, ragazzi con jeans a zampa di elefante, signore con il tradizionale abito bianco. E poi feste, celebrazioni, preparazioni di focacce e caffè, treccine svolazzanti, orecchini arcobaleno. E piano piano una comunità di adulti si popola di bambini. Generazioni si mescolano e quasi si confessano davanti alla telecamera, mai invasiva, di Alan Maglio e Medhin Paolos. E sotto i nostri occhi una comunità si svela nelle sue più intime e delicate sfumature.
C’è la scrittrice Erminia dell’Oro figlia di italiani, di vecchi coloni, nata in Eritrea che si sente africana e non importa se ha la pelle bianca, Eritrea per lei è casa. Il dj Million Seyum, chiamato non a caso il Sindaco, che sa come far ballare i suoi compaesani, ma che in ogni sua parola è profondamente asmarino, ma anche profondamente milanese. La famigliola riunita intorno a un libro di fotografie (Stranieri a Milano di Lalla Golderer e Vito Scifo che diventerà uno degli assi portanti del docufilm) sa come commuoverci con gli antichi ricordi di famiglia.
E poi c’è Michele figlio di un pugliese mai conosciuto e di un’eritrea, cresciuto in un collegio di suore a suon di punizioni corporali, rimpatriato in un’Italia mai veramente sua. Colpisce inoltre la forza di Helen Yohannes, calciatrice/mediatrice culturale che ha dedicato il suo tempo ad aiutare i rifugiati perché guardando quelle facce così simili alla propria sa che quel destino poteva toccare a lei e si rimbocca le maniche per attutire come può quelle sofferenze.
Fotogramma dopo fotogramma scopriamo una comunità molto attiva negli anni settanta-ottanta, organizzata, unita. C’era la lotta per l’indipendenza a dare identità. Ed ecco le riunioni in teatri gremiti, i volantinaggi, le assemblee, le manifestazioni, le storie d’amore nate intorno a tutta quella politica. E poi la gioia immensa di essere un paese. C’è chi pensava di tornare ad Asmara, di ricostruire là il poco di avvenire rimasto. E poi dal paradiso agli inferi di oggi, prima un conflitto insensato con l’Etiopia per un confine senza importanza e poi la dittatura che sta facendo fuggire tanti giovani che preferiscono rischiare la traversata attraverso il Mediterraneo che marcire nelle grinfie di un regime protetto anche da occidente.
Ed ecco che i registi non nascondono le fratture all’interno di una comunità. Una divisione in filogovernativi e oppositori, tra chi si sente eritreo o chi eritreo-etiope. E in mezzo c’è l’Italia, Milano. Una città-casa che a volte sa abbracciare e a volte no. Asmarina racconta tutto questo e molto altro. Racconta l’Italia come recentemente sono riusciti a fare in pochi.


domenica 3 maggio 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria





PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MIGRANTI e ACCOGLIENZA A MILANO





Alla presenza di Pierfrancesco Majorino (assessore alle Politiche sociali) Caterina Sarfatti (legale presso il Comune di Milano) e LEMNAOUER AHMINE (regista)












DOMENICA 10 MAGGIO

ORE 17.30
presso



CENTRO ASTERIA
Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...
In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.

In questo incontro dal titolo MIGRANTI E ACCOGLIENZA A MILANO si affronterà il tema delle MIGRAZIONI: quali le politiche sbagliate in Europa, quali quelle locali per l'accoglienza dei migranti, profughi e dei rifugiati. Come Milano ha accolto i siriani e gli etiopi e molto altro. Presentazione del dossier “Milano, come Lampedusa?” con inserti del documentario intitolato “La trappola”.



IL DOSSIER


Migliaia di profughi attraversano il Mediterraneo per raggiungere l'Europa. Molti di loro approdano a Milano che è terra di passaggio e spazio umanitario da cui ripartire per raggiungere i Paesi desiderati. Questo libro racconta il vissuto delle fatiche, speranze, difficoltà e delle assenze di alcuni e distrazioni di altri.


PIERFRANCESCO MAJORINO

  
   
Pierfrancesco Majorino, politico e scrittore, è nato a Milano, città dove vive e lavora, nel 1973.
Dal 2011 è l'Assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute della Giunta Pisapia e Vicepresidente nazionale della Rete Città sane.
E' membro dell'Assemblea nazionale del Partito Democratico.

 

CATERINA SARFATTI

Legale e consulente del Comune di Milano. Precedentemente ha fatto parte del Consiglio d'Europa per i rifugiati e della Fédération Internationale des Droits de l'Homme.


LEMNAOUER AHMINE

Ahmine nasce in Algeria ma vive da anni in Italia, dove si è trasferito definitivamente nel 1994. Segue corsi sul cinema e sulla TV. Dopo una lunga esperienza come pubblicitàrio, approda alla realizzazione di documentari per la TV, che raccontano spesso il viaggio e l'incontro. I suoi lavori sono stati premiati in vari festival nazionali e internazionali.






lunedì 13 aprile 2015

Edda Pando: dal World Social Forum il sito web per i desaparecidos nel Mediterraneo




L'Associazione per i Diritti Umani ha chiesto anche a Edda Pando, di Arci Todo Cambia, di raccontarci le notizie e gli approfondimenti che sono emersi dai workshop da lei seguiti al Forum sociale mondiale di Tunisi.



Ringraziamo molto Edda Pando per questo suo report.



Ho seguito i workshop che riguardavano le reti dei parenti dispersi: erano presenti i collettivi dei parenti che provenivano da Algeria, Tunisia, Eritrea e anche dal Messico. In quest'ultimo caso c'era una rappresentante del “Movimiento migrante mesoamericano”. Marta Sanchez, un movimento costituito da organizzazioni che da dieci anni organizzano la “Carovana centroamericana della ricerca dei figli dispersi”; la carovana si muove lungo il percorso che porta negli Stati Uniti e in questi anni sono stati trovati 200 figli.

Era la prima volta che i parenti dei migranti dispersi si riunivano ed è stato un momento importante di presa di coscienza perchè si è potuto favorire il fatto che le persone si rendessero conto che la loro tragedia non è una questione individuale, ma è collettiva. E' stata importante, per esempio, la presenza di un ragazzo eritreo, del “Coordinamento Idea democratica”, perchè lui ha potuto parlare del percorso che i migranti fanno prima di arrivare in Europa, con tutte le violazioni dei diritti umani che subiscono.

Questo incontro nasceva dopo che abbiamo fatto un primo tentativo a Sabir - nell'ottobre dell'anno scorso, in occasione del naufragio - ed è un lavoro che si sta portando avant sin dal 2012, da quando ci fu il primo contatto con le mamme tunisine che cominciavano ad organizzarsi in gruppi e non semplicemente come singoli parenti.

Al workshop di Tunisi hanno partecipato moltissime organizzazioni europee, ad esempio GISTI, SMA, SOLIDAR che sta collaborando con una confederazione di sindacati autorganizzati senegalesi per costituire una rete mediterranea per dare sostegno ai migranti lungo tutto il tragitto che porta verso la Libia, dall'Africa subsahariana. Dopo aver ascoltato i parenti dei migranti dispersi, il giorno successivo - il 28 marzo - è stata organizzata una riunione di lavoro comune in cui si è deciso di costruire formalmente la rete dei migranti dispersi del Merditerraneo, una rete che si occuperà del crimine che presuppone la morte dei migranti.

Si è stabilito di creare due gruppi: uno si occuperà di tutto quello che riguarda le partenze (dal punto di vista legale) e di come le partenze possano trasformarsi in azione politica; e l'altro gruppo, più di sensibilizzazione, si occuperà di continuare a mappare i gruppi dei parenti dispersi e di costruire una pagine web in cui inserire storie e fotografie per cercare di dare un'identità o un viso alle persone morte, affinchè non rimangano solo dei numeri: teniamo presente che un conto è il dolore di chi ha perso qualcuno e sa che il parente è deceduto, ma un altro è il dolore di coloro che ancora non ne ha certezza e non sa dove sia, cosa sia successo.

Quest'anno ripeteremo l'esperienza di Sabir, a Lampedusa, e vedremo come riusciremo a rapportarci a questi parenti perchè la situazione è complicata anche dal punto di vista psicologico.

domenica 4 gennaio 2015

Strage di ragazzini al confine tra Eritrea e Sudan



Tredici ragazzini, sette donne e sei uomini, sono stati uccisi a raffiche di mitra dalla polizia di frontiera Eritrea mentre cercavano di attraversare il confine con il Sudan. E’ stata una strage a freddo, avvenuta verso al fine dello scorso settembre, vicino alla piccola città di Karora, ma scoperta soltanto tre mesi dopo, quasi alla vigilia di Natale.Proprio perché è rimasto a lungo segreto, non sono chiare le circostanze del massacro. Si sa per certo che le vittime, di età compresa tra i 13 e i 20 anni, facevano parte di un gruppo di 16 giovanissimi che, nascosti su un camion, si stavano dirigendo verso il Sudan, accompagnati e sotto la scorta di una “passatore-guida” ingaggiato dalle loro famiglie. Avevano scelto, per la fuga, una delle vie più battute dai profughi, la cosiddetta “Ghindae-Port Sudan Route”, che parte dal centro agricolo di Ghindae, nella regione eritrea del Mar Rosso Settentrionale, e termina appunto a Port Sudan, centinaia di chilometri più a nord.

Stando alla testimonianza resa a un quotidiano online della diaspora eritrea da un testimone che, per ovvie ragioni di sicurezza, chiede l’anonimato, i soldati hanno aperto il fuoco non appena si sono resi conto che il camion stava per varcare la frontiera, intuendo che a bordo dovevano esserci dei profughi risoluti a scappare.

L’ordine della dittatura, infatti, è di sparare a vista, mirando a uccidere, contro chiunque tenti di espatriare clandestinamente, specie se si tratta di giovani nell’età della leva militare. Come erano, in effetti, quasi tutti i 16 ragazzi. Non c’è stato scampo: le raffiche hanno fatto strage.

I corpi delle tredici vittime sono stati recuperati dagli stessi militari e sepolti in segreto in una fossa comune anonima, forse per cancellare ogni traccia e magari la memoria stessa del crimine. Ignota la sorte dei tre superstiti. Questa volontà di “negare tutto” è stata però smascherata dal dolore e dalla forza di volontà di un padre, Tesfahanes Hagos, un ex colonnello dell’esercito, invalido ed eroe della guerra di liberazione contro l’Etiopia. Tra i morti ci sono anche tre delle sue figlie – Arian (19 anni), Rita (16 anni) e Hossana, la più piccola, appena tredicenne – fuggite insieme per cercare di raggiungere la madre in Canada. Insospettito dalla prolungata, totale mancanza di notizie, dopo circa un mese l’ex ufficiale ha cominciato a indagare, ripercorrendo più volte la presumibile via di fuga scelta dalle sue ragazze e bussando ostinatamente a mille porte, senza arrendersi di fronte agli ostacoli e al muro di silenzio eretto dalla polizia. Fino a che ha portato alla luce il massacro.

Si è scoperto, a questo punto, che figli di ex militari erano anche quasi tutti gli altri ragazzi trucidati: la maggioranza di loro veniva infatti dal Denden Camp, un quartiere-villaggio di Asmara allestito per reduci e invalidi dell’esercito e per le loro famiglie. Forse anche per questo il segreto sulla strage era così rigido: la tragica fuga di quei ragazzini dimostra che sono sempre più insofferenti al regime anche i protagonisti della lotta che ha portato all’indipendenza dell’Eritrea. “Una lotta tradita dalla dittatura di Isaias Afewerki che si è insediata ad Asmara dal 1993”, denunciano i principali leader della diaspora in Africa, in Europa e in America.



mercoledì 19 novembre 2014

Looking for Kadija: l'Eritrea, il colonialismo, l'amore





Il regista Andrea Patierno, lo sceneggiatore Alessandro Caruso e il regista Francesco Raganato, con l'aiuto di Francesco Sardello, organizzatore sul posto, pianificano i provini per trovare l'attrice principale, poi sistemano i set, chiedono alle maestranze di costruire un carrello per il dolly: questo per girare Looking for Kadija, lavoro girato tra le città di Asmara e Massaua e i villaggi di Agada, Cheren, Cheru, ricostruendo una vicenda poco nota e molto avventurosa (raccontata da Vittorio Dan Segre in "La guerra privata del tenente Guillet. La resistenza italiana in Eritrea durante la seconda guerra mondiale", Corbaccio 2008).
Sono giovani donne che raccontano del servizio militare civile oppure obbligatorio, di amori e di emigrazioni. Si racconta, così, un Paese fortemente militarizzato che fa molta fatica ad ottenere qualche spiraglio di democrazia.
L'Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande al regista Francesco Raganato e lo ringrazia.



Il suo documentario nasce da una storia lontana: ce la può raccontare?

 

La storia che raccontiamo nel documentario nasce da lontano, sia nel tempo che nello spazio.

Siamo in Eritrea, colonia italiana, alla fine della seconda guerra mondiale. Dopo la resa e la firma dell’armistizio in Europa, un ufficiale di cavalleria italiano di stanza in Eritrea, Amedeo Guillet, si rifiuta di consegnare il paese agli inglesi e organizza la resistenza eritrea, di fatto diventandone il capo carismatico. Al suo fianco Kadija, la bellissima figlia di un capotribù locale.

Dopo oltre mezzo secolo, una troupe italiana, composta da me, dal produttore Andrea Patierno e dallo sceneggiatore Alessandro Caruso, giunge in Eritrea per preparare un film dedicato a questa grande storia di amore ed eroismo.

I casting per trovare la protagonista del film diventano l'occasione per conoscere, attraverso le storie delle giovani aspiranti e delle loro famiglie, la condizione e le speranze di un paese isolato dal resto del mondo da vent'anni di dittatura militare.

Così nasce “Looking for Kadija”.



L'Eritrea, come molti Paesi africani, vede molte persone emigrare verso un futuro migliore e, spesso, però sono gli uomini a farlo. Molte madri, mogli, sorelle restano e aspettano: avete raccolto le storie di queste famiglie spezzate?



Inevitabilmente intervistando le ragazze è venuta fuori la questione dell’emigrazione, soprattutto di quella maschile. In ogni famiglia c’è almeno un caso di emigrazione, è una situazione che tocca davvero tutti.

L’argomento però non è mai approfondito, è sempre accennato, velato, forse per paura, forse per pudore, questo non lo sappiamo.




Qual è la condizione femminile nell'Eritrea di oggi?



E’ una domanda a cui posso rispondere solo parzialmente, poiché il nostro film non è un’inchiesta, ma è un viaggio incentrato sulla ricerca di una attrice.

Quello che posso dire con certezza, perché mi si è palesato davanti agli occhi durante i casting, è che le donne eritree hanno una fierezza ed una dignità invidiabili. Hanno una scintilla nei loro occhi che mette quasi soggezione, hanno voglia di fare, di emergere, di realizzare i loro sogni, ai quali per fortuna non rinunciano. Hanno amore fortissimo per il loro paese e per la loro cultura, un amore sano, oltre a una enorme voglia di riscatto, una voglia reale, che si tocca con mano.





Il film intreccia presente e passato. Una domanda che ci sta sempre molto a cuore è: quanto è importante la memoria storica, anche alla luce degli avvenimenti attuali, nei naufragi nel Mediterraneo?



La memoria storica è sempre di fondamentale importanza, non solo perché banalmente si può imparare a non ripetere gli errori del passato, ma soprattutto perché tutto ciò che è accaduto in passato ci dà una chiave per leggere e interpretare (e migliorare) il presente.

Per essere più concreti, ad un certo punto del film, un signore di Massaua, con un italiano impeccabile, ci racconta di come gli italiani durante gli anni del colonialismo erano arrivati in Eritrea per rimanere, per vivere una vita magari migliore di quella che avevano in Italia. Di conseguenza hanno costruito edifici meravigliosi, strade efficienti, ferrovie all’avanguardia. Hanno dotato il paese di infrastrutture da cui ancora oggi gli Eritrei traggono beneficio.

Ci ha raccontato sostanzialmente un esempio di una sana compenetrazione culturale ed economica, in cui tutte e due le parti traggono beneficio.

All’opposto, e non dico nulla di nuovo, i naufragi del Mediterraneo in realtà sono l’evidente risultato di una scellerata politica colonialista, un colonialismo da saccheggio, perpetrata da molti governi extra-africani (non è esatto dire “occidentali”) a danni delle fragili democrazie africane (ove ce ne siano). Ma è un discorso lungo e complicato da affrontare in poche battute.





Quando e come è stato realizzato questo suo lavoro?



Nell’ottobre del 2013 siamo stati in Eritrea per circa 20 giorni per fare le riprese. Abbiamo visitato Asmara, poi Massaua e Cheren dove oltre alla ricerca delle location per il fim che vogliamo fare abbiamo organizzato i casting per trovare Kadija. Ci siamo spinti anche verso la piana di Cheru, che fu il teatro della tremenda battaglia in cui morirono molti italiani e ascari eritrei che fianco a fianco combatterono contro gli inglesi.

Poi da gennaio 2014 fino ad aprile c’è stato un lunghissimo lavoro di montaggio con Alice Roffinengo, la nostra editor, e Chiara Laudani, autrice del documentario con Alessandro Caruso.

Rai Cinema ha creduto sin da subito al progetto e ci ha concesso il sostegno finanziario per realizzare questo lavoro.

La vittoria al Festival di Roma è giunta davvero inaspettata, e questo ha messo in moto ciò che speravamo, ovvero la possibilità di pensare davvero di realizzare finalmente un film sulla storia di Amedeo Guillet e Kadija.

mercoledì 5 novembre 2014

Una tragica testimonianza




Riceviamo questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di far circolare. Grazie.



Ho ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4 eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20 settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre, poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono 55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania, ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei sopravvissuti a questa tragica vicenda, per dare la loro testimonianza.



Fr. Mussie Zerai
Chairman of Habeshia Agency
Cooperation for Development
E-mail:
agenzia_habeshia@yahoo.it

http://habeshia.blogspot.com
Phon
+39.3384424202
Phon:
+41(0)765328448

mercoledì 15 ottobre 2014

Un ricettario "atipico"



Riceviamo questa comunicazione su Roma e la condividiamo.




Cum Panis.
Storie di fuga, identità e memorie, in quattro ricette

a seguire proiezione del video documentario Mix-Up







Venerdì 17 ottobre - Ore 17.30







Biblioteca Goffredo Mameli, Via del Pigneto 22, Roma






Il volume Cum Panis non è un semplice ricettario o lo è in maniera “atipica”.



Le ricette presentate sono solo un gustoso pretesto per raccontare le storie di vita di quattro donne rifugiate, provenienti da Somalia, Eritrea, Siria e Palestina, raccolte dagli autori e rielaborate nel video Mix-Up di Alessandro Gordano.



Hamdi, Yurdanos, Julieta e Maisam, cercano di riannodare, dietro i fornelli delle loro nuove case, i fili di un recente passato bruscamente interrotto dalla guerra, per condividere cibo e speranze con chiunque voglia accostarsi alle loro tavole.




Saluti:



Gabriella Sanna, Responsabile Servizio Intercultura - Biblioteche di Roma





Interverranno:




Khalid Chaouki, Deputato PD, coordinatore intergruppo immigrazione



Enza Papa, attivista Associazione “La Kasbah”



Francesco Mollo, giornalista Quotidiano della Calabria



Alessandro Gordano regista di Mix-Up



Cristina Passacantando, Servizio Centrale per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).





Seguirà un rinfresco di specialità mediorientali offerto dalla Cooperativa Auxilium.

venerdì 8 novembre 2013

La gabbia dorata: al cinema per riflettere ancora sul tema delle migrazioni



E' uscito nelle sale italiane ieri, 7 novembre, un film utile e interessante: La gabbia dorata che, attraverso il codice linguistico dell'arte cinematografica, approfondisce e fa riflettere su uno dei temi di maggiore attualità sociale e politica, quello delle migrazioni.
Abbiamo deciso di pubblicare per voi la recensione di Luca Scarafile, in collaborazione con Cinequanon.it.



La jaula de oro (La gabbia dorata), nelle sale italiane dal 7 novembre, non è certo un film che è stato trascurato dalla critica. A testimoniarlo ci sono il Grifone d’oro al Giffoni Film Festival, il prestigioso A certain talent prize a Cannes, infine la recente consacrazione, in data 6 ottobre 2013, con il trionfo al nono Festival di Zurigo. Riconoscimento quest’ultimo che, mai come questa volta, ci colpisce come un pugno nello stomaco, portando con sé il sorriso amaro e beffardo del destino. Già, perché arriva mentre il 3 ottobre 2013 sta passando alla storia come il giorno della strage di Lampedusa, perché il primo lungometraggio del regista spagnolo Diego Quemada-Diez è e vuole essere innanzitutto proprio un film sull’emigrazione.
Così, mentre increduli nella nostra impotenza stiamo contando i corpi esanimi di chi scorgeva nel Vecchio continente la Terra promessa, di chi sperava e che, per quello stesso sperare, ha dovuto arrendersi alla morte, il cinema, pur senza saperlo, ci offre un commento della tragedia meno retorico e superficiale delle parole di tanti opinionisti che riempiono televisioni e giornali. Poco conta che siano gli Stati Uniti l’Atlantide di una felicità mai vissuta, che le terre della disperazione siano il Guatemala o il Messico e non l’Eritrea o la Siria, perché in ogni dove e in ogni quando sono la stessa voglia di riscatto, la stesso mito dell’altrove, la stessa miseria a spingere fiumi di uomini in un’impresa che per i più non troverà alcuna redenzione.
Ecco allora la storia di Juan, Sara e Samuel, tre giovanissimi guatemalchi che decidono di imbattersi in un viaggio verso gli Stati Uniti, terra dell’abbondanza e del capitalismo più scintillante. Di questo viaggio non sanno nulla, ma del resto nulla hanno da perdere. A loro ben presto si aggiungerà Chauk, un indio del Chiapas che non parla una parola di spagnolo e le cui azioni aderiscono a una logica primordiale, quella del cuore e del sentimento, che i suoi compagni dovranno faticosamente imparare a decifrare.
È un intreccio semplice e lineare quello scelto da Quemada-Diez, narrato attraverso una regia che talvolta assume intenzionalmente una piega documentaristica, ma che riesce ad indagare a fondo quel cumulo di insidie, speranze e illusioni che costituisce il fardello di ogni migrante. Sui tetti dei treni merci in cui clandestinamente si tenta di accorciare la traversata, tra la violenza dei delinquenti pronti ad approfittare di chi non è protetto da nessuno, di fronte ai cecchini statunitensi che attendono gli stranieri al confine, questo viaggio
on the road si tramuta così in un vero e proprio romanzo di formazione, un viaggio in cui non tutti possono farcela e nel quale, anche chi ce la fa, sembra non trovare il riscatto di cui era in cerca .
Ciò che si conquista attraverso lo sguardo di questi cinque adolescenti è allora soltanto il disincanto, impressione crudele quanto realistica, a cui lo spettatore è educato dall’uso sapiente della recitazione di attori non professionisti, uso nel quale Quemada-Diez dimostra di aver ben recepito la lezione di Ken Loach con il quale ha collaborato.
A mancare non è nemmeno il richiamo metaforico, mai eccessivo o criptico, delle immagini. C’è innanzitutto la neve, la neve che irrompe, quantomai inaspettata, nei momenti cruciali del film: cade lenta e senza sosta in alcune inquadrature fisse facendo da contrappunto a questo viaggio disperato, come un destino dal significato velato fa da contrappunto, spesso ironico e maligno, alle nostre aspettative, ma è anche la neve che si fa bufera nell’ultima sequenza del film, quasi che quel significato incerto si sia infine rivelato nella sua tragicità. C’è poi l’enorme macello californiano in cui Juan, l’unico superstite di questa tormentata ascesa, finisce a lavorare: quasi a chiedere allo spettatore se la storia, come voleva qualche filosofo, non sia altro per noi singoli individui che un “banco da macellaio”.
C’è infine quel treno che corre sempre su una linea retta e che è lì, nelle intenzioni dichiarate del regista, a incarnare la fede incrollabile nel progresso, in quel grande racconto
metafisico che fa dell’Occidente, per chi almeno ha provato a sperare, la meta ammaliante e sempre ambita del benessere. Ma del resto senza una fede, che sia in un etereo aldilà ultraterreno o in un aldiquà finalmente redento da una felicità per tutti allo stesso modo, forse non si può vivere. Come evoca il canto che chiosa una delle ultime sequenze del film: “Ho perso la fede, è necessario trovarla”.


giovedì 24 ottobre 2013

In piazza con i cittadini eritrei








Un appello e una manifestazione che, come Associazione per i Diritti Umani, ci sentiamo di sostenere. Il testo e l'appello sono firmati dal Coordinamento Eritrea Democratica e altre associazioni (che leggete in calce) che ci hanno chiesto di pubblicarli.



La morte di queste persone si doveva e si poteva evitare.
All’interno dell’Unione europea si susseguono appelli, i politici ripetono frasi di circostanza, a cui però non seguono i fatti. Bisogna invece offrire un’alternativa a queste persone in fuga dalla dittatura, da guerra e violenze, altrimenti sono costrette ad affidarsi ai trafficanti di morte.
I morti continueranno a esserci finché non offriremo reali alternative di accoglienza.
Questo è l'ennesimo naufragio: dal 1998 oltre 20.000 esseri umani sono stati inghiottiti dalle acque del Mar Mediterraneo, e oltre 5.000 sono caduti vittime del traffico di organi umani nel Sinai; un numero imprecisato ha trovato la morte nel viaggio disperato nelle sabbie del Sudan e dell'Egitto. È ora di fermare una carneficina che dura da troppi anni.
Perché queste persone partono? Cosa le spinge ad assumersi rischi enormi nella traversata di deserti e mari? Più concretamente, osservando ad esempio che una grande percentuale di coloro che sbarcano sulle nostre coste arrivano dal Corno d'Africa, qual è la nostra posizione politica nei confronti dei governi di quei Paesi?
L'Eritrea è un carcere a cielo aperto: più di 10.000 perseguitati, buona parte rinchiusi in prigioni disumane, prigionieri per reati di opinione o politici. Si ignora quanti siano ancora in vita, quanti siano stati uccisi e/o siano deceduti. L'Eritrea è un paese chiuso a qualsiasi controllo umanitario, privo di stampa e di informazione libera, se non quella del regime. L'economia dell'Eritrea è morta a causa della completa militarizzazione del Paese. Le poche risorse provengono dalle rimesse degli emigrati. Bambini soldati e/o schiavi sono costretti ai lavori forzati e sottoposti a lavaggio del cervello. Un quarto della popolazione eritrea vive all’estero, il che ne fa uno dei Paesi con il più alto numero di rifugiati all'estero del mondo. I parenti in patria sono sottoposti a ricatti economici impossibili da pagare (in particolar modo l’odiosa imposta del 2% che grava sui redditi prodotti all’estero dalla diaspora), destinati alla tortura e alla galera.
In Eritrea Isayas Afeworki è al potere da esattamente vent'anni. È un uomo che viola
sistematicamente i diritti del suo popolo. Nonostante ciò l'Italia ha fatto e fa ottimi affari con lui.

È possibile che uno Stato come l’Italia, firmatario della Convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, collabori con associazioni e
consolati legati al regime eritreo che di fatto ledono diritti fondamentali e inderogabili?
È giusto che in uno stato di diritto i cittadini eritrei subiscano una doppia imposizione fiscale, frutto di persecuzioni e intimidazioni imputabili ai consolati o alle suddette associazioni o a persone fedeli alla politica del regime, residenti nel territorio italiano, che operano come veri e propri esattori di tasse in nome e per conto dello stato Eritreo?
Noi chiediamo una protezione completa e non parziale.
Che vengano valutate le ragioni della esistenza di ambasciata/consolati eritrei in Italia, presenza nociva e diseducativa per una convivenza civile e pacifica.
Crediamo sia interesse nazionale Italiano proteggere i suoi cittadini, pertanto chiediamo:

  1. Che l'Italia chiarisca la sua posizione con il governo eritreo

  1. Un indagine accurata sul sistema di tassazione eritrea del 2%, sul sistema di rilascio dei documenti e sulle garanzie di tutela ai cittadini eritrei


CHIEDIAMO INOLTRE ALL'ITALIA

  1. Che la legge Bossi-Fini venga modificata - integrata con nuove norme per i RIFUGIATI POLITICI e che si preveda una legge organica sull'asilo.
  2. Che si crei un corridoio umanitario per il DIRITTO D'ASILO EUROPEO (che permetta ai migranti bloccati in “paesi terzi” di raggiungere legalmente l’Europa) e che i pattugliamenti diventino azioni di soccorso e non di respingimento o rimpatrio forzato.
  3. Che si rafforzi la politica di accoglienza europea perché i paesi di approdo, come l'Italia, possano essere luoghi di prima accoglienza dove siano possibili i ricongiungimenti familiari con i parenti residenti in altri paesi europei per poter costruire un futuro.
  4. Per i defunti: chiediamo la RESTITUZIONE DELLE SALME alle loro famiglie in Eritrea, perché possano essere onorati almeno da morti.

Il regime attuale ci ha tolto la libertà conquistata per noi dai patrioti con la lotta di liberazione. La nostra presenza in Italia è la testimonianza del nostro involontario esilio.



Coordinamento Eritrea Democratica
Eritrean Youth Solidarity for National Salvation Italy
ASPER-ERITREA.Associazione per la tutela dei diritti umani del Popolo Eritreo
ENCDC Europe
MOSSOB Comitato Italiano per Eritrea Democratica

venerdì 4 ottobre 2013

L'ennesima strage, in mare


Scriviamo questo articolo con tanta rabbia e tristezza. Lo pubblichiamo senza immagini, video o fotografiche, in segno di lutto. Un ennesimo lutto del mare.
A distanza di soli tre giorni dal naufragio di Scicli, il Mediterraneo si fa tomba per più di 94 persone mentre 250 sono ancora i dispersi.
Migranti dalla Somalia, ma anche dall' Eritrea e dal Ghana, scappati da Peasi in guerra o sotto dittatura. Tra loro anche donne e bambini: tre, in stato di gravidanza, sono state salvate così come trenta minori, tra cui un neonato di due mesi.
La causa di questo naufragio probabilmente è stato un incendio dovuto ad un cortocircuito a bordo del barcone che si è rovesciato sulla costa dell'isola dei Conigli. Nel tratto di mare circostante, chiazze d'olio, pezzi di legno, giubbotti salvagente: tracce di una tragedia che si ripete ormani troppo spesso, una “tragedia immane”, come l'ha definita anche il Premier Enrico Letta, che getta vergogna e sconforto su chi ha a cuore il destino degli altri.
Su quel barcone erano saliti 500 migranti, mentre ora “ci sono morti ovunque” racconta uno dei soccorritori che aggiunge: “ Sono decide i cadaveri, molti galleggiano. Sembra un incubo”.
L'allarme è stato dato dall'equipaggio, sono sette le motovedette impegnate nel recupero delle persone e alle operazioni hanno partecipato anche i pescherecci e le imbarcazioni da diporto: un enorme dispiegamento di forze che sottolinea la gravità della situazione.
Gli uomini, le donne e i bambini superstiti sono stati portati, in elicottero, presso le strutture ospedaliere dell'isola di Lampedusa e presentano sintomi di disidratazione, problemi alla pelle e altri disturbi derivanti dall'aver ingerito carburante. Oltre, ovviamente, allo stato di shock. Molti corpi di chi non ce l'ha fatta sono stati portati nell'hangar dell'aeroporto perchè nel cimitero cittadino non c'è più posto.
Fermato uno degli scafisti; la procura di Agrigento aprirà un'indagine per omicidio plurimo doloso; il Consiglio d'Europa, proprio mercoledì scorso, ha pubblicato un rapporto in cui viene criticata duramente la politica migratoria nel nostro Paese; Strasburgo ha considerato “sbagliate e controproducenti” le misure prese dai nostri governi per gestire i flussi migratori: eppure nulla cambia e il mare inghiotte giovani vite.

venerdì 13 settembre 2013

Diritti Umani e Democrazia: IL PUNTO SULL’ERITREA

Settembre è un mese particolare per i diritti umani e la democrazia in Eritrea.
Le ricorrenze del 1° settembre 1961, inizio della lotta di liberazione del popolo eritreo, e del 18 settembre 2001, data dell’arresto di oppositori e giornalisti eritrei, impongono una riflessione sullo stato delle cose in quel Paese e sollecitano un nuovo impegno a quanti hanno a cuore le sorti del suo popolo, sottoposto dalla dittatura a terribili violazioni dei diritti umani e politici.

Eritrei democratici e amici del popolo eritreo organizzano a Bologna, città simbolo della Resistenza eritrea e del sostegno italiano alla lotta di liberazione dell'Eritrea dalla dittatura etiopica, una giornata dedicata a questi temi: 

il 21 settembre 2013 

presso il centro interculturale Zonarelli di via A. Sacco 14 a Bologna (bus 21).


Sono previste due fasi di lavoro:


Mattino:

La costituzione di un «Organismo per la democrazia in Eritrea»: dovrà trattarsi di un organismo che operi per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica, dei media e degli organismi politici e istituzionali italiani ed europei, che sostenga e affianchi la lotta degli oppositori eritrei, che promuova con i mezzi opportuni la transizione verso la democrazia e l'applicazione della Costituzione in quel Paese. Sarà il dibattito a definire più precisamente forme e finalità del documento. Esso, nella forma che gli si darà alla fine dell’incontro, potrebbe essere il testo da presentare a parlamentari e istituzioni
nazionali ed europee.

Pomeriggio:

Un seminario di approfondimenti politici 


La partecipazione è aperta a tutti, ma gli organizzatori richiedono un impegno più preciso chiedendo, a chi è interessato a farlo, di comunicare la propria intenzione
di partecipare anche solo a una delle due fasi previste, la propria disponibilità a far parte dell'«Organismo» detto sopra, e/o l'invio di uno scritto/contributo al
dibattito nel caso non potesse fisicamente essere presente.

Assicurano fin da adesso la loro partecipazione: 
Dania Avallone, Marco Cavallarin, Desbele Mehari, Ribka Shibatu e l’EYSNS Italy. 

A conclusione: buffet eritreo a base di injera e zighinì.

Per ulteriori informazioni rivolgersi a: Desbele Mehari 347.8959983,  Marco Cavallarin  mcavallarin@gmail.com