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sabato 19 dicembre 2015

Sulla legge anti-niqab

L'Associazione per i Diritti umani ringrazia moltissimo Omar Jibril -  dirigente CAIM (Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano) e Resp. Servizi Edilizi e valorizzazione del Territorio - per aver scritto per i nostri lettori questo suo contributo a commento della nuova legge regionale sul divieto del niqab in alcuni luoghi pubblici.
Ecco il testo di Omar Jibril:


A chi non è capitato di leggere od ascoltare almeno una volta, tra i banchi di scuola, l’ Articolo 3 della Costituzione Italiana che recita: “Tutti i cittadini hanno hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali….”?

La tendenza dell’uomo ad etichettare, escludere, categorizzare ha avuto influenze nefaste nel corso della storia, spingendo gli uni contro gli altri, determinando guerre e conflitti, schiavitù, orrori e massacri.

Il 10 dicembre del 1948 a Parigi l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: ogni stato di diritto avrebbe assicurato la salvaguardia ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, e avrebbe posto le proprie fondamenta sui principi di uguaglianza, giustizia ed equità.

Gli oltre 70 milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale costituivano un tributo terrificante, il Mondo Civile voleva voltare pagina e scrivere un nuovo capitolo di pace ed armonia.

Nel 1960, Cassius Clay Mohamed Ali gettò nel fiume la medaglia d’oro di pugilato vinta alle Olimpiadi di Roma: tornato a casa sua a Louisville, nel Kentuchy, non potè fare colazione in un bar in quanto dedicato ai soli cittadini bianchi.

E se l’apartheid, la politica di segregazione razziale in Sudafrica, è perdurato fino al 1993, molti paesi vivono ancora oggi la medesima condizione.

In Italia la situazione è certamente molto diversa, ma non possiamo dire d’aver compiuto grandi passi avanti per es. sul tema della cittadinanza, che l’Impero Romano garantiva ad ogni cittadino residente entro i confini territoriali dello Stato che, all’epoca, dominava un quarto della popolazione mondiale. Oggi tra dispute parlamentari e proposte di legge, lo ius soli è entrato in vigore solo parzialmente.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare del populismo politico, delle cassandre visionarie, dei profeti della paura. Se negli anni ’60-70 il problema erano i “terun” che emigravano verso il nord Italia rubando il lavoro agli autoctoni, negli anni ’90 hanno lasciato il posto agli immigrati da paesi esteri.

L’accanimento di alcune forze politiche e di alcuni media è oggi concentrato verso una categoria ben precisa: i musulmani.

Autoctoni o di origine straniera, i musulmani nel Belpaese sono circa 2 milioni, lavorano e contribuiscono al mantenimento dello Stato che da loro riceve più di quanto spende.

A inizio 2015 la Regione Lombardia ha attuato una legge che presenta tratti evidenti di incostituzionalità, la famosa Legge 12 definita “Anti-moschee”, perché mira ad impedire la costruzione di luogo di culto musulmani. La legge è già stata impugnata dal Governo e la sentenza è prevista a metà del 2016.

Confermando la propria vocazione, il Presidente della Regione Lombardia Maroni ha approvato un regolamento che vieta l’ingresso a volto coperto nei luoghi pubblici, facendo riferimento ad una Legge già esistente, la n° 152 del 22 maggio 1975 che dice: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”.

Il 6 maggio del 2009 i deputati Sibai e Contento hanno presentato una proposta di legge con la quale volevano venisse integrato l’art. n° 152: “Al primo comma dell'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «È altresì vietato, al fine di cui al primo periodo, l'utilizzo degli indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab»”.

È chiaro ed evidente che una certa classe politica manifesta un palese accanimento nei confronti della comunità islamica italiana, negando de facto ai cittadini musulmani la possibilità di poter professare la propria religione in maniera dignitosa, e addirittura approvando regolamenti che vogliono colpire quella minoranza.

La “Legge anti-niqab” vuole impedire alle donne musulmane che portano il niqab, il velo che copre il viso lasciando scoperti solo gli occhi, l’accesso ai luoghi pubblici.

Partendo da un semplice calcolo statistico (le donne che indossano il niqab in Lombardia si contano sulle dita di una mano), non è ben chiaro per quale motivo in regione abbiano voluto rimarcare un principio che già fa parte del nostro ordinamento giuridico e che è sempre stato applicato con la regola del buonsenso.

Si vuol far passare l’idea che un certo abbigliamento è pericoloso, e che chi lo indossa può perseguire scopi violenti, sulla base della squallida equazione musulmani = terroristi.

Ogni individuo ha il diritto di vestirsi come ritiene opportuno, nei limiti della decenza, ben vengano i controlli a random (come le postazioni dei carabinieri lungo le grandi vie di esodo), chi non ha nulla da nascondere non avrà problemi a mostrare il proprio documento di riconoscimento, col volto celato o scoperto, ma davvero non abbiamo bisogno di questo clima di sospetto e diffidenza.

Bob Marley due giorni prima di un importante concerto fu ferito in un attentato; ciò non lo scoraggiò ed il 5 dicembre 1976 si esibì davanti ad una folla oceanica. Quando qualcuno gli chiese perchè avesse cantato quella sera lui rispose con quella che divenne una delle sue frasi più celebri: “Perché le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero… Come potrei farlo io?!“.

Dio dice nel Corano: “O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinchè vi conosceste a vicenda”. E forse, supereremo il pregiudizio.


giovedì 29 ottobre 2015

Le moschee segrete in Grecia - Hidden mosques in Greece

di Cinzia D'Ambrosi



Seguendo l'Imam della comunita' sudanese, sono arrivata davanti a due luoghi chiusi dalle autorita' greche. Mentre tentavo di leggere il foglio della polizia attaccato alla porta, una donna inizia a gridare contro di noi. Mi viene detto che non e' inusuale.
Hassan, un rifugiato dal Sudan dice: 'Le autorita' hanno chiuso la moschea. Ci hanno detto delle scuse. Ci hanno detto che i vicini hanno fatto denuncia per via della nostra musica. Non abbiamo mai suonato musica.'
Habiba, originaria del Marocco, dice: 'Talvolta entro in un negozio ed il proprietario mi grida di lasciare il negozio immediatamente perche' non servono donne con il foulard.'
Ci sono circa un milioni di musulmani in Grecia. Approssimativamente 600,000 musulmani vivono in Atene. Come tanti altri che risiedono in Europa, hanno difficolta' a praticare la loro religione. Vorrebbero praticare la loro fede in un posto ufficiale di culto, pero' non e' ammesso costruire una moschea in Atene ed in Grecia. Le comunita' musulmane sono costrette a pregare in posti segreti ed informali come, ad esempio, i garages.
 


A former garage underneath a building serves as an illegal mosque in Neos Kosmos, which it has been called Al Salam Mosque. Copyright: Cinzia D'Ambrosi.    
Questo luogo, che un tempo serviva come garage, e' stato trasformato in una moschea informale e 'segreta' (non apertamente annunciata) riferita come moschea Al Salam. Copyright: Cinzia D'Ambrosi


Alongside the Imam of the Sudanese community in Athens, I walked to two sites, basements garages, been shut by the Greek authorities. Even lingering outside the door of one of these sites, a woman started to shout at us. I was later told that this is not unusual.
Hassan, a refugee from the Sudanese community says: 'The authorities have closed the mosque. We have been given excuses. They told us that the neighbours complained of our music. We don't play music.'
Habiba, originally from Morocco, says 'Sometimes I am shouted at and told to leave the premises of a shop because I wear a head scarf''.
Anisur, from Bangladesh : 'Officials don' t make it easy for us. We are treated differently.'
There are around one million Muslims in Greece and approximately 600,000 Muslims who live in Athens. Like many who live in other European countries, face difficulties in practising their religion. They would like to express their faith through prayer in an appropriate place of worship, however there is no official mosque in Athens or Greece. Up until now, the Muslim communities are forced to pray in hidden informal spaces such as disused garages and basement spaces.





martedì 29 luglio 2014

Un romanzo al femminile, tra Italia e Tunisia





La casa editrice Asino d'oro è una delle nostre preferite perchè pubblica, la maggior parte delle volte, libri di qualità: romanzi avvincenti, profondi, ambientati in varie zone del mondo che fanno riflettere sull'attualità.

E' il caso del testo che vi consigliamo oggi, intitolato Sul corno del rinoceronte, vincitore del premio Costadamalfi 2014, di Francesca Bellino.

Ambientato tra Italia e Tunisia, il racconto narra di due donne, Mary e Meriem, stessa radice del loro nome...Sullo sfondo della vicenda che lega le due amiche, un Paese in trasformazione, prima e dopo la cacciata di Ben Ali; le speranze del post-rivoluzione; la ricerca di una nuova identità. E poi ancora: il tema delle migrazioni e quello, universale, dell'amore.



Abbiamo rivolto alcune domande a Francesca Bellino che ringraziamo.



Come e quando è nata la trama del romanzo?

 

L’idea di scrivere un romanzo è nata 5 anni durante due mesi trascorsi Tunisia. Ho cominciato a sentire dentro di me il formarsi di due voci che poi sono diventate le voci delle protagoniste, Mary e Meriem. Avevano tante cose da dire e questo è stato il mio punto di partenza. Poi nel 2011 si è aggiunto il contesto storico della rivoluzione che ha portato alla cacciata del dittatore Ben Ali, che si è poggiato benissimo sotto parte della storia che racconta due grandi “rivoluzioni” interiori. Per me sono le rivoluzioni personali a cambiare la Storia e a portare all’esplosione di quelle collettive, di piazza, a cui abbiamo assistito anche in Tunisia.



Mary e Meriem: due nomi con la stessa radice...


Ho scelto lo stesso nome per le protagoniste per evocare la sensazione che proviamo spesso quando incontriamo l’Altro e ci specchiamo in esso: l’essere diversi ma uguali allo stesso tempo. L’italiana si chiama Maria, ma – in linea con il suo carattere esterofilo - si fa chiamare Mary (ed emerge spesso nel racconto quanto anche questa scelta la porti lontano da sé). Si chiamano, dunque, entrambe Maria ed entrambe sono portatrici del peso di questo nome biblico che, tra le tante accezioni, contiene la sensazione di essere una donna speciale, diversa dalle altre, con compiti da compiere per l’intera umanità.

 

In che modo le protagoniste cercano la propria identità?

 

Meriem, dopo essersi “italianizzata”, decide di tornare a casa, a Kairouan, la città dove è nata e cresciuta e da cui è scappata. Anche Mary, dopo un continuo andare a zonzo per il mondo e un lunghissimo travaglio interiore, torna alle radici, alla famiglia, alle memorie dell’infanzia. Nel suo percorso Mary, da ragazza arrogante e insofferente, sicura di se sé e convinta di aiutare le fasce deboli della società tra cui gli immigrati, si trasforma, così come Meriem riesce, a modo suo, a vincere la sua battaglia per la libertà, la vita e l’amore.

Le due donne si stimolano a vicenda nelle loro trasformazioni personali. Il loro è un vero incontro, un incontro che cambia.



Quali sono le aspettative per le donne, dopo la rivoluzione?



Tante. La rivoluzione ha tirato fuori il loro coraggio e la loro forza. Le donne tunisine sono battagliere come Meriem e anche di piu’ e poi sono protette da un Codice di Statuto personale datato 1956 che da loro molti piu’ diritti di tutte le altre donne del mondo arabo. La maggior parte di loro conduce una vita normale, come la nostra, se pur con meno opportunità e con piu’ condizionamenti causati da contesti spesso troppo tradizionalisti. Certo, le battaglie da fare sono ancora tante, in primis quella sull’eredità, ma se guardiamo alle discriminazioni di genere che ci sono anche in Occidente, ci rendiamo conto che le donne di tutto il mondo vivono in continua lotta per la difesa dei loro diritti.

 

Quanto sono importanti i ricordi personali e la memoria collettiva per dare senso al Presente?



La vita invita le due protagoniste a sedersi sul presente. Mary e Meriem sono troppo tese, ognuna a suo modo, verso il futuro. Un futuro che, inoltre, si rivela inesistente e che le conduce verso la disgregazione dei loro mondi. Dunque il presente e la propria storia personale incastonata in quella del proprio Paese di appartenenza, sono centrali per ripartire, per acquistare nuova consapevolezza e per costruire una vita piu’ autentica e coerente con se stesse.








domenica 6 aprile 2014

Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno



Uscito da poco nelle librerie, il romanzo Non dirmi che non hai paura di Giuseppe Catozzella è già un successo ed è candidato per il Premio Strega 2014. Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Abbiamo avuto l'occasione di fare qualche domanda, per voi, all'autore. Ringraziamo molto Giuseppe Catozzella per la sua disponibilità.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel Paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso Paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.


Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?



È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.



Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?



È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.



Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio,in un certo senso anche con un lieto fine: è importante, questo per dare un segnale a chi affronta, ogni giorno, il "viaggio della speranza", ma anche per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.




martedì 18 marzo 2014

Fumetti, attualità e libertà di pensiero

 
 
 
 
 

Takoua Ben Mohamed è una ragazza di origine tunisina, figlia di un rifugiato politico, che vive in Italia dall'età di otto anni. Takoua è fumettista e usa la sua creatività per raccontare la propria storia e quella di tante altre giovani donne musulmane che hanno affrontato un percorso di integrazione in un Paese nuovo. Nelle opere dell'artista si parla anche di molti altri argomenti di stretta attualità.



Abbiamo intervistato per voi Takoua Ben Mohamed che ringraziamo tanto per questo racconto.



Quali sono gli argomenti di cui parli nei suoi fumetti?


Gli argomenti di cui parlo generalmente nei miei fumetti e nei corti animati sono la primavera araba come nasce in Tunisia fino ad arrivare in Siria, Palestina, etc; i diritti umani che vengono violati soprattutto nei Paesi in guerra e ciò che è stato prima della primavera araba, cioè la vita sotto le dittature; il razzismo in ogni suo genere e forma; la questione del velo, soprattutto nell'età adolescenziale, e come si affronta la scelta di indossarlo in una società non musulmana, tra i pregiudizi o all'incontrario la positività che molto spesso gli viene trasmessa per l'atto di coraggio.
Ora mi sto anche dedicando a tematiche più educative nel settore dei cartoni animati...ovviamente senza mai perdere d'occhio il mio obbiettivo principale, la libertà di pensiero, d'espressione attraverso i fumetti e l'animazione. 



Perché la scelta delle graphic-novel per affrontare temi di grande attualità?         


La scelta dei graphic-novel, a dire la verità, oltre ad essere quella che esprime di più l'immagine di ciò che voglio raccontare, ciò che voglio trasmettere, è anche una mia passione...fin da piccola disegno e guardo i cartoni animati, ho provato ogni genere di arte e mi sono trovata bene nei graphic-novel, allora ho cominciato a prendere i fumetti e a sfogliarli per imparare a farli. Ho cominciato fin da subito a scrivere su tematiche così importanti soprattutto per me, perché in qualche modo mi rappresentato e molti episodi l'ho vissuti in prima persona. Penso sempre che l'arte sia fatta per esprimere la realtà.



Ci può raccontare brevemente la sua storia personale e quella della sua famiglia? 



Come dicevo, molti episodi l'ho vissuti in prima persona, tra i quali la primavera araba e la vita sotto la dittatura. La mia famiglia ed io abbiamo vissuto negli anni '90 sotto la dittatura di Ben Alì, mio padre lasciò la Tunisia nel 1991, quattro mesi dopo la mia nascita, perché era perseguitato dalle autorità tunisine essendo un membro di uno dei movimenti oppositori al governo dittatore, mio zio è stato arrestato e messo in carcere per molti anni e torturato fino alla morte, mia madre ha dovuto lavorare e mantenere da sola sei figli sotto i 10 anni e due anziani, per 8 anni da sola, con la pressione del governo che le rendeva la vita difficile, ma lei è una persona forte e paziente e non si è mai arresa. Durante la mia prima infanzia sono cresciuta senza sapere come era fatto mio padre, dove era e non conoscevo la sua voce, ma poi da un giorno all'altro all'età di otto anni,nel 1999, mi son ritrovata in Italia con mio padre davanti, orgogliosa di lui e felice. Da quel giorno non siamo più tornati in Tunisia.
In seguito, passata la fase della dittatura, ho deciso di mettere il velo a 11 anni, un anno dopo l'11 settembre: per molti mi sono resa la vita difficile, ma in realtà mi ha aiutata a crescere e a sfidare un muro di pregiudizi nonostante la mia giovanissima età perchè ero e sono molto ottimista.
Arrivata la primavera araba, nel 2011, io e la mia famiglia per la prima volta dopo 12 anni (e papà dopo vent'anni di separazione dalla nostra terra) siamo tornati in Tunisia, nessuno aveva sperato in quel giorno, né noi in Italia, né loro in Tunisia. Ma quel giorno è arrivato, si è riunita la famiglia tra lacrime a abbracci: non ci hanno mai dimenticati, è stata una grande emozione.
Oltre a tutto questo ho sempre partecipato a manifestazioni, eventi, incontri per la Palestina, primavera araba e tutto in ciò in cui credo e scrivo.




Quali sono state (se ci sono state) le sue difficoltà nel processo di inserimento nella società italiana?



Di sicuro non è stato facile inserirmi nella società italiana, sono stata vista sempre come quella diversa in un certo senso, ma questo non mi dispiaceva, anzi mi piaceva molto, mi faceva sentire che ho qualcosa in più rispetto agli altri, anche perché non è solamente la questione del velo, è anche il fatto che sono straniera, quindi un'altra cultura, altra mentalità, altre usanze ecc. ma questo non mi ha per niente influenzato: sì, sono musulmana velata, straniera, di altra cultura e mentalità, ma mi sono perfettamente integrata in questa società, cioè mi considero una persona con una doppia appartenenza doppia cultura perché ho sempre frequentato scuole italiane dalle elementari fino ad oggi, ma comunque a casa, in moschea e alla scuola di arabo che frequentavo nel weekend non mi hanno mai fatto dimenticare le mie origini la mia lingua madre. E questo è una ricchezza a mio parere!
Durante le elementari è stato un periodo sereno, ero abbastanza coccolata dalle maestre, ero l'unica straniera di origine araba; dalle medie in poi, invece, ho cambiato carattere e sono diventata più forte per farmi rispettare per ciò che sono senza cambiare ed essere solo la metà di ciò che sono!



Come convivono, in lei, l'anima romana e quella tunisina?




L'anima romana si sente tantissimo soprattutto nel mio italiano che è praticamente romano.. ricordo che il primissimo fumetto che ho scritto, avevo 14 anni allora, parla proprio di questa ragazza che decide di indossare il velo il primo giorno di scuola alle superiori, con tutte le difficoltà a scuola, ma comunque il suo italiano era in perfetto dialetto romano... il testo del fumetto era tutto in ''romanaccio'', proprio per far risaltare la sua integrazione nella periferia romana, mi piaceva tanto, mi ero proprio innamorata di quel fumetto, lo conservo tutt'ora e penso di rifarlo bene e pubblicarlo !



Cosa pensa della "questione del velo" per le donne islamiche? Pongo anche a lei la stessa domanda che abbiamo già fatto ad altre donne e ragazze musulmane: è una scelta religiosa, politica, culturale?



La questione del velo in Italia e nel mondo è un po' sopravvalutata, spesso collegano ad esso un' interpretazione che non è giusta, soprattutto dopo l'11 settembre 2001.
Ricordo quando indossai il velo per la prima volta, avevo 11 anni, esattamente un anno dopo quella data, la prima cosa che mi dissero uscendo di casa fu ''talebana, terrorista'' nonostante fossi una bambina, ma ho continuato ad indossarlo lo stesso. Lo indossai sia per religione che per politica perchè ero convinta della mia scelta come donna, ragazza, bambina musulmana, come un qualcosa che mi completa, essendo un obbligo religioso ma soprattutto una scelta personale che deve venire dal cuore di ogni donna che sceglie liberamente di metterlo, un qualcosa che completa la mia fede, e che mi aiuta a crescere. Per scelta politica nel senso che, prima di scegliere di indossarlo, vedevo come venivano giudicate le mie sorelle maggiori per strada, come venivano guardate, mi ero incuriosita di sapere il perchè, e alla fine ho deciso di metterlo per mia liberissima scelta!



Sono stati pubblicati i suoi lavori?



I miei lavori sono stati pubblicati per la prima volta nel libro della professoressa Renata Pepiccelli ''Il velo nell'islam. storia politica, estetica.'' Poi ho organizzato mostre per molti eventi culturali organizzati da associazioni culturali e giovanili e organizzazioni umanitarie. Ho collaborato al docufilm di Luca Bauccio ''al qaeda! al qaeda! come fabbricare qualcosa in tv!"
Ora pubblico mensilmente fumetti di genere graphic journalism con i mittenti ''
villageuniversel.com'', vignette con ''italianipiu.it'' e ora inizierò con retenear.it dell'Unar, Oltre a questo studio alla Nemo Academy of digital arts di Firenze per un corso di Cinema d'animazione e, grazie ai miei studi, sto lavorando su vari progetti d'animazione.




martedì 18 febbraio 2014

La questione del velo islamico: una questione ancora aperta




Attorno alla questione del velo infuria un dibattito molto acceso: chi lo indossa vede in esso l'espressione della propria identità religiosa e culturale e, in alcuni casi, politica; chi lo critica lo considera un ritorno al passato, la prova di un islam oscurantista e misogino. Il saggio di Renata Pepicelli (Carocci Editori) affronta questo tema da un punto di vista storico, religioso e sociopolitico in una prospettiva temporale che va dall'alba dell'Islam fino ai giorni nostri.


Abbiamo intervistato per voi Renata Pepicelli, titolare dal 2008 di un assegno di ricerca presso il dipartimento di Politica, Istituzioni e Storia della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna Alma Mater Studiorum e Dottore di ricerca in “Geopolitica e culture del Mediterraneo” presso il Sum, Istituto Italiano di Scienze Umane / Università Federico II di Napoli.


Ringraziamo tantissimo l'autrice per la sua disponibilità.





Per le donne che lo indossano, portare il velo è una scelta o un'imposizione? Nel primo caso si tratta di una scelta politica, religiosa o culturale?



Per quella che è la mia esperienza di ricerca in Italia, ma anche nei Paesi a maggioranza musulmana della sponda sud del Mediterraneo, in molti casi il velo è una scelta.

Una scelta che può in alcuni casi anche essere condizionata da fattori sociali come, per fare un esempio, dall'idea che sia più semplice trovare marito perchè velate, in quanto il velo mostra un'immagine di donna più morigerata, pia e casta. Ma la scelta è dettata, soprattutto, da un riposizionamento delle donne, all'interno di un discorso religioso, che non avviene più solamente nella sfera privata, ma anche nella sfera pubblica.

Nel corso del '900 abbiamo visto le donne svelarsi soprattutto nelle grandi città, ma non solo; a partire dalla fine del '900, invece, abbiamo un “ritorno” sempre più significativo delle donne che decidono di indossare il velo che copre la testa e, in alcuni casi, assistiamo anche a forme di velo che coprono il volto, come il niqab. Ci sono casi di imposizione o di violenze familiari che impongono alle donne di velarsi, ma nella maggioranza dei casi si tratta di una scelta.

Sicuramente alla base c'è una scelta di carattere religioso: l'idea che l'Islam e il Corano richiedano alle donne un atto di modestia che è quello di non mostrare troppo il proprio corpo. In realtà il velo dovrebbe essere la punta dell'iceberg di una più ampia idea di modestia dei comportamenti femminili per cui l'hijab, che copre la testa, non significa altro che un modo più generale di comportarsi.



Cosa può dirci della condizione femminile nei Paesi delle rivoluzioni?



Sono da poco tornata dal Marocco dove ho fatto ricerca sulla condizione e sull'attivismo femminile dopo le rivolte del 2011-12 e, in particolare, dopo l'approvazione della Costituzione del 2011.

Il Paese è estremamente diviso, con grandi differenze tra le città e le zone rurali; basti pensare che è un Paese con un altissimo tasso di analfabetismo femminile che arriva fino al 60%. E poi abbiamo, invece, eccellenze femminili in diversi campi: nell'istruzione, nell'educazione, nell'imprenditoria, nell'attivismo sui diritti umani.

Sicuramente, negli ultimi dieci anni, il Marocco ha fatto dei grandi passi nel migliorare la legislazione del Paese in materia dei diritti delle donne, a partire dalla Mudawana, che è il nuovo codice della famiglia approvato nel 2004, poi la legge che permette alle donne di passare la nazionalità ai figli fino alla nuova Costituzione che, nell'articolo 19, sostiene una forte apertura verso l'uguaglianza tra uomo e donna. Quindi, da un punto di vista legislativo, dei passi in avanti, almeno in Marocco, sono stati fatti, però tante nuove leggi fanno fatica ad essere recepite dalla popolazione e ci troviamo ancora con una realtà in cui gli uomini e le donne non godono degli stessi diritti e in cui si registrano molti casi di violenza contro le donne. Un altro significativo passo avanti è ad esempio l’abolizione - avvenuta il il 23 gennaio di quest’anno - della norma in base alla quale il responsabile dello stupro di una minorenne poteva evitare il carcere sposandola. Ma, come ricorda anche Amnesty International, restano ancora molti ostacoli da superare. Nel codice penale marocchino la definizione di stupro è molto restrittiva, non si riconosce lo stupro coniugale come reato, e si fa una differenza tra le vittime di stupro sulla base della loro verginità. Va anche ricordato che il codice penale punisce i rapporti sessuali consensuali tra adulti non sposati.
Il Marocco è un Paese dalle fortissime contraddizioni: con grandi spinte al cambiamento sociale e culturale ma anche con spinte che vanno nella direzione opposta.



Ci può accennare al lavoro a fumetti di Takwa Ben Mohamed?



Takwa Ben Mohamed è una ragazza i cui genitori sono dei tunisini, esiliati in Italia vent’anni fa. Il padre era, ed è a tutt’oggi ,un rappresentante del Partito Islamista an-Nahda. Takwa e la sua famiglia lo hanno poi raggiunto qui in Italia quando lei era molto piccola.
E' cresciuta qui, si è formata qui, vivendo in un mondo fatto anche di stereotipi e razzismi. Quindi Takwa, nei suoi fumetti, parla spesso del problema del razzismo verso ragazzi che non sono figli di genitori italiani, come pure parla del velo che lei stessa indossa.



Quali sono le differenze, ma anche i punti in comune, tra le donne arabo-musulmane e le donne occidentali?



Fare qualunque generalizzazione è fuorviante: non siamo delle categorie uniche.

Sia da una parte sia dall'altra incidono moltissimo l'educazione, l'istruzione, il posizionamento religioso, la professione, gli orientamenti e i gusti personali...

Ad esempio ho fatto interviste a molte ragazze ventenni che hanno fatto parte del Movimento del 20 febbraio - quel movimento marocchino che ha cercato di seguire le orme dei giovani rivoluzionari egiziani e tunisini – e le storie che ho raccolto raccontano che molte di loro hanno lasciato i villaggi dei propri genitori per andare a studiare all'università, vivendo da sole in grandi città. Molte di loro sono attiviste per i diritti umani e/o si definiscono di sinistra, marginalizzano la religione alla sfera privata e non indossano il velo. Quindi, sono ragazze molto simili a quelle che studiano nelle nostre università. Ma poi troviamo ragazze che scelgono percorsi di vita diversi, per ragioni economiche, per mancanza di strumenti culturali o perchè fanno della religione una dimensione centrale della propria esistenza.

Trovare affinità o non affinità tra le donne arabo-musulmane e occidentali ci richiede sempre di posizionarle in base alle categorie che ho esposto e in base a queste categorie le donne possono essere molto simili o molto distanti.


mercoledì 17 aprile 2013

Seconde generazioni: libertà di culto e diritto al lavoro



Si chiama Sara Mahamoud, ha 21 anni: è nata in Italia da genitori egiziani, è musulmana e indossa il velo.
Sara è, quindi, italiana a tutti gli effetti e anche egiziana, parla con una certa inflessione milanese e conosce anche la lingua araba: studia per laurearsi in Beni Culturali all'Università Statale e vuole contribuire al suo mantenimento con lavoretti saltuari, ma ogni volta la risposta alle sue domande di lavoro, è: “Sei molto carina, ma se vuoi lavorare qui devi togliere il velo”.
Il velo che indossa è l'hijab, che copre solo i capelli e lascia scoperto il (bel) viso. Zita Dazzi ha riportato sul quotidiano La Repubblica la vicenda della ragazza e si legge: “ L'ultimo no è scritto nero su bianco nella mail di risposta avuta da una società che cura eventi in Fiera, che l'ha respinta per il suo rifiuto di togliere il fazzoletto che le copre i capelli. Sara ha così deciso di rivolgersi a uno studio di avvocati specializzati in procedimenti contro la discriminazione razziale e di fare causa per stabilire quello che ritiene un suo diritto: portare il velo come prescrive la sua religione senza essere ingiustamente penalizzata sul lavoro e nella società”.
Il lavoretto in questione prevedeva un'attività di volantinaggio e Sara ha voluto mostrare, anche davanti alle telecamere di alcuni telegiornali, le mail intercorse tra lei e i suoi possibili datori di lavoro. “ Ciao Sara, mi piacerebbe farti lavorare perchè sei molto carina. Ma sei disponibile a toglierti il chador?” “Ciao Jessica, porto il velo per motivi religiosi e non sono disposta a toglierlo. Eventualmente potrei abbinarlo alla divisa”. “Ciao Sara, immaginavo. Purtroppo i clienti non saranno mai così flessibili, Grazie comunque”.
A questo punto la ragazza si è, come detto, rivolta al Tribunale di Lodi e i suoi legali, Alberto Guariso e Livio Neri, depositeranno un ricorso chiedendo: “ di accertare e dichiarare il carattere discriminatorio dei comportamenti tenuti dalla società che ha negato il lavoro alla giovane per il velo che indossa. Anche la Corte europea ha sempre sancito che le limitazioni che incidono sulla libertà religiosa possono essere introdotte solo a tutela dei diritti personali altrettanto importanti, come la sicurezza o l'incolumità personale, non certo per inseguire un presunto gradimento della clientela”.

lunedì 14 gennaio 2013

La questione del velo islamico: una questione di scelta

Si fa ancora confusione tra burqua, hijab, niquab e chador
Il dibattito sull'uso del velo islamico è ancora aperta. E' una questione di scelta, di stile di vita e di modo di essere.
In Occidente il corpo della donna è esposto, mercificato, avvilito: basta guardare i programmi o gli spot televisivi, osservare i manifesti pubblicitari per le strade, le fotografie sulle riviste e - soprattutto per approfondire l'argomento  da un punto di vista sociologico - leggere i saggi di Lorella Zanardo "Il corpo delle donne" e "Senza chiedere il permesso.Come cambiamo la Tv (e l'Italia)".
In Occidente si discute anche molto sul corpo velato o coperto delle donne di cultura e di fede islamica. Eppure bisogna ricordare che, fino a pochi anni fa, le donne cattoliche italiane si coprivano i capelli con un velo durante le cerimonie religiose per pudore e per non distrarre gli uomini dal raccoglimento.
Ma anche all'interno del mondo musulmano la questione è aperta: in alcuni Paesi è stato vietato l'uso del velo in nome di un nuova modernità, in altri è stato imposto in nome di una ferrea rivendicazione religiosa o culturale (Iran o Afghanistan). Facciamo alcuni esempi: in Turchia, nel 2006, un fanatico religioso uccide un giudice per aver vietato ad una donna l'uso del turban a scuola. Oggi il Premier, Recep Tayyp Erdpogan, ne ha concesso l'uso negli istituti scolastici - revocando il divieto di indossarlo finora in vigore - per le giovani donne che frequentano le scuole religiose e in tutti gli altri istituti durante le ore di religione; rimane, però, vietato nelle scuole pubbliche e private NON religiose durante le altre ore di lezione. 
Sempre in Turchia, il Ministero della Gioventù e dello Sport di Ankara, nel dicembre scorso, ha deciso che le atlete professioniste potessero gareggiare con l'hijab in qualsiasi disciplina. 
E ancora: lo scorso anno, la nazionale iraniana femminile di calcio non ha potuto scendere in campo - per la qualifica alle Olimpiadi 2012 - a causa del rifiuto delle giocatrici di scoprirsi il capo.
Per tornare in Europa: la politica francese strumentalizza la questione del velo per discriminare gli immigrati arabo-musulmani. Ma la laicità di una Repubblica prevede  che le leggi sociali non dipendano dalla religione. E ogni donna , laica o praticante, deve avere il diritto di scelta su come esprimere la propria identità, con o senza velo. 

Per approfondire l'argomento vi proponiamo il video, dal titolo La vita oltre il velo , tratto dal racconto di Lubna Ammoune. Il video fa parte di un progetto cinematografico dei registi Federico Micali e Yuri Parrettini per lettere italiene, the web series, produzione COSPE Onlus.