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mercoledì 9 dicembre 2015

Barbara Spinelli presenta un’interrogazione sull'hot spot di Lampedusa con 22 eurodeputati di diversi gruppi politici

Bruxelles, 9 dicembre 2015 L'eurodeputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha presentato un'interrogazione alla Commissione contestando le pratiche che le autorità Italiane stanno svolgendo nell'hot spot di Lampedusa, centro ufficialmente gestito dall'Unione Europea. "Da settembre le autorità Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l'hot spot di Lampedusa", ha dichiarato. "Arrivati nell'hot spot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all'asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l'opportunità di chiedere asilo ai sensi delle direttive 2011/95/UE detta "Direttiva Qualifiche" e 2013/32/UE detta "Direttiva Procedure". Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall'aeroporto di Roma - Fiumicino”. "La direttiva 2013/32/UE stabilisce, qualora migranti detenuti in centri di trattenimento desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, che tutte le informazioni sulla possibilità di farlo sia loro garantita (Articolo 8). Peraltro", ha continuato l'eurodeputata "il §27 della stessa direttiva stabilisce che i cittadini di paesi terzi e gli apolidi che hanno espresso l’intenzione di chiedere protezione internazionale siano considerati richiedenti protezione internazionale: in quanto tali, devono poter godere dei diritti di cui alle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE”. L'interrogazione si conclude considerando che tali pratiche dimostrano gravi mancanze riguardo la tutela dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo. In particolare, non avendo tenuto conto delle circostanze specifiche di ciascun caso nel rilascio di provvedimenti di respingimento, contravvengono all'articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e alla giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'eurodeputata, insieme a 22 colleghi di diversi gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede alla Commissione di indagare sulla compatibilità di tali pratiche di gestione degli hot spot con il diritto dell'Unione Europea.

giovedì 3 settembre 2015

Riflessioni su possibili strumenti di ingresso protetto di richiedenti protezione internazionale sul territorio europeo




a cura del Gruppo di studio Progetto Lampedusa*



A mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale
delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo.
Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare”
Luther Blisset, “Q”



L’Unione europea – pur a fronte di grandi dichiarazioni di principi, sacralizzate nella Carta di Nizza e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo – ha fino ad oggi affrontato la questione dell’ingresso sul territorio europeo di migranti e richiedenti protezione internazionale prevalentemente alla stregua di un problema di sicurezza, che si è tradotto in investimenti volti a rafforzare e a controllare la frontiera esterna dell’UE.
Intanto, dal 2000 al settembre 2014
[1] le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa sono state almeno 22.000; nel solo 2014, sono 3.072 i migranti morti nel Mediterraneo, oltre il doppio rispetto al medesimo periodo del 2013.
Le persone che cercano di attraversare irregolarmente le frontiere europee sono nella maggioranza dei casi uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare i loro Paesi in guerra o sottoposti a regimi brutali: provengono dal Corno d’Africa, dall’Africa Centrale, dall’Iraq e dall’Afghanistan, da quel che resta delle Primavere Arabe e, oggi, dalla Siria, Paese ove la guerra ha causato la morte di oltre 190.000 persone.
Sono, nella grande maggioranza dei casi, persone che ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Direttiva Qualifiche
[2] avrebbero pieno diritto alla protezione internazionale.
La domanda è
naive, ma viene da sé: perché persone che il nostro sistema riconosce quali soggetti da proteggere rischiano ogni giorno la propria vita per varcare le nostre frontiere?
La risposta si trova nella stessa normativa europea
[3]: i richiedenti asilo possono infatti presentare la loro domanda di protezione solo allorquando si trovino già sul territorio dell’Unione europea.
Il viaggio verso l’Europa è dunque il presupposto necessario per accedere all’asilo, e rimane, paradossalmente, affare dei migranti: e, come già osservato nel 1999, dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE) durante il Consiglio di Tampere «il miglior sistema europeo di riconoscimento del diritto d’asilo sarebbe comunque ben poca cosa, se alle persone in cerca di rifugio non è data alcuna possibilità di beneficiarne fino a quando non abbiano raggiunto la stessa Europa».
Per fermare, o quantomeno ridurre, la tragedia che avviene nel Mediterraneo da decenni e il traffico di migranti su cui prosperano le organizzazioni criminali sarebbe pertanto necessario e doveroso, come richiesto da tempo da molte ONG, superare l’attuale quadro normativo e riuscire ad approntare soluzioni strutturali – e non già emergenziali – volte a realizzare un meccanismo di tutela per i richiedenti asilo precedente, e non già successivo, agli oramai noti “viaggi della speranza”, che permetta agli stessi un accesso effettivo e sicuro alla protezione internazionale di cui sono riconosciuti titolari.
[4]Gli strumenti giuridici a disposizione delle istituzioni per contrastare tale paradosso esistono, e questo lavoro si propone di analizzarne brevemente le caratteristiche.
Prima di intraprendere la predetta analisi, è opportuno segnalare che, oltre alle gravi carenze relative alla possibilità di ingresso sul territorio europeo, l’azione dell’Unione e degli Stati membri – salvo alcuni casi virtuosi – si è dimostrata sinora insufficiente anche per ciò che riguarda il trattamento che viene riservato a coloro che riescono ad arrivare nel territorio europeo: gli standard di accoglienza non sono adeguati, il c.d. sistema Dublino ha creato una situazione di disuguaglianza sostanziale cui l’Unione non pare interessata a porre rimedio, i migranti sono spesso sottoposti ad una detenzione
de facto e non esiste a livello normativo una strategia unica che garantisca, sostanzialmente, il rispetto e il riconoscimento della dignità di costoro, come singoli e nelle formazioni sociali.
Con l’auspicata introduzione di procedure di ingresso protetto, non si potrà pertanto prescindere anche da un ripensamento, o addirittura un superamento, del sistema Dublino.
Il recente Regolamento UE n. 604/2013 (c.d. Regolamento Dublino III) che ha sostituito, abrogandolo, il Regolamento 343/2003/CE, pur recependo, almeno in parte, le garanzie sancite dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo
[5], non ha modificato nella sostanza le procedure di determinazione dello Stato competente all’esame delle domande di asilo (i cosiddetti “criteri gerarchici”).
Ancora adesso, dunque, il sistema Dublino assegna – nella maggior parte dei casi – la responsabilità di esaminare la richiesta di protezione internazionale (e di farsi carico della successiva accoglienza) allo Stato membro di primo arrivo del migrante, così determinando una forte pressione sui Paesi membri che si trovano ai confini dell’Unione europea.
In molti casi questi Paesi non hanno saputo (o voluto) apprestare condizioni di asilo e accoglienza adeguate, con il risultato che – si veda l’esempio della Grecia, della Bulgaria, ora anche dell’Italia – sempre più numerose sono state le pronunce giurisprudenziali che hanno annoverato questi paesi tra quelli “non sicuri”.
A ciò si aggiunga che, più in generale, gli Stati membri adempiono agli obblighi internazionali relativi alla protezione dei rifugiati con modalità che spesso determinano significative differenze dei sistemi di accoglienza e delle possibilità di integrazione dei migranti.
Questa situazione ha di fatto creato, all’interno dell’Unione, un fenomeno di intensa mobilità – nuovamente irregolare – dei richiedenti asilo, i quali, nel tentativo di presentare domanda di protezione nel Paese in cui effettivamente vorrebbero stabilirsi, si trovano costretti ad attraversare illegalmente i territori degli Stati membri.
Tentando di sfuggire ai controlli di frontiera – molto spesso con l’ausilio di trafficanti, pagati a caro prezzo – gli stessi cercano di evitare di essere identificati e quindi di dover radicare l’
iter per il riconoscimento della protezione in uno Stato membro in cui rischiano di veder violati i propri diritti fondamentali (si veda il caso della Grecia) o che non è in grado di garantire loro le tutele minime previste dalle normative europee, o ancora in cui non sarebbero in grado di trovare un lavoro che consenta loro una vita dignitosa.
In quest’ottica, da un lato, si sarebbero auspicabili procedure di ingresso che consentissero di attribuire priorità, all’interno dei criteri gerarchici, alla volontà del richiedente, con elementi correttivi fondati su legami reali fra il richiedente e lo Stato membro; dall’altro, si dovrebbe raggiungere una completa armonizzazione delle normative nazionali in materia di asilo con meccanismi efficienti volti a garantire solidarietà ed equità tra gli Stati, secondo quanto previsto dall’art. 80 TFUE, insieme ad un piano di azione non più lasciato alla discrezionalità degli Stati, ma fondato sull’obbligatorietà di un intervento europeo, in modo tale da garantire su tutto il territorio dell’Unione i medesimi standard di accoglienza.



Gli strumenti a disposizione dell’Unione Europea e dell’Italia

L’Unione europea e i singoli Stati membri hanno già avuto modo di sperimentare – al di fuori di un quadro normativo organico – modalità di riconoscimento della protezione internazionale che garantiscono in maniera enormemente più efficace la sicurezza fisica dei richiedenti asilo (nonché l’arrivo “ordinato” degli stessi, con conseguente possibilità di approntare più efficaci sistemi di accoglienza).
Si tratta in alcuni casi di strumenti utilizzati sinora soltanto per particolari situazioni di emergenza, in altri casi di modalità di riconoscimento dell’asilo che erano un tempo adottate da singoli Stati membri e che poi – proprio a causa delle politiche europee, per un beffardo fenomeno di eterogenesi dei fini – sono state dismesse.
Tali strumenti sono:
i) le Procedure di Ingresso Protetto (PEP) ii) la prassi dei reinsediamenti, in inglese resettlement, promossa dall’UNHCR, iii ) le operazioni di evacuazione umanitaria, anche dette “corridoi umanitari”; iv) un più pieno utilizzo delle possibilità previste dal sistema dei visti Schengen.
Nei prossimi paragrafi si approfondirà brevemente ciascuno di tali strumenti.



Le procedure di ingresso protetto (PEP)

L’espressione procedure di ingresso protetto (PEP) sta complessivamente ad indicare tutte quelle procedure che permettono allo straniero di richiedere la protezione internazionale ad un potenziale Stato ospite fuori dal territorio di quello Stato e, in caso di riscontro positivo a tale richiesta, di accedervi in tutta sicurezza e legalità.
Le procedure di ingresso protetto hanno dunque l’obiettivo di evitare gli ingressi illegali – e i viaggi nelle mani dei trafficanti ad essi connessi – dei richiedenti asilo nel territorio che dovrebbe, o potrebbe, riconoscere agli stessi la protezione internazionale. Tali procedure permettono altresì agli Stati ospiti di decidere preventivamente e ordinatamente, sulla base delle proprie capacità e possibilità di accoglienza, il numero e il tempo degli arrivi dei richiedenti asilo sul proprio territorio.
I luoghi naturalmente deputati – in assenza di specifici uffici – a raccogliere le richieste di ingresso e di protezione internazionale sono le ambasciate e i consolati presenti nello Stato di provenienza o di transito dei richiedenti asilo, che andrebbero all’uopo preparate e rafforzate; il loro regime giuridico ovvia al problema – posto da alcuni – secondo il quale il richiedente asilo non potrebbe procedere alla richiesta direttamente nel suo Paese, poiché la “fuga” dal pericolo che tale Paese rappresenta per il richiedente asilo è un elemento essenziale per il riconoscimento della protezione internazionale.
Generalmente, nei casi in cui tale sistema è applicato
[6], le procedure di ingresso protetto sono disciplinate da leggi ordinarie che stabiliscono il ruolo delle ambasciate, il loro rapporto con le commissioni centrali che decidono circa l’accoglibilità della richiesta di protezione internazionale, la possibilità per il richiedente di entrare nel Paese ospite solo una volta ottenuta la protezione internazionale ovvero (come previsto dalla maggioranza delle PEP) anche nel caso in cui la richiesta risulti prima facie accoglibile, con svolgimento delle successive pratiche direttamente nello Stato ospite e con relativo – seppur temporaneo – permesso di soggiorno.
Tale regolamentazione delle PEP si distingue dall’asilo diplomatico vero e proprio che, invece, è un atto meramente politico deciso dalle autorità di uno Stato volta per volta per singoli individui
[7], salvo il caso unico dell’Olanda, che concede l’asilo diplomatico temporaneo anche a gruppi di persone in caso di eccezionale emergenza.



Il resettlement

Con reinsediamento o resettlement si indica quella procedura tramite la quale viene consentito ai richiedenti asilo di trasferirsi da luoghi non sicuri – per esempio, da campi profughi – a Stati che abbiano deciso di accordare agli stessi la protezione internazionale e il conseguente permesso di soggiorno.
Le procedure di
resettlement sinora sono state sempre coordinate dall’UNHCR che stabilisce quali siano le persone che maggiormente necessitano di tale forma di tutela e si coordina con gli Stati che decidono di partecipare a tale programma.
Una importante procedura di
resettlement è stata recentemente attivata dall’UNHCR a favore dei profughi siriani: come si legge in un comunicato dell’Alto Commissariato pubblicato in data 27 giugno 2014, dal 2013 ad oggi 33.837 persone sono state trasferite dalla Siria ed accolte in numerosi Paesi del mondo; con specifico riferimento ai rifugiati siriani, il Paese europeo più virtuoso è stato la Germania, che ha accolto oltre 20.000 persone. L’Italia rimane invece a zero.
Tale strumento sarebbe senza dubbio una soluzione durevole al problema in esame ma al momento è ancora poco utilizzato. Nel 2011 – ultimi dati globali diramati dall’UNHCR – le persone che hanno beneficato della procedura di reinsediamento sono state 61.231 – ovvero soltanto l’1% di coloro che, sempre stando alle stime dell’Alto Commissariato, avrebbero diritto alla protezione internazionale – di cui 42.215 accolte dai soli Stati Uniti. In Europa, lo Stato più virtuoso nel 2011 è stato la Svezia (1.900 reinsediamenti), seguito da Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito; l’Italia in quell’anno ha reinsediato sul proprio territorio soltanto 151 persone. L’Unione europea si è dotata di un Programma comune di reinsediamento soltanto nel 2012.



I corridoi umanitari

Il termine “corridoio umanitario” convenzionalmente indica determinate zone che, in caso di conflitto, vengono demilitarizzate e protette da contingenti – normalmente delle Nazioni Unite – per permettere il passaggio di aiuti umanitari a popolazioni che si trovano in situazione di particolare emergenza. Il più vasto uso di corridoi umanitari è stato fatto in passato durante la guerra nei Balcani. I corridoi umanitari possono essere stabiliti anche con il fine di permettere l’evacuazione dei profughi da una zona di guerra o dai campi in cui costoro siano stati costretti a sostare e il loro trasferimento in Stati disposti ad accoglierli, nei quali gli stessi potranno avviare le pratiche per il riconoscimento della protezione internazionale.
Lo strumento è stato normalmente utilizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite e ciò a causa della natura eminentemente negoziale dello stesso, che viene attivato in situazioni di eccezionale emergenza e che deve essere avallato – o imposto con la forza – anche dagli Stati o dai gruppi che quell’emergenza l’hanno creata. In linea teorica, in ogni caso, nulla impedisce che l’Unione europea o un singolo Stato possano attivare operazioni del genere senza il necessario – e difficoltoso – intervento dell’ONU, a patto però che l’UE o lo Stato in questione dispongano di un potere negoziale sufficiente per ottenere la creazione di un’area protetta in cui svolgere le operazioni di salvataggio dei profughi.
[8]I corridoi umanitari attivati sinora per l’evacuazione dei profughi hanno avuto alcune caratteristiche peculiari: la durata temporale limitata e precisa, il riferimento ad un particolare gruppo di persone in situazione di eccezionale emergenza (in rilievo vengono dunque le necessità di protezione del gruppo e non dei singoli), la preventiva fissazione di quote di rifugiati da ospitare da parte degli Stati disponibili all’accoglienza degli stessi.
Tali caratteristiche renderebbero lo strumento in questione certamente adatto ad alleviare temporaneamente la pressione ai confini dell’Europa e a permettere la sicurezza di molti migranti che oggi si trovano in procinto di intraprendere il viaggio via mare o via terra: pare però d’altro canto evidente che le operazioni di evacuazione umanitaria, per le citate caratteristiche, non potrebbero essere uno strumento di risoluzione stabile della questione oggetto di esame, che non è legata ad un’emergenza temporanea ma ha assunto negli anni la forma di un fenomeno strutturale del nostro tempo.
Peraltro, la natura negoziale ed emergenziale di tale strumento, e dunque il fatto che il corridoio umanitario si attivi senza precise e prestabilite obbligazioni giuridiche in capo ai soggetti che lo realizzano, lascia alcuni dubbi circa il fatto che con tale modalità si possano garantire al meglio i diritti dei soggetti titolari di protezione internazionale.
Senza dubbio avere operazioni di evacuazione coordinate dalla Unione europea e con norme comuni a tutti gli Stati partecipanti sarebbe un passo in avanti verso l’affidabilità di tale sistema.
Nessuna operazione di evacuazione umanitaria è stata fino questo momento coordinata dall’Unione europea: si segnala però una recente comunicazione della Commissione, che invita le istituzioni europee a lavorare al fine di predisporre dei canali umanitari onde evitare quanto sta accadendo nel Mediterraneo (Com//2013/869); a tale Comunicazione non è però ad oggi seguito alcunché.



Il visto umanitario

Le procedure brevemente illustrate nei paragrafi precedenti rappresentano senza dubbio strumenti di straordinaria rilevanza per offrire una soluzione duratura ed efficace al problema oggetto di esame, ma, al momento, pare del tutto assente la volontà politica di procedere in tale senso.
Un’alternativa di maggiore fattibilità sia giuridica che pratica è offerta dalla stessa normativa europea: si tratta del visto c.d. umanitario che, se utilizzato, potrebbe limitare grandemente gli ingressi illegali – e i viaggi della speranza – in Europa.
La relativa disciplina è contenuta in due regolamenti europei, il Codice delle frontiere
[9] ed il Codice dei visti[10] Schengen. Il primo, all’art. 5, par. 4, lett. c), prevede la possibilità per gli Stati membri di consentire l’ingresso per motivi umanitari anche a cittadini di Paesi terzi che non posseggano i requisiti per l’ingresso alle frontiere esterne previsti dal par. 1 dello stesso articolo. La rappresentanza diplomatica non dovrebbe farsi carico, così, della valutazione (anche sommaria) della domanda di protezione, ma si limiterebbe a rilasciare un visto per motivi umanitari, di durata limitata. La fattispecie è disciplinata all’art. 25 del Codice visti, ove è espressamente prevista la possibilità per gli Stati Membri, in presenza di ragioni di carattere umanitario, di rilasciare un “Visto con validità territoriale limitata” in deroga alle disposizioni dell’art. 5 Reg. 2009/810/CE, il quale consentirebbe al richiedente di viaggiare in sicurezza verso il Paese cui intende chiedere protezione e di farvi ingresso allo scopo, appunto, di presentare la relativa richiesta.
La previsione di tale visto consentirebbe di anticipare le tutele per i richiedenti la protezione internazionale nei Paesi di origine e nei Paesi terzi, secondo i criteri individuati nelle direttive europee che regolano la materia. In una prospettiva più ampia la prerogativa andrebbe estesa ai c.d. profughi ambientali, ai richiedenti protezione umanitaria e alle vittime di tratta. Questi soggetti potrebbero affrontare il viaggio verso l’Europa in sicurezza ed evitare di mettere la propria vita e tutte le proprie speranze nelle mani dei trafficanti.
Quanto già sperimentato in alcuni Paesi – nell’ambito di legislazioni nazionali che prevedevano Procedure di Ingresso Protetto – consente di mettere in luce quali potrebbero essere le criticità più evidenti dell’utilizzo dello strumento in esame ma offre anche alcuni spunti sulle possibili soluzioni.
La presentazione della richiesta di tale visto nei Paesi di origine potrebbe essere resa impossibile agli aventi diritto da parte delle autorità statali responsabili delle persecuzioni o da parte di soggetti terzi che lo Stato non riesce a controllare e dai quali non riesce a difendere i propri cittadini.
Colui che fugge dal proprio Paese per il timore fondato di essere perseguitato dovrebbe perciò più verosimilmente presentare la relativa richiesta in uno Stato terzo, potenzialmente in uno Stato limitrofo.
In uno stadio iniziale dunque, gli uffici consolari addetti al rilascio di tali visti dovrebbero essere potenziati negli Stati limitrofi ai territori di provenienza dei richiedenti protezione, dove la situazione potrebbe divenire ingestibile se, una volta diffusa la notizia di tale possibilità, l’enorme afflusso di persone congestionasse l’attività delle ambasciate esponendo lo stesso personale interno al pericolo di ripercussioni.
Questa criticità potrebbe essere limitata prevedendo più sedi consolari addette al rilascio del visto e, all’interno di ogni sede, maggiore personale. Le procedure dovrebbero essere snelle, limitandosi ad un esame sommario delle situazioni e rimandando agli organi interni allo Stato di destinazione una valutazione più puntuale sulla singola condizione.
Una prospettiva di tal tipo ha speranza di funzionare solo in un panorama europeo e se gli uffici consolari di tutti o di una buona parte degli Stati membri impostassero il lavoro (almeno) in questi termini.
D’altra parte, in attesa che sia modificata la normativa europea rimane, in capo ai singoli Stati, la possibilità di adottare soluzioni che possano intanto rendere più sicuro e legale il viaggio verso l’Europa.
Infine, è necessario menzionare un ulteriore strumento a disposizione degli Stati membri dell’Unione europea, ovvero la Direttiva sulla Protezione Temporanea (Direttiva 2001/55/CE del Consiglio). Tale normativa prevede la possibilità per gli Stati membri di concedere temporaneamente l’ingresso ed il soggiorno sul proprio territorio a gruppi di persone provenienti da aree in estrema emergenza. La normativa italiana ha recepito parzialmente le indicazioni della Direttiva con l’art. 20 del D. Lgs. 286/98, che prevede il riconoscimento di una “protezione temporanea” ed il rilascio di un permesso di soggiorno provvisorio a persone giunte in numero elevato ed in situazione di emergenza, permesso rinnovabile fino a che l’emergenza perdura e non ostativo alla presentazione di una domanda di asilo da parte dei singoli. Da rilevare che la norma in questione è assai generale e la sua applicazione sinora è stata subordinata all’emanazione, di volta in volta, di circolari ministeriali per ogni caso specifico. Questo è successo, per citare il caso più recente, in occasione dell’arrivo di un gran numero di cittadini tunisini all’indomani delle “Primavere arabe” nel 2011.



Lo stato delle cose nell’Unione europea e in Italia

Nonostante la presenza di strumenti giuridici già potenzialmente applicabili, l’Unione europea non ha ancora disposto procedure di ingresso protetto, che potrebbero rappresentare, insieme ad un migliore utilizzo del Codice Schengen, la più efficace soluzione al dramma degli arrivi illegali.
Molteplici sono state le Comunicazioni della Commissione e le Risoluzioni del Parlamento
[11], volte a richiedere l’applicazione, in particolare, delle PEP e del resettlement ma, a livello normativo, i risultati sono stati minimi.
Un primo passo in avanti è costituito, senza dubbio, dal Programma Comune di Reinsediamento dell’Unione europea, approvato il 29 marzo 2012 dal Parlamento dopo tre anni di lavori della Commissione e del Consiglio. Tale programma permetterà la gestione europea delle procedure di
resettlement e consentirà inoltre agli Stati membri coinvolti di ottenere il sostegno fornito dal Fondo Europeo per i rifugiati, ma ancora molto vi è da fare: il programma infatti è stato sinora applicato solo in via sperimentale e senza alcun obbligo per gli Stati Membri di parteciparvi.
Il c.d. Programma di Stoccolma ha inoltre fornito spunti per l’implementazione o la modifica delle normative oggi vigenti in tema di immigrazione, con il fine di garantire una migliore tutela dei diritti fondamentali.
Tali spunti sono stati in parte recepiti dalle nuove Direttive Qualifiche
[12] e Procedure[13] nonché dal nuovo Regolamento Frontex[14].
Nonostante questo, le normative dei singoli Paesi sono assai lontane dall’armonizzazione indicata nel programma: nel territorio dell’Unione non esiste ancora, infatti, uno status uniforme di beneficiario della protezione e neppure un mutuo riconoscimento dei visti per soggiorno umanitario accordati nei singoli Stati e il divario tra obiettivi dichiarati e politiche per la loro concreta attuazione è divenuto sempre più ampio.
Quanto all’Italia – nonostante l’esistenza di strumenti giuridici potenzialmente efficaci, rispetto alle risposte strutturali volte a prevenire gli arrivi illegali, e non già a rimediarvi – la situazione è quantomai arretrata.
Il nostro Paese non è infatti dotato di alcuna normativa che consenta di anticipare, all’estero, le tutele per chi richiede una protezione: l’Italia non ha mai avuto una PEP, né ha mai applicato il combinato disposto degli artt. 5 e 25 del Codice Schengen.
Anche la partecipazione dell’Italia a programmi di
resettlement è stata assai limitata: come poc’anzi esposto, infatti, nel 2011 soltanto 151 persone sono state reinsediate sul territorio italiano e l’Italia non ha ad oggi aderito al programma di resettlement dei profughi siriani promosso dall’UNHCR.
L’ingresso sicuro dei richiedenti asilo in Italia è dunque sinora passato soltanto attraverso operazioni emergenziali di evacuazione umanitaria.
In particolare, l’Italia ha realizzato – tramite le proprie forze armate – operazioni di evacuazione umanitaria nel 1990 a favore degli albanesi, nel 1999 a favore dei kosovari (l’aviazione nei trasferì 5.000 dalla Macedonia all’Italia) e nel 2011 a favore di 108 eritrei e etiopi che si trovavano in Libia: tale ultima operazione umanitaria è di particolare interesse perché avvenuta sulla base di accordi negoziati direttamente dall’Italia e dalla Libia, su pressione del vescovo di Tripoli, e senza l’intermediazione delle Nazioni Unite.
Quanto ai provvedimenti urgenti, nel 1990 fu riconosciuta senza alcun passaggio intermedio la protezione internazionale ad alcune centinaia di albanesi che avevano occupato l’ambasciata italiana a Tirana; nel 1992, poi, fu adottata una normativa
ad hoc (L. 390/1992) – peraltro assai poco utilizzata – che prevedeva una procedura specifica per l’accesso alla protezione internazionale da parte dei profughi provenienti dai Balcani (ma, in ogni caso, non facilitava in alcun modo l’ingresso di costoro nel territorio nazionale).
In tal senso, l’adozione, in Italia di un visto a validità territoriale limitata per fini umanitari, come disciplinato dal Codice Visti UE e dal Codice Frontiere Schengen, potrebbe intanto avviare una prassi positiva e sicura e non trascurabile dagli altri Stati membri e dalle istituzioni europee.

 

 

* L’articolo è tratto da alcuni dei pareri redatti nell’ambito del Progetto Lampedusa. L’attività di collazione e sintesi è a cura di Caterina Bove, Francesca Cucchi, Chiara Pigato, Alice Ravinale. L’elenco dei partecipanti al Progetto è disponibile sul sito della Scuola Superiore dell’Avvocatura (www.scuolasuperioreavvocatura.it/progetto-lampedusa).

[1]  Cfr. Rapporto OIM Fatal Journeys: Tracking Lives lost during Migration, presentato a Ginevra il 29 settembre 2014.

[2]  Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (rifusione).

[3]  Art. 3 Direttiva 2005/85/CE del Consiglio, modificata recentemente con Direttiva 2013/32/UE.

[4] Cfr., per tutti,  quanto dichiarato dal Direttore del C.I.R.: «I flussi di chi è costretto a fuggire dalle persecuzioni non si possono fermare, per questo è indispensabile gestirli. La possibilità di richiedere asilo in Italia e nell’Unione Europea a oggi dipende dalla presenza fisica della persona nel territorio di uno Stato Membro. Ma le leggi europee costringono i richiedenti asilo a giungere in Europa in modo illegale, rischiando la vita» (C. Hein intervistato da L. Eduati per l’Huffington Post, 3 ottobre 2013).

[5] Corte Europea dei diritti dell’uomo, sent. M.S.S. c. Belgio e Grecia (21/01/11, ric. 30696/09); Corte di giustizia UE, N.S. e altri (21/12/11, procedimenti riuniti C-411/10 e C-493/10).

[6] In Europa disponevano di Procedure di Ingresso Protetto l’Austria, l’Olanda, la Danimarca e la Svizzera.

[7] Si vedano i recenti casi di Edward Snowden e Julian Assange.

[8] Sinora, la più grande operazione di evacuazione umanitaria è stata quella con cui, nel 1999, circa 90.000 profughi kosovari sono stati trasferiti dalla Macedonia a Stati disponibili all’accoglienza, che hanno altresì contribuito fisicamente allo spostamento dei profughi stessi. L’operazione fu organizzata dall’UNHCR con il supporto di contingenti militari degli stessi Stati che accolsero i profughi.

[9] Regolamento (CE) N. 562/2006 del Parlamento e del Consiglio, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone.

[10] Regolamento (CE) N. 810/2009 del Parlamento e del Consiglio, che istituisce un codice comunitario dei visti.

[11]  Si vedano in particolare Com/2000/0755, 2008/2305(INI), 2013/2827(RSP), Com/2013/869.

[12]  Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (rifusione).

[13] Direttiva 2013/32/UE recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (rifusione).

[14] Regolamento 656/2014/UE recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea, che ha sostituito il Regolamento 1168/2011/UE, che ha modificato il Regolamento 2007/2004/UE istitutivo dell’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea.

sabato 18 aprile 2015

Report di un caso di “salvataggio” nel Mediterraneo




Riportiamo, qui di seguito, il report dettagliato di un'operazione di richiesta salvataggio, riportata da Watch the Mediterranean Sea che è una piattaforma online per monitorare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti alle frontiere europee. Il report si commenta da solo.


Nome Caso: 2015_04_10-CM10
Situazione:
600-1000 persone in difficoltà al largo delle coste della Libia
Stato del WTM Investigation:
Concluso (ultimo aggiornamento 2015/04/11)
Luogo:
Mar Mediterraneo, al largo della costa della Libia

Venerdì 10 aprile 2015, il team di Alarm Med Phone è stato allertato da padre Mussie Zerai per una nave in difficoltà nel Mar Mediterraneo, al largo delle coste della Libia. Ha detto che la nave aveva lasciato la Libia alle 7.15 di mattina con circa 600 passeggeri a bordo, tra cui molte donne e bambini. Padre Zerai ha trasmesso i dati al team così come al MRCC di Roma, comprese le coordinate della nave e di un numero di telefono satellitare.

Il team si è messo in contatto con i passeggeri a bordo della nave a 13: 04h. La comunicazione è stata difficile a causa delle barriere linguistiche, ma siamo stati in grado di trasmettere le informazioni che Padre Zerai aveva già notificato al MRCC Roma. Abbiamo capito che c'era un problema con l'acqua che entrava in nave e abbiamo assicurato ai passeggeri che ci avrebbero richiamati. Il team di turno ha poi ricontattato il MRCC Roma e trasmesso il numero di telefono satellitare, nonché le coordinate. MRCC Roma non ha indicato chiaramente cosa avrebbero fatto con le informazioni fornite e solo suggerito che sarebbero intervenuti sul caso. Quando la squadra di turno hanno messo mano alla nave, i passeggeri hanno capito che c'era un problema con il motore; sono state trasmesse le nuove coordinate per la guardia costiera italiana e maltese, così come all'UNHCR. In una conversazione telefonica con la guardia costiera maltese è emerso che sapevano del caso. Hanno dichiarato che la nave era vicino alla costa libica e che avrebbero parlato con la guardia costiera italiana. Ma non dicono se avrebbero messo in atto un'operazione di salvataggio.

Il team di passaggio ha parlato ai passeggeri di nuovo e ha recuperto nuove coordinate. I passeggeri hanno chiesto ripetutamente aiuto. Con le coordinate si sarebbe potuto creare una traiettoria della nave, mostrando che la nave si muoveva verso nord. I passeggeri allora hanno chiamato uno dei membri del team del cambio, hanno chiesto di nuovo aiuto, affermando di aver visto un aereo. Il team di turno li ha informati di aver preso contatto sia la guardia costiera maltese sia con quella italiana. In un'altra conversazione telefonica con il MRCC Roma, nuove coordinate sono stati trasmesse. Prima erano riluttanti a informarci se un'operazione di salvataggio era in corso e in seguito hanno dichiarato che un elicottero e un soccorso navi erano sulla in partenza. Abbiamo trasmesso il numero del MRCC Roma alle persone in difficoltà.

Nel pomeriggio, Padre Zerai ha comunicato alla squadra che era stato contattato dai passeggeri, ancora una volta. Gli avevano detto che non si era verificato alcun salvataggio, nessun elicottero era stato visto e che la situazione stava diventando sempre più pericolosa anche pechè una gran parte della nave era danneggiata. Padre Zerai ha inviato un'altra e-mail a MRCC Roma, invitandoli ad intervenire; ha anche chiesto agli operatori telefonici di allarme di fare lo stesso per i servizi di soccorso pronti ad impegnarsi. Uno dei membri del team di turno è stato contattato nuovamente dalle persone in difficoltà, ma a causa di forti rumori in sottofondo, la comunicazione non era possibile.

Gli operatori telefonici di allarme hanno fatto una notifica pubblica, attraverso i social media, per contattare MRCC Roma e richiedere una missione di salvataggio. Al 18:00 l'UNHCR ha inviato una mail al telefono allarme, affermando che MRCC Roma aveva confermato un'operazione di salvataggio. Padre Zerai ha trasmesso le nuove coordinate che aveva ottenuto dai passeggeri che sono stati poi trasferiti ai MRCC Roma. Intorno 07:00 il MRCC Roma ha risposto a coloro che avevano inviato e-mail, affermando che la nave in questione fosse in territorio libico e al di fuori della ricerca italiana e di salvataggio della zona (SAR). Hanno suggerito che un'operazione SAR era in corso e che le numerose e-mail inviate erano inutili e che avrebbero bloccato l'indirizzo di posta elettronica operativo MRCC Roma,interferendo con l'operazione SAR. In risposta, l'allarme del telefono ha accettato la conferma ufficiale delle operazioni di soccorso e ha chiesto, attraverso i social media, di cessare l'invio di email a MRCC Roma.

Sabato scorso 11 aprile, la guardia costiera italiana ha poi rilasciato una dichiarazione affermando di aver condotto tre operazioni di soccorso il venerdì con il salvataggio di quasi un migliaio di persone in difficoltà. Ha detto che la nave si trovava a circa 30 miglia dalla costa della Libia e di aver inviato diverse navi mercantili e una motovedetta . A seguito del comunicato stampa, anche la nautica italiana ha partecipato all'operazione di salvataggio e ha preso a bordo 222 migranti, tra cui una persona deceduta. Le persone soccorse sono state portate al porto di Augusta e a Porto Empedocle, in Italia.

giovedì 12 febbraio 2015

Su quelle barche ci siamo Noi!



Martedì 10 febbraio 2015: un'altra strage in mare. Sono 29 le vittime accertate, morte nel Canale di Sicilia per assideramento, altri 22 sono deceduti durante il trasferimento a Lampedusa. I migranti erano partiti, a bordo di un gommone, dalla Libia, erano stati raggiunti dai soccorsi della Guardia costiera, ma molti di loro non hanno retto al freddo e alla pioggia.

Mercoledì 11 febbraio 2015: altre centinaia di viitime, forse 400, a largo di Lampedusa. I migranti sopravvissuti dicono che tutti sono stati minacciati dagli scafisti che hanno intimato loro di imbarcarsi, impugnando le armi. L'UNHCR conferma la morte di 232 persone, ma il numero è destinato a salire.

Tra questi migranti, anche donne e minori.

L'Associazione per i Diritti Umani vi propone, di seguito, il video di un incontro pubblico da noi organizzato sul tema delle migrazioni e il commento all'accaduto da parte del Naga e del suo Presidente, Luca Cusani.



 
Commento del Naga:

Apprendiamo con dolore dei morti e dei dispersi nel canale del Sicilia. Il freddo e la bufera sono gli eventi atmosferici che hanno causato le morti e il naufragio. Sono però le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde che li hanno determinati.” afferma Luca Cusani presidente del Naga.

Sicuramente la nuova missione militare Triton ha dimostrato immediatamente di non essere adeguata al salvataggio dei migranti che cercano di arrivare in Europa e sebbene Mare Nostrum abbia avuto il merito di salvare molte vite umane e una sua riattivazione sia auspicale, crediamo che le morti in mare possano essere evitate solo attraverso un ripensamento generale delle politiche migratorie europee.” prosegue il presidente del Naga.

Crediamo sia necessario scardinare l'intero discorso sull'immigrazione: parlare di persone da accogliere e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti.” conclude Luca Cusani.

Come Naga continueremo a fornire assistenza sanitaria, sociale e legale e continueremo a difendere diritti tutte le volte che cercheremo di soddisfare dei "bisogni".



mercoledì 12 novembre 2014

Gli ORIZZONTI dei migranti




Si è tenuta da poco a Milano una mostra intitolata Silent Book Contest in cui sono stati esposti i lavori grafici di bravi illustratori, capaci di raccontare storie senza l'uso delle parole.

A noi ha colpito, in particolare, il progetto ORIZZONTI di Paola Formica a cui abbiamo rivolto alcune domande e che ringraziamo.








Perchè la scelta di questo soggetto?




Era appena avvenuto il drammatico naufragio del barcone proveniente dalla Libia, stracolmo di profughi provenienti da diversi stati africani, dove hanno perso la vita più di 300 persone.

Mi ha davvero sconvolto. Si è scritto e raccontato molto a proposito. Ho pensato che il Silent Book Contest fosse l’opportunità giusta per raccontare la storia di chi è costretto a lasciare alle spalle una parte di sè, raccontarla una volta in più, senza le parole stavolta, per toccare con le sole immagini altre corde.




Come si è sviluppato il progetto grafico? Per realizzarlo, si è ispirata anche alle immagini che scorrono sullo schermo televisivo?




Il progetto l’ho subito avuto chiaro in testa; l’ho poi buttato giù di getto, uno storyboard veloce a matita e le tavole definitive tutte in digitale. Mi hanno suggerito alcuni spunti, per esempio, la scena della barca in mare di notte o il film Terraferma; altre immagini, i volti delle persone, l’espressione dei loro occhi, i mezzi di trasporto stracolmi, viste più e più volte attraverso i media, li ho fissi in mente, indelebili … Il lavoro completo è durato circa due mesi.




Tavole colorate e disegni dal tratto netto: come si può raccontare una storia emozionante senza le parole?




E’ una sfida che si può affrontare essendo emozionati di raccontare qualcosa che può emozionare. “Sentendo” davvero quello che si sta per visualizzare. Forse è così che si riesce a dare alle sole immagini la forza che di solito hanno le parole.





E' un lavoro che si rivolge agli adulti e anche ai più giovani: qual è il messaggio che ha voluto mandare con questo suo lavoro?



E’ un messaggio di apertura, un invito ad ampliare lo sguardo, ad andare oltre al proprio orizzonte e guardare verso l’orizzonte degli altri, visto da altri punti di vista: come limite, punto d’arrivo, miraggio, incognita, incanto di colori, speranza.


sabato 27 settembre 2014

Festival SABIR: "Lampedusa dei popoli e delle culture del Mediterraneo"



1-5 ottobre 2014 – Isola di Lampedusa



Dal 1 al 5 ottobre, in occasione del primo anniversario della strage del 3 ottobre in cui morirono 368 persone e più di venti vennero date per disperse, si realizzerà a Lampedusa il Festival SABIR: Lampedusa dei popoli e delle culture del Mediterraneo. L’evento è promosso dall’associazione Arci, il Comune di Lampedusa e il Comitato 3 ottobre.


Molte saranno le iniziative e gli spettacoli culturali che si svolgeranno durante queste cinque giornate.



Durante la giornata del 4 ottobre si organizzerà l’incontro Internazionale: Migranti e Mediterraneo. Cinque saranno i workshop che si svolgeranno: la problematica delle frontiere e della prima accoglienza; la relazione tra migrazione ed sviluppo; la campagna L’Europa sono anch’io sui diritti dei migranti in Europa; il ruolo dei sindacati nella tutela e promozione dei diritti sociali e civili dei migranti nei paesi di transito e infine, la problematica dei migranti dispersi e deceduti durante il loro viaggio verso l’Europa.



In calce, il testo che prepara il workshop sulla tragedia delle persone migranti decedute o disperse durante il loro viaggio.



Il tentativo di questo incontro è quello di continuare a mettere maggiormente in rete tutte le associazioni impegnate su questa tematica affinché possa acquisire maggior forza la battaglia per fermare questo massacro, avere giustizia per le vittime e verità sulla sorte dei dispersi.



Invitiamo le associazioni a costruire questo processo e a partecipare al Festival SABIR.




Per maggiori informazioni sul festival:
www.festivalsabirlampedusa.it
info@festivalsabirlampedusa.it








“Dobbiamo essere inclusivi, cercando di contenere i filo-questi e i filo-quelli,



dobbiamo sempre guardare più avanti,



dissolvere, non partecipare a questi conflitti”



Padre Paolo Dall’Oglio, luglio 2013





Una trentina di ospiti internazionali tra blogger, attivisti, artisti ed intellettuali parteciperanno a SABIRMAYDAN, il primo forum della cittadinanza mediterranea il prossimo 28 settembre a Messina. Organizzato dal COSPE e realizzato grazie al crowdfunding, SABIRMAYDAN vuole configurarsi come “una vera e propria agorà in cui preparare il Mediterraneo di domani, per costruire le condizioni e mettere in piedi gli strumenti per l’integrazione tra i popoli della regione, culla delle civiltà d’Oriente e d’Occidente”. Moltissimi i temi: diritti umani, giustizia sociale, libertà d'espressione, diritti delle donne, l'arte come strumento di cambiamento sociale; per il programma completo ecco il link



http://www.cospe.org/sabir-maydan-in-prova




SABIRMAYDAN è dedicato al gesuita Padre Paolo Dall’Oglio e al blogger egiziano Alaa Abd El Fattah che, è stato rilasciato su cauzione il 12 settembre scorso dopo un lungo sciopero della fame e una mobilitazione internazionale a suo favore, tra cui Amnesty International. Alaa era stato condannato a 15 anni di reclusione per aver organizzato la manifestazione “No ai processi militari per i civili” nel novembre 2013 con le accuse di “aggressione a forze di sicurezza”, “furto di una radio della polizia”, “blocco dell’accesso alle strade” e “interruzione del lavoro delle istituzioni nazionali”.






WORKSHOP SABATO 4 OTTOBRE



MIGRARE PER VIVERE! FERMIAMO LA STRAGE!



Per un osservatorio sui migranti dispersi nel viaggio verso l’Europa



“Migrare per vivere, fermiamo la strage” era il titolo dato alla Seconda Giornata d’Azione Globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti realizzata contemporaneamente in molti paesi il 18 dicembre del 2012. Ventidue anni prima, in quella stessa data, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie documento non ancora sottoscritto da nessun paese del “nord” del mondo.


La giornata d’Azione Globale, decisa a Quito nel IV Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni nel 2010, aveva come obiettivo denunciare la strage che tutti i giorni accade lungo le frontiere e le rotte migratorie, luoghi punteggiati da fosse comuni e tombe, luoghi in cui migliaia di persone migranti scompaiono nel nulla lasciando i loro famigliari nell’angoscia dell’incertezza.



Il Mar Mediterraneo è un esempio di questo. Da antica frontiera naturale tra l’Europa e il Maghreb ora è diventato un cimitero marino. Più di ventimila persone ne sono morte negli ultimi vent'anni e di molte altre non si hanno notizie. Il naufragio delle cosiddette “carrette del mare” è diventato la normalità. Il tutto sotto gli occhi delle navi militari presenti nella regione, delle Pattuglie di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere.




L’isola di Lampedusa è diventata simbolo di questa tragedia. Lampedusa porta dell’Europa, porta della vita come la chiamano i migranti, ma anche luogo di tombe senza nome.




A luglio 2012, a Monastir, in occasione della riunione preparatoria del Foro Sociale Mondiale a Tunisi e della iniziativa Boat4People si realizzò un primo momento di incontro tra associazioni europee ed africane che da anni denunciano questa tragedia e le famiglie dei migranti tunisini dispersi dopo la rivoluzione di dicembre 2010 con l'obiettivo di favorire la messa in rete e la comunicazione in merito a questa problematica.



Sempre a Monastir, nel 2014, durante la Terza edizione del Forum Maghreb Migrazioni si è realizzato un secondo incontro, su questa stessa problematica, nel quale è stata sottolineata l’importanza del conoscere e mettere in relazione le realtà che esistono dei parenti dei migranti dispersi o deceduti (in particolare nel nord africa ma non solo).


Il workshop che si realizzerà il 4 ottobre a Lampedusa durante il Festival SABIR vuole rappresentare una tappa in più di questo percorso.


Vogliamo continuare a favorire l’unità tra chi nel sud e nel nord del Mediterraneo reclama giustizia per i/le migranti deceduti e dispersi. Vogliamo poter contribuire ad unificare maggiormente gli sforzi per denunciare l'eccidio che si consuma tutti i giorni nel Mediterraneo e di cui sono responsabili, in primis, gli Stati Europei a causa delle loro politiche anti-immigrati tramite le quali pretendono "preservare" la fortezza Europa.


Vogliamo ribadire ancora che finché ci saranno persone decedute o disperse nel loro viaggio migratorio ci saranno una madre, un padre, una sorella, un fratello, un amico/a, un compagno/o che esigeranno verità e giustizia!




Hanno confermato finora la loro partecipazione:




Associazione «Terre pour tous» – Tunisia (associazione dei parenti dei migranti scomparsi)


Maghreb

Comitato Nuovi Desaparecidos – Italie


Archivio Migrante – Italie


RAJ – Egitto




Plus d’information sur l’atelier: Edda Pando (Arci – Italie)
eddapando@gmail.com

 


sabato 30 agosto 2014

Il bacio di Lampedusa



Un'altra indicazione letteraria per voi, cari lettori: vi proponiamo il romanzo intitolato Il bacio di Lampedusa, di Mounir Charfi, editore Castelvecchi. 


Il testo si apre con l'inizio di un'avventura: la ricerca di un libro antico, che tratta di alchimia. Il libro era appartenuto al padre del protagonista e ora questi, per ritrovarlo, deve viaggiare tra il sud della Tunisia e le coste francesi. Ma l'avventura e la fantasia affondano le proprie radici nella stretta attualità: Chafir, infatti, è un medico di professione - qui alla sua opera prima di narrativa - e con questo romanzo poetico, onirico, metaforico vuole raccontare l'odissea dei tanti migranti che sono costretti a lasciare i Paesi d'origine per cercare rifugio in Europa.

Scritto poco prima dello scoppiare delle rivoluzioni arabe, il testo ne anticipa le motivazioni e le speranze (a volte disilluse): parla di uomini, donne e bambini che lottano, scappano e chiedono giustizia e diritti tutelati. Come afferma lo stesso autore, il romanzo è un “libro kamikaze” nel senso che intende far saltare ogni barriera tra culture, religioni e politiche. La fantasia, infatti, è messa al servizio della realtà; l'atto creativo può essere un atto di ribellione, un gesto autentico di liberazione. Ecco, allora, che l'alchimia consiste nell'abbattere le frontiere - come Frontex, come Shenghen - ma anche quelle barriere che stanno dentro i cuori e che impediscono veri e concreti processi si accoglienza e di inclusione.

La finzione letteraria parla di un bacio, un bacio immaginario tra due continenti, tra la sponda Nord e quella Sud dello stesso mare; un bacio tra due città, Marsiglia e Algeri, che si fondono per diventare “Malgeri” e si fanno simbolo della volontà di capirsi e di accettarsi. Perchè il mondo torni ad essere uno spazio aperto, libero e pacifico. Per tutti.

martedì 19 agosto 2014

A Lampedusa, dove le donne custodiscono il dolore di altre donne



Di Costanza Quatriglio (già su la27esimaora.corriere.it) 


Ci sono leggi che non stanno né in cielo né in terra perché appartengono al mare


Ci sono leggi che non stanno né in cielo né in terra perché appartengono al mare, quello di sopra e quello di sotto. Lo sanno gli uomini di Lampedusa, i pescatori e i subacquei che conoscono l’orrore a soccorrere corpi nudi e unti di nafta di naufraghi spogliati dei tanti indumenti a strati, unico bagaglio consentito portato addosso come calamita per affondare negli abissi. Poi c’è la legge della terra, che è quella della dimora. Le donne lampedusane, avvisate dai suoni delle ambulanze e dal cielo cupo di sventura, escono di casa e si portano al molo. Lì apprendono il nuovo lutto e si apprestano a dar aiuto, come possono, ai superstiti del nuovo naufragio. Lo si impara subito, a Lampedusa.
Su invito di Paolo Ruffini, neo direttore di Tv2000, con Erri De Luca siamo stati sull’isola a mescolare incontri e ricordi. Un viaggio che avevo rimandato per molto tempo. Sono ancora stordita dal vento e dalle parole di chi cerca di dare un nome alle cose, anche quando un nome non c’è. Rimane un dolore inabissato che non se ne andrà mai, ma anche la gioia delle relazioni affettive che i lampedusani hanno instaurato con chi è sopravvissuto. Adesso che il Centro di primo soccorso e accoglienza è vuoto, le donne di Lampedusa ricordano con dispiacere quel muro issato dallo Stato a dividere i vivi dai morti, inaccessibile agli abitanti dell’isola, isola nell’isola, come un vero centro di detenzione. Mi sento a casa, catapultata ai tempi de L’isola, il mio primo film, in cui Erri De Luca era confinato nel carcere di Favignana. Le nostre testimoni immediatamente mi svegliano dall’incanto di un ricordo così personale. Rievocano ogni dettaglio di ogni singolo ragazzo che hanno accudito, ogni bambino che hanno cullato, ogni uomo a cui hanno dato da mangiare.
Invisibili, come sempre, le donne migranti. Spaurite per le troppe violenze subite, lasciano tracce così flebili che si cancellano con un colpo di vento. Riservate, chiuse, non chiedono nulla. Le donne di Lampedusa corrono in ospedale e ciò che serve portano, indumenti asciutti, scarpe, cibo. Il rito è sempre lo stesso. Prima di tutto le superstiti vanno spogliate dei tanti strati di vestiti zuppi d’acqua salata di cui non si sono liberate.

Lacerazioni, bruciature e ferite inferte da violenze inaudite affiorano sui loro corpi nudi a dire quello che loro non riescono a dire e che forse, non diranno mai. Sono i loro corpi a parlare. Il racconto si fa inaccettabile, eppure è necessario ascoltare. Donne custodiscono il dolore di altre donne. A Lampedusa è la forza d’animo che guida l’agire. Ognuno la chiama come vuole, la fede è un fatto privato. A me piace pensare che la legge del mare e quella della terra siano leggi dell’essere umano. Lo stesso a cui spetta libertà di movimento, di viaggio, di vita.


Costanza Quatriglio è tornata sul set con Erri De Luca, dopo il suo primo film L'isola, per il nuovo lavoro intitolato LampeduSani per parlare dei migranti e con i migranti, per i ricordi di chi li ha accolti, per le coscienze mai assopite. 

venerdì 8 agosto 2014

I diritti umani...veleggiano!



Derive, tavole a vela, catamarani e cabinati hanno viaggiato nel mare, percorrendo un tratto delimitato da due boe: è successo lo scorso 25 luglio e questa veleggiata è molto speciale.

Si è svolta, infatti, a Lampedusa, Cala Pisana e vi hanno preso parte attiviste e attivisti di Amnesty International Italia per chiedere ai leader dell'Unione Europea più garanzie nel rispetto dei diritti dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico. Il motto è stato: “ Prima le persone, poi le frontiere”.

Con questa iniziativa estiva, ma efficace, Amnesty ha voluto lanciare un messaggio chiaro: non si può restare in silenzio di fronte ai continui naufragi in cui perdono la vita centinaia di persone. Nemmeno i membri degli Stati della UE può farlo.

Come abbiamo documentato già più volte con i nostri articoli e con le nostre interviste, le politiche e le prassi dell'UE su immigrazione e asilo politico hanno avuto l'effetto di spingere i migranti ad intraprendere viaggi sempre più pericolosi: L'Europa deve, invece, essere in grado di garantire a queste persone canali sicuri e legali di accesso agli Stati Membri, anche assicurando la protezione internazionale a coloro che sono costretti a fuggire dai Paesi d'origine a causa di guerre e discriminazioni.

Durante la giornata del 25 luglio, sono state raccolte le firme per chiedere tutto questo alle autorità europee, sono state approntate attività educative sul tema dei diritti umani e anche i bambini sono stati coinvolti che – con l'aiuto della scuola di vela della Lega navale italiana – hanno scritto messaggi proprio sulle vele, firmandoli con le impronte delle mani.

Sono oltre 60 gli attivisti di Amnesty che stanno prendendo parte al quarto campo sui diritti umani a Lampedusa per chiedere ai leader dell'Unione europea di fare tutto ciò che è in loro potere affinché siano evitate morti in mare e per chiedere la protezione della vita e dei diritti dei migranti e dei rifugiati alla frontiera europea. Al campo di Lampedusa prendono parte anche Hussain Majid e Said Ismal Yaccub, due rifugiati della Nigeria e del Camerun approdati a Lampedusa nel 2011 dopo un viaggio in mare dalla Libia.


venerdì 1 agosto 2014

Milano - Sicilia: Save my dream e le speranze dei miigranti



Lo scorso 24 e 25 luglio l'Arte si è messa al servizio della società: un progetto ricco e importante, ideato da Francesco Tadini e Melina Scalise dell'Associazione Spazio Tadini di Milano, ha visto protagoniste 116 opere di vari artisti che sono state consegnate ai Comuni di Lampedusa e di Linosa, alla presenza delle autorità.

Ogni opera rappresenta il sogno di un migrante sopravvissuto al terribile naufragio dello scorso ottobre nel “Mare nostrum”: perchè la morte dei tanti altri migranti non sia vana e perchè, dicono gli ideatori e curatori della mostra, “crediamo che i loro sogni affondati nel mare siano quelli di qualunque essere umano”.Ecco pechè la mostra si intitola Save my dream.

56 opere - realizzate tutte con tecniche diverse e con la sensibilità creativa di ogni artista - verranno esposte nella Sala della capitaneria dell'isola di Linosa, le altre 56 nella sala Riserva Marina di Lampedusa: le amministrazioni comunali decideranno se effettuare una vendita immediata o se dare vita a una mostra permanente o itinerante per cui i visitatori, con la loro offerta, potranno dare un sostegno economico permanente a questa iniziativa e potranno, così, contribuire alla buona riuscita delle operazioni di prima accoglienza.



Tutte le opere donate sono visibili sul sito: www.lampedusamostra.wordpress.com



La mostra e il progetto Save my dream sono stati inaugurati presso la sede di Spazio Tadini, a Milano, lo scorso dicembre e l'Associazione per i Diritti Umani ha voluto partecipare con un approfondimento sui temi delle migrazioni, dell'accoglienza e dell'inclusione, insieme all'attore e scrittore Mohamed Ba. Riproponiamo il video che abbiamo realizzato per voi in quell'occasione.



venerdì 18 luglio 2014

Il sole splende tutto l'anno a Zarzis: l'emigrazione vista dai più giovani




Un romanzo, o meglio un reportage-narrativo, che attinge dall'attualità per riflettere sui temi legati all'emigrazione, al cambiamento, all'identità. Questo e molto altro nel nuovo lavoro di Marta Bellingreri intitolato Il sole splende tutto l'anno a Zarzis (per Navarra Editore), con la prefazione di Gabriele Del Grande.



Pubblichiamo l'intervista che abbiamo fatto all'autrice, ringraziandola.



Il testo è composto da tante storie: sono storie, in fondo, reali, storie di ragazzi che ha incontrato di persona?



Tutte le storie narrate in questo libro sono storie vere. Ogni nome proprio, sia dei ragazzi che delle madri o sorelle o familiari, sono i nomi reali dei ragazzi e personaggi. Quindi sì, sono persone che ho incontrato di persona. I primi li ho incontrati a Palermo nel febbraio e marzo 2011 insegnando italiano con la mia associazione Di.A.Ri.A. Tutti gli altri li ho conosciuti a Lampedusa tra giugno e settembre dello stesso anno. Infine, un solo personaggio, l'ho incontrato a Roma e con lui altri ragazzi di cui parlo nella parte ambientata, o meglio vissuta, per l'appunto a Roma. Tutti questi ragazzi sono diventati amici col tempo, è nata una relazione che prescindeva dal fatto che io fossi stata loro insegnante, loro traduttrice, loro mediatrice. Ed è così che è partita l'avventura : conoscere le famiglie e poi ritrovare loro in Italia e in Francia negli anni a seguire. L'incipit e il primo capitolo del libro parlano invece degli unici due ragazzi conosciuti in Tunisia in procinto di... bé non vi svelo.



Quali sono i sentimenti e le aspettative dei ragazzi che lasciano il proprio Paese d'origine e quali quelle delle famiglie che restano in Tunisia?



I sentimenti sono … infiniti. Paura, gioia, insoddisfazione, desiderio d'avventura, senso di responsabilità che scatena rabbia e frustrazione, oppure forza e coraggio. Le aspettative sono tutte positive ma spesso deluse: sono quelle di poter viaggiare in Europa e poi stabilirsi e lavorare. Spesso invece per entrambi gli aspetti ci sono difficoltà e ostacoli.


I loro sogni, però, si infrangono contro la crisi dell'Europa...

 

Non è la crisi ad infrangere i loro sogni. Sono le leggi ingiuste che continuano a tappar loro le ali nonostante abbiano rischiato la vita per guardare al sogno, non volendosi mai accontentare di quello che hanno tra le mani. Ebbene, non si accontentano. Ma ad un certo punto si scontrano con l'asimmetria della loro posizione di straniero senza poter materialmente reagire.



Perché il sistema di accoglienza, in Italia, non funziona ? E quali sono le falle dell”operazione Mare Nostrum”?

 

Il problema è sempre lo stesso: non funziona la legge che impedisce la libertà di viaggiare, sia dai paesi non europei della sponda sud o est del Mediterraneo, sia da un paese europeo all'altro, impedendo la libertà di scegliere in che paese fare domanda id asilo politico. Finché non cambia questo, risolvere un sistema di accoglienza spesso inefficiente sarà secondario. E pecca perché dietro c'è un business, perché la disorganizzazione e la mancanza di figure professionali, la lentezza della burocrazia, l'impreparazione delle regioni che si confrontano con emergenza piuttosto che di fronte alla regolarità di un fenomeno che tocca la nostra terra.... Mare Nostrum che falle può avere? Sì, mentre una nave militare porta le persone tratte in salvo in mezzo al mare verso un porto che spesso non è il più vicino e il più sicuro (vedi Taranto o Palermo rispetto a Lampedusa e Pozzallo), magari non può trarre in salvo altre persone che stanno arrivando dalla Libia perché percorrono distanze che necessitano giorni di viaggio. Ma oltre ia problemi pratici, Mare Nostrum ha portato a terra 70.000 e più persone in nove mesi. Ma almeno trecento ne sono morte comunque. Mare Nostrum è comunque un'operazione militare anche se compie un'azione militare. È la militarizzazione e il controllo del Canale di Sicilia che mi spaventa, senza che vari la libertà di movimento. Consiglio vivamente l'articolo della ricercatrice Martina Tazzioli: Fare spazio e non frontiere. Mare Nostrum e il confine umano-militare. http://www.euronomade.info/?p=2804.



Qual è la situazione della Tunisia post-rivoluzione, soprattutto in relazione ai diritti delle donne e dei minori?



Più che di rivoluzioni parlo di rivolte che hanno portato sì alla caduta di un regime e ad una fase di transizione con le elezioni politiche, l'assemblea costituente che a gennaio 2014 ha terminato il testo della Costituzione dove sì formalmente trovano spazio i diritti delle donne e dei minori, che già in Tunisia godevano di ampio spazio grazie al Codice di Statuto Personale del 1956. Semplicemente dalla forma alla sostanza e alla pratica a causa delle ambiguità politiche e della cultura e del sentire del paese spesso non avviene il passaggio. Rispetto ad altri paesi arabi, la situazione è positiva, nonostante i due terribili omicidi politici del 2013, diversi episodi violenti e cosiddeetti “terroristici” dal 2012 a pochi mesi fa. Ma guardando ai miei ragazzi giovani, agli amici e alle amiche...sì, si sono aperte tante possibilità in più, spesso di progetti e apertura verso il mondo. Ma spesso la maggior parte restano nel proprio quartiere a fumare e sognare al di là del mare...

sabato 14 giugno 2014

Un premio per Samia



Con 93 voti, il romanzo Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Strega Giovani e guida la cinquina del premio principale, oltre ad aver ottenuto anche il premio Società Dante Alighieri. E noi siamo felici di ripubblicare una breve intervista che qualche settimana fa abbiamo avuto occasione di fare all'autore, congratulandoci ancora e ringraziandolo per averci fatto conoscere la storia di Samia.
 
 
Non dirmi che hai paura: dare la vita per un sogno   



Una storia esemplare, quella di Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nelle gambe e nel cuore: Samia corre in nome della libertà di tutte le donne, in particolare di quelle somale che vivono in una situazione di guerra e di sopraffazione. Samia corre in nome della libertà e della giustizia. Samia condivide i suoi sogni e i suoi ideali con il suo amico Ali e primo allenatore che crede in lei, nella sua tenacia e nella sua forza. Samia, infatti, riesce a qualificarsi, a soli 17 anni, ai Giochi olimpici di Pechino, diventando un simbolo. Il destino di Samia sarà tragico, come quello di tanti migranti, ma la sua giovane vita porta in sé, e regala al futuro, la gioia del riscatto.




Quando nasce il progetto del libro e perché ha ritenuto necessario raccontare questa storia?

L’idea di raccontare la vita di Samia Yusuf Omar è nata quando mi sono imbattuto nella notizia della vita e della morte di Samia (ero in Africa, a Lamu, in Kenya e stavo svolgendo delle ricerche per un’altra storia) mi sono sentito in colpa da italiano per la sua morte e ho deciso che avrei raccontato nel paese che Samia vedeva come sua salvezza e speranza di vita nuova e in cui non era mai riuscita ad arrivare – il mio stesso paese, l’Italia – la sua storia. Per cercare di creare materiale letterario dalla speranza e dal dolore. E per risarcire, in qualche modo, il destino di Samia.

Samia Yusuf Omar nasce a Mogadiscio, in una terra colonizzata dagli italiani e oggi ancora dilaniata dalla guerra: quanto è importante mantenere viva la memoria sulla Storia di ieri per capire il Presente?

È fondamentale. La memoria è come il respiro ed è un arco teso. Soltanto caricandolo all’indietro si può avere una direzione e una meta.

Il racconto della vita della protagonista si può definire come un "racconto di formazione"? E ci può anticipare il motivo per cui Samia diventa il simbolo di tutte le donne musulmane nel mondo?

È una storia di formazione, perché è la storia della formazione di Samia, da quando ha 8 anni a quando ne ha 21. Samia diventa simbolo perché per correre al massimo delle sue potenzialità compie un gesto ovvio e al contempo rivoluzionario: decide di correre alle Olimpiadi senza velo.

Si tratta anche di una storia di migrazione, di tenacia e di coraggio, con una sorta di “lieto fine” : la sua storia è importante per abbattere gli stereotipi e i pregiudizi sui richiedenti asilo, sui profughi e sui migranti in generale?

La storia di Samia purtroppo non ha un lieto fine nel senso consueto del termine, perché Samia muore al largo di Lampedusa. Ma contiene un lieto fine nel senso che è una storia di speranza e di coraggio.

giovedì 22 maggio 2014

Alessandra Ballerini e il saggio "La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri esclusi"


L'Associazione per i Diritti Umani ha avuto la bella opportunità di intervistare Alessandra Ballerini, avvocato civilista, esperta in diritti umani e immigrazione, autrice del libro “La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri eslcusi”, edizione Melampo.

Abbiamo parlato e riflettuto su molti argomenti: l'accoglienza, il ricongiungimento familiare, le condizioni di sopravvivenza dentro e fuori dai CIE, chi sono i nuovi italiani e la loro situazione giuridica e molto altro.

L'incontro si è svolto lo scorso 10 maggio, presso il Festival Center, nell'ambito del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina.

Ringraziamo tantissimo gli organizzatori del festival e Alessandra Ballerini.



Di seguito il video che potete trovare anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani insieme a tutto il nostro materiale che abbiamo caricato per voi.