venerdì 6 settembre 2013

Infanzia clandestina: un film sulla dittatura ad altezza di bambino


Dopo l'anteprima nazionale al festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, è  uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 agosto scorso e la data di programmazione non aiuta l'affluenza di pubblico, ma è un film da tenere presente: stiamo parlando di Infanzia clandestina del regista Benjamin Avila che, in questa sua opera prima, racconta in parte una vicenda autobiografica per estendere la narrazione alla vita in Argentina tra il 1976 e il 1983, ovvero gli anni dell'ultima dittatura militare.
La storia è ambientata nel 1979: dopo la morte del presidente Juan Pèron, il Paese è governato dai militari. Dopo molti anni di esilio - i genitori del dodicenne Juan - Cristina e Horacio, insieme allo zio Beto - decidono di fare ritorno in Argentina per ricongiungersi al gruppo rivoluzionario dei Montoneros. Nessuno deve sapere del loro rientro in patria e lo stesso Juan è costretto a cambiare la propria identità: a cambiare il nome in Ernesto (come Che Guevara), a cambiare accento, a cambiare abitudini.
Non è serena la vita di un bambino diventato adulto troppo in fretta, ma Juan/Ernesto mantiene la capacità di fantasticare, di vivere una quotidianità che sembri normale e di proteggere i propri cari fino a quando un evento inaspettato quanto dirompente sconvolgerà il suo equilibrio e quello della sua famiglia: l'amore per la bella Maria farà provare 
a Juan emozioni forti e l'illusione di una fuga lontano dalla paura e dalla clandestinità.
A differenza di altre pellicole sui temi dei desaparecidos e delle dittature sudamericane, il lavoro di Avila entra, con delicatezza ma anche senso critico, nelle pieghe dei giorni di chi ha scelto, all'epoca, la strada della lotta politica anche a rischio della propria esistenza e di quella dei propri familiari. E questo consegna al pubblico un importante spunto di riflessione. Ma la bellezza del film è anche data dal fatto che gli sceneggiatori - lo stesso regista insieme a Marcelo Müller - abbiano deciso di lasciare fuori campo la violenza, rendendo le scene più forti attraverso disegni (che omaggiano Tarantino) di sangue, di spari, di morti per dare, invece, maggior spazio alle relazioni tra i componenti del nucleo familiare e dei compagni attivisti. I genitori di Juan si amano molto; il ragazzino è molto attento alla sua sorellina di pochi mesi; lo zio Beto è una figura carismatica, punto di riferimento per tutti, giovani e adulti; e poi la nonna...che, come molti, non comprende la scelta di Cristina e Horacio, ma la rispetta, seppur dolorosamente.
Una colonna sonora ricercata, l'uso del rallenty in alcune scene, la cinepresa spesso ad altezza di bambino, rendono sullo schermo l'atmosfera di quel periodo duro, contraddittorio, spaventoso, ma il film - senza tralasciare la drammaticità degli eventi e, forse, anche la loro attualità - non trascura nemmeno la speranza, quella speranza che può essere veicolata solo dai ricordi e dall'amore di chi è rimasto in vita.